talvolta tentato di negare l'esistenza di un problema delle m. p.: si ricordino le ripetute dichiarazioni del ministro A. Eden di Gran Bretagna durante l'ultimo conflitto mondiale: «Il problema delle m. p. non esiste in via assoluta. Le m. p. sono a disposizione di tutti : basta pagarle»: dichiarazioni che illustri economisti nostri fecero proprie. Il problema viene in tal modo semplicemente spostato dal piano territoriale a quello della disponibilità dei mezzi di pagamento e della libertà di scambio: vale a dire al campo dell'organizzazione generale dell'economia. Alla negazione del problema avrebbe pertanto dovuto seguire il suggerimento di abbandonare la soluzione politica e di ripiegare su quella economica di una maggiore libertà di sfruttamento e di scambio, assistita da un più idoneo ordinamento dei mercati e del credito. Una soluzione del genere, l'unica veramente razionale, sarà facilitata se le politiche nazionali lascieranno più libero corso allo svilupparsi delle solidarietà pratiche dei popoli, destinate a rafforzare la convinzione che la povertà degli uni
rappresenta un costante impedimento e una costante minaccia alla ricchezza degli altri. Purtroppo, invece, nelle società umane l'egoismo individuale risspunta come egoismo collettivo di categoria, di classe o di nazione, altrettanto cieco e pericoloso, armato come è della forza politica ed esasperato da questioni di prestigio e dallo spirito di rappresaglia. La permanente inquietudine, alimentata dalla sperequazione delle m. p. e, che è lo stesso, dalla deficienza dei mezzi di pagamento e dagli intralci al commercio, provoca una continua e nervosa elaborazione di difese, rivendicazioni e ritorsioni : per

sita N. Marconi, Ridrati Noditritanti
nella piu antica ritiolano lactale. Milano
200, 14r. 90
Mater Matuta e Matrasia - Le dea seduta con due bambini sulle gi. nocchia, protettrice della fecondita, Capua, Museo Campano.
cui vanno crescendo a dismisura le vecchie e nuove burocrazie (amministrativa, politica, sindacale, militare) e i vari pezzesitismi di natura affaristica e intermediaria, oltre a una vasta opera di corruzione politica: il tutto ad incremento indefinito del lavoro improduttivo o scarsamente produttivo, e a progressiva riduzione di quello utile. Si soggiace, infatti e generalmente, alla suggestione che la disciplina dei problemi vasti e complessi esiga organizzazioni statali accentrate e compressive : mentre invece dovrebbe consigliare il ricorso ad automatismi più estesi, ad articolazioni decentrate della privata iniziativa nel quadro di una vera libertà economica, servita e controllata da perfetti strumenti monetari, creditizi, di mercato e di scambio. Senza di che non si riuscirà a spezzare il circolo vizioso per cui l'economia non si sviluppa perché compressa dalla politica, mentre questa non può cedere il passo se non siano prima scomparsi i pericoli di crisi e di guerre, immanenti nel problema delle m. p. e nelle sue dirette conseguenze.
Bim.: vari autori, Mineral raw materials, Nuova York 1937; W. Pahl, La lotta mondiale per le m. p., Firenze 1942; P. Friedensburg, Die Bergwirtschaft der Erde, Stoccarda 1948; U. N. Department of Economic Affairs, European Steel Trends in the setting of the World Market, Ginevra 1949; U. S. Department of the interior, Bureau of Mines, Mineral Yearbook 1956, Washington 1950; A. M. Baterman, Economic mineral deposits, Nuova York 1950; E. W. Zimmermann, World resources and industries, ivi 1951.
Mario Baronci
MATER MATUTA e MATRALIA. - Mater Matuta è un'antica dea della religione centro-italica e romana. Un suo santuario importante era quello di Satricum (Conca), del quale son rimaste molte statuette votive raffiguranti donne con bambini in braccio. A Roma, il suo tempio era al Foro Boerio, attiguo a quello di Fortuna con un identico giorno di dedica: l'ir giugno che nel calendario più antico figura come festa della dea, Matralia.
Gli antichi identificavano la dea con la greca Ino Leukothea, nurture di Dioniso. La mettevano in relazione sia con la maternità sia con l'aurora, anche in base al suo doppio nome. Il suo culto conservava diversi e singolari tratti arcaici, difficilmente interpretabili. Nel suo tempio non potevano entrare che donne unicórne (non risposate). Nel giorno della sua festa ciò non ostante si conduceva nel tempio una schiava, ma solo per maltrattarla e scacciarla fuori. Le donne pregavano la dea non
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per i propri figli, ma per i figli delle loro sorelle (cf. il mito di Ino, sorella della madre di Dioniso).
Bibs.: W. Warde Fowler, Roman Festivals, Londra 1899, p. 124 sgg.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2² ed., Monaco 1912, p. 110 sg.; M. Helberstadt, Mater Matuta, Francoforte s. M. 1934; H. Langby, Die Tempel der Fortuna und der Mater Matuta am Forum Boarium in Rom, Berlino 1939.
Angelo Brelich
MATERNITÀ DIVINA DI MARIA S.ma. E il principale privilegio di Maria, e la radice di tutti gli altri. La natura e i fondamenti della m. d. sono stati lumeggiati da Pio XI nell'encicl. Lux veritatis, per il XV centenario del Concilio di Efeso.
La maternità umana, in genere, implica una relazione permanente della madre con il figlio e viceversa, fondata sulla generazione. Importa perciò che una donna (principio generante) comunichi al figlio (termine generato) una natura identica alla sua (termine secondo il quale il soggetto è generato) per mezzo di vera e propria generazione (concepimento, gestazione e parto). Si ha pertanto una vera relazione, i cui elementi costitutivi sono: il principio generante, il termine generato (il soggetto o persona generata secondo una determinata natura) e il fondamento, ossia, la generazione. Applicando queste nozioni alla m. d. di M., si può dire che consiste in una relazione permanente di Maria (principio generante) con Cristo (termine o persona generata, secondo la natura umana), fondata sulla generazione. Avendo Maria realmente generato la persona divina del Verbo secondo la natura umana, gode di una vera e propria m. d. Tutto ciò si comprende bene se si tiene presente che in Cristo vi è una sola persona (quella divina del Verbo) nella quale sussistono due nature, la divina e l'umana. Conseguentemente, una stessa persona (quella divina del Verbo) generata fin dall'eternità dal Padre secondo la natura divina, è stata generata nel tempo da Maria secondo la natura umana. La negazione dell'unicità della persona in Cristo spinse Nestorio (v.) ad ammettere che Maria era soltanto Xpıaтoтóкos (Madre di Cristo) e non già Өeoтóкos (Madre di Dio). Ammetteva infatti in Cristo non solo due nature ma anche due persone, la divina e l'umana, in una perfetta unione morale di volontà. Questa eresia fu solennemente condannata nel Concilio di Efeso (431) con singolare esultanza di tutti i fedeli (cf. Denz-U, 148).
