volume-08

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a sua piatà. Apertamente faziose, però, sono le iscrizioni, narranti la storia del suo Regno, per opera dei sacerdoti di Marduk e di Ciro, che nel 539 entrò, con applausi trionfali, in Babilonia. Peraltro le fonti greche sono di uso difficile. Gravi problemi esegetici si devono affrontare volendo applicare a N . pericopi del libro di Daniele.

La figura di N. è travisata in parte persino dagli storiografi moderni ed in enciclopedie e manuali. Secondo costoro N. era uno scienziato distratto ed indifferente ai compiti del Regno, un archeologo, un capo strano posseduto dall'idea fissa di promuovere il culto della Luna, e, chi sa per quale capriccio, assente per anni da Babilonia, in villeggiatura nell'assi di Tajmá in Arabia. Gli ultimi studi, specialmente quello di R. P. Dougherty, ne hanno ristabilito una immagine più vera. N. è figlio di un nobile principe della Babilonia, "Nabū-balātusiqbī, con qualche probabilità di discendenza aramaica, e della sacerdotessa su accennata (il cui nome non si sa), anch'essa con relazioni aramaiche. Da tale sacerdotessa N. ricevette una formazione scientifica e religiosa superiore a quella di Nabuchodonosor, ed eredić una profonda devozione al dio Sin. Questa si congiunse in lui a un vivo senso storico, del resto non cartoneo agli altri re neobabilonesi. Di animo profondamente religioso, N. percepì l'inferiorità della religione invecchiata del suo Impero di fronte a quella nuova dello jahnwismo e alla religione iranica, monoteistica l'una e almeno tendente al monoteismo l'altra. Maturava dunque in lui un programma di riforma: di ristabilire cioè l'età più antica, più originale della religione mesopotamica, l'evo di Natnar, nome sumerico di Sin. Statue, rituali, persino i templi stessi dovettero essere riformati secondo modelli o piante più antiche. Cosi si spiega il suo interesse per l'archeologia, la stima dei sogni e visioni; ma egli non fu un riformatore antistorico, a differenza di Echnaton (v. AMENOPTUS IV), con cui ebbe un po' le stesse sorti: l'inimicizia cioè di un fortissimo partito sacerdotale, l'essere considerato in parte "eretico" e "malfattore", la crudele damnotia memoriae. Il suo senso storico lo fece anche impegnare negli affari politici. Capì il problema insito nell'Impero neobabilonese: all'esterno cioè la squilibrata tetrarchia di Media, Babilonia, Lidia, Egitto, di natura labile e pronta a cadere ad ogni momento davanti alle truppe ben esercitate dei Medi; all'interno, la continua rivalità fra i diversi elementi dello Stato neobabilonese: Caldei, Aramei, Babilonesi, e specialmente le diverse clientele dei templi. Mancava inoltre il vigore fisico, la freschezza di sangue e lo spirito bellicoso dei Medi.

Si può ritenere che N. nacque ca. il 6ro. La notizia di Erodoto potrebbe avere consistenza il Siennesio di Cilicia e N. avrebbero mostrato la loro abilità politica nel comporre la pace di compromesso fra Hiumagu (Astiaga) di Media ed Atlatte di Lidia, nel 585 , stabilendo la famosa frontiera sul Halys. Cosi non susciorebbe meraviglia il documento pubblicato
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(da A. Kammeter, Pótra et la Nabatène, II, Parigi 566, ctr. (6) NAbateI - In olio: moneta di Areta III (87-69 a. C.); in busto: moneta di Areta IV (9 a. C.-40 d. C.) - Gerusalemme, convento di S. Anna.

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da Dougherty, secondo il quale suo figlio Bêl-far-usur (v. baltassar) fu "un ufficiale principale del Re", preparato a partecipare al Regno del padre quasi dall'inizio, come di fatto avvenne.

Il resoconto della rivoluzione del 556 è mutilato per l'assenza di tre righe presiose. LabdEi-Marduh, figlio minorenne di Neriglisser, fu allora ucciso, e N. acclamato da tutti. Tuttavia N. era conscio dell'usurpazione, insistendo che il suo rivale era stato destinato al trono "contro la volontà degli dèi e e considerandosi come "rappresentante" di Nabuchodonosor e Neriglissar nel Regno. Subito dopo l'ascesa al trono N. fece una spedizione all'ovest, fino a Gaza in Palestina, stabilendosi in tutto il vasto territorio dell'Impero, non ancora diminuito. Nel terzo anno ricevette una visione da Sin, che lo incoraggiava alla conquista di Haran, allora in possesso dei Medi, e alla ricostruzione del famoso tempio di Sin in quella città. Alle sue preoccupazioni la visione rispose che tre anni dopo il Re di Media sarebbe stato vinto da un "suo piccolo servo", il Re di Anšan. Allora, sull'esempio di Nabopalassar e Ciassare, N. fece alleanza con Ciro, re di Persia, occupò Haran e ricostruì in tempo assai breve il famoso tempio. Ciro però, re di Persia, riuscì a conquistare Hangmatana nel 550 , e la Media venne incorporata nel suo Impero, in posizione di favore. N. sentì spavento da un tale squilibrio internazionale e strinse alleanza con Creso di Lidia e con l'Egitto. Volendo estendere il suo Regno, stabilire un contrappeso ai soldati feroci di Ciro, s'avviò verso l'Arabia, dove si stabilì nell'oasi di Tejmā', punto di controllo di molte strade di carovane dato che le vie del nord e dell'est erano bloccate dalla Media oramai ostile; controllo inoltre la costa orientale del Mar Rosso. Rimane qualche mistero sul complesso delle ragioni della sua assenza, prolungata almeno dal settimo all'undicesimo anno del suo Regno. Più ancora divenne disastrosa la situazione quando Creso, affidandosi all'oracolo della Pizia di Delfo, attraversò il Halys, e quando per la marcia inaspettata di Ciro su Sardi perdette Impero e vita, nel 546 . Haran sembra essere andata perduta già prima, perché la madre di N. mori nell'accampamento dell'armata nel nono anno di N .

Suonò allora l'ultima ora dell'Impero neobabilonese. N., non più contento che Baltassar regnasse in Babilonia con il grosso dell'armata, ritornò. Ma Ciro riusci a trarre a sé il potente governatore di Gutium, Gubaru, ed a preparare la conquista dall'interno con i suoi partigiani, i sacerdoti di Marduk. Cospiravano inoltre i Giudei, che si sentivano anch'essi oppressi dalle riforme religiose di N. Ricordando peraltro le stragi dei Medi, che distrussero tanto statue di divinità, N. raccolse in Babilonia tutte le statue delle province minacciate, altro motivo di propaganda contro di lui da parte dei sacerdoti danneggiati. La guerra decisiva del 540-539 finì ben presto: Ciro, forzate le fortificazioni di Qpia, prese Sippar. Allora la via fu libera per la città di Babilonia, nella quale Gubaru entrò senza battaglia. N. fuggì, ma fu fatto prigioniero e, con probabilità, giustiziato insieme al figlio Baltassar.

