a: Et alibi aliorum plurimorum sanctorum martyrum et confessorum atque sanctorum virginum, formula tuttora in uso. Risposto dai presenti : Deo gratias, chi presiede l'Ufficio aggiunge una breve preghiera a tutti i santi. Una volta diceva: Ipsi et omnes sancti intercedant. Oggi invece si invece : Sancta Maria (le Vergine) et sancti: la lettura del M. in alcune feste era fatta con particolare solennità. Così a Natale, quando il lettore annunciava la nascita del Redentore con le parole: Natinitas Domini nostri Jesu Christi secundum carnem tutti si prostravano umilmente con la fronte a terra. Anche oggi quelle parole sono cantate con un tono di voce più alto per accentuarne il significato. Un uso simile c'era all'annuncio della morte e della Resurrezione del Signore, il Giovedi e il Sabato Santo.
Le regole da osservarsi per la lettura o il canto del M. nell'Ufficio canonico sono minuziosamente esposte nelle Rubricae premesse da Gregorio XIII alla prima edizione tipica del 1548, notevolmente sviluppate, poi, nelle edizioni successive. Il M. è uno dei libri liturgici di cui la S. Sede si è riservato il diritto di stampa (AAS, 38 [1946], p. 371 ; documentazione in Ephem. lit. [pars altera, Ius et Praxis], 61 [1947], pp. 19-21). - Vedi tav. XX.
BibL.: commento critico del pp. Bollandisti all'ed. tipica del 1913: Martyr. Romanum ad formam editionis typicae scholis historicis instructum (Propylarum ad Acta SS. Decembris), Bruxelles 1940. - Studi : Benedictus XIV, De servorum Dei beatificatione, IV, parte 2^{text {a }}, capp. XVII-XIX : cf. Opera omnia, IV, Prato 1891, pp. 360-82; F. A. Zaccaria, Bibliotheca ritualis, I, Roma 1776, pp. 103-106; H. Grisar, Le origini del M. romano, in Chi. Catt., 1893, II, pp. 292-303, 623-69; ristampato in id., Analecta romana, Roma 1899, pp. 231-38; H. Achalis, Die Martyrologien, ihre Geschichte und ihr Wert, Berlino 1900; S. Baümer, Histoire du Bréviaire, trad. R. Biron, II, Parigi 1905, pp. 234-30; H. Delehaye, I M., in appendice (pp. 337-83) all'ed. it. del vol. Le leggende agiografiche, Firenze 1910; J. Baudot, Le Martyrologe, in DACL. X, coll. 2523-2619. - Ediz. con carta topografiche: A. Lubin, Martyr. Romanum illustratum, Parigi 1660; C. Coppesta, Tabulae geographicas seu atlas in M. romanum, Tournhoult 1943 (cf. Ephem. lit., 60 [1946], pp. 400-402). Commenti : F. D'Aste, In Martyr. romanum diveptationes literales, topographicae et chronologicae, Benevento 1716; Bernardino da Palmas Arborea, Commentarium historicum in universum Martyr. romanum, Roma 1910.
Annibale Bugnini
MARTYNOV, IVAN. - Scrittore russo, gesuita, n. a Kazan (Russia) il 7 ott. 1821 e m. a Cannes il 26 apr. 1894. Fece i suoi studi nell'Università di Pietroburgo. Il conte Gregorio Suvalov (1804-59), il quale un giorno si sarebbe fatto cattolico e religioso barnabita, prese il M. come precettore dei suoi figli. Nel corso di un suo viaggio all'estero il M. si decise anch'egli a abbracciare il cattolicesimo e a diventar gesuita. Entrò nel noviziato della provincia gesuita di Francia a St-Acheul il 18 sett. 1843. Nel 1856 fece i suoi ultimi voti. Insieme al p. Gagarin (v.) fondò nel 1857 la rivista Les études de philosophie et d'histoire, diventata poi Etudes, e formò la Biblioteca russa di Parigi tuttora esistente.
M. dedicò tutta la sua vita all'apostolato della penna. Fra le sue numerose pubblicazioni la più importante è l'Annus Ecclesiasticus graeco-slavicus (Bruxelles 1863), appendice al vol. XI dei Bollandisti. Questa opera portò la fama del M. a Roma, dove fu nominato teologo pontificio per gli affari orientali nel Concilio Vaticano.
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(per cortesia dei prof. E. Josi)
Marucchi, Orazio - Ritratto.
BibL.: Sommervogel, IX, coll. 643-52; G. Burnichon, La Compagnie de 7. en France, Hist. d'un siêrle, IV, Parigi 1922. pp. 131-44. Ivan Kolgerivof
"MARTYR DEI VENANTIUS". - Inno dei Vespri nella festa di s. Venanzio, di autore ignoto, inserito nel Breviario da Clemente X nel 1670 insieme alla festa del giovane martire camerinese.
E un breve poema narrativo delle gesta del Santo, che soffri atroci tormenti per la sua fede. Nessun alito poetico ispira queste strofe, ma il racconto del martirio desta profonda ammirazione.
BibL.: C. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione s. a., p. 269; V. Terreno, Gli inni dell'Ufficio divino, Mondovì 1932, p. 204; Silvério Matoi
MARUCCHI, Orazio. - Archeologo, n. in Roma il 10 nov. 1852, m. ivi il 21 genn. 1931. Discepolo di G. B. De Rossi, prese parte dal 1872 alle fortunate esplorazioni del cimitero di Domitilla; la sua prima scoperta personale fu l'identificazione della cripta sepolcrale del martire Valentino al 1° miglio della Via Flaminia (La cripta sepolcrale di s. Valentino sulla Via Flaminia rinvenuta e descritta, in Studi in Italia, I [1878], pp. 1-70; Il Cimitero e la basilica di S. Valentino, Roma 1890; Ulteriori osservazioni sulle antichità cristiane scoperte al primo miglio della Via Flaminia, in Bull. della Comm. archeol. comun. di Roma, 56 [1928], pp. 119-32).
Valido aiuto prestò nell'esplorazione dell'ipogeo degli Acilii Glabrioni nel cimitero di Priscilla, e dopo la morte del maestro (1894), dell'Armellini (1896) e dello Stevenson ( 1898 ) ebbe in gran parte il compito di dirigere il Nuovo bollettino di archeologia cristiana dal 1898 al 1922.
