cesi è compreso nelle circoscrizioni provinciali: di Pisa per il comune di Monteverdi con due parrocchie, di Grosseto per i due comuni di M. M. e Follonica con quattro parrocchie, di Livorno per 14 comuni con 27 parrocchie, delle quali 14 nell'isola d'Elba.
La diocesi di M.M., in un primo tempo dipendente direttamente dalla S. Sede, con bolla del 22 apr. 1138 di papa Innocenzo II fu resa suffraganea di Pisa e successivamente di Siena con bolla di Pio II del 1° maggio 1495.
I vescovi risiedettero fino al sec. ix a Populonia e dopo a M. M., ove nel sece. xir e xiri godettero autorità e titolo di principi. Il primo di cui si conosce il nome è Asello, che nel 50 s sottoscrisse gli atti del Concilio romano sotto papa Simmaco.
Titolare della Cattedrale e patrono della città e della
diocesi è s. Cerbonio o Cerbone, vescovo di Populonia, condannato da Totila ad essere sbranato dagli orsi nel 546-47 (s. Gregorio, Dial., I, 15; II, 34-35; la sua vita [BHL, 1728-29] dipende da quella di s. Regolo, che è del sec. VII o VIII [BHL 7102]). Sono pure degni di particolare memoria: s. Fiorenzo (m. nel 545); Paolo, eletto vescovo di Populonia nell'846 e inviato legato pontificio prima in Sardegna poi, con Formoso, presso i Bulgari; Alberto II, che fu vescovo fino al 1230 e compose il primo codice minerario intitolato Ordinamenta super artem fossarum romeriae et argentariae civitatis Massae; Antonio I da Riparia, vescovo di Massa nel 1364 e poi inviato dal papa nel Delfinato a reprimere l'eresia valdese; Giovanni VII, vescovo nel 1391, dotto giurista, cui fu affidato l'incarico di comporre in Polonia la lite fra il re Vladislao e i cavalieri teutonici; Leonardo Dati, vescovo nel 1467, illustre letterato e poeta; Ventura Bufalini, che partecipò alla ultima fase del Concilio di Trento e al suo ritorno iniziò la costruzione di un edificio a sede del Seminario; Alessandro II Petrucci, vescovo nel 1602, che restaurò la Cattedrale, eresse dalle fondamenta l'episcopio, fondò il monastero delle Clarisse di Piombino; Giuseppe Maria Traversi (m. nel 1872), che, primo in Toscana, istituì una cassa di mutuo soccorso tra i rurali. Tra i santi e beati nati o vissuti nella diocesi, vanno ricordati : s. Walfredo, fondatore e primo abate del monastero di Palazzuolo presso Monteverdi, m. nel 764 ; s. Guido della Gherardesca, conte di Donoratico, che visse da eremita nel bosco vicino al suo castello, ove costruì una cappella intitolata a s. Maria Assunta, e morl verso il 1134. Fra tutti eccelle s. Bernardino degli Albizzeschi, detto s. Bernardino da Siena (v.: 1380-1444). Tra i beati dei vari Ordini religiosi sono da menzionare i francescani b. Ambrogio (m. nel 1239), b. Giacomo (m. nel 1366), b. Bernardo (m. nel 1241), e l'agostiniano Felice Tancredi, discepolo di s. Caterina da Siena e autore di un poemetto in versi sull'infanzia di Gesù.
La sede della diocesi, M. M., è una caratteristica cittadina medievale, che conserva quasi intatte le sue mura, e annovera monumenti insigni, quali la Cattedrale di stile romanico, costruita nel sec. xiri in attestato di riconoscenza del libero Comune massetano al vescovo-principe che aveva rinunziato ai suoi diritti feudali; fra le sue opere di arte il fonte battesimale, scolpito in travertino locale nel 1265 dai Maestri comacini, e l'arca marmorea per la reliquie di s. Cerbone, capolavoro del senese Goro di Gre-
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gorio (1324). Altri monumenti : il Palazzo comunale e quello pretorio dal sec. xili. Oltre M. M., i centri maggiori della diocesi sono: Piombino, sede di un principato fino all'inizio del sec. xix ed ora la città più popolata della diocesi, e Portoferrsio nell'Isola d'Elba. La popolazione, dedita prevalentemente all'agricoltura, all'industria mineraria e siderurgica, dal secolo scorso si è triplicata, in seguito soprattutto alla bonifica della Maremma e allo sviluppo industriale. - Vedi tav. XXIV.
Bibl.: Lanzoni, I, p. 557 sgg.; L. Petrocchi, M. M., Firenze 1500; P. Tovsca, Storia dell'arte italiana. Il medio evo, Torino 1927, pp. 55. 575,684, 786, 820 ; Cottinous, II, col. 1784.
Enrico Lombardi
MASSA MAR-
TANA. - Cittadina nell'Umbria che derivò il nome dal "Vicus Martis Tudertium». G. Sordini scoprì presso M. M. un cimitero sotterraneo tutto devastato.
La Passio di una santa Illuminata che sarebbe stata sepulta presso M. M. è destituita d'ogni autorità (Analecta Bullandiana, 42 [1924], pp. 430-31). Così pure deve dirsi della
Passio dei ss. Fidenzio e Terenzio (BHL, 2927, b e d) e di quella di un presunto vescovo Felice della "civitas Martana ".
Bibl.: G. Sordini, Di un cimitero sotterraneo nell'Umbria, Spoleto 1903; Lanzoni, I, pp. 421-23, 484-87. Enrico Josi
MASSARELLI, ANGELO. - Vescovo, n. a Sanse-verino-Marche nel 1510, m. a Roma il 17 luglio 1566.
Laureatosi in ambo i diritti, stette al servizio di cardinali ed in particolare con Agostino Trivulzio; segul como segretario nelle sue legazioni Girolamo Aleandro, quando questi nel 1538 fu creato cardinale. Morto l'Aleandro tenne lo stesso ufficio presso il card. Marcello Cervino, e quando questi fu inviato come legato al Concilio di Trento, fu dapprima in via provvisoria segretario del Concilio, ed in quest'ufficio continuò sino alla chiusura del Concilio stesso, con soddisfazione di tutti per la sua abilità ed imparzialità. Nel frattempo Paolo IV, che lo ebbe alla sua corte, lo nominò vescovo di Telese il 15 dic. 1557. Restano di lui, oltre le lettere che scrisse, i sette Diaria sacra Oecumenici Concilii Tridentini, documento sicuro degli avvenimenti dal 22 febbr. 1545 al 30 nov. 156 r .
Bibl.: I Diaria furono editi da S. Merkle, Concilium Tridentinum. Diariarum, actarum... nova callectio, I-II. Friburgo in Br. 1901, con ampia introduzione biografica e critica sul M. Cf inoltre H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, I, Brescia 1949, p. 411 sgg.
Carlo Angelori
MASSARI, Ambrogio: v. ambrogio da cori.
MASSARI, Giorgio. - Architetto, n. a Venezia nel 1686 ca., m. ivi nel 1766. Si formò nell'ambiente veneziano del primo '700, quando, morto il Longhena, il Tirali iniziava un deciso ritorno al Palladio sia pure attraverso l'equivoco dell'accademismo scamozziano.
