oscenza dell'Oriente moderno, dei suoi problemi politici, economici, sociali. Allo stesso scopo già dal 1920 scrisse anche in giornali ca. 2000 articoli. Degno di menzione ancora il suo libro sulle Chiese cristiane nel. { }¹ Oriente attuale (Olomouc 1939). Fu collaboratore assiduo dell'Archiv Orientdini di Praga e di altre riviste.
Bibl.: F. Mendib, Prof. Dr. A. M., Olomouc 1908; E. Reich, A. M., Praga 1930; J. Rypka, A. M., Yune 300 1866-Yune 300 1938, in Archiv Orientdlat, 10 (1938), pp. 1-34; id., A. M., ibid., 13 (1948), pp. 1-10; Adelberte Metzinger
MUSITANO, Carlo. - Sacerdote e medico, n. a Castrovillari il 6 genn. 1635, m. a Napoli nel 1714. Studiò lettere, filosofia e teologia allo Studio dei Conventuali della sua città, e fu ordinato sacerdote nel 1658. Laureatosi poi in medicina, si applicò allo studio sperimentale della scienza, con il permesso del Papa, rendendo pubblici i suoi risultati scientifici dopo 20 anni di esperimenti. Il suo metodo innovatore ebbe vasta risonanza in Europa, contribuendovi non poco le veementi invettive dei Galenisti della Scuola salernitana. Le sue opere, numerose e voluminose, furono stampate e ristampate in Italia, Svizzera, Germania, Francia e Olanda.
Le principali sono: Pyrotechnia sophica rerum naturalium (Napoli 1683, Colonia 1700, Venezia 1700); De morbis mulierum (Napoli 1683, Venezia 1709, Colonia 1709; trad. it. del nipote Giuseppe M., e trad. tedesca, Ligiaia 1743); Tratina medica antiquorum et recentiorum (Vencsia 1688); De morbis infantium et puerorum (Colonia 1688); De lue venereo libri quatuor (Napoli 1689, Colonia 1698; Lione 1698; trad. franc., Trevoux 1711); De morbo gallico (Napoli 1689; trad. it., ivi 1697, 1707); Opera medica chimico-practica (Colonia 1700); Pyrotologia seu tractatus de febribus (ivi 1700, Venezia 1701, Amsterdam 1704). Le Opera omnia di M. uscirono in 2 voll. a Genova 1716 e a Venezia 1738.
Bibl.: G. Gimma, Elogi accademici, I, Napoli 1703, pp. 99-110; II, pp. 431-35; A. Zecaroni, Bibliotheca Calabra, ivi 1733, p. 171; A. Morelli, Una perla sotto la palvere, Castrovillari 1867; L. Accattatis, Biografie degli uoni.si illustri della Calabria, II, Cosenza 1870, pp. 269-73; L. Aliquà-Leoni, Scrittori calabresi, Messina 1c13, pp. 299-300; F. Russo, C. M. Commemorazione, Ravello 1933.
Francesco Russo
MUSOMA, prefeitura apostolica di. - E situata nella parte nord-occidentale del territorio del Tanganyika, sulla riva sud-orientale del lago Victoria; è affidata alla Società per le Missioni Estere di Maryknoll, e fu eretta il 24 giugno 1950 con territorio distaccato dal vicariato apostolico di Mu-soma-Maswa.
Con decreto della stessa data si ebbe una modifica di confini con il vicariato apostolico di Mwanza. Comprende i distretti di M. e di Nord Mara, ha una superficie ca. 10.240 mathrm{kmq}. e una popolazione di ca. 254.000 ab .
Al momento dell'erezione contava 10.100 cattolici, 3500 catecumeni, ca. 6000 protestanti e oltre 230.000 pagani; sacerdoti esteri 12, fratelli laici esteri 2, suore estere 3 , seminariati maggiori 1 , minori 20 educati nel Seminario di Mwanza, catechisti 83; stazioni missionarie principali 4, secondarie 85 ; chiese 3 , cappelle 98 . Scuole: 4 maschili, 2 femminili; ospedali 1. Vi è Azione Cattolica. I protestanti hanno anch'essi in quel territorio 4 scuole.
Bibl.: MC, 1950, p. 187; A Catholic Directory of East Africa, Mombasa 1950, pp. 113-14; Archivio di Prop. Fide, pos. prot. n. 2319720 ; AAS, 48 (1951), pp. 63-66. Carlo Corvo
MUSPILLI. - Titolo di un frammento poetico di 105 versi allitterati, in dialetto bavarese del sec. IX, proveniente dal monastero di S. Emmerano di Ratisbona, e così chiamato, sull'esempio di J. A. Schmeller, che ne fu il primo editore nel 1832, dalla voce mpspille che ricorre nel 57° verso del frammento nel senso di «fine del mondo ", "giudizio universale ".
Il breve componimento, che si suppone sia stato trascritto dalla mano stessa di Ludovico il Germanico,
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perché trovato sulle pagine libere di un codice latino a lui appartenuto, descrive, con tono profetico e con colori ad effetto, il destino delle anime dopo la morte, la lotta degli spiriti celesti ed infernali per il possesso dell'anima, e il duello di Elia con l'Anticristo, e cui si intrecciano pii ammonimenti e consigli di pietà. E certamente opera di un laico, come appare dalla conoscenza non sempre perfetta della dottrina della Chiesa, ed ha uno scarso pregio artistico, sebbene vi si noti talora una certa vivacità di descrizione e si ammiri qua e là qualche bella immagine poetica. Esso dovette però essere al suo tempo assai noto se Otfrido di Weissenburg (v.) ne inserì un intero verso (il 14° ) nel suo Libro degli Evangeli. Poiché nel contenuto del frammento sono palesi alcune concordanze con la mitologia nordica, com'essa si venne artisticamente sviluppando nei libri dell' E d d a (v.) e particolarmente nella descrizione del ragnarák ( = crepuscolo degli dèi v; v. germani, religione dei), alcuni studiosi credettero in passato di rintracciarvi i concetti escatologici del paganesimo germanico, identificando Elia con Odino e l'Anticristo con il lupo Fenrir. Oggi però tutti si accordano nel ritenere che quegli elementi - meno forse la voce m. - hanno la loro radice unicamente nelle tradizioni cristiane, che sono anche il fondamento della eepirosi eddica, sebbene in qualche parte liberamente rinnovellate.
BibL.: A. Baragiola, M., ovvero l'incondio universale. Versione con introduzione ed appendice, Strasburgo 1882. Studi: H. Brauer, s. v. in Die deutsche Literatur des Mittelalters, Verfasserlexikon, III, coll. 465-67; G. Ehrismann, Geschichte der deutschen Literatur, I. Monaco 1918, pp. 141-50; G. Baesecke, M., Halle 1933.
