volume-08

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-sur-Gartempe; più tardi nella chiesa di S. Martino a Vic (Indre) dell'inizio del sec. xII (P. Deschamps, La date des peintures de St-Savin-sur-Gartempe, in Comptes Rendus de l'Aumt. des inscript. et belles lettres, 1949, pp. 7380). L'arte romanica e quindi quella dal periodo gotico hanno lasciato numerose immagini dell'arcangelo M. Basti citare l'affresco di Cimabue nella basilica d'Assisi, la scultura di Giovanni pisano per il pulpito del duomo di Pisa, e le immagini nei portali della cattedrale di NotreDame a Parigi, di Autun, di Amiens, di Bruges. Ma il tipo iconografico non venne a cambiare.

L'iconografia nell'introdurre s. M. nelle scene del Giudizio finale è stata ispirata specialmente da Thess. 4, 16; e da Apoc. 12, 7-9 per il vittorioso combattimento di M. contro il grande drago "serpens antiquus qui vocatur diabolus et Satanas".
S. M. pesatore di anime e in contrasto con Satana appare in un capitello dell'inizio del sec. xit nel Museo di Tolosa, in un altro della chiesa di S. Eutropio a Saintes e in un terzo dell'abbazia di St-Pons; in un quarto in S. Nettario in Alvernia (E. Mâle, L'art religieux du XII siècle en France, 3ᵉ ed., Parigi 1928, p. 413). Nel secc. xiv e xv tali rappresentazioni sono assai frequenti nell'arte italiana e in quella tedesca (statue lignee del Museo di Lubecca). Nel medioevo M. fu anche scelto quale patrono dei commercianti e dei farmacisti.

Tra le immagini più note e belle dell'arcangelo M. è da ricordare per il Rinascimento quella di Raffaele (Louvre) e per l'età barocca quella di Guido Reni (chiesa dei Cappuccini, Roma) e l'altra fusa nel bronzo da Werschaffelt al sommo del castel S. Angelo (Roma).

Bibl.: K. Künstle. Ibonographie der christlichen Kunst. I. Friburga in Br. 1928, pp. 247-49. Emilio Lavagnino
V. Folklore. - Il santuario dell'arcangelo sul Gargano è tuttora meta di affollati pellegrinaggi, specialmente nei giorni delle due feste : 8 maggio e 29 sett. I pellegrini, organizzati in "compagnie" condotte da un "priore" laico o dal parroco, accorrono da tutta l'Italia centromeridionale, compiendo lunghissimi percorsi a piedi, talora scalzi e con scarso cibo. La "compagnia" di Potenza, famosa per la sua intensa devozione, ha il privilegio di venire salutata, al suo arrivo, dal suono delle campane. Secondo un antichissimo uso, nel salire al Santuario i fedeli poggiano il piede o la mano aperta sugli scalini e ne incidono i precisi contorni segnandovi la data e le iniziali del nome e cognome, sì che tutta la scalinata è coperta da questi contorni di piedi e di mani : ciò in ricordo dell'impronta del piede che, secondo la leggenda, s. M. lasciò nella sua apparizione ai Sipontini vincitori dei Goti. Caratteristici sono anche i bastoni crociati con in cima sbuffi di foglie di pino (mazzereddi): in anni di fervore sono stati acquistati oltre 15.000 bastoni di pellegrino. I fedeli riportano anche, tra gli altri ricordi, delle statuette dell'Arcangelo in pietra garganica o in alabastro, fabbricate da artigiani locali detti appunto sammecalere. Lo spettacolo offerto dalla moltitudine dei fedeli vestiti con le loro caratteristiche fogge regionali a vivaci colori è dei più pittoreschi. Per influsso e sull'esempio del santuario del Gargano, si ebbe, in località che presentavano caratteri analoghi, la dedicazione al santo di cime di montagne, di grotte, cappelle e templi : solo nell'Abruzzo si contano 7 grotte di s. M.: famosa per il culto popolare quella nelle vicinanze di Civitella del Trento.

Il contrasto fra s. M. e il demonio è un motivo che ispira molte rappresentazioni sacre popolari e popolareggianti dell'Irpinia e della Puglia. Anche nella Campania, ove si racconta di un'apparizione dell'Arcangelo nel cielo di Napoli, si hanno in suo onore manifestazioni di carattere spettacolare : ad Arzano si recita il dramma
popolare in prosa; a Ottaiano, l'8 maggio, in piazza, si svolge il tradizionale volo degli angeli, che richiama gran folla anche dei comuni vesuviani. Nella tradizione popolare siciliana s. M. è quanto di più bello per aitanza di persona e nobiltà di forme si possa immaginare, onde si dice: "è un s. Micheli arcancilu ". Caltanissetta lo venera come suo principale protettore e narra di una sua apparizione che salvò la città dalla peste. Numerose le preghiere popolari d'irvocazione al Santo per ottenere la liberazione dai mali terreni e la salvezza dell'anima. Corre anche tra il volgo un'apocrifa orazione di s. M. con carattere superstizioso e perciò condannata dalla Chiesa (Appendice all'Indice dei libri proibiti di Clemente XI). Di carattere devoto è invece una Istoria bellissima dove si tratta di quando l'ureangelo M. discaccid Locifero, diffusa attraverso stampe popolari del primo Ottocento. - Vedi tav. LXI.

Bibl.: G. Pitrè. Spettacoli e feste popolari siciliane, Palermo 1881, pp. 386-92; P. Lanzoni. La prima introduzione del cristianesimo e dell'episcopato in Puglia, in Apulia, 2 (1911), p. 42; G. Pansa, Miti, leggende e superstizioni dell'Abruzzo, I. Sulmona 1924, pp. 84-87 e II, p. 17; A. D'Amato, La lotta dell'Angelo e del diavolo nella tradizione popolare irpina, Avellino 1933; G. Giannini, La poesia popolare a stampa nel sec. XIX, I. Udine 1938, pp. 347-50; G. Tancredi, Folklore garganico, Manfredonia 1940, pp. 32-41 e 54 (con ill.). Paolo Toschi

MICHELE, Attaleiate. - N. ad Attalia (Panfilia), impiegato superiore a Costantinopoli sotto l'imperatore Costantino Dukas (1039-67) con il titolo di patrizio. E autore di un compendio giuridico, di uno statuto (diataxis) per una casa per i poveri ed un monastero, non dimenticando nel suo testamento il dono di libri per la Biblioteca monastica, e finalmente di una storia, finita nel 1079-80, intorno agli avvenimenti degli anni 1034-79.

Bibl.: Krumbacher, pp. 270-71. Giorgio Hofmann
MICHELE il Bravo. - Mihai Viteazu, n. nel 1558, m. nel 1608, principe di Valacchia, è una delle più movimentate figure romene. Salito sul trono nel 1593, si accostò subito alla Crociata ideata da Clemente VIII e condotta dall'imperatore Rodolfo, e incominciò la guerra da solo infl'ggendo ai Turchi, nel 1595, la terribile sconfitta di Călugăreni. Quando il suo alleato, il principe Sigismondo Bathory, cedette la Transilvania al card. Andrea Bathory, cugino suo e uomo di fiducia dei Polacchi alleati con i Turchi, M., non sentendosi più sicuro, entrò in Transilvania e, nella battaglia di Selimber (1599), sconfisse Andrea che vi perdette il regno e la vita. In questo suo nuovo possesso M. fondò per i Romeni il vescovado "ortodosso" di Alba Iulia; nel suo consiglio transilvano c'era anche qualche vescovo cattolico magiaro.

