K, TomÁs Garrigue. - Uomo politico e sociologo cèco, n. il 7 marzo 1850 a Hodonin (Moravia), in. il 14 sett. 1937 a Lány (Boemia). Il suo nome legato alla fondazione della repubblica cecoslovacca.
Nel dic. 1914 abbandonò l'Austria e passò nel campo dell'Intesa, svolgendovi propaganda per il sorgere di uno Stato cecoslovacco indipendente e per organizzare in "legioni * i numerosi prigionieri, disertori e volontari ceco-
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(lat. Alinari)
In alto: ADAMO ED EVA CACCIATI DAL PARADISO TERRESTRE, particolare dell'affresco di Masaccio nella cappella Brancacci - Firenze, chiesa del Carmine. In basso: IL TRIBUTO: Cristo ordina di prendere la moneta nella bocca del pesce e Pietro paga il tributo - Firenze, chiesa del Carmine, cappella Brancacci.
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(1st. Aulervon)

A sinistra: S. PAOLO. Parte laterale del polittico di Pisa - Pisa, Museo civico. A destra: S. PIETRO IN CATTEDRA CIRCONDATO DA FRATI E FEDELI. Particolare del S. Pietro che resuscita il fanciullo. Affresco nella cappella Brancacci - Firenze, chiesa del Carmine.
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(fat. Alinari)

(fat. Aliqari)
In alto: CROCIFISSIONE - Roma, chiesa di S. Clemente, cappella di S. Caterina di Alessandria. In basso: RESURREZIONE DI TABITA E GUARIGIONE DELLO STORPIO - Firenze, chiesa del Carmine, cappella Brancacci.
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CATTEDRALE. Opera di Enrico da Campione (1228) - Massa Marittima.
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slovacchi. Soggiorno anche in Russia (1917) allo scopo di ricondurre in Occidente i numerosi legionari cecoslovacchi, minacciati di vedersi preclusa la strada del ritorno dalla rivoluzione bolscevica. Fu proclamato presidente del nuovo Stato il 14 nov. 1918 e poi rieletto.
La figura di M. si identifica con una fase significativa del risorgimento nazionale cèco. Sotto la sua guida, la lotta «legale» entro alla cornice dell'Impero austriaco divenne lotta rivoluzionaria per uno Stato indipendente. In nome di una concezione nazionalista cèca volle includere nel nuovo Stato strepi diverse : più di tre milioni di tedeschi, centinaia di migliaia di ungheresi, gli slovacchi che, per quanto di stirpe slava, erano in buona parte ostili al predominio cèco ed al centralismo. In nome dei suoi principi democratici, fu avverso a ogni forma di antisemitismo, a concezioni totalitarie, a forme romantiche di patriotismo (si consideri la sua battaglia per svelare la falsità di certi pretesi antichi documenti politici, opera di un falsario-poeta). La sua mentalità fondamentalmente positivistica e umanitaria subì influssi svariati del protecionesimo e in particolare di vari pensatori anglosassoni. I suoi spunti polemici anticattolici risalgono a questi peculiari aspetti della sua cultura ed alle tradizioni ussite, caratteristiche per molti esponenti del risorgimento cecoslovacco. M. non fu un filosofo nel pieno senso della parola, ma come pensatore scrisse parecchi libri di vivo interesse. Fra questi da ricordare in particolare: Blais Pascal, vita e filosofia (1883); Soicidio, fenomeno sociale frequente della moderna civilta (1881); Questione cèca (1895); Giananni Hus, il nostro risorgimento e la nostra riforma (1896); Havlíček, sforzi e desideri della nostra rinascita (1896); Poligamia e monogamia (1899); Gli ideali umanitari (1899); Russia ed Europa, il mondo e gli Slavi (1913); La rivoluzione mondiale (1923).
T. G. M. pone al centro della sua "Weltanschauung" l'uomo che non si aspetta miracoli da Dio a cui crede e di cui è un "indispensabile» collaboratore. L'uomo come tale deve cercare di somigliare a Dio, riformando il proprio cuore, la propria ragione, i propri pensieri e costumi, perfezionandosi, procedendo dal difficile al più difficile cioè dal bene al meglio e non soffermandosi al solo passaggio dal male al bene. Questa riforma sarà raggiunta solo amando se stesso sopra ogni misura, non dimenticando però che amare se stesso significa curare la propria intelligenza, coltivare la virtù, creandosi cioè una religione individuale e scientifica che prescinde da ogni tradizione e da ogni autorità.
M. auspica l'avvento dell'umanitarismo, cioè di una èra religioso-etica in cui solo «homo homini frater» avrà valore. Il raggiungimento di questo ideale è basato sulla evoluzione e non sulla rivoluzione. Stato, Patria, Chiesa, Nazione si trovano sul cammino evolutivo come fasi temporanee e vengono definiti fenomeni della società.
Bibl.: O. Donath, Aus Th. G. M. Lebeu, Berlino 1920; G. Flusser, Aus M. Werben, Praga 1921; Blaha-Herben-Harbi, T. G. M., sa vie, sa politique, sa philosophie, Praga 1923; E. Lo Gatto, in La Cecoloyuacchia, Roma 1923. Miroslav Stumpf
## MASBOTEI: v. emEROBATtiSti.
MASCAGNI, Pietro. - Maestro compositore, n. a Livorno il 7 dic. 1863, m. a Roma il 2 ag. 1945. Alla scuola di musica sacra del maestro Bianchi fece i primi studi che continuò poi con il Soffredini all'Istituto Cherubini di Livorno, dove fece eseguire le sue prime composizioni : alcune cantate e due sinfonie; anche alcuni pezzi sacri fecero ben presagire del giovane autore, il quale, entrato nel Conservatorio di Milano, si perfezionò con il Ponchielli e con il Saladino, avendo a compagno il Puccini.
Nel 1888 andò direttore della filarmonica di Cerignola e compose una messa solenne che fu eseguita con successo al duomo di Orvieto. Nel 1890 vinse il concorso Sonzogno con La cavalleria rusticana, che aprì al M. la via della gloria. Seguirono una decina di altre opere teatrali che ebbero pieno successo. Scrisse inoltre una messa di requie, numerose cantate, varia musica da camera e molti articoli per riviste musicali, rivelandosi scrittore
arguto e polemista vivace. Dal 1895 al 1902 fu direttore del Liceo musicale di Pesaro, ove istituì una cattedra per l'insegnamento della musica sacra in armonia con le esigenze del movimento della sua rinascita.
Fu membro dell'Accademia d'Italia fin dalla sua costituzione. M. è un rappresentante fra i più popolari della musica teatrale contemporanea, e «la sua arte eccelle per ricchezza di carrabilità, impeto espressivo, vivacità di ruvidi colori, singolare originalità di movenze armoniche e di fantasia melodica» (F. Abbiati, Storia della musica, V, Milano 1946, p. 35).
Bibl.: I. Negroni, P. M., Livorno 1890; G. Monaldi, P. M., l'uomo, l'artista, Roma 1898; G. Marvin, P. M., appunti biografici, Palermo 1904; G. Bastianelli, P. M., Napoli 1910; E. Pompei, P. M. nella vita e nell'arte, Roma 1912; G. Monaldi, P. M., ivi 1928.
