volume-08

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astration au point de vue therapéutique, pénal, social, moral, in St Luc médical, 1936, pp. 128176; J. J. Clifford, The morality of castration for carcinoma of the prostate, in Theol. studios, 5 (1944), pp. 439-52; M. Rioner, La castration, Parigi 1948; L. Scremin, Dizionario di morale professionale per i medici, Roma 1949, pp. 86-93; H. Bless, Manuale di psichiatria pastorale, Torino 1950, pp. 37-38; A. Boschi, Nuove questioni matrimoniali, ivi 1950, pp. 261-83.

Lorenzo Simeone - Giuseppe de Ninno
MUTUALITÀ. - Il concetto di m. è strettamente connesso a quelli di previdenza e assicurazione. Con m. s'intende infatti in senso tecnico la riunione di un complesso di persone soggette ad uno stesso rischio e unite da un patto, esplicito o implicito, in base al quale i danni che perverranno ai singoli per effetto del verificarsi dell'evento connesso al rischio in questione saranno ripartiti con appropriati criteri tra tutti gli associati. La m. costituisce quindi uno dei due presupposti sui quali si basa il fatto economico dell'assicurazione, mentre l'altro requisito essenziale per la istituzione del rapporto assicurativo consiste nell'esistenza di un rischio al verificarsi del quale sorge per la persona colpita un bisogno di carattere economico.

La costituzione di una m. nel senso precisato può avvenire per accordo spontaneo tra i singoli, e sorgono allora le associazioni mutue, ovvero può derivare dall'opera di un imprenditore che gestisce l'assicurazione e che raccoglie un sufficiente numero di persone alle quali egli garantisce l'indennizzo al verificarsi dei rischi assicurati.

Le modalità attraverso le quali le somme dovute a coloro che sono colpiti dal sinistro vengono ripartite su tutti i componenti il gruppo che costituisce la m . variano da caso a caso. Nelle prime associazioni mutue, sorte sin dai tempi dell'antica Roma (Collegia tenuiorum) e sviluppatesi in seguito durante il medioevo, soprattutto con le gilde di mestieri, la ripartizione dei danni avveniva molto spesso al momento in cui uno o più soci era colpito dal sinistro. In seguito si ritenne più opportuno far pagare sin dall'inizio un conveniente contributo (premio) onde predisporre i mezzi per i futuri indennizzi e salvo ad effettuare successivi conguagli tra somme incassate e somme pagate. Quando infine sorsero le moderne imprese di assicurazione prevalse il sistema del premio fisso, determinato all'atto della stipulazione del contratto, restando a carico dell'impresa gli scarti sfavorevoli alla gestione derivanti dal verificarsi di un maggior numero di sinistri rispetto a quelli previsti. Il criterio del conguaglio sussiste tuttavia, sia pure in modo alquanto diverso, nelle imprese che hanno conservato la forma mutua.

Circa i metodi in base ai quali vengono fissati i premi o ripartiti gli oneri tra i singoli componenti una certa m., nelle assicurazioni private vale il principio generale che ciascuno deve pagare in proporzione dell'intensità del rischio di sua pertinenza. Cosi in una assicurazione in caso di morte i singoli saranno chiamati a contribuire tenendo conto dell'età, ed in una assicurazione contro gli incendi i fabbricati adibiti ad uso industriale verranno tassati in misura più elevata delle case di abitazione. Si prescinde dal principio in questione nelle assicurazioni sociali gestite in forma obbligatoria nelle quali le contribuzioni dei singoli sono subordinate a diversi criteri e spesso sono in relazione ai salari individuali.

In un senso meno tecnico e più generale la parola m. serve ad indicare quel vasto movimento di associazione spontanea che ha portato, sino da tempi antichissimi, alla costituzione delle varie forme di mutue, sorte per la garanzia dei rischi più disparati (vecchiaia, morte, spese funerarie, malattia, invalidità, disoccupazione, infortuni, incendi, epidemie del bestiame, grandine ecc.). Tale voca-
bolo viene quindi usato frequentemente in contrapposizione alle altre forme con cui può essere gestita l'assicurazione o in genere la previdenza (imprese di assicurazione in stretto senso, istituti pubblici di assicurazioni private o sociali, istituti assistenziali ecc.).

Con il diffondersi delle moderne idee di protezione sociale e di sicurezza sociale e dei sistemi introdotti a tal fine nei principali Stati, nonché con la evoluzione e il perfezionamento delle imprese di assicurazione privata, il movimento mutualistico che in passato ha ricoperto un ruolo di primaria importanza come incitamento ed educazione alla previdenza e come remora alle speculazioni di imprenditori poco scrupolosi, tende oggi ad assumere compiti più modesti rivolgendosi a quelle forme di previdenza integrativa che interessano gruppi particolari o a quei settori ancora esclusi dai regimi generali di previdenza sociale.

Bibl.: E. Ioly, Le passé, le présent, l'avenir de la mutualité, Parigi 1893; F. Perrone, Dell'assicurazione mutua, Torino 1894; E. Greco, Le società di mutua soccorsa, ivi 1922; A. Travers-Brogstroem, Il mutualismo, trad. it., ivi 1922; P. Kropotkin, Il mutuo appoggio. Un fattore dell'evoluzione, 9ᵃ ed. it., Milano 1926; C. De Catalis, La cooperazione operaia in Italia, Roma 1927; G. Palieri, Origine e imporzanza sociale del mutuo soccorso, Bruciano 1928; C. Zappulli, Mutue agrarie, in Nuovo digesto ital., VIII, pp. 827 831.

Mario A. Coppini
MUTUO. - E il contratto con il quale una parte (mutuante) consegna all'altra (mutuatario) una determinata quantità di danaro o di altre cose fungibili, e l'altra si obbliga a restituire altrettante cose della stessa specie e qualità (CIC, art. 1813).
I. Profilo Giuridico. - Essendo il m. un contratto reale, gli è essenziale la consegna della cosa, sicché, prima di essa, può esservi - verificandosene i requisiti promessa di m., non già m. propriamente detto (art. 1822). Poiché il semplice uso generalmente distrugge la cosa fungibile, quello non può separarsi da questa. Perciò la consegna della cosa necessariamente ne trasferisce al mutuatario non il solo uso, ma anche la proprietà (art. 1814) e con essa ogni rischio. Nel mutuante però resta la responsabilità del danno cagionato al mutuatario per i vizi della cosa, quando egli, pur conoscendoli, non li abbia manifestati (art. 1821). A suo tempo (artt. 1816-17) va fatta la restituzione della cosa prestata. Le cose fungibili, diverse dal danaro, si restituiscono con cose di quantitá, specie e qualità eguali a quelle prestate; né sono rilevanti le oscillazioni di valore economico da quelle subite durante tutto il tempo che durò il m. Per la restituzione del danaro basta che la somma restituita e quella prestata rispondano allo stesso valore nominale (principio nominalistico), anche quando quelle intrinsece, per qualsiasi ragione, sia diverso (art. 1277). Soltanto se il m. è stato fatto con moneta metallica (ore o argento) ed è stata pure pattuita la restituzione nella stessa specie, questa va soddisfatta in ragione del valore intrinseco, che la moneta aveva al tempo della prestazione (art. 1280).

