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ICI. - Il termine m. p. (o anormali psichici) ha un valore medico-pedagogico ed è in uso in medicina scolastica e in pedagogia emendativa. Alcuni autori preferiscono quello di

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"disarmonici» o "inadatti» o di «irregolari». Comunque, con tali denominazioni s'intendono quei soggetti (specialmenti fanciulli e adolescenti), che mostrano un'insufficienza nell'apprendimento, perché non hanno raggiunto la capacità mentale propria della loro età, o che non possono adattare il loro comportamento morale alle esigenze della vita comune. Si distinguono, perciò, in minorati dell'intelligenza o deboli o frenastenici minori (v. frenastenta) e in minorati del carattere o instabili o anormali affettivi, i quali corrispondono alle forme più lievi della nevrosi e della psicosi infantile. I minorati misti, i più frequenti, sono invece quelli contemporaneamente deboli e instabili.

Le cause produttrici possono essere biopatiche, cerebropatiche, miste (anormali psichici veri); come anche estrinseche al sistema nervoso, legate a gracilità, malattie esaurienti, adenoidismo, intossicazioni, abbandono morale, conflitti famigliari, errati metodi educativi, ecc. Sono questi i falsi anormali psichici o normali difettosi, perché appaiono temporaneamente inferiori al livello medio e con appropriato trattamento medico-pedagogico possono normalizzarsi.

Una tale differenziazione fra «veri» e "falsi» si poggia molto sui risultati pratici che si ottengono; preventivamente, essa presenta spesso difficoltà non lievi. E, d'altra parte, un tale inquadramento e la presunzione di adattabilità del soggetto è essenziale, perché il m. p. possa essere inviato all'istituzione più adatta. Un tale compito è devoluto ai «Centri medico-psicopedagogici» ove lavorano in collaborazione lo psichiatra, lo psicologo, il pedagogista e le assistenti sociali. Detti centri, che sono in fondo l'interpretazione italiana delle «Child guidance clinics " americane e inglesi, si occupano altresi di prevenzione e di cura.

Il problema della sistemazione sociale e del ricupero dei m. p. ha attraversato fasi di successiva evoluzione e perfezionamento: dall'indifferenza al ricovero, dalla rieducazione alla prevenzione. I primi tentativi vennero effettuati ca. un secolo e mezzo fa in Francia e in Germania; in Italia, nel 1848 , fu aperto ad Aosta il primo istituto per cretini. Il problema da principio non interessò che pochi volonterosi sospinti dalla carità o dalla filantropia o dalla scienza, in seguito si aggiunse l'intervento dello Stato, ma scarse sono ancora le provvidenze legislative a sostegno e regolamentazione delle istituzioni private (cf., p. es., il r. decr. 3 febbr. 1928, n. 577). Vanno ricordati tra i più attivi in tale campo Tommasini, Gonnelli-Gioni, Bonfigli, e soprattutto S. De Sanctis e Montesano.

Le istituzioni che provvedono in Italia all'istruzione ed all'educazione dei m. p., riconosciuti socialmente adattabili, sono: 1) le «classi differenziali» che funzionano presso le scuole elementari e che servono per fanciulli falsi anormali, non gravemente tardivi o nervosi (Montesano), per cui sia prevedibile il livellamento scolastico e quindi il ritorno, dopo qualche tempo, alla scuola comune. Altre caratteristiche delle classi differenziali sono il numero limitato degli alunni, il personale specializzato, l'istruzione mediante didattica differenziata, la consulenza medica e psicologica e l'assistenza sociale e morale. 2) Le
"scuole speciali» o "scuole autonome» o "asili-scuola" per veri m. p., autonome per sede, per direzione, per organizzazione disciplinare, didattica ed educativa. Si tratta d'istituzioni parascolastiche che si propongono l'adattamento sociale dei m. p. principalmente mediante il lavoro, organizzate sotto forma d'internati diurni, con orario e calendario speciale, che garantisca un'assistenza continuativa. Anche in tali scuole autonome esiste una permanente collaborazione medico - psico - pedagogico, l'istruzione impartita con metodo differenziato, la correzione dei difetti del linguaggio, l'educazione fisica correttiva, l'assistenza morale e sociale; una importanza preminente è data al lavoro, lavoro educativo, prevocazionale e di orientamento professionale. La "scuola autonoma" realizza quindi un tipo di assistenza aperta. 3) Gli "istituti medico-pedagogici residenziali provvedono al ricovero convituale dei m. p. privi della famiglia o di quelli che da questa devono essere allontanati, perché costituisce
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(da M. Almayra-A. Garcia y Bellola, Ars Physicae, Madrid 1957, p. 175, pp. 177) MinORCA - Tempio preistorico (Naveta) - Els Tudons (Ciudadela).
ambiente disadatto allo sviluppo o al raddrizzamento del loro carattere, o che risiedono in località lontane dai centri abitati. Tali istituti hanno la stessa organizzazione delle scuole autonome, però vi è maggiormente sviluppata l'educazione affettiva.

Istituto di ricovero con internato, retli per lo più da enti religiosi, o le sezioni per minorenni frenastenici degli ospedali psichiatrici, servono invece ai casi gravi riconosciuti socialmente non adattabili (o non recuperabili), denominati frenastenici maggiori, nei quali sono compresi gli affetti da glandulo-distrofie e da gravi psicopatie; individui bisognosi spesso soltanto di una pura assistenza fisica.

Bret.: E. Sequin, Troitsement moral, hygiène et éducation des idiots et des enfants mentalment arriérés, Parigi 1906; S. De Sanctis, Educazione dei deficienti, Milano 1913; A. Binet e Th. Simon, Les enfants anormaux, Parigi 1921; G. Rossolino, L'individualité de l'enfant, trad. francese, ivi 1919; G. Vidoni, L'inchicsta familiare-sociale tra gli ammalati di morte, i giovani anormali psichici, i minorenni criminali e i giovani illegittimi, Firenze 1940; G. Calò, La preparazione degli insegnanti speciali e l'obbligo dell'educazione dei m. p., in Scuola ital. med., Supplemento pedagogico, 5 (1940), pp. 196-200 e 6 (1941, pp. 254-57; autori vari, L'enfance irreguliére, Parigi 1946; J. Pichon, Le développement psychique de l'enfant et de l'adolescent, Parigi 1947; G. Vidoni, Assistenza ed educazione dei giovani anormali psichici, Genova 1949; autori vari, Le diagnostic du caractère, Parigi 1949; M. T. Rovigatti, Il problema dei m. p., Rovigo 1950; L. Michaux, Psychiatrie infantile, Parigi 1950; Gilbert-Robin, Précis de neuro-psychiatrie infantile, ivi 1950.