Dello Scamozzi, quale primo maestro del Longhena, il Massari risente nel Palazzo Grassi-Stucky in Canal Grande; altre volte, più felicemente, si accosta al Palladio non tanto per dedurne una inerte regola astratta, quanto una misura di sicuro equilibrio, con la quale temperare i deprecati eccessi secentisti. Certo garbato
nitore, una mossa fluidità di piani ancora "rococò", pur nella evidente razionalistica chiarezza, determinano sobria e contenuta eleganza, lontana così dall'enfasi dei longheniani come dalla freddezza neoclassica.
Opere: 1720 ca.; Palazzo Pola a Barcon; 1727: lavori Ospizio Catecumeni (Venezia); 1730 ca.: rinnovata sala nella Scuola di S. Giovanni Evangelista (Venezia); 1735 ca.; S. Antonio (Udine); 1736 ca.: I Gesuati (Venezia); 1728-36: S. Marcuola (Venezia); 1745: La Pietà (Venezia); 1720-46: Chiesa della Pace (Brescia); 1750: Altare del Sacramento (Padova, Duomo) già iniziato da G. Gloria; 1750-53: Cappella maggiore della chiesa della Fava (Venezia); 1754: terminato Palazzo Rezzonico; 1763: Cappella del Crocefisso (Badia di Curzola); 1730-64: Cappella maggiore della chiesa dei Filippini (Vicenza). Opere attribuite: Venezia: sistemazione fabbrica dell'Orologio-Palazzo Gradenigo (Rio Mario), Palazzo Tiepolo (Campo S. Polo), Palazzo Civran (Canalgrande), S. Giovanni in Oleo (ca. 1762), Le Penitenti (1763).
Bibl.: G. Lorenzetti, Guida di Venezia, Venezia 1926, v. indice; anon., s. v. in Thieme-Becker, XXIV, p. 217; V. Moschini, G. M. architetto, in Dedalo, 3 (1932), p. 198-229; G. De Logu, Architetti italiani del '700, II, Firenze 1935, p. 53; M. Zaccaria, G. Frigimelica, Roma 1942, p. 50-54.
Franco Barbieri
MASSARINI, Ippolito. - Servita, teologo, n. a Lucca ca. la metà del sec. xvi, m. a Roma nel genn. 1604. Insegnò teologia in vari luoghi, specialmente all'Università di Ferrara, per 25 anni. Fu anche oratore fecondo, e, per due volte, provinciale. Innocenzo IX, che si era servito di lui quando era nunzio a Venezia, lo chiamò a Roma e lo costituì suo teologo. Di lui si servì anche Clemente VIII nella controversia de auxiliis. A 54 anni fu eletto vescovo di Irsina.
Scrisse, fra l'altro, un trattatello De voto paupertatis e una Vita di s. Filippo Benizi (Venezia 1566). Per ordine di Clemente VIII, tutti i suoi scritti vennero conservati nella Biblioteca Vaticana.
Bibl.: A. Piermei, Memorabilium S. Ordinis Serv. B. V. M. breviarium. IV, Roma 1934, p. 174 sgg. Gabriele Roschini
MASSĖBHĀH. - Cippo, grossa pietra eretta (dal verbo näsab «drizzare»; Settanta : α τ η̂ λ η, λ lōos α varkappa ω- π dot{ς} ς, ūnber α π ς, Ez. 26, 11; Volgata: titulus, lapis, statuae). Nella Bibbia è commemorativo di un beneficio divino (Gen. 28, 18. 22; 31, 13; 35, 14), o di un patto (tra Giacobbe e Laban: Gen. 31, 45. 51 sg.; del patto del Sinai : Ex. 24, 4); è simbolo del culto del vero Dio (Is. 19, 19). Come stele funeraria (II Sam. 18, 18; Gen. 35, 20), è in uso ancor oggi tra i musulmani. La m. era spesso una stele idolatrica, accanto alla 'äšērah e all'altare, nei santuari cananei o alture sacre (Ex. 32, 24; 34, 13; Deut. 7, 5; 12, 3; Ier. 43, 13; in Ez. 26, 11 "colonne protettrici", come quelle all'ingresso del tempio di Melkare a Tiro).
Le m. erano disposte ad intervalli eguali, su una linea spesso orientata nord-sud. Il numero variava: a Gezer ne restano 10 in un santuario, 4 in un altro; a Thanac 2 soltanto; nei santuari di campagna è probabile ve ne
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fosse una sola. Le più ordinarie avevano le proporzioni di un uomo; a Gezer ve ne sono di ca. 3 metri; alcune sono levigate per i baci e le unzioni ricevute da secoli; altre rozze. Non è chiara la loro relazione con la divinità; se dimora o simbolo di essa. La Legge pertanto le proibiva (Lev. 26, 1; Deut. 16, 22). Si trovano tuttavia nelle bámôtó o santuari in onore di Jahweh (I Reg. 14, 23; II Reg. 17, 10; 18, 4; 23, 14; II Par. 14, 2; 31, 1; Os. 3, 4; 10, 1 sg.; Mi. 5, 12); e anche in onore di Baal (II Reg. 3, 2; 10, 26 sg.). In Is. 6, 13 la m. è un tronco d'albero, privo dei rami. Distinte dalle m. son le stele solari in onore di Baal: bammânîm (Lev. 26, 30; Is. 17, 8; 27, 9; Ez. 6, 4.6; II Par. 14, 4; 34, 4.7), poste al di sopra dell'altare.
BibL.: M.-J. Lagrange, Etudes sur les religions sémitiques, 2° ed., Parigi 1905, pp. 201-202, 211 sg.; H. Vincent, Canaan d'après l'exploration récente, ivi 1907, pp. 96, 102 sgg., 140; L. Desnoyers, Histoire du peuple hébreu, I, ivi 1922, pp. 231-36; A. Clamer, La Ste Bible, ed. L. Pirot, II, ivi 1940, pp. 192 sg., 197 sg., 363 sg.; F. Spadafora, Ezechiele, Torino 1948, pp. 63 sg., 204 sg. Francesco Spadafora
MASSENZIO, Giovanni. - Tra i monaci antimonofisiti di Tomi (provincia della Scizia) che apparivano nel 519 a Roma e Costantinopoli, difendendo la formola teopaschita "Unus ex Trinitate passus est" e chiedendo la condanna di Fausto di Reji come pelagiano, si trovò un certo Giovanni con il cognome M.
Questi consegnò ai legati di papa Ormisda, arrivati nel 519 a Costantinopoli per una conciliazione nella questione dello sciama acaciano, una Epistola ad legatos Sedis Apostolicae (PG 86, 75-86). Dopo l'insuccesso di questa azione e di un intervento personale a Roma, i monaci si rivolsero con più fortuna ai vescovi africani, esiliati in Sicilia, con l'Epistola de Incarnatione et Gratia (PL 62, 83-92), opera non di M. ma di Pietro Diacono. Il Papa si lamentò nel 520 , in una epistola, della condotta di questi monaci, dichiarando che non Fausto ma Agostino era il maestro della Grazia. A tale lettera M. rispose con una acerba Responsio (PG 86, 93-112). M. è autore di un dialogo Contra nestorianos (PG 86, 1, 115-58); era uno studioso che conosceva ugualmente bene la teologia orientale ed occidentale. Si vede in lui l'ispiratore dei cann. r-8 del Sinodo di Orange (529).
