volume-08

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ici; N. A. N. Cleven, The ecclesiastical policy of Maximilian of Mexico, in Hispanic-american historical review, 9 (1929), pp. 317-60; J. Schmidlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, II, Monaco 1934, pp. 152-53.

Silvio Furlani
MASSIMINO, vescovo di Aix, santo. - La figura di questo Santo è una delle più problematiche della Gallia cristiana.

Nel catalogo degli antichi vescovi di Aix compare un Maximus al sec. vi, ma non fu annoverato mai fra i santi. La sua memoria veniva legata negli Atti fittizi con quella di s. Marta e s. Maria Maddalena (v.), ma coi recenti studi tale racconto di un M. primo vescovo di Aix, compagno di s. Maria Maddalena e uno dei settanta discepoli del Signore, è risultato leggendario. Nella Provenza esiste una antica chiesa dedicata a s. M., nella cittadina dello stesso nome presso Aix, di cui si ha notizia all'inizio del sec. xi; ma nulla si può dire del Santo da cui trae il nome. Il Martirologio romano ne registra la memoria l'8 giugno.

Bibl.: Acta SS. Iunii, II, Parigi-Roma 1867, pp. 53-54; G. Morin, Saint Lazare et saint Maximin, Parigi 1897; L.
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(4a f. A. Wagner, Men of Mexico, Milwaukee 1858) Massimilano d'Asburgo, arciduca d'Austria - M. con le insegne d'imperatore - Messico, Museo.

Duchesne, Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule, I, 2² ed., Parigi 1907, pp. 280, 359; H. Leclercq, s. v. in DACL, X, it. coll. 2798-2820; Martyr. Romanum, p. 228. Emanuele Romanelli

MASSIMINO, vescovo dei Gott. - Vissuto alla fine del sec. Iv ed all'inizio del v; di origine, come sembra, danubiana. Personalità che potrebbe divenire di notevole interesse teologico e letterario qualora fossero risolti gli intricati problemi riguardanti la sua identificazione ed una più sicura attribuzione delle sue opere. Accompagnò una spedizione militare gota comandata dal conte Segisvulto, inviata in Africa dalla corte di Ravenna, per domarvi la rivolta del conte Bonifacio.

In quella circostanza ebbe una disputa trinitaria con s. Agostino, come risulta da due opere attribuite a quest'ultimo e dalla Vita Augustini di Possidius. Con qualche probabilità fu ancora egli ad entrare in polemica letteraria con s. Ambrogio con una Dissertatio di contenuto trinitario. Non mancano inoltre argomenti (assai lontani per altro dall'essere probativi) per ritenere come suoi alcuni trattati e sermoni falsamente attribuiti a s. Massimo di Torino; alcuni frammenti ariani posti, in passato, sotto il nome di Palladius; un Opus imperfectum in Matthaeum, che figura tra le opere di s. Giovanni Crisostomo.

Bibl.: fonti : s. Agostino, Collatio cum Maximino episcopo: PL 42, 709 sgg.; Contra Maximinum haereticum Arianorum episcopum libri duo, ibid., 743 sgg.; Contra quoddam dictum Maximini Arianorum episcopi, qui cum Segisvulto comite constitutus in Africa blasphemabat (discorso); PL 38, 773 sgg.; Possidius, Vita Augustini: PL, 32, 48; (Maximinus), Dissertatio Maximini contra Ambrosium, ed. Fr. Kaufmann, Strasburgo 1899; Opus imperfectum in Matthaeum: PG 56, 611 sgg.; cf. per i trattati, sermoni, frammenti: PL 57, 781-832 e 13, 593 sgg. Studi : E. Amann, Maximin, in DThC, X, coll. 466-72 (copiosa bibl.).

Giovanni Maria Rabando
MASSIMINO il Trace (C. Iulius Verus Maximinus), imperatore romano. - N. in Tracia, m. ad Aquileia nel 238. Figlio di barbari, grossolano e crudele, si arruolò nell'esercito dove raggiunse alti gradi.

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Massimino il Trace, imperatore romano - Busto - Roma, Musco Capirolino.

Nel 235 fu a capo della rivolta che uccise Alessandro Severo e fu acclamato imperatore. Rimanendo sempre lontano dall'Italia per combattere Germani, Sarmati e Daci, consolidò tuttavia il suo potere con la violenza. Le sue crudeltà gli alienarono ben presto gli animi e quando in Africa scoppiò la rivolta dei Gordiani, il Senato lo dichiarò nemico della patria. Repressa la rivolta, M. dovette combattere contro Pupieno, Balbino e Gordiano III, suscitatiği contro del Senato. Si accinse perciò a marciare su Roma, ma ad Aquileia fu ucciso dagli stessi suoi soldati.

Verso il cristianesimo, anche per reazione alla politica religiosa del predecessore, M. si mostrò ostile, emanando un editto di persecuzione diretto contro i capi delle Chiese. A Roma ne furono vittime il papa Ponziano ed il prete Ippolito, che furono esiliati in Sardegna, dove morirono. Nel Ponto e nella Cappadocia il legato Sereniano, assecondando il furore popolare, fece delle vittime. Ad Alessandria furono arrestati gli amici di Origene, Ambrogio e Protocteto. La persecuzione però non fu generale, e ben presto ebbe termine con la morte del tiranno.

BibL.: Firmiliano, Epist.: CSEL, II, II, p. 816 sg.; Eusebio, Hist. eccl., VI, 28; A. Manaresi, L'Impero romano e il cristianesimo, Torino 1914, pp. 307-15; E. Hohl, in Pauly-Wissowa, X, coll. 822-70; F. Allard, Storia critica delle persecuzioni, trad. it., II, Firenze 1935, pp. 187-202. Agostino Amore

MASSIMINO Daia (Galerius Valerius Maximinus Daia), imperatore romano. - Figlio di una sorella di Galerio (v.), nato in Illirico, fu dallo zio protetto nella sua carriera militare e poi adottato, prendendo i nomi di Galerio Valerio M. La forma II. del cognome sembra, per testimonianze epigrafiche, da preferirsi all'altra Daza (v., p. es., CIL, VIII, 10784).

