. - Vedi tav. XCIX.
BibL.: F. X. Kraus, in Realencyklopaedic der christlichen Alterthömer, II, pp. 430-32; K. Künstle, Ibonographie der christlichen Kunst. I. Friburgo 1928 pp. 288-90.
Eugenio Battisti
Apocalisse di M. - Apocrifo del Vecchio Testamento, che nulla ha a che vedere con M., come appare dal titolo dei 4 manoscritti pubblicati da C. Tischendorf (1866): «Storia e vita di Adamo..., rivelata da Dio al suo servitore M...».
Strettamente connesso con questo apocrifo sono: la Vita di Adamo ed Eva in latino, pubblicata nel 1878 da W. Meyer; quella slava pubblicata da Jagić nel 1893, che segue molto da vicino l'A. di M., pur con varianti e aggiunte; e una armena, pubblicata dai Mechitaristi di Venezia nel 1896. L'A. di M. s'incontra su molti punti, spesso anche testualmente, con le altre vite; un solo sviluppo importante le è proprio : il racconto, fatto da Eva, della tentazione e della caduta (capp. 15-30).
In questi apocrifi si narra della penitenza di Adamo ed Eva, appena usciti dal Paradiso; della nuova tentazione di Satana, sventata però da Adamo, al quale Satana manifesta il motivo del suo odio implacabile : egli deve all'umanità la sua caduta, in quanto si rifiutò di prostrarsi dinanzi all'uomo. Seguono la nascita di Caino e Abele; l'uccisione di questi; la nascita di Seth; la malattia di Adamo: la sua morte e quindi quella di Eva.
Probabilmente le affinità tra questi scritti son dovute alla comune dipendenza da un apocrifo primitivo, che le idee, la forma midhrālica, ecc., fanno ritenere di origine giudaica, e scritto in ebraico. Le interpolazioni cristiane risaltano subito. Nulla obbliga a rimandarne la composizione a dopo il sec. I dell'èra cristiana.
BibL.: C. Tischendorf, Apocalypses apocrifque, Lipsia 1866, pp. 1-23; A. M. Ceriani, Alonamente sacro et profana, V. I, Milano 1868, pp. 21-24; F. Le Hir, Etudes bibliques, II, Parigi 1869, pp. 110-20; C. Fuchs, in E. Kautzsch, Die Apokryphen und Pseudepigraphen des Alten Testaments, II, Tubinga 1900 pp. 306-12, 314-28; E. Schürer, Geschichte der jüdischen Volkes, III, 4a ed., Lipsia 1909, pp. 398-99; R. H. Charles, The apocrypha and pseudepigrapha of the Old Testament, II, Oxford 1913. pp. 123-54; J. B. Frey, Adam, in DBs. I, coll. 102-106.
Francesco Spadafora
Assunzione di M. - Apocrifo giudaico del Vecchio Testamento. Con ogni probabilità l'opera constava di due parti (e non di due libri distinti, fusi più tardi: R. H. Charles (v. bibl.]); la prima, svelata da Ceriani in un manoscritto del sec. xvi della Biblioteca Ambrosiana di Milano, può ben dirsi « il Testamento di M. " (12 capp.); la seconda, perduta, è la più citata dai Padri (Origene, Princip., III, 2, 1; In Jos. hom., 2, 1; Clemente Alessandrino, Strom., VI, 13; ecc.). Conteneva la narrazione della morte di M. e, probabilmente, la sua assunzione soltanto spirituale in cielo (cf. 1, 15; 10, 14; e Deut. 34, 6). Gli antichi parlano dell'alterco di s. Michele con il diavolo, per il corpo di M.
L'apocrifo è più storico ed escatologico che morale. M., nel cedere a Giosuè il comando d'Israele, gli predice in brevi schemi la storia del popolo eletto dall'ingresso nella Terra Promessa fino ai figli di Erode. Nel cap. 3 già si parla di Nabuchodonosor, della distruzione di Giuda e della deportazione dei superstiti. Per intercessione di un uomo (Daniale), il Signore userà ancora misericordia e susciterà un re (Ciro) che farà rientrare gli Israeliti in patria (cap. 4). Seguono la persecuzione dei Seleucidi e l'apostasia di molti giudei: «L'altare sarà in mano di gente che non sono sacerdoti ma schiavi, figli di schiavi " (cap. 5). Sorgersano re che si faranno chiamare «sacerdoti del Dio Altissimo * ( = gli Asmonei); un re insolente succederà loro, per 34 anni ( = Erode). I suoi figli regneranno meno di lui (allusione al solo Archelao); la contrada sarà invasa da "un potente re dell'Occidente ", che prenderà numerosi prigionieri, brucerà parte del Tempio e crocifiggerà molti giudei (cap. 6: Il re in questione è Quintilio Varo; cf. Flavio Giuseppe, Antiq. Jud., XVII, 10, 2.9 sg.). Nei capp. 7-9 si parla di una seconda persecuzione ( 9,2 ); ma tutto in essi si rife-
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risce alla persecuzione di Antioco Epifane; "sorgerà allora un levita di nome Taxo; porterà i suoi 7 figli nel deserto e li esorterà a morire piuttosto che rinnegare i precetti del Signore" (cap. 9). Probabilmente questi capitoli hanno subito uno spostamento; vanno messi tra il cap. 3 e il cap. 6. Gli ultimi capitoli sono escatologici; riguardano l'avvento del regno di Dio; Dio eserciterà il giudizio; la terra tremerà, il sole si oscurerà, ecc. Il regno di Dio, sebbene non manchi l'aspetto morale, è piuttosto politico. Nessun eszerano al Messia, alla conversione dei gentili; la dottrina cristiana è semplicemente ignorata.
L'autore, un pio fariseo, dal sano patriottismo, protesta contro lo spirito fazioso degli zeloti. Aspetta l'arrivo del regno teocrotico, il trionfo d'Iaraele e la sua finale esaltazione; per questo egli scrive. Probabilmente, l'apocrifo è del 7 d. C., appena dopo la deposizione d'Archelao (cf. 6, 7). Il testo latino deriva da una versione greca; l'originale forse fu scritto in ebraico o in aramaico.
Probabilmente Iud. 9 è una citazione del presente apocrifo come afferma Origene (Princ., III, 2, 1).
BibL.: A. M. Ceriani, Monumenta sacra et profana, I, Milano 186r, pp. 33-64; R. H. Charles, The assumption of Moses, Londra 1897; C. Clemen, in E. Kautzsch, Die Apocryphen und Pseudogigraphen des Alten Testaments, II, Tubinga 1900, pp. 311 331; E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, III, 4⁴ ed., Lipsia 1909, pp. 294-303; S. Szekely, Bibliotheca apocrypha, I, Friburgo 1913, pp. 243-61; J.-B. Frey, Apocryphes de l'Ancien Testament, in DBs, I, coll. 403-409. Francesco Spadafora
MOSÈ l'Etiope, santo. - Commemorato nei martirologi latini e greci il 28 ag., in quelli etiopici il 18 giugno. Era schiavo di un signore che lo cacciò di casa per le sue malvagità.
