volume-08

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Nocera Superiore e Nocera Inferiore, senza decisivi argomenti; per quanto molti propendano per la prima, che fra l'altro conserva l'antica chiesa di S. Maria Maggiore. Ritenuto per lungo tempo un tempio pagano o un'aula termale trasformata in chiesa, è invece, dopo gli ultimi studi dello Stettler, sicuramente un battistero paleocristiano, unico come tipo costruttivo tra i battisteri esistenti in Italia. Pur essendo stato alterato durante i lavori di restauro nel 1856 , molto ancora serba delle strutture primitive, per permetterne la ricostruzione. Si tratta di un edificio circolare, preceduto da un portico con quattro pilastri (non originale) e chiuso da un'abside semicircolare con altare, che facevano parte dell'antica fabbrica. L'interno è formato da una doppia galleria anulare, divisa da un peristilio di 30 colonne abbinate nel senso del raggio, tutte monolitiche ma disuguali : quelle del giro esterno di marmo cipollino; di raria natura e di diversa fattura quelle del giro interno. Da notare, oltre
senta il capolavoro di questa interessante costruzione, poggia sulle quindici coppie di colonne del peristilio, e il suo tamburo, a differenza di altri noti edifici di Roma e dell'Oriente, si piega verso la vòlta conoide interna, costruita con corsi orizzontali di tufo interrotti da anelli di mattoni e terminante in alto con una calotta molto bassa di cemento. Le finestre sono pertanto anch'esse curve e una volta prendevano luce dai vani aperti negli otto pilastri esterni, che in forma cilindrica sorreggevano il tetto. La cupola quindi era visibile, e la costruzione risultava più armonica e leggera che non oggi, pesante e involuta per le strutture aggiunte. In quanto all'età, sia per la decorazione che per le innovazioni strutturali apportate in confronto al metodo costruttivo usato a Roma per S. Costanza e S. Stefano Rotondo, non è possibile risalire oltre il vi sec., né discendere oltre il vir, per l'assenza assoluta di elementi longobardi.

A poca distanza da N. Superiore è il santuario di S. Maria di Materdomini, costruzione romanica rifatta del tutto nel 1700 dalla scuola del Vanvitelli. Di qualche interesse sono nell'interno gli affreschi di Giacinto Diano. Un'altra antica chiesetta è quella di S. Maria di M. Albino, nei pressi di N. Inferiore, rimaneggiata e decorata nel 1530 da G. B. Castaldo, il capitano di Carlo V, che fece dono a questa cappella delle spoglie artistiche asportate durante il sacco di Roma.

Bibl.: Ughelli, VII, pp. 224-32; G. Orlando, Storia di N. dei P., 3 voll., Napoli 1884-88; M. De Santi, Studio storico nel santuario di S. Maria Materdomini in N. dei P., ivi 1905; Lanzoni, pp. 242-45 e passim; G. D'Alessio, Il comune di N. Sup. da documenti inediti e da tradizioni, Napoli 1934; id., Il tempio battezimale di S. Maria Maggiore in N. Sup., in Arch. stor. per la prov. di Salerno, 3 (1935), pp. 202-208, 227-44; G. Chierici, L'elemento romano nell'architettura paleocristiana della Campania, in Atti del III Congresso naz. di studi rom., 1, Bologna 1935, pp. 207-14; P. F. Kehr, Italia pontificia, VIII, Berlino 1935, pp. 304-308; Cottineau, II, 2081; M. Stettler, Das Raptitervum zu N. Sup., in Riv. di archeol. crist., 17 (1940), pp. 83-142. Pasquale Testini
NOCERA UMBRA, Diocesi di. - Antica diocesi nell'Umbria nord-orientale. E immediatamente soggetta alla S. Sede. Ha una superfice di 1500 kmq . con 60.320 ab. tutti cattolici. Conta 82 parrocchie, servite da 98 sacerdoti diocesani e 40 regolari, un seminario, 8 comunità religiose maschili e 17 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 290). La denominazione attuale - N. e Gualdo - data dal 2 genn. 1915, quando fu elevata a cattedrale honoris tantum causa la chiesa abbaziale di S. Benedetto di Gualdo Tadino.

La giurisdizione ecclesiastica odierna risale all'anno

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1006, quando la sede di N., essendo distrutte le città di Plestia, Tadino, Rosella e Usenti, assorbì tutto l'estremo nord del Ducato di Spoleto. Ció documentano le fonti storiche locali scritte tra i secc. xim e xiv, tra cui il Lezionario di S. Facondino di Gualdo (cod. Vat. 7853), il Chronicon Guoldense (cod. Vat. Ottob. lat. 2666) e l'antica cronotassi dei vescovi di N., reperibile, tra l'altro, insieme con la Legenda maior B. Raynaldi, nel cod. Vat. lat. 3921. Pur non avendo altre fonti circa gli episcopati in Usenti (dintorni di N.) e in Rosella (l'odierna Sassoferrato) consta l'esistenza di vescovi in Plestia, Tadino e N. prima del 1000 .

Plestia, sull'attuale piano di Colfiorito (Comune di Sreravalle di Chienti), ricordata in varie epigrafi dell'epoca imperiale e in due diplomi di Ottone III, datati l'uno il 23 e l'altro il 26 giugno 996, è tra le sicure sedi vescovili umbre alla fine del sec. v (L. Duchesne, Les ecéchés d'Italie et l'invasion lombarde, in Mélanges d'arch. et hist., 23 [1903], p. 94). Anche in Tadino, città romana nel piano a sud della odierna Gualdo Tadino, v'era un vescovo nei secc. v e vi, come attesta la lettera del papa s. Gregorio Magno, nel luglio 599, al vescovo Gaudioso di Gubbio perché visitasse Tadino, la cui sede vescovile era da molti anni vacante, e curasse l'elezione d'un nuovo vescovo.
N., statio dei Romani sulla Via Flaminia, fu sede episcopale fin dai primi secoli cristiani. Mentre non è possibile assegnarle con sicurezza il vescovo Felice Episcopo Nuceriano cui il papa Innocenzo I (401-17) scrisse una celebre lettera, gli storici, invece, attribuiscono a N. nell'Umbria quell'Apriù Nucerinus che intervenne ai Sinodi romani dal 23 ott. 501 e del 6 nov. 502. Porta a questa conclusione lo studio critico delle fonti sullo scisma laurenziano e i Sinodi sotto papa Simmaco, quali il Liber Pontificalis, il Fragmentum Laurentianum del medesimo, ecc.

Nel sec. ix c'è un Luitardo Episcopo Nucerente sottoscritto nel Concilio romano del 15 nov. 826 tra i 62 vescovi che appartengono tutti all'Esarcato Ravennate o alla Pontapoli, o al Ducato Romano o alla Tuscia o al Ducato di Spoleto. E tra i 66 vescovi, anch'essi appartenenti tutti agli stessi territori, che sottoscrissero al Sinodo romano dell's dic. 853, c'è un Racipertus Episcopus Nuceriensis (cf. MGH, Concilia Aevi Karolini, a cura di A. Werminghoff, Hannover-Berlino 1904, v. indica).