MinORCA, diocesi di. - Nell'isola omonima (Balearì, Spagna) nel Mediterraneo. Superficie kmq. 669. Fa parte della provincia ecclesiastica di Valenza. Ha una popolazione di 45.800 ab., dei quali 45.300 cattolici. Conta 14 parrocchie, con 47 sacerdoti diocesani e 5 regolari, 4 comunità religiose maschili e 25 femminili (1949).

Agli inizi del sec. v, M. aveva un proprio episcopato, come risulta dalla carta del vescovo Severo (anno 417). Durante le invasioni vandalica e musulmana la sede episcopale di M. scomparve. Con la riconquista da parte dei cristiani (1287) fu incorporata nella diocesi di Malorva, finché nel 1795 Pio VI la eresse in episcopato indipendente. Da allora 12 prelati hanno retto la diocesi, che nulla soffrì durante le dominazioni britanniche che si succe-

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dettero nel sec. sviti. Dal 1936 al 1939 M. subì i terribili effetti della dominazione dei senza Dio, che uccisero la metà del clero e devastarono tutte le chiese.

Archivio: quello diocesano, in parte distrutto durante l'ultima rivoluzione. Biblioteche: quella del Palazzo episcopale e quella del Seminario. Istituti di cultura: Seminario conciliare, a Ciudadela, eretto nel 1858. Monumenti : il più importante è la chiesa cattedrale, a Ciudadela, edificata nel sec. xiv con facciata del sec. xix, con una sola navata, molto ampia. Fu restaurata dopo il 1939.

Bibs.: S. Vives, Episcopologie de la dinanit de M., Ciudadela 1903; G. Rosselló, Historia de la catedral de M., iv; 1928. Per lo studio della restaurazione diocesana dopo la rivoluzione: Bolstia oficial del obispado, ivi 1939-48.

Fernando Marti
MINOREN-
NI, CORRUZIONE di. - Per corruzione di m. s'intende l'azione di chi compie atti di libidine
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(da J. Armstrong, The history of the labied of Minores, Londra 1726, taw, Irs pp. 22-23) MinORCA - Veduta di Mahon. Incisione del ' 700.
con persone di età inferiore ad una media che si aggira sui 16 anni; ed il delitto esiste sia che detti atti vengano compiuti sul m., sia in sua presenza, come inducendolo a commetterli su se stesso o sulla persona del seduttore oppure su altri. A prescindere dalla turpitudine degli atti incriminati, certamente grave è l'abuso che si fa dell'inesperienza, dell'ingenuità d'una persona adolescente, la quale o non abbia o abbia di poco varcata l'età della fanciullezza, l'età cioè in cui più si ha bisogno dell'educazione e del buon esempio, l'età delle passioni in sviluppo e del carattere malfermo, per corromperla e disonorarla. Sicché, quasi tutte le legislazioni ne tutelano l'inconsapevolezza, applicando l'aforisma, eco di un più alto diritto di natura: maxima debetur puero reverentia. Ogni corruzione, ogni seduzione è incriminabile (v. scandalo), ma di particolare gravità è l'eccitamento alla corruzione, che si giovi dell'età inferiore della vittima, aprendo spesso il campo ad un altro grave disordine sociale, la delinquenza minorile.

Perciò in quasi tutti i codici penali sono sancite pene contro i corruttori di m . L'età non è sempre quella dei 16 anni, come nel Codice penale italiano (cf. artt. 530, 539-544); nei codici di altre nazioni è contemplata infatti un'età inferiore; cosi nel Codice austriaco a 14, nel Codice germanico a 16 ed a 14 secondo la gravità degli atti libidinosi. Altro elemento costitutivo e che rappresenta la materialità del delitto, sono gli atti di libidine, cioè gli atti diretti alla soddisfazione sessuale. Alcuni fatti biasimevoli, come un discorso, una lettura, un libro, una rappresentazione oscena, condannabil: dal punto di vista morale, sfuggono alla sanzione penale, non costituendo il delitto in esame, essendo richiesto che la corruzione avvenga mediante atti di libidine. Gli atti di libidine punibili nei vari codici penali, come nel CIC e nel Codice penale italiano, si possono poi compiere o sulla persona del m. o semplicemente alla presenza di questo in tutte quelle forme che, pur esplicandosi senza contatto corporeo, hanno insita la potenza corruttrice, eccitando nel minore i sensi della concupiscenza. Anche un atto solo basta a configurare il resto, purché abbia l'efficacia corruttrice che costituisce la ragion d'essere della incriminazione.

Si ha il delitto, anche quando interviene il consenso della vittima, essendo la legge diretta a proteggere la gioventù contro atti per i quali il m. non può in generale presumersi capace di un valido consenso. Secondo almeno certe correnti di giurisprudenza il delitto sussiste
anche se il m. è corrotto e qualunque sia il grado di corruzione a cui è pervenuto, non potendo la precoce sensualità del m. escludere la perversità di chi ne abusa, rendendone più difficile la redenzione. Comunque è certo che anche in un soggetto corrotto possono esservi gradazioni nella corruzione e sarebbe improvvida la legge che non colpisce il fatto di colui che si adoperasse a sospingere sulla via della corruzione, fino al più sconfinato libertinaggio, un m. che già vi fosse iniziato. Gli atti corrompitori possono seguire in tempi diversi per l'opera iniziale di più persone e con influssi progredienti, di modo che chi completa la rovina dell'innocenza e della virtù non è meno colpevole di chi l'ha iniziata.

In chi compie il delitto non si richiede un dolo specifico, che del resto psicologicamente è quasi impossibile configurare. Ordinariamente il legislatore aggrava la pena se il delitto sia commesso con inganno oppure se il colpevole sia un ascendente della persona minore o se a lui sia affidata la cura, l'educazione, l'istruzione, la vigilanza o la custodia di essa.

Una configurazione speciale assumono gli atti di libidine violenti sulla persona del minore. Altre circostanze potranno aggravare il delitto, come se il delitto è commesso in luogo pubblico o esposto al pubblico, se su m. senza legale rappresentante, ecc. Più che la legge, è spesso la giurisprudenza a determinare il loro peso: giurisprudenza che, per rispondere ai fini della legge, dovrebbe avere soprattutto presente la tutela del m. a preferenza del corruttore. Il reato di corruzione viene perseguito generalmente dietro azione privata, in seguito, cioè, a querela di parte, salvo determinate eccezioni, o quando il delitto, ad es., viene commesso dal genitore o dal tutore del m. ovvero da pubblico ufficiale; allora viene perseguito d'ufficio (Cod. pen. ital., art. 530).