Si diede allora ad una vita facinorosa, ponendosi a capo di una masnada di ladri. Un giorno improvvisamente si convertì e si ritirò in un luogo solitario dell'Arabia, vivendo in penitenza e mortificazione. Ivi fu assalito da aspre tentazioni, per combattere le quali moltiplicò digiuni e preghiere, veglie notturne e penitenze. Molti discepoli, già compagni di ribalderie, lo seguirono nella solitudine; m. a 75 anni verso la fine del sec. iv.
Bibl.: Palladio, Hist. Lausiaca, 22; Sosomeno, Hist. eccl., VI, 29; I. Pizzi, S. M. monaco e ladrono, in Bensarione, I (1901), pp. 387-89; J. Guidi, Le synaxaire éthiopien: PO, I, pp. 663-60; Martyr. Romanum, p. 366. Agostino Amore
MOSÈ bar Kÿrâ. - Scrittore siro giacobita, vescovo di Mossul, n. a Bâlâd nell'815 e m. il 12 febbr. 903.
Fu celebre per l'abbondanza e varietà dei suoi scritti i quali trattano di esegesi, di teologia speculativa, di filosofia e temi liturgici. Di questo patrimonio letterario una grande parte è andata perduta. Molti scritti sono ancora inediti, come i resti dei commenti che M. scrisse a quasi tutta la Bibbia e tre trattati sui Sacramenti del Battesimo e della Cresima. E pubblicata invece la versione latina di un'opera di M. sul Paradiso (PG 3, 481, 608) e un libro sull'anima (O. Braun, M. b. K. und sein Buch von der Seele, Friburgo in Br. 1891, pp. 1-18) M. dipende dallo Pseudoareopagita e da Giorgio vescovo degli Arabi.
BibL.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, pp. 281-82; W. de Vries, Sahramententheologie bei den syrischen Monophysiten, Roma 1940, passim.
Ignazio Ortiz de Urbina
MOSE di Khoren (di Corene) detto anche Khoranatsi. - Celebre storico armeno, autore di una monumentale Storia armena divisa in tre parti che va dagli inizi fino al 440 , mentre nel sec. Ix esisteva una quarta parte che si estendeva fino ai tempi dell'imperatore Zenone (474-91). La Storia armena, scritta in uno stile lirico, esalta specialmente le gesta della nobiltà armena e della dinastia dei Bagratidi. Si chiude con la narrazione della morte di Sahak il Grande e di Mesrop.
Sulla cronologia dell'autore e sulle sue qualità si è discusso molto in tempi recenti e le opinioni non sono ancora concordi. L'autore si fa uno dei «santi traduttori»
che per iniziativa di Sahak e Mesrop, e quindi nel sec. v. andarono all'estero per preparare la versione della Bibbia. Sarebbe stato sacerdote e probabilmente anche vescovo. Nell'opera viene invocata l'autorità di fonti più antiche, come Eusebio di Cesarea, Mar Abas Katina, Bordesane, Giulio Africano, lo Pseudo-Callistene ed altri. E vero poi che nel sec. v fiori in Armenia, e dire di Lazaro di Parphi e di Korion, un «beato filosofo», vescovo, di nome M. In questi argomenti e nella coerenza con le fonti del sec. v si appoggiano gli autori che sostengono la tesi di un M. di Corene storico del sec. v; cosi i Mechitaristi di Venezia e F. C. Conybeare.
Altri, non meno numerosi, rilevano che nell'opera si parla di «Armenia quarta», nome introdotto nel 336 da Giustiniano. Per di più della Storia armena non sono rimaste citazioni fino al sec. Ix, in cui la dinastia dei Bagratidi, così inneggiata nel libro, raggiunge il massimo dello splendore. L'opera sarebbe stata quindi scritta nello scorcio fra l'viri e il ix sec. e le affermazioni dell'autore sarebbero finzioni letterarie. Così la pensano, fra altri, A. Carrière e N. Akinian con i Mechitaristi di Vienna.
Bibl.: il testo armeno della storia con le altre opere di M. fu pubblicato dai Mechitaristi di Venezia nel 1843 e 1865 e più tardi da M. Abaghiov-S. Harutinian (Tifos 1913); versione latina di G. Wisthon (Londra 1726), francese di V. Langlois (Parigi 1870), ital. di G. Cappelletti (Venezia 1841), tedesco di M. Lauer (Bataliona 1869). A favore dell'autenticità v. F. C. Conybeare, The date of M. of Ch., in Byzant. Zeitschr., 10 (1901), pp. 489-924; P. Vetter, M. von Ch., in Kirchenlexikon, 2⁴ ed., VIII, pp. 1933-63. Contro l'autenticità v. A. Carrière, M. de Kh. et les généalogies patriarchales, Parigi 1891; id., Nouvelles sources de M. de Kh., supplement, Vienna 1894; N. Akinian, in Wiene Zeitschr. für dir Kunde des Morgenlandes, 37 (1930), p. 264 sgg.; Bardenhewer, V, pp. 189-92.
MOSÈ il Saraceno, santo. - E commemorato nel Martirologio romano il 7 febbr., ma si ignora il giorno preciso della morte. E considerato come l'apostolo dei Saraceni, alla cui razza apparteneva, e per la conversione dei quali al cristianesimo lavorò molto.
Verso la metà del sec. iv, i Saraceni devastavano le province romane della Fenicia, Palestina ed Arabia; la loro regina Mauvia acconsentì a desistere dalle scorrerie e ad abbracciare la religione cattolica (ca. 374) purché fosse dato loro come vascovo uno della loro razza. Fu così designato M., che viveva nella solitudine ed era molto conosciuto per le sue virtù. Fu condotto ad Alessandria per esser consacrato dal vescovo Lucio; ma M. rifiutò di ricevere da lui la consacrazione, perché lo sapeva seguace dell'arianesimo. Si dovette allora condurlo sui monti, dove vivevano in esilio i vescovi cattolici; là si lasciò consacrare.
Bibl.: Rufino, Hist. eccl., II, 6; Socceio, Hist. eccl., 4, 36; Sosomeno, Hist. eccl., 6, 38; Tillemont, VII, pp. 393-97; Acta SS. Februarii, II, Parigi 1864, pp. 42-45; Martyr. Romanum, p. 52 .
MOSE ben MAJMON : v. maIMONIDE.
MOSE III SUNETZI. - Katholikós degli Armeni (1628-33), chiamato comunemente Tathevatzi, perché educato nel monastero di Tathev.
Avido di studio e di ascesi spirituale fin dalla fanciullezza, seguì i grandi maestri del tempo, Serapione Urhayetzí e Gregorio Kesaratzí. Eletto katholikós di Egenadzin svolse una attività riformatrice esercitando una grande influenza nella rinascita monastica, culturale e morale dell'Armenia orientale.
Ebbe relazioni amichevoli con il papa Urbano VIII. Morì in fama di santità e nella storia della Chiesa armena resta una figura di prima importanza.
Bibl.: N. Akinian, Moses der dritte Tat'euvuacl, Vienna 1936. Nerses Der-Nerscasian
MÖSER, Justus. - Pubblicista e storico, n. a Osnabrūck il 14 dic. 1720, m. ivi l'8 genn. 1794. Avvocato, partecipò alla vita pubblica della città natale: nel 1742 divenne segretario, e poi sindaco, della Ritterschaft, nel 1747 advocatus patriae.