La sede ebbe vescovi illustri per santità e cultura; da ricordare s. Rinaldo, vescovo e patrono della diocesi (1218-22), Varino Favorino, celebre umanista (1514-38), Altri santi maggiori della diocesi : il b. Angelo di Gualdo Tadino, eremita camaldolese, e s. Ugo di Sassoferrato, monaco silvestrino.

Bim.: Eubel, I, p. 573; II, p. 205; III, p. 261; IV, p. 262; P. F. Kehr, Italia Pontificia, IV, Berlino 1909, p. 51; Lansoni, I, pp. 453-56; 483-84.

- NOCTE SURGENTES VIGILEMUS OMNES». - Inno del Mattutino, che si usa dalla terza domenica dopo Pentecoste al 27 sett., di autore ignoto.

Nel silenzio della notte, quando tutto tace, il fedele è invitato a lodare il Signore nella meditazione dei salmi e nel canto degli inni: soave alternativa che tien desti quando le membra, stanche del lavoro del giorno, anelano al riposo. Questa rinunzia o limitazione del riposo per dedicarsi alla preghiera farà meritare l'ingresso alla eterna luce.

Bim.: G. B. Belli, Gli inni del Breviario tradotti. Roma 1856, pp. 6-7; S. G. Fimont, Les hymnes du Bréviaire romain, I, Parigi 1874, pp. 39-47.

Silverio Mattei
NOÈ (ebr Nōah, Settanta Nūa; cf. antico babil. Nuhija). - Il decimo del "patriarchi antidiluviani» (Gen. 5, 28-31), figlio di Lamoch, vissuto fino all'età di 950 anni (ibid. 9, 29). In previsione del diluvio (v.), avvenuto quando aveva 600 anni (ibid. 7, 6), ricevette da Dio l'ordine di costruire secondo determinate misure e aspetto l'arca, in cui salvò se stesso con la famiglia e una o più coppie d'ogni specie animale.

In tale aspetto di «eroe del diluvio», N. ha riscontro con gli scampati da simili punizioni generali, inflitte dalla divinità all'uomo, di cui narrano antiche mitologie, specialmente il sumerico Ziusudra (il Zlzsuסpoc di

Berosso [v.]), da cui l'Utnapištim dell'e. popea di Gilgameš (tav. XI). Vi sono però notevoli differenze; p. es., per quanto riguarda il mito babilonese: Utnapištim dopo il diluvio diviene immortale e si trasferisce nelle isole fortunate con gli dèi, mentre N. resta uomo tra gli uomini; Utnapištim è salvato per la particolare amicizia che senza alcuno speciale fondamento ha per lui il dio Ea, mentre N. è salvato perché giusto: rilievo
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(Inf. Pont. Cunm. arch. seccal Noè - N. orante nell'arca. Affresco del sec. II nella Cappella conudenta greca (fot. recente) - Roma, cimitero di Friscilla.
frequente nei successivi riferimenti biblici a lui.

Finito il diluvio, in occasione di un sacrificio offerto in segno di gratitudine dai superstiti, Dio fece una prima promessa di non voler più nel futuro infliggere al genere umano una punizione come quella (Gen. 8, 21 sg.), promessa che Dio più solennemente confermò qualche tempo dopo, stipulando con N. e i suoi discendenti un "patto" (ibid. 9, 8-17; cf. Is. 54, 9), che mise come un sigillo divino alla condizione di N. di nuovo capostipite del genere umano; in esso rinnovò e ampliò alcune disposizioni già date al primo capo Adamo (cf. Gen. 1, 28 con 9, 1-7: sviluppo della caccia e regime carnivoro nella nuova fase storica della civiltà). Ai tre figli di N., Sem, Cam e Iapheth, Gen. 10, 1-32 collega tutti i popoli, che entrano nella sua visione dell'umanità, all'ingrosso l'Asia anteriore con Sem, l'Europa sudorientale con Iapheth e l'Africa nord-orientale, compreso il territorio cananeo, con Cam.

Cade dopo il diluvio l'episodio della mancanza di rispetto di Cam (v.) verso il padre, addormentatosi sconciamente dopo un abuso di vino, dovuto più che altro ad inesperienza, e della conseguente maledizione di N. su Canzon (v.), figlio di Cam, e benedizione su Sem e Iapheth (Gen. 9, 18-27). Un significato storico-etnico rivestono la maledizione sui Cananei (oggi scomparsi), che non si è autorizzati a estendere a tutti i «Camiti», e le benedizioni per Sem e Iapheth: ma in quest'ultimo caso le parole del patriarca si inseriscono chiaramente anche nella storia del messianismo (Gen. 9, 26-27), alludendo all'accettazione da parte di Iapheth, demograficamente più esteso, della religione di Sem.

In quell'episodio è d'importanza storica generale la notizia dell'inizio, con N., della coltura della vite, espressione simbolica dello sviluppo e perfezionamento della civiltà agricola. Forse con questo aspetto di N. di esperto viticulture la tradizione voleva, secondo il noto metodo dell'assonanza, collegare l'etimologia del nome: si legge infatti che alla nascita del bambino il padre «lo chiamò Nōah, dicendo: Questi ci allevierà (verbo niham) dal nostro lavoro e dalle fatiche delle nostre braccia per il suolo, maledetto (Gen. 3,17) da Dio" (ibid. 3, 29); allusione all'effetto ristoratore del vino e ai nuovi metodi di agricoltura.

Nella tradizione biblica N. fu elogiato come "giusto" (Ez. 14, 14.20), "speranza del mondo", che per la fiducia in Dio conservò la stirpe umana (Sap. 14, 6), "rinnovatore al tempo dello sterminio" (Eccli. 44, 17-18), modello di fede (Habr. 11, 17), "scuido della giustizia" punitrice di Dio nella corruzione universale (II Pt. 2, 5). Vi si riconosce poi una immagine di Cristo nella speranza che portò con la sua nascita, le virtù che praticò,

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(da V. Leroqnals, Les panatiers mas. latins des bibl. pré. de France, Nécan 10[8-11, tav. 31)
NoE - L'arca di N., il corvo e la colomba. Salterio di Parigi o Salterio di s. Luigi (ca. 1260) - Parigi, Biblioteca nazionale, ms. lat. 10525, f. 3^{°}.
l'ufficio che ebbe di salvatore dell'umanità dopo di averla invano esortata alla penitenza con l'esempio e la costruzione dell'arca e, secondo la tradizione giudaica (H. L. Strack-P. Billerbeck [v. bibl.], III, p. 769), con la parola, per l'offerta del sacrificio accetto a Dio e il rinnovamento del patto con lui.

BibL.: oltre i commentatori di Gen. 2-9; H. L. Strack-P. Billerbeck, Kamm, zum Neuen Test, aus Talmud und Midrasch., Monaco 1922-20, v. indice; Th. Vargha, De foedere Dei cum Noe, in Antonianum, 10 (1935), pp. 165-72; R. H. Mottram, Noah, Londra 1937.