II CIC sancisce che i laici, che siano stati legittimamente condannati per delitti contro il sesto comandamento, commessi con minori di 16 anni, siano senz'altro ritenuti infamia iuriz: pena letiae sententiae, can. 2337 S i) e dà facoltà all'Ordinario di poter infliggere altre pene se lo riterrà opportuno (pene indeterminate : ferendae sententiae, can. 2357 § 1). E nel caso che fossero stati dei chierici a rendersi colpevoli di tali delitti, se chierici minori - ai quali non è stata imposta la legge del celibato - sancisce che siano puniti con congoae pene, non esclusa la sospensione dallo stato clericale (can. 2358); se chierici maggiori, siano sospesi, dichiarati infami, privati di qualsiasi ufficio, beneficio, dignità ed incarico e nei casi più gravi siano deposti dal loro stato (can. 2339 § 2).

Bibs.: I. Holiweck, Die kirchlichen Strafgesetze, Magonza 1899. § 174 sg.; E. Manfredini, Delitti contro la moralità pubblica e il buon costume. Delitti contro l'ordine delle famiglie, Milano 1934; I. Chelodi, Ius prenale, 4 e ed., Trento 1935, pp. 117-20, nn. 84-85; M. Dondino, Corruzione di m., in Nuova digesta ital., IV, pp. 289-91; A. Caratello, La difesa sociale dei m., Macerata 1939 .

Delinquenza minorile. - Il delinquente, a meno che non rasenti la sfera della patologia, svolge una attività consapevole e liberamente volitiva. Nel m. invece questa consapevolezza può mancare per cause naturali, provenienti dalla mancanza dello sviluppo fisico-latichico, oppure dall'ancora immatura facoltà intellettivo-libera volitiva. Nel primo caso si presume irresponsabilità, nel secondo si riconosce una responsabilità attenuata.

La criminalità minorile si distingue per lo più

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da quella degli adulti per uno speciale carattere. Il delitto del minore è, di solito, frutto di un carattere impulsivo in cui domina la subitaneità e l'immediatezza dei fini, mentre la delinquenza degli adulti è contraddistinta da una attività intelligente complessa e più lontana appare la finalità che si intende raggiungere. Propri dell'età matura sono quei delitti che richiedono sagacia, prudenza, sviluppo muscolare e intellettuale. Pesi m. i delitti sono mossi da passioni violente e compiute con aggressioni rapide spinte qualche volta sino alla brutalità. Tali delitti si compiono proprio nel periodo della crisi puberale, quando cioè il ragazzo, cominciando ad affermarsi nella sua personalità fisico-psichica, sente il bisogno morboso di «se faire valoir». E quello, infatti, il periodo della volontà incostante, delle illusioni, degli entusiasmj, delle facili oscillazioni tra la virtù e il vizio, tra il dovere e la trasgressione di esso. In esso è gravissimo lo squilibrio fra la maturità fisica e quella psichica; e i sensi già ben adatti alla vita dominano una mente non ancora pienamente matura.

1. I cultori di antropologia e psicologia criminale concordano nel classificare le cause del delitto sotto un duplice ordine e natura: cause sociali e cause individuali. Il delitto è cosi anche un fenomeno bio-sociologico, nel senso che alla sua produzione concorrono in misura diversa, da un lato, condizioni individuali riguardanti lo sviluppo e i caratteri fisici e psichici dell'individuo; dall'altro, condizioni sociali nelle quali si considerano il grado di civiltà, le situazioni economiche, culturali, politiche, il clima, l'educazione, l'ambiente, ecc.
a) L'età e il sesso. - Il periodo in cui si manifesta maggiormente il delinquente minorenne è quello della crescita. Per i complessi rapporti di natura, per lo più antagonista, che si stabiliscono fra tale fenomeno e lo sviluppo psichico, il m. non ha piena la facoltà di controllare l'esuberanza istintivo-affettiva, né di inibire gli impulsi organici sempre più forti e distinti. Particolare importanza può assumere nei rapporti dello sviluppo della criminalità la condizione biologica, legata al sesso. Dalle statistiche risulta infatti spiccata la differenza del numero e della natura dei reati commessi dalle donne, nei confronti di quelli commessi dai maschi. Le diverse caratteristiche fisiologiche e psichiche e i particolari compiti propri della donna spiegano come in essa anche la criminalità segua un decorso qualitativo e quantitativo differente. I delitti, infatti, che richiedono forza muscolare, audacia, aggressività, non si notano nella delinquenza femminile. La donna, più che alla violenza, ricorre alla frode, alla calunnia e, nel caso di omicidio, alle forme non violente. Si rileva, però, che la delinquenza minorile femminile è più facile a discendere nell'abitudine. Cosi anche la recidiva delle m . supera quella dei maschi. Ciò si deve certamente al trattamento più pronto sul maschio, il quale viene raggiunto dalle misure correzionali, prima che abbia contratto l'abitudine al delitto.
b) L'eredità. - Il fattore ereditario è connesso con l'origine dei vari processi biologici che possono influenzare le attività criminose. Il Morelli, il Lombroso e in genere tutti i cultori della dottrina dell'erododegenerazione, che nega fede al potere rigeneratore della stirpe, attribuiscono al fattore ereditario una importanza quasi esclusiva, nella genesi della delinquenza in genere e in quella minorile in specie. L'esperienza e l'indagine scientifica dimostrano invece che non si trasmette la delinquenza, ma solo una predisposizione alla delinquenza stessa (v. erEDITARIETÀ). Se tale complesso predisponente al delitto è prodotto da cause individuali, altre cause, preparanti o scatenanti, si producono e maturano nell'ambiente.
c) La famiglia. - In un ambiente famigliare depravato o sconvolto il m. non può conseguire una formazione sana e morale; ma, subendo il fascino delle passioni che si scatenano dal disordine che lo circonda, può degenerare nella più schietta delinquenza.
d) La miseria. - Cocl anche la miseria, causata dal
bisogno materiale, come dalla pigrizia, ha il suo influsso deleterio. In tale stato i m. soffrono delle mancate risorse in cui versano le proprie famiglie, e che in essi eccitano desideri e passioni morbose.
e) Il contagio morale. - Deleterie, infine, sono le influenze che il contagio e la suggestione dei delinquenti possono esercitare sui m., specie se già predisposti agli impulsi delittuosi. La menzogna, la collera, l'istinto della crudeltà si contagiano facilmente; e l'esperienza insegna quanto siano pericolose le associazioni dei delinquenti minorenni composte sull'imitazione di quelle dei delinquenti adulti.
2. Correzione dei m. - L'enorme gravità della delinquenza minorile e il pericolo che ne consegue per l'ordine sociale ha indotto ad emanare norme per la prevenzione (v.) e la correzione dei m. delinquenti.

La Chiesa, sensibile a tale correzione, per prima promosse dei rimedi. Clemente XI, con il motu proprio 14 nov. 1703, istituendo le prime case di correzione per m., dispose che i giovani che non avessero compiuto i 20 anni di età, invece di essere tradotti nelle ordinarie carceri, dovessero essere rinchiusi nelle case di correzione. La reclusione mirava alla rieducazione del giovane mediante l'istruzione religiosa cristiana, l'avviamento al lavoro e l'insegnamento di un'arte.