Queste esplicite disposizioni del diritto italiano valgono pure per l'adempimento degli obblighi naturali della coscienza, almeno in Italia e per quanto esige la giustizia; l'equità, secondo le circostanze, potrebbe richiedere opportune modificazioni a vantaggio o del mutuante o del mutuatario. Cosi in base al principio nominalistico, mantenuto nel diritto italiano, la svalutazione monetaria (v.) si risolve in danno per il solo creditore. Quindi dal punto di vista morale occorre esaminare in concreto l'utilità e il vantaggio che il m. ha apportato al debitore per eventuali compensi al creditore. Spesso, ed è il caso ordinario di emissione di prestiti da parte di società commerciali, enti pubblici, ecc., l'obbligo della restituzione è garantito ed incorporato in speciali titoli di credito (p. es., le obbligazioni) che hanno valore sul mercato e possono quindi essere oggetto di negoziazioni, consentendo cosi al mutuante e ai possessori ulteriori di realizzarne il valore di mercato, anche prima della scadenza del m :

Oltre la restituzione della cosa, devono essere corrisposti anche gli interessi in ragione del 5 \%; però la

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convenzione delle parti può modificare il tasso d'interesse o abolirlo del tutto (art. 1815). Il m. si estingue con la restituzione che può stabilirsi rateale; ma l'inadempiuto pagamento degli interessi o di qualche rata dà al mutuante il diritto di richiedere la soluzione anticipata del contratto (art. 1820).
II. Profilo morale. - 1. Concessione del m. - Per legge naturale della carità fraterna, si deve concedere il m. al prossimo, povero o ricco, che ne abbia necessita. Non costituisce vera necessità di m . la somma necessaria per cogliere l'occasione di un buon affare, quando le condizioni economiche generali del richiedente siano proporzionate alle esigenze della vita propria e dei familiari. Tanto più cresce l'obbligo di concedere il m. quanto più è grave la necessità del prossimo e minori sono gli inconvenienti, che ce ne derivano. Il p. Vermeersch (Theol. mor., II, Roma 1924, n. 449,5) molto opportunamente suggerisce la discreta elemosina invece del m., che si presenti poco utile al richiedente e per il concedente molto rischioso.
2. Gli interessi e loro misura. - Qualunque siano le cose fungibili prestate, in linea di fatto, sono certamente leciti gli interessi nella misura del tasso legale (CIC, can. 1543). Ma, in linea di diritto, quale titolo ne giustifica l'acquisto di proprietà? E abbondantissima l'antica letteratura teologico-morale a riguardo (v. usura). Oggi, a parte l'importanza storica, nei principi da essa stabiliti si ha un criterio sicuro per determinare i limiti massimo e minimo, entro i quali lecitamente oscilla il tasso d'interesse. Analizzando il m. nei soli elementi costitutivi, il diritto-dovere degli interessi resta nettamente escluso. Perché il semplice uso consuma la cosa fungibile, esso non ha valore economico, quando lo si consideri a sé atante, come separato dalla cosa stessa; perciò con la sola restituzione della cosa il mutuante riceve tutto quello che giuridicamente gli appartiene. Ogni aliquota in più non è suffragata da titolo alcuno: né dalla prestazione della cosa, che gli viene integralmente restituita, né dalla prestazione del suo uso, che, indipendentemente dalla cosa, non ha valore economico. La realtà di questo principio risulta con evidenza specialmente nel m. a scopo di consumazione, il solo generalmente possibile ai tempi antichi. Il diritto canonico, anche oggi, accetta e sancisce tale principio nella prima parte del can. 1543; il diritto civile italiano lo suppone nella definizione che dà del m. nell'art. 1815. Tuttavia in pratica il m. non si attua nell'astratta configurazione dei soli costitutivi essenziali; circostanze concrete, dipendenti dalla posizione economica o del mutuante o del mutuatario, vi si inseriscono, modificandone le conseguenze. Difatti può avvenire che, prestando la cosa, il mutuante, o in qualche modo vulnera la sua posizione economica (danno emergente), o ne faccia l'effluienza (lucro cessante). D'altronde la vacillante posizione economica del mutuatario potrebbe far prevedere la restituzione della cosa o malsicura (rischio della cosa) o almeno differita (pericolo di dilazione). Orbene queste quattro circostanze : danno emergente, lucro cessante, rischio della cosa, pericolo di dilazione, hanno valore economico e quindi possono, verificandosi di fatto, costituire altrettanti titoli al diritto d'un proporzionato compenso, oltre la restituzione della cosa. Essi però restano sempre titoli estrinseci al m., contratto, per se stesso, essenzialmente gratuito.

Soltanto titoli estrinseci al m., quando davvero si verificano, possono giustificare il diritto-dovere degli interessi e determinarne la giusta misura. Alla luce di questa antichissima dottrina si profila l'istituto giuridico del m. nel quadro della economia sociale moderna.

Le garanzie della cambiale o di titoli di credito, quali si solito si ricevono nella concessione del m., neutralizzano il rischio della cosa e il pericolo della dilazione; che percio non possono oggi generalmente invocarsi quali titolo al diritto degli interessi. Invece il lucro cessante è divenuto effetto consueto del m. Perché nel sistema economico moderno sono di molto facilitate e moltiplicate le occasioni di commerciare su cosa di qualsiasi genere e sul danaro stesso; tanto, nella grande mag-
gioranza, i mutui oggi si fanno a scopo di lucro. E quindi legittima la presunzione che ogni m. comporti a svantaggio del mutuante un lucro cessante, cui è dovuto proporzionato compenso. Questo giustifica il diritto agli interessi, ormai generalmente connesso al contratto di m. Il tasso legale del 5 \% si presume come lucro medio tra i molti possibili. Ma, poiché contro queste presunzioni possono verificarsi condizioni di fatto differenti, è giuridicamente consentito e moralmente lecito alle parti convenite o su un tasso superiore a quello legale, ovvero sull'esclusione anche totale degli interessi. Finalmente pure il danno emergente, che però difficilmente si verifica, potrebbe, in casi particolari, essere nuovo titolo al diritto degli interessi ed elevarne il tasso.

BibL.: E. von Böhn-Bawerk, Capital und Capitalzins, 2° ed., Innsbruck 1900-1902; E. Van Roey, De iusto actuario ex contractu crediti, Lovanio 1903; A. Vermeersch, Quaestiones de iustitio, Bruges 1904; G. Mirabelli, Il m. nel diritto civile.... 2° ed., Na-poli-Torino 1915; G. Toniolo, Economia sociale. La produzione, Firenze 1921, p. 31-42; M. A. Lamarche, La justice et le prêt à intérêt, in Revue dominicaine, 31 (1924), pp. 433-77; I. B. Mc Laughlin, De usura et interesse, in Ephem. theol. Lovanientes, 2 (1925) pp. 229-36; A. Vermeersch, Der Kanon 1545 beiden kanonisten und christlichen Sozialreformern, in Theol. prakt. Quartalschr., 81 (1928), pp. 762-79; M. Malcor, L'économie contemporaine, le crédit ou l'usure, in Nova et vestra, 6 (1931), pp. 263-84.