Bruno Vignola
MUSSATO, Albertino. - Letterato, n. a Padova nel 1261, probabilmente da Alberto Mussio, m. a Chioggia il 31 maggio 1329. Fu abile diplomatico, politico fornito di finissimo intuito, amante della patria e della libertà, storico veridico e imparziale, poeta preumanista. Esordì con la professione forense, nel 1296 fu creato cavaliere e sostenne più missioni presso l'Imperatore. Fra il 1302 e il 1303 fece parte di una legazione padovana presso Bonifacio VIII contro gli Inquisitori.
Nel 1315, a Padova, gli fu conferita la corona poetica per i suoi lavori letterari. Dissuase i concittadini da una rivolta contro Cane della Scala, ma, scoppiata la guerra, si distinse in combattimenti sotto Marostica, Vicenza e Lonigo. Caduto prigioniero, fu trattato umanamente da Cane. Firmata una tregua fra i belligeranti, egli ritornò a Padova e scrisse la storia degli avvenimenti in cui aveva avuto parte. Riaccesa la guerra, prestò ancora importanti servigi al Padovani quale consigliere e come uno dei quattro anziani conservatori della libertà dello Stato. Ma tutto ciò non valse ad assicurarlo dai loro ingiusti sospetti. Esiliato a Chioggia, vi morì.
Si hanno di lui varie opere pubblicate in RIS, X (1730): Historiae augustae de rebus gestis Henrici VII Caesaris; De gestis Italicorum post Henricum VII Caesarem; Ludovicus Bovarus; De traditione Patovii ad Caesarem Grandem; le tragedie latine: Ecerinis ed altre; poemi, epistole, elegie, egloghe, dialoghi. Il suo stile è facile ed elegante.
Bial.: Edizioni : Ecerinide, trad. e introd. di M. Di Zommo, Bari 1934. Studi : M. Minois, Della vita e delle opere di A. M., Roma 1884.
Innocenzo Giuliani
MUSSET, Alfred de. - Poeta romantico francese, n. l'ri dic. 1810 a Parigi, ivi m. il 1° maggio 1857. Identificò nell'amore l'ideale della vita e della poesia e, privo d'interesse per ogni altro problema, anche di fronte a quello religioso manifestò un assenteismo che talora, sotto influenze diverse, cedette il posto a verbale partecipazione panegirica.
Pubblicò nel 1830 i Contes d'Espagne et d'Italie che, accanto a una Spagna e a una Italia di convenzione, presentano la rottura con la precettistica classica nell'uso della lingua e dei metri e una ribellione alla morale tradi-
zionale cristiana. Del 1833 sono: il suo secondo volume di versi Un spectacle dans un fautenil; André del Sarto; Fantasia; Les caprices de Marianne (commedie in prosa). Dànno la misura del suo talento drammatico: Lorenzaccio (1834) e On ne badine pas avec l'amour (1834). Nelle altre commedie in prosa La quetouille de Barberine (1835) e Il ne faut jurer de rien (1836), l'elemento romantico viene temperato dalla grazia, l'umanismo arguto e il brio che formano la bellezza delle commedie mussettiane, tra le quali perfetta è Le chaudelier (1835). Il romanzo Confession d'un enfant du siècle (1836), che riflette il tempestoso amore di M. con George Sand, è imperniato sul «male romantico» che già trovasi delineato nel poemetto Rollo (1835). Pregevoli per profonda umanità e forma disinvolta sono i racconti e le novelle in prosa. La poesia di M., anche se scorrevole, è in genere soffocata dell'enfasi e dalla retorica, ma nei grandi componimenti quali La lettre à Lamartine (1836), le Nuits (1835-37), il bellissimo Souvenir (1841) il poeta raggiunge momenti di lirismo appassionato, e d'altro canto l'arte si manifesta anche in poesie leggere come Le lever (1829), Madame la Marquise (1829), La chausan de Barberine (1836), Rondeau (1842) dove fantasia, tenerezza e scherzo s'intrecciano armoniosamente.
Bial.: una ed. completa delle opere di A. de M. e stata pubblicata a Parigi nel 1934 da Les belles lettres. H. Clouard, Bibliographie de M., ivi 1883. Studi: L. Siche, A. de M., 2 voll., ivi 1907; A. Berine, A. de M., ivi 1908; M. Donnay, A. de M., ivi 1914; B. Croce, Poesia e non poesie, Bari 1923, pp. 226-39; P. P. Trempeo, s. v. in Euc. Ital., XXIV, pp. 156-58 (con ricca bibl.); id., Il lettore vagabond.... Roma 1942, pp. 141-63; H. Henriot, Poètes fransais. De Lamartine à Vulèrs, Lione 1946, pp. 7992; E. Jaloux, D'Eschyle à Girondoux, Friburgo 1946, pp. 83122; M. Allem, A. de M., Grenoble-Parigi 1948.
Matilde Mazzolani
MUSSINI, Augusto, fra' Paolo. - Pittore, n. a Reggio Emilia il 20 genn. del 1870 , m. a Roma il 1° nov. del 1918. Fattosi presto conoscere come autore di buoni ritratti e composizioni di genere, secondo la moda dell'ultimo Ottocento, nel 1903 entrò nell'Ordine dei Francescani col nome di fra' Paolo.
Da allora il suo interesse si volse decisamente verso la pittura di soggetto sacro, e cercò rinvigorirne la tradizione con lo studio dell'arte sacra italiana del passato e i portati della moderna cultura pittorica.
Sue opere principali: gli affreschi nella chiesa dei Cappuccini a Borgo Solestà in Ascoli Piceno, il ritratto del p. Bernardino Gavasci nel convento dei Cappuccini di Ascoli Piceno; Vistone Francescana per la chiesa dei Cappuccini di Faenza, i Misteri del Rosario per la chiesa di S. Gregorio in Caldarola. Altri suoi dipinti sono nella chiesa di Quintodecimo, pure presso Ascoli Piceno, nelle chiese dei Cappuccini di Ancona e di Jesi.
BibL.: anon., s. v. in Thieme-Becker, XXV, p. 294 (con bibl.); A. M. Comanducci, I pittori italiani dell'Ave, Milano 1934, p. 465 .
Emilio Lavagnino
MUSSINI, Luigi. - Pittore, n. a Berlino il 19 dic. 1813, m. a Siena il 18 giugno 1888.
Allievo del Bezzuoli all'Accademia fiorentina, partecipò al movimento purista, fu a Roma e a Parigi ove conobbe l'Ingres. Nominato nel 1851 direttore della Accademia di Siena, vi operò fino alla morte anche nel campo dell'arte sacra, dando i cartoni per i musaici della facciata del Duomo senese con la Natività e l'Assunzione e dipingendo per la stessa Cattedrale una tela raffigurante s. Crescenzio.
Bibl.: A. M. Comanducci, Pittori italiani dell'800, Milano 1934, p. 465; N. Tarchiani, s. v. in Enc. Ital., XXIV, p. 138 sg.