Fra le scoperte numerose da lui compiute e illustrate, sono da ricordare quelle della cripta dei martiri Marcellino e Pietro, sulla Via Labicana, della cripta di Felice ed Adautto, nel cimitero di Commodilla; gli scavi nel cimitero di Priscilla (sostenne l'ipotesi, però non accettata, che ivi sulla Salaria, e non sulla Nomentana, si debba riconoscere la primitiva memoria dell'apostolato di Pietro in Roma); gli scavi a S. Sebastiano fuori le mura, che hanno confermato l'antica tradizione relativa alla memoria apostolica «in catacumbas»; l'identificazione del luogo dove furono sepolti i martiri «quos Graecia misit». Fu anche espertissimo in antichità egizie, in epigrafia, in topografia romana; per cui vanno ricordate le opere sul Foro Romano ed il Palatino (Roma 1883), la Nuova descrizione della
casa delle Vestali (ivi 1887), le Osservazioni sulla Regia e sull' atrio di Vesta (ivi 1890); l'illustrazione degli obelischi di Roma e del Museo Egizio Vaticano, del quale fu per molti anni direttore; le illustrazioni sulle antichità di Palestrina, specialmente la monografia sul martire prenestino Agapito, del quale riconobbe il luogo del martirio (Memorie storiche della cattedrale di Palestrina, Roma 1918; Guida archeologica della città di Palestrina, ivi 1932). Fu anche direttore del Museo Lateranense (I monumenti del Museo cristiano Pio Lateranense, Milano 1910), scrittore della Biblioteca Vaticana, socio di molte accademie scientifiche italiane ed estere, segretario della Pontificia commissione di archeologia; impareggiabile divulgatore: Il matrimonio cristiano sopra un antico monumento inedito, in Studi in Italia, 5 (1882), pp. 1-15; l'Antichita del culto della Beata Vergine (Roma 1883); Difesa del pontificato di Damaso contro un nuovo attacco dei protestanti, in Rassegna italiana, 3 (1883), pp. 1-13; La supremazia della Sede romana considerata nei monumenti dei primi secoli, in Bessariana, 2 (1897), pp. 1-13; ecc. Professore di archeologia cristiana nel Collegio di Propaganda Fide, in quello di S. Anselmo dei Sulpiziani (le lezioni dettate in quest'ultimo furono raccolte e pubblicate in Eléments d'archéologie chrétienne, 3 voll., Parigi 1900-1903; Manuel d'archéologie chrétienne, resumé des éléments d'urchéologie chrétienne, Bruges 1906; Manuale di archeologia cristiana, Roma 1908, 1933; Manuale di epigrafia cristiana, Milano 1910. Tenne la cattedra di topografia di Roma cimiteriale nell'Università di Roma; fu tra i fondatori del "Collegium Cultorum martyrum", di cui fu "magister" venerato.
Temperamento esuberante ed entusiasta il M. espresse talvolta ipotesi, seppure geniali, non del tutto fondate, e costrui su premesse non sempre consistenti; tuttavia nelle sue pubblicazioni, oltre 400, va sempre ammirata la chiarezza, l'abilità dialettica, l'inesauribile erudizione.
Ultimo suo desiderio fu che sulla sua tomba fosse posta l'umile scritta : "O. M. romano cultore dei martiri ".
BibL.: C. Cecchelli, O. M., in Archivio della R. depur. di et. patria, 52 (1931), p. 351 sgg. (bibliografia dello opere); G. Mancini, O. M., in Bollettino di filologia classica, 37 (1931), n. 8, appendice; E. Josi, in O. Marucchi, Le catacombe romane, postuma, Roma 1933, pp. vii-21.
Gioacchino Mancini
MARUCELLI, Francesco. - Erudito e bibliofilo fiorentino, n. il 1° marzo 1625 , m. a Roma il 26 luglio 1703. Dall'età di ventitré anni visse a Roma, dove soprattutto si dedicò a raccogliere libri. Fu beneficato dal papa Clemente XI. Compilò un grande repertorio bibliografico universale per soggetti (ca. 6000) dal titolo Mare magrum, conservato manoscritto, con le aggiunte del nipote mons. Alessandro Marucelli (in tutto i I I voll.), nella Biblioteca Marucelliana di Firenze, voluta dal fondatore «publicac, maxime pauperum utilitati ".
BibL. A. M. Biandini, Elogio storico dell'ub. F. M., Livorno 1754; G. Biagi, Indice del Mare magnum di F. M. Undici e cataloghi, 9), Roma 1888.
Francesco Barberi
MARULIC (Marulus, Marulo), Marco. - Umanista, moralista e poeta croato, di nobile famiglia, n. a Spalato nel 1450, m. ivi nel 1524. Frequentò l'Università a Padova. Visse quasi sempre a Spalato. Dopo una giovinezza spensierata, verso i 30 anni si ritirò ed abbracciò in pieno la concezione cristiana della vita, i cui princìpi applicò anche nella sua opera letteraria tanto latina che croata.
Tra le opere latine di contenuto morale-didattico eccelle il De institutione bene visendi per exempla Sanctorum (Venezia 1506). L'opera fino al 1686 uscì in diverse città europee in 15 edd. (qua e là con il titolo mutato), ed ebbe molte traduzioni. S. Francesco Saverio la stimava tanto, che nei suoi viaggi missionari oltre il Breviario portava con sé soltanto quest'opera (cf. Epistolae s. Francisci Xaverii, II, 99²², Roma 1945). Compose altre opere in latino: Evangelistarium (1516); Quinquaginta paradolae (1510) e altri scritti minori, di cui alcuni di carattere
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storico. Molte altre opere di M. rimangono ancora manoscritte. Della Davidiade si conserva un solo canto.
Il M. è autore della prima opera d'arte di tipo classico, in croato, Istoria sveta udovice Judit u versih hromchj slużeno in 6 canit, scritta nel 1501 e stampata per la prima volta nel 1521 a Venezia. Nel narrare la storia biblica di Giuditta l'autore ha presente l'epica lotta del suo popolo contro i Turchi con l'intenzione di sollevarne l'ardore patriottico in quei momenti tormentati.
Le opere poetiche croate del M. furono pubblicate a Zagabria nel 1869 col titolo Pjesme Marka Marulica nella collezione Stari pisci hroutski, I, per cura dell'Accademia croata; alcune poesie sono di dubbia autenticità.
Bibl.: P. Kasandric, M. Zivot i djela. Prefazione alla "Judita", Zagabria 1901, pp. 21-4221; J. Bodelić, Bibliografija Marulicevih djela te radova o životu i djelima Marulicevim, in Zbornik Marka Marulica, ivi 1950, pp. 313-45. Ivan Vitezić
MARULLO, Tarcaniota Michele. - N. a Costantinopoli nel 1453, m. travolto dalle acque del fiume Cecina nel 1500. Per l'arrivo dei Turchi venne con i suoi in Italia e incominciò una duplice vita di soldato di ventura e di autentico umanista. Si scontrarono in lui due destini: quello dell'esule greco, che, se di famiglia militare, era naturalmente portato a finire soldato di ventura, per quanto nobilitato dalla generica attesa della guerra contro i Turchi; quello dell'uomo di lettere che, una volta nato con questa vocazione, non poteva non aspirare a vivere in tutt'altro modo. Girò il mondo con le compagnie armate e si fece rispettare nelle cerchie intellettuali. Per una delle più colte donne del suo tempo, Alessandra Scala, da lui sposata, trovò accenti d'amore pontaniano. I suoi versi latini, troppo spesso diluiti in lenti metri elegiaci, sono quanto di meglio resta di lui. Che nella sua poesia l'urto dei suoi due destini s'avverta come forza ispiratrice non si può dire, chi ne tolga qualche accento di tristezza acuta ma generica, e qualche spunto in cui l'umano fastidio della guerra non impedisce al coraggio guerriero di risentirsi come valore morale. Il suo attaccamento al poema di Lucrezio, la tradizione che in molti Greci, specie stradioti, persistesse una non so qual renitenza al cristianesimo, indusse a cercare le tracce di un tal sentimento nei quattro libri dei suoi Hymni naturales (pubblicati nel 1497), i quali però, probabilmente, non sono che descrizioni di natura avvivate (o appesantite) dalla mitologia, alla maniera del meno felice Pontano.