Studioso delle antichità germaniche, difese l'originalità del carattere nazionale dall'influsso francese (cf.
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Versuch einiger Gemälde der Sitten unserer Zeit [Hannover 1747] e il dramma Arminius del 1749), esaltando, contro la poetica razionalistica imitatrice di canoni classici, l'immaginazione creativa dell'artista, contro il moralismo estetico, il valore delle possioni. Nell'Arlequin oder Verteidigung des Grotesk-Komischen (1761) fu pittore dei costumi popolari; contemporaneamente studiava le origini storiche della società germanica, individuando nella proprietà terriera la fonte della libertà e la base della nazione. Su questa linea traccia, nell'incompleta Osnabrüchische Geschichte (1768-1824), una storia costituzionale e sociale della sua patria, in cui si dimostra ostile al dispotismo illuminato e fautore dell'autogoverno delle comunità contadine; motivi ripresi nelle Patriotische Phantasien (Berlino 1774-78). Protestante, mostrò aperta comprensione per il cattolicesimo. Dopo un giovanile disprezzo delle virtù cristiane, ispirato a secenteschi motivi libertini, riconosce infatti, negli Schreiben an den Herrn Vicar in Savoyen (1765), il valore delle religioni positive contro il deismo; attribuisce loro, sommamente alla cattolica, un valore politico di difesa della libertà. Prevalente carattere politico dà pure all'antitesi cattolicesimo-luteranesimo negli Schreiben... über die künftige Vereinigung der Evangelischen u. Katholischen Kirche (Francoforte e Lipsia 1780).
Brbl.: H. Lentz. 7. M. u. das Bauerntum, Colonia 1923; F. Meinecke, 7. M.'s Geschichtsauflassung, Berlino 1932; P. Klassen, 7. M., Francoforte s. M., 1936; R. Naysk, Idee und Gestalt der Nationalerziehung, Erlangen 1940; C. Antoni, La lotta contro la ragione, Firenze 1942, pp. 63-97. Altro bibl. in I. Körner, Bibliographisches Handbuch des deutschen Schriftums, Berna 1949, p. 230.
Sergio Cotta
MOSOLLAM (ebr. Mēsullām). - Nome di vari personaggi del Vecchio Testamento, specialmente del periodo postesilico, dei quali spesso è difficile determinare l'identità.
1. Avo di Saphan, segretario di Iosia (II Reg. 22, 3).
2. Un levita discendente di Caath, che collaborò con losia nella riforma (II Par. 34, 12).
3. Figlio di Zorababel (I Par. 3, 19), della stirpe davidica.
4. Membro della tribù di Gad (ibid. 5, 13).
5. Due o tre membri della tribù di Beniamin (ibid. 8 , 17; 9, 7.8).
6. Due sacerdoti abitanti in Gerusalemme (ibid. 9, 11.12).
7. Un compagno di Esdra nel viaggio verso Gerusalemme (Esd. 8, 16); egli cooperò alla verifica dei matrimoni con donne straniere (ibid. 10, 15).
8. Sacerdote sposato ad una straniera al tempo di Esdra (ibid. 10, 19).
9. Due collaboratori nella ricostruzione delle mura di Gerusalemme (Neh. 3, 4.6.30).
Per altri personaggi anonimi, in parte forse identici con taluni dei precedenti, cf. Neh. 8, 4; 10, 8. 21; 11, 7.11; 12, 13.16.25.
Angelo Penna
MOSSORÒ, diocesi di - Città e diocesi nello Stato di Rio Grande del Nord nel Brasile. Su di una superfice di 18.365 mathrm{kmq}. conta 400.000 ab ., dei quali 350.000 cattolici; ha 16 parrocchie, servite da 13 sacerdoti diocesani e 20 regolari, un seminario, 4 comunità religiose maschili e 5 femminili.
La diocesi fu creata dal papa Pio XI con la cost. apost. Pro ecclesiarum omnium del 28 luglio 1934, per smembramento della diocesi di Natal. Primo vescovo fu mons. J. de Barros Camara dal 1936 al 1941 in cui fu trasferito a Belem do Paró. L'attuale è mons. G. B. Portocarrero Costa, dall'8 dic. 1943. E suffraganea di Paraiba. La Cattedrale è dedicata a s. Lucia. Patrona della diocesi l'Immacolato Cuore di Maria.
Brgl.: AAS, 27 (1935), pp. 325-28; O Brasil católico 1947, Juiz de Fora, 1947, pp. 322-34.
Virginio Battezzati
MOSSUL. - Città del 'Irāq, che fa capo alle seguenti circoscrizioni ecclesiastiche :
1) Diocesi patriarcale del patriarca di Babilonia (v.)
dei caldei, ristabilita nel sec. xviri. Ha 44.314 fedeli, 40 sacerdoti, 24 chiese e un seminario patriarcale con 6 professori e 25 seminaristi.
2) Diocesi siro-cattolica dal 1790 , con 25.000 fedeli, 12 parrocchie, 12 chiese, 24 sacerdoti e 10 scuole.
3) Missione. I Domenicani italiani lavorarono a M. dal 1750 al 1815 . Nel 1856 la missione fu ripresa dai Domenicani francesi, che vi lavorano tuttora. Le opere principali di questa missione sono: il seminario interrituale di S. Giovanni con 12 professori, di cui 8 domenicani, e 46 alunni, di cui 8 nel seminario maggiore; la scuola secondaria chiamata Mesul College, con 87 allievi; l'orfanotrofio, con 30 bambini; oltre all'assistenza spirituale ai cattolici addetti a Kirkuk alla Irak Petroleum Company. Il personale della missione comprende 10 sacerdoti domenicani, 5 sacerdoti secolari, 7 suore terziarie domenicane di S. Caterina e 20 laici.
Brbl.: J. Duval, La mission dominicaine d M., Parigi 1889; Annuario Pontificio 1951, p. 279. Guglielmo de Vries
MOSTAR-DUVNO, diocesi di. - Ha una superficie di 8368 mathrm{kmq}. e 165.000 fedeli, che formano la maggioranza assoluta in confronto con i musulmani e gli ortodossi. Comprende (1941) 8 decanati, 51 parrocchie con 50 chiese e 296 cappelle, e conta 151 sacerdoti ( 13 secolari e 138 francescani). Le congregazioni religiose femminili (Suore della Carità di S. Vincenzo e Suore maestre del Terz'ordine di S. Francesco) hanno 131 suore in 13 case. A Siroki Brieg vi è un liceo classico e a Mostar un istituto teologico, ambedue francescani.
Nel sec. vi sul territorio dell'odierna diocesi di M. si estendevano ancora le diocesi di Narona (Vid, presso Metkovic), Sarsenterum (Arzano?) e Delminium (Tomislavgrad in Bosnia, fornesza sul monte Lib). Nel 591 s. Gregorio Magno scriveva al turbolento vescovo Malchus di Delminio, luogo ch'era centro della valorosa stirpe illirica dei Delmati e dove, secondo la tradizione, nel 925 venne coronato il primo re croato Tomislav. Poco dopo la diocesi scompare e riappare dopo il 1300 come argine contro il pericolo dell'eresia bosniaca (patareni). Rimasta vacante alla fine del sec. xvir, il 5 luglio 1881 venne unita alla diocesi di M. allora eretta.