Emilio Lavagnino
MUSSO, Cornelio. - Predicatore e teologo dei Minori Conventuali, n. a Piacenza il 16 apr. 1511, m. a Roma il 9 genn. 1574. Fu predicatore e professore di metafisica nelle Università di Pavia e Bologna, predicatore di Paolo III e Pio IV in Vaticano, teologo del card. Alessandro Farnese. Il 4 nov. 1541 fu eletto vescovo di Bertinoro e il 27 ott. 1544 fu trasferito alla sede di Bitonto.
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Mussolini, Benito - Ritratto.
Convocato il Concilio di Trento, tenne il discorso inaugurale ( 13 dic. 1545) e vi svolse una notevole attività; il Pallavicino lo definì «braccio destro del Concilio». Lavorò con zelo anche nelle sue diocesi, particolarmente a Bitonto, dove celebrò un sinodo e inculcò la riforma dei costumi.
Fu assistente e prelato domestico di Pio IV e Gregorio XIII, e membro della missione Altemps, che Pio IV inviò nel 1560 all'imperatore Ferdinando a Vienna. Fu sepolto nella basilica dei SS. Apostoli.
I più importanti fra i suoi scritti sono: Prediche (8 voll., più volte editi a Venezia e Torino dal 1554 al 1590= notevoli le edd. del 1575 e 1579 , curate da suo nipote Giuseppe M. - tradotti in parte in latino, francese e spagnolo); Synodus Bituntina (Venezia 1579); Divina historia, un trattato De Deo uno et trino (ivi 1585); Commentaria in b. Pauli Epistolam ad Romanos (ivi 1588); Vita di Maria Vergine Madre di Cristo (Napoli 1592).
Bibl.: G. Musso, Vita del rev.mo mont. C. M. vescovo di Bitonto (scritta nel 1584-85 e premessa all'ed. delle Prediche quadragesinali, Venezia 1586 e 1588, pp. 9-24): G. Franchini, Bibliografia di scrittori O.F.M., Modena 1693, pp. 16, 151-56, 252-53; Wedding, Scriptores, pp. 66-68; Sbaralea, I, pp. 218-20; III, pp. 303-307; H. Jedin, Der Franziskaner C. M., in Römische Quartalschrift, 41 (1933), pp. 207-75; G. Cantini, C. M. O. F. M. Conv. predicatore, scrittore e teologo al Concilio di Trento, in Miscellanea Franc., 41 (1941), pp. 146-74, 424-63; R. J. Bartman, C. M. tridentino theologico and orator, in Franciscan studies, 3 (1945), pp. 47-76; G. Odoardi, Fra C. M. O. F. M. Conv. padre oratore e teologo al Concilio di Trento, in Miscell. Franc., 48 (1948), pp. 223-42, 430-78; 49 (1949), pp. 46-71.
Giovanni Odoardi
MUSSOLINI, Benito. - Uomo politico italiano, "duce del fascismo ", n. a Predappio (Forlì) il 29 luglio 1883, ucciso a Giulino di Mezzegra (Como) il 28 apr. 1943. Figlio di Alessandro, fabbro ferrsio, e di Rosa Maltoni, maestra elementare, studiò nel Collegio dei Salesiani a Faenza e prese il diploma di maestro (alla Scuola normale di Forlimpopoli). Dopo aver insegnato nelle scuole elementari di Gualtieri Emilia e di Tolmezzo, emigrò in Svizzera in cerca di lavoro.
Spirito indipendente, in gioventù ereditò dalla dimestichezza con il padre e rafforzò con la personale esperienza una visione pessimista della società contemporanea ed abbracciò con entusiasmo e fino alle estreme conseguenze le dottrine più avanzate del socialismo rivoluzionario. Nella Confederazione Elvetica ebbe occasione di conoscere molti altri socialisti emigrati dall'Italia e profughi da altri paesi. Carattere irrequieto, ritornò di li a poco in Italia, prese l'abilitazione per l'insegnamento del francese nelle scuole medie (donde gli venne il titolo di professore, con il quale fu qualificato negli anni successivi nelle file socialiste), insegnò per poco tale lingua nel 1908 presso una scuola tecnica privata di Oneglia, ma l'anno dopo abbandonò di nuovo l'insegnamento e si recò a Trento quale segretario del Segretariato trentino del lavoro. Ivi diresse L'Avvenire del lavoratore, organo del Partito socialista, e fu reduttore-capo del Popolo, il giornale di Cesare Battisti; fu anche in polemica con il giornale cattolico Il Trentino, diretto da Alcide De Gasperi. Espulso dalle autorità austriache, tornò in Romagna, a Forlì, e divenne uno dei maggiori esponenti socialisti della regione. Partecipò quindi all'XI Congresso nazionale socialista di Milano, dove criticò i deputati del Partito per la loro debole opposizione alle spese militari, e capeggiò nel congresso di Reggio Emilia del 1912 la corrente rivoluzionaria, sostenendo la necessità di espellere dal Partito quei deputati (Bisselati, Cabrini, Bonomi e Podrecca) che non avevano votato contro le spese militari. Si può già vedere la tendenza dittatoriale del futuro capo del fascismo, quando ivi affermò che fosse necessario sopprimere l'autonomia del gruppo parlamentare e richiese che i deputati dipendessero dalle sezioni del Partito, che li avevano proposti, e che obbedissero alla direzione. L'ordine del giorno da lui presentato, che dichiarava espulsi dal Partito i quattro deputati, ottenne la maggioranza assoluta, e M. fu eletto membro della direzione del Partito. Alcuni mesi dopo, il 1° dic. 1912, egli assunse anche la direzione dell'Avanti con l'intento di «dimostrare ai filosofi della borghesia reazionaria, al blocco dei partiti avversari, ai piccoli governanti della monarchia sabauda, che la vitalità del socialismo italiano è perenne». Accanto alla condanna della borghesia, sfruttatrice della classe operaia, era vivo in M. un non meno acceso spirito anticlericale che lo portava a vedere nella Chiesa cattolica, in sostanza, un altro mezzo dell'oppressione capitalistica. Testimonianza organica di tale sua visione costituì un libretto del 1913 dal titolo Giovanni Huss il veridico, pubblicato con l'intento, come M. stesso scrisse nella prefazione, di suscitare « nell'animo dei lettori l'odio per qualunque forma di tirannia spirituale e profana : sia essa teocratica o giacobina». La fede nell'Internazionale socialista, che fino ad allora sempre aveva accompagnato M., subì un duro colpo allo scoppio della prima guerra mondiale. L'atteggiamento dei socialisti negli altri paesi convinse M. della inutilità della neutralità italiana e lo portò a patrocinare l'intervento contro gli Imperi centrali, per realizzare le aspirazioni nazionali sul Trentino e su Trieste, nella fiducia, dopo la vittoria, di riuscire ad attuare una rivoluzione nazionale. Un tale atteggiamento però non incontrò l'approvazione della direzione del Partito che, riunitosi il 20 ott. 1914 a Bologna, non accettò l'ordine del giorno nel quale il direttore dell'Avanti, pur riaffermando l'opposizione di principio alla guerra, riteneva tuttavia che la formula della neutralità assoluta fosse diventata troppo impegnativa e dogmatica e prospettava la possibilità di determinare e coordinare nella eventualità di un intervento italiano l'azione futura del Partito a seconda degli avvenimenti. Il M. diede allora le dimissioni da direttore dell'Avanti, iniziò il 13 nov. la pubblicazione di un proprio giornale (II Popolo d'Italia), apertamente interventista, per cui dovette lasciare il Partito. Partecipò quindi alla guerra come bersagliere, fu ferito per un incidente di artiglieria e, ritornato al giornale, il 23 marzo 1919 fondò a Milano, insieme con altri ex combattenti, il movimento dei fasci (v. Fascismo; italia, Il sec. X X ) con il programma di instaurare in Italia, secondo le sue parole, una democrazia economica a favore delle classi lavoratrici, antiborghese ed anticapitalistica,
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e politica, con l'elezione di un'assemblea costituente che si pronunciasse sulla forma istituzionale, repubblicana o monarchica, della nazione adottando insieme il suffragio universale e un parlamento unicamerale.