Leonardo Azzollini
MUTUO INSEGNAMENTO. - Metodo didattico, che consiste nella reciprocità dell'insegnamento, in quanto gli alunni più provetti fanno da maestri e da guida ai compagni meno istruiti.

Le prime scuole imperniate su questo metodo, e perciò chiamate di m. i., sorsero in Inghilterra per opera di Andrea Bell (1753-1832) e di Giuseppe Lancaster (1778-1838). Il Bell, cappellano delle truppe inglesi a Madras (India) e direttore di un orfanotrofio di indiani, aveva dovuto, per la scarsità di insegnanti, introdurre il sistema di far impartire l'insegnamento dagli alunni migliori sotto la sua sorveglianza. L'esperimento riusci assai bene, e, tornato in Inghilterra, ne diede conto in un opuscolo: An Experiment in education, ... suggesting a system, by vich a school or family may teach itself under the superintendence of the master or parent (Londra 1797). Intanto il Lancaster aveva aperto nel 1798 una scuola per i fanciulli poveri e abbandonati, nella sua stessa casa a Southwark; e aveva praticato di sua ispirazione e iniziativa, indipendentemente dal Bell, il m. i., perfezionandolo però poi in adesione a molti punti dal Bell proclamati; più tardi ne informò il pubblico con due scritti: Improvements in education (ivi 1803) e The British system of education (ivi 1810). Le due scuole si svolsero poi come antagoniste, perché il Lancaster si manteneva, quanto alla religione, neutrale, mentre il Bell aderiva agli insegnamenti della Chiesa anglicana. L'antagonismo fece sorgere due società differenti per la diffusione gratuita della istruzione elementare in mezzo al popolo; per il Bell, la - National Society for promoting the education of the poor in the principles of the established Church throught England and Wales * (1911); per il Lancaster la a British and Foreign School Society * (1914).

Grande impressione faceva l'aspetto di queste scuole. Il maestro, seduto sulla cattedra, sorvegliava e dirigeva ogni movimento, mentre i monitori, che erano gli alunni migliori, istruivano il proprio gruppo. La disciplina era ferma e severa; il Bell contava sui castighi che importavano una penitenza; il Lancaster su quelli che importavano del ridicolo (orecchie d'asino, un cartello sulla schiena, ecc.). Quatunque il metodo di m. i. non fosse proprio così nuovo, come si pretendeva (se ne hanno infatti accenni e pratiche presso gli antichi, nelle scuole umanistiche [cf., per es., i consigli di M. Vegio nel suo De education puerorum, in N. Sammartano, I pedagogisti dell'età umanistica, Mazara 1948, pp. 57-60; e nelle scuole del Gesuiti e dei Fratelli delle Scuole cristiane]); tuttavia le scuole di m. i. si moltiplicarono più o meno in tutto il mondo. Avevano, infatti, il vantaggio di poter attendere simultaneamente a un grande numero di alunni;

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di avviarne i migliori alla carriera di insegnanti, di risvegliare l'emulazione e creare una viva familiarità e solidarietà fra i ragazzi. In Europa, quindi, le scuole lancasteriane si propagarono in Inghilterra, Francia, Svizzera, ma soprattutto in Francia e nell'Italia. Qui si diffusero ampiamente fra il 1819 e il 1830 , sotto l'influsso e l'opera di quegli italiani, come F. Confalonieri, G. Capponi, E. Mayer e il Cavour, i quali le visitarono all'estero, le videro applicate con entusiasmo, pur con alcune correzioni, negli istituti del Pestalozzi, del Girard e del Naville e ne riferirono in patria i frutti e i vantaggi.

Così ne sorsero nel Ducato di Parma ( 1819 sgg .) col favore ufficiale di Maria Luisa; in Toscana ( 1819 sgg .) promosse da C. Ridolfi e B. Lambruschini, ecc.; nella Lombardia ( 1819 sgg.) con l'appoggio di F. Confalonieri e del giornale Il Conciliatore; in Piemonte e Liguria ( 1819 sgg.) per interessamento di Carlo Alberto, ancora principe di Carignano, di L. Arborio Gattinara di Breme e di P. Balbo; nel Veneto e nello Stato Pontificio. Furono generalmente affiancate da società fondatrici, che si curavano della propaganda e dei fondi necessari; tanto più che i patrioti e le varie correnti politiche vi scorgevano il mezzo molto efficace per una rapida formazione di una coscienza nazionale.

Ma i progressi della didattica, la diffidenza da parte dei poteri costituiti, le critiche di chi osservava come in quel modo il maestro, nonché affiatarsi con gli alunni, neppure li conosceva, e la disciplina si trasformava in un meccanismo; il malcontento di molti che consideravano una minorazione il dover dipendere da metodi stranieri, ne causarono, dopo una rapida fioritura, la soppressione. Nel Ducato di Parma furono abolite dal Regolamento del 1831; nello Stato Pontificio, nel 1824; nel Lombardo-Veneto, specialmente per i rapporti troppo stretti con Il Conciliatore, come pure nel Piemonte e Liguria, dopo i moti del 1821 ; in Toscana durarono fino al 1855 .

Ne rimase però il vantaggio di aver posto di fronte alla coscienza pubblica il problema importante della istruzione del popolo.

BibL.: J. De Melklejohn, An old educational reformer, Dr. A. B., Edimburgo-Londra 1811; J. Hamel, Enseignement mutuel. Hist. de son introduction et propagation, Parigi 1820; anon., Rapporto dei lavori della Società per la diffusione del reciproco insegnamento, presentato alla fine dell'a. 1839, in Guida dell'educatore, 4 (1839), p. 36 sgg.; E. Mayer, Frammenti di un viaggio pedagogico, Firenze 1867, p. 209 sgg.; L. Ridolfi, Cosimo Ridolfi e gli Istituti del suo tempo, ivi 1901, pp. 40-42; D. Salmon, 7. Lancaster, Londra 1904, con ampia bibl.; E. Formiggini Santamaria, L'istruzione popolare nello Stato Pontificio, Bologna 1909; id., L'istruzione pubblica nel Ducato estente, Genova 1912; G. Ravasio, J. M., in A. Martinazzoli e L. Credaro, Diz. ill. di pedagogia, II, Milano s. a., pp. 401-12; G. Vidari, L'educaz. in Italia dall'Umanesimo al Risorgimento, Roma 1930, pp. 252-60; E. Formiggini Santamaria, I. M., in Encici. delle enciclopedie, Pedagogia, ivi 1931, coll. 752-57. Celestino Testore

MUZALON, Teodoro. - Uomo di Stato, oratore e scrittore bizantino del sec. xim (m. nel 1295). Rapidamente riuscì a guadagnarsi la fiducia degli imperatori Michele VIII Paleologo ed Andronico II. La sua politica fu sempre orientata verso lo scisma; tuttavia fece finta di lavorare per l'unione con i Latini sotto Michele e scrisse perfino un trattato teologico in difesa del Filioque. Lo distrusse però non appena Andronico ebbe il trono bizantino ( 1282 ), del quale favorì, insieme a tutto l'episcopato, la rottura con la S. Sede.