Già nel sec. ix si fa menzione della diocesi di Zahumlje (Chelmensis o Zachulmensis) con sede a Ston (Stagno); comprendeva il territorio del Ducato di Hum (Chelm) o Zahumlje, il cui sovrano viene chiamato nelle cronache veneziane «principe dei Croati». Quando nel 1448 il voivoda Stefano Vukčić assunse il titolo di herceg (duca), il territorio dell'antico Hum cominciò a chiamarsi Hercegovina. Causa gravi difficoltà con i regnanti serbi nel sec. xiri, la perseguitata diocesi di Ston fu nel sec. xiv sostituita con le restaurate diocesi di Makarska e Duvno. Nel periodo della dura dominazione turca, durata quattro secoli, questa regione vanta parecchi martiri. Nel 1735 venne istituito il vicariato apostolico Bosnae Othomanae, dal quale nel 1846 fu staccato il vicariato dell'Erzegovina. Nel 1881, quando fu ripristinata la gerarchia ordinaria nella Bosnia ed Erzegovina, il vicariato divenne la diqcesi di M.-D. Dall'8 luglio 1890 i suoi vescovi amministrarono anche la diocesi di Trebinje.
Fra tutte le diocesi croate la più colpita dall'attuale regime comunista in Jugoslavia è forse quella di M.-Trebinje. Non solo tutte le opere cattoliche sono distrutte : scuole, asili, Azione Cattolica, stampa, tipografia, istruzione religiosa; pure le perdite del clero e le stragi della popolazione sono talvolta orrende. Del clero secolare 12 sacerdoti ancora lavorano nella diocesi con massime difficoltà, 5 sono nelle prigioni assieme al vescovo diocesano mons. Pietro Cule, condannato a 12 anni di lavori forzati, 6 si sono ritirati in altre diocesi, dentro o fuori del paese; 13 sono stati uccisi e seviziati, in parte anche dai cetnizzi serbi di Draža Mihajlović. I Francescani ebbero ancora più dura sorte: di fronte a 64 padri ancora operanti nel 1951, altri 25 languiscono nelle prigioni, 27 sono andati in esilio e 75 sono stati uccisi. Nel solo convento di Siroki Brieg furono massacrati ed in parte arsi vivi 28 francescani.
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Biel.: J. Zeiller, Les origines chrétiennes dans la province romaine de Dalmatie, Parigi 1906; D. Mandić, Duvanjska bichopija (Croatia Sacra, 5), pp. 9-98; S. K. Draganović, Opet sematizam Kot. Crâve u Jugoslaviji, Sarajevo 1939, pp. 167-78; autori vari, Croazia sacra, Roma 1943, pp. 219-24.
Krunoslav Stef. Draganović
MOSTRO UMANO. - Individuo che presenta una o più anomalie tali da renderlo gravemente aberrante dalla normalità (v. Tebatologia). I m. u. interessano la teologia morale per, due questioni, l'una da sfiorare appena, l'altra che richiede un esame più approfondito.
1. Diritto alla vita nel m. u. - Alla domanda se sia lecito diminuire le probabilità di vita o addirittura uccidere i nati deformi, la risposta è negativa, perché a qualsiasi essere umano, anche dubbiamente vivente di vita umana, si applica il precetto divino ne occidas, che tutela il diritto primario e fondamentale alla vita (v. aborto). Di conseguenza, nelle mostruosità, in cui si presume l'esistenza di due individui vivi, è illecito l'intervento che ne sopprima uno. Ciò resta vero anche nei casi, in cui è dubbia la duplicità delle persone, come nel caso dell'autossita e parassita. Solo nei casi in cui il parassita è ridotto ad una semplice massa o ad alcuni arti, l'amputazione è lecita, essendo certa l'unità della persona del m. u.
2. Battesimo dei m. u. - In base al CIC, can. 748, bisogna distinguere due casi : 1) i m. u. semplici possono presentare dubbi circa l'esistenza della vita umana, come il mostro acardiaco. Se la vita umana è certa, il Battesimo è da conferirsi assolutamente; nel dubbio, invece, il Battesimo deve essere conferito sotto la condizione "se sei uomo». L'opinione in contrario di qualche teologo o moralista che vorrebbe esclusi dal Battesimo i mostri acardiaci, perché mancanti di organi essenziali alla vita umana (cf. B. H. Merkelbach, op. cit. in bibl.) non è in pratica da seguirsi. Ciò si dovrà invece fare, quando il prodotto del parto è costituito da una massa carnosa informe (che i moralisti chiamano "mola"), per quanto anche qui occorra osservare diligentemente prima, se nella massa carnosa non si nasconda un vero feto umano. a) Le mostruosità doppie e molteplici possono ingenerare il dubbio se si tratti di una sola persona o di più persone. Se i m. u. hanno doppiato il capo ed il petto, restando comune solo la parte inferiore del corpo, è chiaro la pluralità delle persone ed i singoli componenti l'insieme mostruoso sono da battezzarsi in maniera assoluta. Se i m. u. hanno doppiato solo il petto od il capo, la pluralità è dubbia ed allora uno dei componenti si battezza in maniera assoluta, gli altri sotto condizione. 3) I medici e le ostetriche e chiunque sia a conoscenza per ufficio della esistenza di un m. u. in una determinata famiglia, sono legati dal segreto professionale. Gli altri, almeno per dovere di carità, non devono propagare la notizia, essendo facilmente intuibile il dispiacere che ne verrebbe alla famiglia.
Bibl.: oltre ai testi comuni di teologia morale e di diritto canonico nel trattato "de baptismo", cf. E. Martin, Histoire des monstres, depuis l'antiquité jusqu'à nos jours, Parigi 1880; B. H. Merkelbach, Quaestiones de embrylogia et de ministratione baptismatis, Liegi 1928, pp. 76-79; C. Piyol, El baptismo de los fetos informes según el canon 747, Madrid 1948, passim; L. Seremin, Dizionario di morale professionale per i medici, 4² ed., Roma 1949, pp. 310-11.
Pietro Palazzini
MOTHON, Joseph-Pierre. - Canonista e storico domenicano, n. a Lione il 4 giugno 1854, m. a St-Jean de Bournay il 4 apr. 1929. Entrato nell'Ordine domenicano, trascorse a Roma gran parte della sua vita, dedicandosi a ricerche di storia domenicana ed allo studio del diritto canonico. Fu direttore dell'Archivio storico dell'Ordine e dal 1893 al 1904 diresse gli Analecta S. Ordinis Praedicatorum.
Sue opere principali sono: Traité de la confession sacramentelle à l'usage des communautés religieuses en con-
formité avec les décisions les plus récentes du Saint-Siège et la doctrine des saints et des docteurs (Lilla 1913); Traité sur l'état religieux considéré au point de vue de la théologie morale et du droit canonique (ivi 1922); Institutions canoniques à l'usage des curies épiscopales, du clergé paroissial et des familles religieuses (Bruges 1922-24).
Bibl.: A. Van Hove, Prolegomena, 2² ed., Malines-Roma 1943, p. 638 .
Vincenzo Fagiolo
MOTO. - M. in genere e mutazione è il passaggio da un modo di essere ad un altro: in questo senso tutto si muove, eccetto Dio, atto puro.