Con la conquista, nell'anno seguente, anche della Moldavia, M. realizzò l'unità (effimera) dei paesi romeni; ma dopo diverse vittorie e disfatte fu ucciso a tradimento nei pressi di Turda. Con lui finiva la grande resistenza dei Romeni ai Turchi, padroni già dell'Ungheria sin dal 1526 .

Bibl.: C. Giurescu, Istoria Românilor, II, Bucarest 1937, pp. 237-88. Petre Vălimăreanu

MICHELE di Černigov, santo. - Principe russo della famiglia dei Rurikidi, fu successivamente principe di Novgorod, di Halisch nella Galicia e di Rizv. Visse quindi al margine della cultura centro-europea, ma non tanto lontano da essa da non conoscerla e anzi da non subirne in parte l'influsso per qualche epoca della sua vita. Occupata la sua città natia di Cernigov dal Tartari (1241) e in gran parte distrutta, M. fu costretto nel 1245 a recarsi a Saraj, capitale di Batu, capo dei Tartari del basso Volga. Prima di entrare da questo principe avrebbe

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(da F Lucreti, Le titre de patriarche occumenique, in Vite, G. Verrati, III, Dille del Vaticano HR. p. 102) Michele Cerulario - Sigillo di M. C., Vergine Odighitria nel retto, iscrizione, nel verso - Washington, Coll. M. H. Shau.
dovuto sottoporsi a certe cerimonie, in parte superstiziose, in parte sciamanistiche, il che non volle fare ritenendolo una defezione dalla fede cristiana. Perciò fu crudelmente ucciso insieme al suo compagno Teodoro. Ambedue vengono venerati come santi dalla Chiesa cattolica. Festa il 20 sett.

Bibl.: Giovanni da Pian del Carpine, Vinggio ai Tartari, cap. 3, ed. G. Pulle, Milano 1920. pp. 236-37; A. M. Ammann, Kirchenpolitische Wandlungen im Ostbaltihum bis zum Tode Alexander Neushis, Roma 1936, pp. 239-43; id., Storia della Chima russa e dei paesi limi. trofi, Torino 1948, p. 66; Pastor, XI, p. 228 .

Alberto M. Ammann
MICHELE Cerulario. - Patriarca greco di Costantinopoli (1043-58), n. ivi al principio del sec. xI, celebre per lo scisma definitivo dalla Sede romana. Dovette la sua carriera a Costantino IX Monomaco con cui, ancor laico nel ro40, aveva partecipato ad una congiura politica; fu poco istruito e rimase sempre di carattere violento. Verso i Latini fu molto intollerante e già verso il 1053 ne chiuse le chiese e i monasteri a Costantinopoli; la sua opposizione crebbe quando il capitano (catapano) bizantino nell'Italia inferiore, Argyros, un cattolico, cercò di stabilire un'alleanza con il papa Leone IX contro i Normanni che minacciavano l'Italia inferiore. M. temeva che questa politica aumentasse l'autorità religiosa del Papa. Cercò quindi di inscenare una polemica antilatina nel campo religioso, con discorsi e con una lettera antiromana da lui suggerita al metropolita Leone di Acrida (v.). L'imperatore non assecondò questi attacchi, ma indusse il patriarca a mandare al Papa una lettera pacifica, il cui contenuto non soddisfece totalmente il vescovo di Roma. Questi, per chiarire la situazione religiosa di Costantinopoli, che già da più di due decenni covava lo scisma, e per facilitare un'alleanza politica con l'Imperatore contro i Normanni, che nel giugno 1053 avevano riportato una vittoria sopra Argyros a Siponto e sul Papa a Civitate, mandò una legazione pontificia alla corte bizantina.

Ne fu capo il card. Umberto di Silva Candida (v.); erano associati a lui Federico (il futuro papa Stefano X) cancellario, e l'arcivescovo di Amalfi, Pietro. Questi tre prelati partirono nel genn. 1054 ed arrivarono a Costantinopoli verso la fine di marzo. I rapporti dell'ambasciata pontificia con l'Imperatore bizantino furono sempre buoni. Invece il patriarca già nella prima ed unica udienza concessa ai legati mostrò freddezza che ben presto si cambiò in aperta ostilità. Infatti il patriarca ruppe le relazioni con i legati e indusse il monaco studita Niceta Stethato ad una polemica contro i Latini i quali avevano portato
presso i Greci alcuni scritti apologetici di stile purtroppo acerbo contro Leone Achridense e compagni antilatini. La ritrattazione temporanea di Niceta, nella disputa favorevole ai Latini nel monastero di Studios il 24 giugno 1054, non migliorò la situazione; anzi M. C. proibl ai legati la celebrazione della S. Messa nelle chiese greche e fece propaganda presso il popolo contro di loro. I legati allora, vista l'inutilità dei loro tentativi di riconciliare il patriarca con Roma, posero un documento di scomunica sopra l'altare di S. Sofia durante la liturgia solenne del 16 luglio 1054. La scomunica colpiva il patriarca Leone Achridense ed il sacellario che aveva calpestato irriverentemente la S. Eucaristia dei Latini. E però da notarsi che questa scomunica non fu redatta in forma di bolla pontificia: anzi fu promulgata dopo la morte del papa Leone IX. Da parte sua M. C. lanciò contro i legati l'anatema il 21 e 26 giugno, spedi un'enciclica agli Orientali, e probabilmente compose il libro Panoplia. Il patriarca Pietro di Antiochia non fu contento della polemica violenta del suo collega, ma non riusci a ridurlo a sentimenti pacifici. M. C. s'immischiò di nuovo nella politica nel 1057 e 1058 , e finl in questi tumulti la sua vita agitata l'8 nov. 1058. Il suo nome resta connesso con la consumazione dello scisma bizattino, cominciato già alcuni decenni prima.

Bibl.: A. Michel, Humbert und Kirullarius, 2 voll., Paderborn 1924-30; E. Ammann, Michel Cérulaire, in DThC. X. coll. 1677-1705; M. Jugie, Le schisme byzantin, Parigi 1941, pp. 187-246; V. Laurent, Le titre de patriarche occumenique et Michel Cérulaire, in Miscell. G. Mercati, III (Studi e testi, 125). Città del Vaticano 1946, pp. 373-96; V. Grumel, Les régestes des actes du patriarcat de Constantinople, I, in, Parigi 1947, no. 856 886, pp. 1-16.