Giovanni Rinaldi
Archeologia. - Nell'arte cristiana primitiva le più antiche rappresentazioni dell'arca di N. si trovano negli affreschi cimiteriali; apre la serie quello che lo rappresenta mentre esce orante dall'arca nella cosiddetta cappella greca in Priscilla. In tutti questi affreschi cimiteriali e anche nei sarcofagi l'arca è una semplice cassa; non ha mai la forma di nave; proprio come nelle scene mitiche di Deucalione e Pirra, di Danae e Perseo, gettati in mare dentro una cassa. Unica eccezione a el-Baghaoust dove assume l'aspetto di una gondola (W. De Bock, Matériaux pour servir d l'arch. chrét. de l'Egypte, Pietroburgo 1901, p. 22 e tav. 12). L'arca ha serrature e coperchio quasi sempre alzato, secondo il testo aperiens Noe tectum arcae (Gen. 8, 13). All'elenco di G. Wilpert (Pitture, p. 332) si devono aggiungere altre scene; in un ipogeo rinvenuto presso il sepolcro degli Scipioni, fra l'Appia e la Latina, in un arcosolio era N. nell'arca (G. B. De Rossi, Conferenze di arch. crist., in Bull. arch. crist., 4^{mathrm{a}} serie, 4 [1886], p. 5 e tav. 3, 3). Nel cimitero di Panfilo in un arcosolio anteriore al 350 è dipinta l'arca chiusa e al di fuori il corvo che parte e la colomba che torna con il rametto d'olivo (E. Josi, Il cimitero di Panfilo, in Riv. di arch. crist., 3 [1926], p. 191, fig. 76). Altre due scene furono trovate dipinte nel cimitero inter duas lauras (G. P. Kirsch, Un gruppo di cripto dipinte inedite del cimitero dei SS. Pietroe Marcellina, ibid., 7 [1930], p. 219, fig. 9; p. 228, fig. 15).

L'arca di N. è molto frequente nelle rappresentazioni anche dei sarcofagi. La più antica secondo Wilpert è quella del sarcofago 119 (Sarcofagi, tav. 9, 3, p. 233).

Nell'arte cimiteriale, N. rappresenta il defunto e perciò ha un significato di desiderio di salvezza, come fu salvato il patriarca dal diluvio. Anzi in un sarcofago lateranense (s. 236), appartenente ad una Iuliana, nell'arca al posto del patriarca sta la defunta orante. Nel pavimento della sinagoga rinvenuto sotto la chiesa dei SS. Cosma e Damiano in Gerasa è rappresentata la scena di N. che insieme con la sua famiglia e gli animali escono dall'arca dopo il diluvio (F. M. Biebel, Mosaics in Gerasa City of the Decapolis, Nuova Haven 1938, pp. 297-351). Tale scena si ritrova in un sarcofago di Treviri, la cui fronte rappresenta una grande cassa aperta nel cui interno è N. con la moglie, i tre figli e relative mogli, animali quadrupedi e volatili, al di fuori vola in alto la colomba col ramo d'olivo, mentre il corvo sta a terra (E. Le Blant, Les sarcofages chrétiens de la Gaule, Parigi 1886, tav. 3, 1). La scena di N. nell'arca si trova pure in non pochi verri cimiteriali (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, III, Prato 1873-80, tavv. 169-202) e in lucerne finili. L'arca dalla quale N. si pretende verso la colomba che torna in volo con il ramo d'olivo nel becco o negli artigli è frequente anche nelle lastre sepolcrali romane (v. esempi in H. Leclercq, Arche, in DACL, I, it, coll. 2721-22). N. nell'arca era pure effigiato nei musaici del mausoleo di Centcelles in provincia di Tarragona (F. Camprubi, I musaici della cupola di Centcelles nella Spagna, in Riv. di arch. crist., 19 [1942], pp. 87-100); e nella basilica di S. Ambrogio (V. Forcella ed E. Scletti, Iscrizioni crist. di Milano, Codogno 1897, n. 208) e in una basilica della Spagna, come è attestato da Prudenzio nel suo Dyttochoeum (n. 3). Nel Pentateuco di Ashburnham al foglio 9 a è rappresentata l'arca sui flutti, come un grande baule cerchiato con porta e tre finestre chiuse; nel foglio 10 b la porta, le finestre e il tetto dell'arca sono aperti. Dalla finestra a sinistra N. lascia partire un primo corvo; da quella di destra un secondo corvo, da quella centrale accoglie la colomba di ritorno; dalla porta spalancata sta per uscire la famiglia composta di otto persone che si vede pure in alto sotto il tetto sollevato dell'arca. Gli animali si allontanano dall'arca; a sinistra N., circondato dalla famiglia, offre il sacrificio di ringraziamento (O. von Gebhardt, The miniatures of the Ashburnham Pentateuch, Londra 1883, pp. 1-5). Nel Codice di Cotton N. si sporge dalla finestra per far partire la colomba (British Museum, Cotton 3, 6; E. M. Thompson, Catalogue of ancient manuscripts in the British Museum, I, Londra 1881, pp. 20-21). Nella Genesi di Vienna l'arca è a più piani (Von Hartel e S. Wickhoff, Die Wiener Genesis, Vienna 1895, tav. 4).

Alcune monete di Apamea nell'Asia Minore dei tempi di Settimio Severo, Macrino e Filippo presentano nei rovesci la rappresentazione dell'arca aperta, con due persone dentro e al disopra il corvo e la colomba nel ramoscello d'olivo; nell'arca è scritto NDE (H. Leclercq, Apamée, in DACL, I, it, coll. 2515-16, figg. 825-27). L'arca di N. si trova anche nelle monete papali (v. numismatica di roma papale, col. 2011).

Enrico Josi
NOEMI. - Moglie di Elimelech, da Betlemme, suocera di Ruth (v.); in ebr. No'ómi « graziosa", appellativo che ricorre nel poema di 'Anat (IV AB, 2, 16; 3, 11; C. Virolleaud, in Syria, 17 [1936], p. 150 sg.), nei testi di Rās Šamrah.

Spinto dalla carestia, Elimelech con N. e i due figli si rifugia in Moab, dove muore. I figli sposano due moabite, e muoiono anch'essi. N. decide di rimpatriare ed esorta le nuore Orpha e Ruth a provvedere a se stesse ritornando alle loro famiglie. Ruth non l'abbandona e se ne viene con lei a Betlemme. N. pensa a sistemare la devota nuora e riesce a sposarla a Booz suo ricco parente. Alla nascita di Obed, N. riceve le felicitazioni delle donne betlemite; adotta il bimbo e ne diviene la nutrice (Ruth 1-4). N. è esempio di fiducia e umile sottomissione alla divina Provvidenza, e di materna sollecitudine.

BibL.: A. Vaccari, La S. Bibbia, II, Firenze 1947, pp. 153162; R. Tamisier, in La Ste Bible (ed. L. Pirot, 3), Parigi 1949. pp. 309-26.