Silverio Mattei
MASCARON, Jules. - Predicatore e vescovo di Agen, n. a Marsiglia nel 1634, m. ad Agen il 16 dic. 1703. Entrò giovanissimo (1650) nella Congregazione dell'Oratorio dove era stato educato.
Continuò gli studi di teologia nel Seminario di Saumoir, dove iniziò la predicazione con immediata fortuna; passò ben presto a Marsiglia, ad Aix, a Nantes, a Parigi e dal 1666 al 1671 predicò a Corte, dove Luigi XIV (la cui condotta dissoluta pure M. stigmatizzò con veemenza) lo volle ancora nel 1673, 1679, 1683, 1684, 1694. Fu nominato vescovo di Tulle nel 1671 e di Agen nel 1678.
Particolarmente celebri rimasero le orazioni funebri della regina madre Anna d'Austria (1666), del duca di Beaufort, di Enrichetta d'Inghilterra (1671), di Turenne (1673); su quest'ultimo, come su altri calvinisti, la sua oratoria, ricca dei pregi e difetti del tempo, esercitò notevole influenza.
Bibl.: Recueil des oraisons funèbres prononcées par messire 7.M., Parigi 1704 (con una biografia del Bordea); J. Lehanneur, M.d'après des documents inédits, La Rochelle 1878; M. Ibère et Rivière, M. (indications bibliographiques), in Intermédiaire des chercheurs et curieux, 14 (1934), coll. 416-17.
Enzo Bottasco
MASCHAT, Remigio da Sant'Erasmo. - Canonista boemo, n. nel 1692, m. nel 1747. Scolopio, fu preposito generate dell'Ordine.
Versatissimo anche nella musica, fu professore di diritto canonico e di teologia. Pubblicò a Znaim nel 1735 un Curius iuris civilis et canonici, che, redatto in stile succinto e con solida dottrina, ebbe grande successo; esaurita la prima edizione, Ubaldo Giraldi ne curò una nuova con il titolo Institutiones canonicae (Ferrara 1760).
Bibl.: D. Prümmer, Manuale iuris ecclesiastici, Friburgo in Br. 1920, p. 476; A. van Hove, Prolegomena, 2² ed., MalineaRoma 1943, p. 329.
Giuseppe Danizia
MASCHERA: v. PRIMITIVI, RELIGIONE dei.
MASCHERONI, Lorenzo. - Sacerdote, poeta e matematico, n. a Castagneta (Bergamo) il 13 maggio 1750, m. a Parigi il 14 luglio 1800 . Insegnò eloquenza e poi fisica nel Seminario di Bergamo. In seguito ebbe la cattedra di algebra e di geometria nell'Ateneo di Pavia, di cui divenne due volte rettore. Fu eletto deputato al Corpo legislativo della Repubblica cisalpina, elaborandone un piano per la pubblica istruzione e, a Parigi, fece parte della Commissione incaricata di redigere il nuovo sistema di pesi e misure.
Autore di pregevoli memorie di carattere scientifico, il M. compose, in italiano e in latino, numerosi versi d'occasione e d'argomento sacro, tra cui il carme in esametri italiani La fabbricazione degli strumenti de' martiri. Talune sue poesie sono ispirate a sensi di schietta religiosità. Nel sermone in terzine La falsa eloquenza del pulpito, caldeggia un tipo di eloquenza sacra più sobria e aderente ai testi sacri. La sua fama è affidata al poemetto didascalico L'invito a Lesbia Cidonia, la nobildonna e poetessa bergamasca Paolina Secco Suardi Grismondi, perché visiti i musei scientifici dell'Università di Pavia,
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attraverso i quali il poeta le fa da guida con dotta eleganza. La retta figura del M. fu esaltata dal Monti nel poemetto La Mascheroniana.
BibL.: Edizioni : Poesie e prose italiane e latine edite ed inedite, a cura di C. Caversazzi (con ampia introduzione). Bergamo 1903. Bradi: G. Mazzella, L. M. e il «Piano generale di pubblica istruzione e per la Repubblica Cisalpina, Milano 1911 ; G. Natali, Il Settecento, 3² ed., I, Milano 1950, pp. 225-26 (248 bibl.); II, 2ᵃ ed., ivi 1947, pp. 688-91. Lardranno Fiore
MASCI, Filitro. - Filosofo, n. a Francavilla al Mare il 29 sett. 1844, m. a Napoli il 7 dic. 1922. Insegnò filosofia nell'Università di Padova e successivamente in quella di Napoli.
Discepolo di Bertrando Spaventa, studioso di Hegel ma soprattutto di Kant, il M. è considerato uno dei maggiori rappresentanti del neokantismo (v.) italiano. Combatté atrenuamente contro empiristi e positivisti difendendo il principio di apriorità delle forme conoscitive.
Opere principali: Le forme dell'intuizione (Chieti 1881); Le idee morali in Grecia prima d'Aristotele (Lanciano 1882); Pessimismo (Padova 1884); Coscienza, eolontá, libertá (ivi 1884); Le teorie sulla formazione naturale dell'istinto (Napoli 1893); L'idealismo indeterminista (ivi 1898); Il materialismo psico-fisico e la dottrina del parallelismo in psicologia (ivi 1901 : è la sua opera più notevole); Filosofia, scienza e storia della filosofia (ivi 1902); E. Kant (ivi 1904); La filosofia della religione e le sue forme più recenti (in Rendiconti dei Lincei, 1910, pp. 385-454); Psicologia e sociologia religiosa (in Atti dell'Accademia di scienze morali e politiche, 39 [1910], pp. 214-302).
BibL.: G. Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in Italia, III, Messina 1921, pp. 81-109. Bianca Magnino
MASDEU, Baltasar. - Gesuita, filosofo neoscolastico, n. a Palermo il 7 maggio 1741, m. a Palma di Maiorca il 31 dic. 1820. Dopo un periodo di insegnamento letterario nel Collegio dei nobili a Barcellona, fu deportato, in seguito al decreto di Carlo III contro i Gesuiti, in Italia (1768), dove rimase anche dopo la soppressione dell'Ordine. Dimorò prima a Ferrara e a Ravenna; quindi, come direttore spirituale del Seminario diocesano, a Faenza; poi, dal 1799, come professore di filosofia, a Piacenza nel Collegio di S. Pietro e in fine a Cremona, nel Seminario, dopo l'espulsione dei Gesuiti da Piacenza. Rientrò nell'Ordine poco dopo il suo ristabilimento (1814), e passò alla cattedra di filosofia nel Collegio Montessian di Palma di Maiorca.
Formato alla scuola di Cervera (Catalogna), dove fin dal 1750 si era iniziato un movimento di restaurazione della scolastica, M. esercitò a Piacenza e Cremona un efficace influsso specialmente sul Buzzetti, per il rinnovamento della filosofia scolastica e tomistica italiana. Scrisse un corso di filosofia di cui però fu soltanto pubblicata Ethicae seu moralis philosophiae epitome (2 voll., Piacenza 1805); mentre le altre parti: Dialettica, Logica, Ontologia, Teodicea, Cosmologia, Psicologia, restarono manoscritte nella Biblioteca provinciale di Palma di Maiorca (cf. elenco e descrizione in M. Batllori, op. cit. in bibl., pp. 5-32).