Michele da Cesena. - Frate minore, n. a Cesena ca. il 1270 , m. a Monaco il 29 nov. 1342. Eletto a Napoli ministro generale dell'Ordine (1316) mentre probabilmente si trovava a Parigi, dove era maestro di teologia all'Università, appena arrivato in Italia presiedette la commissione di 12 frati per la revisione degli statuti dell'Ordine (editi in Arch. franc. hist., 4 [1911], pp. 276-307, 508-26). Poi si recò alla Curia pontificia di Avignone per sollecitare la totale soppressione degli Spirituali (v.) e vi riusci non senza mandar avanti tutto il rigore dell'Inquisizione contro i più ostinati. Il suo governo sembrava tornare proficuo all'Ordine, poiché egli, in quanto generale, si interessava non soltanto della disciplina, ma anche degli studi e delle missioni in Oriente.

Però, mentre nel Capitolo generale di Perugia (1322) scriveva una supplica a Giovanni XXII, perché non emanasse nessuna nuova decisione sulla questione della povertà di Cristo, diramò con i capitolari una dichiarazione dottrinale, secondo cui non era eresia affermare che Cristo e gli Apostoli non godettero di proprietà alcuna in privato o in comune. Con questa tesi egli, facendo della povertà un canone assoluto di virtù, pensava di consolidare l'eccellenza della povertà minoritica. Le decisioni in contrario del Papa non furono accolte da una parte dell'Ordine; ma M. si mostrò riservato, e nel Capitolo generale del 1325 comandò ai sudditi di parlare della Chiesa, della persona del Pontefice e delle sue Costituzioni con la debita riverenza e sobrietà. Nondimeno e con buone ragioni Giovanni non si fidava di lui e nel giugno 1327 gli ordinò di portarsi alla sua presenza. Gli fu imposto di non lasciare la città senza il permesso speciale del Papa. La ribellione aperta di M. scoppiò dopo le acerbe ripreusioni che gli fece nel Concistoro dell'apr. 1328 Giovanni XXII, il quale anche ordinò che il Capitolo dei Minori, de radunarsi a Bologna non già sotto la presidenza di M., ma del card. Bertrando du Poujet, eleggesse un altro generale. Cosa assai strana, i capitolari riconfermavano i loro suffragi su M. Ma questi, prima di sapere l'esito, fuggì insieme con Bonagrazia e Guglielmo Occam (v.) presso Lodovico il Bavaro. Scomunicato il 6 giugno 1328, prese parte attiva nella lotta di questo sovrano contro il Papa. Nel 1330 lo accompagnò a Monaco, dove pubblicò ancora

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diverse invettive e proteste piene di odio contro il Pontefice. Benché espulso dall'Ordine nel 1331, pretese di essere ministro generale fino alla morte, che lo colpi non riconciliano con la Chiesa.

BibL.: Wadding, Annales, VI-VII, passim; St. Baluze, Miscellanea, III, Lucca 1762, pp. 206-367; C. Eubel, Bullarium Frasaisc., V, Roma 1898, v. indice; A. Carlini, Della ritrattazione di fra' M. di C., in Archivio muratoriano, I, Città di Castello 1908, pp. 235-75; id., Frul' Michelina e la sua eresia, Bologna 1912; M. Bild, Parnoliae et documenta e cionellaria M. de C., in Arch. fronc. hist., 23 (1930), pp. 106-71 (ricca bibl.); D. L. Douie, The nature and the effect of the heresy of the Fraticelli, Manchester 1932, pp. 153-201 (ricca bibl.); P. Glorieux, Répertoire des maltres en théologie de Paris au XIIe siecle, II, Parigi 1933, pp. 233-35.

Geroldo Fusconegere
MICHELE GlicA. - Scrittore bizantino, n. nel primo terzo del sec. xirI e morto alla fine dello stesso. E' autore di una cronaca universale, di lettere teologiche, di spiegazioni di sentenze popolari e di un lungo poema. Egli sostenne la dottrina della Immacolata Concezione e dell'Assunzione di Maria.

BibL.: K. Krombacher, M. C., in Sitzungsber. der Bayer. Akad. der Wissensch., Monaco 1894, pp. 391-460; M. Jugie, Michel Glybar et l'Immaculée Conception, in Echos d'Orient, 14 (1910), pp. 11-12. Giorgio Hofmann

MICHELE il Grande. - Patriarca siro giacobita dal 1166 al 1199. N. nel 1126, entrò giovane nel monastero di S. Barṣawmã presso Melitene, di cui nel 1156 divenne abate. Eletto patriarca, si diede con zelo alla riforma della sua Chiesa e mantenne buone relazioni con la Chiesa cattolica.

Visito già nel 1167 il patriarca latino di Gerusalemme e quello di Antiochia. Trattative di unione con la Chiesa greca iniziate da quest'ultima non ebbero successo. Con la Chiesa armena ebbe qualche difficoltà, ma verso la fine della sua vita, nel 1198, assistette all'incoronazione regia del principe Leone II di Cilicia.

La sua opera principale è la Cronaca, che tratta degli avvenimenti fino al 1195, ed è una delle fonti principali della storia della Chiesa giacobitica. Fece una nuova redazione dal Pontificale della sua Chiesa e fu autore fra l'altro di un'Anapora, di una collezione di 29 canoni, di omelie e di lettere.

BibL.: J. B. Chabot, Chronione de Michel le Syrien, patriarche jacobite d'Antiocho (1166-1199), I, Parigi 1899, pp. i-xir; A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, p. 298 sgg. Guglielmo de Vries

MICHELE, Malleinos, santo. - Asceta di insigni virtù, n. a Carsianon di Cappadocia nell'894. Ancor oggi è poco noto perfino in Oriente. Il nome Maleinos non è quello di famiglia, ma della laura da lui edificata sul Kimina in Bitinia, che M. diresse come egumeno e dove morì il 12 luglio 961.

Molto giovane si ritirò sul Kimina (912), poi nel deserto e, fondato un monastero a Gerolimni (921), dopo quattro anni ritornò definitivamente al Kimina; vi fu ordinato sacerdote (930). Era consanguineo alla famiglia imperiale bizantina, e fu padre spirituale di s. Atanasio, fondatore dell'Athos. Festa il 22 luglio nell'Oriente (nel Mineo di Venezia 1860, il 12 luglio).

BibL.: Acta SS. Iulii, III, Anversa 1723, p. 303; I. Martinov, Annus ecclesiasticus graeco-clavicus, Bruxelles 1863, p. 176 (oppure Acta SS. Octobris, XI, Parigi-Roma 1869, p. 176); L. Petit, St Michel Maleinos, in Revue de l'orient chrétien, 7 (1902), pp. 343-603; H. Delehaye, Nota, in Anal. Bolland., 24 (1905), pp. 491-92.

Emmanuele Candal
MICHELE di Sant'Agostino. - Teologo carmelitano, al secolo van Ballaert, n. a Bruxelles il il 15 apr. 1621, m. ivi il 2 febbr. 1684. Insegnò filosofia e teologia ed ebbe per tre volte la carica di superiore della provincia flandrobelga.