Negò ogni m. la scuola eleatica (v. eleatismo). Zenone, supponendo il m. locale composto di infiniti, lo dimostrò assurdo con le quattro aporie: dicotomia, Achille, freccia, stadio (cf. Aristotele, Phys., VI, 9). Leucippo e Democrito affermarono il m. locale degli atomi nel vuoto; esso è l'unico m. possibile (id., De gen. et corr., I, 8, 323a). Aristotele ammise il m. in genere o mutazione ( μ ε τ α β α λ dot{η}, altrove xivүoıs: Phys., III, 1,200 b 33 sgg. ecc.), che è passaggio da un modo di essere ad un altro: τ tilde{α} α α μ ε τ α β α λ dot{η} ε dot{ε} τ τ v dot{ε} dot{ε} τ τ v α ς ε hat{imath} ς τ ι (ibid., V, 1, 225a 1). Lo spiega con un sostrato che assume diverse modificazioni (Met., VIII, 1, 1042 a 32 sgg.; Phys., 1, 7, 190 a 13). Esistono tre specie di μ ε τ α β α λ dot{η} : da soggetto ( dot{α} π α α dot{α} μ ε v o v ) a non-soggetto ( μ dot{η} dot{α} π α α dot{α} μ ε v o v ) e viceversa; oppure da soggetto a soggetto, cioè corruzione ( varphi θ ° ρ dot{α} ), generazione ( γ dot{ε} v ε σ ι ς ); e m. in senso proprio, xivŗoıs, che è m. continuo tra due contrari per stati intermedi (ibid., V, 225 a 8 sgg.). Tenendo presente queste continuità si intende la definizione aristotelica di xivŗoıs: atto dell'essere in potenza in quanto tale: dot{η} τ ι hat{imath} δ α v α dot{α} μ ε ι δ v τ o ς ε dot{ε} τ ε λ dot{ε} χ ε ι α, dot{η} τ α ι hat{σ} τ o v (ibid., III, 1,201 a 10). Cioè il m. è perfezione la quale postula un ulteriore perfezionamento. Questa esigenza appunto indica il passare, che è essenziale nel m.: p. es., un corpo che si muove nel punto P né incomincia a muoversi in P, né termina il m. in P, ma viene da un punto precedente e va ad un punto seguente; quindi non ė in P, ma passa per P. Aristotele rigetta le aporie zenoniane, osservando che le parti del m . non sono in atto ma in potenza: se le parti "fai in atto, non farai un m. continuo ma lo fermarsi" (ibid., VIII, 8, 263a 29-30). Il m. in senso proprio è possibile nella qualità (alterazione, dot{α} λ λ olsioıs), nella quantità (aumento, α hat{imath} hat{imath} λ γ σ ι ς e diminuzione varphi θ i σ ι ς ), nella posizione (m. locale varphi δ ρ α; cf. ibid., V, 2, 226a 24-25; H. Bonita, Index aristotelicus, 449 a 50 - b 52).
Dal m. derivano le categorie di azione e passione: " Motus, secundum quod praedicatur de subiecto in quo est, constituit praedicamentum passionis. Secundum autem quod praedicatur de eo a quo est, constituit praedicamentum actionis" (S. Tommaso, In Met., XI, lect. 9, ed. Cathala, n. 2313; cf. Aristotele, Phys, III, 3, 202213 sgg.). Nella vita e nella conoscenza, m. ha un senso più perfetto (De An., II, 5, 417 b 2-3).
Importante è il m. locale. Aristotele lo definì essenzialmente relativo al lungo; neppure Dio quindi può produrre un m. assoluto, cioè non riferito al termine. Questa conclusione fu proscritta dall'arcivescovo di Parigi, Stefano Tempier (1277); onde alcuni filosofi e teologi posteriori ammisero un m. locale assoluto, che è un mutare intrinseco, senza relazione al termine. Così Scoto (Quodl., q. XI; ed. L. Wadding, XII, Lione 1639, p. 263); G. Buridano (Phys., III, q. 7; ed. Parigi 1509, f. 50 ?) e le loro scuole. Guglielmo di Occam dice possibile il m. locale reale relativamente ad un termine ipotetico (Quodl. VII, q. 6). F. Suárez ammette il m. assoluto come munazione di una presenza assoluta (Disp. Met., dist. 51, sect. 1, n. 21; ed. Parigi 1856-61, vol. XXVI, p. 978).
Secondo Aristotele il m. locale è un divenire, quindi esige un movente, distinto dal mobile; esso è la causa motrice e, quando questa non raggiunge più il mobile, il "mezzo ambiente", che ha ricevuto la forza motrice dal motore (Phys., VIII, 10, 267a 2-5). Giovanni Filopono, commentatore della scuola alessandrina, afferma che questa forza motrice, detta "impeto", è invece prodotta dal motore nel mobile stesso (Phys., IV, 8; ed. Vitelli,
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Berlino 1888, p. 642). La teoria di Filopono fu ripresa da Francesco de Marchis (IV Sent., princ.) e specialmente da G. Buridano, che sostenne, in seguito a constatazione sperimentale, che l'impeto rimane immutato e quindi il m. dura indefinitamente (Phys., VIII, q. 12; ed. Parigi 1509); il che è un primo accenno alla legge d'inersia. Questa dottrina divenne comune nella scolastica posteriore (cf. R. Masi, Intorno al movimento locale, in Divus Thomas Plac., 53 [1950], pp. 3-20, 178-208). Descartes afferma che m. locale è traslazione: "translatio unius portia materiae sive unius corporis ex vicinia corum corporum, quae illud immediate contingunt et tanquam quicscentia spectantur, in viciniam aliorum" (Princ. Phil., II, 25, ed. C. Adam e P. Tannery, Oeuvres, VIII, Parigi 1905, p. 53). Per Descartes il m. locale è relativo e reciproco; è un attributo della materia; tutte le attività dei corpi si riducono a m. locale (meccanicismo); anche le qualità secondarie sono prodotte in noi dal m. locale. Inoltre il m. locale non è un divenire ma uno stato, come la figura di un corpo, perciò si conserva indefinitamente: cosi sarebbe provata la legge d'inersia (Princ. Phil., II, 27, ed. cit., p. 55 ).
Caratteristica è l'affermazione di Newton di un m. locale assoluto, "translatio corporis de loco absoluto in locum absolutum" (Philosophiae naturalis principio mathematica, Amsterdam 1723, p. 6); luogo assoluto che è poi una parte dello spazio assoluto (ibid.).
E. Bergson sostiene che l'insoligenza scompone il m . in genere o cambiamento in stati immobili, come diceva Zenone. Per ristabilire la continuità del cambiamento, Aristotele ammette un sostrato di esso (L'évolution créatrice, Parigi 1912, p. 323-53). Ma l'intuizione fa vedere quello che veramente è il cambiamento, il cambiamento puro: "Il y a des changements, mais il n'y a pas, sous le changement, des choses qui changent: le changement n'a pas besoin d'un support. Il y a des mouvements, mais il n'y a pas d'objet inerte, invariable, qui se trouve : le mouvement n'implique pas un mobile": La pensée et le mouvant, Parigi 1934, p. 185). Il cambiamento puro è la "Durata" (Durée), che è la stessa realtà.