Bibl.: P. L. Ciceri, M. M. e i suoi Hymni naturales, in Giorn. stor. della lett. ital., 64 (1914), pp. 289-357; B. Croce, M. M. T., Bari 1938; id., Nomi geografici nei carmi del M., in Critica, 7 (1947), pp. 87-88.
Giuseppe Toffanin
MÄRÜTÄ, vescovo di Martiropolis (MajferQAT), santo. - N. ca. la metà del sec. Iv dal prefetto della provincia di Sofene, fu insigne medico e andò diverse volte nella Persia come legato della corte bizantina. Avendo guarito la figlia di Sapore II, ottenne da lui la fine della persecuzione contro i cristiani e molte reliquie dei märtiri che depose a Majferqat, chiamata per questo anche Martiropolis. Nel 403 M. a Costantinopoli prese parte al Sinodo che condannò il suo amico s. Giovanni Crisostomo. Nel 410 è di nuovo a Seleucia-Ctesifonte, dove prende parte al Sinodo, anzi viene attribuita a M. nel 411 l'elezione a katholikós di Mar Abaj. Probabilmente M. restò ancora per alcuni anni in Persia essendo come il protettore ufficiale di quella Chiesa. Deve essere morto prima del 420. La sua festa è il 4 dic.
I pochi scritti di M. non hanno valore che per la storia del diritto e della liturgia. Cosi il Trattato sulle eresie (ed. I. Rahmani, in Studia Syriaca, IV, Monte Li-

(16a M. M. Judita, Zagabria 1866, tav. 8)
Marulić, Marco - Judita, 1² ed., Ver.esia 1521, p. 7.
bano 1909, pp. 76-81), la Spiegazione dei vocaboli (vers. di O. Braun, De sancta Nicaena Synodo, Münster 1898), che illustra il senso di alcuni termini tecnici liturgicogiuridici. Negli atti del Sinodo di Seleucia-Ctesifonte (410; ed. J. B. Chabot, Synodicon orientale, Parigi 1902, pp. 17-36, 233-75), si attribuiscono a M., non si sa con quale fondamento, i canoni pseudoniceni chiamati poi "arabici", e forse introdotti da M., e una serie di altri 73 canoni disciplinari che probabilmente egli fece promulgare per estendere alla Persia la disciplina degli antiocheni.
Bibl.: E. Tisserant, s. v. in DThC, X, coll. 142-49; M. Ralph, The armenian life of M. of M., in Harvard theol. rec., 23 (1932), pp. 47-71; J. M. Vostè, M. de M. et le Liber ad baptizandos de Théodore de Mopsueste, in Orient. Christ. periodica, 12 (1946), pp. 201-205.
Ignazio Orris de Urbina
MARK, Karl. - Filosofo materialista, ideatore con Engels del cosiddetto socialismo scientifico, n. a Treviri il 5 maggio 1818 da genitori ebrei (più tardi il padre si fece battezzare con tutta la famiglia, per evitare le vessazioni cui erano sottoposti gli ebrei), m. il 14 marzo 1883 a Londra.
M. da ragazzo subì l'influsso dell'illuminismo del padre e del romanticismo del barone di Westphalen, amico di famiglia, di cui nel 1843 sposò la figlia Jenny. Dal 1830 al 1835 frequente il ginnasio "Friedrich-Wilhelm" e Treviri, simpatizzando per i professori a tendenze razionaliste e liberali. Nel 1835 si iscrisse all'Università di Bonn e nel 1836 a quella di Berlino. Dapprima antibegeliano, si iscrisse poi nella primavera del 1837 ad un circolo di giovani hegeliani di sinistra, il Doktorclub.
Iscritto in seguito alla facoltà di giurisprudenza per volere del padre, dopo la morte di questi ( 10 maggio 1838), decise di laurearsi in filosofia. All'Università di Jena difese la tesi : Differenz der demokritischen und epikureischen Naturphilosophie, dove, sotto l'influsso della sinistra hege-
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(da Stantelreiben, III, Friburgu 1928, p. 1768) Marx, Karl. - Ritratto.
liana (Feuerbach, Bruno Bauer, A. Ruge, ecc.), assunse atteggiamenti chiaramente anitreligiosi.
Trasferitosi a Bonn, M. si orientò verso l'attività pratica. Scrisse nei Deutsche Jahrbücher, fondati da A. Ruge nel 1837, poi nella Rheinische Zeitung, di cui, passato a Colonia, assunse la redazione nell'autunno del 1842 , combattendo per il proletariato e per la libertà di stampa contro il governo (il quale minacciò di sopprimere il giornale). M. ne approfitò per lasciarne la redazione il 17 marzo 1843 e si ritirò a studiare economia politica in cui aveva notato la sua impregnazione. Da questi studi nasceranno la concezione materialistica della storia e la teoria del «plusvalore». Dietro invito di A. Ruge, M. andò a Parigi per fondare la rivista, Deutsch-französische Jahrbücher, che dopo due numeri cessò, per insuccesso e per inimicizie tra M. e Ruge. A Parigi M. si circondò di intellettuali "di sinistra"; strinse amicizia con E. Heine e con G. Proudhon; questi poi, per differenza di idee, divenne suo avversario e gli scrisse contro La philosophie de la misère (1846), cui M. rispose con La misère de la philosophie (1846). A Parigi, nell'estate del 1844, M. strinse amicizia con Friedrich Engels (v.) che aveva conosciuto alla redazione della Rheinische Zeitung. Nel 1845, dietro pressione del governo prussiano, la Francia espulse M., che si recò a Bruxelles; e qui, nella primavera del 1845 , lo raggiunse Engels per discutere insieme la conquistata concezione materialistica della storia, che M. aveva medidato a Parigi. Frutto di queste discussioni fu l'opera Die heilige Familie, indirizzata contro la «degenerazione» dell'idealismo hegeliano di Bruno Bauer e dei suoi amici. Insieme composero pure «L'ideologia tedesca: una critica della filosofia posthegeliana rappresentata da Feuerbach, Bruno Bauer e Stirner, nonché dal socialismo tedesco secondo i suoi diversi profeti». Quest'opera per allora non fu stampata (scoperta nel 1920, venne pubblicata il 1926, nel Marx-Engels-Archiv e poi nelle Opere a cura di Rjazanov). La Ideologia tedesca è la prima esposizione del materialismo storico : nega il primato dell'idea nella storia, sostituendovi il fatto economico; l'attività o praxis materiale è il fondamento della storia e di tutte le attività umane, politica, religione, morale, ecc. Con ciò M. ed Engels si opposero definitivamente ad ogni forma di socialismo
"piccolo borghese" impostando l'ideologia sociale sulla "nuova" concezione materialista. Si impadronirono della Deutsche Brïsselle Zeitung, agirono nell'Association démocratique di Bruxelles e fondarono il Deutsche Arbeitverein, composto di profughi tedeschi.