L'opera principale, Institutionum mysticarum libri 4 (3 voll., Anversa 1671), raccoglie, sviluppandoli in modo più organico, gli opuscoli pubblicati antecedentemente,
cioè: Introductio in terram Carmeli et gustatio fructuum illius (Bruxelles 1659); Pia vita in Christo pro incipientibus, proficientibus et perfectis (ivi 1661, in fiammingo; ivi 1663, in latino); Instructio (Malines 1669), in fiammingo, che comprendeva da sola quattro trattati riguardanti la totale abnegazione di sé e delle creature, la vita deiforme e divina, la vita mariana, l'adorazione in spirito e verità. Di singolare pregio il trattato De vita Mariaeformi et Mariana in Maria propter Mariam, che delinea la perfetta devozione alla Vergine, pubblicato nel 1671 (vers. it., 2ᵃ ed., Roma 1950). Caratterizzano l'opera del p. M. di S. A. una profonda scienza teologica, una solida esperienza mistica e una tenerissima pietà mariana.

BibL.: Timoteo della Presentazione, Vita ven. p. Michaëlis a s. Augustino, Roma 1926; Anastasio di St-Paul, Michel de St-Augustin, in DThC, X, coll. 1707-10; V. Hoppenbrouwers, Michael van de Heilige Augustinus, in Carmel, 2 (1949), pp. 133-75.

Nilo di San Brocardo
MICHELE dei SANTI, santo. - N. a Vich (Barcellona) il 29 sett. 1591, m. a Valladolid il 10 apr. 1625. Vesti l'abito dei Trinitari Calzati, e poco dopo, il 28 genn. rbols, passò agli Scalzi, da poco istituiti dal b. G. B. della Concezione. Di lui sono caratteristici gli straordinari trasporti di amor di Dio e le frequenti estasi che lo sorprendevano dovunque: nella Messa, nel refettorio, nel coro, nel pulpito e per la strada.

Lasciò un trattato, La tranquillità dell'anima, che Menéndez y Pelayo dichiarò "stupendo" e "denso di idee" (vers. it. in Vita e scritti mistici di s. M. dei S., Isola del Liri). Fu canonizzato da Pio IX nel 1862. Festa il 10 apr.

BibL.: Didaco della Madre di Dio, Cronaca degli Scalzi della S.ma Trinità, 2° ed., Buenos Aires 1944; Giuseppe di Gesù e Maria, Vida delven. estatico P. Fr. Miguel de los Santos, Salamanca 1688; Giuseppe Gros i Raguer, Vida de s. Miguel de los Santos, Barcellona 1936.

Nicola dell'Assunta
MICHELE della Santissima Trinità. - Carmelitano scalzo, n. nel 1588 a Beaz (Andalusia), m. ivi nel 1661 .

Fu prima lettore di teologia nei Collegi di Ecija e Bacza, poi professore di filosofia nel celebre Collegio di Alcalá de Henares (lat. Complutum), dove, insieme con p. Antonio della Madre di Dio, pubblicò il famoso Cursus Complutensis philosophiae (v. complutenses). Del p. M. è il tomo I: Disputationes in Aristotelis Dialectisam et philosophiam naturalem iuxta d. Thomae doctrinam ( 1² ed., Alcalá 1624). Scrisse inoltre: Commentaria in libros Physicarum et de Anima (inedito).

BibL.: Marcello del B. Gesù, Notitiae bibliographicae, in Analecta O.C.D., 8 (1933), pp. 267-89; C. De Villiers, Bibl. Carm., II, p. 463; Hutter, III, coll. 918-19; Silverio da S. Teresa, Historia del carmen en Españo, IX, pp. 26-34.

Ambrogio di Santa Teresa
MICHELE, Sincello. - N. a Gerusalemme ca. il 761, m. ivi il 4 genn. 846. Venerato come santo dai Greci il 18 dic. Monaco esiccata della laura di S. Sabba a Gerusalemme, fu maestro dei celebri fratelli Grapti Teodoro e Teofane. Insieme a loro e al monaco Giobbe prese parte nelle controversie sul Filioque con i Benedettini olivetani della Città Santa, e sarebbe venuto a Roma per risolvere la questione, se non fosse stato trattenuto a Costantinopoli per le agitazioni della lotta iconoclasta. Ristabili nella capitale il monastero di Cora e fu nominato sincello dall'amico suo s. Metodio. Mantenne corrispondenza epistolare con s. Teodoro studita : scrisse un Libellus de fide orthodoxa (ed. a cura di B. de Montfaucon, in Biblioth. coisliniana, Parigi 1715, p. 90 sgg.) e Δ δ γ o s ouvrá ξ ε ε ς, e inoltre panegirici, discorsi, poesie; difficile però stabilirne l'autenticità.

BibL.: Que Vite ed. da Th. I. Schmidt nel Boll. dell'Istit. archeol. russo di Costantinopoli (in russo), 11 (1906), pp. 227279. Studi: S. Vallhé, St Michel le Syncolle et les deux frères Grapsi, in Revue de l'orient chrétien, 6 (1902), pp. 311-32.

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(per cortesia del p. A. Munznau)
Michele Garigotrs, santo - Ritratto.

610-42; R. Janin, Michel le Syncelle, in DThC. X, coll. 1710 1711 con l'indicazione degli scritti; Krumbacher, p. 166 sg., 186 sg.; BHG, nn. 1286-87. Emmanuela Candal

## MICHELE

GARIGOTTS, santo. - Fondatore dell'Istituto dei Preti del S. Cuore di Bétharram, n. a Ibarre (dip. Bassi Pirenei) il 15 ag. 1797, m. a Bétharram il 14 maggio 1863 . Conobbe fino ai 17 anni il duro lavoro dei campi; indi, aiutato dalla carità di parecchi, iniziò gli studi ecclesiastici fino al sacerdozio (1823).

Viceparroco a Cambo (1824), professore nel Seminario di Bétharram dal 1825 e rettore dal 1831 al 1833 , mirò soprattutto ad illuminare il popolo a combattere il pregiudizio giansenistico nella frequenza dei Sacramenti; trasferiti i seminaristi a Bayonne, rimase a guardia del Santuario che vi era unito e pensò di fondarvi la nuova Congregazione dei Preti del S. Cuore di Gesù, che si occupassero delle missioni nelle parrocchie, degli esercizi spirituali, della educazione della gioventù. La prima a godere dell'opera fruttuosa dei novelli missionari fu la diocesi di Bayonne, cui apparteneva il Santuario, resa in poco tempo una delle regioni più cristiane della Francia. L'Istituto crebbe e si dilatò in Francia e anche all'estero, specialmente nel Sudamerica, accrescendo le fatiche del Santo, ma anche la sua fiducia in Dio e lo spirito di penitenza, con cui voleva riparare per le anime e strappare a Dio le più meravigliose conversioni.

Fu bestificato da Pio XI il 10 maggio 1927; canonizzato da Pio XII il 6 luglio 1947.

Binl.: B. Bourdenne, La vie et l'oeuvre du vèn. Michel G., Tarbes 1921; anon., Il b. M. G., Acquapendente s.d.; AAS, 39 (1947), pp. 329-32, 401-408.

Celestino Testore
MICHELE ONGARO, detto Pannonio. - Pittore ferrarese, cosiddetto forse dal suo luogo di origine, m. prima del luglio 1464.