Il giorno dell'abdicazione di Diocleziano e Massimiano (i maggio 305) promossi Augusti i Cesari Galerio e Costanzo Cloro, M. D. fu nominato Cesare insieme a Flavio Severo. Gli furono assegnate le due diocesi di Oriente e d'Egitto. Fin dagli inizi fu talmente palese la sua insufficienza, che nel convegno di Carnunto, tenutosi sotto la presidenza di Diocleziano (308), non fu, come avrebbe dovuto, promosso da Cesare ad Augusto, ma gli fu preferito un "homo novus", Licinio. Questa diminuzione lo avvicinò fatalmente a un altro rifiutato, Massenzio, per quanto però la loro amicizia non potesse tradursi in alcun atto valevole, ciascuno assorbito da proprie difficoltà. Quando infatti morì Galerio (311), M. si fece acclamare Augusto dai propri soldati e si precipitò a occupare tutta l'Asia Minore. Il suo esercito e quello di Licinio stettero schierati l'uno di fronte all'altro sulle rive del Bosforo, ma siccome né l'uno né l'altro si sentivano sicuri di poter riportare vittoria, non si venne a combattimento. Nel 312, trattenuto da minacce da parte dell'Armenia, M. non poté recare aiuto a Massenzio contro Costantino. Quando però, dopo la vittoria di Costantino, Licinio si recò a Milano e sposò la sorella del vincitore, M. ritenne di poter passare il Bosforo, e occupò Bisanzio ed Eraclea. Questa volta però Licinio non poté restare inerte; si combatté a Campus Serenus presso Eraclea e M. fu pienamento sconfitto. Fuggì attraverso l'Asia Minore e cercò di raccogliere altre forze, ma, colto da malattia, morì a Tarso di Cilicia nel-
l'autunno del 313 (al 26 nov. di quell'anno figura annullato il suo terzo consolato in documenti egizii: Berliner Aegyptische Urhunden, I, 349). Ai cristiani fu sempre nemico, esecutore zelante dell'editto di persecuzione di Diocleziano e riluttante ad applicare l'editto di tolleranza di Galerio.

BibL.: O. Seeck, Gesch. des Untergangs der antiken Welt, Berlino 1895-1913; E. Stein Gesch. des spätröm. Reiches, Vienna 1928, p. 135 sg.

Roberto Paribeni
MASSIMINO da Salerno. - Domenicano, biografo di s. Caterina da Siena.

Nel 1417, mentre era a S. Domenico di Siena, scrisse per incarico del suo priore, Tommaso Caffarini, una Legenda (vita) di s. Caterina da Siena, "valde abbreviata", e detta perciò Legenda minima, traendola da un'altra che il Caffarini stesso aveva scritto riducendo la Legenda maior di Raimondo da Capua. L'abbreviazione fu fatta per comodità dei predicatori "et aliis plurimis occupatis ", conservando lo stesso ordine dei capitoli, ma raggruppando in 80 i miracoli della Santa. Questa Legenda è stata finora ritrovata in 3 codici, e pubblicata solo in parte (primi 6 capp. e parte del 7) da E. Franceschini, Leggenda minore di s. Caterina da Siena (Milano 1942, pp. 145-48).

BibL.: Oltre la prefazione dell'opera del Franceschini, cf. R. Fautier, Ste Catherine de Sienne. Essai de critique des sources. 1. Sources hagiographiques (Bibliothlyue des Ecoles frangaises d'Athènes et de Rome, 121), Parigi 1921, pp. 20-21; H.-M. Laurent, Il processo Castellano (Fontes vidae s. Catherinus Senentii, 9), Milano 1942, p. Lx sgg.

Renata Oraci Ausenda
MASSIMINO, vescovo di Treviri, santo. - N. a Silly (Sigilliacum) in Aquitania, da nobile famiglia, verso la fine del sec. III, fu avviato agli studi dal vescovo s. Agricio, a cui successe nell'episcopato ca. il 332.

Ospitò s. Atanasio (v.), durante i due anni di esilio nella sua città (336-38). Nel 341 accolse pure Paolo, l'esiliato patriarca di Costantinopoli, e si adoperò in seguito per farlo ritornare alla sua sede. Nel 342 respinse quattro vescovi ariani, venuti da Antiochia, per piegare l'Imperatore dalla loro parte e lo persuase a rifiutare le loro subdole proposte. Nel 343, insieme al papa Giulio I e ad Osio vescovo di Cordova, ottenne da Costante che si convocasse un Sinodo a Sardica nell'Illirico contro l'arianesimo, e ne sottoscrisse gli atti; perciò il Sinodo ariano di Filippopoli lo condannava, insieme a Giulio I e ad Osio.

Non si sa l'anno della sua morte; ma nel 347 già gli era succeduto Paolino. S. Gregorio di Tours lo chiama "episcopus potens in omni sanctitate" (Historia Francorum, I, 37); era venerato come patrono di Treviri.

Nei Martirologi storici la sua festa è registrata al 29 maggio; il 12 sett. è la probabile data di una traslazione di reliquie.

BibL.: Acta SS. Maii, VII, Parigi-Roma 1866, pp. 10-36; L. Duchesne, Fautes épiscopaux de l'ancienne Gaule, III, Parigi 1913, p. 35; Ph. Diel, Der heilige Maximinus und der heilige Paulinus, Bischöfe von Trier, Treviri 1875; F. Chamerd, St Maximiln de Trèves, et Athanase et les semi-ariens, in Revue des questions historiques, 12 (1867), pp. 66-96; E. Winheller, Die Lebendsscheeibaagen der vorharsologischen Bischöfe von Trier, Bonn 1935, pp. 10-27; Martyr. Roman., p. 215; cf. BHL, 5822-24. Emanuele Romanelli

MASSIMO, santo, martire: v. TIBURZIO, VALERIANO e MASSIMO, santi, martiri.

MASSIMO, santo, martire. - Soldato ad Antiochia con Gioventino, fu martirizzato con questi al principio del 363 per ordine dell'imperatore Giuliano, del quale aveva disapprovato l'apostasia e l'aspro lotta ingaggiata contro la religione cristiana.
S. Giovanni Crissotomo pronunciò in loro onore un discorso (BHG, 975) dinanzi ad un numeroso uditorio, composto di molti testimoni oculari del martirio, e Tredoreto ne riferisce (Hist. eccl., III, 15) il processo e l'esecuzione della sentenza capitale. Festa il 25 genn.

BibL.: T. Ruinart, Acta Martyrum sincera, Verona 1731, pp. 523-24; Acta SS. Ianuarii, III, Parigi 1863, pp. 232-35;

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P. P., La dote de la fête des sts Iuventin et Maximin, in Aval. Bolland., 42 (1924), pp. 77-82; Martyr. Romanum, pp. 34-35. Emanuele Romanelli

MASSIMO. - Filosofo cinico del sec. iv. N. ad Alessandria da umile famiglia, abbracciò fin da giovane il cristianesimo e fece professione di filosofo. Ignorante, avaro e turbolento, girava di città in città per procacciarsi il vitto. La cattiva condotta gli valse esili e condanne, che in seguito spacciò come sofferenze per la fede.

Riusci in tal modo ad ingannare molti e perfino s. Gregorio Nazianzeno, che lo annoverò tra i suoi amici e ne fece un pubblico elogio. Per mezzo di maneggi, intrighi e denaro, e con l'appoggio del vescovo di Alessandria, riusci a farsi consacrare vescovo di Costantinopoli, ma fu scacciato dalla città, riprovato dall'imperatore Teodosio, da papa Damaso e deposto dal Concilio di Costantinopoli (381). Ritornò ad Alessandria, ma poiché turbava quella Chiesa fu cacciato in esilio. Venne in Italia e riusci ancora ad ingannare la buona fede dei Padri del Concilio di Aquileio (381) e dello stesso s. Ambrogio; ma poi, scoperte le sue malefatte, fu definitivamente abbandonato.