L'attuale CIC, pur mancando di una legislazione speciale, prende in particolare considerazione i m. delinquenti.

Distingue tra infanzia e minore età. L'infans, che va fino ai sette anni, per presunzione iuris tantum è irresponsabile. Il m. può, invece, ritenersi a giudizio del giudice imputabile almeno limitatamente. Anche per la meno piena imputabilitá dei m. vale la presunzione iuris tantum, a meno che non consti diversamente. La ragione di questa riserva sta appunto nella considerazione dello stato psicologico del m., il quale si trova nel periodo della crisi.

Il CIC (can. 2230) consiglia inoltre che agli impulberi vengano applicate piuttosto punizioni educative che gravi pene vendicative. Genericamente, sono indicati tra i rimedi penali l'ammonimento, la correzione, il precetto, la sorveglianza, che diviene obbligatoria se la gravità del caso lo esige e specie se vi sia pericolo di recidiva ( v si casua gravitas ferat et praecipue agatur de eo qui in periculo versatur relabendi in idem crimen»: cf. cann. 2306-11). Ai puberi, oltre alle suddette pene educative, vengono inflitte anche pene vendicative gravi e le stesse censure.

Il Codice penale italiano ritiene non responsabili i minori degli anni 14 (art. 97). Per coloro invece che hanno compiuto gli anni 14 e non i 18, l'imputabilità si dimostra con la capacità in loro di intendere e di volere (art. 98). La pena, però, in questo caso è diminuita.

La competenza a procedere, per tutti i reati commessi dai minori degli anni 18, è demandata al tribunale per i m., istituito con R. D. L. 20 luglio 1934, n. 1404. Per l'esecuzione delle misure giudiziarie sono state costituite le case di rieducazione dei m. e i centri di osservazione, nei quali si procede ad un esame scientifico del m. per stabilirne il grado di personalità e, di conseguenza, segnalare i mezzi più idonei per assicurarne il recupero alla vita pubblica (artt. I-8). Il tribunale per i m. ha potestà di ordinare che il m. delinquente venga internato in un riformatorio per i corrigendi, qualora sia risultato dalle prove assunte che il m. abbia contratto abitudini illecite e dia prove manifeste di traviamento e corruzione morale (art. 25). Di sommo interesse si rileva l'art. 2, il quale dispone che i magistrati debbono avere speciale competenza e profonda cultura della natura psicologica del m. Si attua, infine, una procedura particolarmente idonea, sospendendo tutte quelle esigenze di rito, relative ai termini, alle forme, alle solennità del dibattito, meno adatte all'animo e alla psicologia del m. Con ciò si è ancora lontani da un efficace metodo di prevenzione (v.).

Biel.: C. Burt, The young delinquent, Londra s. a.: A. Gemelli, Dottrine moderne della delinquenza, Milano 1930, pp. 160 -

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![img-9.jpeg](img-9.jpeg)

In alto a sinistra: LE API. Miniatura che si riferisce all'elogio delle api nell'Exultet n. 1 (sec. xi) - Mirabella Eclano, chiesa collegiata. In alto a destra: MATRIMONIO DI UN RE. Miniatura di Niccolò di Giacomo (sec. xiv) - Biblioteca Vat., cod. Vat. lat. 2534, f. 1617. In basso a sinistra: ASSUNZIONE DI MARIA. Miniatura del Messalo fermano del 1436 - Formo, Cattedrale. In basso a destra: INIZIALE CON S. GIROLAMO E FREGI. Prefazione di s. Girolamo ai Salmi. Bibbia di Federico di Montefeltro (1478) - Biblioteca Vat., cod. Urb. lat. 2, f. 2.

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LA MESSA DI BOLSENA. Affresco di Raffaello nella stanza di Elindoro (1513-14).

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161; G. C. Ferrari, L'O.N.M.I. e i fanciulli cosiddetti criminali, in Rto. di psicologia, 28 (1032), p. 239 sgg.; D. Rende, Il tribunale dei m., Roma 1935; N. Crabru, Piccoli naufraghi, ivi 1939; F. Roberti, De delictis et poenis, I, ivi 1944, parte 1*, pp. 110-14; parte 2r. p. 248; B. Di Tullio, Trattato di antropol. criminale, ivi 1945, pp. 75, 113; Ministero di grazia e giustizia, Ciclo di studi comparati sulla deling. minorile, ivi 1950. Francesco Ercolani

MINSK, diocesi Latina di. - Nella Russia Bianca; fu cretta mediante ukaz dello zar Paolo I il 9 ag. 1798 e poi canonicamente approvata dal papa Pio VI il 15 nov. 1798, come suffraganea dell'arcidiocesi di Mohilev. Staccata dalla diocesi di Vilna, comprendeva la provincia di M. Verso la fine del sec. xix contava ca. 100 parrocchie e 230.000 fedeli di rito latino.

La diocesi ebbe durante i 150 anni dalla sua fondazione soltanto 4 titolari ed anche questi poterono esercitare soltanto per poco tempo il sacro ministero. Cagione ne furono le vicende politiche. M. fu vacante negli anni 1818-29 e 1841-59. Nel 1869 fu soppressa dal governo russo, e perciò lo S. Sede la unì a Mohilev. Rieudalita nel 1917, riebbe il proprio vescovo, il quale però dovette presto lasciarla. Nel 1925 furono staccate da M. le parrocchie allora situate in Polonia, per formare la diocesi di Pinsk. Nel 1926 fu nominato mons. Boleslao Slaskans come amministratore apostolico di M. e Mohilev, ma già nel 1927 fu catturato dai comunisti, incarcerato nelle isole Solevki, deportato in Siberia e nel 1933 esiliato dalla Russia. La diocesi di M. è praticamente distrutta.

BibL.: D. Tolstoy, Le catholicisme romain en Russie, II, Parigi 1864, passim. Sulla prigionia di mons. B. Slaskans, v.: Minska djecezia, in Encyklopedia Koleudna, XIV, Varsavia 1881, pp. 363-66; Documentation catholique, 30 (1933, 1), coll. 326-33. Michele Lacko

MINUCIO, Felice. - Apologista del II-III sec.
I. Vita. - Le scarse notizie su M. F. pervengono, oltre che dal suo unico scritto, l'Octavius, da Lattanzio (Inst., I, 11, 55; V, 1, 21-22) e da s. Girolamo (Vir. ill., 58; Epist., 49, 13; 60, 10; 70, 5; In Is., 8 praef.), che a loro volta sembrano desumerle quasi solo dall'Octavius.

Di famiglia pagana, fu avvocato o magistrato (Oct., 2, 3; 3, 1); vari indizi lo mostrano oriundo dell'Africa, probabilmente di Cirta, donde venne a Roma. Sull'esempio dell'amico Ottavio si converti al cristianesimo ( 1,4 ; 5,1 ), non è dato sapere se ancora in patria o a Roma.