E del 1415 un pagamento per la dipintura di uno stendardo per la chiesa di S. Michele degli Unii; nel 1427 intesse un altro stendardo con margherite e diamanti. Si sa inoltre di sei angeli lavorati a cera, gettati in ottone in collaborazione con Niccolò Baroncelli e dati a dorare nel 1446; della decorazione della custodia lignes per l'ancona della Cappella ducale nel 1448; di affreschi eseguiti (1450) nella vòlta della sacrestia del duomo di Ferrara con l'Eterno circondato dal ss. Pietro e Paolo e Cherubini, nella Torre delle ore in Castello (1452) con S. Domenico, s. Tommaso e s. Pietro Martire, e sulla porta del Leone con il ritratto di Lionello d'Este. Dal 1454 pittore di corte, esegui altri lavori decorativi, come una cortina del 1460 , con la Creazione di Adamo ed Eva, ed è probabile che dal 1458 collaborasse con il Tura alla decorazione dello studio di Boffore. Punto fermo della sua attività resta l'allegoria dell'Estate del Museo di Budapest, nella quale si spiega la ricchezza coloristica del maestro, la sua sapienza decorativa, in una commossa idealizzazione della bellezza verginale. Oltre alla Ceres di Budapest, vanno attribuiti al maestro, secondo il Berenson, il S. Bernardino ed il S. Luigi dalla Pinacoteca di Ferrara, un S. Antonio di collezione privata a Milano, lo Sposolisto della Vergine e l'Adorazione dei Magi della collezione Chatman.

Binl.: A. Venturi, I quadri di scuola ital. nella Gall. naz. di Budapest, in L'Arte, 3 (1900), pp. 185-92; R. Longhi, Officina Ferrarese, Roma 1934, p. 24 sgg.; L. Miotto, Ex Michele Pannonio, ivi 1939.

Eugenio Battisti

MICHELE SCOTO (Scotto). - Filosofo e astrologo, scozzese d'origine, m. ca il 1236.

Nel 1217 recava a compimento con l'aiuto d'Abuteus levita la Sphaera di al-Bitriaji detto comunemente Alpetragio o Avenalpetras. Poco prima del 1220 tradusse dall'arabo il De animalibus di Aristotele, comprendendo sotto questo titolo i 10 ll. delle Hist. anim., i 4 ll. del De part. animal. e i 5 ll. del De generc animalium. A Toledo iniziò anche la traduzione del commento d'Averros ad Aristotele. Dal 1220 fu in Italia alla Curia papale e quindi alla corte di Federico II, del quale divenne l'astrologo e al quale dedicò il suo commento alla Sphaera del Sacrobosco. Secondo il De Vaux, alla corte di Sicilia egli avrebbe tradotto la maggior parte dei commenti avermistici, in collaborazione con altri, e sarebbe stato inviato dall'Imperatore a far doter delle nuove traduzioni all'Università di Bologna. Nel 1230, dedicò a Federico la traduzione del De animalibus di Avicenna (v.). Egli è autore anche di un trattato di Physionamia, di un De secretis naturae e d'altri scritti, per i quali si acquistò fama, oltre che d'indovino e d'astrologo, anche di negromante. Il commento Super auctorem Sphaere, ove all'esposizione letterale son frammestate quaestiones sul testo del Sacrobosco, servil di modello nelle scuole a molti commenti che si fecero poi su opere di filosofia, di medicina, ecc.

Binl.: P. Duhem, Le système du monde, III, Parigi 1915. pp. 241-48; L. Thorndike, A history of magic and experim. science etc., II, II, Nuova York 1929, pp. 307-37; R. de Vaux, La première entrée d'Averroes chez les latins, in Rev. des sciences philos. et théol., 22 (1933), p. 241 sgg.; M. Grabmann, Aus dem Geistesleben des Mittelalters, II, Monaco 1936, pp. 103-37; R. De Vaux, La première entrée d'Averroes chez les latins, in Rev. des sciences philos. et théol., 22 (1933), p. 241 sgg.; M. De Wulf, Hist. de la philos. médiévale, II, Lovanio-Parigi 1936, pp. 28-29. Sulla leggende medievale di M.S., vedi A. Grof, Miti, leggende e superstizioni del medioevo, Torino 1925, pp. 409-57. Bruno Nardi

MICHELET, Jules. - Storico, n. a Ménilmontant (Parigi) il 21 ag. 1798, m. a Hyères il 9 febbr. 1874. Figlio di un tipografo, dopo un'infanzia assai dura, ottenne una cattedra al Collegio Ste-Barbe dove aveva studiato. Nel 1827, entusiasmatosi per Vico, pubblicò una scelta della Scienza nuova che gli valse la cattedra alla Normale.

D'ispirazione vichiana è la Histoire romaine (1831), in cui M. tenne però conto della critica del Niebuhr. Dello stesso anno è l'Introduction d l'histoire universelle, in cui a quello di Vico si aggiunge l'influsso di Herder e della sua concezione della storia come opposizione di libertà e fatalità. M. curò e promosse, secondo la tendenza del tempo, pubblicazioni di documenti, sulla scorta dei quali scrisse i primi 2 voll. della sua Histoire de France (1833), dedicati al medioevo. Nei quattro successivi abbandonò però l'analisi erudita per tentare alle ampie sintesi filosofiche ravvivate dalla sua arte coloristica. Il suo medioevo è visto in funzione nazionale; la religione, intesa come sentimento popolare, è considerata con simpatia, nonostante le origini radicali e laiche del pensiero di M. Ma, entrato in lotta con il Guizot, egli accentuò il suo indirizzo democratico ed anticlericale che bandi dalla cattedra del Collège de France, cui era stato chiamato fin dal 1838, nei suoi corsi : Les Jésuites (1843); Du pritre, de la femme, de la famille (1845); Le peuple (1846); L'étudiant (1848). Questi motivi ritornano nella Historie de la Révolution Francaise (1847-53), la cui vasta documentazione è scelta con criteri di parte. Eroe di questa epopea nazionale è il popolo, misticamente sentito come incarnazione divina. Questa storia, ricca di pathos romantico, non è solo un frutto letterario, ma, anche con i suoi limiti scientifici, una tappa nella storia della storiografia sulla rivoluzione francese, in quanto rimane la tipica rappresentazione della rivoluzione intesa come prodotto della miseria, tesi che sarà combattuta poi da Jaurès (v.) il quale vide nelle rivoluzione la rivendicazione politica della ricchezza borghese. Privato della cattedra nel 1851 dal colpo di stato bonapartista, continuò fino al 1789 la sua Histoire de France (1855-62). Ormai polemista più che

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S. MICHELE ARCANGELO VESSILLIFERU.

Mussico (sec. vi) - Ravenna, chiesa di S. Apollinare in Classe.

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(fel. 3liuers)
A sinistra: FACCIATA DELLA CHIESA DI S. AGOSTINO - Montepulciano.
A destra: FACCIATA E LOGGETTA DELLA VILLA MEDICEA DI CAREGGI - Firenze.