BibL.: R. Altaner, Der griechische Theologe Leontios, in Theol. Quartalschrift, 128 (1947), p. 147 sg.; sui monaci sciti in genere v. V. Schurr, Die Trinitätslehre des Boethius, Paderborn 1935, p. 127 sg.; R. Devreesse, Essai sur Théodore de Moponetie, Città del Vaticano 1948, p. 176 sg. Sull'influenza sui canoni di Orange v. D. M. Cappuyns, L'origine des «Capitula» d'Oranges, in Recherches de théologie ancienne et médiévale, 6 (1934), pp. 121 sg.
Erik Peterson
MASSENZIO (Marcus Aurelius Valerius Maxentius), IMPERATORE ROMANO. - Regnò dal 28 ott. 306 al 28 ott. 312. Figlio di Massimiano, quando questi dovette insieme con Diocleziano abdicare nel 305, rimase privato cittadino. Ma quando le milizie della Gallia e della Britannia proclamarono imperatore Costantino e Galerio, unico Augusto, lo riconobbe come Cesare, M., e forse anche più di lui le coorti pretorie di Roma presero coraggio e M. fu gridato imperatore.
Il pericolo che le violenze soldatesche si moltiplicassero, e il fatto che un imperatore a Roma destava più preoccupazioni che uno in Gallia, decisero Galerio ad agire. Il Cesare Severo fu incaricato di marciare su Roma e di por fine alla usurpazione. M. pensò che ottimo riparo per lui sarebbe stata la persona del padre, e Massimiano, che malvolentieri aveva deposto la porpora, acconsentì a riprenderla. I soldati di Flavio Severo non si sentirono di combattere contro il loro antico Imperatore e disertarono in cosi grande numero, che Severo dové fuggire e chiudersi a Ravenna; dove si arrese poi a Massimiano, e fu tenuto prigioniero presso Roma. M. assunse allora senz'altro il titolo di Augusto. Galerio non poteva rimanere sotto l'onta di un tale scacco, e

(da J. J. Bernoulli, Bismische Ikonographie, II, Stoccarda 1888, t. 2, nn. 9 c 86)
Massenzio, imperatore romano - Monete.
mosse egli stesso contro M., ma con non migliore fortuna di Severo, ché dinanzi alla ben allestita difesa di Roma dovette retrocedere.
Ma avendo Diocleziano, nel Convegno di Carnunto del 308, obbligato Massimiano a nuovamente abdicare, e fatto riconoscere Augusti Galerio e Licinio, e Cesari Massimiano Daia e Costantino, M. non fu più che un ribello, un usurpatore da eliminare. Sembra che la punizione dovesse venire dagli umori malfidi delle milizie africane, che gridarono imperatore L. Domizio Alessandro, vicario del presfectus preetoria d'Africa, e anche dall'intraprendenza di Costantino, che dalla Gallia portò le proprie milizie in Spagna. La perdita dell'Africa e della Spagna significavano la fame a Roma, e M. dovette decidersi ad agire. Inviò in Africa il proprio prefetto Ceionio Rufio Volusiano che non trovò difficoltà a vincere e uccidere Domizio Alessandro. Ma stolta fu la spietata ferocia con la quale l'Africa fu punita. Era intanto morto Galerio (311) e sempre peggiori erano diventate le relazioni tra M. e Costantino. Non è molto chiaro quale fu l'occasione dell'apertura delle ostilità; parrebbe però che l'iniziativa sia stata di Costantino, che scese rapidamente in Italia e vinse facilmente cosi piccoli reparti massenziani in Piemonte come un più potente nucleo di forze a Verona. M., che non aveva mai dimostrato qualità militari, aveva pensato di tenersi chiuso entro Roma, allora ben munita di mura e largamente provveduta di viveri. Ma all'ultimo momento usci dalla città e si recò incontro a Costantino. Lo scontro avvenne a Sesa Rubra sulla Via Flaminia, a poca distanza dal pons Milvius, nonostante la strenua difesa dei pretoriani che terminarono cosi con onore la loro burrascosà esistenza. M. fu vinto, e nella fuga annegò nel Tevere.
Tutta la tradizione pagana e cristiana è avversa a M., e lo dipinge come un pessimo e uno spregevole tiranno. Cosi suole avvenire ai vinti, non solo, ma l'insegna che Costantino diede ai suoi soldati fece considerare il fatto d'armi come grande vittoria cristiana su M., pagano certo fino all'ultimo, ma non persecutore.
Non è possibile riconoscere a M. grandi qualità, ma il senso solenne di grandiosità che egli diede alle sue costruzioni in Roma, la cura efflcentissima che ebbe per le grandi vie d'Italia e d'Africa, l'affetto che mostrò per il proprio figlio Romolo, mortogli in giovane età, lo fanno vedere in qualche cosa almeno migliore della sua fama.
BibL.: E. Groag, s. v. in Pauly-Wissova, XIV, col. 2417 seg. Sulla politica religiosa di M. verso i cristiani, v. A. Pincherle, La politica ecclesiastica di M., in Studi di filologia classica, nuova serie, 7 (1929), pp. 131 sgg.; E. Caspar, Geschichte des Papsttums, Tubinga 1930, p. 101 sgg. Roberto Paribeni
MASSIAS, JuAN, beato. - Domenicano, n. a Ribera (Plasencia) il 2 marzo 1585, m. a Lima il 17 sett. 1645 . Spinto dal desiderio di sentirsi maggiormente straniero sulla terra, partì per il Perù (1620) e li dopo due anni vestì l'abito dei fratelli conversi nel Convento di S. Maria Maddalena di Lima (23 genn. 1622). Per tutta la vita esercitò l'ufficio di portinaio nel medesimo convento.
Esempio di ogni virtù edificò tutti quelli che lo conobbero. Amico dei poveri, conversava volentieri con essi cercando ogni mezzo per sollevarli dalle loro miserie. Dotato del dono della discrezione degli spiriti e
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di una rara prudenza, fu consigliere illuminato. Amante della penitenza, desiderò ardentemente il martirio. Compl miracoli in vita e in morte. Fu in stretta amicizia con il b. Martino de Porres. Il suo culto fu approvato da Gregorio XVI ( 22 ott. 1837). Festa il 18 sett.
BibL.: G. Cipolletti, Vita del b. G. M., Roma 1837; anon., Le b. 7. M., in Anuće dominicaine, ott., I, Lione 1902, pp. 71-90; Acta Cap. Gen. O. P., IX, ed. B. Reichert (Monum. O. P. hist., 14), Roma 1904, pp. 317-18, 394; I. Taurisano, Catalogus hagiographicus O. P., ivi 1918, p. 60 ; P. Alvarez, Santos, Bienaventurados, Finvenbles de la Ordea de los Predicadores, I, Santos, Vergara 1920, pp. 728-44. Alfonso D'Amato - Abele Redigonda
MASSILLON, Jean-Baptiste. - Figlio d'un notaio, n. a Hyères in Provenza il 24 giugno 1663, m. a Beauregard il 18 sett. 1742. Entrò nel 1681 nella Congregazione dell'Oratorio (fu ordinato sacerdote nel 1692), dedicandosi all'insegnamento nei Collegi di Pézenas e di Montbrison e nei Seminari di Vienne e di St-Magloire, a Parigi. Dopo i primi successi oratori riportati in provincia, la sua fama di predicatore venne consacrata dal quaresimale tenuto nel 1699 nella chiesa parigina dell'Oratorio.