Questo dogma è esplicitamente contenuto nella Rivelazione. Nella S. Scrittura Maria viene presentata come madre di Gesù, da lei concepito e dato alla luce (Is. 7, 14; Mt. 2, 11; Lc. 1, 31; 2, 7; Io. 2, 1, 3, 5, 12; 19, 25-26; Gal. 4, 4). Gesù poi viene presentato come Dio. Maria quindi, essendo madre di Gesù, vero Dio, è in senso vero e proprio madre di Dio. Cosi del resto la salutò s. Elisabetta quando, ispirata da Dio, esclamò : «E donde a me questo che la Madre del mio Signore venga da me?» (Lc. 1, 43). Il termine «Signore» è sinonimo di «Dio», poiché nello stesso capitolo viene usato 14 volte e sempre nel senso di « Dio», e la stessa Elisabetta soggiunge : «si compiranno in te le cose che ti sono state dette dal Signore», ossia, da «Dio» (Lc. 1, 45).
La tradizione cristiana, fin dall'età apostolica, ha attestato sempre in modo esplicito la m. d. di M. : s. Ignasio d'Antiochia (Ephes., 7), s. Ireneo (Adv. haer., III, 16, 22: PG 7, 921, 955), Tertulliano (De carne Christi, 17: PL 2, 781-82), s. Ippolito (Contr. haeres. Noeti, 17 : PG 10, 825-28). Riguardo al termine tecnico Өzoтóкos era già cosi universale, da permettere a s. Cirillo d'Alessandria di appellarsi, contro Nestorio, all'uso comune dei ss. Padri che lo avevano preceduto (Liber ad Reginas, De recta in D. N. I. C. fide: PG 76, 1218).
La dignità che deriva a Maria dalla m. d. è del tutto singolare e, in un certo senso, ossia moralmente, è infinita, poiché il Figlio, come asseriva s. Alberto Magno, rende infinita la bontà della Madre (Mariais, q. 197). Essa fa entrare la Vergine in strettissima relazione con la singole persone della S.ma Trinità. Da sola, la m. d. supera incomparabilmente tutto l'ordine di natura, di
grazia e di gloria, poiché solleva la Vergine al supremo fra tutti gli ordini creati, all'ordine dell'Unione ipostatica, al quale appartiene quale causa strumentale dell'Incarnazione del Verbo. Per questo i ss. Padri, i Dottori della Chiesa e gli scrittori ecclesiastici hanno usato i titoli più belli per esaltare la trascendente dignità della Madre di Dio.
Festa liturgica. - Una festa particolare in onore della m. di M. fu istituita solo nel sec. xviri. Dietro preghiera del cieco pariggiose e del re Giuseppe Emmanuele, Benedetto XIV, con decreto della S. Congregazione dei Riti (22 genn. 1751) la concesse al Portogallo, da celebrare con rito doppio maggiore, la prima domenica di maggio, ed egli stesso ne preparò la Messa e l'Ufficio (cf. Benedicti XIV, Opera, VI [Prato 1842], pp. 212). In seguito di tempo fu estesa anche al Dominio Veneto (1752), al Regno di Napoli (1778), alla diocesi di Perugia (1800), alla Toscana (1807), all'Inghilterra (1843), ecc. A ricordo poi del XV centenario del Concilio di Efeso, Pio XI (encicl. Lux veritatis, 25 dic. 1931 : AAS, 23 [1931], pp. 516-17) la estese alla Chiesa universale con rito doppio di 2² classe e Messa e Ufficio propri (cf. F. G. Holweck, Fasti Mariani, Friburgo in Br. 1892, pp. 224-25). - Vedi tav. XXVI).
Bibs.: J. B. Terrien, La Mère de Dieu et la Mère des hommes, 4 voll., Parigi 1902: J. Bérremieux, De natione divinee mater. nitatis B. M. F., in Ephemeridis theologicae Lemaniensis, 1 (1924), pp. 21-31: P. Clément, Le sens chrétien et la maternité divine au 1 Vᵉ et Vᵉ siècle de l'Eglise, Bruges 1929: J. M. Nicolas, Le concept intégral de la maternité divine, in Revue thomière, 42 (1937), pp. 230-47; Nilo da S. Brocardo, De maternitate divina B. M. V. Nestorii et Cyrilli A. sententia, Roma 1944; G. Roschini, Mariologia, II, 1, ivi 1948, pp. 141-96; S. Ragazzini, La d. m. di Maria nel suo concetto teologico integrale, Roma-Longiano 1948 (punto di vista scottica); D. Berretto, Maria nel dommo cattolico, Torino 1949, pp. 327-51; H. M. Manteau-Bonamy, Maternité divine et Incarnation. Etude historique et doctrinale de st Thomas à nos jours, Parigi 1949.
Gabriele Roschini
MATERNITÀ SPIRITUALE DI MARIA S.ma. - I. Il fatto. - Che Maria S.ma, oltreché madre naturale di Cristo, l'Uomo-Dio, sia anche madre spirituale di tutti i cristiani membri del corpo mistico di Cristo, è un fatto incontestabile, poiché è nella predicazione del magistero ordinario della Chiesa e nella persuasione di tutti i fedeli. Nelle parole rivolte da Gesù Crocifisso alla Madre e a s. Giovanni : «Ecco il tuo figlio... Ecco la madre tua» (Io. 19, 26), non pochi esegeti, sia antichi che moderni, hanno veduto la promulgazione solenne del fatto della m. s. di M. (ad es., s. Ambrogio. s. Giovanni Damasceno, Giorgio di Nicomedia, Eadmero, Filippo di Harvengt, Ruperto di Deuta, Geroh di Reichersberg). In due strofe di una sequenza latina del sec. xv sulla compassione della Vergine è detto : «La madre è data al discepolo, ed è ciò un gran mistero; sotto il nome di Giovanni, ogni fedele è compreso" (cf. G. Chevalier, Repertorium hymnologicum, I, Lovanio 1802, p. 418, n. 6983).
Anche i romani pontefici, in documenti ufficiali, hanno interpretato in tale senso le parole di Cristo morente. Benedetto XIV, nella bolla Gloriosae Dominae del 27 sett. 1748, affermò che «la Chiesa cattolica, sotto l'illuminazione dello Spirito Santo, ha professato sempre il culto più filiale per la B. Vergine, vedendo in essa la madre più amante, una madre lasciatale dal suo Speso morente con le sue ultime parole» (Bullarium, II, Prato 1846, p. 428). Leone XIII, nella encicl. Adiutricem populi del 5 sott. 1895, ha insegnato esplicitamente che « secondo il senso perenne della Chiesa («quod perpetuo sensit Ecclesia»), Cristo, nella persona di Giovanni, ha designato tutto il genere umano, specialmente coloro che gli sono uniti mediante la fede» (A. Tondini, Encicliche Mariane, Roma 1950, p. 22). Altrettanto hanno dichiarato Pio VIII, Benedetto XV e Pio XI.
