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lesso di opere caritative in favore della donna. Da principio le affidò a pie signorine; ma, comprendendo che l'opera non sarebbe stata stabile, andò formando i soggetti e potè vedere le prime vestizioni nel 1881 (Torino).

Il decreto di lode è del 30 apr. 1940, con l'approvazione temporanea delle Costituzioni, che furono poi definitivamente approvate il 28 giugno 1948.

Fine speciale dell'Istituto è suffragare le anime purganti, educare la gioventù femminile in asili, scuole, pensionati, collegi, e collaborare nel catechismo, negli oratori e altre opere parrocchiali. Nel 1949 le suore erano 213, le novizie 19, distribuite in 25 case.

Bibl.: Arch. S. Congr. dei Rel., T. 84. Agostino Pugliese

MINIMI. - Ordine regolare mendicante, con voti solenni, di vita mista, contemplativa e di apostolato, fondato da s. Francesco di Paola nel 1435.
I. Origini e sviluppo. - I primi seguaci del Santo erano chiamati Eremiti di S. Francesco d'Assisi; solo nel 1492 l'Istituto ebbe il nome, da papa Alessandro VI, di Ordine dei M. (bolla Meritis religiosae vitae del 24 febbr. 1492). Si diffuse rapidamente nell'Italia meridionale e centrale ed in Sicilia. La prima approvazione scritta che si conosca è dell'arcivescovo di Cosenza (Decet nos, 30 nov. 1471), cui seguì quella di Sisto IV (Sedes Apostolice, 27 maggio 1474). L'Ordine si diffuse in Francia, dove il Santo si era recato nel 1483; e quindi nella Spagna ed in Germania. Alla morte di s. Francesco (1507) contava 6 province monastiche in Italia, Francia, Spagna e Germania, con 32 conventi. Alla fine del sec. xvr il numero delle province era salito a 20, con 200 conventi, e nei due secoli successivi, introdotti i religiosi nel Belgio, Olanda, Inghilterra, Messico, Perù e nelle Azzorre, le province crebbero a 32 (oltre un vicariato in Portogallo e nelle Indie) ed i conventi a 500 , con ca. 14.000 religiosi.

Nella seconda metà del sec. xviri ebbe inizio la decadenza, per le ben note persecuzioni politiche: quasi dappertutto i conventi soppressi, moltissimi distrutti, i religiosi dispersi. In Italia, nonostante i gravi danni della Rivoluzione Francese, l'Ordine si mantenne in efficienza, specie negli Stati pontifici e nel Mezzogiorno, fino alle soppressioni del 1866 e 1873. Dovunque però, e nella quasi totalità, i M. perseverarono nella fede, ed un numero non esiguo lo testimoniò con il sangue. Al presente nella Spagna si è costituita una delegazione generale; in Italia l'Ordine continua la via della ricostruzione, conservando intatta la Regola del Santo fondatore nei suoi 30 conventi, con vari noviziati, case di probandato e collegi di studio per filosofi e teologi, di cui uno generale in Roma.
II. La Regola. - S. Francesco di Paola avrebbe dovuto adottare una delle quattro Regole antiche secondo il IV Concilio Lateranense (a. 1215, cap. IV); ma superando non lievi difficoltà, ottenne l'approvazione di una Regola nuova, originale, che fosse mezzo efficace a far rinascere in quel secolo pagoneggiante e deprovato lo spirito del Vangelo. La Regola che Sisto IV ed Innocenzo VIII non avevano voluto approvare fu approvata da Alessandro VI il 24 febbr. 1492. Per ben tre volte il Santo la emendò, e la S. Sede altrettante volte la approvò (Alessandro VI, Vestris supplicationibus, i ott. 1495, e Ad ea quae, i maggio 1501), e definitivamente con Giulio II (Inter cacteros, 28 luglio 1506). Essa consta di quattro parti : dei Religiosi, con annesso un Corretorós, o codice delle pene; delle Menschen (Second'Ordine); dei Terziari secolari dell'uno e dell'altro sesso. Il tutto costituisce un unico codice di vita religiosa, simile a quello dei Mendicanti; ma la vita contemplativa ha in esse la prevalenza su quella attiva. I superiori sono chiamati correttori. Il Capitolo generale detiene il potere legislativo, mentre quello esecutivo è affidato al correttore generale per tutto l'Ordine, al correttore provinciale per ciascuna provincia monastica e al correttore locale per ogni convento formato. Tutti i correttori sono temporanei; il generale dura in carica sei anni, gli altri tre; e sono coadiuvati nel governo da tre colleghi, ossia assistenti, uno dei quali ha l'incarico di trattare i negozi dell'Ordine presso la S. Sede, ed ha il nome di Zeloso (procuratore generale). I religiosi sono distinti in tre classi : chierici, ai quali solamente sono riservati gli Ordini Sacri ed il potere; laici, ossia fratelli, cui vengono affidati i negozi di speciale importanza (s. Francesco di Paola apparteneva a questa classe); oblati, per gli uffici minori ed umili. La povertà è cosi rigida per i chierici ed i laici che essi non possono «toccare moneta», compito riservato agli oblati (mitigata nelle recenti Costituzioni). La penitenza propria di tutti gli Ordini mendicanti è resa più rigorosa dalla pratica della vita quaresimale da osservarsi quoti-