Sull'età, un termine ante quem è dato dalle citate menzioni di Lattanzio, che scrivendo fra il 305 e il 310 lo suppone già alquanto lontano nel tempo. Se si ammette che l'opuscolo Quad idola dii non sint appartenga a Cipriano, e che ivi sia largamente piagiato l'Octavius, M. non sarà posteriore a Cipriano. Un termine post quem, che può essere già il regno di Adriano (Cassio Dione, LXIX, 18, 3) è fornito dalla menzione di Frontone ( 9,6 ; 31,2 ). Entro tali termini, messi da parte alcuni riferimenti storici, che non sembrano probativi, l'unico elemento per dotare l'opera di M. F. è il confronto con l'Ad nationes e specialmente con l'Apologeticum di Tertulliano, composti nel 197. Le testimonianze, nei luoghi citati, di Lattanzio e Girolamo, sembrano insinuare piuttosto la priorità di Tertulliano, la quale è confermata dal raffronto analitico dei passi somiglianti, e soprattutto dalle consuetudini e dal carattere dei due scrittori, poiché M. F. lavora abitualmente di mosaico, desumendo in abbondanza concetti ed espressioni specialmente da Cicerone e Seneca, mentre Tertulliano si distingue per vigorosa originalità. L'Octavius sarebbe pertanto da collocare nella prima metà del sec. III. Non pochi studiosi, tuttavia, vedono in M. F. la fonte di Tertulliano.
II. L'opera. - Salvo uno scritto De fato o Contra mathematicos, promesso da M. F. (36, 2) e attestato da s. Girolamo, che tuttavia dubitava, per ragioni stilistiche, dell'autenticità, e in ogni caso perduto, si conosce del nostro solo l'Octavius. Trovandosi l'autore con due amici,

Ottavio e Cecilio, sul lido di Ostia durante le ferie giudiziarie della vendemmia, un bacio mandato da Cecilio a una statua di Serapide provoca un rimprovero di Ottavio, cristiano, a M., di non aver seguito convertire alla vera religione l'amico, e la proposta da parte di Cecilio d'intavolare una discussione sulle rispettive credenze religiose. Cecilio difende il culto degli dèi, appellandosi alla tradizione, e attacca i costumi e le dottrine dei cristiani. Ne prende la difesa Ottavio, dimostrando l'esistenza e l'unità di Dio, l'assurdità del politeismo, la rettitudine dei suoi fratelli di fede, la ragionevolezza del loro culto e delle loro dottrine. Alla fine Cecilio si confessa vinto, e M., che era stato scelto come arbitro, dichiara la sua gioia, che è gioia di tutti.
M. F. è uno stilista consumato, che compone, seguendo i precetti retorici, due orazioni abilmente introdotte e poi collegate fra loro, così da risultarne solo impropriamente un dialogo. Scarsamente originale, mostra nondimeno sicura padronanza dei mezzi espressivi, che sa piegare a rendere con efficacia gli sviluppi dialettici, alternando toni di pacato ragionamento e d'invetiva appassionata, di grazia descrittiva e di schietto sentimento.
III. Pensiero. - Nulla di originale nel pensiero di M. F. La sostanza dell'Octavius è in certi elementi di teodicea e di etica naturale, che fanno perno sull'esistenza e l'unità di Dio e sulla spiritualità del culto religioso. Ciò non è dovuto a ignoranza della dottrina cristiana, che M. F. mostra di conoscere in alcuni accenni significativi, né tanto meno a influssi eretici, come qualcuno suppone, bensì al proposito, comune agli apologisti, di combattere l'avversario con le sue stesse armi e rimuovere l'ostacolo essenziale all'accettazione della fede cristiana, il politeismo idolatrico.

BibL.: edizioni : fra le numerose ed., antiche e recenti, si ricordano: l'editio princeps di Fausto Sabeo, Roma 1243, ove l'Octavius è presentato, come nel cod. Parisinus n. 1661 del sec. IX (di cui è copia il Bruselbensis n. 10847, del sec. xII secondo i più, dell'81-211 secondo altri), quale liber octacus (per confusione con il titolo Octavius) dell' Adversus gentes di Arnobio; J. von Wageningen, Aetatis inger. script. Graeci et Rom. adnotationibus instructi, Utrecht 1923; J. P. Waltzing, Lipsia 1926 (Teubneriana); J. Martin (Flor. Patr., 8), Bonn 1930; M. Pellegrino, Torino 1947, con introd. e commento; id. (Corp. scriptt. Latt. Parav.), ivi 1948; G. Quispel, in Grieksche en lat. Schrijvere met Ansteejsningen, Laida 1949. Studi: P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, I, Parigi 1901, pp. 469-508; Bardenbewer, I, pp. 329-43; G. Schanz, III, pp. 162-71; Moricea, I, pp. 63-108. La monografia più ampia e quella di K. J. Baylis, M. F. and his place among the early Fathers of the Latin Church, Londra 1928. Per altre indicazioni v. l'ed. di Pellegrino, 1947 e B. Altaner, Patrologia, 2* ed., Friburgo in Br. 1930, p. 121 sgg. Inoltre, P. Ferrarino, Il problema artistico e cronologico dell'Octavius, in Memorie dell' Aes. di scienza dell'Istituto di Bologna, Cl. di scienze mor., 1947, pp. 131-85; P. Framinetti, L'orazione di Frontone contro i cristiani, in Giorn., it. di Rial. class., 2 (1949), pp. 158-54. Michele Pellegrino

MINUSCOLA CORSIVA, SCRITTURA. - Si indica oggi generalmente con questa espressione la scrittura latina, di natura prevalentemente documentaria, sviluppatasi tra la fine del sec. III e il principio del sec. Iv, caratterizzata dalle forme minuscole e dall'andamento corsivo. Sebbene tali caratteristiche non siano esclusive di questa scrittura, la denominazione attuale ha prevalso su quelle di «corsiva romana nuova" (in opposizione alla corsiva maiuscola o capitale) seguita da F. Steffens, di «corsiva romana antica" (in opposizione alle corsive posteriori) introdotta da W. Wattenbach, e di «onciale corsiva" (assolutamente imprecisa) adottata da H. B. Van Hoesen e M. Tangl. Il terminus ad quem oscilla per i codici a seconda del punto di vista dei paleografi, in relazione al modo di intendere le scritture precaroline (v. carolina, scrittura e miniatura), e per i documenti viene portato fino al sec. x da coloro che vi includono anche le scritte curiali e notarili, in cui

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Mimuscola, scrittura - Claudii Ptolemaei Syntaxens mathematice libri VI. Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 1994, f. 136° (sec. ix).
peraltro sembra meglio riconoscere varie scritture derivate dalla m. c. sotto l'influsso di cause diverse (tradizioni di scuola, tendenze locali, ecc.).