II. Natura. - Quando si asserisce che Maria è madre nostra, non s'intende dire che essa lo sia in
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(4a M. Pitteluga, Filippo Lippi. Firenze 1713, 89. (13)
Maternità spirituale di Maria s.ma - Madonna della Misericordia. Tavola eseguita per l'altare della Trinità del duomo di Pistoia. Bottega di Filippo Lippi (1466-67) - Berlino, Museo di Stato.
senso metaforico, ad es., perché ama come una madre, ma in senso proprio. E neppure s'intende dire che essa sia madre nostra in senso soltanto giuridico, in quanto cioè ci ha adottati per figli, ma realmente, nel senso cioè di una comunicazione diretta di vita. E necessario però tener presente che la vita comunicata direttamente da Maria non è la vita naturale ma quella soprannaturale della Grazia divina, incomparabilmente superiore a quella della natura comunicata direttamente dalla madre terrena.
III. Il fondamento. - La ragione fondamentale di questa maternità soprannaturale è da ricercare nella dottrina del corpo mistico di Cristo. Infatti, per l'Incarnazione nel seno di Maria, il Verbo fatto uomo è diventato capo mistico di tutta l'umanità (che è la sintesi di tutta la creazione) e l'umanità è diventata il suo mistico corpo. Pertanto, generando naturalmente Cristo, Maria generava anche, soprannaturalmente, le mistiche membra di Cristo, ossia tutta l'umanità. Il Capo e le sue membra divennero frutto del seno della Vergine e Maria divenne la madre del Cristo totale, capo e membra: naturalmente madre di Cristo e soprannaturalmente madre di tutte le sue membra mistiche.
È tuttavia da notare che l'universale e soprannaturale maternità di Maria, nel momento dell'Incarnazione e in virtù della medesima, fu soltanto allo stato potenziale (non ancora in acta) poiché soltanto in modo iniziale l'umanità tutta fu allora inclusa in Cristo o, meglio, nella umanità da lui assunta. Questa inclusione potenziale dell'umanità e dei suoi singoli membri diventa attuale, personale, quando i singoli uomini vengono incorporati al Cristo mistico, mediante la fede e il Battesimo, indispensabili al conseguimento della vita eterna (cf. Mc. 16, 19-16; Ja. 3, 5-6), poiché fanno di Cristo e di noi una inscindibile realtà soprannaturale, una sola persona mistica. Anche questa generazione soprannaturale attuale dell'individuo alla vita soprannaturale della Grazia divina non avviene che in Maria, mediante l'operazione dello Spirito Santo. Nel Battesimo, infatti, ha luogo in modo attuale per l'individuo ciò che si verificava in modo potenziale, per tutta l'umanità, nell'Incarnazione. Nel Battesimo, la Vergine attua misticamente la sua maternità potenziale.
Oltre a comunicar direttamente, insieme con Cristo, la vita soprannaturale della Grazia, Maria alimenta e sviluppa in ciascuno dei suoi figli questa stessa vita mediante le grazie attuali, le quali passano tutte attraverso le sue mani. Quest'azione materna perdura fino a che l'uomo non abbia raggiunto in cielo la pienezza dell'età di Cristo.
IV. L'estensione. - Se la m. s. di M. ha il suo fondamento nella nostra incorporazione a Cristo, ne segue
che essa si estende tanto quanto si estende in Cristo la sua qualità di capo del suo corpo mistico. Ora, la qualità di capo, in Cristo, si estende a tutte le creature, sia angeli sia uomini, poiché tutti, sebbene in modo diverso, sono mistiche membra di Cristo, e perciò in tutti circola la vita soprannaturale della Grazia divina derivava dal Capo.
Pertanto anche la m. s. di M. si estende a tutte le creature, angeli e uomini, avendo Essa cooperato ad unirle, a incorporarle a Cristo, come membra al capo. Non tutti però lo sono nel medesimo modo e nel medesimo grado. Di alcuni infatti Cristo è capo in atto, di altri è capo soltanto in potenza, e di altri in nessun modo. E capo in atto dei fedeli, peccatori, giusti e beati, ma in grado molto diverso. Dei fedeli peccatori (privi della Grazia, ma uniti a Cristo con la fede) Cristo è capo (e Maria è madre) sotto un certo rispetto soltanto; dei fedeli giusti Cristo è capo (e Maria è madre) sotto ogni rispetto; dei beati poi, sia angeli che uomini, Cristo è capo (e Maria è madre), in modo più eccellente. Cristo è capo in potenza (e la Madonna è madre in potenza) degli infedeli, i quali forse un giorno si uniranno a Cristo con la carità o almeno con la fede. Cristo in nessun modo è capo (e Maria, in nessun modo è madre) di coloro che, sia angeli sia uomini, sono dannati, poiché in nessun modo, né in atto né in potenza sono uniti a Cristo, essendo definitivamente separati da lui.
Bibl.: G. Ventura, La Madre di Dio, Madre degli uomini, Roma 1854; J. B. Terrien, La Mère des hommes, a voll., Parigi 1933; G. Roschini, Mariologia, 2a ed., Roma 1947, pp. 199227; L. M. Marvulli, Maria Madre del Cristo mistico, ivi 1948; P. Geenen, Marie notre mère, in Marianum, 10 (1948), pp. 337352; A. Piolanti, Mater Unitatis, De spirituali Virginis maternitate sec. nonnullos spec. XII scriptores, ibid., 11 (1949), pp. 432449; J. Bover, Marie, l'Eglise et le nouvel Israël, in Maria, Etudes sur la Ste Vierge, a cura di H. Monsoir, I, Parigi 1949. pp. 661-74; D. Bertetto, Maria nel domma cattolico, Torino 1949, pp. 461-65.
Gabriele Roschini
MATERNO, santo. - Era già vescovo di Colonia nel 313, quando Costantino lo invitò a partecipare al Sinodo romano per definire la controversia donatista; nel 314 fu ancora al Concilio di Arles per lo stesso motivo. Era già morto nel 344, perché in quell'anno reggeva la Chiesa di Colonia il successore Eufrata. Verso il sec. IX fu scritta una biografia di M. molto leggendaria, che ne faceva: un discepolo di s. Pietro che lo avrebbe inviato direttamente a Colonia. E commemorato il 14 sett.
Bibl.: Eusebio, Hist. eccl., X, 5; s. Ottato, De schismate Donatistorum, 1; Tillemont, VI, pp. 26, 701 sq.; Acta SS. Septembris, IV, Parigi 1868, pp. 354-400; Martyr. Romanum, p. 396. Agostino Amore
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MATEYKO, Jan. - Pittore polacco, n. a Cracovia il 30 giugno 1838 , m. ivi l'r ott. 1893 . Studiò a Cracovia, a Monaco di Baviera (1859-60) e a Vienna (1860), quindi tornò a Cracovia dove trascorse il resto della sua vita.