Alla fine del 1847, per incarico della "Lega dei comunisti», M., adoperando uno schema di Engels, compose il celebre Manifest der bommunistischen Partei, pubblicato qualche giorno prima dello scoppio della rivoluzione del 1848 (v. cosmoorato). Cacciato dal Belgio, M. si recò a Parigi e con Engels fomentò la rivoluzione in Germania. Passò quindi a Colonia, dove, nel giugno 1848 , assunse la redazione della rivoluzionaria Neue Rheinische Zeitung, cui collaboravano Engels, Lassalle e altri. Il 19 marzo 1849 il giornale cessò le pubblicazioni: M. ritornò a Parigi e, minacciato dal governo, fuggì a Londra.
A Londra M. soffrì disgrazie familiari e specialmente una grande povertà, alleviata in parte dall'aiuto di amici e scrivendo articoli su diversi giornali, sempre scarsamente retribuito; solo la generosità di Engels lo sollevò dalla miseria. Era in continue polemiche con i profughi di Londra per differenza di idee ed anche per il suo carattere ireso e strano. A Londra M. si applicò a molteplici studi e particolarmente all'economia politica; ne è frutto la Zur Kritik der politischen Oehonomic (1859), da M. considerata come un'introduzione al Das Kapital di cui fece stampare il primo volume nel 1867. L'idea fondamentale è la teoria del "plusvalore" (surplus value); il capitalista cioè compera il lavoro dell'operaio, conglobato nella merce e lo rivende ad un prezzo eccedente; l'eccedenza è il «plusvalore», che dovrebbe andare all'operaio e vicne invece incassato dal capitalista, con aumento del proprio capitale. Postumi, a cura di Engels, uscirono il secondo ed il terzo volume rispettivamente nel 1885,1889 e dal 1905 al 1910, a cura di Engels, E. Bibbins Aveling, P. Lafargue, K. Kautsky, uscl il quarto : tutti composti di note sparse e manoscritti di M. Il 28 sett. 1864 M. presenzio al convegno operaio internazionale in St Martin's Hall, ove fu decisa la fondazione dell'« Associazione internazionale del Lavaratori». M. aderì con entusiasmo, fece prevalere le sue idee, collaborò attivamente all'organizzazione, sostenne continue polemiche con M. Bakunin ed altri indirizzi (anarchismo in Spagna ed in Italia, mazzanianesimo in Italia, lassallismo in Germania). Per loro dall'estero, intensificate dopo la Commune di Parigi, e specialmente per lotte interne, M. lasciò morire la prima Internazionale (v.), trasportandone il consiglio generale a Nuova York, nel 1873. Da allora M., pur avendo grande influenza sul socialismo europeo, si ritirò dalle agitazioni. Del resto il lavoro aveva rovinato la sua salute. Aiutato generosamente da Engels, peregrino in celebri luoghi di cura, ma inutilmente. Il 2 dic. 1881 gli morì la moglie e nel genn. 1883 la figlia Jenny; un mese dopo mancava anche lui. Fu sepolto nel cimitero di Highgate a Londra.
Per un esame approfondito delle concezioni filosofiche marsiste v. materialismo dialettico; materialismo stoRICO; per la teoria del plusvalore, v. falcote; per l'influsso di M. nel socialismo, internazionale, comunismo, bolscevismo, v. le relative voci.
BibL.: fra la vastissima bibl., v.: K. Marx e F. Engels, Briefwechsel zwischen Friedrich Engels und K. M. (1844 bis 1883), ed. A. Bebel e E. Bernstein, Stoccarda 1913, superata dalle edd. critiche di Berlino 1929-31 e Mosca 1935; E. Drahn, M. Bibliographie : ein Lebewbild K. M. in biographisch-bibliographischen Daten, I, 2* ed., Berlino 1923; E. Czöbel e F. Haidu, Die Literatur über Marxismus seit Beginn des Weltkrieges, a cura di D. Rjazanov, I. Francoforte 1926; K. Marx e F. Engels, K. M. u. Friedrich Engels historisch-Artische Gesamtausgabe: Werke, Schriften, Briefe, ed. D. Rjazanov e V. Adoratskii, Francoforte sul M. 1927 sgg.; A. Cornu, K. M. L'homme et l'oeuvre. De l'hégélianisme au matérialisme historique (1818-45), Parigi 1934 (trad. it., Milano 1946); S. Hook, Pour comprendre M., trad. franc., Parigi 1936; K. Bekker, M.s philosophische Entwicklung..., Zurigo 1940; H. Lefevre, Pour connaître la pensée de K. M., Parigi 1947; F. Mehring, K. M., 5* ed., Vienna 1933; K. Carr, K. M., Londra 1934; R. Mondolfo, Sulle arme di M., 4* ed., Bologna 1948; F. Olgiati, C. M., Milano 1948. Per altre bibl. cf. J. Korner, Bibliographische Handbuch des deutschen Schriftums, Berna 1949, p. 398 sg.
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MARX, Wilhelm. - Uomo politico tedesco, n. a Colonia il 15 genn. 1863, m. a Bonn il 5 ag. 1946. Membro della dieta prussiana nel 1899 e del Reichstag nel 1910, fu uno dei più noti rappresentanti del Centro cattolico tedesco durante la Repubblica di Weimar.
Dal dic. 1923 al genn. 1925 e dal maggio 1926 al giugno 1928 fu cancelliere del Reich. Candidato alle elezioni presidenziali del 1925, ottenne 13.752 .640 voti contro i 14.639 .399 di Hindenburg. Presidente del gruppo parlamentare del Centro al Reichstag e presidente del partito dal 1921, lasciò la politica attiva nel 1932. Fondò l'organizzazione dei cattolici della Germania per la difesa della scuola e dell'educazione cristiana.
BibL.: H. Mulert, s. v. in Die Religion in Geschichte und Gegenvart, III, col. 2036; G. Scheele, The Weimar republic, Londra 1945, passim. Silvio Furlani
MARZAGAGLIA, Gaetano. - Sacerdote, n. a Chiampo Vicentino l'8 ag. 1716, m. a Verona il I luglio 1787. Lesse più anni geometria nel R. Collegio militare di Verona. Abbracciata quindi la carriera ecclesiastica, divenne rettore del Seminario di Verona e finalmente parroco di S. Egidio.
Fece conoscere l'opera di Cristiano Wolf con la celebre edizione del Ramanzini di Verona, da lui illustrata con interessanti e continue annotazioni. Stampò: un fascetto di materie matematiche e vari opuscoli di materia ascetica; ma l'opera più importante, in cui l'autore si dimostra dotto e sicuro teologo, è l'Euchiridion mysticum pro directoribus animarum (Verona 1766), che può dirsi tuttora un prezioso sussidio per la formazione di abili direttori d'anime.
