volume-08

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e ai fini dell'Azione Cattolica. Lo Statuto dell'Azione Cattolica fissa per il Movimento i seguenti scopi speciali : 1) completare la formazione religiosa, intellettuale e morale dei soci; 2) assisterli per la fedele applicazione dei principi cristiani nelle singole professioni; 3) svolgere opera di apostolato in mezzo alle classi colte; 4) assicurare all'Azione Cattolica il contributo delle particolari competenze dei laureati.

Il Movimento dei laureati è retto da una Presidenza centrale (un presidente e un vicepresidente, nominati per un triennio dalla S. Sede, un segretario e un tesoriere), da un Consiglio centrale composto dei membri della Presidenza, di un congruo numero di consiglieri eletti dall'assemblea centrale e dei presidenti delle "Unioni professionali" (organismi promossi dal Movimento dei laureati in corrispondenza alle esigenze particolari delle singole professioni e che raggruppano anche laureati non appartenenti all'Azione Cattolica); da un'Assemblea centrale, composta dei membri del Consiglio centrale e dei presidenti dei gruppi diocesani. Assistono il Movimento un assistente ecclesiastico centrale, nominato dalla S. Sede; e, in ogni "gruppo", assistenti ecclesiastici nominati dai singoli vescovi. I particolari organizzativi sono fissati in un regolamento interno. Dal 1947 il Movimento dei laureati fa parte del Mouvement international des intellectuels catholiques il cui Secrétariat ha sede a Friburgo, in Svizzera, e che è uno dei due rami di Pax Romana.
II. Strona. - Durante il Congresso nazionale delle Associazioni universitarie di Azione Cattolica (nelle quali riviveva la FUCI dopo lo scioglimento del 1931) tenuto a Cagliari nel sett. del 1932, in una propria riunione del giorno 5 , i laureati presenti espressero in un ordine del giorno un voto, che il presidente della FUCI dott. Igino Righetti avrebbe trasmesso a Pio XI, per costituire "gli organi necessari a prestare ai laureati un'assistenza spirituale ed intellettuale adeguata alle loro specifiche esigenze e ad impegnare più efficacemente, nel lavoro generale dell'Azione Cattolica, le particolari competenze dei laureati stessi ". I laureati votanti furono 84 .

In un'udienza concessa ai reduci del Congresso, Pio XI approvava il voto relativo all'assistenza religiosa ai laureati ed esprimeva - secondo il comunicato ufficiale dell'udienza - "la sua volontà di benedire in modo specialissimo l'altro notevole postulato: l'organizzazione, la cooperazione dei laureati, nel senso e nello spirito d'Azione Cattolica e d'Azione Cattolica universitaria ". La denominazione "M. L. di A. C." era già apparsa a Venezia in uno statuto per un gruppo di laureati, provenienti dalla FUCI, elaborato nel 1926. Ma all'iniziativa non era mancata una certa opposizione da parte della stessa Azione Cattolica, preoccupata che i pochi elementi colti venissero sottratti alle organizzazioni di massa. Fu mezzo del Righetti aver portato il problema ad una nuova formulazione: se gli elementi colti non erano numerosi in quelle organizzazioni, bisognava riconoscere la neces-
sità di agire nel campo della cultura conformemente ai bisogni e alla mentalità della gente colta.

Dopo l'approvazione pontificia, nel 1933, passava ai laureati la rivista Studium e nel corso della "Settimana sociale" tenutasi a Roma i compiti del nuovo Movimento furono illustrati da una relazione del Righetti; ancora più attiva risultò le partecipazione alla "Settimana" di Padova dal 1934. Nel 1935 si pubblicò il primo Bollettinolaureati allegato a Studium. Nel genn. 1936 si tenne a Firenze il primo Convegno nazionale; in quell'occasione mons. Adriano Bernareggi, vescovo conduttore di Bergamo e presidente delle Settimane sociali dei cattolici italiani, fu nominato assistente centrale del nuovo Movimento. Nel sett. dello stesso anno si tenne una "Settimana di cultura religiosa" a Camaldoli. Tosto si delinearono alcune iniziative, che, accanto alla rivista Studium, restarono fondamentali per l'attività del Movimento dei laureati, quali i convegni e i congressi nazionali e le "Settimane estive di cultura religiosa ". Particolarmente difficile riusci l'attività negli anni ' 38 e ' 39 a causa dell'arbitrio, allora più sfrenato, esercitato dal governo fascista. Nel ' 39 il Movimento sostituiva il foglio precedente allegato alla rivista con un organo ufficiale dal titolo Bollettino di Studium. Il 17 marzo di quell'anno moriva, a 32 anni di età, Igino Righetti, promotore e presidente del nuovo organismo. Continuavano, fino al ' 42 , i convegni, i congressi e le "Settimane di cultura religiosa"; quest'ultima nel ' 43 fu sostituita da un incontro a Camaldoli di studiosi di problemi sociali che posero le basi di quello che poi divenne il Codice sociale di Camaldoli. Intanto il 20 apr. 1941, in una memorabile udienza, Pio XII aveva delineato ai laureati quelli che sono i doveri dell'intelligenza cattolica.

Con lo fine della guerra si innestarono sul tronco del Movimento le Unioni professionali; anche per i docenti universitari sorse un Comitato centrale che si onoro della presidenza di Gaetano De Sanctis. Nel ' 46 con i nuovi Statuti il Movimento divenne uno dei rami dell'A. C. I., accanto a quelli tradizionali, abbandonando la semplice fisionomia di segretariato. Dal genn. 1947 l'organo ufficiale Coacienza sostituì il Bollettino di Studium. Nuovo riconoscimento venire infine al Movimento dei laureati dall'Esortazione intorno all' A. C. indirizzata all'episcopato italiano da Pio XII il 25 genn. 1950, in cui il Papa esprimeva il desiderio che questo Movimento non mancasse in alcuna diocesi.
III. Metodo e attività. - Il Movimento propone agli iscritti la più ampia libertà di forme, purché sostenuta dalla serietà del metodo nel perseguirlo. Nel campo religioso imposta alcune attività, quali la preparazione alle grandi solennità di Natale, Pasqua e Pentecoste, corsi di esercizi spirituali e ritiri, partecipazione attiva alla vita liturgica. Nel campo culturale organizza localmente corsi di cultura religiosa, deah incontri per l'esame di problemi interessanti l'uomo moderno e specie di moralità professionale e "gruppi" del Vangelo. Importanza particolare hanno le "Settimane estive di cultura religiosa ", iniziativa a carattere nazionale, che dopo quella di Camaldoli nel 1936 sono arrivate a sette in luoghi diversi nel 1951. In esse, sotto la guida di valenti maestri di teologia, viene proposto ai laici ogni anno un tema fondamentale della dottrina cattolica; alle lezioni poi si alternano comunicazioni, in cui i partecipanti, in base alla propria cultura ed esperienza professionale, riferiscono su problemi inerenti all'insegnamento dei teologi. La giornata si chiude con una meditazione dettata da un maestro di spirito su argomento relativo al tema generale di modo che risulti il valore spirituale della dottrina studiata.