BibL.: S. Gregorio Nazianzeno, Oratio XXV; id., De vita sua, vv. 745-1009; S. Ambrogio, Epp. 13-14; Sozomeno, Hist. eccl., VII, 9; Teodoroto, Hist. eccl., V, 8; Tillemont, IX, pp. 443-48, 455 sg., 501-503, 713 sg.; X, pp. 145 sg., 150 sg., 742 sg.
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Massimo, cimitero di - Il Redentore con s. Felicita e i sette Martiri nimbati distinti con i loro nomi. Affresco del sec. vi-viI - Roma, cimitero di M.

Agostino Amore
MASSIMO, patriarca di Antiochia. - Già diacono della Chiesa antiochena e zelante della dottrina ortodossa, ruppe la comunione con il patriarca Giovanni perché questi si mostrava poco energico contro i nestoriani, tanto che s. Cirillo di Alessandria gli scrisse due lettere esortandolo alla moderazione.

Per l'intervento dell'imperatore Teodosio II, nel 449 fu eletto patriarca di Antiochia dopo che nel «Latrocinio * di Efeso era stato deposto Domno. Fu riconosciuto dal papa Leone Magno e partecipò al Concilio di Calcedonia (451), nel quale anatemizzò Dioscoro e partecipò anche alla stesura della definizione dogmatica. Fu deposto dai monofisiti nel 455 e poco dopo morì.

BibL.: S. Cirillo Alessandrino, Epp. 57-58: PG 77, 320 sg.; Tillemont, XIV, 626, 640, 792; XV, 582, 623, 662 sg., 778; Fliche-Martin-Frutas, IV, pp. 197, 222-25, 283.

Agostino Amore
MASSIMO, Cimitero di. - Sulla Via Salaria Nuova (ingresso attuale in Via Simeto). E ricordato
per la prima volta nella Depositio Martyrum al vi idus Iulias (ro luglio) per la sepoltura del martire Silano le cui spoglie furono rubate dai novaziani. Sotto la stessa data torna nel Sacramentario leoniano e poi nel Martirologio geronimiano, dove è menzionato anche al 24 nov. come luogo di sepoltura della martire Felicita.

Il Lib. Pont. (I, pp. 227-28) ricorda che il papa Bonifacio I (418-22) abiti presso questo cimitero, al quale dà il nome delle martire Felicita che la leggenda fa madre dei sette martiri del ro luglio, tra i quali è Silano. Il papa Bonifacio eresse un oratorio a s. Felicita, adornòil suo sepolcro e quello di Silano offrendo utensili liturgici e volle essere sepolto presso di essa.

Simmaco (498514) restaurò la basilica che cadeva in rovina (Lib. Pont., I, p. 263). S. Gregorio tenne l'omelia III "in Matthaeum in basilica s. Felicitatis martyris in die natalis eius" (PL 76, 1086-89). Adriano I (772-93) fece l'ultimo restauro al sepolcro di s. Felicita, di s. Silano e di papa Bonifacio (Lib. Pont., I, p. 509), il suo successore Leone III (793-816) trasferì le reliquie di s. Felicita e di s. Silano nel titolo di S. Susanna.

L'itinerario Notitia ecclesiarum indica le tombe vererate di s. Felicita " in ecclesia sursum ", di papa Bonifacio I "in altero loco" e di s. Silano "sub terra deossum" (G. Zucchetti
e R. Valentini, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, pp. 75-76).

Nel sec. xvir il luogo fu posseduto dai religiosi Antoniani di Vienne (Francia), i quali spedirono alla loro casa madre cimeli e iscrizioni cristiane estratte dal sotterraneo, allora detto di S. Antonio dal nome dei religiosi. Ca. il 1720 M. A. Boldetti penetrò nel cimitero e vi lesse l'iscrizione votiva "Petrus et Pancara botu(m) posue(ru)nt Marture Felicitati». Nel 1785 apparvero le vestigia d'un piccolo edificio con scala discendente nel cimitero sotterraneo tra le quali una del 492 (G. B. De Rossi, Inser. chr., I, Roma 1857-61, n. 178).

Nel nov. 1884 G. B. De Rossi scoprì un descenso dal sopraterra che immetteva in un'aula divisa da colonne, di cui restavano le basi; verso la parete di fondo erano resti di un altare e frammenti di transeone. Nella parete era effigiato in alto il Salvatore con nimbo crucigero e al di sotto, secondo la leggenda, la martire Felicita con i sette figli nimbati e con la corona, in origine ciascuno distinto con il proprio nome; si distinguono ancora "(Phili)ppus, Martia(lis) S(ilanus) (Ia)nua(rius) *. L'affresco è datato al vi o viI sec.

Tra le iscrizioni è notevole quella dell'acquisto di

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un "locus bisomus» da parte di uno Ianuarius e di sua moglie presso il sepolcro di s. Felicita ad sancta(m) Fel(icitatem) s. Alcune gallerie vennero poi in luce nel 1908 durante le fondazioni di edifici tra la Via Po e le Vie Tirso e Simeto, con iscrizioni degli anni 409-11, 424 e 452 (R. Kanzler, in Notizie degli scavi, 1908, p. 464 sgg.). Altre gallerie ancora vennero identificate tra Via Simeto e Via Metauro nel 1914 (O. Marucchi, Iscrizione metrica del cimitero di Felicita, in Nuovo bull. di arch. crist., 20 [1914], p. 126 sgg.). Le recenti costruzioni lungo tutte le dette vie hanno molto danneggiato il cimitero.

Bibl.: G. B. De Rossi, Il cimitero di M. nella Via Salaria, in Bull. di arch. crist., 1* serie, 1 (1863), pp. 21 e 41-46; id., Polemica sul cimitero di M., ibid., p. 56; id., Scoperta d'una cripta storica nel cimitero di M. ad Sanctam Felicitatem sulla Via Salaria nova, ibid., 4⁴ serie, 3 (1884-85), p. 149 sgg.; O. Marucchi, Le catacombe Romane, Roma 1933, pp. 427-39; P. Styger, Römische Märtyrergrïfte, Berlino 1935, pp. 245-46. Enrico Josi