BibL.: Sommervogel, V, coll. 669-70; A. Masnovo, Il neotomismo in Italia, Milano 1923. pp. 179-85; P. Dezza, Alle origini del neotomismo, ivi 1940, pp. 20-24; M. Batllori, B. M. y el neoscolasticismo italiano, in Analecta sacra Tarroconensia, 15 (1942), pp. 171-202; 16 (1943), pp. 225-92. Paolo Dezza
MASEN, Jakob. - Gesuita, umanista, drammaturgo e storico, n. il 23 marzo 1606 a Rheindahlen, m. a Colonia il 27 sett. 1681. Insegnò materie letterarie ad Emmerich, Münster, Aquisgrana, poi a Colonia, dove si distinse per molti anni come predicatore, direttore di congregazioni mariane, poeta e drammaturgo.
M. fu letterato tra i più in voga del suo tempo, e per l'arte del teatro uno dei più grandi. Il suo Tossghat venne rappresentato a Münster nel 1647 come spettacolo di gala alla riunione di tutti i plenipotenziari delle principali nazioni d'Europa venuti per la pace di- Vestfalia.
Tra le sue commedie più geniali va annoverato il Rusticus imperans, giudicato da taluno, dal lato artistico, il migliore del teatro gesuitico. Celebri sono anche la tragedia Mauritius Orientis imperator, l'Ollaria e la Bacchi schola eversa. Il M. trattò della tragedia, commedia e tragicommedia antica, dell'arte poetica di Omero e Virgilio nell'opera Palaestra eloquentiae ligatae ( 3 voll., Colonia 1634-64) e fu autore anche del poema Surcotis (ivi 1767). Tra le opere storiche compose per suggerimento del nunzio di Colonia, Chigi (Alessandro VII), l'Anima bistoriae huius temporis in Caroli V et Ferdinandi I imperio expressa (ivi 1672), e curò l'edizione delle Antiquitates annalium Tresiemsium di Cristoforo Brouwer (Lingi 1670) e la continuazione degli Annali di Paderborn (inedito, 1677-79). Scrisse anche per la riunione delle Chiese protestanti con la cattolica, ed alcune operette ascetiche.
BibL.: Sommervogel, V, coll. 681-96; B. Duhr, Geschichte der Tesuiten in den Ländern deutscher Zunge, II, 1, Friburgo in Br. 1913. pp. 688-91; III, Monaco-Rotabona 1921, pp. 586-89. Arnaldo M. Lanz
MASERU, diocesi di. - Con l'istituzione della gerarchia ecclesiastica nell'Unione Sudafricana, in data 11 genn. 1951 il vicariato apostolico di Basutoland (v.) è divenuto diocesi di M. Il nome indica una cittadina che è quasi ai confini del territorio diocesano. La sede dell'Ordinario è a Roma del Basutoland. Saverio Paventi
MASHTOTS. - E il Rituale armeno propriamente detto, che contiene le preghiere e la prassi per l'amministrazione dei Sacramenti e dei Sacramentali. La sua origine risale al sec. v, ed il nome è legato ai due santi padri omonimi, M.-Mesrob del sec. v, e il patriarca M. II di Sevan (837-97), i quali raccolsero, tradussero ed ordinarono gli elementi che lo formano. In seguito s'arricchì sempre più di nuovi canoni, tradotti o scritti dai Padri.
Nello sviluppo del M. si notano 4 periodi: 1) il primo, 2) il medio, 3) il cilicio, 4) l'attuale. Nel primo si osserva la forma in genere compendiosa e semplice (secc. v-xit); nel secondo aumenta il numero dei canoni e si moltiplicano gli inni con frequenti sermoni di autori non classici (secc. xill-xvi); nel terzo si trova il Rituale latino tradotto per loro uso in un volgare della decadenza dai Frati predicatori detti Unitori (1317-1600) e poi infiltratosi in quello armeno, venendo così a formare uno spradevole connubio, che causò molti litigi e discordie. Il quarto o attuale, oltre all'abbondanza dei canoni, ha preghiere, lunghe esortazioni, inni e ripetizioni con una frequenza tale, da rendere il rito faticoso e difficile.
Del M. restano molti codici : la sola Biblioteca mechitarista di Venezia ha 127 manoscritti. Il più antico (n. 457) in pergamena, scritto prima dell'893, appartiene alla prima serie, ed è mutilo in principio e in fine. Appartiene alla seconda il n. 199 della medesima Biblioteca del 1216. Ed è della terza il n. 1113, del 1345, in pergamena. La prima edizione è stata fatta a Costantinopoli nel 1569.
BibL.: F. C. Conybeare, Rituale Armenorum, Oxford 1905, pp. 2-xit, xvir e 507; A. Ghazighian, Nuova bibliografia armena ed enciclopedia della vita armena (in armeno), Venezia 1909-12, pp. 1347-53, 1782-1801. Gregorio Sarkissian
MASOLINO da Panicale. - Pittore, n. da un Cristofano Fini nel 1383 a Panicale di Valdelsa presso Empoli (Firenze) o di Valdarno presso S. Giovanni (Arezzo), appare nel registro dei morti di S. Maria del Fiore a Firenze il 18 ott. 1440 o 1447. Nel 1403 e nel 1407 è fra gli aiuti del Ghiberti nella seconda porta del battistero e il 18 genn. 1423, è iscritto all'Arte dei medici e speziali.
Nel 1424 (a nov.), riscuote un pagamento per gli affreschi della cappella di S. Elena in S. Stefano di Empoli; l'8 luglio 1425 è segnalato a Firenze per una modesta fatica per la Compagnia di S. Agnese delle Laudi; parte quindi al servizio di Pippo Spano per l'Ungheria, dove
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si trova ancora nel 1427 dopo la morte del condottiero fiorentino; il 1° nov. 1432 è pagato a Todi di un affresco in S. Fortunato; nel 1435 eseguisce gli affreschi del battistero di Castiglione Olona, dove, in anno non precisato, lasciò il suo nome in una Notività, meglio in una Adorazione del Bambino ("MASOLINUS DE FLORENTIA PINSIT"), parte di un ciclo nella vòlta della collegiata, che è il punto di partenza per la ricostruzione della personalità di M .