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storico, vide nella monarchia e nella Chiesa il male, dando grande importanza ai particolari scandalistici. Nel contempo si volse a studi sociologici con i saggi L'amour (1858), La femme (1859), Nos fils (1869) e Rosò il suo credo religioso superconfessionale, antidogmatico e filantropico nella Bible de l'humanité (1864), che lo ricollega a Rousseau, come anche il suo vivo senso panteistico della natura. Del M. sono all'Indice: Mémoires de Luther (decr. 6 apr. 1840); Du prêtre, de la femme, de la famille (decr. 3 apr. 1845); L'amour (decr. 11 apr. 1859); La sorcière (decr. 26 genr. 1863); La Bi-
ble de l'humanité (decr. II giugno 1866); Le prêtre... e Les fésuites (decr. 21 ag. 1896).

BibL.: G. Monod. La vie et la pensée de Y. M., 2 voll., Parigi 1923; J. Cuchanno, L'éoangile éternel, étude sur M., iv; 1927; D. Halevy, 7. M., iv; 1928; A. Chabaud, 7. M., ivi 1929 (con bibl.); W. Klaus, Der Einfluss von Zeitstrumungen auf die francaisische Geschichtstrhreibung über das ancien régime, diss.. Tubings 1031: W. Kaegi, M. und Deutschland, Basilea 1036; G. De Ruggiero, G. M., in La critica, 35 (1937), pp. 118-28, 273-81, 355-66,434-43: 26
(1938), pp. 27-34; W. Kaegi, Historische Meditationen, II, Zurigo 1946, pp. 81-120; L. Febvre, M., Ginevra 1947; id., Comment 7. M. inventa la Renaissance, in Studi in onore di G. Loczatto, III, Milano 1950, pp. 1-11; O. A. Hase, Les principes intpirateurs de M., Parigi 1951.

Sergio Cotta
MICHELOTTI, Anna. - Fondatrice della Congregazione delle Piccole Serve del S. Cuore di Gesù per gli ammalati poveri, n. ad Annecy il 25 ag. 1843, m. a Torino il i febbr. 1888.

Quantunque la famiglia, che aveva conosciuta l'agiatezza, fosse piombata in estrema miseria, tuttavia Anna, ancora dadicenne, prese a visitare con sua madre i malati, ad assisterli a curarli con tutta la diligenza e la premura. Questo ufficio di carità segnò l'orientazione della sua vita; sentì infatti di essere chiamata a consacrarsi interamente agli ammalati poveri e più abbandonati, imprecanti spesso alla società e talora anche a Dio. L'ideale si attuò in modo ancor più stabile e ampio a Torino, dove essa passò nel 1871 e fondò il nuovo Istituto delle Piccole Serve, prendendo il nome di Giovanna Francesca della Visitazione. Si ebbero le prime vestizioni nel 1874 , i primi voti il 2 ott. 1875. Non mancarono povertà e disagi, tribolazioni e avversità; ma neanche belle vocazioni, che non solo coltivò ed istrul con diligenza, ma anche improntò vivamente del suo spirito, che mirava a conformarsi alle virtù del S. Cuore di Gesù. Ancor vivente, vide l'Istituto propagato in varie diocesi, accompagnato ovunque da grazie abbondanti di conversioni. La causa di beatificazione fu introdotta il 6 dic. 1942.

BibL.: AAS, 35 (1943), pp. 86-89. Celestino Testore
MICHELOZZO di Bartolomeo. - Scultore e architetto, n. a Firenze nel 1396, m. ivi il 7 ott. 1472. La sua prima attività si svolge nel campo della plastica quando lo si incontra a collaborare nel 1420 con Lorenzo Ghiberti, allora che questi era intento ai lavori per il S. Matteo d'Orsammichele e la prima porta del Battistero, e con Donatello nel tempo in cui tale maestro lavorava al tabernacolo per il S. Lodovico all'esterno di Orsammichele (1425), alla tomba di Giovanni XXIII nel Battistero, all'altra per il
card. Brancacci in S. Angelo a Nilo a Napoli, in quella Aragazzi, poi in parte smembrata, nel duomo di Montepulciano, e al pulpito per il duomo di Prato. Poi fra il 1433 e il 1434 M. seguì Cosimo dei Medici in esilio a Venezia ove lavorò, ma non ve n'è traccia, nella biblioteca del convento di S. Giorgio.

Di una tale permanenza nel Veneto si può tuttavia riconoscere la memoria nel coronamento del portale del S. Agostino di Montepulciano di gusto indubbiamente venezianeggiante e, ove si possa dimostrare essere il frutto di un tardo completamento delle opere precedentemente iniziate, in quelli delle tombe di Giovanni XXIII e del card. Brancacci. Nel 1436 M . collaborava di nuovo con il Ghiberti, questa volta alla seconda porta del Battistero. L'ulteriore attività di M. è tuttavia volta esclusivamente all'architettura: inizia con la ricostruzione del convento di S. Marco a Firenze (1437-51), prosegue con la costruzione delle cappelle del Noviziato e dei Medici in S. Croce, dei tabernacoli di S. Ministo al Monte e dell'Annunziata, mentre fin dal 1444 dava inizio a quel Palazzo dei Medici in Via Larga, poi divenuto dei Riccardi, che è uno dei capolavori architettonici del Rinascimento italiano. Nel 1451 M. lavorava alle ville del Trebbio e di Cafaggiolo in Mugello, nel 1454 a sistemare vari ambienti in Palazzo Vecchio e nel 1459 alla villa di Careggi. Nel 1462 era a Milano per elevare la cappella Portinari in S. Eustorgio e il palazzo del Banco Sledicen, di cui rimane solo il portale nel Museo archeologico milanese, mentre due anni dopo, nel 1464, era a Ragusa, in Dalmazia, per dare disegni utili alla ricostruzione, poi attuata in massima parte con idee proprie da Giorgio di Sebenico, del Palazzo dei rettori di quella città. Più giovane di Donatello e del Brunellesso, ma non tanto da non sentirsi della loro stessa generazione, M. ne assunse, con vigore, successivamente i linguaggi espressivi ostentando certa maggiore robustezza, per cui talvolta nelle sculture sembra avere anche inteso il fascino delle opere di Jacopo della Quercia, e nelle architetture preludere e accompagnare il gusto albertiano.

BibL.: Venturi, XIII, 1, pp. 269-326; H. Willich, s. v. in Thieme-Becker, XXIV, pp. 530-31 (con bibl.). Emilio Lavagnino

MICHETTI, Francesco Paolo. - Pittore n. a Tocco Casauria il 2 ott. del 1851, m. a Francavilla a Mare il 5 marzo del 1929. Nel 1868, ottenuta una borsa di studio della amministrazione provinciale di Chieti, si recava a Napoli dove stringeva amicizia col Dalbono mentre all'Accademia studiava con Filippo Palizzi e Domenico Morelli.