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tica della diffusione dell'Ordine nel sec. xvir, compilata dal p. G. Moretti secondo G. Roberti, Disegno storico dell'Orto, e di progressivo in cifre romane secondo l'anno di fondazione. In cifra araba sono indicati i conventi che ciascuna provincia, in cui si è ricartati generali. Nel particolare a destra sono in

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Line dei Minimi, III, Roma 1922, pp. 66-231. Sono indicate le province (in carattere romano minuscolo) con il 3 comprende. Statistica: 500 conventi, di cui 15 di monache, con ca. 14 mila religiosi, in 33 province e dicate le province della Calabria.

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(par cortesia del p. Gennaro Moretti)
Minimi - Albero della Religione; ideato e fatto incidere in Roma (Jacobus Lauro sculpsit) nel 1622 dal p. Giovanni Battista Yanella, della provincia di S. Francesco (Calabria citeriore), dedicato al cardinale Ippolito Aldobrandini, protettore dell'Ordine: ristampato nel 1672 a cura dei Padri del Collegio di S. Francesco di Paola ai Monti, dedicato al card. Flavio Chigi.
dianamente con voto solenne, in forza del quale ai M. è vietato l'uso della carne e suoi derivati (uova, latte, burro, formaggio) in tutti i giorni dell'anno, nessuno eccettuato, neppure le feste più solenni, p. es., il Natale e Pasqua, in convento e fuori di esso. Il voto è personale e segue il religioso dovunque, anche se promosso vescovo. Unica eccezione è la malattia, quando così giudica il medico della comunità, e il superiore dà la dispensa. Allora il malato viene trasferito all'infermeria esteriore, staccata dalle officine e dormitori conventuali. Come già i Certosini, cosil i M. hanno ottenuto dai sommi pontefici la concessione di mangiare le testuggini e le folaghe
(Adriano VI, Universis, 14 apr. 1524; Pio VII, rescritto 22 febbr. 1804). Il voto è ritenuto essenziale, di modo che se per ipotesi venisse meno, cesserebbe l'Ordine dei M. All'astinenza quotidiana la Regola aggiunge numerosi digiuni : due Quaresime, tutti i mercoledì e venerdí, in totale quasi due terzi dell'anno; silenzio rigoroso, uso delle vesti ruvide, che non è lecito deporre neppure la notte, piedi scalsi, ecc. Un Cerimoniale liturgico, composto dal Santo stesso, che pur non avendo la solenne approvazione dalla Chiesa come le Regole è però sempre stato in grande venerazione, prescrive, oltre l'Ufficio divino corale con il Mattutino alla mezzanotte, la quotidiana recita dei salmi penitenziali. Nel suo complesso la Regola dei M. è ritenuta come la più severa nella Chiesa.
III. Vita spirituale dei M. - Risulta dalla fusione dello spirito di penitenza e di umiltà con la carità. Lo stemma che il fondatore diede ai suoi figli è la parola charitas, raggiante, che incarna a meraviglia la spiritualità che deve dirsi spiritualità dell'amore. Lo spirito di penitenza, infatti, che caratterizza l'Ordine non è che una conseguenza della carità, e la mortificazione non ha scopo se non come amore.