Avviato alla scultura nella corrente del classicismo medievale idealizzato e, forse in un secondo tempo, iniziato alla pittura dello Starnina (Vasari), nella sua prima opera rimasta: la Madonna dell'umiltà nella Kunsthalle di Brema (1423), si rivela un gotico tardo, benal creatore di delicate figure piene di aggrazista cordialità umana, lontane da quelle legnose e trascendenti di un Lorenzo Monaco, di un chiaroscuro morbido di luminosità diffusa. Ed appare congeniale a Gentile da Fabriano e soprattutto ad Arcangelo di Cola da Camerino (con cui le opere di M. alludono a sicuri contatti), entrambi in Firenze agli inizi del terzo decennio del secolo. Le stesse tendenze, con un formalismo più sviluppato, tornano nella Madonna del latte della Pinacoteca di Monaco, e a S. Stefano di Empoli negli affreschi frammentari della cappella della Croce, in quelli del transetto nonché nella lunetta con la Vergine e il Bambina fra due angeli. Di modello più sicuro e di più profondo valore espressivo è la nobile Pietà nella collegiata sempre ad Empoli (databile tra la fine del 1424 e il principio del 1425), per influsso del genio di Masaccio, di cui forse M. era stato occasionale maestro in Firenze e che, comunque, allora egli aveva compagno nella decorazione pittorica della cappella Brancacci. Forse nello stesso 1423 o agl'inizi del 1424 da solo, egli decorò le vele della vòlta della cappella Brancacci con i quattro Evangelisti (perduti nel 1746 nel rifacimento di essa nella quale V. Meucci dipinse il Beato Simone Stock che riceve lo scapolare della Madonna), ai quali forse Francesco d'Antonio s'ispirò nelle ante d'organo di Orsanmichele (1429), oggi nella Galleria dell'Accademia fiorentina. Nei due lunettoni delle pareti di lato M. condusse la Vocazione di Andrea e di Pietro, di cui una copia settecentesca si trovava nella collezione Giovannelli di Venezia, e il Naufragio degli Apostoli, derivato dalla Navicella di Giotto in S. Pietro in Vaticano a Roma, benal con varianti probabilmente rimaste in un affresco del Mezastris e di un suo collaboratore in S. Maria in Campis a Foligno (dopo il 1452). Nella lunetta di fondo, a lato del finestrone (trasformato in finestra nel 1746), M. dipinse Pietro che rinnega Gesù; ma accanto a lui compariva Masaccio nella storia con il Santo che resuscita i morti, a dimostrare una
collaborazione che già si era affermata, con una parte secondaria per M., nella tavola di Masaccio agli Uffizi, con S. Anna, la Madonna, il Bambino e cinque angeli. In quei primi affreschi (distrutti nel sec. xvili ed allora sostituiti dagli ornati architettonici dipinti da C. Sacconi), è da presumere che una accentuata spazialità e la concretezza della illuminazione alludessero già all'influsso di Masaccio. Però il distacco fra le due personalità è visibile negli affreschi superstiti della Cappella. I Progenitori tentati di M. dicono il persistere di lui nel gotico tardo: sono figure poco con-
sistenti dalle carni rosate che restano in una grazia generica, prive di personalità di fronte a quelle tragiche e scattanti della Cacciata, così cariche di ethos, dipinte da Masaccio nel pilastro opposto. Anche i personaggi che assistono genuflessi alla Predica di s. Pietro, in un paesaggio montano, a riscontro con il Battesimo dei neofiti di Masaccio, mancano di caratteri individuali, sono di una amabile superficialità rivestita di bei colori, anche se i borghesi e i carmelitani in piedi emulano, senza raggiungerla, la costruttività propria al giovane compagno. Nella Resurrezione di Tobita e nel Miracolo dello storpio, tipica grande composizione di M., divisa dalle figure di due eleganti giovani che passano in una piazza fiorentina, la distanza dalla «classica» tessitura del Tributo, che le sta di fronte, è profonda. Sembra che Masaccio (v.) possa essere intervenuto nei
particolari, cioè nello storpio, nei casamenti e in tre figurine del fondo, mentre le altre più deboli, di un esteriore descrittivismo, spettano a M., cosi sgraziato d'altronde nelle sproporzionate architetture che chiudono dai due lati lo scenario. Il superficiale ma amabile e recettivo pittore di Valdelsa dovette trovarsi a suo agio nel profano clima gotico internazionale in Ungheria. Prima di partire dovette dipingere, per l'altare dei Carnesecchi in S. Maria Maggiore, un trittico di cui vennero ritrovati tre pezzi cospicui (una Madonna con un robusto Bambino, già a Novoli, poi trafugata; un S. Giuliano cavaliere, già nella pieve a Settimo, ora agli Uffizi; una storia dello stesso Santo nel Museo di Montauban). Nulla si sa della attività di M. in terra ungherese; però dopo il suo ritorno (ca. nel 1427) lo si trova in Roma, quando vi venne pure Masaccio, ad affrescare per il card. Branda da Castiglione, diplomatico e umanista conosciuto da M. in Ungheria, la cappella di S. Caterina in S. Clemente. Quando fu dato principio all'opera, per la quale forse si sarebbe ripetuta una collaborazione, M. era forse ancora vivo e gli echi dei suoi modi figurativi attraverso suoi disegni affiorano nei restaurati Evangelisti e nei Dottori della Chiesa che, abbinati, decorano le quattro
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(fot. Albani)
Masolino da Panicale - La Pietà - Empoli, collegiata.
vele della vòlta (specie in Giovanni, Matteo, Luca e Girolamo), in alcuni Apostoli del sottarco, in vari brani della spettacolare, spaziosa Crocifissione nella parete di fondo (scorci di cavalieri, pie donne, giovane chinato e inginocchiato, presso il Crocifisso a destra), ma slegata, incoerente, talora affollata e descrittiva nello sfoggio dei costumi di eco pisanelliana, e nel complesso legata al gusto padano che M. conobbe. Ma se il masaccismo è di vaga ascendenza, si sospetta che accanto a M., accurato e addirittura monografico nella Gerusalemme del fondo, intervenga un aiuto che dia maggior vigore a certi ricordi masacceschi, come Arcangelo di Cola il cui stile si era andato ingagliardendo per influsso appunto di Masaccio. Nelle cinque Storie di s. Ambrogio nella parete destra e negli altrettanti Fatti della Santa di Alessandria nella parte opposta, M. tornò a novellare ingenuo e gioioso con la sua fantasia poetica volta all'episodio e al descrittivo nei bei costumi delle corti settentrionali, con i suoi colori incantevoli e chiari, ma sempre astratti e privi di senso atmosferico quando svariano negli edifici delle favolose città, incapace al movimento (Miracolo della ruota) ma suggestivo narratore sempre, come quando fra i placidi colli laziali eleva un inverosimile dirupo alpino (Morte e seppellimento di s. Caterina). E si scopre tuttora il linguaggio amabile di M., ad onta dei restauri subiti, anche nel gigantesco S. Cristoforo all'ingresso e nell'Annunciazione sull'arco trionfale della Cappella, dove l'ambizioso complicato schema prospettico, con una troppo secca successione di piani, non è, ma vorrebbe essere, rinascimentale, per il persistere nel parallelismo delle linee del soffitto in un empirismo sempre gotico. Di un trittico in S. Maria Maggiore, già ascritto erroneamente dal Vasari a Masaccio, dipinto da due parti, restano nel Museo nazionale di Napoli i due pannelli mediani, uno dei quali con la Fondazione della Basilica Liberiana coincide per stile con le storie di s. Ambrogio, l'altro con l'Assunta e la sua variopinta corte angelica prelude ad aspetti che si troveranno nei due cicli di Castiglione Olona. E restano pure, in due pannelli della raccolta Johnson di Filadelfia, le quattro nobili figure di santi disposti due