Dipinse soggetti sacri e scene della storia polacca bene interpretando il gusto del suo ambiente e della sua generazione e dando prova di eccellenti facoltà rappresentative tradotte in un serio linguaggio coloristico, che sembra talvolta allacciarsi ai modelli dei maestri veneti del Cinquecento. M. fu anche ritrattista. Fra le sue opere si ricordano gli affreschi della chiesa di Maria Vergine a Cracovia (1889-93). Delle sue grandiose pitture le più note sono: La battaglia di Grünwald (1878), nella Lacheta di Varsavia, Omaggio del duca di Prussia al re Sigismondo di Polonia (1882), nel Museo nazionale a Cracovia, e Giovanni III Sobieski alla battaglia di Vienna (1883), nel Museo Vaticano a Roma.
BibL.: I. Tarnowskhi, 7. M.. Cracovia 1897 (in polacco); F. Kopers, s. v. in Thieme-Becker, XXIV, pp. 234-35; Witold Wehr
MATHER, Cotton. - Scrittore protestante americano, n. a Boston il 12 febbr. 1664 , m. ivi il 13 febbr. 1728. Studiò al Collegio di Harvard, di cui più tardi sperò di essere nominato presidente, ma invano, poiché egli era di vedute intransigenti e a Harvard sempre più prevalevano tendenze liberali.
Le sue cognizioni si estendevano al campo delle scienze naturali; fu membro della Royal society, sebbene condividesse alcune delle superstizioni del suo tempo e combattesse attivamente le streghe. Egli è un tipico rappresentante della letteratura americana del periodo coloniale, che ha carattere per lo più celebrativo e edificante. Le sue opere più importanti sono: The wonders of the invisible world (1693), Essays to do good (1710), un'opera che influil fortemente sulla formazione di Franklin, e Magnolia Christi Americana (1702), che è la storia ecclesiastica della Nuova Inghilterra, scritta in tono ispirato e nella ferma convinzione che la grande epoca americana fosse quella delle origini, quando la Nuova Inghilterra era imbevuta di spirito religioso e governata del clero, e la Provvidenza "aveva irradiato un deserto indiano".
BibL.: R. P. e L. Boos, C. M., Keeper of the puritan conscience, Nuova York 1928.
Auguste Guidi
MATHEW, Theobald. - Cappuccino, riformatore sociale, n. in Irlanda a Thomastown Castle (Cashel) il 10 ott. 1790, m. a Queenstown, l'8 dic. 1856. Entrò nei Cappuccini a Dublino, nel 1808, ed ordinato sacerdote ( 9 apr. 1814), fece di Cork il centro della sua attività di missionario e di riformatore sociale.
Vi stabill la prima associazione religiosa dopo la persecuzione (Josephian Society), per l'istruzione dei bambini poveri e l'assistenza degli ammalati e fondo una fiorente scuola professionale per ragazze. Si distinse durante il colera nel 1832 soprattutto nei quartieri più miseri e provati. Nel 1838, su domanda di W. Martin, fervente quacchero che aveva fondato a Cork, senza grande successo, una Società di temperanza, il M. si mise alla testa di quel movimento, che in breve tempo si diffuse largamente. Gli Irlandesi che si obbligarono ad astenersi da ogni bevanda alcolica, superarono i 5.000 .000 . Il M. ebbe l'adesione di cattolici e di protestanti di ogni ceto. In un anno e mezzo (1843-44) raccolse in Inghilterra più di 600.000 aderenti. Ugual successo ottenne negli Stati Uniti dove visitò più di 300 città, e dove il Congresso nazionale di Washington lo festeggio come ospite d'onore ( 18 dic. 1849). Nella carestia degli anni 1845-47, il M. si fece l'organizzatore dei soccorsi generosamente mandati in Irlanda dagli Stati Uniti. Oratore persuasivo e commovente, il M. ha contribuito più che ogni altro nel suo tempo al risveglio morale e sociale del popolo irlandese.
BibL.: J. Birmingham, F. M., Dublino 1840; J. F. Maguire, Life of T. M., ivi 1863: W. Logan, Heroes of the temperance,
Glasgow 1873; J. St. Olivier, Le p. M., Bar-le Duc 1873; F. Thomas, Summarized life, Cork 1902; S. Maschek, P. T. M. Ein soziales Lebensbild, Solothurn 1927. Fredegando Callaey
MATHIEU, AdDien-Jacques-Marie-Césaire. Cardinale, n. a Parigi il 20 genn. 1796, m. a Besançon il 9 luglio 1875 . Vescovo di Langres nel 1833 , fu eletto l'anno dopo arcivescovo di Besançon; poi creato cardinale da Pio IX il 30 sett. 1850 . Divenne senatore di diritto del Secondo Impero nel 1852.
Durante la Monarchia di luglio era stato tra i più influenti consiglieri della nunziatura di Parigi e particolarmente di mons. Garibaldi, ed ebbe parte decisiva nelle nomine dei vescovi francesi, soprattutto dal 1835 al 1843 . Di tendenze gallicane, fu contrario alle esenzioni dell'autorità episcopale ed alla soggezione diretta alla S. Sede e per questo avversò il ristabilimento delle Congregazioni religiose esenti. Nel 1850 fondò a Besançon il grande Collegio di S. Francesco Saverio. Nel 1865 fu sottoposto al giudizio del Consiglio di Stato per aver proceduto, contro le disposizioni governative, alla lettura del Sillabo e dell'encicl. Quanta cura. Nel 1863 pubblicò un opuscolo in difesa del potere temporale (Le pouvoir temporel des Papes justifié par l'histoire).
BibL.: L. Besson, Vie du card. M., Parigi 1882; J. F. Bergier, Supplément d la vie du card. M., Besançon 1883; A. Ro-bert-E. Bourloton-G. Cougny, Dictionnaire des parlementaires français, IV, Parigi 1891, p. 310; J. Mauron, La politique ccclésiastique du Second Empire, ivi 1930, passim; J. P. Martin, La nonciature de Paris et les affaires ccelésiastiques de France sous le règne de Louis Philippe, ivi 1949, pp. 154-57.
MATHIEU, François-Désiré. - Cardinale, n. a Einville (diocesi di Nancy) il 28 maggio 1839, m. a Londra il 26 ott. 1908. Sacerdote nel 1859 , curato a Pont-à-Mousson, fu eletto nel 1893 vescovo di Angers e, nel 1896, arcivescovo di Tolosa. Di modi semplici, ma di vivo zelo apostolico, tenne un atteggiamento popolare che gli procurò la stima e l'affetto dei diocesani e dei cittadini.