MASSIMO il Confessore, santo. - N. a Costantinopoli nel 580 , m. in esilio il 13 ag. 662. E chiamato anche M. di Crisopoli, dalla località ove si fece monaco. L'appellativo di Confessore significa che sopportò delle torture per la fede, senza tuttavia morirne immediatamente.
I. Vita. - Fece studi molto profondi (in particolare Aristotele); verso il 610 fu chiamato alla corte di Eraclio in qualità di primo segretario, ma abbandonò presto tale funzione (613-14) per farsi monaco a Crisopoli (Scutari) sulla costa asiatica, in faccia a Costantinopoli. Costretto a fuggire di fronte all'invasione persiana del 626 , non riuscì probabilmente più a ritornare nel suo monastero. Dal 626 al 646 visse nell'Africa proconsolare. Nel 646 era a Roma, donde fu strappato dalla polizia imperiale, come papa Martino I, con il pretesto di aver tradito interessi dell'Impero, in realta per ottenere da lui con la forza che tradisse l'ortodossia romana e sottoscrivesse alle dottrine monotelite. Dopo un primo interrogatorio, M. fu condannato il 14 sett. all'esilio e alla detenzione a Perbera. Ricondotto nella capitale nel 662 , poiché restava fermo nella sua fede, gli furono tagliate la lingua e la mano destra, e fu poi condannato all'esilio perpetuo. Morì lo stesso anno, prigioniero nel castello di Schemari, nel paese dei Lazi (ora regione di Barum nella Transcaucasia). Festa il 13 ag.
II. Scritti. - La lista delle sue opere (ca. 60) non comprende alcun trattato sintetico. Se ha avuto l'intenzione di scriverne uno (cf. PG 90, 252 C) non l'ha però realizzata. Quasi tutto è controversia, commentario o esegesi ascetica. 1) Controversia contro il monofisismo, prima della disputa monotelita: undici opuscoli o lettere (v. i titoli in DThC, X, 1, col. 451); contro il monotelismo, una ventina di opuscoli (cf. ibid.) il più importante dei quali è la Disputatio cum Pyrrho (PG 91, 287354). 2) Commentari : a) Questiones ad Tholastium in locis Sacrae Scripturae difficiles (ibid., 90, 234-786): è la sua opera più importante insieme a b) gli Ambigua in Gregorium Naxianzenum (ibid., 1061-1418); c) Scholia in basti Dionysii libros, stampati insieme alle opere dello pseudo Dionisio (ibid., 4, 14-576); la maggior parte di questi scoli, del resto, specialmente per il contenuto, appartengono a Giovanni di Scitopoli (H. U. von Balthasar, Das Scolienwerk des 7. von S., in Scholastik, 15 [1940], p. 17 sg.); d) La Mystagogia, spiegazione simbolica della liturgia (PG 91, 657-718); e) Orationis Dominicae brevis expositio (ibid., 90, 871-910); f) Centuries (ibid., 959-1426): quattro centurie De charitate, l'opera di Massimo copiata più spesso, e perfino tradotta in arabo (G. Graf, Geschichte der christlichen arabischen Literatur, I, p. 372); due centurie sulla Trinità e sull'Incarnazione, alle quali s'aggiunge una centuria pubblicata da Epifanovic (v. op. cit. in bibl.); quanto alle cinque centurie dei Diversa capita ad theologiam et
oeconomiam spectantia, deque virtute et vitio, esse sono state estratte da uno sconosciuto (forse Antonio Melissa?), nel sec. XI, dalle opere autentiche di M., con altri elementi presi altrove (Th. M. Disdier, in Echos d'Orient, 30 [1931], pp. 168-78), gli Alia capita ex Vaticano che seguono sono di Elia Ecdico e si ritrovano sotto il nome di questi in PG 127, 1129-76 (Th. M. Disdier, in Echos d'Orient, 31 [1932], pp. 17-43), i Loci communes (PG 91, 721-1017) non son più considerati autentici (cf. V. Ehrhard, Zu den «Sacra Parallela» des I. Damascenus v. den «Florilegium» des Maximus, in Byz. Zeitschrift, 10 [1901], pp. 394-415). Si aggiunga il Liber asceticus (PG 90, 911-56) : dialogo tra un giovane monaco e il suo padre spirituale; e la Brevis enarvatio Christiani Paschatis, o Computo ecclesiastico (ibid., 19, 1217-80).
III. Dottrina. - Malgrado questa dispersione della sua opera letteraria, c'è nel pensiero di M. il Confessore una unità a almeno un centro, attorno al quale tutto si raggruppa: e cioè la cristologia, non solo perché la maggior parte dei suoi scritti si riferisce alla controversia monofisita o monotelita, ma perché queste stesse dispute gli hanno fornito l'occasione di precisare (spesso ricorrendo ad Aristotele), nozioni e principi metafisici e teologici che utilizzerà poi in altri compi.

Etrando poi le ultime conclusioni dalla dottrina di Calcedonia, egli stabilì che la vera unione non dissolve i componenti in una superiore essenza "confusa", bensì li perfeziona nella loro propria entità. In tal modo si salvano la trascendenza di Dio e la sua immanenza, ciò che esclude il panteismo; l'unità ipostatica di Cristo e le sue due nature : ed è la negazione del monofisismo; il dualismo della volontà e dell'azione del Verbo incarnato nell'armonia morale assoluta della gúoıs e della yvúos e ciò che refuta il monotelismo; e poiché la vita spirituale del cristiano è una imitazione di quella di Cristo, questi stessi principi permettono di sviluppare una dottrina della deificazione sino a "l'identità mediante la Grazia e senza cadere nell'isocraticismo di taluni origenisti. In tutto ciò M. si dimostra al tempo stesso e profondo filosofo, sottile dialettico, teologo dotato di un scuto senso dell'ortodossia, e, per la lucidità stessa delle sue distinzioni, genio eminentemente conciliatore. Quest'ultimo tratto appare specialmente nella questione della processione dello Spirito Santo, in cui M., precursore del Concilio di Firenze, afferma l'identità di significato della formula greca ex Patre per Filium e della latina ex Patre et Filio (PG 91, 133 segg.). Infine, il bizantino più geniale è anche un convinto difensore del primato del Papa.

Bibl.: Edizioni : a cura di F. Combefis, 2 voll., Parigi 1675; 2 cura di F. Oehler, Halle 1857. Queste edizioni sono riunite in PG 90 e 91. R. Cantarella, S. M. Confessore, La Mystagogia ed altri scritti, Firenze 1931. Nuovi testi di cui occorrerebbe esaminare l'autenticità sono stati pubblicati da S. L. Epifanovici, Materialy h iouceolia tioni y tvorenii prep. Mahaina Ispoveduiba, Kiev 1917. - Studi: R. Deverezas, La vie de la Massime le Confesseur et ses récessions, in Analecta Bullandiana, 46 (1928), pp. 549; id., Le texte de l'Hypomnesticon de Théodore Spoudée, ibid., 53 (1935), pp. 49-80; M. Th. Disdier, Les fondements dogmatiques de la spiritualité de st Maxime le Confesseur, in Echos d'Orient, 29 (1930), pp. 296-313; M. Viller, Aux sources de la spiritualité de si Maxime le Confesseur : les œuvres d'Etugro le Pontique, in Revue d'ascétique et mystique, 11 (1930), pp. 156-84, 239-68, 331336; J. Loosen, Logos und Pneuma im beguadeten Menschen bei Maximus Confessor, Münster in W. 1941; H. U. von Balthasar, Die guastischen Centurien des Maximus Confessor, Friburgo in Br. 1941; id., Kosmische Liturgie, Maximus der Behemor. Höhe und Krise des griechischen Weltbild, ivi 1941. Ireneo Hausherr

MASSIMO Crisoberga. - Greco, n. a Costantinopoli (sec. XIV), letterato, al servizio dell'imperatore Manuele II, discepolo di Demetrio Cidone, del quale lesse la traduzione greca delle opere di s. Tommaso d'Aquino. Si fece cattolico e domenicano a Fera (1390-91?). Studiò (e forse insegnò) filosofia a Venezia (1393-94?), teologia a Pavia (1396-97).