Francesco Spadafora

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(da G. Chierici Ambrosiana, Serists di storia, archeologia ed arte pubblicati nel XVI centeseria della nascita di s. Ambragia, Milano 1858, p. 117)
Nola, diocesi di - Pionta generale del gruppo della basiliche di S. Felice, dei SS. Martiri, di S. Colionio e Nuova - Cimitile.

NOETO: v. MODALISMO.
NOGARET, Guglielmo. - N. verso il 1260 a St-Felix de Caraman (Tolosa). Professore di diritto a Montpellier (1291), poi giudice di Beaucaire (1294), fu caro a Filippo il Bello e divenne membro della Curia regia (1296); fu creato cavaliere, guardasigilli e barone, venendo arricchito di feudi e di signorie.

Armato di tutti i cavilli dei legisti, fu il ministro delle scelleratezze del Re, specie nella lotta contro Bonifacio VIII, in cui sostenne le falsità e le mistificazioni dei nemici papali, soprattutto dopo la pubblicazione della bolla Ausculta fili ( 5 dic. 1301). Si unì ai Colonno nella lotta contro il Papa, e nella primavera del 1303, con una schiera di facinorosi, entrò nelle terre pontificie con l'ardito disegno di imprigionarlo e condurlo in Francia. Alla vigilia del giorno in cui doveva essere pubblicata la bolla di scomunica contro Filippo il Bello Super Petri solio ( 7 sett. 1303), penetrò in Anagni con Sciarra Colonna, assali il Palazzo pontificio e fece prigioniero il vecchio Pontefice, il quale rifiutò di cedere alle violenze usategli. Il giorno seguente la città insorse e, dopo aspra lotta, liberò il Pontefice e cacciò i Francesi.
N., tornato in patria, ebbe nuovi grandi favori e venne poi nominato vice cancelliere di Francia ( 22 sett. 1307); partecipò attivamente alla questione della soppressione dei Templari e al processo inscenato alla memoria di Bonifacio VIII. M. nell'apr. del 1313, dopo avere ottenuto l'assoluzione ad cautelam da Clemente V.

BibL.: M. Pieri, L'atteutato contro Bonifacio VIII. Torino 1903; L. Thomas, La vie privée de G. de N., Tolosa 1904; P. Fedele, Per la storia dell'atteutato di Anagni, in Bull. dell'Ist. storico ital., 41 (1921), pp. 195-293; id., Ulteriori precisazioni sull'atteutato di Anagni, in Rémmés del Congr. Internaz. di Scienze storiche, Zurigo 1938.

Innocenzo Giuliani
NOLA, diOCESt di. - Città e diocesi della Campania, in provincia di Napoli.

Ha una superfice di 200 kmq . con una popolazione di 260.000 ab., di cui 250.000 cattolici; conta 111 parrocchie con 265 sacerdoti diocesani e 100 regolari; 17 comunità religiose maschili e 55 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 291).
I. Storia. - L'antica N. (Nad̀̀x, in osco Noria a città nuova · fu, dopo Capua, la città più importante e più ricca del retroterra della Campania. Fu, secondo Ecateo ( 500 a. C.), degli Ausoni o Auronci; divenne intorno al 600 un centro di espansione etrusca e alla fine del sec. v cadde in possesso dei Sanniti. Nel 327 mandò in aiuto di Napoli, impegnata nella seconda guerra sannitica, un corpo di 2000 uomini; ma conchiuso il patto di alleanza tra Roma e Napoli, venne, nel 313, assalita e devastata da Quinto Fabio; nel 311 strinse alleanza con Roma. Durante la guerra annibalica, il Senato e il partito aristocratico riuscirono a mantenere N. fedele a Roma. Silla l'assedio due volte: nell's9, dopo avere sconfitti a Pompei i Sanniti, e nell'so in cui riusci ad espugnarla. Poco dopo Spartaco vi seminava rovine. Particolarmente legato a N. è il nome di Augusto, che vi costrui un grandioso acquedotto dalle sorgenti del Serino ai principali centri della Campania. A N. la a gens Octavia " possedeva grandi proprietà ed Augusto vi mori nel 14 d. C.

Dei monumenti antichi vanno ricordati la necropoli, l'anfiteatro, il teatro, e il tempio, che alla memoria di Augusto avrebbe innalzato Tiberio. Particolare menzione merita il Cippo Abellano, che contiene in lingua osca il trattato che regola l'amministrazione e il diritto di proprietà dell'area del santuario di Ercole, posto al confine tra N. ed Abella (prima metà del it sec. a. C.). Nel 410 N. fu presa dai Goti di Alarico; nel 155 fu distrutta dai Vandali di Genserico. Unita nel 647 al Ducato longobardo di Benevento, nell'849, passo al Principato di Salerno. Carlo I d'Angiò la concesse in feudo. Nel 1528 tornava al demanio.
II. Le origini della Chiesa nolana. - Le notizie più antiche sono conservate nei Carmina natalicia IV e V, composti negli anni 398 e 399 per la festa di s. Felice prete. In essi s. Paolino narra le vicende del vescovo Massimo e del suo presbitero Felice, durante la persecuzione, facendo risaltare in particolar modo l'opera del secondo, che è il santo
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(da G. Chierici, in Ambrosiana, ..., tav. 81)
Nola, diocesi di - Basilichetta dei SS. Martiri. Abside - Cimitile.

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più celebrato a N. In questi versi sono riferiti i dati di una tradizione popolare, più che una vera e sicura storia; vi manca ogni cronologia certa, per cui solo per congettura si potrebbe stabilire il tempo in cui visse il vescovo Massimo. Più tardi una tradizione fece anche di Felice un vescovo e per di più un martire.