La memoria di N. fu sistematicamente oscurata dai vincitori. Però, nonostante questa triste sorte, N. rimase un personaggio attraente, e gli usurpatori babilonesi, all'avvento di Dario, si chiamarono "figli di Nabuchodonosor e di N.".

Bbbl.: opera fondamentale: R. P. Dougherty, Nabonidas and Bakhazzor, Nuove Haven 1929. Altre opere: Sidn. Smith, Babylonian historical texts, Londra 1924; id., Cambridge ancient history, III, Cambridge 1925, pp. 218-23; id., Isaiah XL-LV, Londra 1944, pp. 24-48; B. Meissner, Künige Bab. u. Assyriene, Lipsia 1926, pp. 276-83; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1932, pp. 12-20; B. Bonkamp, Die Bibel im Lichte der Kell-scheUforschung, Recklinghausen 1939, pp. 525-36. Sulla stele di Eski-Haran: H. Pognon, Inscriptions sàmitiques de la Syrie..., Parigi 1907, pp. 1-14, tavv. 11-13; P. Dhorme, in Rev. bibl., 17 (1908), pp. 130-35; S. Langdon, Vorderasiatische Bibliothek, IV, Berlino 1912, pp. 288-95 (cf. P. Dhorme, in Rev. d'astoriel., 11 (1914), p. 106); F. H. Weissbach, Köppen, in Pauly-Wissowa, X, coll. 2009-21; H. de Genouillac, N., in Rev. d'astoriel., 22 (1925), pp. 71-83; J. Levey, The late assyro-babylonian cult of the moon..., in Hebrews Union College annual, 19 (1943 xg.), pp. 403489; B. Landsberger, Die Baudstele von Eski-Harran: Haild Edhem Hailve Kitabi, Ankara 1947, pp. 113-51, tavv. 1-3;
E. Dhorme, Le mère de N., in Rev. d'astoriel., 41 (1947), pp. 1-21 (Recueil E. Dhorme, Parigi 1951, pp. 325-50). Pietro Nober

NABOPOLASSAR. - Fondatore dell'Impero neobabilonese (babil. *Nabū-apal-usur = «Nabū protegga il figlio erede "), che regnò dal 625 al 605 . Era originariamente soltanto un principe dei Caldei, e ammette francamente di essere stato un "figlio di nessuno ", povero di potenza, ma che ascese al trono "per la parola di Nabū e di Marduk... e per le armi grandi e irresistibili del terribile Qirra". Alla politica tradizionale dei Caldei e dei Babilonesi, l'anelito all'indipendenza e l'ostilità verso gli Assiri, si offrì un'ottima occasione quando nel 626 morirono il grande Assurbanipal, re dell'Assiria, ed il suo rappresentante Kandalānu, re di Babilonia. N. allora si impossessò del trono di Babilonia, probabilmente riconosciuto dagli Assiri, i quali rimanevano in possesso di Nippur, di Uruk e di tutto il sud del Regno di Babilonia. Così nei primi anni regnò su un territorio ben piccolo e non ruppe del tutto le relazioni con il trono di Ninive. Ma, ricevendo ca. il 619 da Sin-šar-iškun il mandato di sottomettere le tribù del Mare, apertamente si ribellò e tolse agli Assiri Nippur, Uruk e città dopo città, fin a regnare più o meno su tutta la Babilonia.

Per difendersi dalle rivendicazioni assire si accinse alla più grande opera della sua vita: la debellazione completa dell'Impero assiro. A tale scopo strinse un'alleanza, non più con l'antico Elam, distrutto per sempre da Assurbanipal, ma con la Media, giovane popolo di pastori e di guerrieri feroci, allora la più grande potenza militare del prossimo Oriente, dopo che Uvakšstra Veretragna (Ciassare) aveva riorganizzato l'armata a perfezione secondo i modelli sciti e assiri. Quci guerrieri sommamente audaci crano allora il terrore della civiltà umana, non risparmiando nemmeno le statue delle divinità più venerate. Tutto il mondo civile, ad eccezione di N., si accorse del pericolo e Sin-šar-iškun trovò alleati fra i tradizionali nemici dell'Assiria, come i Mannel (fra il lago Van ed il lago Urmia), l'Egitto, ed in un primo tempo, quando non erano stati ancora battuti dai Medi, gli Sciti.

Si fece dunque una guerra lunghissima e con vario esito di battaglia, come racconta per gli anni dal 616 al 609 la Cronica di N. Appare da questi rendiconti di guerra la superiorità dei Medi; per es., nel 615 N . intraprese l'occupazione della città di Aššur, fu battuto, si ritirò a Takritain, dove fu rinchiuso nella fortezza; nel 614 i Medi espugnarono Aššur; N. arrivò quando la battaglia era finita, ma nondimeno Ciassare confermò l'alleanza e Amyhia fu dato in sposa al principe erede al trono, Nabuchodonosor.

La guerra non era ancora finita quando Sin-šar-iškun, secondo notizie greche, si gettò nelle fiamme del suo palazzo durante la presa di Ninive (612). Una parte dell'esercito assiro seppe fuggire e Aššur-uballit si stabilì a Haran; la guerra di debellazione, nella quale ben presto l'armata babilonese fu posta sotto il geniale comando di Nabuchodonosor, durò fino al 605 , quando il faraone Nechao fu battuto decisivamente presso Carcamis. Nabuchodonosor inseguì a passo d'uomo il Paraone fin al torrente d'Egitto; ivi seppe che suo padre era morto in Babilonia ed allora, con piccolo corteo, s'affrettò a ritornare al più presto in Babilonia per non perdere il trono.

C'è da meravigliarsi che N., nonostante la guerra accanita, abbia trovato agio per molte opere di pace. Ricostrul la mura esterne della città di Babilonia NisnittiBēl, per fare abitare in pace la gente della capitale. Un ponte di pietra, costruito da lui sull'Eufrate per congiungere le due metà della città, fu ammirato da Erodoto. Ricondusse a Sippar l'Eufrate, anticamente chiamato "fiume di Sippar". Tramontato nel 612 il fasto di Ninive, Babilonia, allora la città più grande del mondo, dovette rinnovare tutto il suo splendore religioso. Si mise a ricostruire l'Etemenanhi, la famosa zigarror di

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(da Wittert, Mosaiken, taw. 61) Nabobr e Felice, santi, martiri S. N. Mussico della 1² metà del sec. V - Milano, basilica di S. Ambrogio, cappella di S. Vittore.