Gli scritti di M. finora conservati mirano tutti a sottrarre autorità ai più cospicui latinofroni come Blemmida e Bekkos. Il Tópos "Aydrngs di Dositeo (Iasi 1699, pp. 405-13) raccolse qualche frammento interessante, ma sotto il nome di Gregorio di Cipro, e cosi pure il Migne (PG 142, 290-300).

BibL.: A. Demetracopulos, Og0d8oEos 'E3346c, Lipsia 1872, p. 66; M. Jogin, Theol. Dogmat. Christ. Orient., I, Parigi 1926, p. 427; V. Laurent, s.v. in DThC, X, in, coll. 2581-84 (con segnalazione delle fonti).

Emmanuele Candal

MUZIO, Girolamo. - Letterato e polemista, che si proclamò giustinopolitano dalla patria d'origine (Capodistria), n. a Padova il 12 marzo 1496 da Cristoforo Nuzio (il M. modificò anche il cognome familiare), m. a Paneretta (Firenze) nel 1576.

La necessità di provvedere a se stesso lo costrinse a mettersi al servizio di diversi signori; viaggiò in Italia, Germania, Francia, Svizzera; fu con Alfonso d'Avalos marchese del Vasto, poi con Ferrante Gonzaga a Milano, presso i duchi d'Urbino a Pesaro ed Urbino, a Roma presso Pio IV, da cui ebbe una pensione; prese moglie; fu letterato e poligrafo di ingegno e di vario sapere. Solo verso il 1550 cominciò a dare alle stampe le prime prove del suo ingegno.

Appassionato di questioni cavalleresche, pubblicò un'opera sul Duello (1550), più tardi tre dialoghi sul Gentiluomo (1575); scrisse sulla lingua, in contrasto con i principi del Varchi, di poesia e compose anche poesie, fra cui 35 Egloghe in versi sciolti; stampò un Epistolario (1551) e numerose altre lettere furono pubblicate in tempi recenti. A lui si deve pure l'edizione del Dialogo dell'infinità d'amore di Tullia d'Aragona, all'amicizia della quale era stato fedele per vent'anni. Maggiore importanza ebbe la sua polemica religiosa: unico quasi al tempo suo in questo campo, fu polemista efficace e vigoroso, sebbene talora portato a trascendere sia nei giudizi, sia nei sospetti. La fuga in Svizzera di Pier Paolo Vergerio, vescovo di Capodistria (maggio 1549), e le scuse che egli ne volle dare, indussero il M. a pubblicare nel 1550 , in quattro libri, Le Vergerione, cioè la corrispondenza che negli anni precedenti aveva avuto con lui ed i suoi amici, per smentire le sue asserzioni (cf. P. Paschini, Pier Paolo Vergerio il Giovane, Roma 1925, p. 113 sgg.). L'esito di quest'opera lo indusse nel 1551 a pubblicare le Mentite ochiniane, raccogliendo quanto dopo il 1542 aveva scritto a proposito della fuga di Bernardino Ochino in polemica con lui stesso (cf. B. Nicolini, G. M. e Bernardino Ochino, in Biblion. Rivista di bibliografia, Napoli 1946, p. 9 sgg., ove a p. 39 è anche la bibliografia più recente sul M.). Minore importanza ha invece la polemica del M. con Francesco Betti, gentiluomo romano, che fuggito a Basilea nel 1557 con pubblico proclama aveva voluto dar ragione del suo passo. Solo nel 1571 pubblicò a Venezia quattro libri di Lettere calholiche, scritte negli anni precedenti, in cui fra l'altro mostrò di vedere giusto sui mali che affliggevano la Chiesa. Polemizz6 anche con il Bullinger ed il Viret.

BibL.: dopo le notizie date dal Tiraboschi, Storia della lett. italiana, VII, p. 1, lib. II, cap. 1, par. 34; P. Giazich, Vita di G. M., Trieste 1847; A. Marpurgo, G. M., in Archengrafo triestino, nuova serie, 18 (1892), pp. 456-76; cf. inoltre le opere sopra citate e R. Croce, Posti e scrittori del pieno e del tardo Rinascimento, I, Bari 1945, p. 198 sgg. Pio Paschini

MUZZARELLI, Alfonso. - Gesuita, teologo e scrittore, n. a Ferrara il 22 ag. 1749, m. a Parigi il 25 maggio 1813.

Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1768 e sorpreso, nel 1773, dalla soppressione dell'Ordine, compi i suoi studi ecclesiastici a Reggio Emilia, dove fu ordinato sacerdote. Subito dopo ebbe un canonicato a Ferrara; indi la direzione del Collegio dei Nobili a Parma. Chiamato a Roma da Pio VII, ne ebbe l'ufficio di teologo della S. Penitenzieria e di censore dell'Accademia cattolica. Esiliato Pio VII da Roma (1809), il M. ne dovette seguire le sorti, perché fu prima imprigionato a Civitavecchia, poi deportato a Parigi, dove passò il resto della vita nel convento delle Damez de St Michel.

Numerose le sue opere di teologia, filosofia e ascetica; principale: Il buon uso della logica in materia di religione (6 voll., Foligno 1787-89; ed. aumentata in 10 voll., Roma 1807; 11 voll., Firenze 1821-23 e varie traduzioni), in cui sono affrontate le questioni teologiche più agitate ai suoi giorni : abusi della Chiesa, potere tem-

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porale, tolleranza religiosa, immunità ecclesiastiche, infallibilità, confessione auricolare, indulgenze, ecc. Inoltre : L'Emilio disingannato (4 voll., Siena 1782-83) e Confutazione del «Contratto sociale» di G. G. Rousseau ( 2 voll., Foligno 1794). L'opera più popolare è: Il Mese di Maria ossia di Maggio (Ferrara 1785), che conta fine ai nostri giorni più di 150 edd., con variazioni e adattamenti ai diversi stati della vita e numerose traduzioni.

Bibl.: Sommervogel, V. coll. 1488-1514; IX, coll. 708-10; Hurter, V. coll. 621-24; J. Baraldi, Notizia, in Memorie di religione morale e letteratura, I, Modena 1822, pp. 389-412.

Celestino Testore
MUZZARELLI, Carlo Emanuele dei conti. Letterato e uomo politico, n. a Bologna da nobile famiglia ferrarese il 3 apr. 1797, m. il 10 apr. 1856. Si arruolò diciottenne nella milizia civica cittadina, poi si volse alla carriera ecclesiastica, si laureò in diritto a Roma nel 1820 , fu deputato di Ferrara presso la corte romana, e il 12 genn. 1824 uditore di Rota e prelato domestico.