a due che fiancheggiavano uno di essi; come restano gli altri due scomparti, da poco ritrovati e acquisiti alla Galleria nazionale di Londra. M., eseguita l'Annunciazione oggi Goldmann a Nuova York, il cui impianto prospettico sviluppa quello dell'affresco nella chiesa di S. Clemente, e l'Arcangelo annunciante e l'Annunciata nella Galleria nazionale di Washington (collezione Kress), lasciò a Todi (1432) una purissima Madonna ed un latteo Bambino fra due soavi angeli in preghiera, nella chiesa francescana di S. Portunato; quindi rivalicò l'Appennino per dipingere, al servizio del card. Branda, nel borgo nativo di lui, elevato sulla stretta ma amena valle dell'Olona (Varese). M. decorò prima le sei lunghe vele della vòlta (da altri erroneamente supposte del 1423 ca.), poi l'intero battistero (la data 1433 è ridipinta ma giusta). Nelle prime (rappresentano, senza seguire l'ordine della leggenda, l'Annunciazione, lo Sposalizio, la Natività del Bambino, l'Adorazione dei Magi, l'Assunzione, l'Incoronazione; nelle pareti poi Paolo Schiavo, in parte allievo di M., e il Vecchietto esposero le Storie di s. Stefano e di s. Lorenzo), per adattarsi alla forma delle vele, e forse anche per trovarsi in ambiente tardo gotico, M. tornò ad eleganti arcaismi formali, bensì riechi di reminiscenze romane e di riscontri di stile con i dipinti del battistero; pertanto di modellazione ferma e di maturata esperienza che si trovano anche nella stilizzatissima e raffinata Madonna dell'umiltà, già Contini Bonacossi, migrata in Germania. Nel battistero, la cui facciata conserva i resti di una eterea Annunciazione, M. affresco gli Evangelisti nelle vele di una vòlta e Prefeti e Dattori della Chiesa dipinse nell'intradosso dell'arco che divide il vano bipartito. Il resto, perfino gli strombi delle finestre, il loquace pittore ricoprì con Storie del Battista. E, nel narrare con un linguaggio piano, pacato e un po' timido, espresse finalmente se stesso, rievocando, da artista recettivo, il passato, rappresentando la Città eterna in una fedele attenta veduta, mostrando nei suoi poetici sfondi (Battesimo di Cristo; Festino di Erode e Presentazione della testa di Giovanni a Erodlade) sensibilità allo spazio in una commistione di gotico e di rinascimento, ma restando nella esaltazione del colore e nelle gracili figure idealizzate e di scarna consistenza plastica, sempre legato alla tradizione. Così nelle tre tappe essenziali della sua arte, Firenze, Roma, Castiglione Olona, nel notare gli aspetti esteriori della vita con un suo lietooscillante linguaggio, potenziato prima dalla vicinanza di Masaccio, attraverso nuovi influssi e risonanze, anziché procedere verso l'ordine nuovo, M. si raccoglie entro i gorglii affascinanti del gotico internazionale. Appartenendo al gran ceppo fiorentino egli potè sembrare in Lombardia artista costruttivo e persino plastico; a Venezia fu inteso nella sua più poetica qualità : nel colore chiaro, tenero e luminoso che avvinse Antonio Vivarini; a Firenze fu solo un limitato episodio di cui in parte profittarono due minori, in sostanza, ritardatori: Francesco d'Antonio e Paolo Schiavo. - Vedi tav. XXIII.
Bibl.: R. Oertel, Masaccio-Fröhwerhe, Marburgo sul Lahn1933; R. Longhi, Fatti di M. e Masaccio, in La critica d'arte, 5 (1940), parte 2*, pp. 145-91; P. Toesca, M. a Castiglione Olona, Milano 1946; M. Salmi, Masaccio, 2² ed., ivi 1948; id., La cappella Brancacci a Firenze, II, ivi 1951 (per le riproduzioni a colori).
Mario Salmi
MASORA. - Complesso delle osservazioni critiche sul testo originale del Vecchio Testamento. In parte trasmesse oralmente nelle scuole rabbiniche fin dall'epoca degli scribi (specialmente dal sec. II a. C.), furono accresciute e messe in scritto dal sec. vi in poi, dopo compilato il Talmud. Questo corpo di osservazioni determinò la forma unitaria e immutabile del testo biblico (testo masoretico).
Il termine M. (massōrāh "tradizione", dal neo-ebr. mäsar " tramandare"; forma recente per massōreth, che nulla ha in comune con Ez. 20, 37 mäsōreth = ma'äsōreth "legame"; P. Kahle, in H. Bauer-P. Leander, Hist. Grammatik der hebr. Sprache des Alt. Text., I, Halle 1922, § 6 b) esprime il carattere tradizionale della compilazione; e Masoreti (ba'älē ham-massōrāh "padroni» o "autori della M.»): furono detti i dottori giudaici (secc. IX-x) che vi attesero.
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La M. riprende e presuppone perciò : a) il lavoro secolare degli scribi (sec. II. a. C. - sec. v d. C.) per la fissazione del testo consonantico; b) l'opera dei nagdanim ( = puntatori, da nògûdâh = puntazione v), i dottori giudei (secc. viI-viII) che con numerosi segni (punti) fissarono specialmente la vocalizzazione. Il contenuto della M. è pertanto molto vario. Ad a) appartengono la divisione in versetti, la loro enumerazione, l'eliminazione di ogni lezione divergente; a b), oltre alla vocalizzazione, alcune modalità nella pronunzia delle consonanti, la divisione sillabica, gli accenti, il legame delle parole tra loro, le pause, la modulazione.
La M. offre il numero esatto delle pericopi e dei versetti (cifra complessiva: 23.206; il libro di Ezechiele, p. es., ne comprende 1273), delle parole, delle consonanti; l'indice dei versetti (p. es., Gen. 27, 40; Ex. 22, 28; Lev. 15, 7 ecc.), delle parole, delle sillabe, che stanno esattamente alla metà di ciascun libro. Altre precisazioni : p. es., che un versetto (Ier. 21, 7) ha 42 parole e 160 lettere; che in quattro versetti (Gen. 18, 5; 24, 55; Num. 12, 14; Ps. 56,7) c'è un vob́v aggiunto per colpa degli scribi del quale non bisogna tener conto; ecc.
Ottimo fu il criterio di non toccare le consonanti del testo, ma notare in margine la correzione testuale, la lezione prescelta, con il qêrê ( q^{′}, q r^{′}= da leggere) e bêthîb ( k t h^{′}= scritto; cf. P. Joüon [v. bibl.], § 16 e f). Viene notata la sciazione piena e la difettiva. Un cerchietto è posto sul termine cui l'osservazione è diretta. Le osservazioni venivano scritte in margine e alla fine dei manoscritti biblici, oppure in liste a parte. La lingua della M. è in parte il neo-ebraico, in parte l'aramaico.