Babilonia, e i principi Nabuchodonosor e Nabü-šum-lišir come semplici operai dovettero trasportare mattoni. Costrul a Ninurta un nuovo tempio in Babilonia, come in Sippar un altro alla consorte di Bamaš (dio Sole). Dotò inoltre i templi di regali preziosi, consegnati ogni anno. Cosl il Re caldeo riusci ad acquistarsi la simpatia dei sacerdoti babilonesi, i quali erano tanto influenti durante tutta l'epoca neobabilonese da costituire un grave problema di politica interna. N., più con l'astuzia diplomatica che con le armi, riusci a realizzare tutti i sogni di libertà e di grandezza, comuni ai Caldei e alla città di Babilonia, ma più ancora i desideri di vendetta, cosl da non ritenere più che l'Assiria fosse un membro della cultura babilonese ed un popolo fratello. I suoi feroci alleati, i Medi, ebbero le mani libere per distruggere i
templi più famosi, dedicati a divinità babilonesi, come quello celeberrimo di Ištar di Ninive, fondato da un suo predecessore, Maništušu, re di Akkad. Le presioue "biblioteche", come quella grandissima raccolta con tanto zelo da Assurbanipal (v.), furono distrutte e disseminate per le rovine di Ninive. Ciò, per la civiltà babilonese, fu un suicidio culturale almeno parziale. Un altro suicidio dei Semiti accadici si verificò nelle stragi incredibili di vite umane, comparabili sotto ogni rispetto a quelle di Gerusalemme nel 586 : carneficine delle classi più alte, deportazione degli uomini atti ai mestieri e persino di grande parte della popolazione agricola, cosl che, come ad Aššur, sopravvissero soltanto comunità esigue e poverissime.

Bibl.: C. J. Gadd, The fall of Niniveh, Londra 1923 (fondamentale; cf. E. Dhorree, in Rev. bibl., 33 [1924], pp. 218-34); Sidn. Smith, Cambridge ancient hist., III, Cambridge 1925, pp. 127-30, 207-10, 269-99; B. Meisaner, Könige Bab. u. Assyrismr, Lipais 1926, pp. 258-61; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1932, pp. 23-25; B. Bonkamp, Die Bibel im Lichte der Keilzehriffforschung, Recklinghausen 1939, pp. 498-507; A. L. Oppenheim, Ancient near eastern texts rel. to the Old Test., Princeton 1951, pp. 303-305.

Pietro Nober
NABORE e FELICE, santi, martiri. - Sono commemorati il 12 luglio nel Martirologio geronimiano, che però dipende dalla Passio, composta probabilmente verso la metà del sec. v, e secondo la quale N. e F. sarebbero stati due soldati che, messi in carcere a Milano per aver disertato le file dell'esercito, furono in seguito decollati nelle vicinanze della porta della città di Lodi, e i loro corpi sarebbero stati portati a Milano da una pia donna di nome Savina.

La verosimiglianza di queste notizie, avvalorata da altri documenti, porrebbe il martirio di N. e F. al principio della persecuzione di Diocleziano, alla fine cioè del sec. III. Nel sec. Iv sui loro sepolcri si ergeva una basilica dove erano veneratissimi. Nelle vicinanze di detta basilica s. Ambrogio trovò i corpi dei martiri Gervasio e Protasio che erano stati tanto tempo incoscientemente calpestati dai fedeli che si recavano a venerare N. e F.

Bibl.: Paolino, Vita di s. Ambrogio: Pl. 14, 31 sq.; Acta SS. Iulii, III, Parigi 1876, pp. 267-81; F. Savin, Gli antichi veracevi d'Italia dalle origini al 1300. La Lombardia, parte 17: Milano, Firenze 1913, pp. 759-80; Lanzoni, pp. 996-1001; Martyr. Hierosymionum, pp. 366-71; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, 2² ed., Bruxelles 1933, pp. 335-37.

Agostino Amore
NÄBÜ. - E il nome semitico del figlio di Marduk, dio della Babilonia, e significa l'« annunciatore». Egli era il pianeta Mercurio e dio della scrittura, delle arti e dei mestieri.

Il suo santuario principale era nella città di Barsippu, non lontano da Babele, con la quale la città di N. era congiunta mediante una strada processionale, che la statua del dio percorreva durante la festa del capodanno. N. era molto venerato in Assiria durante il periodo neossiro. Il suo simbolo era la tavoletta d'argilla e lo stilo, per ricordare che quale dio scriba fungeva da segretario durante le adunanze delle divinità principali nel tempio di Marduk a Babele.

Bibl.: G. Furlani, La religione babilonese e assira, I, Bologna 1928, pp. 235-43.

Giuseppe Furlani
NABUCHODONOSOR II. - Secondo re neobabilonese (babil. "Nabü-kudurri-uşur" = "Nabü protegga il figlio erede"; ebr. Nébhühhadhre'sşur, forma più antica e genuina di Nébhühhadhnesşar), nel cui Regno (605-562) l'Impero neobabilonese raggiunse l'apogeo. Figlio primogenito di Nabopalassar, che dovette lottare durante tutta la sua vita per fondare l'Impero, già nel 614, quando Nabopalassar e Ciassare s'incontrarono sulle rovine della città di Aššur, era stato destinato al trono : suo padre strinse un'alleanza più intima con la Media, e N. ricevette in sposa Amyhia, figlia di Ciassare, avvenimento importante per la politica estera del suo Regno. Le sue capacità si mostrarono dopo la caduta di Ninive ( 612 ). Nelle guerre contro l'Assiria, che si era alleata con il faraone Nechao, N. ricevette il comando delle truppe. Specialmente a Carcamis, battaglia decisiva per la storia di un secolo, N. si mostrò geniale statega.

Nonostante la resistenza eroica (negli scavi di Carcamis si è potuto accertare che i difensori della città combatterono fin che il fuoco non li bruciò vivi), N. sconfisse il Faraone e lo incolzò finché, già arrivato alle porte dell'Egitto, gli venne la notizia che suo padre era morto a Babilonia. Allora affidò ad un amico esercito e bottino ed al più presto, per il deserto della Siria, raggiunse Babilonia. Arrivato alla tomba del padre, sepolto nel palazzo, dopo ca. 15 giorni di viaggio, il trionfatore del Faraone non ebbe difficoltà ad assicurarsi il trono; salito sul quale divenne il più grande personaggio del suo tempo, come comandante di truppe, abilissimo uomo di Stato, costruttore ed architetto, cosl da fare della sua Babilonia la più splendida città mai esistita.

Se però le fonti cuneiformi sono eloquentissime sulla sua attività edilizia, sono silenziose circa la sua politica estera e le sue guerre, come del resto su Hammurabi, da N. imitato di proposito. Rimangono solo un'iscrizione con le indicazioni tradizionali e generiche di avere attraversato montagne lontane e difficili, dal Mare Superiore ( = Mediterraneo) al Mare Inferiore ( = Golfo Persico), di avere annientato i ribelli, di aver fatto prigionieri i nemici e di avere apportato immensi bottini alla sua città di Babilonia, innanzi al signore Marduk; inoltre l'iscrizione del Wādī Brissah nel Libano (riferisce che cacciò da quella montagna, la "foresta di Marduk", un nemico che ne rubava le ricchezze, e che spaccando rocce costrul

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(1st. Enc. Catl.)
Nabuchobonosor II - N. seduto in trono tra dignitari della sua corte. Sotto: un bimbo viene abbandonato in un bosco. Miniatura del ecc. siv di un codice spagnolo contenente la parte a della Storia Universale di Alfonso X di Castiglia: A qui se comenga la estoria de Nabuchobonosor rey de Babilonia... - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 539, f. 2°.
una via per far slittare gli alti tronchi dei cedri), ed un'altra mutilata della fine del Regno.