Fece parte di varie accademie letterarie, pubblicò alcuni elogi e poesie, in riviste ed opuscoli; i suoi Inni sacri ebbere varie edizioni, e apparvero (a Pisa 1833) insieme con quelli del Manzoni, dell'Arici ecc. Fu in relazione con i principali letterati del tempo, soprattutto della scuola classica (Strocchi, Muzzi, Costa, ecc.). Attese per più anni a raccogliere notizie autobiografiche dei contemporanei, divisando di pubblicarle sotto il titolo Biografie degli illustri italiani viventi. Del materiale raccolto usufruirono il Dizionario biografico del De Tipaldo e svariate riviste. Fu infine riunito e dato in luce da D. Diamilla Müller (op. cit. in bibl.), ed è un utile repertorio di notizie su non pochi individui oggi in massima parte dimenticati.

Soprattutto il nome del M. rimase legato alle vicende politiche romane degli anni 1848-49. Istituito dallo Statuto concesso da Pio IX un Alto Consiglio di nomina sovrana, il M., che dal 1847 era divenuto decano della S. Rota, ne fu eletto, dicesi per suggerimento di L. C. Farini, primo presidente (giugno 1848). Quando poi, in seguito all'assassinio di Pellegrino Rossi, l'abate Rosmini ricusò di assumere la presidenza del Consiglio, Pio IX, fra le enormi difficoltà che da ogni parte lo premevano, dovette affidare l'alta carica al M., che pur conosceva di idee assai arricchiate, e dovette redarguirlo per il cinismo con cui, in sua presenza, parlava dell'eccidio dello statista carrarese (G. Pasolini, Memorie raccolte dal figlio, I, Torino 1913, p. 217). Questo primo ministero M.-Galletti durò dal 17 nov. al 22 dic. 1848, e lasciò assai delusi i moderati. Quando Pio IX ebbe lasciata Roma il 24 nov. per rifugiarsi a Gaeta, una Suprema Giunta di Stato assunse il potere e ricostituil il governo, mettendovi ancora a capo il M. Questi ritenne l'Istruzione e l'interim degli Affari Esteri. Compito del nuovo gabinetto fu di preparare il terreno alla Costituente romana, per cui indisse le elezioni al 22 genn. 1849. Il M. risultò eletto deputato per Roma e Comarca con una lusinghiera votazione. In seguito al voto della Costituente, che dichiarava il potere temporale decaduto di diritto e di fatto e proclamava la Repubblica, il M. annunziò ai cittadini l'avvenimento con un proclama, innegziando alla sovranità del popolo. Altro importante atto del M., quale ministro degli Esteri, fu la repulsa all'invito di V. Gioberti, ministro di Carlo Alberto, di riconoscere «i diritti costituzionali del S. Padre» e di richiamarlo a Roma. Egli rispose che il popolo aborriva il governo papale e voleva la separazione netta dei due poteri. Questo è l'ultimo atto rilevante del gabinetto presieduto dal M. in breve travolto da correnti più avanzate e che diede luogo l'8 marzo 1849 ad un gabinetto presieduto da Aurelio Saffi, con ministri dello stesso colore, e quindi al Triumvirato. Gli ultimi mesi della Repubblica, il M. rimase nell'ombra; il 4 luglio partì da Roma, e, bandito dalla Toscana, si rifugiò in Corsica, poi a Genova, a Torino, a Voltri sulla riviera di ponente, e cieco, povero, con mente ot-
tenebrata, finì i suoi giorni in una casa di salute, a Villa Cristina presso Torino.

Bibl.: D. Diamilla-Müller, Biografie autografe ed inedite di illustri ital. di questa secolo, Torino 1833, pp. 9-13; O. Marcoalcl, Biografia del conte C. E. M., Oneglia 1836; G. Spada, Storia della rivoluzione di Roma e della restaurazione (1846-49), 3 voll., Firenze 1868-70; G. Loti, La rivoluzione e la Repubblica romana, Milano 1913; G. Bustico, Un ministro di Pio IX: C. E. M., in Rassegna stor. del Risorgimento, 26 (1939), pp. 454-75.

Pietro Pieri
MWANZA, vicariato apostolico di. - E situato nella parte settentrionale del territorio del Tanganyika, a sud del Lago Victoria; comprende i distretti di M. (eccetto le circoscrizioni di Nassa e Masanza), Kwimba, Shinyanga e le isole di Ukara e Ukerewe, nonché la parte continentale di quest'ultimo distretto. E affidata alla Società dei Missionari d'Africa ([v.] Padri Bianchi) cui fu assegnata il 14 febbr. 1878 la regione dei grandi laghi.

Nel 1879 quei missionari vi arrivarono e cominciarono a diffondere l'opera di evangelizzazione nonostante difficoltà di ogni genere. Il 27 sett. 1880 fu eretto il pro-vicariato del Nyanza, che comprendeva un territorio vastissimo (l'Uganda e parte del Kenya, del Tanganyika e del Congo Belga) e che il 31 maggio 1883 fu elevato a vicariato apostolico con il nome di Victoria Nyanza (dopo che già ne erano stati distaccati i territori del Congo Belga ed altri a settentrione verso il Sudan e il Kaffa), e suddiviso il 13 luglio 1894 nei tre vicariati apostolici di Nilo superiore, Victoria Nyanza settentrionale e meridionale. Quest'ultimo, dopo parecchie modificazioni di confine e diminuzioni di territorio, prendeva ( 15 genn. 1913) il nome di Victoria Nyanza che, sottoposto nuovamente ad altre modifiche di confini e diminuzioni di territorio, ebbe finalmente il nome nuovo di M. quando ( 10 apr. 1929) ne fu separato il vicariato di Bukoba (v.). Fu diviso da ultimo l'1 ap. 1946, allorché con la sua parte orientale e settentrionale fu eretto il vicariato apostolico di Musoma Msswa (ora vicariato apostolico di Msswa [v.], perché il 24 giugno 1950 Musoma [v.] fu costituita prefettura apostolica). Con decreto della stessa data si ebbe una rettifica di confini con il vicariato apostolico di Msswa. La più antica stazione missionaria attualmente esistente nel vicariato apostolico di M. è quella di Bukumbi, la cui fondazione risale al 1883.

Il vicariato apostolico di M. ha attualmente una superficie di kmq. 29.330 con una popolazione, secondo i computi fatti nel 1948, di 818.600 ab. Le statistiche del 1950 (lànno 29.327 cattolici indigeni più 94 esteri e 14 di stirpe mista, 11.390 catecumeni, 9850 protestanti, 13.960 musulmani, ca. 758.100 pagani; 17 sacerdoti indigeni, 32 esteri, 8 fratelli laici esteri, 19 suore estere; 1 seminario minore; 244 catechisti, 109 maestri, 1 medico; 6 infermieri diplomati; 5 quasi parrocchie, 13 stazioni missionarie principali e 218 secondarie, 7 chiese e 229 cappelle, 4 ospedali, 7 dispensari; scuole: 27 elementari, I media, 2 professionali, 2 normali; 1 periodico con una tiratura di 4700 copie annuali; 18 associazioni di Azione Cattolica.