Per un ventennio durò, a Parigi ed alla corte, la sua attività ininterrotta di predicatore sacro, fino ai dieci sermoni del Petit carême pronunciati nel 1718; nel 1719 gli si spersero anche le porte dell'Accademia. Due anni prima, il 6 nov. 1717, era stato designato vescovo di Clermont; consacrato alla fine del 1718 , per un biennio ancora fu trattenuto nella capitale dei negoziati per ristabilire la pace nella Chiesa francese, profondamente turbata dalla promulgazione della bolla Unigenitus, e per i quali la sua fama, la sua eloquenza, la sua moderazione furono di non piccolo aiuto. Dopo aver partecipato alla consacrazione episcopale del ministro Dubois, che quei negoziati aveva in gran parte voluti e manovrati, si ritirò definitivamente nella sua diocesi, fino alla morte.
La sua opera oratoria, raccolta parzialmente da un nipote appartenente alla sua stessa Congregazione, differisce nettamente da quella dei suoi grandi predecessori del sec. xvir non tanto per lo stile più elaborato ed ingegnoso quanto per una tendenza a porre in primo piano i postulati della morale, ad analizzare e compulire melanconie, scoraggiamenti, debolezze del cuore umano. I contemporanei ed in genere gli uomini del Settecento, a cominciare dallo stesso Voltaire, sentirono ed apprezzarono l'eloquenza di M. come più vicina alle loro stesse esigenze, alla propria sensibilità letteraria, meno impetuosa, più duttile ed avvincente anche nell'espressione. Di qui l'origine delle grande fortuna di M.
Opere: Sermons (a cura del nipote p. Joseph Massillon, 9 voll., Parigi 1745); Oeuvres (con notizie preliminari di L. P. Béranger, 15 voll., Lione 1810); Oeuvres complètes ( 14 voll., Parigi 1818; nuove edd. 1822-25, in 15 voll., e 1828-29, in 16 voll.); Oeutres complètes col. lazionate sui manoscritti e corredate di note, varianti, notizie e documenti da E. A. Blampignon (3 voll., Bar-le-Duc 1865-67 e Parigi 1886).
BibL.: E. A. Blampignon, M. d'après des documents inédits, Parigi 1879; id., L'épiscopat de M., d'après des documents inédits, suivi de sa correspondance, ivi 1884; B. Attaix, Etude sur M. suivie de documents inédits, Tolosa 1883; A. A. Pauthe, M., sa prédication sous Louis XIV et sous Louis XV, Parigi 1908; A. Chervl, De Télémaque à Candide, ivi 1933, p. 252 sgg.; E. Paviez, Réalisme et modernité de l'éloquence et de l'action de M., in Revue apologétique, 60 (1935), pp. 278-91, 682-97. Enzo Bottasso
MASSIMA, DOMITILLA e SECONDA, sante, martiri. - Sono commemorate nel Martirologio geronimiano, d'accordo con il Calendario cartaginese, il 30 luglio. Esiste una Passio composta nel sec. v, ma che certamente è il rifacimento di una più antica che doveva riguardare solamente M. e D.
L'attuale redazione proviene da un ambiente donatista e S. vi è stata aggiunta perchó forse commemorata lo stesso giorno delle prime due. Durante la persecuzione di Diocleziano il proconsole Anulino si presentò nella possessio Cephalitana presso Thuburbo promulgando
l'editto di sacrificare. Tutta la popolazione impaurita apostatò in massa eccetto due giovanette, M. e D., le quali perciò furono arrestate. Condotte in città e persistendo nella loro fede, furono condannate alla decapitazione. Mentre erano condotte al supplizio, S., spinta dal desiderio del martirio, in un impeto di fede si precipitò da una finestra e morì.
Bibl.: H. Quentin, Les martyrologes historiques du moyen âge, Parigi 1908, p. 329 sg.; P. Franchi de' Cavalieri, Della - Passio Sanctarum M., D. et S. s, in Note agiografiche, VIII (Studi e testi, 65), Città del Vaticano 1935, pp. 75-97; H. Dedebaye, Contributions récentes à l'hagiographie de Rome et d'Afrique, in Anal. Ball., 34 (1936), pp. 296-300; Martyr. Hieronymianum, p. 405; Martyr. Romanum, p. 314. Agostino Amore
MASSIMIANO di Cartagine. - Autore di uno scisma nell'interno del donatismo (v.), in cui era diacono, a Cartagine.
In dissenso con il suo vescovo Primiano, e da lui condannato, gli suscitò contro altri, i quali, convenuti a Cartagine in numero di 43 , lo condannarono: sentenza confermata in altro Concilio, di più di 100 vescovi, a Cebarsussi. Deposto Primiano, M. si fece ordinare in sua vece, ma un Concilio di 310 vescovi a Bagai (spr. 394) assolse Primiano, condannando invece M. e i 12 che lo avevano ordinato, dando agli altri un termine per ritornare all'unità della setta. Quindi i "primianisti" ricorsero alle autorità per farsi consegnare le chiese dai "massimianisti" (allo stesso M. fu tolta una casa in Cartagine), forti soprattutto nella Bizacene e nella Tripolitania.
Alcuni resistettero, e furono perseguitati, come Salvio di Membressa. Due, Feliciano di Musti e Protestato di Assuras, dovettero cedere alla violenza di Ottato di Thamugadi, ma vennero reintegrati, nonostante che al posto del secondo fosse già stato ordinato un Rogato (divenuto poi cattolico e mutilato della lingua e di una mano). Dell'origine di questo scisma, del fatto che i "primianisti" non esitarono a rivolgersi alle autorità, e che non contestarono la validità del Battesimo conferito dai "massimianisti" si valse con grande abilità a. Agostino, cui si devono queste notizie, per rinfacciare ai donatisti la contraddizione tra quanto essi rimproveravano ai cattolici e la loro propria condotta verso questi altri dissidenti.
BibL.: per i passi di s. Agostino cf. le opere antidonatiste, in CSEL, 21-23 (cf. indice, 23, p. 318 sgg.); altre indicazioni (specie di lettere e sermoni) in P. Monceaux, Hist. littér. de l'Afrique chrét.: et Augustin et le donatisme, VII, Parigi 1923; v. anche : DONATIENO. Alberto Fincherle
MASSIMIANO (M. Aurelius Valerius Maximianus), imperatore romano. - N. di umili natali in Pannonia, soldato in uno dei periodi di più energica e fortunata ripresa del prestigio militare romano sotto gli imperatori Aureliano e Probo, commilitone di Diocleziano e da lui aiutato nella sua carriera, si che ne sentì la superiorità, e gli si mostrò sempre devoto.