Dalla Bibbia si hanno più informazioni, ma bisogna in qualche caso badare al genere letterario dei passi biblici, che si volessero usare quale testimonianza storica. Cosi, secondo Dan. 1, 1, è molto probabile che N., inseguendo gli Egiziani nel 605 , sia entrato in Gerusalemme ed abbia asccheggiato il Tempio prendendo qualche ostaggio. Il re Ioakim, posto sul trono dal Faraone, secondo II Reg. 24, 1-7, si sottomise e divenne vassallo di N. per tre anni. Quindi si ribellò, fidandosi piuttosto dei suoi indovini e falsi profeti che di Geremia. N. lo molestò dapprima con razzie, che fece fare dai popoli vicini, ma infine mosse l'esercito e lo chiuse d'assedio in Gerusalemme (597). Ioakim morì durante l'assedio e sul figlio Ioachin cadde il castigo: la città venne presa, i nobili, i militari, gli uomini di mestiere, il tesoro e parte dei vasi sacri del Tempio furono deportati in Babilonia. Anche Ioachin andò prigioniero in Babilonia, dove N. provvide al suo mantenimento (sono rimasti "biglietti» di consegna di olio ecc. fornito a Ioachin, in scrittura cuneiforme). N. costituì nuovo re Matthania, cambiandone il nome in Sedecia (v.), e questi nei primi anni restò fedele a N. Allora l'Egitto, sotto il faraone Ephree (v.), sobillò i popoli circonvicini e riusci a formare una coalizione contro N. Aderirono Moab, Ammon e la potenza navale di Tiro, tutti desiderosi di libertà e fiduciosi nelle promesse dell'Egitto. Contro tutti gli ammonimenti del profeta Geremia, a Gerusalemme vinse il partito egiziano, e Sedecia prese parte alla congiura. N. accorse con il suo esercito e pose il quartier generale a Rabia. Le sue truppe riconquistarono il Libano, ad eccezione di Tiro insulare, che resistette per ben 13 anni, invasero la Giudea prendendo fortezza dopo fortezza (come è ben illustrato anche dagli ostraca di Lachia), e assediarono Gerusalemme per più di un anno. Ephree pure si mosse e venne a Gaza, ma, andandogli incontro l'esercito di N., s'avvide che non era il caso di osare battaglia e si ritirò dietro il

Delta. I Babilonesi ritornarono a Gerusalemme e presero la città sempre ribelle; un mese dopo il "capo cocchiere" (Jer. 39, 3. 13), in realtà capo della guardia del corpo, Nabuzardan (v.) la distrusse. Soltanto Tiro resistette ancora, ma finalmente Ethbaal si sottomise, riconoscendo la sovranità di N., e con ció il commercio marittimo riprese. Una tavoletta cuneiforme miseramente mutilata, come si è accennato, riferisce per l'a. 567 un'altra spedizione contro l'Egitto, ma se e fino a qual punto N. entrò in Egitto non si può stabilire.

Imparentato ed alleato con la Media (v.), N. non ebbe da combattere all'est e al nord del suo Impero. Sembra che le sue relazioni con la Media, la quale anche durante il suo tempo possedeva l'armata più formidabile, furono sempre di buon vicinato. N. però s'accorse del pericolo e perciò terminò le mura interne ed esterne della città di Babilonia, costrul Imgur-Bēl e Nimitti-Bel, fortificando inoltre l'ultima con una palude artificiale. Ma un sistema difensivo più monumentale (il «muro medico» ammirato dai Greci) fu costruito più a nord, dove fra Opis e Sippar il Tigri e l'Eufrate s'avvicinavano a 30 km ., incorporando canali, paludi, dighe e mura. Nella guerra della Media con la Lùdia, fra il 590 e il 585 , l'incaricato di N., Neriglissar (v.), suo genero e secondo successore, seppe indurre le due parti ad una pace di compromesso che stabili la frontiera sul Halys.

La politica estera di N. diede un grande sviluppo al commercio; e la città di Babilonia, abitata da ca. 200.000 anime, diventò il centro commerciale del mondo. Si può supporre che N. s'imponesse anche all'Arabia, almeno per il controllo di qualche strada di carovane. Cosi arricchì il suo paese, e tale posizione vantaggiosa gli permise di abbellirlo in maniera incredibile, così che non si può scavare un sito di qualche importanza nella Mesopotamia meridionale senza che vengano alla luce mattoni con la sua iscrizione, veri mattoni bruciati nel fuoco, non più dissecati all'aria.

Splendido era soprattutto il palazzo di N., scavato da R. Koldewey, un'area nel «rione» di «Porta di Dio», insieme con le fortificazioni di m. 500 per 400 , tra la strada processionale di Alburëâbum, il muro Imgur-Bel, l'Eufrate ed il canale Libll-begalla. Era diviso in due parti, il "castello del sud", già abitato da Nabopolassar, ma di nuovo ricostruito su fondamenta più forti, ed il "castello principale", costruito intorno ad un cortile di m. 60 per 55 (il principale, poiché ve n'erano 4 altri), le cui pareti, su fondo blu, erano ornate di palme in smalto. A sud di questo cortile era la sala del trono; questo palazzo aveva i nomi markas nîlî o markas mâti cioè «vincolo degli uomini» o "vincolo della terra». La parte nord-est del castello principale, di fronte al tempio di E-m o b e verso la meravigliosa porta di Ištar, serviva da magazzino e sulla sua terrazza si trovavano i giardini pensili, costruiti secondo Beroso per la regina Amyloù, onde ricordarle le belle montagne del suo paese d'origine. Immediatamente oltre le mura Imgur-Bel, nell'angolo tra la strada di Ištar (anch'essa processionale, parte di Alburëâbum) e l'Eufrate, costruì il cosiddetto "castello del nord", racchiudendo tra l'altro un vero museo di monumenti presi nelle guerre (il ktt tabrât nîlim a casa delle meraviglie della gente" si potrebbe riferire ad esse). All'entrata stavano colossali leoni di basalto. Le mura erano coperte di pasta blu e con pitture.

La strada di processione del dio Marduk era un'altra meraviglia, e più ancora la porta di Ištar, larga m. 23, lastricata di grandi pietre calcaree, cinta da ambedue le parti con mura di m. 7 di spessore, adornate con leoni, tori, malbufti sacri di Marduk. Più a nord, dove le mura esteriori di Nimitti-Bel giungevano all'Eufrate N. costrui, (pare per villeggiatura nell'estate), un altro castello. Egli inoltre rinnovò o scavò di nuovo molti canali, e specialmente rivestì le loro rive con pareti di mattoni.

Più ancora delle costruzioni profane, a N., uomo di sincera devozione agli dèi di Babilonia, furono a cuore gli edifici sacri. Ricostruendo ed abbellendo i templi, N. entrò nelle grazie dei sacerdoti e risolse un problema di politica interna attuale durante l'epoca neobabilonese.