Nel 1950 si sono avuti 707 battesimi di adulti.
Bibl.: AAS, 7 (1915), pp. 47-48; 21 (1929), pp. 623-24; 38 (1946), p. 359; 42 (1950), p. 892; 43 (1951), pp. 65-66; MC, 1950, p. 188; A catholic directory of East Africa, Mombasa 1950, pp. 84-87; Arch. S. Congr. de Prop. Fide, pos. pror. nn. 2406/42, 3598/30.

Carlo Corvo
MYSORE, diocesi di. - Suffraganca di Pondicherry ed affidata alla Società per le Missioni Estere di Parigi.

I primi missionari della regione furono i Domenicani verso la metà del sec. xiv, ma dell'introduzione del cristianesimo non si è scoperto finora altro monumento all'infuori di certe iscrizioni nel villaggio di Anekal. Verso la fine del sec. XVI vi penetrarono i Francescani, che fondarono cristianità a Kollegal e Seringapatam, di cui un secolo dopo scopersero le vestigia i Gesuiti. Nei territori

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di Sattianangalam, Coimbatore, Panganur e altrove predicarono il Vangelo i Gesuiti portoghesi, poi quelli francesi. La soppressione della Compagnia di Gesù (1773) e la persecuzione del principe Tippu Sahib (1749-99), sultano del M., gettò la desolazione sulla missione. Dopo la soppressione della Compagnia di Gesù, Propaganda estese con lettere del 30 maggio 1785 la giurisdizione del Superiore della missione di Pondicherry anche sul territorio di M. e le altre missioni gesuitiche. Ma a causa della scarsità del personale missionario la Società per le Missionj Estere di Parigi non vi poté lavorare efficacemente se non dopo il 1833 . Nel 1845 , la missione di M. fu separata dal vicariato apostolico di Coromandel e il 3 apr. 1850 eretta a vicariato apostolico, poi il 1° sett. 1886 a diocesi e dichiarata suffraganea di Pondicherry, nel 1887. Nel 1923 cedette una piccola parte di territorio, per concorrere, insieme alle diocesi di Mangalore e Coimbatore, alla formazione della diocesi di Calicut, e nel 1930 concorse, con le diocesi di Kumbakonam, a formare la diocesi di Salem. Nel 1940 subj una profonda trasform:zione con l'erezione della nuova diocesi di Bangalore. Una buona parte del suo territorio, del clero e dei fedeli furono incorporati nella nuova diocesi, mentre in compenso le fu aggregata una parte del territorio, del clero e dei fedeli della finitima diocesi di Coimbatore.

Al presente la diocesi di M. ha una superficie di kmq. 51.537 e conta ca. 4 milioni di ab., di cui 65 mila cattolici, 12 mila protestanti, 181.500 maomertani e 3 mi lioni 700.000 induisti. Civilmente comprende le province di M., di Coorg e di Nilgiris e parte del distretto di Coimbatore. Le lingue più usate sono: kanara, tamul, telegu, malayalam, konkani, tulu, hindustani. Ecclesiasticamente è divisa in 8 distretti, 45 quasi parrocchie, 17 stazioni primarie e 64 secondarie, con 42 chiese e 72 cappelle. I sacerdoti sono ca. 80,46 dei quali sono indigeni del clero secolare e gli altri missionari francesi. Le suore, appartenenti a diverse congregazioni estere e indigene, sono 300 , i catechisti un centinaio. L'istruzione viene impartita in 42 scuole elementari, 29 scuole medie, 18 scuole superiori, 2 scuole professionali, 1 university college. Vi sono anche un seminario maggiore ed uno minore. La diocesi ha pure 2 ospedali, 8 orfanotrofi, 3 asili, 7 ambulatori ed i tipografia, dove si stampano 4 periodici di propaganda con buona tiratura. Numerose e discretamente organizzate le confraternite, le associazioni pie e d'Azione Cattolica.

BibL.: A. Launay, Histoire des missions de l'Inde, Pondichéry, Maitenor Coimbatour, 5 voll., Parigi 1898; Arch. di Prop. Fide, Relazione quinquennale 1945-50, pos. prot. n. 4570/50.

Pompeo Borgna
"MYSTICI CORPORIS». - Parole iniziali dell'enciclica di Pio XII, data il 29 giugno 1943 (AAS, 36 [1943], pp. 193-248), in cui è svolta la dottrina del Corpo Mistico. Il Pontefice fu indotto a promulgare il solenne documento dal memorandum spedito da mons. Corrado Gröber, arcivescovo di Friburgo (Brisgovia) alla S. Sede e ai vescovi tedeschi, circa gli errori diffusi in Germania sull'argomento (cf. J. Froger, L'encyclique Mediator Dei, in La pensée catholique. Cahiers de synthèse, 7 [1949], pp. 56-76, soprattutto pp. 65-66 ove è riportato il n. 11 della lettera del Gröber, in cui sono chiaramente indicate le esagerazioni dottrinali sul Corpo Mistico). L'enciclica è una risposta precisa e circostanziata ai singoli punti incriminati, ma generalmente data in forma implicita, come inciso di un discorso più ampio : anzi, nello sviluppo sereno dell'imponente complesso dottrinale, la risposta acquista una particolare forza persuasiva per chi ha errato e uno speciale vigore probativo per chi è rimasto nell'ambito dell'ortodossia.

L'enciclica muove dal concetto della Chiesa come corpo, di cui rileva la prerogativa : uno, indiviso, visibile,
organicamente e gerarchicamente compatto, munito di mezzi di santificazione (i Sacramenti) e costituito di determinati membri (non esclusi i peccatori); dimostra poi che questo corpo è di Cristo "corpus Christi ", perché Gesù Cristo ne è a) il fondatore: con la predicazione evangelica, la redenzione di Croce, la promulgazione nel giorno della Pentecoste; b) il capo: per l'eccelleno dignità, la direzione invisibile e visibile (per mezzo del papa e dei vescovi), per la mutua interdipendenza, per la conformità di natura e di Grazia con il corpo, per la pienezza dei carismi soprannaturali, per l'influsso su tutto l'organismo per le vie ontologiche (santificando) e psicologiche (illuminando); c) il sostentatore, attraverso i suoi ministri, che edificano dal di fuori, e lo Spirito Santo, che come anima del Corpo Mistico ne è l'interno principio di coesione e il regolatore di tutte le correnti vitali; d) il salvatore, poiché acquistò neopisine suo tutti i membri della Chiesa (parte 1² ). Da tali rapporti di Cristo con la Chiesa emerge l'intima misteriosa unione di tutti i fedeli con Gesù, di cui si illustrano i vincoli giuridici, sociali, psicologici, ontologici e sacramentali, soprattutto eucaristici (parte 2^{text {a }} ). Come corollario della materia svolta, il Papa condanna il falso misticismo e quietismo e alcuni errori intorno la confessione e la preghiera, per terminare con un caldo appello ad amare la Chiesa (parte 3^{text {a }} ). Un suggestivo epilogo su Maria, come Madre del Corpo Mistico, chiude il grande documento.