Bonifazio IX l'autorizzò a celebrare in greco, secondo il rito dei Predicatori, Messa e Ufficio divino ( 25 febbr. 1938), e a fondare in terra greca un nuovo convento del suo

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Ordine. Fece tradurre le orazioni del Messale domenicano dall'amico Manuele Crisolora, mentre Demetrio Cidone tradusse (se non l'aveva fatto prima) l'Ordinario della Messa. M. C. tornò poi in Oriente (Creta e Chio) e morì, probabilmente a Mitilene, prima del 1429. Fu amico di Manuele Caleca. Ebbe due fratelli, Teodoro e Andrea, convertiti e domenicani come lui. E autore di un Discorso ai Cretesi sulla processione dello Spirito Santo, di vari sermoni inediti, di lettere teologiche a Giuseppe Briennio e a Nilo Damila, delle quali si ha notizia solo nelle risposte di questi.

Bibl.: R. J. Loenertz, Correspondance de Manuel Caléca (Studi e testi, 152), Città del Vaticano 1950, pp. 57-63.

Raimondo G. Loenertz
MASSIMO, vescovo di Gerusalemme, santo. E commemorato nel Martirologio romano il 9 maggio. Durante la persecuzione di Massimino Daia fu condannato alle miniere dopo aver avuto strappato l'occhio destro e mutilato il piede sinistro. Poco prima del 335 successe a Macario nella sede di Gerusalemme. Sozomeno afferma ch'era stato già designato per la sede di Diospoli, ma i concittadini non lo vollero lasciare partire.

Partecipò al Concilio di Tiro (335), ma non sottoscrisse la condanna di s. Atanasio perché s. Pafnuzio riuscì a farlo uscire prima della sottoscrizione. Non volle partecipare al Concilio di Antiochia del 34 I per protesta contro gli ariani, dai quali era stato ingannato nel Sinodo di Gerusalemme del 335, e nel 349 accolse con grande gioia s. Atanasio che ritornava dall'esilio. Per rendergli maggiori onori convocò un sinodo di vescovi palestinesi, i quali scrissero anche una lettera di auguri e felicitazioni alla Chiesa di Alessandria per il ritorno del loro vescovo. Per questa sua adesione ed amicizia con s. Atanasio fu odiato dagli ariani eusebiani. M. verso il 350.

Bibl.: Sosomeno, Hist. ocel., I, 10; II, 20, 24 sg.; III, 21 sg.; Teodoreto, Hist. ocel., II, 22; Tillemont, VI, pp. 280 sg., 774 sg.; VIII, p. 661 sg.; Arta SS. Mait. II, Parigi 1866, p. 8 sg.; Martyr. Romanum, p. 173.

Agostino Amore
MASSIMO il Greco. - N. ca. il 1470 a Arta nell'Epiro dalla famiglia «ortodossa» Trivolis, m. presso Mosca nel 1556. Visse negli ambienti del Rinascimento fiorentino e padano a Firenze, Venezia e Mirandola. Influenzato dal Savonarola si fece cattolico latino ed entrò nel monastero di S. Marco a Firenze, dove visse dal 1502 al 1504. Lasciato il convento, partì dall'Italia per la Grecia ed entrò di nuovo come non-cattolico sotto il nome di M. nel monastero Vatopedi sul monte Athos. Da missionario poi predicò in Grecia, nell'Egitto e nella Valacchia.

Su domanda del granduca moscovita Vasilij III Ivanovič fu inviato nel 1516 a Mosca. Colà si dedicò a tradurre il Salterio dal greco in latino; un russo ritraduceva dal latino in slavo ecclesiastico. M. pubblicò molti altri scritti. Presto, a cagione di questa traduzione ed anche perché coinvolto nei litigi di politica interna russa, si vide diverse volte tradotto dinanzi al tribunale del metropolita Daniele ed alla fine condannato ad una reclusione severa in un monastero (1531). Dopo molte intercessioni, sotto lo zar Ivan il Terribile (v.), ebbe il permesso di vivere nella Troizo Serguevskaja Lavra, non troppo lontano da Mosca, dove morì.

Bibl.: E. Denisoff, Maxime le Grec et l'Occident. ParigiLovanio 1943; A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948, pp. 123-24. Alberto M. Ammann

MASSIMO (Magnus Maximus), imperatore ROMANO. - N. da umile famiglia spagnola, si arruolo nell'esercito e da Graziano fu preposto al comando delle truppe in Britannia. Ivi nel 383 fu acclamato imperatore.

Passò allora in Gallia mentre Graziano, che fuggiva davanti all'usurpatore, fu ucciso a Lione. Per il momento fu riconosciuto da Valentiniano II e da Teodosio, e mercè l'intervento di s. Ambrogio si venne ad un accordo con
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(per sortecia del p. G. Marmertti)
Massimo, Massimiliano - Ritratto.
il quale fu lasciato a M. il governo della Spagna, Gallia e Britannia. Nel 387 M. venne in Italia e occupò Milano; Valentiniano con la madre Giustina si rifugiarono presso Teodosio. Questi, vedendo ormai il pericolo incombente, marciò contro l'usurpatore che fu vicino ed ucciso presso Aquileia nell'ag. del 388. Verso il cristianesimo, M., per tornaconto politico, si atteggiò a zelante protettore dell'ortodossia, facendo condannare i priesillianisti (v. priSCILLIANESIMO) e perseguitando gli ariani; ma sia s. Ambrogio come il il papa Siricio non vollero approvarne l'operato veramente fazioso e brutale.

Bibl.: W. Enselin, s. v. in Pauly-Wissowa. XIV, coll. 25462555: A. De Broglie, S. Ambrogio, Roma 1906, pp. 63-68, 99-115; Fliche-Martin-Frutza, III, pp. 394 sgg., 475 sg., 516-18; R. Parbeni, Da Diocleziano alla caduta dell'Impero d'Occidente, Bologna 1941, pp. 171-73.

Agostino Amore
MASSIMO, Massimiliano. - Gesuita, educatore, n. a Roma il 3 genn. 1849 dal principe Camillo Vittorio, m. ivi il 6 maggio 1911.

Compiuti gli studi nel Collegio Romano, entrò nel 1868 fra i Gesuiti a Roma, donde per le vicende politiche del sett. 1870 passo all'estero. Studio filosofia a Eppen e a Maria Laach, teologia a Laval e nel 1876 tornò a Roma, dove fu ordinato sacerdote. Frattanto con la chiusura del Collegio Romano l'educazione dei giovani era passata ad altre mani; ed egli, consigliato dai monsa. C. Boccanera e P. Crostarosa, pensò di porvi riparo destinando a scuola il Palazzo Massimo-Peretti alle Terme, toccatogli in eredità. Così nel 1879 i primi So giovani poterono frequentare la nuova scuola. Dovendo per ragioni edilizie cadere sotto il piccone l'antico edificio, il M. fece edificare, nel giardino retrostante, l'odierno Palazzo. La nuova scuola, pur conformandosi ai programmi vigenti, si mantenne permeata dello spirito dell'antico Collegio Romano e gli oltre 14.000 giovani, uscitine nel periodo di 70 anni e che lavorano in gran parte in tutti i rami di attività, mostrano l'efficacia della educazione ricevuta. Il p. M. ne fu anche rettore fino al 1898; e trovò

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pure tempo di occuparsi in ministeri, specialmente in servizio delle classi più umili.