L'origine della m. c. è uno dei problemi ancora insoluti della paleografia latina e si innesta su quello fondamentale del passaggio dalla forma maiuscola alla minuscola (v. paleografia) : nonostante il materiale offerto dalle recenti scoperte papirasse e da un numero sempre crescente di epigrafi e di graffiti (soprattutto cristiani), la documentazione non è ancora sufficiente a seguire passo per passo tale sviluppo e a determinare con sicurezza le cause che hanno provocato l'evoluzione.

Nei primi documenti in cui la m. c. si mostra già pienamente formata (tipico è il papiro Argentinense del sec. IV), è possibile cogliere le caratteristiche generali della nuova scrittura: ricchezza di legature, favorita da un ductus corsivo accentuatissimo, e altezza ineguale delle lettere, alcune delle quali, pur rimpiccolendosi, conservano le proporzioni reciproche che avevano nella corsiva antica ( a, m, n, t, x ), altre si innalzano sopra il rigo ( b, d, h, l ), altre ancora ne scendono al di sotto ( f, g, p, q ), altre infine variano di dimensione in rapporto alle lettere cui si legano di volta in volta ( c, e, i, o, r, s ). Le caratteristiche particolari sono invece difficili a definirsi, perché la forma, e spesso anche il tratteggio, delle lettere varia moltissimo a seconda delle legature, di modo che l'aspetto originale della lettera isolata ne risulta più o meno radicalmente deformato.

La documentazione più ricca per la m. c., la cui importanza risiede nel fatto che essa è alla base di tutto lo sviluppo successivo della scrittura latina, è offerto dai papiri di Ravenna. Da una trasformazione cancelleresca dell'alfabeto della m. c. ha origine la "cancelleresca imperiale" (v. Cancelleresca, scrittura).

BISL.: G. Marini, I papiri diplomatici, Roma 1803; E. Steffens, Paléographie latine, ed. francese a cura di R. Coulon, Treviri e Parigi 1910, pp. v-viI; H. B. Van Hoesen, Roman corsice writing, Princeton 1913; L. Schiaparelli, La scrittura latina nell'età romana (Auxilia ad res Italicas medii aevi exquirendas in usum scholar. instructa et collecta, 1), Como 1921, pp. 118-29; J. Mallon-R. Marichal-Ch. Perret, L'écriture latine de la capitale romaine à la minuscule, Parigi 1939; G. Battelli, Lezioni di paleografia, 3² ed., Città del Vaticano 1949, pp. 88-94.

Alessandro Pratesi
MINUSCOLA PRECAROLINA, SCRITTURA e MINIATURA: v. carolina scrittura e MINIATURA.

MINUSCOLA, SCRITTURA. - Come il termine "maiuscola" (v.), anche quello di m. include una
idea generale in funzione del rapporto reciproco di dimensione delle lettere d uno stesso alfabeto, e si applica in senso proprio a tutte quelle scritture in cui i punti estremi superiori e inferiori delle lettere sono delimitati da un sistema quadrilineare (v. l'illustrazione alla voce MAIUSCOLA, SCRITTURA). Tuttavia il vocabolo è stato preso anche con valore di sostantivo ad indicare un tipo particolare di scrittura, tanto nella paleografia greca, dove designa una scrittura posata diversa dall'onciale, quanto in quella latina, dove peraltro il significato non è sempre univoco.
r. Nella paleografia greca. - Nel sec. viII dalla scrittura corsiva (v.) di tipo bizantino nasce e si evolve gradualmente la scrittura m. Alle origini essa non è altro che la scrittura corsiva contemporanea scritta con cura maggiore e maggior eleganza di forme, dovuta anche al materiale scrittorio usato: la pergamena. Ma nel sec. Ix assume la forma definitiva che conserverà, più o meno, nei tempi seguenti: in questo secolo essa si sostituisce, nell'uso letterario, alla scrittura
onciale, che continua ad essere usata soltanto in manoscritti liturgici; ed è del sec. Ix il più antico documento datato di s. m., l'Evangelo detto di Uspenskij (dai nome del vescovo che lo scoprì nella Biblioteca del monastero di S. Saba a Gerusalemme, e lo acquistò), finito di scrivere il 7 maggio dell'anno 833 nel famoso monastero di Studio a Costantinopoli, secondo l'opinione di T. W. Allen ed ora conservato nella Biblioteca di Leningrado (cod. n. 219).

Nei documenti più antichi la s. m. presenta lettere dritte e prive di flessibilità, con accenti piccoli e spiriti di forma angolare ( -1 vdash, J L ) propri della scrittura onciale. Successivamente, pur senza perdere la sua bellezza ed eleganza di forma, essa acquista una maggiore
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(da Matteo-Perrat-Marichal, L'ćcritura latine de la capitale romaine à la minuscule, Parigi 1212, tave, 61, 61) Minuscola corsiva, scrittura - Minuta di una petizione del praefectus alae delle truppe di Egitto, Flavio Abinneo (ca. 346 d.C.), Londra, British Museum, P. 447.

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libertà. Fino al principio del sec. x la s. m. è pura da qualunque forma onciale, ma, dalla metà di questo secolo in poi, non si conoscono manoscritti in m. pura. Dapprima si nota una tendenza ad includere lettere onciali soltanto in principio o in fine di riga, poi le lettere onciali s'incontrano sempre in maggior numero, finché prevalgono addirittura su quelle minuscole e le due forme si alternano senza una possibile distinzione; contemporaneamente alcune lettere si allargano sproporzionatamente, le legature diventano tanto capricciose da mutare a volte la forma primitiva delle lettere, accenti e spiriti s'ingrandiscono (questi ultimi vanno assumendo la moderna forma tonda) e si uniscono fra loro o con le lettere a cui si riferiscono. Da questo tipo di scrittura derivano i caratteri a stampa nella forma più antica.

Rispetto all' età, i manoscritti in s. m. si dividono in : codices vetustissimi, fino alla metà del sec. x; codices vetusti, fin verso la metà del sec. xili; codices recensiores, fin verso la metà del sec. xv: infine codices novelli, quelli di epoca successiva.

BibL.: W. Wattenbach, Anleitung zur griechischen Paläographie, 3² ed., Lipsia 1892, p. 55 sgg.; E. M. Thompson, Au introduction to grech and latin palacography, Oxford 1912, p. 218 sgg.; V. Gardthausen, Griechische Paläographie, II, 2² ed., Lipsia 1915, p. 204 sgg.; T. W. Allen, The origin of the grech minuscule hand, in Journal of hellenic studies, 40 (1920), p. 1 sgg.; P. Mass, Griechische Paläographie, in Gercke-Norden, Einl. in die Altertumswissenschaft, I, ix, 3² ed., Lipsia 1924, p. 75 sgg.; W. Schuhart, Griechische Paläographie, Monaco 1925, v. indice; A. Sigalas, "Iвtapa 185 "E1.14vusis 790985 , Salonicco 1934, p. 204 sgg.