Nella fisica il m. locale è essenzialmente relativo al termine di riferimento; le sue leggi sono studiate dalla meccanica.
Bial.: P. Duhem, Le mouvement absolu et le mouvement relatif, in Revue de philosophie, 11-14 (1907-1909), vari articoli; id., Le système du monde, Parigi 1913-17, passim; A. Maier, Die Impensationrie der Schulastik, Vienna 1940; R. Masi, Il movimento assoluto e la posizione assoluta secondo Sudrez, Roma 1947; C. Giocon, Il divenire in Aristotele, Padova 1947; P. Hoenen, Filosofia della natura inorganica, Brescia 1930, trad. it. di M. Cevaioni, p. 110 sgg., 187 sgg. V. anche divenire. Roberto Masi
MOTTETTO. - Nel suo primo significato il termine m. (motetus, moctetus) designa la parte vocale sovrapposta al tenor nella polifonia medievale. Poi denota la composizione stessa, che nel sec. xim è a 20 a 3 voci (tenor, motetus, triplum), più raramente a 4 (sul triplum c'è allora il discantus). Il tenor esegue il cantus firmus, sottoposto, con i necessari prolungamenti e dislocazioni di note, alla teoria dei 6 modi ritmici (serie di trochei, giambi, dattili, anapesti, spondei, tribraci). Le varie voci hanno testi diversi. La concordanza delle parti stesse è, naturalmente, assai diversa da quella che fu codificata dai teorici dell'arte classica; ammette, p. es., successioni parallele di 2° e cosi anche di 5°. Vi giunge a maturazione il concetto della indipendenza delle parti e del loro contrastante andamento in un insieme armonioso e ricco, da cui scaturisce quello squisito stupore che è di tutte le aurore e, nel caso specifico, di quella (già avanzata) della polifonia.
Tali qualità si approfondirono nel sec. xiv, giungendo alle figurazioni rapide, alle singhiozzanti interruzioni dell'Ochetot, alla collaborazione con gli strumenti che denuncia l'ors nova e alle particolarità tecniche emergenti in Filippo da Vitry e in Guglielmo Machault, ma giungendo anche, nel genere sacro, a quegli inconvenienti
ed abusi contro i quali insorse la Chiesa (cost. Docta sanctorum di Giovanni XXII, 1324). Abbandonato poi l'uso del testo plurimo e adottato il testo unico per tutte le voci, il m. entrò a far parte della migliore produzione liturgica ed extraliturgica. La sua storia, pertanto, si incorpora a quella della polifonia franco-fiamminga: ne segue i periodi attraverso i maestri della 1ᵃ generazione (Dufay, Binchois), poi della 2ᵃ (Bunois, Gheghent) e della 3ᵃ (Obrecht, Iosquin, per non ricordare che alcuni fra i più noti); e con essi evolve acquistando gradatamente una più valida omogeneità ritmica delle voci e una loro maggiore coerenza stilistica, e tendendo all'equilibrio della verticalità e dell'orizzontalità, dell'omofonia e della polilinearità, della cantabilità e del tematismo, della struttura strofica e del principio expansivo della variazione contrappuntistica. Equilibri e pregi raggiunti in pieno allorché il m. si addentrò nel vivo dell'era classica. Tecnicamente il m. si basa sul sezionamento e lo sfruttamento di una melodia gregoriana, per modo che da ogni frammento di essa sia tratto un episodio polifonico. I maggiori polifonisti del Cinquecento amarono questa forma e se ne servirono. Il Palestrina, oltre i sei libri di m., a 4 e 8 voci, nei quali aveva dato ampio saggio delle possibilità-limite di tale forma nel campo puramente corale, e i due libri di madrigali spirituali, nonché gli altri due libri di madrigali profani e gli offertori, compose il celestiale poema motrettistico a 5 voci su testi del Cantico dei cantici ("ex canticis Salomonis") presi nel loro alto significato profetico. Con il Palestrina è giusto ricordare i migliori maestri della polifonia vocale, dall'Animuecia ai due Anerio, da O. di Lasso e dal Victoria al Giovannelli. Il m., sopravvivendo all'epoca aurea della polifonia sacra, fu coltivato anche nei secc. xvir e xviII, quando cioè le stile "a cappella" non era più un'esigenza creatrice ma era divenuto una tradizione e cadeva rapidamente nell'accademismo. Tuttavia nel Seicento, giovandosi delle tendenze impostesi con l'avvento della monodia accompagnata e del melodramma (e quindi anche giovandosi delle nuove funzioni assunte dagli strumenti associati e delle possibilità espressive emergenti dalla loro crescente affermazione) il m. evolverà verso la forma detta "concertante": si appropriava il " basso continuo", si adornava di descrittivismi e si effondeva in brani solistici talora non privi di difficoltà, facendosi un interprete del mondo delle passioni umane non sempre relate di motivi sacri. Dopo T. L. Grossi da Viadana, il Monteverdi (nei Sacri concentus acclusi alla Viesca a 6 voci per la B. V. M., pubbl. nel 1610), giunse ad una geniale e personalissima sintesi del vecchio e del nuovo stile: "la gravità dell'antica polifonia mista alle invenzioni dell'epers" (A. Pirro).
Biel.: W. Meyer, Der Ursprung des Motets, Lipsia 1897: F. Ludwig, Repertorium... motectorum vetustissimi xiyii, ivi 1910: K. P. Kempers, Die Motetten von Clemens von Papa, Monaco 1925: I. Nyeses, Studien zur Geschichte der deutschen Motette, Bonn 1927; W. Steynon, Die burgundisch-niederländischen Motetten zur Zeit Oeheghena, Heidelberg 1931; G. Kulmann, Die 7 - stimmigen französischen Motetten des Koden Montpellier, Francoforte 1937: W. Apel, Harvard dictionary of musik, Cambridge (Mass.) 1947, pp. 457-62 (con bibl.). Edgardo Carducci Agustini
MOTTOLA (Mutyla, Motula). - Antica diocesi suffraganea di Taranto, in provincia di Lecce. Andata in rovina l'antica città Mateola, fu ricostruita la nuova nel 1023 denominata Mutyla o Motula, oggi M.; allora venne eretta in diocesi e il suo primo vescovo morì nel 1040.
La città venne saccheggiata alla fine del sec. xv. Nel 1557 il vescovo S. Rebiba venne creato cardinale e ritenne la diocesi in amministrazione. L'ultimo suo vescovo fu M. Palmieri nel 1798.
Il papa Pio VII, nel 1818 con la lettera De utiliori, soppresse la diocesi, unendola a quella di Castellaneta. L'antica Cattedrale dedicata alla B. V. Assunta è del sec. xv, ma non sussistono che alcuni archetti sul fianco nord, il resto fu trasformato nel sec. xvi. Nei pressi di M. sono alcune cripte basiliane; le più note sono quelle di S. Gregorio, a tre navate e tre absidi, e di S. Nicola con notevoli affreschi.
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Bibl.: Ughelli, IX, p. 159; X, p. 286; Eubel, II, p. 197; III, p. 251 ; IV, p. 250 .