La Regola di s. Francesco di Paola era un programma che anticipava la grandiosa opera della Chiesa per la riforma culminante nelle leggi del Concilio di Trento.

La nascente eresia protestante trovò infatti bene agguerriti questi religiosi, che furono tra i primi ad affrontarla risolutamente con l'esempio di una vita santa e con zelo apostolico. Alcuni meritarono il nome di «martelli e flagelli degli eretici, colonne e gloria della Chiesa»: non pochi perirono per mano degli eretici. In Boemia una località presso il convento di Bistritz prese il nome di Munchschacht ("Messacro dei monaci"), perché ivì furono uccisi, verso l'anno 1526, oltre cento religiosi minimi. In Francia molti furono ritenuti martiri degli eretici, tra cui i pp. Fr. Humblot, Simone e Rolando Guichard, F. Bellemere, A. Finet, E. Apuril, J. Dehem, J. Repitel, N. Fiquet, R. Breval, J. Masselin, J. Binans, E. Camart (ricordato nel Martirologio gallicano come trionfatore degli eretici "verbo, scriptis et opere»). Più tardi i M. ebbero valorosi atleti della fede in Francia contro l'eresia giansenista.

Per volere del fondatore i sacerdoti minimi devono conseguire nelle scienze sacre e profane tale idoneità da poter predicare ed ascoltare le confessioni con edificazione (Reg., IX, 42). Ma a tutela dell'umiltà il SantoVvieta loro di conseguire lauree e gradi accademici (ibid.). Tuttavia, quando i collegi di studi nell'Ordine cominciarono ad essere frequentati anche da studiosi estranei (a Parigi, 1 Genova, Marsiglia, Barcellona, Messina, Firenze, Napoli, Roma, ecc.) e non pochi religiosi vennero richiesti per l'insegnamento nelle pubbliche università, Clemente XII concesse il conseguimento delle lauree, "purché ciò non importasse nessuna prerogativa, insegna o precedenza nell'Ordine». Le scuole dei M. seguirono costantemente la dottrina dell'Angelino, a norma dei Capitoli generali; nel 1728 fu ordinata la istituzione di una cattedra speciale per l'insegnamento della Somma nel suo testo (prevenendo di due secoli la disposizione di Pio X, Doctori Angeliol, del 29 giugno 1914). L'Ordine, nel corso di quasi cinque secoli, ha avuto valenti ed illustri cultori degli studi non solo sacri ma profani : eccellenti teologi, filosofi, letterati, giuristi, poliglotti, ma-

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tematici, fisici, musici e cultori delle arti belle. L'Ordine ha dato anche alla Chiesa più di quaranta tra arcivescovi e vescovi e un gran numero di religiosi che resero delicati servigi alla S. Sede.

In cinque secoli di vita mai sono venuti meno nell'Ordine l'ardore della fede e della carità, lo spirito di sacrificio e la palma del martirio. Vennero cosi i martiri del protestantesimo in Germania, in Francia ed in Inghilterra, dei mori nella Spagna, più tardi della Rivoluzione Francese, ed in ultimo di quella spagnola del 1936. Né mancarono i martiri della carità periti nell'assistere i coIerosi nelle pestilenze, p. es., nel 1628 a Lions e nel 1720 a Marsiglia ed in tutta la Provenza. Furono beatificati da Pio VI, nel 1786, due confessori, Gaspare Bono e Nicola Saggio. Due martiri, Carlo Martrel a Parigi e Tommaso Felton sotto Elisabetta d'Inghilterra, furono ambedue beatificati da Pio XI nel 1926 e 1929. Di altri servi di Dio è in corso la causa di beatificazione presso la S. Congregazione dei Riti.
IV. Il Second'ordine. - La Regola delle monache
è simile quasi in tutto a quella dei frati, eccettuate poche differenze richieste dalla diversità di sesso. Sono strette da clausura papale. Il primo monastero fu fondato ad Andujar in Spagna nel 1495, e ben presto ne sorsero altri anche in Italia ed in Francia, dove l'Ordine vanta una storia nobilissima di fede e di sacrificio. Da ricordare particolarmente nella Spagna: suor Maria di Montenero (sec. xvi), Agnese di Quesada (m. nel 1593), suor Maria della S.ma Trinità (m. nel 1642), la ven. suor Filomena di S. Coloma (m. nel 1868); recentemente un gruppo di nove monache nella persecuzione del 1936; in Italia suor Ninfá Solaro (m. nel 1540); suor Dorotea Lagrutta (m. nel 1574); suor Maria Maddalena del Crocefisso, fondatrice del monastero di Todi (m. nel 1735); suor Diomira di S. Giuseppe, fondatrice del monastero romano (m. nel 1791); suor Agnese del Verbo Incarnato e suor Virginia di S. Luigi, ambedue del monastero romano, morte rispettivamente nel 1810 e 1907; in Francia suor Gabriella di Gesù (m. nel 1639) e la beata Marina di S. Giorgio, fondatrici del monastero di Abeville.