C'era prima di tutto Esegila, il tempio del suo si-

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gnore, del dio nazionale, del re degli dèi Marduk, "la casa dell'inalzamento della testa ", un rettangolo di m. 79,50 per 85,50 , con quattro magnifiche porte (le porte erano di grande importanza nell'architettura). Intorno ad un cortile di m. 31,30 per 37,50 v'erano le "cappelle" meravigliose, costruite di marmi ed adornate di lapislazzuli, sfavillanti d'oro: l'E-kun con la grande statua di Marduk sedente, tavola, sedia e sgabello tutto d'oro; il Kâ-hill-sud dimora di Şarpanltu, divina consorte di Marduk; l'E-zida, abitazione di Nabù; e finalmente il du-kh, dove a capodanno, nei giorni 8 e 11 , Marduk riceveva in udienza tutti gli dèi, che stavano riverentemente inchinati dinnanzi a lui, e dove questa assemblea sacra fissava i destini del cielo e della terra. Pur essendo "zelatore" di Esagila, tempio principale dell'Impero, N. non dimenticò l'Etemenanki, la "casa delle fondamenta del cielo e della terra" nel suo vasto recinto: un edificio colossale quadrato di m .91,50 , costituito da sette gradini sovrapposti e sempre più ristretti, fino a raggiungere m .90 di altezza. Esso fu ricostruito da N.; apparticne ad un tipo di costruzioni note in Babilonia da tempo immemorabile, cosi da essere il fondamento storico della pericope di Gen. II, I-II (v. BABELE, Torre di). Furono oggetto delle cure premurosé di N. quasi tutti i templi, non solo a Babilonia, ma anche a Borsippa, Kuta, Sippar, Akkad, Kiš, Dilbad, Larsa, Ur, Uruk ed altre città. Egli li ricostruí ed abbellí; e li docii di entrate magnifiche, specificando nelle sue iscrizioni minuciosamente gli abiti, le pecore, il grano e tutto il necessario per i loro culti.
N. rinnovò lo splendore di Babilonia, sorpassando tutte le epoche precedenti; ma non riusci a rimediare a due cause di rovina: all'interno, l'eccessiva influenza politica dei sacerdoti, specialmente di quelli di Marduk; all'esterno il fatto che i Medi, militarmente, rimanevano più potenti. I Babilonesi, popolo di ricchi e lussuosi mercanti, non possedevano la forza fisica dei Medi, pastori delle montagne. L'esercito di Babilonia ai suoi tempi era composto in maggioranza da mercenari, anche greci. Cosil, a solo sei anni dalla morte di N., Nabonide (v.) ereditò non più solamente lo splendore, ma il grave problema di un tale Impero, per finire poi disastrosamente dinanzi alla potenza iranica manovrata dal genio di Ciro.

Bial.: versione dei testi : S. Langdon, Vorderasiat. Bibliothek, IV, Berlino 1912, pp. 70-207; B. Bonkamp, Die Bibel im Lichte der Keilschriftforschung, Berklinghausen 1939, pp. 508 525 ; A. L. Oppenheim, Ancient near eastern texts rel. to the Old. Test., Princeton 1951, pp. 307-308. Letteratura storica: Sidn. Smith, Cambridge ancient hist., III, Cambridge 1923, pp. 212-17; B. Meissner, Könige Bab. u. Assyriens, Lipsia 1926, pp. 261272; G. S. Goodspeed, A hist. of the Babylonians and Assyrians, Nueva York 1927, pp. 357-66; R. Kittel, Gesch. des Vielen Israel. III, I, 1*-2* ed., Stoccarda 1927, pp. I-II; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1932, pp. 25-26, 480-96; Th. H. Robinson, A hist. of Israel, I, Oxford 1932, pp. 429-52; II, ivi 1932, pp. 7-13. Le città di Babilonia al suo tempo: R. Koldewey, Das wiedererstehende Babylon, Lipsia 1913; E. Unger, Babylon, Berlino-Lipsia 1931.

Pietro Nober
Archeologia. - In due pitture cimiteriali i tre fanciulli Anania, Azaria e Misael sono davanti al re N., mostrando con i loro gesti di adorare la statua d'oro con effigie reale. Il primo esempio è nel cubicolo del martire Crescenzione in Priscilla (Wilpert, Pitture, p. 333 e tav. 123, 1); il secondo, veduto dal Bosio (Roma sotterranea, Roma 1632, p. 279), è tornato di recente in luce nel cosiddetto cimitero dei SS. Marco e Marcelliano sulla Via Appia (L. De Bruyne, Arcozollo con pitture recentemente ritrovato nel cimitero dei SS. Marco e Marcelliano, in Riv. di arch. crist., 26 [1950], pp. 211-14, fig. 7). Molto più numerosi gli esempi nei sarcofagi nei quali N. in abito imperiale è assiso con scettro e diadema e fa il gesto di ordinare l'adorazione; talvolta è accompagnato da un militare (Wilpert, Sarcofagi, pp. 261-63, tavv. 129, 2; 176, 189, 195, 4; 199, 3; 200, 2 e 3). La scena è rozzamente effigiata anche in una rozza lampada cristiana rinvenuta a Cartagine, ora nel Museo Lavigérie (A. Toulotte, Le roi Nabuchodonosor sur les monuments
africains, in Nuovo Bull. di arch. crist., 7 [1900], pp. 113-19).

Per il significato dato da Origene a N., v. Enc. Catt., V, col. 1020, dove è riprodotta anche la scena dipinta nel cubicolo del martire Crescenzione in Priscilla. S. Agostino però mise in rilievo che, al contrario di altri persecutori, N. "divina correctus miraculo, pium et laudabilem legem pro vestrae constituit" (ep. 183: PL 33, 796).

Enrico Josi
NÄBULUS: v. NAPLUSA.
NABUZARDAN. - Generale di Nabuchodonosor (babil. Nabû-zêr-iddîman =8 Nabû mi diede un rampollo»; ebr. Nébhûzar'âdhân) incaricato di ristabilire, dopo la presa della "città sempre ribelle" nel 586 , sotto Godolia, una Giudea finalmente pacifica.

Su N. non si sa molto dalle fonti cuneiformi. C'è però qualche lettera di un suo servo, e in particolare N. è annovorato nel "calendario aulico" di Nabuchodonosor, pubblicato da Unger, fra gli amêlu mafeunim, alti dignitari della corte e dell'Impero, al primo posto. Ivi egli è designato con il titolo amêlu rab anhtianam (sic), "prefetto dei fornai (e cuochi)". Di più si sa dalle pericopi bibliche Ier. 39, 1-14; 52, 1-30, di cui II Reg. 24, 18-25, 21 è un riferimento abbreviato. Qui appare come rabh tabbâhîm "prefetto dei macellai», il senso, secondo il contesto e la sana lessicografia ebraica, è "prefetto della guardia del corpo ", "prefetto dei pretoriani". Arrivato a Gerusalemme un mese dopo la presa, si mise a distruggere metodicamente ed economicamente tutte le basi della potenza giudaica. Le cose che avevano valore in sé o almeno come metallo furono smontate, raccolte, tagliate in pezzi trasportabili e avviate verso Babilonia. Fu allora che i suoi soldati abbatterono le mura (almeno per togliere loro ogni valore difensivo; al tempo di Necmia c'erano i ruderi) e diedero alle fiamme i palazzi, la reggia e persino il Tempio di Jahweh, di cui prima erano stati tolti gli arredi.
N., per ordine di Nabuchodonosor, liberò Geremia, ma fece un'epurazione nel popolo assai rigida, certamente secondo le delazioni dei disertori, ciò che fu forse causa dei torbidi sotto Godolia e della fuga del popolo in Egitto. Ier. 52, 24-27 elenca i personaggi ricercati come "criminali", fra cui i due sacerdoti più alti, i quali tutti furono tradotti a Reblatha e giustiziati crudelmente, dopo la sentenza di Nabuchodonosor. Furono deportati gli stessi disertori, il resto dei lavoratori specializzati e degli uomini di riguardo, e persino parte della popolazione agricola. Si lasciò solo la gente più povera, vignaioli e agricoltori, per non fare nel paese un vuoto nocivo al fisco di Babilonia.