BibL.: Atti del primo Convegno Laureati, Roma 1936; Le settimane di Camaldoli, Cronache ed appunti (1936-1942), ivi 1942; Per una coacienza sociale, Atti del Convegno 1942 dei laureati cattolici, ivi 1943; Il valore dell'azione. Atti della settimana di cultura religiosa per laureati (1942), ivi 1943; Per la comunità cristiana, Principi dell'ordinamento sociale a cura di un gruppo di studiosi amici di Camaldoli, ivi 1945; Il M. L. di A. C., Notizie e documenti 1932-47, ivi 1947; e inoltre: A. Baroni, Igino Righetti, ivi 1948; Les intellectuels dans la chretienté, ivi 1948. Angelo Gaiotti

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(per carticio di nous. A. P. Frutaz) Moyé, Jean-Martin, venerabile - Avis aux âmes charitables d'Europe (7 on1. 1779). Autografo conservato nell'archivio delle Suore della Provvidenza - Portieux.

MOYÉ, Jean-Martin, venerabile. - Missionario apostolico, fondatore delle Suore della Provvidenza in Lorena e delle «Vergini cristiane» insegnanti in Cina, n. a Cutting (oggi diocesi di Nancy) il 27 genn. 1730, m. a Treviri il 4 maggio 1793. Sacerdote il 9 marzo 1754, si dedicò al ministero pastorale per 17 anni nella sua diocesi di Metz.

Fondò il 14 genn. 1762 la Congregazione delle Suore della Provvidenza, onde assicurare l'insegnamento gratuito nei villaggi più sperduti delle sua diocesi. Avendo maturato il pensiero di recarsi missionario in Cina, chiese nel 1769 l'aggregazione al Seminario delle Missioni Estere di Parigi; il 28 marzo 1773 raggiunse Chengtu, capitale del vicariato apostolico dello Szechwan. Mons. F. Pottier, vicario apostolico, lo scelse quale suo provicario e dopo alcuni mesi gli affidò come campo di apostolato i vastissimi territori dello Szechwan orientale e della provincia del Kweichow. Il M. vi spiegò per dieci anni (sett. 1773 -luglio 1783) uno zelo veramente eroico, cercando nuove forme di apostolato, che suscitarono vivaci contrasti e polemiche tra i cinque confratelli missionari del vicariato; il suo principale avversario fu mons. Giov. Desiderio di St-Martin, coadiutore di mons. Pottier. Il M. vi zelò il Battesimo dei bambini di genitori pagani in pericolo di morte, divenendo un precursore dell'Opera della S. Infanzia (interessante al riguardo il suo Avis aux âmes charitables d'Europe del 7 ott. 1779); introdusse speciali esercizi di pietà e pratiche ascetiche fra i suoi cristiani; istituì le «Vergini cristiane», destinate all'educazione della gioventù femminile, istituzione tuttora fio-
rente in Cina; lottò vittoriosamente contro i contratti usurai vigenti purtroppo anche fra i cristiani; compose vari libri di pietà in lingua cinese volgare, oggi ancora in uso. Esasuto dalle dure penitenze e dall'incessante lavoro, compiute nell'immenso territorio a lui affidato, chiese di ritornare in Europa. Raggiunta Parigi nel 1784, ottenne di potersi ritirare nella sua Lorena dove attese alla predicazione delle missioni popolari e allo sviluppo dell'Istituto delle Suore della Provvidenza. La Rivoluzione Francese non rallentò il suo zelo; anzi egli fu particolarmente largo di aiuti e di consigli ai sacerdoti perseguitati. Per salvare l'Istituto delle Suore emigrò con un gruppo di esse a Treviri (nel 1791), ove, due anni dopo, prodigandosi in una epidemia di tifo, fu colto dalla morte. La causa di beatificazione e canonizzazione del M. fu introdotta il 14 genn. 1891 e l'eroicità delle virtù proclamata il 21 maggio 1943 (AAS, 38 [1946], pp. 287-90).

Degli scritti del M. si ricordano i più importanti: Le dagme de la Grâce (a voll., Nancy 1774); Relation de ce qui m'est arrisé en Chine pendant dix ans, scritta nel 1784, conservata nell'archivio delle Suore della Provvidenza a Portieux; Le directoire des Soeurs de la Providence de Portieux contenant les ouvrages écrits pour elles par M. M. a cura del sac. Puy-Pény, 1858; 2° ed., a cura di J. Marchal, Parigi 1874.

Bibl.: J. Marchal, Vie de M. l'abbé M. de la Société des Missions étrangères, fondateur de la Congregation des Soeurs de la Providence, en Lorraine, et des Vierges chrétiennes directrices des écoles des filles au Savichuen, en Chine, Parigi 1872; L. Guiot, La mission du Savichuen au XVIII e siècle. Vie et apostolat de mgr Pottier son fondateur, ivi 1892 (opera parziale nei riguardi del M.); G. Goyau, 7.-M. M., missionnaire en Chine (1772-83). Un decanrier de l'Oeuvre de la Sainte-Enfance, ivi 1937: [F. Antonelli]. Disquisitio circa fonies historicos causans requiientes et circa quaesione peculipres animadversiones super virtutibus [Servi Dei 7. M. M.] (S. R. Congr. Sect. Historica, 62). Città del Vaticano 1944 (studio critico circa le fonti biografiche e le difficoltà del M. in Cind); R. Plus, 7.-M.M. des Missions étrangères fondateur des Soeurs de la Providence, Parigi 1947.
A. Pietro Frutaz

MOYOBAMBA. - Città e prelatura nullius nel dipartimento di S. Martin nel Perù. La prelatura confina a nord col vicariato apostolico di S. Gabriele della Addolorata di Maranou: ad oriente col vicariato apostolico di Ucayali; a sud con la diocesi di Huanuco; ad occidente con parte della detta diocesi e con quella di Chachapayas.

Ha una superfice di 45.002 mathrm{kmq}. con una popolazione di 136.000 ab. dei quali 125.000 cattolici. Conta 9 parrocchie servite da 2 sacerdoti diocesani e 9 regolari, un seminario, i comunità religiosa maschile e i femminile (Ann. Pont., 1951, p. 631).

La prelatura fu creata dal papa Pio XII con la cost. apost. Romanus Pontifex del 7 marzo 1948 per smembramento della diocesi di Chachapayas del dipartimento civile di San Narbin, comprendente le sei province di Moyobamba, Lamas, Huallaga, Mariscal, Caceres, Rioja e Tarapoto, elevando in pari tempo a chiesa prelatizia la chiesa parrocchiale di S. Giacomo Apostolo esistente in M. La prelatura è suffraganea di Trujillo.