Gli alunni riconoscenti eressero nell'Istituto un busto in suo onore e il Municipio di Roma diede il nome di M.M. al largo stradale, all'ingresso del Collegio.

BibL.: Alla memoria del p. M. M., S. T., Roma 1911; vari autori, L'Istituto M. nel suo cinquantenario, ivi 1929.

Giuseppc Massaruti
MASSIMO III MAZLÒM. - Patriarca melkita cattolico di Antiochia dal 1833 al 1855 . N. ad Aleppo nel nov. 1779, m. ad Alessandria l'i I luglio 1866. Ordinato sacerdote nel 1806 , consacrato vescovo nel 1810, fu poi eletto patriarca di Antiochia e confermato da Roma nel 1836.

Assai favorevole alle idee gallicane, ma nondimeno sinceramente attaccato alla Chiesa cattolica, fu molto intelligente ed energico. Ottenne dal papa Gregorio XVI il privilegio personale di fregiarsi del titolo di patriarca di Antiochia, Alessandria e Gerusalemme. M. organizzò la comunità melkita in Egitto. La Chiesa melkita sotto la sua direzione ebbe un grande sviluppo.

BibL.: C. Karalevskij, Histoire des patriarcats melhites, II, Roma 1910; id., Antioche, in DHG, III, col. 653 sg.

Guglielmo de Vries
MASSIMO, vescovo di Riez, santo. - N. a Décomer in Provenza verso la fine del sec. IV; educato piamente dai genitori, si distinse ben presto nelle virtù. Entrò nel monastero di Lerins, dove nel 426 fu eletto abate. Nel 433 fu nominato vescovo di Riez; rifulse per lo zelo apostolico e l'esercizio delle virtù avvalorato anche da molti miracoli.

Partecipò ai Sinodi di Riez (439), Oranges (441), Vaison (442) ed Arles (454). Nel 451 approvò il Tomus ad Flavianum del papa Leone Magno. M. il 27 nov. forse del 460 , certo prima del 462 , in cui era già vescovo di Riez Fausto, e fu sepolto nella chiesa di S. Pietro da lui stesso edificata e che un secolo dopo prese il suo nome. Il successore Fausto ne scrisse un elogio, e verso il 385 un certo Dinamio la biografia. E commemorato il 27 nov.

BibL.: BHL. 3842: PL 80, 32-40; Tillemont, XV, pp. 392401; L. Duchesne, Fautes épiscopaux de l'ancienne Gaule, I, Parigi 1907, p. 283 sg.; Martyr. Hieronymianum, p. 624; Martyr. Romanum, p. 550 sg.

Agostino Amore
MASSIMO, vescovo di Saragozza. - Cronista, vissuto tra il 592 ed il 619. Assisté insieme al Biclarense ai Sinodi di Barcellona (599) e di Egara (614). Secondo s. Isidoro di Siviglia, M. scrisse «molto in prosa e in versi... ». E aggiunge: «anzi si dice che continua a scrivere molte cose che non ho visto».

Il suo capolavoro fu la Storia dei Goti, ora perduta, scritta in forma di cronaca e probabilmente adoperata da s. Isidoro e da altri. Vi sono alcune note marginali alla Cronaca di Vittore Turonense, che sembrano prese dalla cronaca di M. Un Chronicon pubblicato da R. de la Higuera (PL 80, 617-32) sotto il nome di M. risulta invece un falso.

BibL.: Edizione delle note alla Cronaca di Vittore: T. Mommsen, Chronica minora, in MGH, Aust. antig., XI, pp. 221223.

Giuseppe Madoz
MASSIMO di Torino, santo. - Padre della Chiesa; primo vescovo di Torino di cui si conosca il nome.
I. Vita. - Non si hanno che scarse ed incerte notizie su questo grande vescovo torinese il cui episcopato deve collocarsi da non prima del 380 , a non oltre, come sembra più probabile, il 423 . Dovette essere figlio spirituale di s. Eusebio di Vercelli. Fu presente, probabilmente, al Concilio di Torino del 398. Dai suoi discorsi egli appare tutto dedito al bene del suo popolo e di parola particolarmente avvincente ed efficace.
II. Scritti e dottrina. - Gli è attribuita una produzione letteraria non indifferente suddivisa, un po' artificialmente, in homiliae, sermones, tractatus. Una parte molto notevole di essa però non è così sicuramente sua
ed un'altra parte è indubbiamente spuria. Gli scritti di s. M. meritano tutta l'attenzione sia dello storico, per le preziose indicazioni sulle condizioni sociali, religiose e morali delle popolazioni dell'Italia settentrionale nel sec. v, sia del teologo per gli elementi dogmatici, sempre assai precisi, che egli offre sui punti principali del sapere teologico, soprattutto riguardo alla dottrina ecclesiologica, cristologica e battesimale.
III. Questioni aperte. - Oltre a questioni di minore importanza : tempo e luogo della nascita (Volterra, Trentino, Vercelli, Torino?), tempo della consacrazione episcopato e simili, le più gravi questioni tuttora aperte su s. M. sono le seguenti : 1) esistenza di uno o due Massimi, cioè l'esistenza o meno di un altro vescovo di Torino, suo omonimo (M. II?), richiesto, come sembra, per accordare una notizia di Gennadio con la presenza di un «Maximus episcopus Taurinensis» firmatario al Concilio di Milano del 451 ed al Concilio di Roma del 465. Secondo Gennadio infatti s. M. «moritur Honorio et Theodosio iuniore regnante» (alcuni codd. : «regnontibus») : ora Onorio e Teodosio non furono compagni di governo che prima del 423 . I sostenitori di un unico M. invece di «moritur» leggono «oritur», « floruit», "claruit», posticipando per conseguenza l'epoca della nascita e riuscendo a far pervenire il suo episcopato fino almeno al Concilio romano del 465 . 2) La questione critica dell'appartenenza delle opere a lui attribuite. Una revisione dell'opera di Bruno Bruni, primo editore critico degli scritti di s. M., si è resa indispensabile dopo gli studi di Bonna, Colombo, Capelle, Moricea (v. bibl.). 3) La questione delle fonti bibliche e patristiche (da notare come un accostamento tra le citazioni bibliche tratte dagli scritti certamente autentici, con quelle contenute negli scritti dubbi, potrebbe fornire un utile criterio di ulteriore determinazione).