Mario Burzschschi
2. Nella paleografia latina. - Nel campo della paleografia latina il termine m . viene usato prevalentemente per indicare la forma posata in opposizione a
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(fol. Enc. Catt.)
Minuscola, scrittura - S. Gregorii Nazianzeni Orationes. Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 1653, f. 234ʳ (inizio sec. xI).
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Minuti. Théophile - Pentateuco trilingue del sec. xit, scoperto a Damasco e portato a Roma dal p. Minuti - Biblioteca Vaticana, cod. Barb. orientale 1 , f. 32ʳ contenente il cap. 38 del Genesi.
quella corsiva, laddove le due forme coesistono per una stessa scrittura (visigotica, gotica, umanistica) o anche per designare la scrittura posata di tipo minuscolo per antonomasia, la carolina (v.). Alcuni trattatisti usano anche l'espressione " m . antica " in riferimento alla semionciale (v. GROtale e semionciale, scrittura) in quanto è la più antica scrittura libraria latina che mostri una prevalenza di forme minuscole: ma una simile terminologia si presta facilmente all'equivoco, perché anche la corsiva, che si sviluppa all'incirca contemporaneamente alla semionciale (v. minuscola corsiva, scrittura), è una scrittura m. Tutto sommato sembra preferibile riferire il termine m. soltanto al suo significato proprio (come contrapposto, cioè, di maiuscola), rifiutando il suo uso nell'accezione di scrittura non corsiva. Per quanto riguarda l'evoluzione dalle forme maiuscole a quelle minuscole, v. palecodafia.

BibL.: v. la bibl. relativa alle voci citate. Alessandro Pratesi

## MINUTANTI DELLE SACRE CONGRE-

GAZIONI : v. CONGREGAZIONI ROMANE, SACRE.
MINUTI, Théophile. - Religioso minimo, orientalista e paleografo, n. a Bras in Provenza nel 1592, m. a Marsiglia l'8 ag. 1662. Entrò nei Minimi nel 1610 e si specializzò nelle lingue orientali per l'interpretazione della S. Scrittura.

Fece viaggi in Oriente per incarico del dotto suo amico e mecenate Niccolò Claudio de Peyresc, recando in Francia esemplari del Nuovo Testamento in lingua siriaca, buon numero di testi copti e samaritani, mummie, monete, medaglie; introdusse anche in Europa i bulbi della tuberosa. Ma ciò che il Peyresc e i suoi amici stimavano la meraviglia della collezione era un codice trilingue del Pentateuco del sec. xit, che il M. trovò a Damasco nel 1631, contenente il testo ebraico in caratteri samaritani, una versione araba, in caratteri samaritani, e una parafrasi in lingua samaritana (targûm). It Peyresc ne fece dono al card. Barberini nel 1637 e da allora il codice trovasi nella Biblioteca Vaticana, fondo

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Minutiano, Alessandro - Fine delle Filippiche di Cicerone e l'impressit di M. (1498) - Esemplare della Biblioteca Vaticana.

Barberini (ms. Orient. 1). Se ne valse per primo il dotto G. Morini, oratoriano, cui spetta il vanto della prima edizione del Pentateuco samaritano.

Bibl.: P. Gassendi, Vivi illustris.... Peyresc Vita, Parigi 1641, pp. 327, 383 e passim; C. F. Achard, s. v. in Dictionnatre de la Provence, III, p. 529 sg.; Ph. Tamiacy de Larroque, Correspondance de Peyresc, II, Parigi 1890, p. 567; III, ivi 1892, passim; IV, ivi 1895, passim; V, ivi 1894, p. 699; E. Tisserant, Spectenina codicum Orientalium, Bonn 1914, p. 221; Acta Capitulorum generalium O. Minim., II, Roma 1916, pp. 510, 560; G. Roberti, Disegno storico dell'Ordine de' Minimi, III, Roma 1922, pp. 857-59; F. Humbert, Un amateur : Peyresc, Parigi 1937, passim; Correspondance du p. M. Mersenne, III, ivi 1946, pp. 172, 373, 399, 494.

MINUZIANO, Alessandro. - Umanista, editore e tipografo, n. nel 1450 , m. nel 1522. Nel 1491 si recò a Milano, dove entrò subito in rapporti con i tipografi fratelli La Signerre, Ulderico Scinzenzeler, i Fratelli da Legnano e altri, al fine di pubblicare opere classiche, storiche e letterarie. Fu uno dei primi editori italiani nel senso di scegliere i testi, curarli e promuoverne la stampa. La dicitura "ex officina Minutiana» in alcune edizioni di classici latini fa ritenere che avesse anche una propria tipografia.

Fra le sue edizioni vanno ricordate: Opera onoma di Cicerone (Milano, F.lli La Signerre, 1498-99, in 4 voll. e prima edizione complessiva); Historia... di Milano di Bernardino Corio (ivi, F.lli da Legnano, 1503), famosa per le belle e grandi xilografie; Taciti quae extanti... (ivi, "ex Officina Minutiana», 1517), edizione curata da Andrea Alciato e contraffatta dalla precedente di Roma del 1515 curata da Filippo Beroaldo, che diede luogo a un processo in cui M. riconobbe i suoi torti, fu assolto e autorizzato a stampare con breve di Leone X.

BibL.: E. G. Vogel, Alexander Minutianus' Dracke, in Scrapesem, 13 (1852), n. 10, pp. 145-53, e n. 11, pp. 168-72; A. Guillon, Notice sur l'édition princeps du recueil des oeuvres de Cicéron, et sur Alexandre Minutianus auteur de cette édition, in Bibliographie
de la France, 1820, pp. 317-20, 331-36, 348-52 (questa Notice dette occasione a una risposta di Petit-Radel, ibid., pp. 406-408, e ad osservazioni di J. Ch. Brunet, ibid., pp. 569-70); G. Fumagalli, in Lexicon typographicum Italiae, Firenze 1905, pp. 217-19. Giannetto Avanti

MINZONI, Giovanni. - Sacerdote, n. a Ravenna il 1° luglio 1885 , assassinato ad Argenta il 23 ag. 1923. Dopo l'Ordinazione (19 sett. 1909) fu cappellano (febbr. 1910) e quindi (3 nov. 1915) arciprete di Argenta ove si prodigò non soltanto nell'opera di ministero, ma anche nell'organizzazione formativa della gioventù in vista delle lotte politiche, amministrative e sociali, cosi da divenire oggetto di profonda ammirazione anche fra i non pochi avversari locali.