Nell'enciclica si rilevano spesso affermazioni di straordinaria importanza teologica, quasi pronuntiata maiora del Magistero nella moderna ecclesiologia, p. es.: l'identità del Corpo Mistico con la Chiesa cattolica romana, le condizioni per essere membri della Chiesa (v.), la condannata vivisezione tra "Rechtskirche" (Ecclesia toris) e "Liebeskirche" (Ecclesia amoris), lo Spirito Santo anima del Corpo Mistico, gli stretti rapporti tra il governo interno ed esterno dello stesso organismo, il teandrismo ecclesiologico, la condanna di qualunque forma di panceristismo (contro Pelz), Maria Mater Ecclesiae.

L'insigne documento è l'epilogo glorioso di quel movimento che, delineatosi in Germania per opera di J. A. Möhler (v.), influì su tutta l'ecclesiologia dell'Ottocento (C. Passaglia, Cl. Schender, J. B. Franzelin, M. J. Scheeben), come implicita risposta alla concezione materialistica della solidarietà umana. Quando, dopo la guerra del 1914-18, in tutta Europa le due concezioni cattolica e marxista si trovarono di fronte, quasi ideologica e cronologica coincidentia oppositorum, il motivo del Corpo Mistico fu di nuovo particolarmente sentito : sorsero opere di larga erudizione e tendenti a una sintesi costruttiva (J. Anger, F. Jürgersmeier, Feckes, Wikenhauser, Grivoč, E. Mura, Koster, E. Merseb, L. Malevez, S. Tromp, Congar). In tanto fervore di studi, si spiegano entusiasmi e intemperanze di forma e di sostanza. L'enciclica aduna e valorizza i dati migliori di questa teologia in fieri, non stronca il movimento, ma lo potenzia eliminandone i principi di dissoluzione; conclude un'epoca della teologia ecclesiologica, per iniziarne un'altra più sicura e più feconda.

BibL.: commenti: S. Tromp, Litterae Encyclicae de mystico Jesu Christi corpore, Roma 1943 (Textus et documenta, series theologica, n. 267; S. Malevez, Quelques enseignements de l'encycl. M. C., in Nouvelle renue théologique, 77 (1945), pp. 385-407 (tutto il fascicolo è dedicato al Corpo Mistico in rapporto alla enciclica); G. Ceriani, Il mistero di Cristo e della Chiesa, Milano 1945; C. Lialine, Une étape en ecclésiologie. Réflexions sur l'ene, M. C., in Irénikon, 19 (1946), pp. 129-52; 20 (1947), pp. 5454; P. Parente, Il mistero della Chiesa, in Tabor, 3 (1950, I), pp. 5-9; A. Piolanti, Il Corpo Mistico nella teologia, ibid., 5 (1950, I), pp. 197-204.

Antonio Piolanti

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NAAMAN (ebr. Na'âmân). - Nome di un israelita e del capo dell'esercito di Benadad II, re arameo di Damasco.

Il primo in Gen. 46, 21 è numerato con Bela tra i figli di Beniamin. Nella genealogia di Num. 26, 38 sgg., alquanto differente e migliore, è figlio di Bela e nipote di Beniamin, come in I Par. 8, 4; per il v. 7 (ibid.), il testo è incerto. N. fu capo del casato che ebbe nome da lui.

Il generale siro, caro al suo Re (cf. II Reg. 5, 1), contemporaneo di Achab, Ochozia e Ioram, per aver arginato le invasioni di Salmanasar II, fu colpito dalla lebbra. Una giovane israelita, catturata in una razzia e divenuta sua schiava, gli suggerì di recarsi per la guarigione da Eliseo (v.). Lo stesso re di Damasco si interessò della cosa, e N. con ricchi donativi si recò dal profeta. Senza aspettarlo, Eliseo gli mandò a dire che si immergesse sette volte nel Giordano. N., che aspettava solenne accoglienza e qualche atto ieratico del profeta sul suo corpo malato, espresse irato il suo risentimento. Calmato, fece quanto il profeta gli ordinava e guarì immediatamente. Raggiunse allora Eliseo e gli offrì, ma invano, i suoi ricchi doni; riconobbe la potenza di Jahweh, al quale solo decise di sacrificare; e per questo fece caricare dai suoi la terra che ritenne necessaria allo scopo, per immolare su di essa, una volta ritornato in Siria, le vittime in onore di Jahweh. Questo particolare svela la mentalità senzita sulla territorialità di ciascuna divinità e del culto rispettivo. Nel ritorno, N. fu gentile e generoso con Giezi (v.), corso di nascosto per approfittare dei doni rifiutati dal suo padrone (II Reg. 5, 1-27).

Gesù, nella sinagoga di Nazareth, ricorda la guari-
![img-3.jpeg](img-3.jpeg)
(da V. Leroquais, Les Poussiers gus. toites des Bibl. yubl. de France, Mâcon 169-11, fasc. 65)
NAAMAN - N. guarito della lebbra da Eliseo (in alto): il Battesimo di Gesù (in basso a sinistra); a. Giovanni Battista che battezza (in basso a destra). Miniatura di un Sullerio d'origine italiana ( 2° metà sec. xiv) - Parigi, Biblioteca nazionale, ms. lat. 772, f. 33°.
gione di N. per dimostrare ai Giudei la libertà di Dio nell'elargire i suoi doni ai gentili (Le. 4, 27).

Bibl.: M. Sales, La S. Bibbia, Vecchio Test., III, Torino 1924, pp. 144-47; A. Clamor, Les Nombres (La Ste Bible, ed. L. Pirot. 2), Parigi 1940, p. 414 sgg. Francesco Spadafora

Ancheologia. - Nell'iconografia cristiana la storia di N. è stata rappresentata rare volte. P. Markthaler nella sua relazione "Sulle recenti scoperte nell'abbazia imperiale di Farfa" (Riv. di archeol. crist., 5 [1928], pp. 37-88) illustrò due episodi dell'ufficiale lebbroso ivi rappresentati in armonia col testo biblico: il suo incontro col Re d'Israele (ibid., p. 73, fig. 33) e la sua visita alla casa del profeta Eliseo (ibid., p. 75, fig. 34). Il Markthaler mette in rilievo che Farfa trae il suo nome proprio dal fiume "Pharphar" che bagna Damasco, ricordato da N. (II Reg. 5, 12). Un altro esempio molto più tardo (metà sec. xiri) in S. Maria-Lys in Colonia (P. Clemen, Die romanische Monumentalmalerei in dem Rheinlanden, Düsseldorf 1916, p. 575 e tav. 24).