Bial.: L'ed. fondamentale degli scritti attribuiti a s. M. è quella fatta da Bruno Bruni per incarico di Pio VI (Roma 1784), riprodotta poi in FL 57; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia, Torino 1899; B. Capelle, in Revue bènéd., 34 (1922), pp. 81-108; 36 (1924), pp. 163-80; 40 (1928), pp. 49-86; 45 (1933), pp. 108118; S. Colombo, Per un'edizione critica delle opere di s. M. vescovo di Torino, in Didachabion, nuova serie, 2 (1924), pp. 71 75; U. Moricea, Il codice Casanatense 1338. Ventiquattro onetle medite di s. Id. di Torino, in Bilycnis, 18 (1929), pp. 1-22, 81-93; cf. id., in Didachabion, 17 (1929), p. 1 sgg.; C. Bonna, S. M. di Torino, in Rivista diocesana torinese, 1934, pp. 47-67 sge. - Per il pensiero teologico di s. M., cf. F. Gallezio, La dottrina cristologica di 1. M. vescovo di Torino, in La Scuola cattolica, 1936, pp. 617-39 (estratto di tesi); P. Bongiovanni, S. M. vescovo di Torino e il suo pensiero teologico, manoscritto presso la segreteria del P. Ateneo Salesiano di Torino, 1948-49.

Giovanni Maria Rolando
MASSONERIA. - Società segreta a carattere cosmopolita e iniziatico, sorta col fine di affranellare gli uomini di tutte le nazioni e di organizzare la società su basi esclusivamente umanitarie e laiche.
I. M. OPERativa. - L'origine si ricollega con le antiche corporazioni dei maestri d'arte muraria, che ebbero la massima espansione e importanza specialmente dall'al al xiri sec. Nelle febbrile attività edilizia di quell'età si spiega come buoni architetti e buoni muratori, capomastri, lapicidi ecc. venissero dappertutto ricercati e allettati con privilegi, immunità e franchigie e come l'arte muraria acquistasse una sorta d'internazionalità ed un primato su tutte le altre arti. I pontefici non si mostrarono meno larghi dei principi secolari: Bonifacio IV (1110), Niccolo III (1277), Benedetto XII (1331), riconobbero loro il diritto di governarsi secondo i propri statuti, con esenzioni da oneri e obbligazioni locali, di potersi trasferire di paese in paese liberamente, di godere di una specie di monopolio per la costruzione di fabbriche religiose di maggior importanza. Di qui l'appellativo di liberi, franc, frei, free, e l'attributo che con legittimo orgoglio le corporazioni murarie si attribuirono di arte reale. A conservare ed accrescere tale prestigio contribuì non poco la rigida osservanza delle norme stabilite negli statuti corporativi circa l'iniziazione di nuove reclute e la promozione dal grado di apprendista, con cui esse venivano ascritte all'arte, a quelli di compagno o di maestro, la solennità di cerimonie e di riti con cui venivano in-

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vestite dei simboli dell'arte, squadra, compasso, grembiule ecc., i solenni giuramenti, l'inviolabile osservanza del segreto professionale e dei doveri civili, religiosi e morali imposti dagli statuti. Con tale investizione, il fratello (cosi si nominavano i membri fra di loro), era reso partecipe di una parola d'ordine, di segni di riconoscimento, ecc. con i quali veniva ricevuto dovunque si recasse ed accolto fraternamente da compagni d'arte, provveduto ed aiutato nei propri bisogni.

Gli statuti corporativi erano molto esigenti quanto ai requisiti non solo professionali, ma anche personali dei membri, né permettevano l'ammissione se non a persone le quali avessero giusti natali e condotta religiosa e morale del tutto inceccapibile. Un documento francese della fine del sec. xiv, il Poème maysouique, in cui si ha una specie di galateo, civile e religioso, del buon libero muratore, insiste in particolar modo sulla devozione che questo deve avere verso Dio, verso i santi e verso la Chiesa. Gli stessi precetti sono inculcati in tutti gli antichi statuti corporativi che si conservano, fino alle Constitution of Masonry del 1704, che sono le ultime che in Inghilterra si conoscano prima della trasformazione delle logge da operative in speculative. L'attaccamento dei franchi muratori alla Chiesa cattolica è dimostrata in Francia dalla parte rilevante presa da essi nel movimento della Ligue, in Inghilterra dalla tenace resistenza fatta agli sforzi di Enrico VIII e della regina Elisabetta per introdurre la riforma nelle logge, in Italia dalla frequenza di altari e di cappelle erette dalle corporazioni dei « Lombardi», là dove si ritrovavano in maggior numero. Accanto alle corporazioni di mestiere esistevano assai spesso confraternite, che il protestantesimo (dice il Le Forestière) riformò, ma che sussistono ancora, osservando il culto della fratellanza, il rispetto alla religione ufficiale e gli usi tradizionali.

L'abbandono dell'architettura religiosa nei paesi invasi dalla riforma protestante, nonché le dissensioni intestine che presto si incominciarono a manifestare tra maestri e artigiani (collegati questi in segrete leghe di resistenza [compagnonnage], dai nomi strani, a riti e gergo non meno bizzarri : una sentenza del 14 marzo 1633 della Facoltà teologica della Sorbona ne dichiara empie, sacrileghe e superstiziose le pratiche e i riti), arrecò con la crisi professionale anche il decadimento delle corporazioni. Per rialzare il loro prestigio queste adottarono il sistema di ammettere membri onorari influenti appartenenti alle classi dell'alta società. Fin dal principio del sec. xvir in Inghilterra si contano non pochi nobili tra i membri delle corporazioni ed era una moda, un gesto di squisita eleganza farsi iscrivere ad esse. A poco a poco l'elemento intellettuale e aristocratico costituì il vero elemento direttivo, così da preparare insensibilmente la trasformazione della M. da operativa in speculativa. "Tutto porta a credere-dice il Bertolot - che dal principio del sec. xvir gli elementi speculativi la vincessero su quelli operativi, sicché la sostituzione già dal principio del sec. xviri fosse in atto in tutti i grandi paesi d'Europa". Ormai gli storici seri, anche massoni, hanno definitivamente ripudiate come infondate certe mirabolanti versioni, che vorrebbero far discendere la M. da Lameck, architetto del tempio di Gerusalemme, da Zoroastro, da Confucio, da Pitagora, dai misteri di Egitto e di Grecia, dai Templari e perfino da Noè e da Adamo.
II. M. politica. - Per avere una idea della grande evoluzione che si ebbe in seno alla M. operativa, si deve tener conto di ciò che avvenne nella vita politica e sociale in Inghilterra dalla fine del sec. xvir al principio del seguente, e alle alterne vicende cui soggiacquero i due grandi partiti in contrasto, dei Tories, partigiani degli Stuart e fedeli alle tradizioni cattoliche, e dei Whigs, fautori del parlamentarismo e della riforma. Le logge massoniche, sia per il segreto di cui si circondavano, sia per la loro medesima natura che non ispirava sospetti, offrivano terreno assai propizio alle cospirazioni, al all'uno come all'altro partito. Quando alla morte di Anna Stuart ( 1° ag. 1714) i Tories, e con essi le logge scozzesi o giacobite, decisero di tentare uno sforzo supremo in favore di Giacomo III, fu giocata l'ultima carta non
solo della dinastia, ma anche della M. Il trionfo di Giorgio I d'Hannover (1714) e il sopravvento dei Whigs segnarono la fine del giacobitismo e della Chiesa cattolica e il primo grande successo della M. inglese e protestante.
III. Origini della M. speculativa. - Durante questi avvenimenti quattro logge operative dissidenti, esistenti in vari quartieri di Londra, dietro ispirazione di un protestante immigrato francese, Teofilo Désaguliers, membro della Royal Society, si unirono in un'unica grande loggia; ciò avvenne il 24 giugno 1717, festa di s. Giovanni Battista. Così ebbe origine la Grande Loggia d'Inghilterra, destinata a diventare la Grande Loggia madre mondiale: ed ebbe così principio anche la vera M. speculativa. Le logge giacobite subirono allora invasioni, i loro archivi vennero dispersi e bruciati. Fonte principale d'informazione restano i pochi cenni lasciati dall'Anderson nella prefazione delle Costituzioni del 1738, ma non vi si può dare cieca fede. Uno dei primi fondatori della Gran Loggia, lo Stuckeley, attesta che molto contribuì alla voga della nuova istituzione il mistero di cui si circondava, nonché la suggestiva nonna che vi si coltivassero scienze occulte. Del vero carattere che la M. veniva assumendo, non pare che quei primi membri avessero ancora percezione ben chiara.