Tale lavoro non fu condotto in modo uniforme. Notevoli divergenze esistevano, nella lettura del testo sacro, tra le scuole masoretiche orientali (babilonesi) e le occidentali (palestinesi o di Tiberiade). Tra queste ultime prevalse quella di Ben ' hat{A} hat{mathbf{e}} ' (v., inizio sec. x), e si impose all'altra sua contemporanea ed emula di Ben Naphtâî (v.) ed è il testo masoretico receptus.
Quanto alla forma, si distingue la "grande " e la "piccola" M.; questa nelle Bibbie rabbiniche sta a lato, tra le colonne del testo; dà i qêrê, segna gli nparêegonesas ( l^{′}=l ê t h «non c'ć» altrove), ecc., l'altra, disposta nel margine superiore e inferiore, spiega più estesamente la precedente. L'una e l'altra vengono chiamate "M. marginale " in opposizione alla "finale ", relegata in fondo a ciascun libro, con la numerazione dei versetti, ecc.; essa contiene inoltre, a modo di appendice, una specie di dizionario, dove in ordine alfabetico vengono riprese tutte le osservazioni della M. marginale; ed infine seguono le lezioni ed osservazioni varianti di Ben Naphtâlî e delle scuole babilonesi.
La M. fu davvero la "siepe" del testo sacro (si'âg lèThârâh). L'autorità critica del testo consonantico masoretico, anche per il confronto con i papiri di ChesterBeatty, è sempre meglio riconosciuta dai critici. Esso deve ritenersi fondamento di ogni recensione critica, che dà maggiore affidamento quanto meno si scosta da esso. Se la pronunzia fissata dai nagdanim comporta una certa ricerca, una certa enfasi, e ha dettagli più o meno artificiali, non c'è però da sospettarla nel suo insieme. La coerenza interna del sistema e il paragone con le lingue affini parlano in favore dei vocalizzatori (P. Joüon, § 1 b).
Jacob ben Hajjîm curò l'edizione principe della Bibbia masoretica (Biblia magna Rabbinica, Bomberg, Venezia 1524-25), dopo aver molto frugato tra i manoscritti, raccogliendo e ordinando il materiale masoretico. Sebbene disponesse solo di codici dei secc. xiv-xv, fece opera fondamentale e costitui il testo receptus. Edizioni critiche: B. Kennicot (Oxford 1776, 1780); J. B. De Rossi (4 voll., Parma 1784-1888); Chr. D. Ginsburg (4 voll., Londra 1908-26). Al contrario, la Bibbia ebraica del Kittel (v. bibl.) nella 3^{text {a }} ed. offre, per merito di P. Kahle, il testo e la M. di Ben ' hat{A} hat{s e ̂ r} secondo il manoscritto di Leningrado (B 19 A) del 1008, di ca. 600 anni più antico di quelli adoperati da Ben Hajjim; copia fedele del codice tipo conservato ad Aleppo.
Biel.: J. Buxtorf, Tiberias sive commentarius masorethicus triplex, Basilea 1720; S. Frensdorff, Das Buch Ochlah we-ochlah.

(fei. Andenus) Masolino da Panicale - Papa Liberio traccia sulla neve la pianta della basilica di S. Maria Maggiore - Napoli, Pinscoteva.
Hannover 1864; id., Massoretisches Wörterbuch (Die M. magna, 1), ivi 1879; Chr. D. Ginsburg, The Massoreth ha-Massoreth of Elias Levita, testo ebr. e trad. inglese, Londra 1867; id., Introduction to the Massoretico-critical edition of the hebr. Bible, ivi 1897; L. Blau, Massorethische Untersuchungen, Strasburgo 1891; H. Hevernat, Petite introduction à l'étude de la M., in Revue biblique, 11 (1902), pp. 551-63; 12 (1903), pp. 529-49; id., Lexique masorétique, ibid., 13 (1904), pp. 521-46; 14 (1905), pp. 203254, 512-42; P. Kahle, Der masoretische Text der Alt. Test. nach der Uberlieferung der babylonischen Juden, Lipsia 1902; id., Masoreten des Ostens, ivi 1913; id., Die überlieferte Aussprache des Hebräischen und die Punktation der Masoreten, in Zeitschrift für die altt. Wissenschaft, 39 (1921), pp. 230-39; id., Masoreten des Westens, 2 voll., Stoccarda 1927-30; id., Die hebräischen Bibelhandschriften aus Babylonien, in Zeitschrift für die altt. Wissenschaft, 46 (1928), pp. 113-37; id., Der alttest. Bibeltext, in Theologische Rundschau, nuova serie, 5 (1933), pp. 227-38; id., in R. Kittel, Biblia Hebraica, 3² ed., Stoccarda 1937, pp. vi-xv, xxx-xxixix; P. Joüon, Grammaire de l'hebreu biblique, Roma 1923. §§ 1, 6 ed, 15, 16; P. Mordell, The beginning and development of Hebrew punctuation, in The Jewish quarterly review, 24 (1933-34), pp. 137-49; A. Vaccari, De Textu, in Institutiones biblisae, I, s^{°} ed., Roma 1937, pp. 10 sg., 230-38; F. Perez Castro, Problemas de las fuentes de conocimiento del hebreo premasoretico, in Sefarad. 8 (1948), pp. 145-87; J. B. Roberts, The emergence of the tiberian massoretic text, in The journal of theological studies, 49 (1948), pp. 8-16.
Francesco Spadafora
MASPHA (ebr. Miṣbâh «vedetta»). - Nome di varie località della Terra Santa.
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1. Dato da Abramo a un mucchio di pietre, a nord del fiume Iaboc ( = ez-Zerqā) al momento della separazione da Laban (Gen. 31, 44-54).
2. Villaggio in Galaad, Giordania (Iudc. 10, 17; 11, 11), che talvolta è identificato, sebbene non sia necessario, con M. di Galaad (ibid. 11, 29) e con Ramoth Masphe (Ios. 13, 26). Vi aveva la residenza lephte (Iudc. 11, 34) e li sua figlia, inconscia del voto fatto inconsideratamente dal padre, ebbe da questi notificata la morte destinatale.
La localizzazione di M. è incerta. Alcuni, attirati dall'Itinerario di Egeria, che vide la tomba di lephte a Tisbeh, propendono per qualche località non lontana dal Wādi Jābis, p. es., Sūf; altri la pongono più a sud, p. es., al Hirbet Gel'ad.
3. Luogo situato ai piedi dell'Hermon (Ios. 11, 3), detto anche terra di M. (ibid. 11, 8). L'identificazione è incerta; sono proposte Metallah e Qal'at esSubejbeh.
4. Villaggio nel sud della Giudea (Ios. 15, 38). L'Onomasticon indica due località nel territorio di Eleuteropoli ( = Bejt Gibrîn) e s. Girolamo ne stabilisce una sulla via Bejt Gibrîn-Gerusalemme. Come identificazione è proposto il Hirbet es-Sāfijjeh a 3 km . nord-est e Ṣufijjeh a 10 km . da Bejt Gibrîn.