Già affermatosi dal 1870 con piccoli quadri di bambini e animali, oggi al Museo di S. Martino a Napoli, nel 1872 e nel 1875 espose al Salone di Parigi. Ma divenne celebre nel 1877 quando espose a Napoli il Corpus Domini (Roma, collez. Crispini), vivace pittoresca rappresentazione di una festa religiosa in Abruzzo. Da allora per oltre 20 anni F. P. M. ha prodotto un numero infinito di quadri (nel 1899 ne espose contemporaneamente 200 alla Biennale Veneziana e 100 a Berlino) aventi quasi sempre per soggetto scene o personaggi caratteristici di Abruzzo, passando gradualmente dai modi stilistici ini-

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(1st. alivari)
Michietr1, Francesco Paolo - La pastorella - Roma, Galleria nazionale d'arte moderna.
ziali che si era formato nell'ambiente Palizzi-MorelliDalbono, ma anche sensibili alla pittoresca policromia del Fortuny (a Napoli nel 1874), ad una pittura più vivace ed abbondante (Il Voto, Roma, Galleria d'arte moderna, 1880-83) e quindi ad un fare più solido e composto (La Figlia di Jorio, Pescara, Municipio). Artista istintivo di grandi possibilità ed immediatezza espressiva, fu attivissimo fino all'anno 1900 quando inviò alla Esposizione di Parigi due sue grandi tele: Gli storpi e Le verpi, ora a Francavilla nel Municipio, nelle quali è possibile riconoscere un ritorno ai modi iniziali del suo stile. Poi visse inoperoso come pittore interessandosi soprattutto a vari problemi di tecnica.

Bial.: M. Biancale. Le serpi e gli storpi di F. P. M., in Bollettino d'arte del Min. della p. istruzione, 6 maggio 1927. pp. 481-507; T. Sillani, F. P. M., Milano 1932; A. N. Brisio. Ottocento Novecento, Torino 1939, pp. 390-91. Emilio Lavagnino

MICHIEL, Giovanni. - Cardinale, n. a Venezia nel 1446, m. a Roma il io apr. 1503. Creato cardinale dallo zio Paolo II il 21 nov. 1468, fu poi vescovo di Verona ( 18 marzo 1471) e di Padova (1485), ed anche patriarca di Costantinopoli (23 genn. 1497). Quale legato di Innocenzo VIII presso Ferdinando re di Napoli riuscl a stringere con lui la pace dell'1 ag. 1486. Morì di veleno per opera di Cesare Borgia, che mirava alle sue ricchezze.

BibL.: Pastor, III. v. indice: P. Paschini, Il carteggio fra il card. Marco Barbo e Giovanni Lorenzi, Città del Vaticano 1948, p. 15 e passim.

Carlo Angrleri
MICHOAGAN, diOCEsI di: v. MORELIA, diOCEsI di.
MICHOL (ebr. Mīkhāl: «chi è potente ?»[?]; * l'Onnipotente»[?]; «chi come Dio ?»[?]). - Figlia di Saul (v.), più giovane della sorella Merob. David (v.), negata che gli fu Merob, dovutagli come vincitore di Golia (cf. I Sam. 17, 25), per aver in moglie M. accettò di pagare a Saul, pericoloso dono nuziale, duecento prepuzi di Filistei uccisi (ibid. 18, 17-29).
M. amò ardentemente David, e lo sottrasse alle mortali ricerche del padre calandolo da una finestra; inoltre, per ritardarne l'inseguimento, lo fece credere, con abile stratagemma, malato a letto (ibid. 19, 11-17). Allora M. fu dal padre, per vendetta, data in moglie a un certo Phaltiel (ibid. 25, 44). Ritornò in seguito, richiesta, a David re in Hebron (ibid. 5, 12-16), ma, sembra, non cosi devota come per il passato. La si vede infatti sfrecciare amari sarcasmi contro David per aver egli danzato dinanzi all'arca durante la traslazione a Gerusalemme (ibid. 6, 16-22).

Morì senza lasciar figli (ibid. 6, 23). Forse la sua sterilità, causa di tanta inferiorità rispetto alle altre mogli del Re, influì assai a renderla suscettibile e scontrosa.

Gino Bressan
MICKIEWICZ, Adam. - Poeta polacco, n. a Zaosie il 24 dic. 1798, m. a Costantinopoli il 26 nov. 1855. Trascorse l'infanzia e l'adolescenza nella terra lituana, in cui erano vivi i ricordi dell'insurrezione di Kosciuszko; vide nel 1812 passare l'esercito napoleonico che ridestava le speranze dei Polacchi ed assisté l'anno seguente alla triste ritirata. Quelle impressioni dovevano improntare tutta la sua arte, inscindibilmente legata alla sua vita. Nel 1815 il M. si iscrisse all'Università di Wilno e vi fondò con Tommaso Zan la Società dei Filomati (poi Filareti, por Raggianti), con finalità apparentemente letterarie, in realtà sociali e politiche e legate all'idea della riscossa nazionale.

Nominato professore al ginnasio di Kaunas nel 1819, pubblicò la prima raccolta di poesie che gli conquistò larga fama. La sua Ode alla gioventú, di cui la censura aveva vietata la pubblicazione, circolò manoscritta per tutta la Polonia. Piacque il breve poema Grazyno, stampato di poi. L'amore per Maryla Wereszczaka gli ispirò delicate liriche e le Ballate e romanze, tratte da leggende popolari, ma segnate dall'impronta personalissima del suo genio. Maryla per volontà dei parenti andò sposa
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(per cortesia del dott. Witold W\&ar) Mickiewicz, Adam - Ritratto. Incisione a bulino (ca. 1850).

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ad altri; e il M. effuse il suo dolore in un poema: Dziady ( Gli avi o), imperniato su un antico rito popolare lituano, per il quale nel giorno dei morti essi vengono evocati nelle cappelle e nei cimiteri. Al ritorno dello spirito della donna amata il poeta ricollegava la sua tragedia amorosa; la novità dell'argomento, la potenza del verso suscitarono la più profonda ammirazione. Ma già il governo russo intraprendeva il grande processo politico detto «dai Filareti». Il M., arrestato con gli amici, passò un anno in carcere; indi, condannato all'esilio in Russia, lasciò la patria che non doveva mai più rivedere.

Il periodo russo fu fecondo di nuove opere: un viaggio in Crimea gli ispirio i Sonety Krymshie (»Sonetti di Crimea"), che sono i più perfetti di tutta la letteratura polacca; scrisse il Farya, qasîde alla maniera araba, e il byroniano poema della vendetta e della rivolta Konrad Wallenrod. Nel 1829 il M. ottenne di partire dalla Russia, viaggiò in Germania, Svizzera, Italia.

Roma lo conquistò, non soltanto per i ricordi classici, ma perché egli intravide un nuovo mondo, una nuova umanità. La sua formazione spirituale era stata illuministica e voltairiana; a Roma egli ritrovava la coscienza della superiore potenza creatrice della fede in confronto alla sola ragione; e a questo concetto doveva ispirarsi ormai tutta la sua poesia. Già negli Avi di Dresda (la preghiera di Eva), nell'ode Alla madre polacca, che il Mazzini tradusse, e nelle Parole della S.ma Vergine vi erano accenti di fede: ma in Fede e ragione e nel Colloquio sevativo la poesia del M. raggiunge la più alta vetta del lirismo religioso.