Il momento era particolarmente delicato, perché buona parte dello spirito pubblico, specie nei giovani, mal tollerava i movimenti faziosi che, denigrando la conseguita vittoria, temevano agitata la nazione con scioperi e violenze di piazza, rovinosi per l'economia, per la concordia nazionale e per la compagine dello Stato, mentre i partiti al governo, in odio anche al Partito Popolare, di cui temevano la concorrenza, si esautoravano nella dimostrata incapacità di provvedere all'ordine pubblico e di difendere il prestigio dell'esercito. Il programma, sostenuto da una vivace propaganda, mirava alla conquista del potere, resa più facile dal fatto che democratici, riformisti, popolari e socialisti, nel timore forse di compromettere la loro base elettorale, e di venir meno si loro programmi, non trovarono la via dell'accordo. Il susseguirsi delle crisi ministeriali, rafforzò M. nella decisione di tentare un colpo di mano. Si giunse così alla marcia su Roma ( 28 ott. 1922), che valse a M. l'incarico, da parte del Re, di costituire un nuovo ministero, al quale diedero il loro appoggio anche i popolari, i riformisti ed altre eminenti personalità della Camera e del Senato. Facendo appello al patriottismo per ricostruire il paese, dopo le ferite inflitte dalla guerra, M. riuscl ad ottenere la fiducia del Parlamento, che gli conferì i pienti poteri, ed egli se ne servì subito per affermare la dittatura propria e quella del suo partito. Nel giro di pochi mesi il ministero da lui presieduto divenne un gabinetto di colore, dal quale furono esclusi quelli stessi che gli avevano confermato l'incarico. Il delitto Matteotti del 10 giugno 1924 mise in serio pericolo il potere conquistato dal fascismo; ma anche questa volta M. seppe profittare dell'incerto atteggiamento dei partiti democratici i quali, anziché iniziare una decisa battaglia contro il regime fascista in Parlamento, disertarono le aule e si ritirarono in sdegnoso isolamento. M. rafforzò ancora maggiormente i suoi poteri, fece sciogliere nel 1926 tutti i partiti, impose due anni dopo una nuova legge elettorale che a priori garantiva ai fascisti la maggioranza dei seggi nell'assemblea legislativa. Ormai nessuna opposizione organizzata era più possibile. Con l'avvantaggiata posizione politica M. s'indusse a cercare la composizione col papato ch'era nelle aspirazioni della parte migliore della nazione. L'opportunità di normalizzare i rapporti con la Chiesa M. l'aveva già espressa da deputato, quando in un suo discorso del 21 giugno 1921 aveva detto: "Penso che, se il Vaticano rinunzia definitivamente ai suoi sogni temporalistici, l'Italia, profana o laica, dovrebbe fornire al Vaticano gli aiuti materiali, le agevolazioni materiali per scuole, chiese, ospedali o altro, che una potenza profana ha a sua disposizione ". In effetti, appena salito al potere, M. con tutta una serie di misure si allon tanò dalla politica religiosa dei governi precedenti, e questo diede alla S. Sede la sensazione che con il governo M. si potesse giungere ad un accordo. Le trattative in tal senso, iniziate nell'ag. 1926, approdarono l' 11 febbr. 1929 alla conclusione di un Trattato e di un Concordato che finalmente risolsero la questione romana (v. patri LATZANENESI). M. pensò di smussare la reazione anticlericale con interpretazioni unilaterali in discorsi alle Camere, mentre la politica sempre più totalitaria del regime fascista, particolarmente riguardo all'educazione militaresca della gioventù, determinò, non molto dopo, una crisi nei rapporti con la S. Sede, crisi vertente sul carattere dell'attività svolta dall'Azione Cattolica, considerata da M. alla stregua di un movimento antifascista (1931). Le difficoltà furono allora appianate, ma ne risorsero altre, che peggiorarono sensibilmente le relazioni, quando, specialmente dopo l'allianza con la Germania, le teorie razziate ebbero favore anche in Italia e si applicarono con l'antisemitismo, al quale prima M. era contrario.
In politica estera, perspicace e rettilineo fu l'atteggiamento preso da M. in occasione dell'assassinio di E. Dollfuss, perpetrato il 25 luglio 1934 dai nazisti austriaci, quando inviò le divisioni italiane sul Brennero, come
avvertimento contro le intemperanze politiche d'oltralpe. L'invasione dell'Austria fu cosi differita. La guerra vittoriosa in Etiopia (1933-36) e l'occupazione dell'Albania provocarono le gelosie della Francia, che temeva per Tunisi e per la Corsica, e dell'Inghilterra, che vedeva minacciati i suoi interessi nell'Africa orientale, e mostrarono a M. l'opportunità di cedere ai blandimenti di Hitler che finirono col "Patto d'acciaio". Questi ebbe cosi mano libera contro l'Austria e la Cecoslovacchia e coinvolse M. nella sua politica aggressiva. Allo scoppio della seconda guerra mondiale M. dichiarò la non belligeranza dell'Italia, ma pochi mesi dopo, nel giugno 1940, pensò che fosse giunto il momento opportuno per entrare in guerra a fianco della Germania, parendogli ormai sicura la vittoria dell'Asse. Fu un errore di culcolo politico e militare che segnò la fine del fascismo. Dopo tre anni infatti gli alleati sbarcarono in Sicilia, M., la cui politica filotedesca aveva appunto portato il paese al disastro, fu arrestato il 25 luglio 1943 per ordine del Re. Dopo l'armistizio dell'8 sett. 1943 I Tedeschi, venuti e conoscenza del luogo di custodio di M. sul Gran Sasso, lo liberarono e lo misero a capo della fascista Repubblica Sociale Italiana, costituitasi nell'Italia settentrionale e sentrale ancora sotto il loro diretto controllo militare. Pochi giorni prima che terminasse il conflitto ( 28 apr. 1945) M. fu ucciso da una banda armata mentre forse si apprestava a lasciare l'Italia. La salma, esposta al ludibrio della falla a Milano, con quelle di altri gerarchi uccisi sommariamente, in una macabra scena, ripugnante ad ogni senso di umanità, fu sepolta nel cimitero di Milano e di là trafugata in luogo ignoto.