5. Città nella tribù di Beniamin, non lontana da Rama (Ios. 18, 25-26). Fu il luogo di riunione degli Ebrei dopo il fatto di Gabaa, dove la moglie del levita ebbe un'ignominiosa morte (Iudc. 20, 1-2), e in seguito di altre (I Sam. 7, 5-14; 10, 47). Fu fortificata da Asa come difesa contro le tribù del nord (I Reg. 15, 22; II Par. 16, 6). Dopo la distruzione di Gerusalemme vi fissò la residenza Godolia a nome dei Babilonesi (II Reg. 25, 23-25) e vennero ad abitarvi parecchi giudei, fra cui Geremia (Ier. 40, 616; 41, 1-16), i quali trovarono la morte e i cui corpi furono gettati nella piscina costruita da Asa. Ripopolata da ebrei dopo l'esilio, M. aiutò alla restaurazione di Gerusalemme (Neh. 3, 7.15.19).
Fu già proposto di identificare M. con Nebī Samwīl, ma oggi l'identificazione con Tell en-Naṣbeh prevale. La posizione di questo tell, sulla via Gerusalemme-Nazareth, a 13 km . dalla prima, su di un colle, corrisponde bene alle notizie letterarie intorno a M., mentre gli scavi ivi praticati hanno rilevato una città importante con grande muro di cinta, abitata dal periodo calcolitico al medio del bronzo e dal primo del ferro a quello ellenistico. Tra i sigilli trovati si nota uno con la dicitura: - 'Āhazjāh[ū] (figlio) di Mattanjāh[ū] e e un altro: «Ja'azjāh[ū] schiavo ( = ufficiale) del re ", ossia con nomi ebrei anche se non si possono precisamente identificare con i personaggi biblici che portano questi nomi. Altri bolli hanno la parola lē-melekh ed altri le lettere j h, ovvero jhd o msh.
Bibl.: L. Heidet, s. v. in DB, IV, coll. 833-52; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, pp. 388-93; N. Glueck, in Bulletin of American schools of oriental research, 75 (1939), pp. 29-30; 92 (1943), pp. 13-14 (n. 2); R. de Vaux, in Vivre et

(fot. Laboratorio stecografico Terra Santa)
MASPHA - Veduta.
penser ( = Revue biblique), 50 (1941), pp. 31-33; Ch. Ch. Mac-Cown-J. C. Wampler ed altri, Tell en-Naṣbeh, a voll., Nuova Haven 1947 (illustrazione storica e archeologica per il n. 2). Bellarmino Bagatt
MASSA CANDIDA, MARTIRI di. - Viene cosi designato un folto gruppo di martiri periti ad Utica nella persecuzione di Valeriano (258-59). Non esiste sul loro martirio alcuna relazione scritta, se si eccettuano alcuni accenni nei discorsi di s. Agostino recitati in loro onore, ed alcuni versi di Prudenzio che ne raccontano il martirio. Incerto è anche il numero dei martiri: s. Agostino parla di oltre 153, Prudenzio di 300. La loro commemorazione ufficiale si faceva il 18 ag., come attestano il Calendario cartaginese ed il Martirologio geronimiano.
Sul significato di M. C. sono state formulate varie ipotesi. Alcuni, seguendo la tradizione raccolta da Prudenzio, hanno voluto vedervi un accenno al genere del martirio; i martiri cioè posti nell'alternativa di
scegliere tra il sacrificio agli idoli e la morte, preferirono buttarsi in massa in una fossa piena di calce viva a ciò preparata, oppure vi furono gettati dai carnefici. Altri invece più verosimilmente, e fondandosi sulle notizie riferite da s. Agostino, pensano che l'espressione M. C. si riferisca al luogo del martirio. Il fatto sarebbe quindi cosi avvenuto : nei pressi di Utica, tutta la popolazione di una borgata chiamata appunto M. C., della quale era vescovo un certo Quadrato, ucciso anche lui per le fede, furono martirizzati in massa forse perché sorpresi a celebrare le funzioni liturgiche contro il divieto di Valeriano. Altri invece pensano che si tratti della commemorazione collertiva di tutti i martiri della borgata periti in diversi tempi.
Bibl.: Prudenzio, Peristephanon, XIII, 76-87; P. Franch! de' Cavalieri, I martiri della M. C., in Nuove note agiografiche (Studi e testi, 9), Roma 1902, pp. 39-51; H. Quentin, Les martyrologes historiques de moyen âge, Parigi 1908, pp. 268-70; G. Morin, La M. C. et le martyr Quadratus, in Rendic. Pont. Accad. rem. arch., Roma 1925, pp. 289-312; H. Deleloere, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 384 ag.: Martyr. Hieronymianum, p. 449 sg.; Martyr. Romanum, p. 337. Agostino Amore
MASSA CARRARA, diGCEsI di : v. APUANIA, diGcesi di.
MASSAJA, Guglielmo. - Cardinale, cappuccino, n. a Piovà (Asti) l'8 giugno 1809, m. a S. Giorgio a Cremano (Napoli) il 6 ag. 1889 in concetto di santità. Entrò il 6 sett. 1826 nel noviziato della Madonna di Campagna di Torino. Fu lettore di filosofia e teologia (1836-46), confessore dei principi Emanuele e Ferdinando di Savoia, definitore. Eletto ( 12 maggio 1846) vicario apostolico dei Galla (Etiopia meridionale), partí da Roma per la sua missione (3 giugno 1846). Primo vescovo cattolico dei tempi moderni che, sfidando la pena di morte, rimise piede in Etiopia e vi ricostituí la gerarchia, consacrandovi tre vescovi.
Esiliato dal principe Ubiè, perseguitato e scomunicato dal vescovo eretico Salama, divenne popolare sotto il
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nome di Abuna Messias. Nel quinquennio 1846-50 percorse le coste dell'Africa orientale tentando una via per i Galla, ma invano; aiuto a salvare la missione lazzarista; ordinò varie decine di sacerdoti e consacrò vescovo il futuro b. G. De Jacobis ( 7 genn. 1849). Ricacciato ancora una volta al mare, tornò in Europa nel 1850 , per interessare la S. Sede e la Francia delle tristi condizioni religioso-politiche dell'Africa orientale. Il secondo viaggio (4 apr. 1851), attraverso l'Egitto e il Sudan, lo portava alla fine nella sua missione ( 21 nov. 1852), dopo un sessennio di tentativi eroici e peripezie remanzesche.
Nel decennio galla (1852-63) fondò centri missionari nel Gudrù, Ghera ecc., e nel Kaffa (1859-61); curò la formazione del clero indigeno, creando «il seminario ambulante»; dettò ai missionari mirabili principi di apostolato con la Magna Churta di Assandabo ( 16 marzo 1854); fu pioniere della medicina quale arma di apostolato, pacificò principi e popoli che soggiogò con santità di vita. Durante il duplice intermezzo europeo (1864-66, 1867), scrisse un catechismo, fondò il Collegio galla di Marsiglia (1866), pubblicò le Lectiones grammaticales pro missionariis qui addiscere volun linguam amaricam seu vulgarem Abyssiniae nec non et linguam aromaticam (Parigi 1877). Al terzo viaggio ( 19 apr. 1866) fino ad Aden, segui il quarto ed ultimo ( 9 sett. 1867) che aprì il periodo scioano ( 1868-79 ).