Bibl.: AAS, 40 (1948), pp. 229-31. Enrico Josi
MOZAMBICO. - Colonia portoghese nella Africa australe (detta anche Africa orientale portoghese) chiusa fra i territori del Tanganica, del Niassa, della Rhodesia e dell'Unione Sudafricana.

E ampia 771.125 kmq., cioè oltre due volte e mezzo l'Italia, e consta di una serie di altopiani di formazione granitica sormontati qua e là da rilievi isolati (Monte Namuli, 2700 m .) e preceduti lungo l'esteso litorale da una fascia pianeggiante che si allunga a mezzodi dello Zambesi. Il territorio è, anche per le sue condizioni climatiche (caldo asciutto sugli altopiani), atto all'insediamento dei bianchi, e si presta a diverse colture tropicali, prima fra tutte quella della canna da zucchero (e anche estone, arachidi, riso, palma del cocco, ecc.). Scarsa l'importanza dell'allevamento; notevoli, forse, le risorse minerarie, ma quasi intatte finora (si estrae poco oro e carbone).

La popolazione ( 63 milioni di ab.) è costituita da negri

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Mozambico - 1) Confini di Stato o di Colonia; 2) confini di circoscrizione ecclesiastica; 3) ferrovie.
bantu e mulatti. Gli Europei sono ca. 30 mila. Il capoluogo, Lourenço Marques ( 70 mila ab.), è il porto principale, sbocco del vicino Transvaal.

BikL.: E. Moreira, Portuguese East Africa, Londra 1936; E. G. Jacole, Das Portugiesische Kolonialreich, Lipsia 1940; D. Costa, M. nossa terra, Lisbona 1942; M. Costa, Bibliografia general de M., ivi 1946.

Giuseppe Carsci
Evangelizzazione. - L'attività del clero della piccola isola di M. lungo le coste dell'Africa sudorientale, che serviva dal 1500 di scalo nei viaggi verso l'India, si limitava ai Portoghesi. Soltanto nel 1559 i Gesuiti di Goa iniziarono la missione tra gli indigeni nell'Inhambane e nel Regno di Monomotapa. Dopo i primi successi la missione finì con il martirio del p. Gonzalo da Silveira.

Dal 1563 i Domenicani cominciarono l'evangelizzazione degli indigeni sul Fiume Zambesi. Nel 1607 i Gesuiti tornarono al lavoro tra i negri. Nel 1612 il M. fu distaccato dall'arcidiocesi di Goa come vicaria o amministrazione perpetua, dal 1783 prelatura con vescovo titolare. La missione tra i negri fece progressi, estendendosi dopo la vittoria dei Portoghesi sul Monomotapa nel 1629 anche a questo Regno. Ma nel sec. xvir cominciò il regresso della missione, causato dall'accanita resistenza e dai contrattacchi dell'islam, dalla tratta degli schiavi e dalla deficienza di missionari capaci. Scacciati i Gesuiti nel 1759,
l'attività missionaria diminuì ancor più, tanto che nel 1822 i Domenicani, i soli missionari rimasti, servivano 6 chiese in tutto. Con la soppressione degli Ordini religiosi nel Portogallo e nelle colonie nel 1834, la missione era praticamente terminata. Solamente verso la fine del secolo l'attività missionaria fu ripresa dai Gesuiti, arrivati nel 188 r nello Zambesi inferiore; con grandi sacrifici fondarono 7 stazioni e le conversioni si moltiplicarono. La missione portoghese nel M. stesso fu rinnovata per l'opera del prelato Antonio José de Sousa Barroso (1891-97), che fondò parecchie stazioni affidandole a sacerdoti secolari zelanti. Però il loro numero era troppo piccolo per realizzare successi su grande scala. Nel 1898 i Francescani portoghesi vennero in aiuto. I Gesuiti invece furono di nuovo scacciati dopo la Rivoluzione portoghese del 1910. Succedettero i Padri del Verbo Divino nelle missione dello Zambesi, scacciati a loro volta a causa della guerra mondiale nel 1915; il clero secolare e i Francescani presero il loro posto. Nel 1922 i Montfortani iniziarono una missione nel M., nel 1926 i Missionari della Consolata; ambedue con lenti e scarsi risultati tra la popolazione manmettana e sotto l'influenza dell'islâm. L'accordo missionario del 1940 tra la S. Sede e il Portogallo stabili la divisione del M. in 3 diocesi : arcidiocesi di Lourenço Marques con le suffraganee di Beira e Nampula. Nuove forze missionarie sopraggiunsero. A Lourenço Marques, il cui arcivescovo T'odosio Clemente de Gouveia (dal 1936 prelato, dal 1941 arcivescovo) fu onorato da Pio XII nel 1948 della porpora cardinalizia, lavorano, oltre il clero secolare e i Francescani, i Missionari della Società di Cucujães, gli Eucaristini olandesi (dal 1947) e i Lazzaristi nel seminario (dal 1942). Nella diocesi di Beira i Francescani lavorano nella regione marittima, i Gesuiti ricostruiscono la missione dello Zambesi e dal 1945 i Padri Bianchi sono incaricati di un territorio proprio. Nella diocesi di Nampula sono all'opera i Missionari di Cucujães, i Montfortani, i Missionari della Consolata e dal 1947 i Cappuccini. Questa nuova organizzazione ha dato una nuova vita a quelle missioni che non dipendono da Propaganda ma dalla S. Congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari. Il numero dei cattolici da 30.000 nel 1936 si è elevato fino a 131.000 nel 1947 tra una popolazione totale di 5 milioni.

BikL. : L. Kilger, Die erste Mission unter den Bantsutämmern Ostafrikan, Münster 1917; id., Die ersten zwei Jahrhunderte ostafrikanischer Mission, in Zeitschrift für Missionswissenschaft, 7 (1917), pp. 97-108; A. L. Farinha, A expansão da fe na Africa e no Brasil, Lisbona 1942, pp. 295-377; A. Brásio, A igreja em Mozambique, in Portugal em Africa, I, ivi 1944, pp. 285-300; A. Gatin, Rayons de grâce au Mozambique, in Grande lacs, 62 (1946-47), pp. 405-13. Giovanni Rommerskirchen

MOZARABICA, LITURGIA. - Liturgia usata ufficialmente nella Spagna fino alla seconda metà del sec. XI, in cui si impose la liturgia romana, ma conservata nei secoli seguenti, dal XII al XV, in alcune parrocchie di Toledo e, dal sec. xvr ai nostri giorni, nella cappella del "Corpus Christi" della primaziale di Toledo.