La popolarità che s'era acquistata nei primi anni del suo governo, grazie anche ad una suggestiva eloquenza, sostanzia dai provvedimenti, molte volte ottimi e tempestivi, era ormai caduta oltre che per i malanni della guerra, per l'inconsulto servilismo di collaboratori che, speculando sulle pretese dittatoriali di M., scppero man mano stoccarlo dalla parte migliore e più sepace della nazione che rimase inascoltata.
Opebe: Scritti e discorsi, 13 voll., Milano 1933-40; Storia di un anno, Milano 1944; Operu amnia, a cura di E. e D. Susmel, Firenze 1951 sgg. (in corso di stampa; sarà completa in 35 voll.).
Biml.: Indicazioni bibliografiche in M. Porenti, Bibliografia massoliniana, I. Firenze 1940. Sulla vita e su particolari aspetti della sua politica cf. M. Sarfatti, Dux. { }¹⁰ ed., Milano 1926; E. Ludwig, Calligai con M., vers. it., Verona 1932 (nel 1930 ne è uscita una nuova ed. con le correzioni apportate da M. al manoscritto): I. De Bemus, Vita di Benito M. dalle origini al 24 maggio 1913, 5 voll., Milano 1936-40; M. Donosti, M. e l'Europa. La politica estera fascista, Roma 1945; G. Salvemini, M. diplomatica, Roma 1943; C. Silvestri, Matteotti, M. e il dramma italiano, Roma 1947; E. Amicucci, I 600 giorni di M., Roma 1948 (sul periodo dall'8 sett. 1943 alla morte); G. Dorso, M. alla conquista del potere, Torino 1949 (dalla nascita alla marcia su Roma); C. Silvestri, M., Graziani e l'antifascismo, Roma 1949. Sui rapporti con la Chiesa, cf. P. Ardali, M. e Pio XI, Mantova 1926; U. Cuesta, M. e la Chiesa, Roma 1936; W. Halperin, The separation of Church and State in Italian thought from Cavour to M., Chicago 1937; R. Longhitano, La politica religiosa di M., Roma 1937; D. A. Binchy, Church and State in fascist Italy, Oxford 1941; C. A. Biggini, Storia inedita della Cunelliazione, Milano 1942; G. Dalla Torre, Azione Cattolica e fascismo, Roma 1944; I. Schuster, Gli ultimi tempi di un regime, Milano 1946; A. C. Jemola, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948, pp. 387-688; C. Castello, La Chiesa e il Fascismo, Roma 1951. La letteratura mussoliniana in genere e quest'ultima in specie, concernente i rapporti tra Stato e Chiesa, non è sempre serena e oggettiva e spesso riproduce visioni soggettive dei problemi.
Silvio Furlani
MUSTAFÀ, Domenico. - Musicista, n. a Sellano (Foligno) il 16 apr. 1829, m. a Montefalco il 14 marzo 1912. Dotato di bella voce da soprano, nel 1848 fu ammesso fra i cantori della Cappella Sistina.
Successo al Baini nella direzione della Sistina in un momento di estrema decadenza per la musica sacra, poiché la forma melodrammatica aveva finito per straripare, il M. riuscì solo in parte a rialzarne le sorti, ammirato come direttore e cantore più che come compositore. I cantori evirati, fra i quali era lo stesso M., rappresentavano
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ormai un passato, e le fresche voci dei pueri cantores dovevano naturalmente prenderne il posto, mentre per la composizione sacra urgeva abbandonare lo stile profano e tornare alla severità propria del genere liturgico. Conoscitore profondo del Palestrina e suo interprete intelligente, il M. anche in questo non poté sottrarsi all'andazzo del tempo. Ma ormai cominciava a farsi sentire il bisogno di una rinascita dell'antica polifonia, ed il M. avvertì le nuove esigenze dell'arte sacra. Nel 1898 il Perosi fu chiamato alla direzione della Cappella Sistina, tuttavia il M. continuò a lottare ancora nella pretesa di sovrapporre a quelle del giovane maestro le sue direttive, però nel 1903 furono accettate le sue dimissioni e gli fu conservato il titolo di direttore onorario.
Bibl.: A. De Angelis, D. M. e la cappella Sistina, in Rin. musicale italiana, 29 (1922), pp. 583-807; id., M. D. la cappella Sistina e la Società musicale romana, Bologna 1926; id., La musica a Roma nel sec. XIX, Roma 1936, pp. 84-92. Silverio Mattei
MUSTIOLA, santa, martire. - E commemorata nel Martirologio geronimiano il 23 nov., mentre nel Martirologio romano, d'accordo con la Passio, il 3 luglio. M. era una nobile di Chiusi, probabilmente fondatrice del cimitero omonimo ad un miglio della città, che può risalire al sec. III.
La Passio racconta che al tempo dell'imperatore Aureliano, mentre il vicario Turcio perseguitava i cristiani, M. di notte si recava nelle carceri a confortare i confessori della fede. Un giorno fu accusata da un certo Torquato e condotta al tribunale di Turcio. Questi, avendo saputo che M. era parente dell'imperatore Claudio, cercò di persuaderla ad apostatare, ma invano. Per sfogare il suo odio, Turcio fece allora decapitare tutti i carcerati e specialmente inferoci contro il diacono Ireneo. M., vedendo tanto strazio, fattasi ardita, rimproverò a Turcio la sua crudeltà, perciò fu condannata alla fustigazione, durante la quale morì. Il corpo fu seppellito da un certo Marco fuori le mura della città nel suo cimitero.
Bibl.: Acta SS. Iulii, I, Parigi 1867, pp. 560-63; A. Dufourcq, Etude sur les Gesta martyrum romains, III, ivi 1907, pp. 139-64; Lanzoni, p. 552 sg.; Martyr. Mieronymianum, p. 617; Martyr. Romanum, p. 268.
Agostino Amore
MUSULMANA, ARTE. - Gli Arabi, estendendo l'occupazione religiosa e politica sui territori dell'Africa settentrionale e del Medio Oriente, fecero propria la cultura e l'arte dei popoli dominati, unificandole. Nella Spagna la tradizione locale diede luogo a uno stile composito che si chiamò mozarabe (mustu'ribah =- arabizzati = ) quando fu dovuto ai cristiani operosi in terra musulmana; e mudejare (muddahar = autorizzato a dimorare) se dovuto ad Arabi attivi in terra riconquistata dai cristiani.