Enrico Josi
«MOTU PROPRIO». - Indica in genere il documento relativo ad una concessione fatta da un sovrano di propria iniziativa, sia essa reale o fittizia, prendendo il nome dalle prime parole con le quali di solito comincia il testo. Tale formola è adottata o per giustificare il carattere straordinario della concessione o per produrre determinati effetti giuridici a favore del beneficiario.
Nella Cancelleria pontificia costituisce un particolare tipo di documento già dal sec. XV e dura anche al presente: scritto su carta, porta in alto il nome del papa a somiglianza dei brevi e comincia con le parole "M. p. n; la sottoscrizione, autografa del papa, era espressa con la formula "Placet m. p.", seguita dall'iniziale del suo nome di Bercesimo (oggi manca la formula "Placet" e il nome è quello da regnante); è privo di sigillo e di altre formalità.
Bibl.: C. Paoli, Diplomatica, nuova ed. a cura di G. C. Bascopè, Firenze [1942], p. 442 g .
Giulio Battelli
MOLKDEN, ARCIDIOCESI di. Situata nella parte sud-occidentale della Manciuria, consta di nove prefetture civili e cioè: Si-an, Tungfen, Sifeng, Kayuan, Tiehling, M., Simmin, Liaochung, Laioyang. La prefettura di M. è la più importante, la più popolata, se non la più estesa. Prima dell'attuale stato, questa missione è passata attraverso molteplici mutazioni. Il 14 ag. 1838 venne creato il vicariato apostolico di Leaotung, per dismembramento della diocesi di Pechino, con giurisdizione "su tutte le regioni della Tartaria, ossia Mongolia e Manciuria, già soggette al vescovo di Pechino" e venne affidato al Seminario delle Missioni estere di Parigi. Nel 1840 fu distaccato il vicariato apostolico di Mongolia (oggi diocesi di Siwantze). Dalle tre province restanti, M., Kirin e Heilungkiang, il 10 maggio 1898 , furono smembrate le province di Kirin e Heilungkiang per la creazione del vicariato apostolico di Manciuria settentrionale (oggi, parzialmente, diocesi di Kirin), mentre il residuo territorio assunse la denominazione di Manciuria meridionale che il 3 dic. 1924 veniva mutata in quella di M. L'1 1 apr. 1946 il medesimo vicariato fu elevato ad arcidiocesi metropolitana con quattro suffraganee e cioè: Kirin, Fushun, Szepingkai e Yenki. Il 14 luglio 1949 l'arcidiocesi, nuovamente dismembrata per l'erezione della diocesi di Ying-Kow, venne trasferita dalla Società delle Missioni estere di Parigi al clero secolare cinese. Fra il sec. xviri e il xix, la Manciuria fu visitata più di una volta da qualche sacerdote cinese, quivi
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(da G. Battelli, Exempla scripturarum, III, Città del Vaticano 1823, tav. 29) Motu proprio - M. p. di Clements XII (23 luglio 1735). Da notare la parte autografa del Papa: "Placet motu proprio L(aurentio)" - Archivio Vaticano, A. A. Arm. 1-XVIII, 257.
Sier, antica capitale del Bourbonnais. Si estende per 7381 kmq . con una popolazione di 375.845 ab. dei quali ca. 350.000 cattolici; comprende 320 parrocchie, ripartite in 4 arcipreture e 48 decanati; conta 275 sacerdoti diocesani e 104 regolari, grande e piccolo seminario, 8 comunità religiose maschili e 22 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 279).
Il primo documento relativo alla città di M. è del 1147, quantunque in più luoghi si siano ritrovati resti di ville, posti fortificati e necropoli gallo-romane lungo la strada romana che da Lione portava a Cherbourg. Borgo modesto nel sec. xir, prese il suo nome dai mulini situati lungo le rive dell'Allier e lo stagno di Brechimbault (oggi edificio delle Poste e del Teatro). Arcimbaldo VI di Borbone-Dampierré accordò a M. le franchigie comunali; tra il 1269 e il 1290 venne edificato l'Ospedale di S. Giuliano. In quel tempo M. era dotata di due cappelle, dedicate a s. Pietro, la prima dove ora sorge la Cattedrale, la seconda, detta St-Pierre-de-Bourgogne, eretta nel 1250. Il duca Luigi I di Borbone iniziò ca. il 1340 la costruzione del castello, finito solo nel 1370 da Luigi II. Nel 1788 il papa Pio VI creò la diocesi di M. e prime vescovo doveva esserne mons. De Gallois de la Tour, allora residente in M. quale vicario generale del vescovo di Autun, ma tutto restò sospeso per la Rivoluzione. La sede ristabilita nel 1817 ebbe il primo titolare nel 1822 ; essa venne formata per smembramento delle diocesi di Autun, Bourges e Clermont-Ferrand. Organizzatore della diocesi fu mons. A. de la Grange de Pons (1823-49); tra i suoi successori si ricordano mons. P. S. de Dreux-Brezé (1850-93); E. Dubourg (1893-1906).
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La diocesi è suffraganea di Sens. La prima pietra della Cattedrale (Notre-Dame) fu posta nel 1468 dalla duchessa Agnese di Borbone per sostituire la cappella di S. Pietro, divenuta collegiale nel 1386. L'edificio si compone di un coro in stile gotico circondato di un deambulatorio a pianta rettangolare del tipo di St-Germainl'Autorrois di Parigi e di St-Jean-de-Troyes. Circa la metà del sec. xix vi si aggiunse una triplice navata a 5 campate e una facciata circoscritta da due alte torri. Le vetrate del coro sono del sec. xvi e rappresentano storie di s. Caterina, la Crocifissione, la Madonna, l'Albero di Jesse, episodi d'una crociata, martirio di s. Barnaba, Annunciazione e Assunzione di M. Vergine, con ritratti degli offerenti. Vi si venera una statua lignea della Madonna con il Bambino detto la "Vierge noire" attribuita al sec. xir (E. Mâle, L'art religieux de la fin du moyen age en France, Parigi 1931, p. 288). Nella sacrestia si conserva il trittico detto del "le maître de M." tavola del 1498 rappresentante l'Assunta; ai lati s. Anna e s. Pietro presentano alla Vergine il duca Pietro II, con la moglie Anna de Beaujeu e la figlia Susanna. Il papa Pio XII il 27 ott. 1949 elevò la cattedrale di M. al grado e dignità di basilica minore (AAS, 42 [1950], pp. 548-49). La chiesa di St-Pierre-des-Menestreaux fu eretta tra il 1400 e il 1450 dove ora è la Biblioteca: la cappella del convento dei Giacobini (1515-20) è oggi occupata dalla chiesa del S. Cuore (1844-70). La chiesa di S. Pietro (1470-97) occupa il luogo dove nel 1352 era la chiesa dei Carmelitani distrutta nel 1411 . Il campanile è del sec. xix. L'antico collegio dei Gesuiti, eretto nel 1604 su disegno del p. Martellange, è oggi trasformato in Palazzo di Giustizia. Nel Monastero della Visitazione di M. ebbe inizio la devozione al S. Cuore di Gesù; s. Giovanna Francesca di Chantal vi morì nel 1641. Oggi è sede del Liceo Banville e nella Cappella si conserva la sontuosa tomba del duca di Montmorency (1648).