Bibl.: L. Federici, Elogi dei pio illustri ecclesiastici veronesi, III, Verona 1819, Appendice, p. 35; S. Moffei, Verona illustrata, III, parte 2², Milano 1825, p. 209; Miscellanea di storia veneta, parte 2², Venezia 1907, pp. 299-300; Felice da Mareto, Il direttorio mistico del p. Bernardo da Castelvetere, Roma 1990, parte 3², cap. 3, pp. 171-72. Felice da Mareto
MARZIALE, vescovo di Limoges, santo - E commemorato nel Martirologio geronimiano il 30 giugno. Secondo s. Gregorio di Tours sarebbe stato uno dei sette vescovi inviati, ca. la metà del sec. i i i, da Roma in Gallia per predicarvi il Vangelo.
A M. sarebbe toccata la città di Limoges; ivi, insieme con due presbiteri che aveva condotto seco, avrebbe predicato e convertito molti. Dopo la sua morte sarebbe stato seppellito in una cripta insieme con i suoi collaboratori. Nell'852 il suo corpo fu trasferito in una nuova chiesa.
Secondo una biografia scritta nel sec. xi, quando in Gallia fervevano le discussioni per rivendicare l'apostolicità della varie diocesi, probabilmente da Ademaro di Chabannes, M. è detto discepolo di s. Pietro e da lui inviato a Limoges: si tratta evidentemente di una leggenda manipolata con spirito campanilistico.
Bibl.: S. Gregorio di Tours, Historia Francorum, I, 30 e De gloria Confessorum, 27; L. Duchesne, Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule, II, Parigi 1910, pp. 104-17; Lanzoni, p. 57; Martyr. Romanum, p. 262 sg.; F. Wormald, The English saints in the Litany in Arundel Mt. 60, in Anal. Boll., (1946), pp. 84-86. Agostino Amore
MARZIALE di San Giovanni Battista. - Bibliografo carmelitano scalzo francese, al secolo Jean Lacombe, n. ca. il 1666 a Tulle, m. il I giugno 1736 a Bordeaux. Religioso erudito e di vita esemplare, ebbe nel suo Ordine le cariche di professore, di priore in diversi conventi, di definitore e provinciale della provincia di Aquitania.
Rese grande servizio al suo Ordine ed alla scienza ecclesiastica con la sua Bibliotheca scriptorum utrinsque Congregationis et seasa Carmelitarum Excalceatorum (Bordeaux 1730), e da lui dipendono i bibliografi susseguenti.
Bibl.: Enrico del S.mo Sacramento, Collectio scriptorum Ord. Carm. Exc., II, Savona 1884, p. 27; Anastasio di S. Paolo,

(prl. Altavri)
Massaccio, Tommaso, detto - Particolare del Bambino dal quadro di S. Anna, la Vergine e Gesù Bambino - Firenze, Galleria degli Uffizi.
s. v. in DThC, X, col 182; C. de Villiers, Bibl. Carm., II, 2² ed., Roma 1927, coll. 378-79. Ambrogio di Santa Teresa
MASACCIO, Tommaso di ser Giovanni di Simone Cassai, detto. - Pittore, n. il 21 dic. 1401 a Castel S. Giovanni (S. Giovanni Valdarno [Arezzo]), m. a Roma nel 1428. Pittore che se ebbe, da ragazzo, i primi rudimenti dell'arte nel luogo nativo, prontamente si orientò verso Firenze dove il Brunelleschi coi suoi studi di prospettiva andava suggerendo una misurata definizione dello spazio, inizio di una nuova visione non solo per l'architettura ma anche per la scultura e per la pittura.
E a Firenze prima Nanni di Banco, poi Donatello plasmavano nella statuaria una energica umanità concreta nel fisico e nello spirito. Questi precedenti stanno alla base della formazione di M. In un affresco nell'Oratorio di Montemarciano (Loro Ciuffenna) con la Madonna del latte fra s. Michele e il Battista, supposto dei suoi inizi, certo tono morale va unito a residui di goticismo, cioè si adegua ad un clima estetico non sopprimibile. Ma la tavola della Galleria degli Uffizi (parte centrale di un perduto trittico, già nella fiorentina chiesa di S. Ambrogio) con S. Anna, la Madonna, il Bambino e cinque angeli (1422-23 ca.) cui collabora Masolino da Panicale - l'amabile artista tardogotico del quale M. fu compagno negli affreschi della cappella Brancacci (v. più oltre) e che gli fu forse occasionale maestro - allude nell'impianto delle figure, specie in quella eretta della Vergine di petrigna struttura e in quella atletica del Bimbo di una forza fisica come trattenuta nel gesto di benedizione, ad un linguaggio personale sostanziato di un disegno sicuro e di un profondo chiaroscuro, ravvivato da un cromatismo audace nel grido di contrastanti dissonanze; chiaroscuro lievitante e luminoso di origine romagnola che M. conobbe e potenziò, tramite Arcangelo di Cola da Camerino.
Una vigorosa trasfigurazione del reale in una violenta perentorietà di vita M. esprime nel ritratto: quello di un Giovane nella Galleria nazionale di Washington, e quello di un Uomo nella virilità, a Boston nel Museo Gardner. Fra i due dipinti - che fanno deplorare la perdita di un famoso affresco descritto dal Vasari, nel chiostro del Carmine di Firenze, la Sagra, cioè la consacrazione della chiesa (19 apr. 1422) folta di ritratti di mercanti, di artisti, di eminenti cittadini - s'inserisce una Madonna dell'umiltà, anch'essa nella Galleria di Washington, dove l'aspetto geometrico della testa della Vergine protetta da un gran nimbo in prospettiva e il Bambino, affettuoso ma brutto, assumono il valore di una polemica con l'aggraziata tradizione del gotico internazionale, per inserirsi nell'ordine
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nuovo del Rinascimento che M. per primo rappresenta nella pittura.