Quinto è il secondo vescovo di N. di cui sia giunta notizia, dovuta anch'essa a s. Paolino nel suo V Natale. Il terzo vescovo è Paolo, che consacrò nel 403 o 404 la Basilica monumentale innalzata da s. Paolino in onore di s. Felice (cf. Ep., XXXII). L'episcopato di s. Paolino (v.), che succedette a Paolo, non cominciò che tra il 408 e il 416. Seguono: Paolino iuniore, m. l'ri sett. 442 (epitaffio); Felice, m. il 9 febbr. 484 (epitaffio). Eliminando un vescovo Deodato, mai esistito, ma confuso con un archipresbyter omonimo, succedono Giovanni Talzia (484) che, costretto dai monofisiti a lasciare la sede di Alessandria e a rifugiarsi a Roma, ebbe da Felice III la Chiesa di
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Nola, diocesi di - I · Gigli · di N. in una stampa in legno di F. Ruggiero (1900).
N. (Liberato, Breviarium, 18); Teodosio, m. il 7 dic. 490 (epitaffio); Sereno, di cui parlano diverse lettere di papa Gelasio (492-96) e che fu presente al Sinodo romano del 449; Pisco, 23 febbr. 523 (epitaffio); Leone I, di questo nome ( 556 ), presente al Sinodo tenuto in questo anno sotto il patriarca Mena; Giovanni ( 555-60 ), ricordato in due lettere di Pelagio I (sfuggite al Lanzoni); Gaudenzio, ricordato in due lettere di s. Gregorio Magno (394, 593). Ad anno incerto del sec. vir appartengono Aureliano e Senato noti per i loro epitaffi. Posteriori sono Leone III, Lupino, Sisto, un altro Leone, Giovanni intorno al 940. Contemporaneo di Urbano II (ro88-99) e di Pasquale II (ro99-1i 18) fu il vescovo Guglielmo. Quando Salerno fu eretta a metropoli intorno al 983 , a quanto pare, Giovanni XV il 12 luglio 989 sottomise N. ad essa; e caduto il principato per opera di Roberto il Guiscardo, Napoli accampò i suoi diritti sulla diocesi di N., ma Pasquale II (1100-1106) dichiarò ancora N. soggetta all'arcivescovo di Salerno, Alfano. Solo nel 1179 si trova N. chiaramente dipendente da Napoli; nel Concilio Lateranense di quell'anno il vescovo nolano Bernardo è registrato tra i suffraganei della Chiesa di Napoli di cui è oggi pure suffraganea.
III. Le nuove costruzioni paoliniane. I monumenti superstiti di Cimitile. - Quando Paolino giunse per la seconda volta a N. ( 394 e 395 ) trovò intorno alla tomba del suo patrono altre basiliche; secondo il carme natalizio VI (400) cinque, secondo la lettera XXXII, a Severo ( 403 e 404), quattro.
S. Felice era stato sepolto fuori le mura, in aperta campagna; la sua salma era stata chiusa in una tomba modesta, coperta da una lastra di marmo rivestita d'argento; due fori, aperti nel marmo, permettevano che aromi giungessero sin nell'interno della tomba, protetta da un'edicola di legno. Più tardi vi si era costruita una basilica a tre navate, la cui volta poggiava su informi pilastri in muratura, e l'edicola occupava l'estremità occidentale della navata maggiore. Paolino amplib la Basilica, sostituil ai pilastri colonne di marmo, sostenenti archi a tutto sesto, su cui poggiava una volta, decorata forse di stucchi, ora distrutta. Nell'introdosso degli archi e sul fregio che li sormonta una ricca decorazione musiva a
fondo azzurro e girali di racemi; sul fregio, un'iscrizione di otto esametri, in lettere d'oro, che si svolgeva in doppia fila intorno alle quattro pareti. E il carme che comincia: Parvus erat locus, ante sacris augustus agendis. Sul fregio di questo stesso peristilio, ma dal lato esterno, un altro carme in lettere d'oro, di cui non restano che misere tracce. Dietro l'altare sorgono due colonne con due santi scalpiti in tutto rilievo sulla faccia anteriore dei capitelli, - Sanctus Faustillus a, *Sanctus Felix s, Faustillus è sconosciuto. A sinistra le tombe del successore di s. Paolino, Paolino iuniore, m. nell'anno 444, e del vescovo Felice, m. nel 484. Sulla parete a cui queste si appoggiano, un af fresco rappresentante una città, cinta da mura munite di torri, forse la rappresentazione di Gerusalemme, che offre una forte analogia con il mussico di Madaba. Dietro il lato nord del peristilio s'innalza un muro traforato da arcate che ha l'aspetto di una iconostasi: sulla faccia verso l'abside è decorato da una serie di pitture che vanno dal sec. vir al xiv. La parete è tagliata da due valichi arcuati; e nel tratto tra i due valichi si vedono tre immagini, che rappresentano la Vergine fiancheggiata da s. Paolino e s. Felice.

Uscendo dalla Basilica dalla porta di mezzogiorno, si trova la cosiddetta Basilica dei martiri. Si tratta in sostanza di tre ambienti quadrati con affreschi dei secc. xirxiri, con due piccoli altari nell'ambiente di mezzo e affreschi che rappresentano s. Eusebio nell'altare di sinistra e s. Maria Maddalena in quello di destra. Nell'ambiente più a sinistra, gli scavi del 1935 misero in luce una serie di tombe terragne, orientate da est ad ovest, con la testata a sezione semicircolare. In una di queste testate fu scoperta una pittura con la scena di Giona rigettata dal mostro. Di porticofocissima importanza il prutito di questa basilica, sostenuto da due pilastri, coperti d'ornato su tutte e quattro le facce; sulla mensola che poggia sul capitello l'acrimine leo tertio episcopis recti. Questo vescovo è stato, sulla traccia degli scrittori nolani, ma senza sicuro fondamento, assegnato al sec. viII. Notevoli anche due frammenti (ora presso la Soprintendenza ai monumenti) che formavano una lastra triangolare destinata a fare da rampa ad un ambone; rappresentano parte della scena di Giona (rimane la coda del mostro circondato da pesci), e all'orlo inferiore vi si legge: hoc opys lupinus epi anno (carii). Altre due lastre, di epoca e stile diverso, rappresentano l'una il vitello e il leone, simboli degli evangelisti Luca e Marco, l'altra l'aquila e il leone, simboli anch'essi, con in mezzo l'agnello divino, che con la sua zampa destra regge una croce a stile.

La nuova grande Basilica Paoliniana iniziata nel 401, consacrata nel 403 , guarda di fianco l'antica Basilica in cui riposava il martire. Le tre porte di entrata a sud corrispondevano a tre ingressi posti nel fianco dell'antica Basilica, attraverso cui si poteva scorgere la tomba di s. Felice. Era a tre navate, con doppia fila di colonne sormontata da archi; l'abside era tricora. Delle due absidi minori, quella di sinistra era destinata alla mediazione e alla preghiera, e vi si conservavano, modello di biblioteca ecclesiastica, i libri sacri: quella di destra custodiva le sacre supellettili.

Da alcuni frammenti si deduce che le pareti erano rivestite di lastre policrome di marmo, componenti di-

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segni geometrici. Ma non resta più nulla delle celebri pitture murali fatte eseguire da Paolino, rappresentanti un ciclo di scene, bibliche, e delle iscrizioni che le accompagnavano.

Questo Santuario insigne, uno dei più celebri luoghi di pellegrinaggio nei secc. Iv e v, conobbe le profanazioni peggiori dei barbari della fine del mondo antico, dei Longobardi e dei Saraceni, le rapine e l'incuria degli uomini dell'8oo. Solo dal 1931 al 1935 si ripresero le ricerche e gli scavi.