1. Origine. - Si può affermare sicuramente che la liturgia m. nel suo insieme non è di origine orientale, ma

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occidentale, e in essa il carattere generale e i numerosi riti furono importati dall'Italia, probabilmente da Roma, dai primi predicatori del Vangelo in Spagna: il resto è opera dei vescovi, dottori, letterati, musici della penisola (cf. M. Fèrotin, Liber ordinum, cit. in bibl., p. xili). Liturgia quindi nettamente di origine latina, precisamente romana nei suoi inizi, però sviluppato specialmente dal sec. vi (in cui l'unità politica, attuata dal re Leovigildo, diede impulso all'unità liturgica, con la conversione di suo figlio Recaredo alla fede cattolica [587]) fino all'inizio del sec. vit nell'ambiente patrio senza altre influenze straniere. A plasmare questa unità furono i padri dell'epoca visigotica, fra cui maggiormente benemeriti : Pietro di Lerida (secc. v-vi), s. Leandro di Siviglia (m. nel 599), Giovanni, vescovo di Saragozza (m. nel 631). Meritano speciale menzione gli arcivescovi di Toledo che con grande impegno lavorarono non solo nel restaurare la liturgia, ma anche nell'arricchirla di nuovi elementi: Eugenio (m. nel 637), che ebbe un interesse speciale per il canto che da lui si chiamò canto eugeniano; s. Ildefonso (m. nel 669), autore di molte messe e di alcuni cantici in onore di s. Leocadia di Toledo; s. Giuliano (m. nel 690), che compose inni ed un Messale.
II. Abolizione. - Nel sec. xI si ha l'abolizione ufficiale della liturgia m. in Spagna per lo meno in Castiglia, Aragona e Navarra, nonostante restino indizi che in alcuni luoghi, anche dopo, la celebrazione della liturgia m. era unita a quella romana, e quest'ultima subì non poco l'influenza di quella fino all'unificazione nella Messa e nell'Ufficio divino con l'edizione del Messale e Breviario di s. Pio V. Causa di questa abolizione fu in primo luogo l'uso dei testi m. fatto da Elipando di Toledo e Felice di Urgel a conferma del loro errore adozionista, che determinò forte avversione e un'aperta ostilità verso il rito m . e indusse le legazioni pontificie, inviate per esaminare i riti, ad abolirlo.

A quanto sembra, la celebrazione della Messa e dell'Ufficio Romano in sostituzione di quello m., si iniziò nel monastero di S. Salvador de Leyre (Navarra) nel ro67, sotto il Regno del re Sancho. Lo stesso avvenne nel marzo del 1071, nel monastero angoinese di S. Juan de la Peña. Mancano dati sicuri sulla introduzione del rito romano nel territorio catalano, ma si può con assai probabilità affermare che nei secc. viit e xi vi fu una coesistenza dei due riti o una influenza del rito romano sul rito m., specialmente nel canto. I codici che si conservano nelle cattedrali di Vich e di Gerona sembrano confermare queste asserzioni. Gregorio VII continuò l'opera dei suoi predecessori, rivolgendosi al re di Spagna, all'abate di Cluny e al vescovo Simeone, facendo intravvedere il suo intento di conservare l'unità nella Chiesa attraverso l'unità liturgica. Conseguenza ne fu lo stabilirsi nei Regni di Castiglia e di León del rito romano, secondo la decisione del Concilio di Burgos nel ro80; buona parte in questo mutamento ebbero i monaci di Cluny ed anche la stessa regina Ines, prima moglie di Alfonso VI. L'esito ottenuto dal Papa non fu però completo. Toledo, ancora soggetta ai Mori, ritenne il suo rito proprio; ma caduta la città nelle mani di Alfonso VI (25 maggio 1085), questi e l'arcivescovo, con l'approvazione pontificia, imposero il rito romano; il rito m. sarebbe tuttavia rimasto nelle sei parrocchie esistenti, di S. Giusta e Rufina, S. Marco, S. Eulalia, S. Sebastiano, S. Luca e S. Torquato, come difatti si continuò a fare fino agli inizi del sec. xvi.

Altra causa che determinò il decadimento del rito m . fu il fatto che non esisteva né il Messale plenario né il Breviario, ma soltanto i libri particolari per coloro che intervenivano alla celebrazione degli Uffici liturgici. Vi fu pure il grave inconveniente che questi libri erano scritti con caratteri visigotici la cui lettura si fece sempre più difficile per la maggioranza dei lettori. Dimenticandosi a poco a poco l'Ufficio m. da parte di quelli che dovevano conservarlo, esso sarebbe inevitabilmente caduto in rovina se l'intelligenza e lo zelo del card. Francisco Ximenes de Cisneros non avesse disposto (1495) l'edizione del Messale (1500) e Breviario (1502) plenari e costituito la cappella m. del «Corpus Christi» nella Cattedrale primaziale di Toledo, nella quale ormai oggi unicamente sopravvive la liturgia m.