Amico e consigliere di Menelik, re del paese, svolse tale attività religiosa e sociale da essere proposto ad Abuna d'Etiopia. Ma egli non accettò. Esiliato (1879) per ordine del re Giovanni, tornò in Italia, dove la venerazione delle masse per il servo di Dio arrivò al punto di tagliuzzargli le vesti per averne reliquie, come più tardi sul letto di morte. Ebbe in Leone XIII il suo papa mecenate che lo creava vescovo di Stauropoli (1881) e cardinale (1884), nonostante la viva opposizione del candidato che era intrattenuto spesso a colloqui sulle cose più segrete della Chiesa. All'annunzio del suo trapasso, il S. Padre esclamava: «E morto un santo !». La Chiesa ne ha aperto i processi di beatificazione.
Al «comando» di Leone XIII il M. si arrese a scrivere - più che settantenne - l'opera sua classica I miei trentacinque anni di missione nell'alta Etiopia (Roma-Milano 1885-93 in dodici grandi volumi).
Vergati (1880-83) interamente di proprio pugno (non dal suo segretario come si era creduto finora), scrivendo a volte a almeno quindici ore al giorno n, essi sono una miniera di indiscusso valore missionologico e scientifico, non solo per apostoli ed educatori, ma anche per africaniati, esploratori e scienziati. Essi campeggiano nella letteratura

(par cortesia del p. Carmelo da Sessano) Massaja. Guglielmo - Riratto. Sul tavola poggia uno dei volumi aditi della sua opera I miei trentacinque anni di missione in alta Etiopia.

(par cortesia del p. Carmelo da Sessano) Massaja. Guglielmo - P. 404 del vol. IV del manoscritto originale dell'opera I miei trentacinque anni di missione nell'alta Etiopia. L'originale in 5 voll. si conserva nell'Archivio Segreto Vaticano, sezione di Pio IX.
che armonizzasse i suddetti scopi in un lavoro di genere narrativo e divulgativo. Per questo, da parte dei collaboratori, si passòad omissioni, aggiunte e interpolazioni che finirono con alterare la fisionomia dell'originale e quindi dell'autore. Infatti, specie per quanto riguarda omissioni e aggiunte, il disaccordo tra i due testi balza evidente: le prime portate ad oltre 400 pp . - hanno rigettato, perché in gran parte di indole missionaria, in secondo piano lo spirito apostolico straordinario del «santo prelato»; le aggiunte poi, specie nei riguardi di una terminologia, comprendente epiteti volgari quali farabutto, briccone, figlio del diavolo, cane, avvoltoio, ecc. (che non si riscontrano nell'originale vaticano), hanno posto il creduto autore nella falsa luce di una presuntuosa infallibilità e durezza, che gli hanno attirato critiche amore e giudizi sfavorevoli. La mancanza infine nell'opera edita di quel sostrato religioso e provvidenziale che vivifica tutto l'originale è un'altra lacuna di rilievo che rimpicciolisce la gigantesca figura del protagonista. Dal punto di vista letterario, nel manoscritto si ha, è vero, un M. meno ripulito e ricercato di quello edito, ma certamente più personale e efficace, meglio servito da uno stile scarno e spontaneo, ma incisivo ed eloquente, che da uno stile da "romanzo", come quello de I miei trentacinque anni.
Nel manoscritto in breve vive e domina il M. storico, apologeta, polemista e missionologo, quale e come egli stesso volle essere.
Tra le opere minori, merita di essere ricordato l'opuscolo De la propagande musulmane ex Afrique et dans les Indes (Parigi 1851), di tale interesse dal punto di vista reli-gioso-politico dell'Africa orientale della metà del secolo scorso, da fare il giro dei banchi diplomatici di Londra e di Parigi. I suoi manoscritti epistolari infine sono un po' dovunque, in Italia, specie nell'Archivio di Propaganda Fide, e all'estero, specie alla Biblioteca nazionale di Parigi, a Tolosa, Lione. Quasi tutti i suoi scritti africani andarono smarriti..
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(fot. Goh. fot. nav.)
Massa Marittima, diocesi di - Fonte battesimale, opera di Giroldo di Gizcomo da Lugano (1267) - Massa Marittima, Duomo.
Bibl.: Originale de I miei 35 anni di missione in alta Etiopia. Processi apostolici del servo di Dio card. G. M. (4 voll.) presso l'Archivio Segreto Vaticano; fournal (inedito; 6 voll.) ed epistolario del b. G. De Jacobis presso l'Archivio della Postulazione dei pp. Lazzaristi (Roma); T. Cahagne, Mémoires historiques ( 6 voll.), inedite come quelle del p. Leon des Avanchers presso l'Archivio dei pp. Cappuccini di Tolosa; A. Jarosscau, L'Ethiopie au Vatican. L'apostolat du card. G. M. et de ses successeurs, in Analecta O.P.M. Cap., 41 (1923), pp. 57-63; id., Précis historique et chronologique des principaux événements depuis la fondation de la mission des Gallas (1846) jusqu'à nos jours, ibid., 43-44 (19271928). Nella letteratura massalana primeggiano E. Martire, M. da vicino, Roma 1937 e E. Coxsani, Vita di G. M., 2 voll., Firenze 1943-44. Sulla testimonianza dejacobiziana, cf. Carmelo da Sessano, Il servo di Dio card. G. M. negli scritti del b. G. De Jacobis, in Italia francescano, 4 (1947), pp. 201-13. Per un'accurata bibliografia, cf. S. Cultures, Gli scrittori italiani e il card. M., Roma 1948.
Carmelo da Sessano
MASSA MARITTIMA, diOCESI di. - Diocesi e città in Toscana. Suffraganea dell'arcidiocesi di Siena, nella regione toscana, si estende lungo la costa tirrenica da Follonica al Forte di Bolgheri, toccando nell'interno i poggi di Monteverdi, dominati dalla diruta abbazia di Palazzuolo, e le Cornate di Gerfalco, e comprende le isole di Elba, Pianosa e Montecristo.
Fino alla seconda metà del 1700 ne fece parte anche l'isola di Capraia. Conta 110.000 ab., dei quali 109.800 cattolici, distribuiti in 33 parrocchie, con 40 sacerdoti secolari e 10 regolari; religiose di vita attiva 155 . Dipendono dall'autorità ecclesiastica 5 orfanotrofi, 2 scuole elementari, 30 scuole materne. Vi è un seminario minore. Il territorio della diocesi è compreso nelle circoscrizioni provinciali: di Pisa per il comune di Monteverdi con due parrocchie, di Grosseto per i due comuni di M. M. e Follonica con quattro parrocchie, di Livorno per 14 comuni con 27 parrocchie, delle quali 14 nell'isola d'Elba.
La diocesi di M.M., in un primo tempo dipendente direttamente dalla S. Sede, con bolla del 22 apr. 1138 di pa