Monumente paleocristiano di N. - Nell'ipogeo della cattedrale di N. si conserva una lastra di marmo di cui il pannello centrale rappresenta una croce gemmata con le lettere apocalittiche sospese al braccio trasversale; dal piede della croce sgorgano i quattro fiumi simbolici. Poco più su del braccio trasversale due stelle sotto raggi : ai lati della croce, due piante di melograno, e, in giro, cinque colonne. Tutta la scena è inquadrata in una cornice decorata da tralci di vite, che partendo da un vaso ai piedi della croce, si ricongiungono sulla sommità di essa. Ai lati del pannello centrale, due minori pannelli laterali, su cui sono rappresentati due candelabri accesi. L'idea dominante di questo prezioso monumento è la croce, ossia il Cristo, trionfante. Il simbolismo si accentua, se si pensa che si tratta di un paliotto d'altare. Lo si assegna alla fine del v sec., al più tardi agli inizi del vi.
N. e le Campane. - Il primo ad usare la voce "N." per indicare un campanello sarebbe stato lo scrittore di favole Avieno (sec. IV-v ?). Per trovare "N." con il significato di campane, bisogna arrivare a Flodoardo (sec. x). Della connessione della campana con N. la prima testimonianza è in Waldtrido Strabone (sec. IX); ma la connessione delle campane con s. Paolino, nel senso che s. Paolino sarebbe stato autore delle campane, è di epoca assai recente, del sec. xvi. Ma se s. Paolino non entra nella invenzione delle campane, né la città di N. nelle origini di esse, la Campania ha una parte importantissima nella loro storia perché la testimonianza più antica dell'uso delle campane per chiamare i monaci a preghiera si riferisce propria alla Campania, e precisamente ad Eugippio, il celebre abate del Lucullanum, che sorgeva a Napoli sull'altura denominata oggi Pizzofalcone.

BibL.: fondamentali le opere di Ambrogio Leone, del Guadagno, del Remondini, dell'Ambrosini, dell'Ughelli, segnalate da P. Fr. Kehr, Italia Pontif., VIII, Berlino 1933, p. 279; e DACL. XII (1935), pp. 1422-65, bibl. 1455-57. Per l'epigrafia cristiana: CIL, X, 1338 sgg.; E. Diehl, Insor. latinoe christ. ser., I-III, Berlino 1923-31. Per il carme damasiano: A. Ferrus, Epigrammata Damasiana, Roma 1942, pp. 213-14. Per s. Paolino: v. P. Fabre, Essai sur la chronologie de l'oeuvre de st Paulin de Nole, Parigi 1948; id., St Paulin et l'amitié chrétienne, ivi 1949 (con ampia bibl.) e inoltre: D. Mallardo, Cronologia della lettera XIX di s. Paolino, in Rendic. d. R. Accad. di archeol., 20 (1940), p. 107 sg. Per i monumenti di Cimitile: H. Holtzinger, Die Basilika des Paulinus in N. in Zeitschr. f. bild. Kunst. 20 (1885), pp. 132-41; F. X. Kraus, Gesch. der christl. Kunst. I, Friburgo in Br. 1896, p. 302 sg.; F. Wickhoff, Das Apsismonith des Paulinus in N., in Röm. Quartalschr., 3 (1889), pp. 15-45; A. W. Byvanck, Mededeelingen van het Nederlandsch histor. Institut de Rome, 9 (1909), pp. 45-70; id., Byzant. Zeitschr., 50 (1919-30), pp. 447 554; M. T. Tozzi, Bollettino d'arte, 23 (1931-32), pp. 272-81, 504-16; G. Chierici, Lo stato degli studi intorno alle basiliche di Cimitile, in Riv. d'arch. crist., 16 (1939), pp. 59-72, riprodotto in Atti del IV Congresso internaz. di arch. crist., 11 (1948), p. 29 eg.; id., Saut'Ambrogio e le costruzioni paoliniane di Cimitile, in Ambrosiana, Milano 1942, p. 315 sgg.; R. C. Goldschmidt, Paulinus' Church.s at Nole, Amsterdam 1940. Per N., come meta di pellegrinaggi nei sec. IV-v e i miracoli di s. Felice, v. B. Kootting, Peregrinatio religiosa, Ratisbona 1950. pp. 250-54. Per il paliotto d'altare, D. Mallardo, Una fronte d'altare nolana della fine del sec. V, Napoli 1938 (Campania Romana, pp. 269291, tav.).

Domenico Mallardo
IV. GIGLI DI N. - Sono così chiamate otto altissime «macchine» in legno, a forma di obelischi o campanili, che vengono recate in processione a N. per la festa di s. Paolino. Esse vengono costruite da artigiani locali sotto la direzione dei «maestri di festa». I disegni variano di anno in anno e riflettono motivi di architetture rinascimentali, barocche, orientali o moderne, con adattamenti a gusti paesani.

Nel 1931, xv centenario della morte del Santo, le decorazioni svolsero un tema unico, il commento apologetico della vita e delle opere del Santo. Ciascun "giglio" è costruito con un'ossatura di legno a forma di piramide quadrangolare alla base, triangolare poi, e intimamente unita, sì da dare solidità al tutto : su questo scheletro si applica l'«adabobatura» compaata di cinque pezzi. Il giglio termina, di regola, con una statua sacra e al terzo pezzo, che è quello centrale, vi è sempre la figura di s. Paolino. La processione vuol ricordare l'accoglienza che i nolani fecero al loro vescovo quando tornò dalla prigionia. La festa dura tre giorni e propriamente il sabato, la domenica e il lunedì dopo il 22 giugno (dies natalis del Santo). La sera del sabato i gigli vengono "vestiti» davanti alle case dei "maestri di festa": la mattina della domenica vengono portati in Piazza del Duomo, e benedetti dal vescovo tra il tripudio della folla, suono di musiche, e lancio di storiandoli e di confetti sul busto argenteo del Santo. Le pesanti macchine sono recate a palla da squadre di ca. quaranta portatori, dette "paranze", che precedono danzando, in gara di agilità fra loro. In mezzo ai gigli sta la barca, che ricorda l'arrivo del Santo dal mare, e vi è immancabile un "moro", a ricordare che essa veniva dal continente nero. La sfilata si svolge secondo un ordine tradizionale che, nell'interpretazione del popolo, vorrebbe riprodurre la successione con cui i diversi esercenti, le varie arti mossero incontro al Santo per accoglierlo; presumibilmente, trattasi di un ordine di precedenza tra antiche corporazioni di mestiere. Esso è il seguente : ortolano, taverniere, salumzio, panettiere, faccario, calzolaio, ferrato e sarro. Il lunedì ha luogo la «svestizione» dei gigli e tra musiche, luminarie e canzoni la festa ha fine. L'origine del nome sta nel fatto che, da principio, furono usati veri e propri fiori, i quali ben presto vennero attaccati a delle mazze e più tardi a canne intrecciate finché, per spirito agonistico, si giunse alle attuali «macchine» alte ca. 30 metri; ma non è scomparsa del tutto la tradizionale mazza fiorita, o,come dicono, torcia infiorata: due di esse si conservano ancora e vengono recate davanti ai primi due gigli. Tutto ciò in analogia con quanto è avvenuto con i «candelieri» di Nului e di Sassari, o con i «ceri» di Gubbio. - Vedi tav. CXXI.

Biel.: numero unico de La Festa, Bologna, 14 giugno 1931: XV Centenario paoliniano, numero unico, Nola 1931; A. D'Amato, La tradizionale festa dei gigli a N., in Lares, 2 (1931), pp. 52-63.

Paolo Toschi
NOLDIN, Hieronymus. - Gesuita, moralista, n. a Salorno (Alto Adige) il 30 genn. 1838, m. a ViennaLainz il 7 nov. 1922.