I. Architettura. - Fu soprattutto la Persia che estese la sua influenza su tutto l'Islâm, e da essa provengono alcuni particolari caratteri costruttivi: la cupola raccordata dai pennacchi sulla pianta quadrata, le arcate cieche per alleggerire le murature, gli archi a ferro di cavallo, rialzati, e sesto acuto. La struttura architettonica spesso è rivestita da una sontuosa decorazione in cui entrano soprattutto lo stucco, le piastrelle di maiolica policroma che rivestono intere superfici, e, meno frequentemente, la pietra colorata. Fantasiosi effetti sono ottenuti con la decorazione delle vòlte a stalattiti (muqammas). L'architettura religiosa ebbe come tema la costruzione di minareti e di moschee nelle quali però pianta ed alzato variarono nelle diverse regioni e nelle diverse età. L'architettura civile lasciò esempi sontuosi nei palazzi reali, il cui tipo più frequente aveva all'esterno carattere difensivo. Tutta la costruzione si svolgeva intorno al cortile centrale con fontane e specchi d'acqua; in fondo al cortile erano gli appartamenti di rappresentanza, e, dietro, i bagni e le abitazioni private. In Sicilia non esistono più i palazzi costruiti durante la dominazione fatimida, ma quelli eretti a Palermo in età normanna - la Cuba e la Zina sono in gran parte dovuti ad architetti arabi. In Spagna resta l'esempio più splendido e famoso di costruzione prin-

(fot. Alinari)
Musulmana, arte - Interno della cosiddetta "Torre degli Infanti". Granata (Alhambra).
cipesca nell'Alhambra di Granata, iniziata da Jūsuf I, 1333-54, e proseguita dai suoi successori. Nell'architettura militare, che ebbe sviluppo soprattutto al tempo delle Crociate, vennero seguiti i sistemi bizantini.
II. Scultura. - Le arti plastiche ebbero come principale compito la decorazione degli edifici: motivi ornamentali prevalentemente geometrici si hanno sotto gli 'Abbāsidi; floreali e fogliacei sotto i Mamelucchi. Prevabe l'uso dello stucco; la scultura in pietra non fu molto usata e fu limitata alla decorazione di parti architettoniche.
Del tutto eccezionali sono le rappresentazioni figurate di epoca selğāqida di Conia (Asia Minore), con geni alati e combattimenti di cavalieri, che rivelano ancora influenze sassanidi. Ancor più rari gli elementi di scultura indipendenti dall'architettura, come i leoni di fattura alquanto sommaria che dànno il nome al famoso cortile dell'Alhambra. Si adoperò anche il bronzo, non solo per oggetti d'uso come gli acquamanili in forma di animali, ma anche talvolta per grandi sculture, di carattere decorativo. Grande perizia rivelano gli scultori in avorio : essi erano già attivi in Mesopotamia fin dal s.c. viII e furono chiamati poi in Spagna dai califfi di Cordova (sesc. x-xI). Nelle opere di carattere profano sono rappresentate anche figure umane, come nel prezioso forziere di 'Abd al-Malik (roo3, ora nella cattedrale di Pamplona), con scene di caccia e combattimento, che rivelano l'influenza dell'arte sāsānide. Anche principi cristiani si giovarono dell'abilità degli scultori in avorio musulmani (arca di S. Millan de Cogulla, croce di S. Fernando nel Museo archeologico di Madrid, degli inizi dell'xi sec.); nell'avorio fu usata anche la tecnica del traforo e dell'intarsio, quest'ultima soprattutto in Sicilia (cofanetto della Cappella Palatina di Palermo, sec. xili).
III. Pittura. - Antichi scrittori arabi hanno lasciato testimonianze di affreschi esistenti nelle moschee e nei palazzi, tuttavia il solo complesso pittorico superstite è la decorazione di alcuni ambienti nel Palazzo reale di Palermo, eseguita dopo la caduta della dominazione araba da artefici musulmani. Ma quelle rappresentazioni non dànno che un'idea molto vaga della ricchezza di fantasia e della raffinatezza tecnica raggiunta dalla miniatura.
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(fot. Alinari)
Musulmana, arte - Cofanetto intarsiato (sec. xili) - Palermo, Cappella Palatina.
Quest'arte sembra praticata forse un po' tardi, poiché Firdùsì nel suo Libro dei re (fine del sec. x) parla di affreschi nei palazzi principeschi, e mai di miniature.
Nell'Africa settentrionale essa fu applicata alla illustrazione di libri religiosi, e vi dominano l'eleganza della scrittura e la preziosità della decorazione geometrica, che per ricchezza di fantasia emula i tappeti. In Persia, la miniatura ebbe dall'inizio del sec. xili alla fine del xvili splendida varietà di composizioni. Vi si succedono tre grandi scuole, corrispondenti alle tre dinastic che dominarono l'İrân : i Mongoli, i Timûridi, i Safawidi. In seguito all'invasione mongola del sec. xili l'influsso della pittura cinese penetrò in Persia, e determinò particolari caratteri della miniatura, che raggiunse grande altezza soprattutto sotto i Timûridi, grandi amatori di lettere e d'arte. Nella prima metà del ' 300 il principe Baisunqur, nipote di Tamerlano, fondò a Herât un'accademia del libro, dalla quale uscirono opere di grande bellezza; la maggiore personalità di questa scuola è Kamâl ad-din Behzâd, che ebbe discepoli a Herât e a Tabriz. I soggetti più comunemente trattati sono scene di battaglie, di cacce e di banchetti. Nonostante il continuato interessamento di principi (lo sâh 'Abbâs I aveva inviato a Roma giovani pittori allo scopo di studio), nel sec. xvili si inizia la decadenza.
IV. Arti minori. - L'impulso dato all'arte del libro favorl anche il perfezionamento della tecnica della rilegatura, di cui il tipo più frequente è in cuoio inciso con ornati geometrici a dorature. Anche nel campo delle arti tessili la Persia fu particolarmente attiva col produrre sete leggere, broccati, velluti e continuare la tradizione sassanide degli ornati floreali e dei motivi di animali affrontati. Ma il prodotto più importante dell'Oriente in questo campo fu il tappeto, prima manufatto popolare, poi industria organizzata nei laboratori di corte, presto ricercato ed esportato anche in Europa (lo si vede già riprodotto in dipinti italiani della prima metà del ' 300 ). Quest'arte fu viva nell'Anatolia, nel Caucaso e soprattutto in Persia dove ebbe il massimo sviluppo sotto i Safawidi. Appartengono a questo periodo gli esemplari più preziosi, con disegni floreali, giardini, caccie, animali (tappeto del Museo Poldi-Pezzoli di Milano, del 1521).