Costituzioni di Anderson. - L'incarico di compilare nuove costituzioni fu affidato subito a Giacomo Anderson, pastore protestante; il 27 dic. 1721 egli presentò il lavoro, che fu ufficialmente approvato il 17 genn. 1723. La M. vi è concepita come un "centro d'unione ed un mezzo di stabilire una sincera amicizia fra persone le quali, altrimenti, si sarebbero trovate sempre separate le une dalle altre». Nel primo cap. (Circa Dio e la Religione) si esprimeva il concetto: un massone che "intende bene l'arte", non diverrà mai né un "ateo stupido" né un "libertino irreligioso". Mentre anticamente si faceva obbligo al massone di "praticare dappertutto la religione del paese", ora si riconosceva più opportuno di non imporre "altra religione che quella nella quale tutti si trovano d'accordo", lasciando "pienamente libero ciascuno sulle opinioni personali».

Ad opera del medesimo Anderson le Costituzioni nel 1738 vennero riformate, e nel capitolo relativo ai doveri religiosi venne introdotta una notevole variazione secondo la quale il massone deve impegnarsi ad "osservare la legge morale come un vero soachita", e "riconoscere i tre grandi articoli di Noè come sufficienti a preservare il cemento della legge». In ambedue le redazioni delle Costituzioni appare manifesta la preoccupazione di rimediare in qualche modo ai funesti effetti della riforma protestante, con lo stabilire pacifica convivenza, sulla base della aconfessionalità e in spirito di tolleranza; ma, anzitutto, come pensa il Lantoine, di staccare definitivamente la M. dal cattolicesimo per inserirla nell'anglicanesimo. Il primo passo è costituito dalle Costituzioni del 1723, il secondo da quelle del 1738, dove si fa richiamo alla Bibbia come norma dottrinale e morale, ma in una forma così vaga e indeterminata da potervi accogliere persone d'ogni setta ed opinione religiosa.
IV. Espansione della M. - Si può spiegare la rapida diffusione della M. nel mondo solo mettendola in relazione con la potenza e il prestigio raggiunto in quegli anni dall'Inghilterra. Le antiche logge del Galles, come quelle d'Irlanda e di Scozia, furono le prime a sottomettersi alla Grande Loggia di Londra e costituirono ciascuna una Grande Loggia provinciale. Alla metà del secolo la M. era penetrata in tutti i principali paesi di Europa: Francia (1721), Olanda (1725), Spagna (1726), Russia (1732), Italia (1733), Svezia (1735), Svizzera (1736), Polonia (1739), Austria (1742), Danimarca (1743), Nor-

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vegia (1745), e inoltre Calcutta (1728), Gambim e Capo Coart-Castle (1735), Massachussets (1735).

1. M. anglosassone. - In Inghilterra, causa il danno spirituale che produceva il dottrinarismo materialistico e irreligioso nelle logge, verso la metà del ' 700 ci fu un movimento di reazione. La Gran Loggia inglese fece curare una nuova edizione delle Costituzioni dal pastore anglicano Entech e stabilì come dogmi fondamentali la fede in Dio, Grande Architetto dell'Universo, e il rispetto alla Bibbia. La M. anglosassone, fedele a questi criteri, s'è di regola astenuta dall'ingerirsi in questioni politiche e confessionali ed ha preferito esplicare la sua attività nel campo umanitario. Nell'àmbito dominato da essa (Inghilterra, Irlanda, Scozia, Germania, Stati Uniti, ecc.) non ha fin qui attecchito quell'anticlericalismo astioso proprio della M. dei paesi latini, e la Chiesa cattolica non ha intralci nella sua missione religiosa e civile.
2. Orientamenti della M. in Francia e in Inghilterra. - La M. politica ebbe campo di radicare in Francia dalla fine del sec. xvir, quando Giacomo II Stuart, perduto il trono d'Inghilterra, passo in Francia con le truppe rimastegli fedeli. Sorsero allora numerose logge giacobite che servirono a tener uniti gli esuli fra loro e questi con gli amici politici di Scozia e d'Inghilterra. In opposizione alle logge stuartiane, le quali avrebbero avuto quale primo Gran Maestro l'eroico e pio Carlo Ratheliff, fiorirono non meno numerose le logge orangiste; finché, cessate le rivalità politiche tra Francia ed Inghilterra, si cercò una conciliazione anche fra le due M. Se ne rese patrono autorevole il cavaliere di Ramsay (1685-1743), amico fedele, poi biografo ed editore, di Fénelon, del quale era stato riconciliato con la Chiesa cattolica. Al Ramsay è dovuto un celebre Discorso stampato la prima volta nel 1738 insieme con le Costituzioni riformate di Anderson che esercitò sulla M. un'influenza non meno vasta e profonda di queste. Temperamento idealista e mistico, egli si studiò di liberare la M. dalle pastoie della politica e di metterla a servizio di un ideale spirituale umanitario e morale.

Le complesse circostanze tra cui si svolse l'attività massonica in Francia non permisero che i generosi propositi del Ramsay giungessero a maturità. Sotto il lungo governo del Gran Maestro conte di Clermont (1743-79), e in quello del successore, duca Luigi Filippo d'Orléans (Philippe Egalité), la M. francese sempre più si allontanò dall'ideale cristiano. Le logge massoniche, sotto il conte di Clermont, furono teatro di spettacoli indagni, la M. ne andò screditata e si frazionò in innumerevoli obbedienze dai nomi più eterocliti e bizzarri. Il duca d'Orléans si adoperò a riorganizzare la M. in un corpo più saldo e compatto, e in parte vide coronati i suoi sforzi. Appoggiata ad alti e potenti protettori, la M. poté contare nelle sue file molti dei principali esponenti della magistratura, della scienza e dell'esercito. Fra le molte logge della capitale, La Loge des neuf Soeurs era riservata ai massimi campioni dell'illuminismo, dell'enciclopedismo e della Rivoluzione: ne fec