Non si può dire con ciò che la liturgia che si trova nel Messale e nel Breviario del Cisneros sia in tutta la sua purezza la liturgia m., perché è indubbio che, malgrado l'opera immensa della commissione di parroci presieduta dal canonico Ortiz, non si poté giungere a formulare la Messa e l'Ufficio secondo la vera liturgia ispanica.
III. Codici liturGici mozararici. - Le fonti letterarie del rito m. si trovano attualmente nei codici della cattedrale di Toledo, della Biblioteca nazionale di Madrid, dell'Accademia di Storia, della Biblioteca privata del Re di Spagna, di quella dell'abbasia di Silos, della cattedrale di León ecc., oltre che in varie biblioteche straniere, come la Biblioteca nazionale di Parigi, la Capitolare di Verona e il British Museum di Londra. I più importanti sono: il Sacramentario di Toledo (cod. 35.3), della seconda metà del sec. xi; l'Orazionale di Verona della fine del sec. vir o principio del sec. viit, il più antico dei codici m. proveniente dalla chiesa di Tarragona (cod. LXXXIX : ed. J. Vives, Barcellona 1946); il Liber Ordinum dell'abbasia di Silos del sec. xI; l'Antifonario di León, della fine del sec. Ix o principio del sec. x (cod. 8 della cattedrale di León). Tutti i codici che attualmente si conoscono, eccettuato l'Orazionale di Verona e l'Antifonario di León, sono del sec. x v xi, però è certo che sono copie di codici più antichi andati perduti, e dunque logicamente la liturgia che ci offrono è quella vivente in Spagna nei secoli anteriori.
IV. Messale mozararico. - Parte di questi codici furono rifusi nella compilazione del Messale gotico o m., pubblicato dal card. Francesco Ximenes de Cisneros: Missale mixtum secundum regulam beati Isidori, dictum mozaraber, Toledo 1500; altra ed., Roma 1755 a cura di A. Lesley e M. Azevedo (PL 85); altra ancora, Roma 1804, sotto gli auspici del card. F. A. Lorenzana.
V. Il Breviario mozararico. - Il Breviario gotico secondo la Regola di s. Isidoro, pubblicato pure a Toledo nel 1502, non contiene, come dice la prefazione, le preghiere "prout antiqui ea regula fruebantur simpliciter, sed secundum quid». Non si deve pensare con ciò che si siano inventate le orazioni, le letture, le antifone, ecc. ma che nel trasccrivere quelle che si conoscerà dai codici avuti sott'occhio l'Ufficio fu ordinato in maniera che fosse più facile poterlo recitare fondendo i due modi esistenti, il monastico e il cattedralizio, in uno solo. Il card. Lorenzana ne fece una nuova edizione (Madrid 1775).
VI. Horarium. - E il terzo libro attualmente in uso nella cappella m., e contiene l'Ufficio delle Ore minori; e in più il comune delle altre ore dei santi. Al principio vi è la Messa dell'apostolo s. Giacomo il Maggiore ed una esposizione introduttiva tanto della Messa come delI'Ufficio divino, del card. Lorenzana ancora arcivescovo di Mésico (Puebla de los Angela 1770; Toledo 1875).
VII. La Messa. - Che l'attuale Messa m. non sia in tutto quella ispanica, gotica o m. è atticamente certo; ma si andrebbe troppo oltre se si affermasse da questo fatto che essa sia una mescolanza che non ci lascia conoscere il vero "cursus" della Messa m. autentica. Sebbene in alcuni punti concreti esincida con la liturgia romana toletana, tuttavia in queste coincidenze è difficile vedere quale delle due sia stata influenzata, e non sarebbe arrischiato dire che la liturgia m. influenzò di più la toletana che non questa la m.
r. Messa dei catecumeni. - Il maggior numero di coincidenze con la liturgia romana si trova nella Messa dei catecumeni, dove certamente ne furono incorporati molti elementi. La prima parte (ante Missam) consta principalmente di letture, cantici, antifone, oltre che di determinate orazioni. Da notare che nell'attuale "ardo» m., nel quale si trovano il salmo fudica e il Confitear, sebbene con formola particolare, di evidente influenza romana, si fa la preparazione delle offerte appena salito l'altare, prima di cominciare il praelegendam, a modo di introito. Secondo i codici è probabile che questa preparazione delle offerte si facesse atticamente in sacrestia, rivestito già il sacerdote. Nelle Messe domenicali della Quaresima si fa dopo la lettura della profezia. Il sacerdote scende poi ai piedi dell'altare, tenendo nella mani il calice cosi preparato e cantando alcune preghiere molto melodiose.

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Preparata l'offerta il sacerdote procede con l'«ad Missam officium» secondo la rubrica del Messale cisneriano, o "ad praelegendum" come dicono i codici, simile all'Intraito del rito romano. Continua con il Gloria, tranne nel tempo di Quaresima, in mezzo all'altare, alla fine del quale, detto il "per omnia semper saecula saeculorum" va al lato dell'Epistola dove legge l'orazione a modo di Colletta. Torna poi al centro dell'altare con le mani stese davanti al petto, dicendo: "Per misericordiam tuam, Deus noster, qui es benedictus et vivis et regnas in saecula saeculorum». Salutato il popolo con il "Dominus sit semper vobiscum " va dal lato dell'Epistola per le due letture, la prima delle quali è sempre profetica, sia dell'Antico, sia del Nuovo Testamento, e la seconda del Nuovo Testamento, intercalando un "psallendo» a modo di graduale. Alcune volte, particolarmente nelle Messe feriali, le letture sono più di due e per questo la Messa comincia senza "ad Missam Officium", né Gloria né orazione. Il Vangelo non è seguito dal bacio del libro né dalla invocazione: "Ave, verbum divinum, reformatio virtutum, restitutio sanitatum». Segue la Lauda a modo di Alleluia che, secondo il canone 12 del IV Concilio di Toledo, si deve cantare sempre dopo il Vangelo. Poi il sacerdote fa l'offerta dell'Ostia e del Calice ed in seguito chiede ai fedeli che l'aiutino con le loro preghiere nell'azione del Sacrificio con queste parole: "Adiuvate me, fratres, in orationibus vestris, et orate pro me ad Deum ", cui il coro risponde: "Adiuvet te Pater et Pilius et Spiritus Sanctus». Recita poi il "Sacrificium" (Offertorio nella Messa romana) e passa dal lato dell'Epistola per il Lavabo, tornando immediatamente nel centro dell'altare dove, profondamente inclinato, recita l'orazione: "Accedam» composta da s. Giuliano. La Messa "omnimode" del "Liber Ordinum" di Silos pone questa orazione al principio della Messa, quando il sacerdote arriva all'altare (Dom Férotin, Liber Ordinum, ca. 229).
2. Messa dei fedeli. - In questa parte si trovano più varianti in relazione con la Messa romana. Nel Canone romano infatti, salvo in poche festività dell'anno liturgico, non ci sono variazioni, oppure, se esistono, sono di scarsa importanza, facendosi memoria in poche parole del Mistero che si celebra. Nella liturgia m., invece, nel Canone propriamente detto si trovano nove orazioni sempre variabili sia nel temporale che nel santorale, sia nel comune dei santi: Oratio, Alia, Post nomina, Ad pacem, Inlatio, Post Sanctus, Post pridie, Ad orationem dominicam, Benediciones, il che conferisce alla liturgia m. una ricchezza letteraria molto superiore a tutte le altre liturgie orientali ed occidentali.

Recitata l'orazione "Accedam», il sacerdote, poste le mani sopra l'altare, continua la Messa con il saluto liturgico "Dominus sit semper vobiscum" a cui risponde il coro "et cum spiritu tuo». Segue la prima orazione propria. Recitato il "Per misericordiam» il sacerdote dice Oremus, senza aggiungere altro ed il coro risponde: "Agios, Agios, Domine Deus, Rex eterne! Tibi laudes et gratias». In seguito il sacerdote dice di tener presenti nella preghiera tutta la Chiesa, affinché il Signore le conceda fermezza nella fede, speranza e carità; i peccatori, i prigionieri, gli infermi e i pellegrini, affinché il Signore li guardi propizio e li redima, li sani e li conforti, al che il coro risponde "Concedilo eterno e onnipotente Dio». Prosegue con la seconda orazione propria denominata Alia e, dopo questa, segue la lettura dei dittici, preceduta da una specie di Prefazio, in cui, oltre a ricordare in primo luogo il papa, si dice di offrire il Sacrificio in unione con gli altri vescovi, per sé e per tutto il clero ed i popoli della Chiesa, per ognuno in particolare e per tutto il popolo cristiano; e di offrire pure il Sacrificio per tutti i sacerdoti, diaconi, chierici e tutti i fedeli che vi assistono, per sé e per i loro cari. Rafforza questa affermazione il coro dicendo: "L'offrono per sé e per la fratellanza universale». Terminato questo Prefazio, alla lettura dei dittici segue il ricordo degli Apostoli e martiri, preceduto dai nomi della Vergine, di Zaccaria, Giovanni e dei ss. Innocenti. Dopo di che il coro risponde: «E di tutti i martiri». Viene allora la menzione di alcuni grandi Dottori, i più importanti della Chiesa occidentale, includendo so-
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(foi. Rodriguez - Toledo; Mozarabica, liturgia - Messa m. Momento del Et incarnatus est del Credo - Toledo, cappella della Primaziale.
lamente s. Atanasio dell'Oriente, e dei grandi Padri e Dottori della chiesa spagnola Fulgencio, Leandro e Isidoro, per finire con la lista dei vescovi toletani, prima e dopo la riconquista, terminando con Domenico (1262-66) e aggiungendo i nomi di Giuliano, un altro Giuliano, Filippo, Stefano, Giovanni, un altro Giovanni e Felice. Continua con la terza orazione propria, denominata "Post nomina", terminata la quale si dà la pace, previa la lettura dell'orazione quarta "Ad pacem»; segue poi il Prefazio o Inlatio, quinta orazione propria, che termina con il Sanctus e il Benedictus e la sesta orazione propria o "Post sanctus". Continua la parte segreta della Messa, che contiene la formula della Consacrazione secondo la dizione di s. Paolo, formula che pare sia stata sostituita per ordine del papa Giovanni X, al tempo della legazione di Zanello.