Nel territorio della diocesi si trova a Souvigny (Sylviniscum) l'abbazia di S. Pietro, eretta dall'abate Bernone nel 916. Suoi successori furono s. Maiolo (m. nel 994) e s. Odilone (m. nel 1049). La chiesa iniziata da Odilone fu consacrata nel 1064 da Pier Damiani. Venne restaurata dal 1424 al 1444; poi passò in commenda. La chiesa (m. 83 × 38 ) contiene i mausolei dei duchi di Borbone. Una colonna ottagona è sormontata da un capitello con rozze scene relative al privilegio di batter moneta, ottenuto dai monaci alla fine del sec. xi. La Biblioteca abbaziale, ricca di codici miniati, passo nel 1790 parte in quella della città di M., parte alla Nazionale di Parigi. Ma la preziosa Bibbia dell'abbazia si conserva nel Museo Mantis di M. istituito nel 1910 (L. Brehier, La Bible de Souvigny et la Bible de Clermont, in Bulletin de la Société d'émulation Bourbonniste, 1910, pp. 240-55). Il monastero di St-Lieu-Sept-Fonds (septem fontes) presso Bourbon-Lancy fu fondato dai Cistercensi nel 1152, soppresso nel 1789, restaurato dai Trappisti nel 1836; la chiesa abbaziale fu distrutta durante la Rivoluzione (Cotrineau, II, coll. 1310-11). Tra i santuari venerati si ricordano quelli di Notre-Dame di St-Germain des Fossés e di St-Georges a Bourbon l'Archambault.
BinL.: A. Faure, Histoire de M., 2 voll., Moulins 1900; J. Locquin, Notors et M., Parigi 1913; J. Clement, Un double centenaire, Moulins 1923; Guide de la France chrétienne et mis-

(per cortesia del prof. E. Jusi)
Moulins, diocesi di - Veduta della città.
sionnaire, 1948-49, Parigi 1948, pp. 364, 643-47, 1061-62. Per Souvigny: A. Limagne, Souvigny, son histoire, son abbaye, son église, Montluçon 1910; L. Brehier, L'église romane de Souvigny et les dates de sa construction, in Revue Mabillon, II (1922), pp. 1-12; 13 (1924), pp. 13-17; id., L'art de la miniature au moyen-âge et la ville de Souvigny, in Bulletin de la Société Bourbonnaise, 1923, pp. 39-52; Cottineau, II, coll. 3073-75. Enrico Josi
MOUNDOU, PREFETTURA APOSTOLICA di. - Nell'Africa centrale. Il 9 genn. 1947 fu eretta la prefettura apost. di Fort Lamy (v.), affidata ai Gesuiti, e furono
rettificati i confini con la prefettura apost. di Berberati e il vicariato apost. di Bangui.
Dopo la pubblicazione della bolla di erezione della prefettura apostolica di Fort Lamy e il decreto di cambiamenti dei confini sorsero dubbi circa la competenza su alcuni territori. Per regolare con maggiore esattezza confini e per promuovere meglio l'evangelizzazione del vastissimo territorio, il 17 maggio 1951 la regione del Ma-
yo-Kebi è stata assegnata alla prefettura apostolica di Garoua, ove sono gli Oblati di Maria Immacolata; la regione del Moyeu-Chari è rimasta alla prefettura apostolica di Fort Lamy; la regione del Logone è stata eretta in prefettura apostolica di M., capoluogo della regione, ed affidata ai Cappuccini. In tal modo i confini tra la nuova prefettura apostolica di M. e quella di Berberati coincidono con i limiti tra la colonia del Tchad e la colonia dell'Oubangui-Chari.
La nuova prefettura ha 460.000 abitanti, di razza Sara, finora refrattari all'Islâm e di sani costumi, assai poco dediti al feticismo, desiderosi di convertirsi. Vi sono tre stazioni, di cui importanti sono quelle di M. e Doba e quella di Kelo è agli inizi. Cattolici 9000 e un gran numero di catecumeni. I protestanti vi si sono stabiliti prima dei cattolici.
BinL.: AAS, 42 (1951), pp. 656-57. Saverio Paventi
MOUNIER, Emmanuel. - Filosofo, n. a Grenoble il 1° apr. 1905, m. a Parigi il 22 marzo 1950.
Lasciò gli studi giovanili di medicina per darsi alla filosofia ed a Grenoble fu allievo di J. Chevalier. Nel 1929, a Parigi, lo studio degli scritti di C. Péguy lo orientò verso il dinamismo dell'attività sociale e fondò nell'ott. 1932 la rivista Esprit, per diffondere le sue idee filosofiche e sociali. Nel 1936 lanciò il suo programma (Le manifeste au service du personnalisme, in Esprit, 4 [1936], pp. 1-210), le cui idee trovarono sostenitori in Francia ed all'estero.
M. ha lasciato molti scritti di carattere critico-religioso e filosofico-sociale. Tra i primi : La pensée de Charles Péguy (Parigi 1931); L'affrontement chrétien (Neuchâtel 1944); Liberté sous conditions (Parigi 1946); Feu la chrétienté (ivi 1950); in essi fa una disamina del cristianesimo non in termini teologici, ma in termini stocicosociali. Tra i secondi notevoli : Revolution personnaliste et communautaire (ivi 1935; trad. it., Milano 1949); De la propriété capitaliste à la propriété humaine (ivi 1936; trad. it., Brescia 1947); Introduction à l'existentialisme (ivi 1946); Traité du caractère (ivi 1946; trad. it., Alba 1949); Qu'estce que le personnalisme (ivi 1947; trad. it., Torino 1948).
Del suo pensiero filosofico, noto con il termine "per-
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sonalismo ", M. formula il seguente giudizio : "il personalismo si distingue rigorosamente dall'individualismo e sottolinea l'inserzione collettiva e cosmica della persona" (A. Lalande, Vocabulaire technique et critique de la philosophie, 5^{text {e }} ed., Parigi 1947, p. 738 ).
BibL.: J. Daniélou, La mort d'E. M., in Etudes, 263 (1920). pp. 250-51; G. Bovens, E. M., in Il Ponte, 6 (1950), pp. 712-19; autori vari, E. M., numero speciale di Esprit, 18 (1920), pp. 721 1079.
Raffaele Garzia
## MOVIMENTO DEI GRUPPI DI OXFORD : V. BUCHMANISMO.
## MOVIMENTO LAUREATI DI AZIONE
GATTOLICA. - E una delle «associazioni nazionali» di cui si compone l'Azione Cattolica Italiana (v.).
I. Organizzazione. - L'organizzazione del Movimento è a base nazionale e diocesana, non parrocchiale. Comprende persone di ambo i sessi provviste di laurea, o titolo equivalente, in una Facoltà civile od ecclesiastica o letterati o artisti di professione, che intendono collaborare ai fini dell'Azione Cattolica. Lo Statuto dell'Azione Cattolica fissa per il Movimento i seguenti scopi speciali : 1) completare la formazione religiosa, intellettuale e morale dei soci; 2) assisterli per la fedele applicazione dei principi cristiani nelle singole professioni; 3) svolgere opera di apostolato in mezzo alle classi colte; 4) assicurare all'Azione Cattolica il contributo delle particolari competenze dei laureati.
Il Movimento dei laureati è retto da una Presidenza centrale (un presidente e un vi