Le fonti antiche che lo riguardano, sono di scarso valore, perché vanno dalle lodi spesso eccessive delle orazioni di Mamertino (v. Panegyrici Latini, II, III e VI) ai giudizi di asprezza, forse esagerata, dei pochi storici del tempo i quali non cessano di insistere sulla rozzezza, ignoranza, impulsività, grossolana inesperienza, puerile avidità di onori di lui.
Quando Diocleziano, morti Caro, Numeriano e Carino, non trovò più nessuno a contrastargli l'Impero, ebbe però subito a provvedere e non poche gravi e urgenti necessità, non ultima quella dei gravi disordini delle province galliche, alle quali ripetute invasioni barbariche e lotte interne di usurpatori avevano procurato enormi danni. Occorreva stroncare il malanno, e a questo fine Diocleziano nominò Caesar M., e lo inviò con forze militari in Gallia. M. fece ottima prova e, in seguito a ciò, fu associato all'Impero col titolo di Augustus.
Lasciato alla tutela di tutte le province occidentali, M. ebbe ancora vittorie sui Germani di oltre Reno, specialmente sui Franchi, mentre un suo generale, Carausio,
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(fei, Anderen)
Massimiano, arcivescovo di Ravenna, santo Monogramma di M.: aMaximianus episcopus a. Particolare della cattedra di M. a Ravenna, Arcivescovado.
attendeva con successo alla polizia dei mari settentrionali infestati dalla pirateria. Però Carausio, fidando nelle sue forze navali, passò in Britannia, e si fece acclamare imperatore; M. non riusci a reprimere l'usurpazione. Se non proprio per questo insuccesso, certo in questo tempo Diocleziano pensò di creare due Cesari, Galerio e Costanzo Cloro ( 1 marzo 293), il secondo dei quali rimase in Gallia, e portò a buon fine l'impresa contro Carausio.
M. intanto si tratteneva a Milano, o guerreggiava in Africa contro i Quinquegentani e altre tribù ribelli. Nel 303, celebrandosi i vicennalia di Diocleziano, M. fu con lui in Roma, celebrandovi un trionfo e i ludi saeculares iniziati nel 298. Nel 305 si sarebbero dovuti celebrare i vicennalia di M., ma la festa fu amareggiata dalla abdicazione che Diocleziano 'volle, e impose anche al molto riluttante collega ( 1 maggio 305), per far posto, secondo il sistema della a tetrarchia ", si due Caesares. L'irregolare proclamazione a imperatore di Costantino per opera dei soldati di Gallia e di Britannia invogliò Massenzio (v.), figlio di M., a farsi acclamare imperatore e ad insistere presso il padre, perché riassumesse la porpora imperiale. M. accettò, e la presenza di lui presso il figlio fece sì che andassero a vuoto le spedizioni di Flavio Severo e di Galerio contro Massenzio. M. insisté molto con Diocleziano, perché a ricondurre l'ordine e la pace anch'egli riassumesse il potere imperiale, ma invano; anzi nel convegno di Carnunto Diocleziano impose a M. una nuova abdicazione. Tornato privato cittadino, e in non buone relazioni col figlio, si rifugiò in Gallia presso Costantino, al quale aveva dato in moglie la propria figlia Fausta. Ma anche là, ripreso da irrequiete velleità di dominio, fu dal genero preso in sospetto, e in modo non del tutto chiaro fatto scomparire.
Buon soldato, ma nulla più che questo, fu tuttavia buon esecutore delle direttive di Diocleziano. Ai cristiani non fu benevolo, si che nella sua parte d'Impero le disposizioni dell'editto di persecuzione di Diocleziano furono applicate severamente.
Bibl.: O. Seeck, Geschichte des Untergangs der antiken Welt, I, Berlino 1895, pp. 21-105; E. Stein, Geschichte des spätrömischen Reiches, I, Vienna 1928, pp. 94-143; M. Besnier, L'empire romain de l'avènement des Sévères au Concilie de Nicée, Parigi 1937; W. Seston, Disclétien et la jétrarchie, Parigi 1948; A. Passerini, Osservazioni su alcuni punti della storia di Diocleziano e M., in Acme, I (1948), p. 131 sgg.
MASSIMIANO, arcivescovo di Ravenna, santo. - Diacono della Chiesa di Pola, n. nel 498, m. a Ravenna il 21 febbr. 556. Dalla natia Istria passò alla corte di Costantinopoli. Il 14 ott. 546, in Patrasso d'Acaia, da papa Vigilio, per volere di Giustiniano, fu consacrato vescovo di Ravenna. Prima di questa data, quel poco che si sa della sua vita è intessuto di leggenda. Agnello di Ravenna ha inserito nel suo Liber pontificalis alcune righe di M., che sono quanto rimane dei suoi scritti, come pure ha ricordato una missione del medesimo ad Alessandria, prima di ascendere all'episcopato, forse per dirimere beghe e questioni teologiche.
Ma a Ravenna la personalità di M. è viva nella storia ecclesiastica e nei monumenti della città. Prima inviso al clero ed al popolo, che nella lotta dei "tre capitoli" si era schierato nella quasi totalità in favore della parte scismatica e vedeva quindi in M. il pastore imposto dalla corte bizantina per stroncare quest'atteggiamento scismatico, M. riusci nel suo intento, così da esser, in seguito, considerato come il vescovo ideale. Unico metropolita in Italia fedele a Vigilio, la sua opera sorpassò i confini della sua Chiesa e della sua provincia, estendendosi ai ter-ritori delle provincie ecclesiastiche di Milano e di Aquileia, con puntate anche nel territorio della dizione metropolítica romana. Primo in Occidente assunse, dopo il 549 e prima del 554, il titolo di archiepiscopus, con un significato ben più ampio di quello odierno: non semplice metropolita, ma capo di un gruppo di metropoli. Si deve a lui la consacrazione delle celeberrime basiliche ravennati di S. Vitale e di S. Apollinare in Classe, che adornò di splendidi musaici. Nella prima, nel grande quadro storico di sinistra, vicino a Giustiniano, ancora oggi si ammira la figura del vescovo "alto di statura, esile di corpo e macilento, con i pochi capelli che gli fanno corona", e che guarda con "gli occhi glauchi", come lo descrive l'Agnello. In Ravenna, per sua volontà, sorse anche la basilica in onore del protomartire Stefano, in cui depose reliquie del titolare e di altri 20 santi, e fu rinnovata quella di S. Andrea Maggiore: l'una e l'altra oggi scomparse. In Pola rimase famosa la basilica di S. Maria Formosa, di cui oggi resta ben poca cosa.
Della sua munificenza è testimone la nota cattedra d'avorio, che reca il monogramma interpretato Maximianus episcopus. Da lui ebbe inizio quel patrimonio istriano, che nei secoli successivi rese celebre e ricca la chiesa di Ravenna sulla sponda orientale dell'Adriatico. Un'attività poco nota ed ancora poco studiata di M. è quella ricordata da Agnello, che riguarda la sacra liturgia.

(fei, Anderen)
Massimiano, arcivescovo di Ravenna, santo - M. tra un dignitario di corte e un diacono. Particolare del mosaico del corteo di Giustiniano (sec. vi). Ravenna, S. Vitale.
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Fu deposto nella basilica di S. Andrea Maggiore; il suo nome è inserito nel Martirologio romano al 21 febbr.