Dopo l'elevazione dell'Ostia e del calice (elevazione che non è propriamente m.) prosegue il sacerdote con l'orazione propria "Post pridie", terminando con il "Te prestante...»; fa il segno della Croce sulle offerte, come nella liturgia romana alle parole: "Santificas, vivificas, benedicis et prestas nobis» e nel dire: "Ut sit benedicta a Te, Deo nostro, in secula seculorum" fa il segno della Croce; a questo punto il sacerdote dice il Credo (quando la festa lo comporta) tenendo l'Ostia con la mano destra sopra il calice e dicendo prima l'ammonizione: "Fidem quam corde credimus, ore autem dicamus». Quando non si recita il Credo si dice l'antifona "Ad confractionem" propria della solennità o comune. Segue la frazione dell'Ostia in due metà uguali, e subito si suddivide la prima in 5 e la seconda in 4 , mentre si enumerano i principali misteri del Signore con le parole: "Corporatio, Nativitas, Circumcisio, Apparitio, Passio, Mors, Resurrectio, Gloria, Reguum»; si dispongono le 9 particelle sulla patena in forma di Croce e si dice il "Memento pro vivis", alla fine del quale si dice l'orazione "ad orationem Domi-

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nicam ", che finisce con il "Pater Noster ", rispondendo il coro a ciascuna delle petizioni con l'Amen. In seguito viene un embolismo sopra l'ultima risposta del coro alla maniera romana, però molto più ampio di concetto e di espressione. Fatta la genuflessione, il celebrante prende l'ultima particola, nella quale ha frazionato l'Ostia, e tenendola sul calice dice il "Sancta sanctis" e le parole della commistione. Fatta questa, segue la triplice benedizione ("benediciones"), previa l'avvertenza al popolo di umiliarsi per riceverla, terminando con il "per misericordiam" e il "Dominus sit semper vobiscum", al quale segue l'antifona "ad accedentes" che varia secondo il tempo: una intra annum, un'altra per il tempo di Quaresima e una terza per il tempo pasquale. In questo tempo e pure nell'ortava del Corpus Domini si dice tre volte: "vicit leo de tribu Juda, radix David, alleluja ", ed ogni volta il coro risponde: "qui sedes super Cherubin, radix David alleluja ". E giunto il momento della Comunione del sacerdote, ma prima, tenendo nella mano e sopra la coppa del calice la particola "Gloria", egli fa il "memento pro defunctis ", terminato il quale recita l'orazione preparatoria per la Comunione, che il sacerdote fa prendendo ad una ad una le particole nelle quali ha diviso l'Ostia, però in ordine inverso. Prima di comunicarsi con la prima dice, segnandosi con essa: "ave in aevum, sanctissime caro Christi in perpetuum, summa dulcedo", e nel raccogliere le particole che sarebbero potute rimanere nella patena dice: "Ave in aevum caelestis potus, qui mihi ante omnia et super omnia dulcis es ". Dopo si segna con il calice dicendo: "corpus et sanguis Domini Nostri Jesu Christi custodiat corpus et animam meam in vitam aeternam, amen", mentre il coro canta un'antifona. Alla purificazione del calice dice l'orazione: "Do-
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(1st. Enc. Catt.)
Mozarabica, liturgia - Canone della Messa m. Credo e figura della partizione dell'Ostia nell' Editio princeps del Missale mixtum secundum reguliam b. Isidori dictum mozarabet, Toledo 1500 , f. 227 '. - Esemplare della Biblioteca Vaticana.
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(1st. Emitigere - Toledo)
Mozarabica, liturgia - Messa m. Partizione dell'Ostia in nove parti collocate sulla patena in forma di croce. I due pezzi interi posti a destra servono per la canoniztio (sotta) e per la comunione del sacerdote (sopra) - Toledo, cappella della Primaziale.
mine Deus..." e conclude raccogliendo il corporale e coprendo il calice. Recita un'orazione a maniera di «Post communis» al fato dell'Epistola, poi con le mani stese avanti al petto, "a al centro dicendo: "Per misericordiam..." come prima della Colletta. Detto il "Dominus sit semper vobiscum" congeda il popolo con il "Soflemnia completa sunt. In nomine Domini Nostri Jesu Christi votum nostrum sit acceptum cum pace"; nelle feste meno solenni con queste parole: "Missa acta est. In nomine Domini Nostri Jesu Christi, perficiamus cum pace"; e scendendo ai piedi dell'altare recita la Salve Regina con l'orazione Concede, dopo la quale sale di nuovo all'altare, e dà la benedizione ai fedeli tracciando una croce sopra l'altare e baciandolo, mentre dice: "in unitate sancti Spiritus", indi alza gli occhi e le mani verso la Croce, e dice: "benedicat vos" e vòlto al popolo, gli dà la benedizione dicendo: "Pater et Filius". Cosl termina la Messa m.
3. Bacio di pace. - Caratteristica del rito m. è il posto che occupa il bacio di pace. Questo, che nella liturgia africana, secondo la testimonianza di s. Agostino e a Roma secondo gli "Ordines Romani", si dà immediatamente prima della Comunione, la liturgia m. lo anticipa prima dell'inizio del Canone, alla Inlatio. Il bacio di pace era scambiato tra gli assistenti senza essere stato trasmesso dal celebrante: cosi dice il Concilio compostellano (a. 1056) nel can. 1, e questo stesso pare indicare la frase usata ancora oggi secondo il Messale cisneriano: "Quomodo adstatis, pacem facite». Attualmente il celebrante bacia la patena e dà il bacio di pace al diacono, perché lo trasmetta al coro ed al popolo, e nelle Messe senza ministri bacia l'aspersorio che gli presenta il chierichetto il quale con questo mezzo lo dà a quelli del coro. Nel dare il bacio alla patena dice: "Habete osculum dilectionis et pacis, ut apti sitis sacrosanctis. mysteriis Dei».
4. Pubblicità dell'atto liturgico. - L'intervento del popolo nella Messa m. è molto più attivo che nella Messa romana. In essa non vi sono segrete, eccettuata l'orazione che precede immediatamente la consacrazione e quella che la segue. Tutto a voce alta e il popolo risponde.
5. Consacrazione. - La formula della Consacrazione del rito m . non è la stessa di quella del rito romano. Come si può vedere nella Messa "omnimode" del rituale di Silos, la formula della Consacrazione, come le parole che precedono, si intitola "Missa secreta" ed è presa dalla I Cor., 11, 23-26, mentre quella della Messa romana è presa dai sinottici. Questa formola della "Missa secreta", che, come sembra, fu abolita al tempo del papa