Nei paesi musulmani i metalli vennero decorati con l'agemina, secondo una tecnica diffusasi dalla Mesopotamia
non solo in Persia, ma nell'Occidente fino a Venezia. L'uso dello smalto su metallo è invece assai raro e solo di derivazione bizantina. Come sulla pittura anche sulla decorazione della maiolica ebbe influenza l'arte cinese. Vastissima fu la produzione del vasellame, esportato e ricercato anche in Occidente. La decorazione fu non solo dipinta ma anche talvolta graffita. Le forme più comuni sono fiaschi a lungo collo, coppe, ciotole, "albarelli" il cui modello fu imitato in Italia e diede il nome ai vasi di farmacia. Scoperta islamica fu la vernice a riflessi metallici, che ebbe origine pare ca. il sec. ix, in Mesopotamia, e che si diffuse in Persia, in Egitto, nella Spagna, dove furono numerosi centri di produzione: Maiorca (donde il nome di maiolica), Valenza, Siviglia e Malaga, dalle cui officine uscì il grande vaso dell'Alhambra. Gli operai arabi continuarono la loro attività in Spagna dopo la cacciata dei musulmani, ed è vastissima la produzione mudqiare. Bibl.: G. Mignon, Manuel d'art musulman, Parigi 1927; R. L. Holson, Guide to the Islamic pottery of the Near East, Londra 1952; E. Rähnel, s.v. Islamisme, in Euc. It., XIX (1933), p. 616 sgg. con ricca bibliografia. Cesare Botti
MUTAZIONE. - Si indica comunemente con questo termine la brusca comparsa di un carattere ereditario nuovo, e come tale la parola fu introdotta dal botanico De Vries. Oggi la m. è concepita come una variazione del patrimonio ereditario : mutante è detto il portatore del carattere mutato. La m. è un evento raro e brusco, che si produce precedentemente alla comparsa del carattere corrispondente nel fenotipo. Anzi, nelle grandi popolazioni, le m. recessive (v. genetica; mendel e mendelismo), si manifestano spesso molte generazioni dopo che si sono prodotte. Le m. vengono distinte in : geniche, cromosomiche, genomiche.
Le m. geniche sono trasformazioni della struttura del gene (v. gene). Ogni gene è concepito come una macromolecola dotata di una struttura non assolutamente stabile. Sbalzi di temperatura, irraggiamento ionizzante, irraggiamento con luce ultravioletta e sostanze chimiche (mutafacienti, come l'iprite) determinano ionizzazioni in atomi della molecola genica. Nel caso di raggi X, la ionizzazione è prodotta da un urto fra un elettrone secondario e un atomo (teoria dell'urto). Probabilmente una sola ionizzazione basta a determinare sufficienti trasformazioni strutturali da cambiare le funzioni del gene : ogni carattere che - in seguito a m. - un gene pub produrre, costituisce un suo allele o allelomorfo.
P. es., il gene che determina l'occhio segmentato in rosso, in giallastro o in rosa violaceo di Drosophila melanogaster muta, trasformandosi nell'allele che determina l'occhio bianco. Esistono geni che mutano più frequentemente di altri (geni labili). Fra le m. geniche, alcune sono incompatibili con lo sviluppo embrionale normale o con la vita : esse sono dette letali. Gli alleli che si manifestano nelle forme selvatiche delle popolazioni naturali sono generalmente dominanti (si manifestano negli ibridi di prima generazione : prima legge di Mendel). Gli alleli ottenuti nelle popolazioni sperimentali sono più spesso recessivi (non si manifestano negli ibridi della prima generazione : prima legge di Mendel). Le m. indotte con i mezzi fisici e chimici sopraindicati sono le stesse che si osservano per m. spontanea, solo esse sono più frequenti.
Le m. cromosomiche sono rotture dei cromosomi, seguite a no da riattacchi delle parti rotte, e producono così modificazioni ereditarie della struttura dei cromosomi stessi. Se una rottura non è seguita da riattacco, si ha una perdita di frammenti o delezione del genoma; delezioni presenti per gli stessi geni in entrambi i cromosomi omologhi (v. cromosoma) costituiscono una delezione omozigote : il suo effetto è letale. Le m. cromosomiche alterano la posizione dei geni, lasciandone intatta la struttura. Esse sono prodotte, naturalmente e sperimentalmente, dalle stesse cause note per le m. geniche.
Le m. genomiche consistono nella perdita o nella aggiunta di cromosomi interi, e alterano cosi il numero dei geni. La più nota è il poliploidismo o poliploidia,
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che consiste nella moltiplicazione dell'intero assetto cromosomico ( 3,4,5 volte anziché 2 volte l'assetto aploide; v. meiosi). L'effetto fenotipico più noto del poliploidismo (diffuso assai nelle piante) è il gigantismo. L'origine delle m . genomiche va cercata in anomalie della ripartizione dei cromosomi durante l'anafase o in soppressione di mitosi. I fattori che determinano queste m . sono le basse temperature o sostanze chimiche (la colchicina, p. es.). Il significato biologico di queste m. è molto diverso da quello delle prime due categorie.
Le m . avvengono in tutte le cellule: quelle di maggior interesse genetico sono quelle che si trasmettono, perché avvenute nelle cellule germinali. Le altre, manifestantisi solo in regioni del corpo, sono dette m . somatiche.
BinL.: N. W. Timoféeff Ressowsky, Mutabilità sperimentale in genetica, trad. it. di A. Buzzati-Traverso, Milano 1939; D. E. Lea, Action of Radiations on living cells, Cambridge 1946; A. Buzzati-Traverso e L. Cavalli, La teoria dell'urto, Milano 1948.
Claudio Barigotti
MUTEL, Gustave-Charles-Marie. - N. l'8 marzo 1854 a Blumeray, diocesi di Langres, e m. a Seoul il 23 genn. 1933. L'i i ott. 1873 entrò nel Seminario delle Missioni Estere di Parigi e, ordinato sacerdote il 24 febbr. 1877, partì il 5 apr. dello stesso anno per la Corea, allora sottomessa a violenta persecuzione.
Dopo vari tentativi riusci a penetrarvi il 12 nov. 1880 e a guadagnare Seoul, dove per cinque anni visse nascosto. Nel 1885 fu richiamato a Parigi e il 2 sett. fu nominato vescovo titolare di Milo e vicario apostolico di Corea. Nei 41 anni di episcopato il numero dei cristiani aumentò di 100.000 dal 1890 al 1910, in cui il vicariato fu diviso in due e M. divenne vicario apostolico di Seoul. L' 11 genn. 1928 Pio IX lo nominò arcivescovo di Raziaria e assistente al Soglio. Conosceva a perfezione la lingua coreana e la letteratura cinese.
BinL.: A Laribeau, Un grand éedque missionnaire, mer G. M., Hongkong 1935.