Bibl.: Agnello, Liber Pontificalis Ecclesine Ravennae, ed. A. Testi-Rasponi in RIS, II, II, Bologna 1923, pp. 186-213; H. Rubel, Historiarum Ravennatum libri decem, Venezia 1589, pp. 157-69; G. Fabri, Le sagre memorie di Ravenna antica, Venezia 1664, p. 429; P. P. Ginanni, Memorie storico-ortiche degli scrittori ravennati, II, Fscnza 1769, pp. 35-40; G. L. Amadosi, Le malstitum Ravennatum chronotaxim, Fscnza 1783, pp. 161-62; A. Testi-Rasponi, Annotazioni sulla storia della chiesa di Ravenna dalle origini alla morte di s. Gregorio Magno, in Felix Ravenna, 23 (1929), pp. 29-49; C. Mohlberg, Maximianus von Ravenna und die orientalische Quelle des Martyr. Hieronymianum, in Oriens Christianus, 19 (1933), pp. 147-52; C. Cecchelli, La cattedra di M., Roma 1536; Martyr. Romanum, pp. 69-70; G. Lucchesi, Nuove note agiografiche ravennati, Fsenza 1943. Mario Mazzotti
MASSIMILIANO, santo, martire. - Di questo martire era conservato il nome negli antichi martirologi con varianti e incertezze d'identificazione. Nel 1680 furono pubblicati per la prima volta ad Oxford gli atti autentici (BHL, 5813).
M., figlio di un Vittore soldato, fu martirizzato a Tebeste in Numidia, il 12 marzo del 295, in seguito al rifiuto al proconsole Dione di prestare servizio nell'esercito romano. M. stimava incompatibile il servizio militare con la sua professione di cristiano. Il suo corpo, trasportato nella vicina Cartagine da una matrona di nome Pompeiana, fu sepolto presso il martire Cipriano. Nel Martirologio romano è riportato erroneamente col nome di Mamiliano quale martire romano.
Bibl.: Acta SS. Martii, II, Parigi-Roma 1865, p. 103; T. Ruinert, Acta Martyrum, Ratisbona 1839, pp. 340-42; H. Delehaye, Les passions des martyrs et les genres littéraires, Bruxelles 1921, pp. 104-10.
Emanuele Romanelli
MASSIMILIANO I di Wittelsbach, duca ed elettore di Baviera. - N. a Monaco il 17 apr. 1573, m. a Ingolstadt il 27 sett. 1651. E una delle figure più cospicue del movimento di reazione cattolica tedesca nell'età della Controriforma. Successe nel Ducato al padre Guglielmo nel 1597 e ne continuò l'opera diretta alla restaurazione del cattolicesimo in Baviera, con l'aiuto della Compagnia di Gesù.
Fondazioni di scuole, collegi, seminari, confraternite, contribuirono a dare di nuovo alla Baviera il vecchio aspetto cattolico, in un regime di severa tutela del Duca. Nel 1603 l'Imperatore lo incaricò di intervenire a Donauwörth per ristabilire il culto cattolico voluto dalla minoranza contro la maggioranza luterana della popolazione. M. occupò la città e la tenna. Quando nel 1608 l'elettore palatino Federico V, in difesa del luteranesimo creò l'Unione evangelica dei principi, M. contrappose subito la Lega cattolica con l'appoggio del Papa e del Re di Spagna (1609). Il conflitto tra le due organizzazioni non scoppio però aperto, perché ai protestanti venne meno l'appoggio di Enrico IV di Francia (m. nel 1610). Però nel 1619, scoppiata la ribellione religiosa in Boemia, Federico vi fu chiamato e proclamato re dai Boemi ribelli; ma a sua volta comparve con le armi della Lega cattolica in difesa dell'Imperatore e riportò la vittoria della Montagna Bianca ( 8 nov. 1680). La ricompensa fu la concessione dell'elettorato tolto al ribelle Federico V; la spedizione imperiale nel Palatinato del 1623 riconfermò la concessione. M. rimase durante tutta la guerra dei Trent'anni al fianco dell'Imperatore, pur trattando segretamente con il Richelieu quando le affermazioni assolutistiche di Ferdinando II gli parvero pericolose per l'indipendenza del suo Stato. Nella pace di Westfalia seppe assicurarsi l'acquisto del Palatinato.
Bst.: F. Stieve, Das kirchliche Poliestregiment in Bayern unter Maximilian I., Monaco 1876; id., Die Politik Bayerns (1591-1607), ivi 1878; id., Kürfürst Maximilian I. von Bayern, ivi 1882; F. Bezold, Kaiser Rudolf II. und die Heilige Liga, ivi 1886; H. Stöcklein, Das Papstschwert des Kürfürsten Maximilian I. von Bayern, Gotha 1931; W. Goetz, Die Politik Maximilian I. von Bayern und seiner Verbündeten 1612-51, 3 voll., Lipsia 1942.
Francesco Cognasso
MASSIMILIANO I d'Asburgo, re dei Romani ed imperatore eletto. - N. a Vienna il 22 marzo 1459,

Ida A. Neumayer, Dürer, Parigi 1681, tace. 27. Massimiliano I d'Asburgo - Disegno di A. Dürer (1318). Vienna, Albertina.,
da Federico III di Asburgo e Eleonora di Portogallo. Secondo trattative già corse tra l'Imperatore ed il duca di Borgogna Carlo il Temerario, nell'ag. 1477 sposò la figlia del Duca, Maria, salvando lo Stato borgognone dalle aspirazioni annessioniste del re di Francia Luigi XI.
La guerra tra M. ed il Re culminò nella battaglia di Guinegatte (1479) vinta da M. e si compose con la pace di Arras ( 23 dic. 1482). M. che ora, morta improvvisamente la consorte, teneva la reggenza per il figlio primogenito Filippo (n. nel 1478) acconsentil a dare al delfino Carlo in sposa la figlia Margherita (n. nel 1480) assegnando in dote l'Artois, la Franca Contea, il Maconnais, e rinunciando invece alla Piccardia ed alla Borgogna già occupate dal Re. Il trattato però riconosceva l'esistenza di un conflitto tra la casa di Francia e quella d'Abburgo, attorno al destino dell'eredità di Carlo il Temerario. Dal governo dei domini del figlio, M. fu distolto nel 1486 quando il padre Federico III aderì alle insistenze dei principi tedeschi perché il figlio venisse proclamato re dei Romani ed assumesse il governo dell'Impero nella speranza di una riorganizzazione dell'Impero tedesco. Morto Federico III nel 1493, M. ormai capo dell'Impero non si dimostrò favorevole ai progetti del capo del movimento riformatore, l'arcivescovo elettore di Magonza Bertoldo di Henneberg. L'arto si ebbe sino dalla Dieta di Worms del 1495. I riformatori volevano la costituzione di un Consiglio nominato dai principi e dalle città ed un presidente nominato dall'Imperatore, con l'incarico di governare l'Impero, fiancheggiato da una Corte suprema di giustizia. M. respinse tale schema che avrebbe trasformato l'Impero in una confederazione di Stati su cui egli non avrebbe avuto se non una autorità fittizia: acconsentil solo ad una Suprema Corte di giustizia imperiale ed al bando di una pace territoriale perpetua; la Dieta dovette concedere al Sovrano l'istituzione di un tributo universale per l'Impero (il centesimo), per le necessità politiche. Tali decisioni furono riconfermate alla Dieta di Landau del 1496; in quella di Augusta del 1500 fu esaminato il progetto di un Reicheregiment o Commissione di governo formato dai principi elettori, dai rappresentanti dei grandi feudatari e dai delegati di sei circoli in cui si divideva l'Impero. Questo governo
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doveva risiedere a Norimberga. L'ordinamento di Augusta nacque morto ed il dissidio tra M. e Bertoldo di Henneberg si aggravò in seguito all'ostilità del Sovrano alle riforme. Morto l'arcivescovo nel 1503, M. agli organi di governo creati ad Augusta contrappose altri istituti governativi che rappresentassero le sue aspirazioni centralizzatrici e fondassero gli interessi dell'Impero con quelli degli Stati asburgici : l'Hafrat, consiglio aulico al seguito del sovrano, corte di giustizia e consiglio di stato; l'Hafhammer, amministrazione fiscale residente ad Innsbruck con tesorerie distinte per l'Impero, per l'Austria e la Borgogna; la Hofkanzlei, concelleria imperiale distinta nei tre rami imperiale, austriaca, borgognona. Alla Dieta di Colonia del 1505 M. affermò la sua autorità assoluta; nelle lotte dei due rami dei Wittelsbach riuscì ad intervenire come arbitro, umiliando principi che avevano appoggiata la riforma di Bertoldo di Henneberg legando l'Impero sempre più strettamente alle sorti della casa d'Asburgo.