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Giovanni X, si trova riprodotta nell'edizione del Messale plenario di Cisneros senza che nel testo vi sia altra formola, tanto nell'Ordinario della Messa della Domenica 30 di Avvento, come nell'Ordinario della Messa che segue il sabato di Pasqua.
VIII. Ufficio mozarabico. - Sebbene il Breviario plenario m. non avesse i 200 anni previsti da s. Pio V, perché opera del card. Cisneros al principio del sec. xvı, si poté tuttavia continuare ad usarlo perché il suo cursus era anteriore ai 200 anni. Le orazioni, letture, inni, cantici, salmi, antifone, sono infatti le stesse che già in tempi remoti formavano il corpus dell'Ufficio divino.

Le ore attualmente in vigore nell'Ufficio m. sono le seguenti : Vespro, Compieta, Mattutino e Lodi, Prima, Terza, Sesta e Nona (in alcuni Uffici feriali precede la Prima un'altra ora che si chiama Aurora). La distribuzione interna di ciascuna di esse differisce totalmente dal rito romano. Notevole è la mancanza del Salterio: si recitano alcuni salmi, specialmente negli Uffici domenicali e feriali, però non si trova la recita ordinata e intera del Salterio. Questa salmodia, che manca attualmente nell'Ufficio m., non pare essere l'autentica. Dai codici che si conoscono, specialmente il Rituale antiquissimum di Silos, il Psalterium Toletanum, quelli nel British Museum di Londra con i nn. 30.844-46, tutti derivanti da Silos, e quelli 35.5-35.7, della cattedrale di Toledo, si deduce che in antico, specialmente nel "cursus monasticus", i salmi formavano quasi il corpus dell'Ufficio divino.
IX. Rituale mozarabico. - Attualmente nelle parrocchie m. per l'amministrazione dei Sacramenti e Sacramentali non si utilizzano altre formole che quelle romane. Però di un Rituale m. fa menzione il IX Concilio di Toledo nel suo can. 26, con il titolo «De Officiuli libello parochianis presbyteris dandis»; ma lo si conosce solo attraverso i codici manoscritti conservati a Silos e nella Biblioteca della Reale Accademia di storia in Madrid (cod. 56).
X. Canto mozarabico. - Nell'accennare ai codici conosciuti oggi che contengono la liturgia m. si è detto trovarsi in alcuni la notazione musicale propria, la quale, fino ad ora, malgrado gli studi di eminenti musicologi, non ha potuto esser decifrata. Fra quelli che, di recente, hanno studiato più o meno direttamente questo canto, si può citare G. F. Riano: Critical and bibliografical notes on early spanish music (Londra 1887); A. Gastoué, Catalogue des manuscrits de musique byzantine (Parigi 1907); l'abate G. M. Suñol: Introducción a la paleografia musical gregoriana (Barcellona 1923); R. Mitjana, che nel 1920 pubblicò uno studio molto esteso sulla musica in Spagna e Portogallo, sebbene gli accenni alla musica m. siano alquanto superficiali, perché le sue affermazioni si appoggiano su J. Romero e F. de Tuero, senza alcun valore critico; P. Wagner, che investigò in Spagna i neumî m. per incarico della Società Goerresiana, nel 1926 e 1928. Si citano pure specialmente gli eruditi benedettini del monastero di Silos, C. Rojo e G. Prado, i quali fanno la storia critica dell'antichità e dello stato attuale del canto m. nel libro Canto mozarabe (Barcellona 1929). - Vedi tav. C.

BibL.: J. Pious, Tract. histor. de liturgia antiqua hislamica, gothica, isidoriana, mozarabica, toletana, in Acta SS. Iulii, VII, Anversa 1729, pp. 1-112; D. M. Férutin, Hist. de l'abbaye de Silos, Parigi 1897; id., Le "Liber ordinum" en usage dans l'Eglise visigotique et Mozarabe de l'Espagne du Ve au XIè siècle, in Mon. Ecol. liturgica, V. Parigi 1904; id., Le Liber mozarabicus Sacramentorum et les manuscrits mozarabes, ibid., VI, ivi 1912; F. Cabrol, Le Liber ordinum et la liturgie mozarabe, in Rev. de quest. hist., 77 (1905), pp. 173-83; E. Magnin, L'Eglise visigothique au VIe siècle, I. Parigi 1912; P. Meznage, Le christianisme en Afrique, III: Eglises mozarabes, ivi 1913; G. Moreno, Iglesias mozarabes, Madrid 1919; I. Perez, Los himnos mozarabes, in Bull. hispano, 31 (1926), p. 127 sgg.; G. Prado, Manual de liturgia hispano-visigobica o mozarabes, Madrid 1927; P. Wagner, Der mozar. Kirchengesang und seine Uberlieferung, Münster in V. 1928; G. Prado, Hist. del rito mozarabe y toledano, Abbazia di Silos 1928; C. Rojo e G. Prado, El canto mozarabe, estudio histor. crítico de su antiguidad y estado actual, Barcellona 1929; A. Allgeier, Die Psalmen in der mozar. Liturgie und das Psalterium von St-Germain-des-Prés, in Spanische Forschungen, 1931, pp. 179236; J. Vives-A. Dibrega, Calendarios hispánicos anteriores al siglo XII, in Hispania sacra, 2 (1949), pp. 119-46, 330-80; v. anche F. Cabrol, Mozarabe Liturgie, in DACL, XII, 1, coll. 390-491.