Ibid.: E. Unger, Babylon, Berlino-Lipsia 1931, pp. 284, 289, nota 2.

Pietro Nober
NACCHIANTI, GIAComo. - Teologo e vescovo domenicano, n. a Firenze ca. il 1500 , m. a Chioggia il 6 marzo 1569. Religioso nel 1518 , nel 1529 è allo Studio generale domenicano di Bologna, nel 1534 magister studentium del nuovo convento di Perugia; priore a Pisa nel 1536 e a Lucca nel 1537; nel 1541 a S. Maria sopra Minerva. Partecipò alle dispute che Paolo III faceva svolgere alla sua mensa dai più noti teologi della città. Il 30 genn. 1544 fu nominato vescovo di Chioggia e come tale partecipò alla prima fase del Concilio di Trento.

I suoi interventi nelle sessioni conciliari furono numerosi e talora inopportuni, come quando ( 5 apr. 1546) si oppose alle parole del decreto concernente la Tradizione "pari pietatis affectu ac reverentia suscipienda S. Scriptura». Sebbene accettasse, con esemplare sottomissione, il giudizio definitivo dei Padri (sess. IV, 8 apr. 1546), da quel momento divenne sospetto e nel 1548 , provocato da un'accusa di certo Giulio Ercolano, maestro di Chioggia, s'iniziò contro di lui un processo affidato al Massarelli, segretario del Concilio, allora trasferito a Bologna. Malgrado l'animosità del Massarelli, il processo ebbe esito favorevole al N., che ricomparve a Trento, nelle altre

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(fol. Fides)
Nagasaki, diocesi di - Francobollo commemorativo raffigurante la chiesa dei Martiri.
due fasi del Concilio, interloquendo su importanti questioni (residenza dei vescovi, indole sacrificale dell'Ultima Cena). Ritornato in diocesi applicò con zelo i decreti del Concilio e celebrò il Sinodo diocesano (31 ag. 1564).

Le sue numerose opere furono stampate a Venezia nel 1567left(2ᵃ mathrm{ed}right.., in 2 voll., Lione 1657). Lé principali sono: Enarrationes in Ep. ad Ephesios; Enarrationes in Ep. ad Romanos; Storia Scripturae medulla; Tractationes XVIII theologales variae: brevi e concettosi opuscoli su argomenti di attualità all'epoca del Concilio di Trento, p. es., De existentia existendique modo Christi corporis in Sacramenta (op. 1); De communione Corporis et Sanguinis Christi nobis praecepta (op. 2); De summo sacerdotio Christi (op. 3); De primatu (op. 7); De sacrosanctis indulgentiis (op. 10); De Sacramento Matrimonii (op. 14); De sacrificio Missae (op. 15); Quattuor quaestiones (creazione, immortalità dell'anima, contingenza, infinità del primo motore); Theoremata theologica, metaphysica, naturalia.

Seguace di s. Tommaso, il N. arricchì la dottrina del maestro con abbondante materiale positivo, presentando il vecchio e il nuovo in una sintesi personale, redatto in uno stile sobrio e non privo di eleganza. I suoi lavori sulla Scrittura sono più una Theologia biblica che una esegesi, poiché, seguendo il metodo già in uso nel sec. xv (v., p. es., il Favaroni), egli prese lo spunto da alcuni motivi dell'epistolario paolino per condensare intorno ad essi un complesso di dati positivi e di considerazioni teologiche, da costituire un vero trattato; cosi, p. es., nelle Enarrationes in Ep. ad Romanos, parla prevalentemente della giustificazione e nell'Enarrationes in Ep. ad Ephesios della predestinazione di Cristo: vi espone e caldeggia la teoria scotista, con quella libertà che vari tomisti del sec. xvi, p. es., il Politi (v.), si prendevano, di fronte alla corrente comune. Tutta la produzione del N. ha il merito di combattere il protestantesimo, opponendo alla vuota concezione luterana le ricchezze della teologia paolino, di cui svolge con brio e calore la dottrina del Corpo Mistico, insistendo sulla subsistentia mystica.

Bibl.: Quétif-Echard, II, pp. 202-59; Hurter, III, coll. 78-80; M.M. Gorce, s. v. in DThC, XI, coll. 2-3; F. Lauchert, Die italienischen literarischen Gegner Luthers, Friburgo in Br. 1912, pp. 584-612; C. Fischer, Jacques N. et sa théologie de la primauté absolue du Christ, in La France franciscaine, 20 (1927), pp. 97-174; E. Mersch, Le corps mystique du Christ, II, 2^{text {a }} ed., Bruxelles-Parigi 1936, passim (v. indice: Nazlantus); F. Florand, Introduction a L. Chardoo, La croix de Jésus, Parigi 1937, p. Lxxix; G. Pozzato, G. N. e la sua dottrina sul Corpo Mistico, Roma 1941 (tesi inedita dell'Atemco Lateranense); S. I. Crisson, De essentia sacrificii Missae iuxta Jacobum Nazlantum, ivi 1941 (tesi inedita dell'Atemco di Propaganda Fide).

Antonio Piolanti
NACHOR (ebr. Nähôr). - Figlio di Thare e fratello di Abramo (Gen. 11, 26). Fu padre di 12 figli, dei quali 8 avuti da Melcha, figlia di suo fratello Aran e sorella di Lot, e 4 da un'altra moglie di nome Roma: questi furono capostipiti o eponimi di altrettante tribù aramee, che si stanziarono ad occidente dell'Eufrate, e qualcuna (come Maacha [v.]) si estese fino ai monti di Galaad. Sebbene non si
faccia menzione di lui all'epoca dell'emigrazione di Abramo dalla Caldea, N. seguì il fratello fino a Haran, detta perciò in seguito "città di N. " (Gen. 27, 43), ove cioè egli si stabilì con la sua famiglia.

Abramo continuò a mantenere le relazioni con N . anche quando si separò da lui per andare nella terra di Canaan (cf. ibid. 22, 20), e poi volle dare a suo figlio Izacco una sposa, Rebecca, del casato di suo fratello (ibid. 24). Dalla stessa famiglia Giacobbe tolse le sue due spose Lia e Rachele (ibid. 29). E quando questi dopo la fuga da Haran, si riconciliò con lo zio e suocero Laban, che era figlio di Bathuel e nipote di N., tra i due fu stipulato un patto nel nome "del Dio di Abramo e del Dio di N. " (ibid. 31, 53) : da questo passo alcuni vogliono dedurre che anche N., come già suo padre Thare (cf. Ios. 24, 2), fosse infetto d'idolatria.