In tutto rinascimentale appare l'artista negli affreschi della chiesa del Carmine già ricordati, precisamente della cappella Brancacci, iniziati per Felice Brancacci, mercante e diplomatico tornato nel 1423 dall'Egitto, in quello stesso anno e si primi del seguente, da Masolino (v.) cui si aggiunse, dopo che costui ebbe dipinto le vele della vòlta, il grande M. Si doveva illustrare nelle pareti la leggenda di s. Pietro ma la vòta e i lunettoni andarono perduti nel rifacimento settecentesco (1746) prima ancora che un incendio ( 29 genn. 1771) devastasse il tempio e ponesse in pericolo l'esistenza stessa della cappella. Alle tre prime storie affrescate da Masolino, M. ne aveva aggiunta una quarta: Il Santo in atto di resuscitare i morti, di cui forse è il ricordo in due attonite figure attribuite a Michelangelo giovane, in un disegno del Museo Teyler diHarlem. Prima però di considerare i solenni affreschi superstiti di M., è da ricordare che egli eseguì nel 1426 (primo pagamento, 26 febbr., ultimo, 26 dic.) un polittico famoso per la chiesa del Carmine di Pisa, allogatogli dal notaio Giuliano di Colino degli Scarsi, di cui restano la Madonna col Bambino in trono e quattro angeli (Londra, Galleria nazionale), la sovrastante Crocifissione (Napoli, Museo nazionale), un S. Paolo (Pisa, Museo) e un S. Andrea a oltre mezza figura (Vienna, collezione Lanckoronski), quattro piccoli Santi, già nei pilastrini di limite, e la predella (Berlino, Museo), la quale, oltre l'Adorazione dei Magi sotto lo scomparto mediano, rappresenta la Decapitazione del Battista, la Crocefissione di s. Pietro, S. Giuliano che uccide i genitori, S. Nicola che dota le tre fanciulle pesere. Mancano i quattro santi - cui si riferiscono i menzionati episodi, e due santi che nella parte superiore fiancheggiavano, coi due superstiti, la Crocefissione. In quest'opera M. dipinse, a cominciare dalla Madonna e dal Bambino, una umanità severa, definita plasticamente e illuminata secondo una norma razionale dalla luce che unitaria viene da sinistra; umanità affine a quella di Donatello che già nel rilievo si era attenuto alle regole prospettiche brunelleschiane di spazio limitato e commisurato alla figura umana. Ed è verosimile supporre M. in contatto col grande scultore, proprio nel 1426 in Pisa stessa dove questi si trovava, con effetti reciprocamente fecondi che nei riguardi di M. si precisano, oltre che nella spazialità definita, nel grandeggiare figurativo decisamente plastico nella storia dei Magi e in quelle dell'Apostolo e del Precursore del gradino (le altre due, più deboli, spettano alla bottega) e nella Crocefissione, qui con una sfumatura di caratteri umani dal massiccio immobile Cristo eroicizzato alla drammatica Maddalena. Ai superstiti affreschi autografi della cappella Brancacci M. attese dal 1426 al 1428 ca. Prima egli ebbe parte, aiutando Masolino, nella grande composizione di questo maestro - che nella seconda metà del 1425 si recò in Ungheria - con il Risanamento dello storpio e la resurrezione di Tabita, nella parete destra, cioè nei casamenti di una piazza fiorentina nel
fondo di rigore prospettico e di valore atmosferico, in due figurine sedute e in una in piedi, dove torna il chiaroscuro lievitante e luminoso di cui si fece parola. Dovette inoltre M. dar qualche disegno della figura dello storpio, così lodata per lo scorcio della gamba, per il chiaroscuro e il volume, dal Vasari, che Masolino tradusse piuttosto debolmente. Nei due ordini delle storie sotto le lunette (che è quanto resta della decorazione quattrocentesca) spetta poi a M. l'idea dello spartimento architettonico con pilastrini scanalati corinzi, i quali scandiscono le storie medesime con nitida brunelleschiana eleganza.
Accanto alla ricordata composizione, nella parete di fondo M. dipinse il Battesimo dei neofiti, cui corrisponde la Predica di s. Pietro di Masolino. Segue nella parete sinistra il Tributo e, nel pilastro di ingresso, la Cacciata dei progenitori, di M.; mentre sul pilastro opposto il compagno aveva condotto A d a mo ed Evalentati. All'ordine inferiore ancora nella parete di fondo ritorna M., per eseguirvi la Distribuzione delle elemosine e la Morte di Anania, S. Pietro che risana i malati con la propria ombra, infine sotto il Tributo il S. Pietro in cattedra e La resurrezione del figlio di Teofilo pre-
fetto di Antiochia. Questo episodio, lasciato interrotto da M. e finito a distanza di oltre cinquant'anni da Filippino Lippi, va connesso ad un altro momento della leggenda dell'Apostolo affrescato nel pilastro sotto la Cacciata: S. Pietro in carcere visitato da s. Paolo, compiuto anch'esso dal Lippi (v.) cui spettano nella parete destra S. Pietro liberato dal carcere, la Disputa con Simon Mago e la Crocefissione del Santo. I dipinti di M., condotti secondo l'ordine indicato, obbediscono tutti ad una legge (che, sia pure con minor concretezza, per influsso di lui, disciplina anche quelli di Masolino e disciplinava quelli, sempre sulle pareti, andati perduti), cioè la razionalità nella distribuzione della luce che parte da una effettiva sorgente : il finesirone nel mezzo della parete di fondo, sostituito (1746) dalla sgraziata finestra attuale. Onde le singole storie, secondo la loro ubicazione, sono più o meno illuminate ed hanno un loro emergere e un loro vibrare cromatico più o meno intenso. Proprio il colore doveva in origine risultare vivissimo come si scorge nei due assistenti al Battesimo, già in parte coperti dall'incorniciatura marmorea dell'altare settecentesco. In questa scena lo spazio triangolare di una angusta valletta accoglie i neofiti sostanziati di soffice chiaroscuro non monocromo ma colorato, dai quali si distaccano il pannoso s. Pietro (la testa fu rifatta da Filippino Lippi) e il battezzando genuflesso, non attraverso i contorni ma nella loro massa per via di toni, con la esaltazione innanzitutto del plasticismo, quindi del colore.
La luce più forte interviene a definire con statuaria potenza i personaggi del Tributo (Mt. 17), matura espressione del genio di M., diviso in tre momenti (il Cristo che ordina a Pietro di pescare sul lago di Genezare: il pesce nel quale troverà le due dracme per entrare in Cafarnao; Pietro che pesca sullo sfondo di una valle montuosa che si amplia ed è scandita da un albero; Pietro
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che paga il gabellicre); momenti di cui il primo, preminente e classicamente misurato nell'equilibrato disporsi del severo paesaggio intorno al nobile idealizzato Gesù ed agli Apostoli, precisati nei loro caratteri da sfumature umane che si concludono nelle sembianze dell'ottuso gabelliere, di una plasticità inaudita. E proprio per la composizione e per il suo plasticismo fu questo il dipinto più ammirsto dai fiorentini della Rincacita. Nella Cocciata la intonazione generale è piuttosto sorda, però la luce investe violenta i progenitori con significato tragico e simbolico insieme, nel momento in cui essi prendono possesso del mondo. E alla emotività di Eva derivata da una prassitelica Venere pudica - ma priva di ogni sensualità - corrisponde il raccoglimento di Adamo accasciato.
All'ordine inferiore una distesa letizia cromatica presenta la Distribuzione delle elemosine, in una borgata collinosa adatta a quella clementare umanità rurale fisicamente e moralmente sana, veduta in impianti dal sotto in su carichi di precorrimenti; come dovevano essere le figure di due affreschi perduti: un S. Paolo nel Carmine e un S. Ivo nella Badia fiorentina. In certi tocchi nel paesaggio, degni di un moderno, e in certi brani pittorici, nei personaggi degni di un veneziano, qui affiorano le prodigiosse novità della pittura di M.