La politica europea esigeva però l'attenzione continua di M. Il conflitto con la Francia, già apparso nella questione borgognona, si aggravò nella questione italiana, dove però egli aveva di fronte il problema del suo conflitto con Venezia. Nel 1490 egli non aveva esitato ad aderire ai piani dei principi francesi ostili alla monarchia ed aveva sposato per procura l'erede del Ducato di Bretagna, Anna, desiderata dal Re di Francia. Carlo VIII però intervenne energicamente, sciolse d'autorità il matrimonio di Anna e M., il quale non si mosse neppure quando vide Anna diventare consorte del Re di Francia. Egli si rassegnò al trattato di Senlis che gli restituiva la figlia Margherita respinta da Carlo VIII ed i territori già assegnati in dote. Né si mosse quando Carlo VIII nel 1494 entrò in Italia ed occupò il Regno di Napoli, calcolando forse sulla possibilità di avere la Francia alleata contro Venezia. Nel 1495 però prese parte alla Lega di S. Marco per espellere da Napoli Carlo VIII e nel 1496 scese in Italia e si atteggiò a protettore di Pisa, senza però raggiungere alcun risultato. Poiché egli aveva sposato Bianca Maria Sforza, sorella del duca Gian Galeazzo, quando Luigi XII mosse contro Ludovico il Moro per impadronirsi di Milano, M. intervenne in aiuto del Duca ed a tale scopo organizzò una spedizione in Lorena con le milizie svizzere, ma poi, sdegnato contro i Cantoni svizzeri, cercò di fiaccarli con una spedizione della Lega Sveva, che si risolse in uno scacco M. col trattato di Basilea (1499) dovette riconoscere l'autonomia di fatto dei Cantoni. Tale conflitto permise a Luigi XII di occupare Milano; M. intervenne ed aiutò Ludovico il Moro a ricuperare il Ducato, ma non poté impedire che re Luigi occupasse definitivamente Milano ed imprigionasse il Duca. M. si rassegnò e cercò di sfruttare ora l'alleanza francese contro Venezia, pattuendo il matrimonio del nipote Carlo, figlio di Filippo il Bello, con Claudia figlia di Luigi XII (trattato di Blois). Tali accordi non ebbero applicazione; Claudia nel 1506 fu data in sposa al duca di Angoulême, il futuro Francesco I. Nel 1508 M. rinnovò l'intesa contro Venezia con Luigi XII e con papa Giulio II (Lega di Cambrai). Gli alleati intendevano spartirsi i domini della Repubblica: a M. sarebbero toccate le città di feudo imperiale, Rovereto, Verona, Padova, Vicenza, Treviso, il Friuli col patriarcato di Aquileia. Poiché la inimicizia veneziana gli impediva di recarsi a Roma per l'incoronazione imperiale, l'alleato Giulio II gli concesse di assumere il titolo di imperatore Electus (Erwählter Kaiser). Già dal principio del 1508 aveva attaccato i territori veneziani, ma era stato respinto e costretto ad accettare un armistizio; solo dopo la battaglia di Agnadello ( 14 maggio 1509) scese nel Veneto ad occupare senza combattere Verona, Vicenza, Padova, Feltre; ma i Veneziani arditamente ripresero Padova. Giulio II si riconcilis con Venezia. L'Imperatore invece sostenne Luigi XII anche nel tentativo del Concilio scismatico di Pisa contro il Papa: M., rimasto vedovo, per un momento pensò ad una candidatura sua al trono papale, unendo papato ed Impero. Dopo la battaglia di Ravenna (11 apr. 1512) per eliminare una egemonia francese sulla penisola, M. fece pace con Venezia e si avvicinò al Papa ed al Re di Spagna.
La Lega del 1513 unl Impero, Spagna, Inghilterra, papato nella lotta contro la Francia, che si doveva invadere entro due mesi. La Lega determinò varie sconfitte francesi, a Guinegatte ed a Novara; gli Svizzeri arrivarono sino a Digione e M. ricomparve davanti a Padova. La vittoria francese a Marignano (13-14 seri. 1514) determinò il fallimento delle Lega antifrancese. M. nel marzo 1516 arrivò ancora fin sotto Milano, senza risultato. Nel dic. dello stesso anno fece pace con Venezia (Trattato di Bruxelles) che gli abbandonò Rovereto ed aderì a Cambrai alla pace generale (ir marzo 1517).
M. morì il 12 genn. 1519 a Wels e fu sepolto a Wiener-Neustadt nella chiesa di S. Giorgio, sebbene un grandioso monumento sepolcrale gli si preparasse nella Hofkirche di Innsbruck. Fu uomo fantasioso, sensibile all'arte, curioso per ogni innovazione tecnica.
La sua attività politica sostanzialmente non aveva approdato a nessun risultato positivo: meglio riuscito la politica matrimoniale iniziata da Federico III : egli aveva sposato l'erede dello Stato borgognone; il figlio suo Filippo sposò Giovanna di Aragona erede dei Regni di Castiglia e di Aragona; la figlia Margherita, fallito il matrimonio francese, sposò Filiberto II duca di Savoia. La vita politica del sec. xvi doveva essere profondamente dominata dalle conseguenze di tali matrimoni.