Sui rapporti tra Chiesa e Stato il M., in una pastorale di Quaresima del febbr. 1897, rivendicò ai cattolici ed al clero ampia libertà d'azione politica e legale da esercitarsi mediante l'organizzazione di un partito, l'elezione di propri candidati al Parlamento e la difesa della propria fede religiosa nell'ambito dei diritti politici riconosciuti ad ogni cittadino. Nel Concistoro del 19 giugno 1899 Leone XIII lo creò cardinale del titolo di S. Sabina. Desideroso di contribuire a più cordiali relazioni tra la Francia e la S. Sede, fu grandemente deluso nel suo intento dalla separazione del 1905. Storico coscienzioso e accurato, pubblicò un volume sul Concordato napoleonico (Le Concordat de 1802, Parigi 1903). Nel 1906 fu eletto membro dell'Académie française. Morì a Londra, dove si era recato per partecipare a quel congresso eucaristico.
BibL.: L. Madelin, Le card. M. historien, in La grande revue, 30 (1904), pp. 481-96; A. Debidour, L'Eglise catholique et l'Etat sous la Troisième république, II, Parigi 1909, passim; E. Renard, Un cardinal de curie: le card. M., in Le Correspondant, 285 (1921), pp. 224-56; id., Le card. M., Parigi 1925.
Silvio Furlani
MATHUSALA (ebr. Mēthā̌ēlah o Mēthā̌ālah). Figlio di Henoch e padre di Lamech; è l'ottavo nella serie dei patriarchi antidiluviani della linea di Seth. Generò all'età di 187 anni Lamech, che fu padre di Noè, e sopravvisse altri 782 anni, fino a raggiungere, dopo aver generato numerosa prole, l'età di 969 anni : la massima ricordata nella Bibbia (Gen. 5, 21-27), diventata perciò proverbiale.
Non è da confondersi, come vogliono alcuni critici moderni, senza alcun fondamento, con Mathusael, quarto discendente della stirpe cainita, che ebbe pure un figlio per nome Lamech (ibid. 4, 18), ben distinto dal padre di Noè. Stando alle cifre del teso masoretico, M. mori nello stesso anno in cui venne il diluvio ( 1656 dalla creazione dell'uomo) : ma è arbitrario dedurne, come vogliono
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alcuni (p. es., H. Holzinger, Genesis, Tubinga 1898, p. 63), che M. perisse insieme con gli empi nel diluvio.
Gastano Stano
MATILDE, regina, santa. - N. a Engern sui finire del sec. Ix, m. a Quedlinburg il 14 marzo 968.
Di origine Vitichinda, figlia del conte sassone Dietrich e di Rainilde, educata nel monastero di Herford, andò sposa, nel 909, a Enrico I, che nel 918 diventò re di Germania. Da lui ebbe cinque figli, fra cui Ottone I il Grande, imperatore. Alla morte del marito (956) fondò il monastero di Quedlinburg ove Enrico I fu sepolto. Dopo aver sofferto parecchie contrarietà dei figli, a causa soprattutto dei beni, da Ottone I fu poi reintegrata nella sua posizione e continuò una vita tutta di carità verso i poveri e di munificenza verso i monasteri, molti dei quali, oltre quello di Quedlinburg, da lei stessa fondati, come Pölde, Engern, Nordhausen. Ebbe il dono dei miracoli e della profecia, e volle essere sepolto presso il marito a Quedlinburg.
La famiglia era tutta legata alla Chiesa: zio della duchessa Beatrice era il papa Leone IX; fratello del duca Goffredo era il papa Stefano IX; intimo della corte ducale il vescovo di Lucca Anselmo da Baggio, che fu Alessandro II. La duchessa Beatrice, come dice una lettera di s. Pier Damiani, sposando per necessità politiche in seconda nozze il cugino Goffredo, stabilì con lui un patto di reciproca continenza; risulta che M. aveva aspirazioni ad una vita monastica. Le esigenze della dinastia e dello Stato la costrinsero nel ro69 a sposare il figlio del partigno,
Goffredo detto il
Gobbo, e dal ro69 al 1071 visse in Lorena con lo sposo. Il matrimonio non fu troppo felice. Nacque nel 1071 ca. un bambino che presto mori e subito dopo M. ritornò in Italia presso la madre, che aveva perduto nel ro69 il secondo marito. M., sollecitata dal marito a ritornare in Germania, rifiutò, ed a nulla servì il viaggio che Goffredo fece nel 1073 in Lombardia. Il contrasto non era solo personale, ma politico: M. e la madre sua seguivano una politica di assoluta devozione al movimento di ri-

Matilde di Canossa - Ruderi del castello di M. di C. (sec. x-xi) - Canossa.
forma religiosa imperniato nel papa Gregorio VII; il duca Goffredo, abbandonate le promesse dapprima fatte al Papa, era diventato uno dei sostenitori più vivaci dell'imperatore Enrico IV.
Nel 1076 la contessa M. fu libera delle preoccupazioni del marito, che venne in quell'anno assassinato da un suo nemico, ma perdette anche la madre Beatrice, che fu sepolta a Pisa. Così la contessa rimase sola a governare il vasto Stato. La appoggiò validamente Gregorio VII, che considerava M. una fida discepola; la consigliava il vescovo di Lucca Anselmo, il nipote di Alessandro II: «essa esercitava il potere, egli governava» dice il biografo di Anselmo. M. aveva fiducia cieca in Anselmo, come l'uomo di Dio messole al fianco da Gregorio VII e dalla Provvidenza.
Delinestosi violento il conflitto tra Gregorio VII ed Enrico IV, la contessa rimase fedele al Papa, sebbene non volesse rompere del tutto con il suo supremo signore feudale, l'Imperatore. L'influsso di M. forse fu sentito dai principi tedeschi nella Dieta di Tribur, alla quale essa intervenne, ottenendo decisioni di aspettativa. Quando Gregorio VII in conseguenza decise di recarsi in Germania alla dieta di Augusta, per esaminare come sommo giudice la questione dell'Imperatore e dei principi, la contessa lo appoggiò, l'aiutò nel viaggio attraverso i suoi Stati, e lo ospitò nel suo castello appenninico di Canossa quando nel genn. 1077 si annunciò che Enrico IV era disceso in Italia con intenzioni non bene chiare. Le trattative che si svolsero tra Gregorio VII ed Enrico IV negli ultimi giorni del genn. ebbero autorevoli mediatrici in M. di Canossa e nella sua cugina Adelaide di Torino, suocera dell'Imperatore : in un colloquio tra Enrico IV e la contessa M., avvenuto alla cappella di S. Niccolò presso Bianello, fu preparata la riconciliazione; M., sollecitata da Enrico IV perché, compiendo il suo dovere feudale,
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intercedesse presso il Papa, si adoprò in questo senso. Gregorio VII accettò le assicurazioni di Enrico, perché vennero garantite dalle assicurazioni delle due principesse. Dopo l'accordo di Canossa (28 genn. 1077), il Papa rimase vari mesi ospite della residenza matildina. La crisi della politica matildina incominciò quando la nottura tra Enrico IV e Gregorio VII fu definitiva e, mentre il Papa nuovamente scomunicava il principe, in Germania si eleggeva un antiré. M. assunse un atteggiamento sempre più decisamente favorevole alla politica gregoriana antimperiale, ed in un momento non precisabile, trovandosi a Roma (10781080), fece donazione a S. Pietro. nelle mani di Gregorio VII di tutti i suoi beni allodiali che aveva e poteva avere, o per diritti di eredità o per altro, cosi al di qua come al di là delle Alpi, riprendendoli però in godimento vitalizio.