Le miserie entro le angustie di una oscura via della Firenze artigiana sono sinteticamente pre sentate poi nella storia dove Pietro, trasognato e idealizzato, guarisce i malati, ora di riservata certezza nella loro fede, ora di ottusità animale; e certi aspetti sono posti in maggiore rilevanza perché contro quelle architetture grigie di una intonazione ribassata.
Nell'ultima grande composizione lo schema architettonico, con il recinto policromo e i due avancorpi, ricorda l'affresco di Giotto in S. Croce con la Morte e i funerali di s. Francesco, bensì con movimento e profondità (nelle fabbriche di sinistra e nel viridario di fondo toccati da aulica ricercatezza) che intensificano lo spazio. Ricchi borghesi e qualche arguto popolano, consanguineo degli espressivi profeti di Donatello, assistono accalcati di fronte a Teofilo, costruiti con un impasto cromatico di ammorbidita materia conclusa nelle singole masse mediante note schiette; più energicamente potenziate in s. Pietro saldo come un pilastro e nell'aguzzo scorcio della testa di s. Paolo genuflesso. Invece il giovanetto, che la leggenda dice resuscitato dopo ben quattordici anni (Aita degli Apostoli), ha perduto la nativa vitalità nel molle completamento del Lippi che per il Vasari vi avrebbe ritratto il pittore Fr. Granacci adolescente. E manca della sostanza luminosa di M. che scompare
altresì nelle otto figure che seguono, nelle quali si vorrebbe riconoscere personaggi, condotti da Filippino; come lo fu il gruppo dei cinque personaggi dietro a Teofilo (fra questi è il Pulci) tranne forse un giovane fiorentino ed un carmelitano che qualcosa conservano di masaccesco.
Il grande artista torna nella sua piena genuinità a destra, sulla cattedra primordiale improvvisata nel pretorio. S. Pietro siede estasiato ed orante a comporre con i devoti genuflessi una plastica costruzione piramidale chiusa dai due gruppi in piedi. La

(fol. Andreani
Masaccio, Tommaso, detto - S. Pietro che guarisce gli infermi con la sua ombra - Firenze, cappella Brancacci al Carmine.
morbida fusione del chiaroscuro e del colore non attenua la densa volumetria di quei carmelitani e di quei borghesi, il cui fisico si articola con umana evidenza, distinguendosi dagli impianti analoghi di Giotto nei pretendenti della Vergine, bloccati in preghiera nel ciclo di Padova. Fra i laici a destra, in un uomo ancor giovane, di tre quarti volto all'osservatore, sembra da doversi riconoscere l'autoritratto di M., in luogo del personaggio di profilo che, avvolto da un rosso mantello, grandeggia nel Tributo, forse il committente Felice Brancacci. Prima di lasciare interrotto il ciclo del Carmine per recarsi a Roma, l'artista dovette segnare sul pilastro antiguo la traccia di un'altra composizione: la Visita di Paolo a Pietro nel carcere; composizione di estrema economia nel carcere merlato come una torre, dove la testa triste del prigioniero è tutta nello psicologismo del Lippi, ma
il rigoroso tre quarti dell'Apostolo di Tarso tradisce la propria ascendenza masaccesca (attraverso un disegno, un cartone ovvero una sinopia?) che Filippino non riesce a celare.
Innanzi la sua partenza da Firenze M. dipingeva due Deschi da parto. Uno con una "schermaglia", ch'era presso i Medici, andò, con altre opere citate dalle fonti, perduto; l'altro, con l'omaggio ad una puerpera e nel tergo un putto che giuoca con una faina, - opera in cui ha parte la bottega dell'artista - si trova nel Museo di Berlino e tende all'illustrativo. Eseguiva soprattutto in S. Maria Novella il grande affresco con la Trinità, (un tempo a mezza chiesa nella parete sinistra, poi trasferito nella parete di facciata) entro un'architettura cosi rinascimentale che fu da taluno creduta del Brunelleschi medesimo. Invece M. si propose sulla scia del grande iniziatore una definizione architettonica dello ambiente in rapporto con le figure, senza una convergenza unitaria delle linee prospettiche di quello e di queste; onde, con effetto illusionistico, il gruppo possente affiorasse sui primi piani. L'Eterno frontale e il Cristo idealizzato, come quello del Tributo, vanno uniti al mistero della Crocefissione (affiancati alla austera Addolorata e al monu-
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mentale Giovanni), in cui il dramma è come represso nella statica contemplazione cui si congiungono i committenti - nella Rinascita - della stessa statura della divinità, ma con una propria fisonomia nell'astuto, fine profilo dell'uomo ed in quello bonario della sua paesana volgare compagna. Ravvivato dal colore, in alcuni punti accesissimo, il dipinto che conclude l'opera di M. suggerisce, nel rapporto illusionistico tra ambiente e figure, sviluppi successivi della pittura, specie di quella decorativa.
A Roma sono echi di M. negli affreschi della cappella di S. Caterina in S. Clemente (v. masolino), non la sua personale partecipazione; fra le cose attribuitegli, va restituita al suo modestissimo collaboratore Andrea di Giusto (influenzato da Gentile da Fabriano e poi dall'Angelica) una tavoletta con il Miracolo dell'indemoniato nella collezione Johnson di Filadelfia. In M. si realizza una intensa vita fisica e spirituale nella concretezza dello spazio limitato e commisurato all'uomo signore del mondo, attraverso il chiaroscuro e la luce con prevalenti propositi di plasticismo, cui si aggiungono talora precorrimenti mirabili di ordine pittorico. Il suo genio si svolse rettilineo e coerente entro un breve cammino di tempo, e non permette di ascrivergli, come tuttora fa certa critica, specie oltra montano, cose di incerto carattere, o sena'altro tardo-gotiche dovute a Masolino, con il quale lo si confonde persino nella cappella Brancacci. L'artista è espressione della civiltà fiorentina; il suo mondo di uomini veri coincide con quello vagheggiato dal primo umanesimo toscano che lo precorre; e s'inserisce con gli altri due fautori nei campi contigui - Brunelleschi e Donatello - come il fondatore della pittura dell'ordine nuovo del Rinascimento, sorri nei primi del Quattrocento a Firenze. M., morto troppo giovane, non ebbe nessun allievo; bensì sulle storie solenni della cappella Brancacci, principio della Rinascita, molti meditarono ed appresero fino a Michelangelo e a Raffaello. La sua pittura poi, al di fuori di ogni storicizzazione, è fra gli eventi maggiori della civiltà figurativa di ogni tempo. - Vedi tavv. XXI-XXII.
BibL.: O. H. Giglioli, M. Saggio di bibliogr. ragionata, in Bollett. dell'Istituto di archeol. e storia dell'arte, 3 (1929), p. 55 sgg.; R. Oertel, M. Prähnerhe, Marburgo sul Labn 1933; M. Pirstaluga, M., Firenze 1935; R. Longhi, Fatti di Masolino e di M., in La critica d'arte, 5 (1940. 11); M. Salmi, M., 2° ed., Milano 1948; id., La cappella Brancacci a Firenze, 2 vall., ivi 1949 e 1951 (per le riproduzioni a colori).