## MOZ ART,

Wolfgang AmaDeus. - Musicista, n. a Salisburgo il 27 genn. 1756, m. a Vienna il 5 dic. 1791. Di precocità assolutamente eccezionale, fu avviato alla musica dal padre e presentato assai presto all'ammirazione della società colta ed aristocratica dei principali centri artistici europei; già nel 1762 ha luogo il primo viaggio a Monaco ed a Vienna in
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(1) 4. Kalle, M., Parig: s. 2., pp. 61-62) Mozart, Völkfange Amadeus - Rirratta di M. 211 anni, Dippini-di Hollaing - Salisburgo, Mozart-Museum.
cui il bimbo suona in concerto con la sorella Anna Maria. Seguono poi dal 1763 al 1766 numerosi viaggi a Parigi, Londra e nelle principali città della Germania e dei Pacsi Bassi; dal 1769 al 1773 tre viaggi in Italia; a Roma fu ricevuto dal Papa, che gli conferì il titolo di cavaliere dello Speron d'oro. Dal 1773 al 1777 rimase a Salisburgo, donde si recò, in cerca di migliore fortuna, a Monaco, Augusta, Mannheim e infine a Parigi; richiamato dal padre, a malincuore si pose al servizio dell'arcivescovo di Salisburgo, ma nell'estate del 1781 rinunciò all'ufficio e si stabili a Vienna. Iniziata l'attività di libero artista, i primi anni del periodo viennese portarono in complesso i migliori riconoscimenti del genio del maestro, ma specialmente dopo il grande successo delle Nozze di Figaro cominciarono le amarezze causate da invidiosi e rivali, capeggiati dal Salieri. Nel 1787 tornò a Praga per la prima rappresentazione del Don Giovanni, che ebbe esito trionfale; nel nov. dello stesso anni succedette al Gluck come "musico di camera" dell'Imperatore. Tornato a Vienna da Praga, dove era stato rappresentata La clemenza di Tito, scrisse il Flauto magico ed attese alla composizione del Requiem, interrotto dalla morte.

Prodigiosa per numero e valore fu la creazione artistica in ogni genere musicale (cf. Ludwig von Köchel, Chronologisch-thematische Verzeichnis slemmlicher Tonwerke W. A. M.'s, 1 ed. del 1862, riveduta ed integrata a cura di A. Einstein, Lipsia 1937). Musica orchestrale : 41 sinfonie, cassazioni, divertimenti, serenate, marcie e danze varie; 25 concerti per pianoforte e orchestra, un concerto per due e un altro per tre pianoforti, 6 concerti per violino e pianoforte, concerti per strumenti vari. Musica da camera : 7 quintetti per archi, uno con corno e uno con clarinetto, 26 quartetti per archi, un quintetto e altri quartetti per strumenti vari, 8 trii, 42 sonate per violino; divertimenti, cassazioni, serenate per strumenti vari; 17 sonate, 4 fantasie, numerose variazioni per pianoforte. Musica vocale profana: arie, Lieder, canzoni, cori. Musica teatrale : La finta semplice (1768), Bastien et Bastienne (1768), Mitridate (1770), Ascansio in Alba (1771), Il sogno di Scipione (1772), Lucio Silla (1773), Il re pastore (1775), La finta giardiniera (1775), Zaide (1779-80), Idomeneo (1781), Die Entführung aus dem Serail (1782), Le nozze di Figaro (1786), Der Schauspieldirektor (1786), Don Giovanni (1787), Cosi fan tutte (1790), La clemenza di Tito (1791), Die Zauberflöte (1791).

Assai importante è la musica religiosa, in gran parte composta nel periodo di Salisburgo; oltre a 12 sonate da chiesa per organo e strumenti, offertoni, mottetti, vespri e litanie, M. ha lasciato il segno della sua genialità

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100. (mibriai e f'retini Fincani Miorant. Wolrgang Amadeus. Ritratto.
in molte delle 18 messe (oltre a frammenti di messe). Meno significativi i due orabri Betulia liberata (1771) e Davidde penitente (1785); di grande intensità espressiva sono lo stupendo Ave verum (1791) ed il Requiem (1791) ultima composizione che, rimasta interrotta al Lachrymosa dies illa, fu terminata dall'allievo Ignazio Lüssmayer.

Considerata con minor favore durante il periodo romantico, la musica religiosa di M., come quella di Haydn, è stata in seguito meglio intesa ed interpretata. Sebbene in parte, specialmente nel periodo giovanile, essa risenta dell'influenza della musica religiosa austriaca (di Michael Haydn soprattutto) a cui più tardi s'oggiunse quella italiana, come si era venuta fissando nelle composizioni della scuola napoletana, l'espressione mozartiana a poco a poco supera la concezione prevalentemente frammentaria dei singoli pezzi per giungere ad una più intima coesione delle parti. A questo contribuisce non soltanto l'approfondimento del testo religioso, dal M. rivissuto con sincera fede di cattolico, ma anche il nuovo orientamento stilistico, per il quale è da riconoscere nelle opere più complesse un aspetto di personale originalità. Meritano particolare ricordo le Litanie, le tre Messe in do maggiore del 1776 ed altre opere del periodo salisburghese: nell'insieme hanno grande rilievo la grande Messa in do minore (K. 427), rimasta incompleta nel Credo e priva dell' Agius Dei, e soprattutto l'Ave verum, in cui la celestiale bellezza nasconde la perfezione della tecnica, ed il Requiem, che nelle parti scritte dal maestro (Requiem e Kyrie compiuti, sette parti del Dies true delineate nelle parti vocali e nel basso, accennate nell'orchestrazione) conta alcuni fra i momenti di alta ispirazione mozartiana.

Biol.: Nella ricca letteratura mozartiana sono soprattutto da citare le opere fondamentali di H. Albert, IP. A. M., Lipsia 1919-21 e di T. de Vlyzewa-G. de Saint-Foix, W. A. M., 2 voll., Parigi 1912, continuata dal solo G. de Saint-Foix, 3 voll., ivi 1936-39-46, a cui, fra le altre, si possono aggiungere H. Ghéon, Promenades avec M., ivi 1932; B. Prumgartner, M., trad. it., Torino 1943, e A., Einstein, M., Sein Charakter, sein Werk, Stoccolma 1947.

Luigi Ronga
MOZZETTA. - Sopravveste usata dai dignitari ecclesiastici fuori delle funzioni liturgiche; è una mantellina che copre le spalle e buona parte delle braccia; nella parte anteriore si abbottona sul petto, alla parte posteriore, sull'alto, è cucito un piccolissimo cappuccio. E propria del papa, dei cardinali, dei vescovi, degli abati regolari e di quelli che la godono per consuetudine o privilegio pontificio (p. es., i capitolari di molte cattedrali). E portata sul rocchetto scoperto, oltre che dal papa, dai prelati rivestiti di giurisdizione.

L'origine della m. è incerta; forse è un accorciamento dalla coppa magna; di qui il suo nome. Il cappuccio venne diminuito quando fu usata la berretta. La m. era in uso a Roma nella seconda metà del sec. xv.

La m. dei cardinali è di seta rossa o porpora, di seta violacea o paonazza secondo i diversi tempi dell'anno; alla presenza del papa si porta sopra la mantelletta.