Quali fossero i motivi politici di tale donazione, non si vede chiaramente, ma certo influi gravemente nei rapporti della contessa con Enrico IV, che doveva credersi l'unico congiunto che potesse pretendere alla successione. Dopo il 1080 M. è in lotta aperta con l'Imperatore, che nella sua discesa in Italia, nel 1081, occupa gran parte della marca matildina; in varie città i vescovi di parte imperiale si ribellano e promuovono ribellioni contro la contessa. Enrico IV si vendica della ostilità della cugina mettendola al bando dell'Impero e spogliandola di tutti i feudi cosi d'Italia come di Germania. M. persistette nel suo atteggiamento, aiutando il Papa con il suo tesoro privato e con gli ori delle chiese ed apertamente trarid con i principi tedeschi contro l'Imperatore. La fuga da Roma e la morte di Gregorio VII, l'occupazione da parte dell'Imperatore e del suo antipapa dell'Urbe, rappresentano il momento più critico per la contessa M., che rimase sola a difendere con purezza di spirito ed abnegazione il programma papale della riforma della Chiesa. Non le mancarono però i successi : la vittoria di Sorbara sulle genti imperiali del 7 luglio 1084 mostra che essa aveva ancora vassalli fedeli; le elezioni dei due papi gregoriani Vittore III e Urbano II avvennero sotto la sua protezione. Per avere oltralpi appoggio nella sua politica antimperiale, M. sposò nel 1089 il giovanissimo duca di Baviera Guelfo, ma provocò una nuova violenta reazione da parte di Enrico IV: nel rogi egli occupò il principale centro matildino di Lombardia, Mantova. La contessa rispose prendendo sotto la sua protezione l'imperatrice Prassede, confinata da Enrico IV a Verona, ed aiutando il principe Corrado nella ribellione contro il padre. Nel 1097 assistette in Roma al grande Sinodo Lateranense, tenuto da Urbano II. Uno scacco fu la separazione avvenuta in quello stesso anno dal giovane marito Guelfo di Baviera, che si riconcilió con l'Imperatore. La contessa adottò come figlio il conte Guido Guerra, per avere probabilmente un appoggio; il Guerra compare nei documenti comitali dal 1099 sino al 1108 , poi l'adozione fu, pare, revocata. Nel 1102 M. riconfermò la donazione dei suoi beni allodiali
alla Chiesa di Roma. Quando, nel 1111, scese in Italia il nuovo imperatore Enrico V, questi cercò di stabilire rapporti di cordialità con la vecchia contessa : si venne ad un accordo di cui si ignora il contenuto. Pare che Enrico V concedesse alla contessa l'ufficio di suo rappresentante nel Regno italico; che M., come fu pensato, promettesse in qualche modo di lasciare all'Imperatore i suoi beni, è dubbio. Probabilmente è da supporre che l'Imperatore riconoscesse l'autorità personale della contessa sulle due marche, rinunciando al diritto di imporre
un suo rappresentante come margra-
vio. M. negli ultimi anni sviluppò la sua attivita benefica a favore di chiese e monasteri. Mori a Bondeno il 24 luglio 1113, a 69 anni di età. Fu sepolta nella chiesa del suo prediletto monastero di S. Benedetto di Polirone. La salma venne riconosciuta il 18 giugno 1613 e fu trasportata a Roma, dove riposa nella grande tomba eretta dal Bernini per cura di Urbano VIII nel 1633. La figura della contessa M., -morre e gloria d'Italia ', come la dice il suo biografo Donizone, non fu dimenticata dalla tradizione storica medievale e ben è probabile

Metilde di Canossa - M. di C. assiste alla ricognizione del corpo di a. Geminano. Miniatura del sec. xiri della Notatio translationis Corporis Sancti Gemi-
niani - Modena. Archivio capitolare.
che essa sia la figura femminile idealizzata da Dante nel Paradiso Terrestre.
Biel.: dopo L. Tosti, Vita della contessa M., 3² ed., Roma 1886, si provarono a narrare la vita della contessa : M. Huddy, Matilda countess of Tuscany, Londra 1905; N. Duff, Matilda of Tuscany, ivi ro10; L. Tondelli, M., Roma 1915: 2° ed. ivi 1926; N. Grimaldi, La contessa M. e la sua stirpe feudale, Firenze 1928; ma con mediocre risultato. Studi sulla contessa sono comparsi in una Miscellanea per l'VIII centenario della morte, Reggio Emilia 1915. Una edizione critica della Vita Mathildis del monaco Donizone si ha ora a cura di L. Simeoni (RIS, V, 10), Bologna 1930, pp. i-128, che ha pure studiato la Vita Mathildis e il suo valore storico in At: e memorie della R. Deput. di Storia patria per le prov. modenesi, 7° serie, 4 (1927). L'esame di tutti i documenti della contessa è fatto da A. Overmann nel suo volume Grüßn Mathilde von Tuscien, Innsbruck 1825. Sul castello di Canossa v. : A. Ferretti, Canossa, Torino 1884; N. Campanini, Canossa, 2° ed., Reggio Emilia 1915. Sui rapporti di M. con Gregorio VII, v.: L. Simeoni, Il contributo della contessa Adelaide al papato nella lotta per le investiture, in Studi gregoriani, raccolti da G. B. Borino, I. Roma 1947, pp 253-71. Sulla lapide contenente il testo della donazione di M., v. : A. Ferrus, La donazione della contessa M., in Civ. Catt., 1943, 1, pp. 122-23; Il millenario di Canossa, a cura di A. Tondelli, Reggio Calabria 1991.
Francesco Cognasso
MATILDE (MECHTILD) di HACKEbORN. - Mistica cistercense, n. nel castello avito di Helfta (Sassonia) ca. il 1241, m. nel monastero di Helfta il 19 nov. 1299. Condotta, a 7 anni, a visitare la sorella maggiore Gertrude nel monastero di Rodersdorf, vi volle rimanere, e parecchi anni dopo, Gertrude, eletta badessa, la portò con sé nel nuovo monastero di Helfta, donatole dai suoi due fratelli Luigi ed Alberto. Là M. fu di valido aiuto alla sorella, che le affidò la direzione della scuola e del canto sacro (domna cantria). Nel 1261 ebbe tra le alunne la futura s. Gertrude la Grande. Le sue mirabili virtù, che volle incentrate nella lode e nell'amore di Dio, con una costanza
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eroica, nonostante le trafitture di continui dolori fisici, le meritarono di salire alle vette più alte della mistica.