Antonio Anoge
MUTILAZIONE. - Per m. s'intende il taglio o l'estirpazione (qui anche qualunque azione equivalente, p. es., la perfetta e completa atrofia) con la quale si sopprime un organo propriamente detto (gli occhi, la lingua, ecc.) o una parte del corpo che ha una funzione organica (mani, braccia, piedi, gambe).
I. Varie specie e moralità della m. - La m. è grave o leggera a secondo dell'importanza della parte mutilata; l'estirpazione di un dente, di un'urghia, il taglio di una particella di un dito, non le gittimamente motivate sono m. leggermente peccaminose. In relazione alla liceità della m. è bene ricordare la differenza tra m. volontaria o involontaria e quella diretta o indiretta.
Si ha m. indiretta, quando essa non solo non è intesa e voluta dell'agente (è solo permessa o tollerata), ma, contemporaneamente o non è effetto immediato dell'azione posta (ad es., nel caso di legittima difesa, durante la quale intervenga m. di un organo), o, se immediato, la m . viene prodotta insieme ad altro effetto lecito (ad es., lancio di una bomba contro il nemico, in guerra, che, per ipotesi, produca più o meno sicuramente la frattura completa di una mano). Si ha invece m. diretta quando questa non solo è immediatamente e per se stessa prodotta dall'azione dell'agente, ma è pure e nello stesso tempo voluta e intesa o in se stessa o come mezzo ad uno scopo che l'agente vuol raggiungere, ma senza averne il diritto (ad es., il taglio di una gamba per essere esentato dal servizio militare). Ora, per quanto riguarda la liceità della m . indiretta, si rimanda ai principi generali della morale sulla causa con doppio effetto, dei quali uno non buono (v. imputabilità, II. I. degli affetti).
Per la liceità della m. diretta bisogna ritenere che essa in generale è proibita come azione intrinsecamente illecita, in quanto nessuno ha il dominio diretto o di proprietà sulle proprie o sulle altrui membra. Ciò nonostante,
avendone l'uomo il dominio utile, essa è lecita nel caso che sia indispensabile alla salvezza della persona : di qui la liceità, ad es., delle operazioni chirurgiche necessarie alla vita dell'individuo; ed anche della m. a favore di terzi, come nel caso della trasfusione di sangue, della donazione di un organo, non assolutamente necessario: ad es., di un occhio. Il Vermesrsch la giustifica con quella specie di unità morale che unisce tutti gli uomini fra loro e ne fa come un sol corpo.
II. Castrazione. - In questi ultimi anni, particolare interesse ha suscitato la questione della liceità della castrazione. Intesa qui come l'estirpazione (o la atrofizzazione perpetua e perfetta) degli organi necessari alla riproduzione, sia nell'uomo che nella donna. A questo proposito va notato che per la privazione delle glandole sessuali l'individuo assume caratteristiche somatiche differenti secondo l'età in cui avvenne la m. (v. endocrine, glanDOLÉ). La privazione di tali glandole dopo la pubertà può risparmiare negli individui castrati, almeno per un certo tempo, la "libido" e i riflessi essenziali della funzione, cosi da renderli ancora "potentes ad coeundum", per cui nel diritto civile italiano il loro matrimonio è considerato lecito e valido. Al contrario, in diritto canonico, tali individui sono considerati comunque affetti da impotenza, quindi inetti a contrarre matrimonio, perché, essendo privi delle glandole sessuali, sono incapaci di una copula matrimoniale con effusione di quel "verum semen", che, secondo la dottrina cattolica, è indispensabile per il conseguimento della "una caro". A un tale concetto è legata la costituzione di Sisto V (28 giugno 1987) diretta al Nunzio di Spagna, che vieta agli individui totalmente castrati il matrimonio, fino allora permesso assai frequentemente in quella regione, appunto perché a certum et manifestum est, eos verum semen emittere non posse" (v. impotenza).
Quanto alla liceità della castrazione, dai principi esposti sopra derivano le seguenti conclusioni: 1) la castrazione è certamente illecita se perpetrata allo scopo di conservare alla voce un timbro femminile, essendovi sproporzione tra il mezzo e il fine (del resto la questione ha solo un interesse storico); 2) è pure certamente illecita se fatta allo scopo di vincere le tentazioni contro la castità, in quanto il mezzo non è adeguato al fine (il caso storico più interessante è quello d'Origene [v.]); 3) è certamente illecita allo scopo di evitare future gravidanze, anche se gravemente pericolose per la donna; non è infatti mai lecito fare azioni intrinsecamente cattive; 4) è illecita pure, per gli stessi motivi, allo scopo eugenetico, anche se permesso o comandata dalla pubblica autorità, ed anche se fosse dimostrata l'efficacia del mezzo (v. sterilizzazione); 5) la castrazione anche diretta è lecita, a norma dei principi generali della morale, quando essa costituisce l'unica ed indispensabile via per salvare da morte sicura o gravemente probabile l'individuo, sempre che la causa a procurare detta morte o pericolo sia la presenza degli organi della processione (ad evitare confusioni va notato che nel decreto del S. Uffizio 24 febbr. 1940 il termine sterilizzazione "diretta" è preso in senso un po' più ristretto di quello tecnico); 6) se la castrazione sia lecita come pena da infliggersi dalla pubblica autorità contro i delinquenti è fortemente controverso : a giudizio dei più non sembra lecita, pur prescindendo dall'argomento non disprezzabile degli eventuali abusi; 7) oggi si va facendo strada l'opinione che la castrazione sia lecita nei casi in cui la presenza degli organi indispensabili alla riproduzione sia la causa unica e certa di gravi perturbazioni mentali o di gravissime perversioni sessuali (Scremin, v. bibl.).
III. Pene contro i mutilatori. - Nel CIC è stabilita l'irregolarità ex delicto (can. 985, n. 5) che, benché non sia strettamente una pena, colpisce ad modum psenae. Per chi ha tentato di suicidarsi o mutilarsi è stabilita l'esclusione dai cosiddetti atti legittimi, e in più, qualora si tratti di chierici, la sospensione e la remozione dalla cura delle anime. Nel Codice penale italiano sono stabilite pure varie altre pene contro chi procura l'impotenza alla procreazione
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(art. 552) e contro chi effettua lesioni (v.) personali (art. 582 sgg.).
Bibl.: oltre i trattati di teologia morale, tra i quali cf. particolarmente A. Vermeersch, Theol. mor., II, Roma 1942, n. 299, v. A. Michel, Mutilation, in DThC, X, coll. 2569-81. Sulla castrazione v.: E. Boganelli, De coacta sterilizatione, in Apollinaris, 9 (1936), pp. 58-84; L. Vervaeck, La castration au point de vue therapéutique, pénal, social, moral, in St Luc médical, 1936, pp. 128176; J. J. Clifford, The morality of castration for carcinoma of the prostate, in Theol. studios, 5 (1944), pp. 439-52; M. Rioner, La castration, Parigi 1948; L. Scremin, Dizionario di morale professionale