Mario Salmi
MASADA. - Fortezza su di una collina rocciosa del deserto di Giuda a ovest del Mar Morto. La primitiva costruzione, secondo Flavio Giuseppe (Bell. Ind., VIII, 5) risale a Jonathan (161-143), ma probabilmente già prima in questo luogo aveva cercato un rifugio David (I Sam. 24, 1). Il forte servì di rifugio a Erode il Grande, con 800 persone oltre le donne, nel 42 a. C., quando era in lotta contro i Parti (Fl. Giuseppe, Amig. Ind., XIX, 14, 6). Qualche anno più tardi Erode trasformò la fortezza in reggia fortificata, rendendola più sicura mediante un accesso difficile e sorvegliato da una torre.
Nel 66 d. C., M. fu occupata dai Sicari, o partigiani a oltranza contro i Romani, che seminarono il terrore nelle località vicine : Engaddi, Hebron, Thecua e Herodium. Dopo un assedio memorabile, preparato con accuratezza, Flavio Silva occupò la fortezza, ma vi trovò i 190 assediati uccisisi fra di loro, ad istigazione di Eleazar, ad eccezione di due donne con i loro bambini (Fl. Giuseppe, Bell. Jud., VII, 8, 2). Probabilmente da allora M. fu smantellata. Il cristianesimo vi mise piede e si trova ancora una chiesa a una navata con nartece, situata in mezzo al recinto. Forse fu costruita da s. Eutimio (v.) : Cirlilo di Scitopoli, parlando del ritiro del Santo, lo chiama Marda, che alcuni ritengono parola siriaca per M.; ma altri identificano il luogo eutimiano con il Hirbet el-Merd, detto anche Castellion, dove poi s. Saba costruì un monastero. M. ai nostri giorni porta il nome di Sebbeb, e si vedono bene i resti della grande fortezza con due palazzi, parecchie case, molte cisterne, colombario e resti delle fortificazioni del 66: muro di circonvallazione,
8 campi di cui 2 principali e 4 secondari, assai ben conservati, l'ogger o terrapieno per l'assalto.
BibL.: F.-M. Abel, Une croisière autour de la Mer Morte, Parigi 1911, pp. 105-27; A. Schulten, M., in Zeitschrift des Deutschen Palästino-Vereins, 56 (1933), pp. 1-185 (con piani, fotografie e bibl.); G. Ricciotti, Il cantiere di Hixum, Torino 1939, pp. 157-65.
Bellarmino Bagatti
MASAKA, vicariato apostolico di. - E situato nella parte meridionale del Protettorato dell'Uganda, sulla riva occidentale del Lago Victoria. Fu eretto il 25 maggio 1939 con territorio distaccato dal vicariato apostolico dell'Uganda (v.). E affidato al clero secolare indigeno, ed ha per vicario apostolico il primo vescovo indigeno di rito latino (mons. Giuseppe Kiwanuka) dell'Africa continentale, il quale però appartiene alla Società dei Missionari d'Africa.
Ha una superficie di ca. 8000 kmq . con una popolazione di ca. 386.000 ab., di cui 137.362 cattolici, 4509 catecumeni; oltre 47.000 protestanti; oltre 33.000 mao mettani e 67.500 pagani; 52 sacerdoti secolari indigeni, 19 Padri Bianchi; 209 suore di cui 16 estere e 195 indigene; i seminario maggiore e uno minore; 67 istituti di educazione; 216 chiese; 3 istituzioni di beneficenza. Fiorenti sono anche le associazioni di carità e di azione cattolica.
BibL.: AA8, 31 (1939), pp. 385-84; Arch. di Prop. Fide. posiz. prot. nn. 2808/49. 2809/49; Catholic Directory, Mombasa 1950, pp. 48-51; MC, 1950, p. 192.
Carlo Corvo
MĀSĀL. - Termine, usato 39 volte nella Bibbia, dal significato originario di " paragone" (cf. l'assiro e altre lingue semitiche: D. Buzy [v. bibl.], p. 60 sgg.). Esprime ogni forma letteraria più o meno esplicitamente fondata sulla comparazione con i dati della natura.
Così è un m. ciascun vaticinio di Balsam (Num. 23, 7. 18; 24, 3. 15), dallo stile ricco di immagini varie e pittoresche. Sono mĕsālim le brevi sentenze sapienziali: esse insegnano dottrine morali e precetti per la vita, con paragoni e immagini presi dalla natura e dall'esperienza ( I Reg. 4, 32 sg.; v. proverbi); e cosi pure i componenti didattici più sviluppati (Job 27, 1; 29, 1; Ps. 48 [49], 5; 77 [78], 2). Viene anche chiamato m. un detto popolare (I Sam. 24, 14); un apologo, un motto arguto (sinonimo di hidhāh; cf. Ez. 17, 2); un motto satirico (Is. 14, 4; E z .12,22 sg.; 16, 44; 18, 2 sg.). Infine, m. è identificato a "favola" nel senso dispregiativo (Ez. 21, 5; quindi "diventar la favola", Ez. 14, 8; Ps. 44 [45], 15; II Par. 7, 20; I Reg. 9, 7; Deut. 28, 37).
W. Gesenius ritiene quale significato originario di m. "proverbio, piccolo detto popolare", dalla più estesa applicazione; quindi " sentenza ", dal senso profondo, dalle allusioni nascoste, che richiama alla riflessione. Tale senso spiegherebbe l'uso antico ( m. = oracolo) e avrebbe un appoggio nell'arabo amṭāl.
Bibl.: M.-J. Lagrange, La parabole en dehors de l'Evangile, in Revue biblique, 17 (1908), pp. 198-212, 342-67; D. Buzy, Introduction aux paraboles évangéliques (Etudes bibliques), Parigi 1912, pp. 52-112; id., Les maschals numériques de la sangsue et de l' 'almah. Proul. 30, 13 sg., 18 sgg., in Revue biblique, 42 (1933), pp. 5-13; O. Eixelsidt, Der Maschal im Alt. Test. (Beihefte zur Zeitschrift für die alttestamentliche Wissenschaft, 24), Giessen 1913; E. König, Parable in Old Test., in Dist. of the Bible, III, col. 660 sgg.; A. Clamer, Les Nombres (La Ste Bible, 2), Parigi 1940, p. 389 sg.; H. Renard, Le livre des Proverbes (ibid., 6), ivi 1946, pp. 27 sg., 44; M. Hemaniuk, La parabole évangé lique, Bruges-Parigi 1947, pp. 62-189; J. Pirot, Le * m. * dans l'Amien Testament, in Recherches de science religieuse, 37 (1990), pp. 365-80.
Francesco Spadafora
MASARYK, TomÁs Garrigue. - Uomo politico e sociologo cèco, n. il 7 marzo 1850 a Hodonin (Moravia), in. il 14 sett. 1937 a Lány (Boemia). Il suo nome legato alla fondazione della repubblica cecoslovacca.
Nel dic. 1914 abbandonò l'Austria e passò nel campo dell'Intesa, svolgendovi pr