A 50 anni seppe che alcune sue alunne avevano assidusmente notato tutto quello che da lei avevano saputo intorno ai favori e agli insegnamenti ricevuti nella contemplazione. Turbata sulla prime, venne tosto rassicurato dal Salvatore che, chiamandola il "suo usignolo", le disse che tutto era avvenuto per sua volontà e ispirazione, e che molte grazie sarebbero elargite a quanti avessero lette quelle pagine. M. allora volle il manoscritto e si pose a correggerlo. Otto anni più tardi M. moriva offrendo * il suo cuore al Salvatore e immergendolo in quello di lui ".
L'opera di M. porta il titolo di Liber specialis Gratiae e contiene nei suoi cinque libri, oltre alla descrizione delle visioni e grazic ottenute nella contemplazione, anche i colloqui con il Salvatore, considerazioni stimolanti al suo amore e alla più fiduciosa dedizione a lui e uno sguardo sulla vita futura; un sesto libro, aggiunto, descrive le virtù e la morte di M. e di sua sorella Gertrude. Molti tratti dell'opera parlano dell'amore e delle grazie del Cuore di Gesù in maniera cosi intima e viva e sono accompagnati da preghiere e pratiche di devozione al S. Cuore cosi penetranti e fiduciose, che servirono assai, fin dal sec. xiv ad oggi, a diffondere e approfondire la devozione al S. Cuore. M. percio può considerarsi una vera precortitrice di s. Maria M. Alacoque. M. di H. non fu mai canonizzata; ma la sua festa ( 16 h 60 br . o 19 nov.) è celebrata in parecchi monasteri benedettini.
Bibl.: Revelationes Gertrudianae et Mechildianae, a cura dei Benedettini di Solesmes, II. Parigi 1877. pp. 1-241. Studi: J. W. Preger, Gesch. der deutsch. Mystik im Mittelal., I, Lipsis 1874, p. 112 sgg.: E. Michael, Gesch. des deutsch. Volkes, III, Friburgo in Br. 1903, pp. 176-81; C. Richatastter, Herz-SeuVerehrung des deutsch. Mittelal., 2* ed., Paderborn 1924, pp. 82 87, 301-10: O. Karrer, Die grosse Glut. Friburgo in Br. 1926, pp. 203-16; A. Hamon, Hist. de la déuotion au S. Cueur, II. Parigi 1935, pp. 125-51. Sulla questione se la Matelda di Dante ala M. di H. e Matilde di Magdeburgo, cf. A Lubin, Le Matelde di Dante, Graz 1860; J. W. Preger, Dantes Matelda, Monaco 1873. Celestino Testore
MATILDE (MECHTILD) di MaGDEBURGO. - Mistica cistercense, n. da nobile famiglia nel 1212, m. nel monastero di Helfta nel 1283. Favorita, fin dai 12 anni, di grazie mistiche straordinarie, lasciò la famiglia e visse, come beghina, a Magdeburgo, una vita di assidua preghiera e di eroica mortificazione sotto la guida dei Domenicani.
Là, nel periodo 1250-69, compose il libro meraviglioso delle sue visioni e rivelazioni, al quale il Signore ordinò di dare il titolo di Vliessende licht miner gotheit in allu dieherzen, die da lebent ane volscheit, comunemente conosciuto col titolo Das fliessende Licht e ne consegnò i fogli separati al domenicano Enrico di Halle, che li ordinò formandone 6 libri; un settimo M. ne aggiunse a Helfta, dove si ritirò nel 1270 dopo le molte incomprensioni e contradifzioni subite. A Helfta trovò Matilde di Hackeborn e Gertrude la Grande, più giovani di lei, sulle quali certamente influí con la sua opera, soprattutto riguardo alla devozione al S. Cuore, specialmente con la visione avuta da essa a Magdeburgo, ca. il 1290, nella quale le era apparso il Cuore di Gesù ferito, quale simbolo dell'amore del Redentore per gli uomini.
L'opera di M., che comprende prese, interrotte di tanto in tanto da poesie, dimostra in lei un gusto squisito e un talento poetico meraviglioso e fiorito; ma è soprattutto notevole come precortitrice della devozione intensa al S. Cuore, di cui dipinse i tesori di bontà e di misericordia. Chiamata santa da parecchi autori, M. di M. non fu mai canonizzata, né consta abbia goduto di alcun culto pubblico.
Bibl.: Opere: l'originale in basso tedesco è perduto; ma ne rimane la vera. fedele in medio altotedesco del domenicano Enrico di Nördlingen (ca. 1344), pubbl. con vers. ted. da Oalt Morel, Ratisbona 1869. Una vers. lat. fatta nel 1290 fu pubbl. con vers. del VII vol., dai Benedettini di Solesmes in Revela-
tiones Gertrudianae et Mechildianae, II, Parisi 1877, pp. 435707. Studi: J. W. Preger, Gesch. der deutsch. Mystik im Mittelal., I, Lipsis 1874, pp. 91-112: E. Michael, Gesch. des deutsch. Volkes, III, Friburgo in Br. 1903, pp. 187-99; H. Stierling, Studien zu M. v. M., Gottinas 1909; C. Richatastter, Herz-Seu-Verehrung des deutsch. Mittelal., 2* ed., Paderborn 1924, pp. 77-82; O. Karrer, Die grosse Glut. Friburgo in Br. 1926, pp. 183-203; P. W. Wentzlase-Exqubert, Deutsche Mystik zwischen Mittelalter und Neuzeit, Tubinga 1947, p. 47 sgg. (con bibl. precedente).
Celestino Testore
MATRIARCATO. - Istituto sociale, nel quale, per l'appartenenza alla tribù, al nome, alla proprietà, si segue la discendenza matrilineare.
Sommario: I. Scoperta. - II. Denominazione. - III. Sociologia. - IV. Religione. - V. Economia ed ergologia. - VI. Origine. - VII. Conclusione.
I. Scoperta. - Scopritore del m. è ritenuto il Bachofen (v. Diritto. Ix. Il d. presso i primitivi), ma sarebbe più giusto dirlo riscopritore, perché, come ha rilevato dot{P}. Koppers, primo a segnalarlo fu il p. Lafitau, missionario gesuita, il quale, studiando la cultura degli Irochesi dell'America settentrionale, ne intravvide certe somiglianze con quella dei popoli ellenistici, specialmente dei Lici dell'Asia Minore.
II. Denominazione. - Lo sviluppo dell'etnologia nella conoscenza dei popoli delle diverse parti del mondo ha portato alla distinzione di parecchie forme di m. e allo studio delle loro relazioni reciproche e genetiche. Si ha una forma di m. puro ed altre di m. misto, cioè incrociato con altre forme caratteristiche della civiltà primitiva. Il m. puro è stato chiamato da G. Montandon «cultura paleomatriarcale» rispetto a quella "neomatriarcale", fondandosi sulla valutazione secondo il tempo delle forme di m.; da Fr. Gräbner: "ciclo culturale papuasiano", da B. Ankermann: "ciclo culturale dell'Africa occidentale ", fondandosi rispettivamente sulle regioni geografiche studiate; da Foy-Gräbner: "cultura delle due classi" e dal p. W. Schmidt: "ciclo culturale matriarcale esogamico", fondandosi, più propriamente, sui caratteri interni del m. puro.