Entrato già sacerdote nell'Ordine (1863) fu professore di filosofia a Presburgo (1867-74), superiore del Collegio teologico di Innsbruck (1875-86), redattore ivi della Zeitschrift für katholische Theologie (1887-91), indi professore di teologia morale e pastorale all'Università (1890-1909).

Oltre a numerosi articoli forniti alla Zeitschrift, scrisse un corso di morale assai stimato e diffuso: Summa theologiae moralis ( 3 voll., Innsbruck 1897), cui aggiunse a completamento: De sexto decalogi proscopto et de usu Matrimonii (ivi 1898) e De poenis ecclesiasticis (ivi 1899); tutte opere notevoli per la limpida stesura e la logica ripartizione della materia, il pieno possesso delle questioni, la serenità equilibrata di giudizio. Ebbero continue edizioni e aggiornamenti per opera di lui, e, dopo la sua morte, a cura dei confratelli A. Schmitt, A. Schönegger, G. Heinsel ( 30^{mathrm{b}} ed., ivi 1951). Si può aggiungere l'operetta teologico-ascetica: Die Andacht zum heiligsten Herzen Jesu (ivi 1883), che ebbe pure molte edizioni e versioni (vers. it., Brescia 1910).

Biel.: A. Schmitt, H. N., in Zeitschr. f. hathol. Theologie, 47 (1923), pp. 1-4; F. Hatheyer, P. H. N. im Urteil seiner Schöler und Alumnen, Innsbruck 1923.

Celestino Testore
NOLENS, WILEM Hubert. - Sociologo e politico olandese, n. a Venlo il 7 sett. 1860, m. a L'Aia il 27 ag. 1931. Ordinato sacerdote nel 1887, dal 1886 fino al 1909 fu professore di scienze sociali e politiche nel Ginnasio vescovile di Bolduc.

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Dal 1909 insegnò diritto del lavoro a Amsterdam. Essendo stato eletto, fin dal 1903, capo del Partito statale cattolico e dal 1923 anche ministro di Stato, ebbe un grande influsso nella legislazione olandese sociale e scolastica. Nel 1915 riusci, quale inviato del suo governo, a fondare a Roma la legazione olandese presso la S. Sede.

Bibl.: J. Kleentjens, s. v. in LThN., VII, ed. 610. Jaroslav Škarvada
NOLI, diocesi di: v. Savona e NOLI, diocesi di.
NOME. - E un mezzo generale del linguaggio, atto ad indicare qualunque ente pensabile; ma acquista particolare importanza sociale e giuridica in quanto serve all'indicazione delle persone: a tal riguardo deve ricordarsi il testo romano secondo cui "Nomina.... significantorum hominum gratia reperta sunt" (I, II, 20, 29).

I. I N. sacri e teorori. - Il n. di persona, considerato dalla mentalità primitiva come parte integrale dell'individuo e quasi come la sua anima, è stato sempre oggetto di particolari precauzioni, sia nella scelta sia nell'opportunità di celarlo o di alterarlo onde evitare atti di magia carile.

Riferiti agli esseri divini i n. hanno presso i primitivi significato generico: il Vecchio, il Padre, il Signore ecc. perché non si è ancora bene individuata la loro fisionomia, la quale in questo stadio può anche prendere significati esprimenti l'azione che gli esseri divini sono invitati ad esercitare a pro degli uomini; com'è il caso degli indigitamenta (v.) rumani; elenchi di divinità che presiedono ciascuna a uno speciale momento o funzione della vita, sia fisica come Educa che presiede al mangiare, Fabulinus al parlare, Cunina alla culla; sia agricola come Vercactor che presiede al dissodamento, ecc. Sono questi dèi che H. Usener chiama momentanei, quelli che rappresentano secondo lui la prima fase del pensiero religioso, in relazione alla prima impressione del primitivo, individuata con il n. corrispondente all'azione (sullo sviluppo di questi dèi da momentanei a dèi di categoria e a dèi personali (v. usener, hermann) circa i n. divini considerati dalla scuola naturistica di Max Müller come " nomina agentis" in quanto esprimono la qualità dell'azione che esercitano (v. müller, F. Max).
I. N. teofori. - I n. teofori sono largamente usati, perché chi porta il n. di una divinità si sente sotto la speciale tutela della medesima. Questi n., cui è aggiunto un predicato nominale o verbale, esprimono l'idea che il dio è dolore, forte, sovrano ecc.: così Elimelech «il mio dio è re", Ben Hadad "figlio di Hadad", Abd Ešmun "serve di Ešmun", Mitridate "dono di Mithra", Isidoro "dono di Iside", Teodoro "dono di Dio", ecc.

L'abbandono del n. usuale e l'assunzione di uno nuovo, di carattere sacro, avviene spesso nel cambiamento dello stato per esprimere la nuova condizione di vita e l'orientamento spirituale e sociale della medesima. In Egitto il faraone intronizzato assumeva il n. del dio che egli considerava come suo protettore. Così quando Amenophis IV istitui, contro il sacerdozio tebano di Ammone, il culto del disco solare (Aton), si fece chiamare Akh-en-aton "Aton si rallegra ". Il capo supremo del sacerdozio eleusino entrando in carica sostituiva il suo n. personale con quello della sua funzione di ierofante "colui che mostra le cose sacre": il vecchio nome "veniva gittato nel mare" siç \& k mathrm{k} (cf. Luciano, Lesiph. 10). Quest'uso, detto ieronionato (lépov 6vque), restò in vigore, pur non essendo rigorosamente prescritto, durante tutta l'epoca imperiale.

Anche attualmente chi si ascrive a taluni Ordini religiosi cambia il suo n. per significare il nuovo orientamento della sua vita.
2. N. sacri. - I n. sacri, data la loro partecipazione mistica con l'essere a cui si riferiscono, sono considerati come una potente salvaguardia, sia nel momento del pericolo, sia nello svolgimento della vita quotidiana. E appena necessario ricordare il grande apostolato cui s. Bernardino da Siena si dedicò per diffondere l'invocazione, la raffigurazione e la diffusione grafica del n. di Gesù.

Bibl.: E. Clodd, Fiabe e filosofia primitiva, trad. it., Torino 1906; H. Usener, Götsernamen, 1* ed. Bonn 1896, 2* ed., ivi 1929; V. Larock, Essai sur la valeur sacrée et la valeur sociale des noms de personnes dans les sociétés inférieures, in Rev. de l'hist. des religions, 101-102 (1930), v. indici.

Nicola Turchi
II. Il n. civile. - L'ordinamento giuridico attribuisce ad ogni soggetto un diritto al n., classificabile tra i diritti della personalità. Ogni soggetto, invero, acquista necessariamente il n., ovverossia il segno verbale attraverso cui si realizza la sua identità personale; né può perderlo o trasmetterlo ad altri.

Nel n. si comprendono prenome e cognome. Il prenome, tratto ordinariamente dai calendari dei diversi culti, o dai nomi di personaggi storici, costituisce un modo di designazione speciale della persona entro il gruppo formato dalla famiglia; per mezzo di esso la persona è distinta dagli altri componenti il suo gruppo familiare. Il cognome, invece, indica l'apparirenenza familiare; in quanto contribuisce alle formazione del n. personale, serve anch'esso ad individuare la persona: per mezzo di esso la persona è distinta dai soggetti di altri gruppi familiari, che possono avere il suo stesso prenome.