BibL: L'opera principale è M. Ulmann, Kaiser Maximilian, 2 voll., Stoccarda 1884-91. Documenti e lettere in Correspondance de l'empereur Maximilien I et de Marguerite d'Autriche (1507-19), ed. Le Gley, Parigi 1839; J. Chmel, Urkunden, Briefe und Akzentliche zur Geschichte Maximilians I. und seiner Zeit, ivi 1845: id., Akzentliche und Briefe zur Geschichte des Hauses Hobsburg im Zeitalter Maximilians I., Vienna 1854-58. Sulle riforme costituzionali, v. A. Bachmann, Die Behördenorganisation Kaiser Maximilians I., in Neue Zahrbächer für das klassische Altertum, 3 (1900): E. Ziehen, Frankfurt. Reichereform und Reichsgedanhes, Berlino 1911: A. Walther, Die Ursprünge der deutschen Behördenorganisation im Zeitalter Maximilians I., Lipsia 1913. Sulle relazioni con l'Italia, v. M. v. Wolff, Untersuchungen zur Venetianer Politik Kaiser Maximilians I. während der Liga v. Cambrai, Innsbruck 1905; id., Die Beziehungen Kaiser Maximilians I.zu Italien, ivi 1909. Sulle relazioni con la Francia, v. A. Schnelter, Der Brünsler Friede von 1516, Berlino 1910: H. Ulmann, Deutsche Grenzsicherheit und Maximilians I. Kriege gegen Frankreich, in Historische Zeitschrift, 107 (1911). Altra bibl. in H. Hauser-A. Ronseder, Les débuts de l'age moderne, 3* ed., Parigi 1946, p. 10 sgg.; E. Tomck, Kirchengeschichte Österreichs, II, Innsbruck 1949. pp. 128-213 (con ricca bibl.).
MASSIMILIANO II d'Asburgo, imperatore. Figlio di Ferdinando I, fratello di Carlo V, e di Anna Iagellone, n. a Vienna nel 1527. Passò molti anni della giovinezza alla corte dello zio che gli diede tra il 1548 ed il 1550 il governo della Spagna per il cugino Filippo, e per un momento parve destinato a diventare re di Germania.
A Madrid sposò nel 1548 la cugina Maria, figlia di Carlo V. Poi venne via dalla Spagna con un sentimento di antipatia per quanto era spagnolo e per i parenti di Spagna. Pur essendo cresciuto in tale ambiente rigidamente cattolico, scoprì assai presto in sé delle vive simpatie per il luteranesimo. I suoi rapporti con la consorte e con il padre diventarono difficili. Ferdinando per un momento decise di togliere al suo primogenito ogni diritto di successione. Ma M. si ritrasse dal pensiero di una aperta adesione al luteranesimo per la considerazione che i principi protestanti non gli avrebbero dato appoggio : nel 1562 venne ad un accordo col padre a cui promise che non avrebbe abbandonato la fede cattolica e che avrebbe acconsentito ad inviare i figli Rodolfo e Mattia alla corte di Filippo II per esservi educati sottolicamente; per sé riservò il diritto di seguire le opinioni religiose preferite. Così poté essere incoronato re dei Romani e nel 1564 successe al padre negli Stati austriaci e nell'Impero. Uomo colto, con interessi intellettuali, aveva però idee poco chiare sulla situazione: alla Dieta di Augusta del 1566 fece proposte per un accordo religioso tra cattolici e luterani. In seguito rimase fedele ad una politica di
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tolleranza, concedendo libertà di culto, ma finì per spiacere ai cattolici che volevano la reazione ed ai protestanti che lo accusavano di ambiguità. Morì nel 1576 dopo aver rifiutato i Sacramenti della Chiesa romana.
Bibl.: M. Koch, Quellenkunde zur Geschichte d. K. Maximilian II., Lipsia 1857-61; J. Janssen, Geschichte d. deutschen Valles seit dem Ausgang des Mittelalters, V-VIII, Friburgo 18851894; M. Ritter, Deutsche Geschichte im Zeitalter d. Gegenreformation, Stoccarda 1889; R. Holtzmann, Maximilian II. bis zu seiner Threudesteigung, Berlino 1903; K. Brandi, Gegenreformation und Religionsbriege, Lipsia 1930; E. Tomek, Kirchengeschichte Österreichs, II, Innsbruck 1949, pp. 330-48; K. Eder, Die Geschichte der Kirche im Zeitalter des konfessionellen Absolutismus (1353-1648), Vienna 1949.
Francesco Cognasso
MASSIMILIANO di LORCH, santo, martire. - La Passio di M. non è anteriore al sec. xiri (BHL, 5811).
Su s. M. si sa di positivo solo che ca. il 700 , all'epoca di s. Ruperto di Salisburgo, se ne rinvenne il corpo nella regione del Pongau e si costrui sul luogo una cella (parola che gli eglograli scambiarono poi con la città di Céleis o Cilli nella Stiria inferiore) per monaci con un oratorio. Ca. l'878 Carlomanno fece trasportare a Ötting, in Baviera, le reliquie di M. le quali, prima del 985 , furono poi portate nella cattedrale di Passavia. Nel 1289 ci fu in Passavia una nuova elevazione delle reliquie di M. con quelle del vescovo regionario s. Valentino. Che M. fosse vescovo di Lorch non si sa; il carattere vescovile gli fu attribuito nei secc. xi e xii quando i vescovi di Passavia pretesero attribuirsi il titolo e le prerogative di arcivescovo quali successori dell' " arcivescovo " di Lorch. Il Martirologio romano lo ricorda il 12 ott., data della sua morte.
Bibl.: F. Poxrucker, Der heilig Maximilian. Landshut 1925 (v. recensione di H. Delehaye, in Anal. Boll., 45 [1927], pp. 150151); E. Tomek, Kirchengeschichte Österreichs, I, Innsbruck 1935, pp. 28-30; Martyr. Roman., pp. 450, 483. Giuseppe Löw
MASSIMILIANO d'Asburgo, arciduca d'Austria, imperatore del Messico. - N. a Schönbrunn il 6 luglio 1852, m. a Queretaro (Messico) il 19 giugno 1867. Fratello minore dell'imperatore Francesco Giuseppe, divenne nel 1857 governatore generale del Lombardo-Veneto, carica nella quale non tralasciò occasione alcuna per rendere accetto il dominio straniero a quelle popolazioni. Nel 1864 accettò la corona imperiale messicana e con l'aiuto di Napoleone III si stabili a Città del Messico.
I fautori dell'indipendenza messicana, passati alla riscossa sotto la guida di B. Juarez, e con l'appoggio degli Stati Uniti usciti dalla crisi della guerra di secessione, riconquistarono tuttavia successivamente il paese e, fatto prigioniero M., lo fucilarono a Queretaro, insieme ai suoi fedeli generali Miramon e Mejia. Era le lontane cause della tragedia di Queretaro debbono ascriversi alcuni errori commessi per debolezza dall'infelice Imperatore nella sua politica verso la S. Sede e la gerarchia messicana.
Bibl.: E. Corti, La tragedia di un imperatore, Milano 1936. Sulla politica ecclesiastica cf. P. Balan, Continuazione alla storia universale della Chiesa del Rohrbaecher, II, Torino 1879, v. indici; N. A. N. Cleven, The ecclesiastical policy of Maximilian of Mexico, in Hispanic-american historical review, 9 (1929), pp. 317-60; J. Schmidlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, II, Monaco 1934, pp. 152-53.
Silvio Furlani
MASSIMINO, vescovo di Aix, santo. - La figura di questo Santo è una delle più problematiche della Gallia cristiana.
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