III. Sociologia. - Il m. puro si distingue, per la divisione della tribù, in due gruppi, gli appartenenti ai quali non possono contrarre matrimonio nel proprio gruppo ma solo rispettivamente nell'altro, per cui i due gruppi sono chiamati «classi matrimoniali esogamiche». La donna gode di spiccata supremazia rispetto all'uomo nella famiglia e nella società, supremazia che si manifesta nel diritto di proprietà dei beni, nell'appartenenza della prole, nel matrimonio (v. DIRITTO. IX. Il d. presso i primitivi; boxna. viI. La d. nella etnologia), e può giungere fino ad una vera ginecocrazia, come si vedrà.
Per il grande ascendente che acquista la donna nel m., l'iniziazione dei giovani cade in disuso e si pone in evidenza l'iniziazione delle ragazze dopo la prima mestruazione. Questa iniziazione non riveste quel carattere che ha presso i popoli raccoglitori e totemisti, come trasmissione della cultura degli antenati alla giovane generazione, e non ha nemmeno un carattere politico, perché non significa l'ammissione nella tribù, ma è di indole soltanto famigliare e individuale; è una dichiarazione di nubilità della donna, volendosi festeggiare nello stesso tempo la fecondità della futura madre di famiglia, continuatrice della medesima. In tale occasione la ragazza deve osservare delle prescrizioni e tale iniziazione costituisce un altro indice evidente del fatto che in quella cultura la donna è tutto e l'uomo è niente. Ma ciò si manifesta ancor più chiaramente in due contumanze tipiche. Una è la cosiddetta covada, che è in uso presso molti popoli matriarcali : alla nascita della prole non è la puerpera che osserva il riposo e le altre regole d'uso,
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(da 1 costumi del mondo, a cura di W. Hutchinson, 1, Milano 1915.
a. 105)
Matriarcato - Maschera di danzatore, intessuta di paglia. Fiume Augusta (Nuova Guinea nella Melanesia).
ma suo marito, come se questi e non la moglie avesse partorito. Sembra che la costumanza sia sorta da credenze superstiziose, inventate dalla donna per tenere presso di sé il marito, affinché accudisca ai lavori di casa in questo tempo, lavori che altrimenti dovrebbe compiere essa stessa come d'ordinario. L'altra è di natura religiosa e si manifesta nella credenza indiana di Sciva-Sciatchi nel culto della Tripurasundari, per cui è obbligo di credere non solo che Dio è donna, ma ogni pio credente deve anche religiosamente considerare se stesso come donna e tendere al fine ultimo di divenire una donna. E il massimo disconoscimento del sesso maschile, come rileva il p. Schmidt, indice del suo massimo abbassamento.
Ma l'uomo ha poi reagito alla supremazia della donna, ricorrendo alla particolare attitudine maschile di organizzatore, fondando speciali società segrete (sotto l'aspetto giuridico v. diritTo. ix. Il d. presso i primitivi), con relative danze mascherate. Queste società sono generalmente antifemministe, sia perché le donne ne sono assolutamente escluse, sia perché è proibito far conoscere alle donne, come pure ad ogni persona non iniziata, tutto cio che si insegna e si fa nelle riunioni. Le danze mascherate, per cui le donne non possono riconoscere i danzatori, vengono eseguite dagli uomini per spaventare le donne e costringerle a fornire loro certi cibi vegetali in abbondanza. Trattaşi di manifestazioni che compromettono fortemente la dignità della donna e particolarmente l'autorità della madre. Il male si accresce, nota giustamente il Koppers, quando l'accesso alle società segrete non dipende più dall'età, ma dalla somma che il candidato, specialmente il padre, può versare. Cosi finirono per esservi ammessi dei ragazzi, che fin dalla loro prima giovinezza subirono un'educazione e un'influenza ostile alle donne e alla madre. E però il m. si trasforma in una cultura simile a quella totemista, in cui la donna, anziché essere apprezzata, diviene oggetto di deplorevole disprezzo.
Quando il m. s'incrocia con il totemismo, si hanno sviluppi molto vari, tanto da apparire spesso civiltà originali. Le due classi matrimoniali si suddividono in sottogruppi, clan totemici, e le classi si chiamano fratrie. Presso i Volgal dell'Australia sud-orientale, p. es., vi è la fratria astore e la fratria cornacehia. La prima comprende i clan totemici del canguro, dell'emu, del cane, dello sciurottero, del pipistrello, ecc.; la seconda quelli del vombat, del serpente bruno, del bandicut, dell'echidna, ecc. Ma l'organizzazione si complica molto, allorché la
tribù si divide in quattro classi matrimoniali e in otto, che per riduzione possono essere anche sei. Per comprendere la complessità di questa organizzazione si può esaminare brevissimamente la tribù dei Nyamal, che consta di quattro classi, Banaca, Burong, Palyeri e Caimera. Se un individuo appartiene alla classe Banaca, tutti coloro che egli chiama "fratello ", "sorella ", e " nonno ", padre del padre, sono parimenti Banaca; coloro che chiama "padre ", o "figlio" sono della classe Palyeri; quelli chiamati da lui "madri" e "zii ", fratelli della madre, sono della classe Burong. Egli può scegliere la moglie tra le cugine, figlie del fratello della madre, cioè tra le Caimera, sicché, seguendo questa regola: un Banaca può sposare una Caimera, eccettuate le Caimera sue parenti; gli è proibito di prendere moglie nelle altre tre classi; la sposa e lo sposo devono essere della stessa generazione. Il Raddiffe-Brown sintetizza queste leggi cosi : un Banaca sposa una Caimera, i figli saranno dei Palyeri; un Burong sposa una Palyeri, i figli saranno dei Caimera; un Caimera sposa una Banaca, i figli saranno dei Burong; un Palyeri sposa una Burong, i figli saranno dei Banaca.
Il matrimonio è negoziato dai genitori, che possono prendere le relative decisioni anche prima della nascita dei figli futuri sposi. Quando l'organizzazione delle classi sparisce, il matrimonio è regolato dalla parentela di consanguineità. Si ha allora il "ciclo culturale del m. libero" del p. Schmidt, la "cultura melonesiana" del Grabner e la "cultura dell'arco" del Foy-Grabner.
Talvolta il m. è giunto ad essere una ginecocrazia, come è avvenuto presso gli Huroni dell'America settentrionale. Se ne ha un saggio in quello che dice enfaticamente il p. Lafitaul sulla posizione della donna presso di essi: "Niente è più reale di questa superiorità della donna. Sulle donne riposa propriamente la nazione, la nobiltà del sangue, la successione delle generazioni, la conservazione della famiglia. In loro è riposta tutta la vera autorità; il paese, i campi, e tutte le messi appartengono a loro. Esse sono l'anima delle riunioni del consiglio, le