Bibl.: B. Heurtebise, s. v. in DB. III, col. 1436 sg.; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1934, pp. 153, 156, 158. Gaetano Stano

NADAB. - Nome di quattro personaggi biblici. 1. Primogenito di Aronne (Ex. 6, 23; I Par. 24, i sg.).

Sali al Sinai con Aronne, Abiu e i 70 anziani (Ex. 24, i sg. 9 sgg.). Eletto sacerdote (ibid. 33, 1), ricevette l'unzione con Aronne e i suoi fratelli (Lev. 7, 2-36). Una colpevole negligenza causò la morte sua e del fratello Abiu : usarono per i loro incensieri fuoco profano, invece di prelevarlo da quello sacro che ardeva continuamente (ibid. 6,12 sg.; 9,24); un fuoco uscito dall'arca li divoro (ibid. 10, 1-5; Num. 3, 2 sgg.; 26,60 sg.).
2. Re d'Israele, figlio e successore di Ieroboam I (I Reg. 14, 20).

Regnò per due anni : 909-908 (ibid. 15, 25). Seguì la politica di suo padre, nell'allontanare le tribù del nord da Giuda e dal Tempio per rendere insanabile la scissione tra i due Regni. Mentre assediava Gebbethon, fu ucciso da Baasa, ufficiale del suo esercito, il quale usurpò il Regno (ibid. 15,26 sgg.). Si compiva così la profezia di Abias di Silo (ibid., 14, 10).
3. Primogenito di Semei, della tribù di Giuda (I Par. 2, 28.30 ).
4. Figlio di Abigabaon, della tribù di Beniamin (ibid. 8, 30; 9, 36).

Bibl.: R. Kittel, Geschichte des Volkes Israels, II, 6* ed., Gotha 1925, pp. 212, 232 sg.; A. Pohl, Historia populi Israël, Roma 1933, pp. 19 sg., 40, 42; A. Clamer, Le Lécitique (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 2), Parigi 1940, pp. 62 sg., 83 sgg.; id., Les Nombres (ibid.), pp. 248, 417. Francesco Spadalora

NAGA, diOcesi di : v. nuova CACERES, diOcesi di.
NAGASAKI, diOcesi di. - Suffraganea di Tokyo, è situata nella parte occidentale dell'isola di Kyushu. Comprende l'intera prefettura civile omonima, la cui superficie è di 4192 kmq . Questo territorio fece parte dapprima della diocesi di Funai, eretta nel 1588; passò, quindi, al vicariato apostolico di Giappone, eretto nel 1846, ed a quello di Giappone settentrionale e meridionale ( 20 giugno 1876). Quest'ultimo fu elevato a diocesi il 15 giugno 189 r . Stralciatano la diocesi di Fukuoka, il rimanente territorio fu affidato al clero secolare giapponese, il 16 luglio 1927. Il primo vescovo indigeno, mons. Gennaro K. Hayasaka, fu consacrato a Roma dal papa Pio XI, nella festa di Cristo Re di quell'anno.

Il primo a spargere il seme evangelico in tale territorio fu s. Francesco Saverio, nel 1550. Proseguita l'opera del Santo da Padri e Fratelli gesuiti, nel 1552 già si contavano 200 cattolici a Hirado. Tra questi vanno ricordati il daimyo di Arima, Protasio Harunobu, e quello di Omura, Bartolomeo Omura Sumitada, che nel 1582, assieme con il daimyo di Bungi, inviarono alla S. Sede una ambasciata, promossa dal p. Alessandro Valignano. Nel 1593 i Francescani fissarono la loro residenza a N. Ad essi vennero ad aggiungersi nel 1606 gli Agostiniani e nel 1613 i Domenicani. Nel 1587 si ebbe il primo editto di interdizione della religione cristiana, pro-

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clamato dal sovrano Toyotomi Hideyoshi. Nel 1597 furono crocifissi in N. i ss. venticinque martiri giapponesi, di cui fu testimone oculare mons. Pietro Martinez, vescovo di Funai. Il 1863, dopo varie persecuzioni, segnò l'epoca della ripresa missionaria ad opera del p. Petitjean, delle Missioni Estere di Parigi. Questi nel 1865 scoprì a Urakami, nei pressi di N., parecchie migliaia di cristiani, discendenti da quelli del sec. xvir, che si erano mantenuti segretamente fedeli, nonostante l'assenza di sacerdoti e di ogni assistenza esterna.

La popolazione, secondo i calcoli statistici del 1950 , raggiunge la cifra di 1.657 .55⁸ ab., in massima parte buddhisti e shintoisti. I cattolici sono 63.170 con 350 catecumeni, i protestanti ca. 3000 ; sacerdoti secolari 44, di cui 40 giapponesi, sacerdoti regolari 17, 27 fratelli; 431 suore tra estere e native; 26 seminaristi maggiori e 77 minori; 402 catechisti; 153 maestri; 47 edifici sacri; 36 parrocchie, 3 stazioni principali e 83 secondarie; 3 ospedali; 5 orfanotrof; 2 ricoveri per vecchi; 22 giardini d'infanzia; una scuola elementare; 3 scuole medie; 3 scuole superiori; una scuola professionale. Vi si pubblicano due giornali: Catholic Kyoho con 13.500 copie; Seibana Kishi con 32.500 copie.

Biel.: MC, 1950, pp. 407-408; Arch. della S. Congr. di Prop. Fide, Relatio quinquennalis, pos. prot. n. 4077/50; id., Prospectus Status Missionis, 1950, pos. prot. n. 4355/50. Edoardo Pecorsio

NAGOYA, PREFETTURA APOSTOLICA di. - Nella regione dell'isola di Hondo (Giappone). E costituita da cinque prefetture civili : Aichi, Gifu, Ishikawa, Fukui, Toyama. Fu eretta il 18 febbr. 1922, dismembrandone il territorio parte dall'arcidiocesi di Tokyo e parte dalla prefettura apostolica di Niigata. Si estende per 31.018 kmq . con ca. 8.560 .000 mathrm{ab}., in massima parte buddhisti e shintoisti. I cattolici sono 2512 con 989 catecumeni, i protestanti 16.000 .

I primi ad evangelizzare questo territorio furono i Gesuiti, tra cui degno di particolare menzione è il p. Baldassare de Torres, che esplicò il suo apostolato segnatamente a Kaga e a Noto e fu bruciato vivo a Nagasaki nel 1633. La ripresa missionaria, dopo due secoli di interdizione della religione cattolica, fu opera dei Padri della Società delle Missioni Estere di Parigi (1870). Nel 1907 vi giunsero i missionari della Società del Verbo Divina, ai quali la missione rimase affidata fino al passaggio di questa sotto la giurisdizione di un Ordinario giapponese ( 14 genn. 1941). I Verbiti, restati come personale ausiliario, sono, attualmente, in numero di 38 . Ad essi si sono aggiunti recentemente alcuni missionari del S. Cuore di Gesù australiani. I sacerdoti nazionali sono 6; fratelli: 3 nativi e 4 esteri; suore 64, di cui 38 giapponesi e 26 estere; 15 seminaristi; 7 catechisti; 35 maestri; 13 edifici sacri; 2 ospedali; 3 orfanotrofi; 2 scuole medie; una scuola superiore; una scuola per catechisti; 7 giardini d'infanzia; un distretto; 14 quasi parrocchie; 13 stazioni primarie e 6 secondarie; vi è una università cattolica e un collegio universitario.