Tanta stima ebbe largo modo di accrescersi nel corso della prima guerra mondiale, cui il M. prese parte dall'ag. 1916 continuando piamente il consueto apostolato religioso e guadagnandosi anche una medaglia d'argento al valore sul campo. In giugno 1919 tornava finalmente al suo gregge ed energicamente riprendeva la diuturna, ma inutancabile fatica d'organizzazione e d'azione cattolicosociale proprio quando, superati i vincoli della questione romana, era dato ai cattolici di far sentire, attraverso il Partito popolare, tutta la loro benefica ed attesa influenza sul governo e sulle sorti del paese. Ma il grande ascendente, che anche in tal senso l'impavido d. M. era venuto sempre più acquistando fra le masse rurali, non poteva piacere all'insorgente fascismo: avversato in ogni modo, ripetutamente minacciato, egli ebbe il torto di non deflettere e di non lasciarsi intimorire, sicché fu trucidato da un gruppo di sicari.

Bibl.: G. Donati-A. Brenci, Un croc della libertà. Don G. M., Roma 1944; A. C. Jemolo, Chiesa e Stuto in Italia negli ultimi renta anni, Torino 1948, pp. 632, 709. Paolo Dalla Torre

MINZONI, Onofrio. - Oratore sacro e poeta, n. a Ferrara nel 1734, ivi m. nel 1817. Prese parte alle polemiche contro i giansenisti e tenne vari quaresimali e corsi di predicazione a Venezia, Modena, Padova, Parma, Piacenza, Ravenna, Bologna, Roma.

Nel 1811 pubblicò a Ferrara due orazioni ed un esordio. Dei suoi discorsi sacri resta il quaresimale del 1780 (Predicke del can. O. M. ferrarese, a cura di G. M. Cornoldi, Ferrara 1874), che ebbe luogo in Roma nella chiesa del Gesù e fu trascritto e quasi stenografato dal p. gesuita Cernitoni, che sembra abbia potuto consultare gli appunti dello stesso M. Il quaresimale svolge il tema dell'uomo, della verità, del demonio, della morte e della risurrezione di Cristo, dei novissimi, della concordia della ragione con la fede. Una identica pietà rivelò il M. nelle sue Poesie (Pisa 1799), di un gusto classicista, ricco di immagini, specialmente nelle liriche alla Vergine, in Lode di s. Luigi Gonzaga, nei numerosi sanetti sacri e in quelli Per la morte del padre. Il M. parafrasò inoltre in versi martelliani il cantico di Abacuc.

Bibl.: opere: Rime e prose, Roma 1820. Studi: P. A. Paravia, Della vita e delle opere di F. Rezzano e di O. M., in Memorie di religione, XIII, Modena 1828; A. Peruzzi, Elogio di O. M., premesse alle Rime, Napoli 1833; G. Natali, Il Settecento, Milano 1936, pp. 717-19.

MIOLLIS, SiXTE-ALEXANDRE. - Generale, n. ad Aix il 18 sett. 1759, m. ivi il 18 giugno 1828. Quinto di sedici figli - tra cui Carlo Francesco, vescovo di Digne - abbracciò giovanissimo la carriera delle armi e seguì il Lafayette nella spedizione d'America. Capitano nel 1789, benché fosse di famiglia aristocratica aderì alla Rivoluzione e combatté negli eserciti repubblicani prima e napoleonici poi, segnalandosi particolarmente nelle campagne d'Italia dal 1796 al 1801. Successivamente governatore di Mantova, della Dalmazia e di Livorno, protesse l'archeologia e le arti : inaugurò in Mantova un busto di Virgilio, fece restaurare l'arena di Verona e onorare in Ferrara le spoglie dell'Ariosto.

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Incaricato nel 1808 di procedere all'occupazione di Roma e all'arresto di Pio VII, di cui pur era devotissimo, non ebbe la dignità e l'ardire di sottrarsi ad una missione così triste ed ignominiosa specialmente per un soldato ed un credente, e a Roma restò come governatore generale fino al 1814. Esercitò tale carica non senza tatto e moderazione, imprimendo largo impulso alle manifestazioni culturali. Gli si debbono importanti scavi nel Foro, nonché opere di consolidamento e di restauro del Colosseo, del tempio di Vesta, della cloaca massima e di altri monumenti. Fu amico del Canova, dei cui consigli si valse per la riorganizzazione di numerosi istituti d'arte e di istruzione; gli assegni relativi al titolo comitale, di cui lo insigni Napoleone, devolvette interamente all'abbellimento della città. Caduto l'Impero, prestò giuramento di fedeltà a Luigi XVIII, che gli affidò il comando della divisione di Marsiglia, ma durante i Cento giorni tornò nelle file napoleoniche, assumendo il comando della piazzaforte di Metz. Radiato dall'esercito nel 1815 , consacrò gli ultimi tredici anni della sua vita agli studi archeologici e alle pratiche di pietà.

Bini.: L. Madelin. La Rome de Napoléon, Parigi 1896, passim.

Renzo U. Montini
MIPHIBOSETH. - Unico figlio di Gionata (v.) il cui nome in origine era (v. ISBOSETH) Mēphiba' al (> dalla bocca del Signore «). Aveva cinque anni quando gli mori il padre, e quel giorno cadde di braccio alla nutrice che fuggiva, rimanendo per sempre storpio (II Sam. 4,4). Visse lunghi anni, ignoto a tutti, a Lodabar, in Transgiordania (II Sam. 9,4). Tolto al suo ritiro e chiamato a corte da David (membre dell'amicizia di Gionata), riebbe tutte le terre già appartenute a Saul e divenne, malgrado le umili rimostranze, commensale perpetuo del Re (II Sam. 9).

Al tempo della rivolta d'Absalom, M. intendeva abbandonare la capitale al seguito di David; ma ne fu impedito dal suo servo Siba, che inoltre lo calunnio presso il Re come parteggiante per il rivale. E David, credulo, passò a Siba tutti i beni di lui (II Sam. 16, 1-4). Solo al ritorno di David poté difendere la propria innocenza; né ebbe a male che gli venisse restituita solo la metà dei suoi beni, bastandogli, disse, il ritorno del Re (II Sam. 19, 24-30). Tutto fa pensare ad un carattere mite e generoso, quale era stato Gionata. Nulla si sa della sua fine: un figlio, Micha, ne continuò la stirpe (I Par. 8, 35; 9, 41).

Un altro M., figlio di Saul e di Respha, fu sacrificato da David alla vendetta dei Gabaoniti (II Sam. 21, 8).

Gino Bressan
MIRABILIA URBIS. - I M. contengono notizie relative ai più notevoli monumenti romani e cristiani e alle loro vicende, elaborate da grammatici ed eruditi secondo identificazioni e tradizioni non sempre esatte e assai spesso leggendarie. Essi risentono, nella loro formazione, di un clima storico ottoniano, quando, col terzo Ottone,