Il n. è immutabile. L'art. 6, 2^{°} cpr. Cod. civ. sancisce espressamente il principio dell'immutabilità, rispetto al quale eccezioni possono esservi solo nei casi determinati dalla legge che sono : mutamento dello stato familiare per matrimonio o adozione (mutasi allora correlativamente, ipso iure, il cognome della donna che contrae le nozze, ovvero dell'adottato); concessione del mutamento del n. fatta dal pubblico potere.

Esistendo un diritto al n., questo è munito di una tutela giudiziaria, che si attua attraverso due distinte azioni. La prima di queste protegge l'uso del n. da parte della persona cui spetta il n. stesso. Il diritto al n. comprende il potere di godimento del n.: il potere, cioè, di usare il n. per godere di quella propria identità personale alla cui realizzazione quello serve. Contro gli atti di terzi, contrastanti questo uso del n., il soggetto può reagire, promuovendo l'azione di reclamo del n.

La seconda azione, invece, protegge l'esclusività dell'uso del n. da parte della persona cui il n. stesso spetta. Il potere di godimento del n. ha carattere di esclusività, e quindi il titolare può pretendere che gli altri si astengano dall'usare il suo n. per indicare soggetti diversi da lui stesso: altrimenti, con le confusioni che si produrrebbero, il n. non assolverebbe la sua funzione identificatrice. Contro gli atti di terzi, contrastanti l'esclusività dell'uso del suo n., il soggetto può reagire, promuovendo l'azione per usurpazione di n.

Il n., di cui si è finora discorso, costituisce il n. civile, designazione necessaria, imprescindibile, di ogni soggetto dell'ordinamento giuridico. Accanto ad esso, possono sussistere segni distintivi accessori, secondari, come il soprannome e lo pseudonimo. Quest'ultimo designa la persona nell'ambito di un particolare settore di attività (ad es., giornalistica, artistica, ecc.). Secondo l'art. 9 Cod. civ., esso è tutelato al pari del n., qualora sia usato da una persona in modo che abbia acquistato l'importanza del n.

Bibl.: N. Stolfi, I segni di distinzione personali, Napoli 1902: A. De Cupis, Il diritto all'identità personale, I, i, Milano 1949; id., I diritti della personalità, ivi 1950, p. 139 seg.

Adriano De Cupis
III. Il n. di Battesimo. - E uso antico nella Chiesa cattolica di imporre un n. cristiano al battezzando.

La consuetudine è sancita dal Rituale: "Poiché a quelli che sono battezzati, come a figli di Dio da rigenerarsi in Cristo e annoverarsi nella sua milizia, viene imposto un n., curi (il parroco) che non gli siano imposti n. osceni, favolosi o ridicoli o di inani dèi o di empi uomini pagani, ma piuttosto, per quanto è possibile, un n. di santo; dai loro esempi i fedeli siano spronati a vivere piamente e siano protetti dal loro parrocini" (tit. II, cap. I, n. 33). Se i parenti non adempiono a questo obbligo, nessuna conseguenza ne deve subire il bambino, perché

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esente da ogni colpa: in questo caso il parroco al n. imposto dai parenti deve aggiungere il n. di qualche santo e trascrivere l'uno e l'altro nel libro dei battezzati (can. 76 I ). Il diritto di imporre un n. spetta ai parenti, al padrino e alle persone che ne fanno le veci; in caso che queste venissero o mancare, si devolve al parroco o al ministro: nella prole illegittima questo diritto spetta alla madre. Alcuni autori ammettono che il n. battesimale possa essere cambiato nella Cresima o in altra occasione, anche per iniziativa privata. Questa dottrina deve essere seguita con discrezione, perché può condurre a gravi inconvenienti nella vita civile : i documenti infatti riguardanti la nascita e il Battesimo sono trascritti dal libro dei battezzati. Se il n. venisse cambiato solo privatamente, si avrebbe una grande confusione anche in rapporto ai documenti civili, che richiedono uno speciale procedimento per il cambiamento del n. Conseguentemente il parroco non può mutare il n. dei battezzati se non dopo aver ricevuto la debita autorizzazione dal vescovo.
IV. Il. N. nella professione religiosa: v. sopra, I.
V. Il. N. del pontefice: v. papa.

Bibl.: Clemente XII, lett. apost. Compertum, 24 ag. 1734; Benedetto XIV, encicl. Inter omnigenas, 2 febbr. 1744; F. M. Cappello, Trastatus canonicus moralis de Sacramentis, I. Roma 1938, n. 179; F. Oppenheim, Commentationes ad ritum baptismatem, Torino 1943, pp. 58-72.

Giuseppe Damizia
NOME DI GESÙ, FESTA del. - Celebrata, dalla riforma di Pio X, nella domenica che occorre fra il 2 e il 5 genn., e, quando manca questa, il 2 genn., con rito doppio di 2² classe.

Una festa liturgica in onore del N. di G. esisteva in vari luoghi, già prima del 1530 , senza peraltro un permesso della S. Sede, anche con il titolo : Trionfo del S.mo N. di G. Bernardino de' Bustis (v.), il quale aveva composto e pubblicato, con approvazione di Sisto IV, un Officium et Missa gloriosi Nominis Jesu (Milano 1492), non poteva però ottenere l'uso liturgico della sua composizione. Finalmente nel 1530 Clemente VII approvò il detto Ufficio con la Messa, fissando la celebrazione liturgica il 14 genn. Francescani, Agostiniani, Mercedari, Trinitari, Carmelitani, poi la Compagnia di Gesù, per nominare solo alcuni Ordini, le diocesi di Siena (1582), di Firenze (1643) e molte altre accettarono la festa. Ad Anversa, nella chiesa del convento di S. Michele, la festa era in uso, per la pietà di un laico, tale Ippolito, sin dal 1458 , e, in forma liturgica festiva, dal 1492, ma al 15 genn., seguito poi, come data, da molte altre diocesi, e dai Domenicani, i quali vi rimasero fedeli fino al 1923. Finalmente, nel 1721 (29 nov.-20 dic.), Innocenzo XIII, per istanza di Carlo VI imperatore, estese la festa del N. di G. a tutta la Chiesa, come doppio di 2² classe, designandole la seconda domenica di genn. Venne infine la riforma di Pio X con il motu proprio Abhinc duas annas del 23 ott. 1913, che designava invece la domenica fra il 2 e 5 genn. (AAS, 5 [1913], pp. 458-60).

Litanie del S.mo N. di G. - Invocazioni litaniche del N. di G. sono già note nel medioevo. Nel Seicento circolarono nei vari libri di pietà diverse litanie in onore di Gesù, del Salvatore, del N. di G., dovute a ignoti autori, benché talore attribuite senza fondamento a s. Bernardo, s. Bernardino da Siena, Bernardino de' Bustis ed altri. Il severo divieto di Clemente VIII (1601) di non pu