Biel.: AAS, 14 (1922), pp. 184-85; MC, 1950, p. 409; Arch. di Prop. Fide, Relatio quinquennalis 1943-50, pos. prot. n. 4490/50;
id., Prospectus status missionis, 1950, pos. prot. n. 4362/50; id., Quadro statistico riassuntivo per le missioni giapponesi, pos. prot. n. 4351 / 50.

NAGPUR, diOcesi di. - Nel 1816 numerosi sacerdoti goanesi visitarono il distretto civile di Aurangabad e nel 1820 quello di N. Nel 1839, poi, sacerdoti irlandesi, dipendenti dal vicariato apostolico di Madras, cominciarono a risiedere, come cappellani, presso le stazioni militari di Kamptee e Jaina. Ad essi succedettero più tardi alcuni missionari di Annecy, provenienti dal vicariato apostolico di Vizagapatam, che fu elevato a diocesi nel 1886. In data 1 I luglio 1887 dalla diocesi di Vizagapatam fu distaccata la diocesi di N., di cui nel 1895 vennero rettificati i confini. L'evangelizzazione tra i pagani ebbe inizio solo nel 1897.

La missione è situata nell'India centrale e confina con le circoscrizioni
ecclesiastiche di Vizagapatam, Hyderabad, Poona, Indore, Jabalpur, Ranchi, Calcutta e Cuttack. E affidata ai missionari di Annecy ed ha kmq. 91.070 di superficie e 15 milioni ca. di ab., di cui 35 mila appena sono cattolici, 25 mila protestanti, 350 mila maomettani ed il resto indù. Ecclesiasticamente la diocesi è divisa in 4 distretti o vicariati foranei : le parrocchie sono 21 ,le stazioni primarie 1 , le secondarie 15 , le chiese 6 , le cappelle 35. Il clero risulta composto da 26 sacerdoti indiani secolari e 25 dalla Congregazione dei Missionari di S. Francesco di Annecy, 13 dei quali sono indiani con 6 scolastici e 13 fratelli. Vi è un seminario maggiore e una scuola preparatoria. Ca. 200 suore e 85 maestri e 171 maestre che insegnano in 24 scuole elementari, 10 scuole medie, 7 scuole superiori, 3 scuole professionali, I scuola normale. Vi sono 13 dispensari; 13 orfanotrofi, 3 asili e un lebbrosario. La diocesi possiede 2 tipografie, da cui escono il Salesian, rivista mensile, e l'Apostolic School Bulletin, annuale, con una tiratura di 350 copie ciascuna. Numerosi sono i sodalizi, le associazioni pie e di Azione Cattolica.

Biel.: MC, 1950, pp. 238-39; Arch. di Prop. Fide, Prospectus status missionis 1950, pos. prot. n. 1901/51. Pompeo Borgna

NAGRĀN, MARTIRI di: v. ARETA.
NAGUALISMO. - E una credenza, basata sulla concezione di un totemismo individuale, diffusa nel Messico e nell'America centrale. Il termine deriva da "nagual", vocabolo usato dagli indigeni dell'Honduras e del Guatemala per indicare il genio protettore. Secondo. Seler, sarebbe affine ad esso il messicano "naualli» ( = strega, stregone), a sua volta derivante da una parola che significa "nascosto", " sconosciuto".

Secondo tale credenza, ogni individuo per tutta la vita avrebbe un animale come padrone e protettore. Coloro che praticavano il culto segreto, poi, potevano assumere a volontà lo spirito di tale animale. Il potere di trasformarsi nella forma dello spirito dell'animale protettore sarebbe stato insegnato agli adepti, la prima volta, da una donna di grande potenza, capace di assumere a volontà quattro forme.

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![img-9.jpeg](img-9.jpeg)
(da Bollettino d'arte, Roma 1948, p. 89, fig. 6)
In alto: GALLERIA DEL BRACCIO NUOVO dei Musei Vaticani. Esempio di museo neoclassico. In basso: IL SECONDO SALONE DELLA GALLERIA dell'Accademia di Venezia. Sistemazione moderna con illuminazione razionale.

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![img-10.jpeg](img-10.jpeg)
(St. Alivari)
S. ELIGIO (1415).

Firenze, chiesa di Onsanmichele, tabernacolo dei Maniscalchi.

LA MADONNA
Particolare della mandorla - Firenze, Cattedrale.

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Nel culto esoterico del n. uomini e donne danzavano completamente nudi : ciò faceva sospettare ai padri missionari che queste feste rituali terminassero in orge.

Il tre era un numero sacro nel n. Un linguaggio metaforico era usato dagli adepti. Curiosi esempi di esso furono raccolti nel sec. xir dal p. Giacinto de la Serna: il coniglio era la rappresentazione dell'aria e del vento; la terra era invocata come Tonan, nostra madre, e come "il fiore che contiene tutti i fiori" perché dal suo prolifico seno vengono fuori tutte le cose; la terra era anche indicata come "la bocca che mangia tutte le bocche" in quanto inghiotte nella morte tutti coloro che mangiano.

Bibl.: D. G. Brinton, Nagualism. A study in ameriean folklore, in Proceedings of the Amer. philnoph. Society, 33 (1894), pp. 1-65; J. G. Frazer, Totemism and exogamy, Londra 1910; O. Falsiroli, Il totemismo e l'animalismo dell'anima, Napoli 1941, pp. 67, 71.

Tullio Tertori
NAGY VARAD, diOCESI di: v. GRADEA MARE, diocesi di.

NAHAPET di Edessa. - Katholikós armeno di Egmiadsin (1691-1704).

Il 5 sett. 1695 inviò una professione di fede cattolica a Innocenzo XII. Incoraggiò le iniziative per l'unione della Chiesa armena con Roma promosse dai missionari europei e armeni, e dal legato d'Innocenzo XII, PierrePaul Bapaume, arcivescovo titolare di Ancira. Molti tra gli Armeni, insieme a N., erano disposti a firmare le condizioni poste dal Papa per tale unione. Ma la fazione avversaria, condotta dal vescovo Stefanos di Giulfa, depose N., sostituito da Stefanos ( 1693-96 ), che dopo appena un anno dovette abbandonare la sede. Fu ristabilito N. I colloqui per l'unione tra i vartapet armeni di Persia e il p. Villotte S. J. e Gaudreau delle Missioni estere di Parigi, non furono coronati da successo, ed il tentativo di guadagnare i 30.000 armeni di Giulfa insieme ai 400 loro sacerdoti falli per questioni secondarie.

Nel maggio 1699, a nome di Innocenzo XII, partì da Costantinopoli una delegazione verso Egmiadsin, condotta da Khaciatur Vartapet Arakelean, latore del breve del 3 maggio 1698 Graves, etsi non inconsuetos, e di donativi pontifici per N., il quale li accolse con gran pompa. N. tolse gli anatemi contro il Concilio di Calcedonia