Nel 1831, dopo aver invano cercato di raggiungere la patria insorta, il M. si recò a Parigi. Là si adunavano gli sculi polacchi che formavano quella che fu detta la Grande Emigrazione, divisa in fusioni irriconciliabili. Fu allora che dallo spirito del poeta cruppero il Libro della nazione polacca e il Libro del pellegrinaggio polacco, d'intonazione biblica e profatica, in cui è il sublime appello all'amore, al sacrificio, alla concordia sull'esempio del Cristo. A Dresda, dove si ritirò con alcuni emigranti polacchi, scrisse la terza parte dei Dziady e il prologo. Come nei Dziady di Wilno aveva manifestato il suo dolore personale, in quelli di Dresda egli suggello il martirio della Polonia attraverso le sue esperienze del processo, del carcere, della condanna, in accenni di tragica potenza. L'opera attrasse i consensi di tutta l'Europa.

Nel 1834 il M. pubblicò il capolavoro di tutta la letteratura polacca, Pan Tadeusz (II signor Taddeo), pervaso dalla nostalgia per la bellezza della terra natia e dai ricordi della prima giovinezza. Il poema è un vasto quadro della vita polacca nel 1812 e si svolge intorno all'idillio di due giovani, Taddeo e Zosia, le cui famiglie nemiche si riconciliano nel loro amore; ma la lieve trama appena si disegna nella ricchezza degli episodi, nella molteplicità dei personaggi, nella magia del verso. Fu questa l'ultima fatica poetica del M. Nel 1839 egli veniva chiamato alla cattedra di letteratura latina all'Università di Losanna, e l'anno seguente a quella di letterature slave al Collège de France. I suoi corsi ricercarono in un'affascinante sintesi le caratteristiche comuni a tutte le letterature slave e le differenze originate dalla natura di ogni singolo popolo.

Nel 1848, alla riscossa dei popoli, il M., che aveva seguito tutta la vita i movimenti nazionali ed era amico di Mazzini e di altri patrioti, formò una legione che combatté nella prima guerra dell'indipendenza italiana. Dopo il 1849 diresse a Parigi la Tribune des peuples, come già nel 1833 aveva collaborato al Pielgrzym polski (Pellegrine polacco). Nel 1855, incaricato di una missione politica, si recò a Costantinopoli e ivi morì. La sua spoglia, riposa oggi nel Wawel, il tempio nazionale della gloria polacca. Per l'altissima personalità e la mirabile opera che trascende il valore letterario nell'esaltazione dei valori patriottici, umani e religiosi, il M. è il maggior poeta della Polonia.

BibL.: opere: Dziela wszystkie, Varsavia 1933 agg. (edizione nazionale). Studi: Wl. Mickiewicz : Zywot A. M., 4 voll., Poznań 1890-96; A. Chmielowski, A. M., Varsavia 1901; St. Pigon, Z. epohl M., Leopoli 1922; J. Kallembach, A. M., 2 voll., ivi 1926; J. Kleiner, M., ivi 1934; S. Szpotanski, A. M. et le ro-
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(per carlssia del prof. Stejanelli)
Microbriolozia - Lazzaro Spallanzani. Ritratto inciso nel frontespizio delle Opere.

montirene. Parigi s. d. L'intera bibliografia mickiewiczana in Italia, testi e critica, si trova in: M. Bersano Bepes, La Polonia in Italia, Torino 1948, nn. 647 -878 bis.
Marina Bersano Bepes

## MICROBIO-

LOGIA. - La m. studia gli esseri viventi estremamente piccoli, invisibili ad occhio nudo e visibili soltanto a mezzo di particolari dispositivi ottici (microscopi vari), che vanno sotto il nome di microrganismi o microbi (pospic, piccolo). Questi non costituiscono un determinato gruppo zoologico o botanico, ma comprendono esseri appartenenti sia al regno animale sia a quello vegetale, di natura non sempre ben definita e di difficile classificazione.

L'èra microbiologica ebbe inizio al principio del Cinquecento con la nuova tendenza espressa da Girolamo Fracastoro (1478-1553), il quale con mirabile intuizione asserì che la trasmissione delle malattie infettive ha luogo a mezzo di corpuscoli animati capaci di moltiplicarsi rapidamente, che egli chiamò «seminaria», ossia germi. Queste idee del Fracastoro furono riprese nel secolo successivo e sviluppate da altri, quali Pier Giovanni Faber, medico di Montpellier, il padre Atanasio Kircher e Augusto Hauptman di Francoforte, che nel suo Tractatus de viva mortis imagine affermò addirittura che la causa delle malattie infettive risiede nella presenza di animaletti vermiformi nel sangue degli ammalati. Ma soltanto nella seconda metà del sec. xvir ( 1675 ) l'esistenza di questi esseri piccolissimi fu accertata dal naturalista olandese Van Leewenhoeck (1632-1723). Questo studioso, che era particolarmente versato nella costruzione di microscopi, servendosi di un microscopio semplice di sua fabbricazione, consistente in una piccola lente biconvessa che permetteva ingrandimenti di ca. 270 volte, poté osservare e descrivere nelle infusioni vegetali, in acque putride, nel tartaro dei denti, nella saliva, nelle feci dell'uomo e di vari animali, alcuni elementi piccolissimi aventi forma di bastoncelli diritti o incurvati, di filamenti, di spirali e di piccole sfere. Il van Leewenhoeck riuscì pure a determinare la grandezza di questi elementi, che egli chiamò «animaletti», raffrontandoli con granelli di polvere aventi il diametro di un quarto di millimetro. Purtroppo né questo ricercatore, né altri che fecero osservazioni analoghe, ne compresero il vero significato, così che passò molto tempo prima che ai microbi forse riconosciuta l'importanza ad essi spettante come agenti di malattie infettive e come produttori di fermentazioni e di altri fenomeni naturali. Tuttavia l'idea che questi esseri piccolissimi fossero capaci di azioni molteplici si faceva strada nella mente di molti studiosi anche in assenza di prove sperimentali, le quali non tardarono a venire, ad opera soprattutto di biologi italiani.

Prima fra tutte vanno ricordate le memorabili esperienze di Lazzaro Spallanzani (1729-99), il quale per dimostrare la infondatezza della teoria della generazione spontanea, che era basata sul principio della «corruptio unius, generatio alterius», riusci a dimostrare che gli animaletti non nascevano spontaneamente nei liquidi in decomposizione ma erano essi stessi la causa dei processi putrefattivi. Successivamente (1824) l'italiano Vincenzo Sette riusci a dimostrare che l'arrossamento osservato su alcune

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(per cortesia del prof. Stefenelli) Microsiologia - Ritratto di Robert Koch (1843-1910).
sostanze alimentari (polenta e pane) nella provincia di Padova cra di origine microbica e che il germe responsabile del fenomeno era un piccolo microrganismo che fu chiamato "zoogala ctina inetrofa". Alle stesse conclusioni giunse un altro italiano, Bartolomeo Bizio, che nello stesso periodo di tempo aveva studiato a Venezia un fenomeno analogo. Molto più importante è il contributo portato agli studi microbiologici da Agostino Bassi da Lodi (17731856), al cui genio si deve la prima chiara dimostrazione delle proprietà patogene dei microbi e delle modalità di trasmissione dei morbi in