Enrico Josi
NAAS (ebr. Nähâs «serpente»). - Nome di due ammoniti, d'un israelita e di una città.
I. Re dai «figli di Ammon» che, poco dopo l'elezione di Saul, assediò Iabes di Galaad. Dinanzi alla condizione oltraggiosa imposta da N. per la resa, gli assediati chiesero una pausa di 7 giorni e mandarono a chiedere aiuto agli altri Israeliti. Saul accorse e sconfisse gli Ammoniti (I Sam. 11, 1-11; 12, 12). Le relazioni di N. con David furono invece cordiali (II Sam. 10, 2; I Par. 19, 1).
2. Altro ammonita, padre di Sobi di Rabbath, il quale portò viveri a David fuggitivo, a Mahanaim (II Sam. 17, 27). Potrebbe identificarsi con il precedente.
3. Padre di Abigail e di Sarvia madre di Ioab (ibid. 17, 25). Viene ordinariamente identificato con Iesse, padre di David; cf. I Par. 2, 16.
4. Città menzionata nella lista di Giuda (I Par. 4, 12). Probabilmente è l'attuale Dejr Nabhā̌.

Bibl.: M. Sales, La S. Bibbia, Vecchio Testamento, II, Torino 1924, pp. 217 sg., 310, 337; L. Desnayers, Histoire du peuple hébreu, II, Parigi 1930, pp. 41 sgg., sos sg., 296; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, 2° ed., ivi 1938, p. 351.

Francesco Spadafora

## NAASSENI : v. OFFITI.

NABAL (ebr. = "stolto»). - Grosso possidente di greggi in Carmel, a sud-est di Hebron, di cui parla I Sam. 25. Aveva in moglie Abigail (v.). «donna di buon senso e di assai bell'aspetto, mentre lui era duro e di mali modi». Durante i sontuosi banchetti soliti a farsi in occasione della tesatura delle pecore, David, che s'aggirava in quei pressi con la sua banda per sfuggire a Saul, lo fece richiedere di qualche gratificazione in cambio di aver egli rispettato, anzi difeso, i greggi di lui. N'ebbe rifiuto e disprezzo, per cui salì a far vendetta; ma gli venne incontro con doni, ad ammansirlo, Abigail. Quando N., "svaporato il vino", seppe dalla moglie il pericolo corso, "gli morì il cuore in seno, ed egli divenne qual pietra" (ibid. 25, 37). Spirò dieci giorni dopo, e la saggia donna divenne sposa di David. La narrazione è storicamente preziosa per le notizie circa usi e credenze.

Gino Bressan
NABATEI (gr. Naßa τ α hat{imath} α; lat. Nabataei). - Potente popolo arabo, che negli ultimi tre secoli a. C. e nel I d. C. acquistò notevole importanza politica ed economica per lo sviluppo del commercio fra l'Asia e la Siria. Flavio Giuseppe (Antig. Iud., 1, 12, 4) e s. Girolamo (Quaest. in Gen., 25, 12 : PL 23, 977) li fanno discendere dalla tribù ismaelita di Nabaioth (Gen. 25, 13; 28, 9; 36, 3; I Par. 1, 29). I Nabätu, associati con Qidri nelle iscrizioni assire e che Assurbanipal respinse nel Nağd, potrebbero essere gli antichi antenati dei N. dell'epoca ellenistica e romana. Ancora nomadi nel sec. Iv a. C., andarono gradatamente trasformandosi in sedentari e, spingen-

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(da A. Kammeter, Pótra et la Nabatène, II, Parigi 1596, left.begin{array}{ll}text { Ios. 21, fig. II } \ text { NAbateI - Tombe romane nella valle di Petra. }end{array}right.

Dosi nel nord, invasero la regione edomita, rifugiandosi in Petra, che divenne loro capitale.

Resisi indipendenti, erano nel 312 a. C. abbastanza forti da resistere a due spedizioni di Antigono re della Siria. Centro del loro commercio era la città di el-Hiğr (Madä'in Şālib), ricca di monumenti rupestri ornati di iscrizioni nabatee e dove si incrociavano le vie dal Golfo Persico, dallo Jemen e dal Mar Rosso. Di là le carovane rifornivano i depositi di Petra, donde venivano smistate le merci, per la via di Gaza, sia in Egitto, in Grecia, in Italia e nei porti della Siria. La potenza del loro Regno andò aumentando con il decadere di quella dei Seleucidi e dei Tolomei, e nel periodo del loro maggiore sviluppo dominarono dal Golfo Elanitico sino a Damasco. Nel territorio bene organizzato e popolato, riattivarono tutte le strade della Transgiordania, munendole di fortini e posti di guardia a difesa del traffico e anche per prelevare le tasse sulle merci. Spinsero i confini del terreno coltivabile nell'interno del deserto con una provvida irrigazione e con la creazione di cisterne, dighe e acquedotti.

Oltre che dalle notizie degli scrittori classici (Diodoro Siculo, 19, 94; Strabone, 16, 4) la civiltà dei N. è nota dalle monete, importanti per stabilire la cronologia dei re, e dalle numerose iscrizioni redatte in lingua aramaica, ma piena di arabismi, così che agli occhi degli scrittori romani apparvero come Arabi. Il Regno cadde nella nuova organizzazione politica dell'Oriente fissata da Traiano, il quale lo distrusse nel 106 riducendolo a provincia con il nome di Arabia. Restano molti monumenti rupestri e templi in molte località della Transgiordania : 'Abdē' (v.), Hirbet Tannūr, Petra, Kerak, Qaşr Rabbah, 'Ajneh. Il Dio nazionale era Dusares con la paredra Allāt. Poco è conosciuto della loro organizzazione civile e militare.

Bisc.: A. Kammeler, Pétra et la Nabatène, a voll., Parigi 1925: G. Cantineau, Le nabatéen, ivi 1930-32; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I, Parigi 1933, p. 295; II, ivi 1933, pp. 148-50; N. Glusek, The other side of the Nerdon, Nuova Haven 1940 (a pp. 158-200 un aggiornato riassunto sulle ultime scoperte e scavi).

NabNEDO (babil. "Nabū-nā'id = "Nabū è eccelso»). - Ultimo re di Babilonia, il cui regno (556-539) chiude tragicamente la storia non ancora centenne dell'Impero neobabilonese e quella plurimillenaria del predominio semitico-accadico nel prossimo Oriente.

Relativamente numerose sono le iscrizioni cuneiformi su di lui ed il suo Regno: tra le altre una sua iscrizione di fondazione e quella assai disputata che tratta di sua madre sacerdotessa del dio Sin a Haran, nel tempio E-bāl-bāl che ebbe tanta influenza sulla sua piatà. Apertamente faziose, però, sono le iscrizioni, narranti la storia del suo Regno, per opera dei sacerdoti di Marduk e di Ciro, che nel 539 entrò, con applausi trionfali, in Babilonia. Peraltro le fonti greche sono di uso difficile. Gravi problemi esegetici si devono affrontare volendo appli