Il Second'ordine seguì le vicende del Primo, e se dalla floridezza raggiunta agli inizi del Settecento decadde il numero, non scemò la regolare osservanza che ancor oggi si mantiene effiziente nei dieci monasteri della Spagna e nei due dell'Italia, di cui uno è a Roma.
V. Il Terz'ordine. - Anch'esso è un vero Ordine, i cui membri dell'uno e dell'altro sesso, pur vivendo nel secolo, compiono un noviziato ed emettono una professione, senza voti, ma con semplici promesse, diretti da apposita Regola, scritta integralmente dal Santo ed approvata dalla S. Sede. Gli obblighi consistono nel portare un cordone benedetto, osservare la Regola, che si compendia nella pratica dei comandamenti di Dio e della Chiesa, in relazione ai doveri del proprio stato. Vi è obbligo di alcune pratiche di pietà, di parecchi digiuni ed estinenze, con il consiglio di osservare anche la vita quaresimale quotidiana. Le origini risalgono ai primissimi tempi dell'apostolato di s. Francesco di Paola, ma l'approvazione giuridica è del 1501, confermata poi
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Minimi - Santuario di s. Francesco di Paola (sec. xvı-xviI). A sinistra un braccio recentissimo aggiunto nel 1930 - Paola.

1902-1909-22; G. Moretti, Acta Cugatulorum generalium Ord. Min., 2 voll., ivi 1916; id., Manuala del Terz'ardine dei M., ivi 1933; S. Mortola, Martiri minimi, Genova 1926; anon., L'Ordine dei M. nella luce dei santi, Roma 1927; E. Sanz y Portegas, El espiritu de s. Fr. d. Paola y de son Orden, Barcellona 1935; F. De Longny, A l'ombre des grands Ordres, Parigi 1936, pp. 259-98; G. Moretti, in Ordini e Congregazioni Religioar, I, M., Torino 1931.

Gennaro Moretti
MINISTRE DEGLI INFERMI. - L'Istituto sorse nel 1819 , per opera della serva di Dio Domenica Brun-Barbantini, in Lucca e fu approvato dall'Ordinario locale nel 1841. L'anno dopo fu affiliato all'Ordine camillino, al quale si era ispirata la fondatrice anche nella compilazione delle Regole.

Ebbe il decreto di lode nel 1852 e l'approvazione dell'Istituto e temporanea delle Costituzioni nel 1929. Le Costituzioni furono poi definitivamente approvate il 3 ag. 1937.

Suo scopo è l'esercizio delle opere di carità verso gli infermi, sia negli ospedali, che nelle case private; cura delle persone vecchie nei ricoveri e delle ragazze traviate.

L'Istituto è composto di un centinaio di suore distribuite in 9 case.

Bibl.: Arch. S. Congr. dei Rel., L. 22. Agostino Pugliese MINISTRI DEGLI INFERMI (CAMILliani, Camillini, Crociferi). - Chierici regolari fondati da s. Camillo de Lellis (v.) nel 1586. Vestono l'abito talare degli altri chierici regolari, dai quali si distinguono per una croce rossa di panno sul petto. Si consacrano, con quarto voto solenne, all'assistenza spirituale e corporale dei malati, anche se contagiosi. Esercitano tale apostolato nei pubblici ospedali e sanatori, nelle case private, nelle cliniche e ambulatori di loro proprietà, in ogni parte d'Europa, di America e in terra di missione, con particolare attenzione ai lebbrosi.

La storia dei M. degli i., in Italia specialmente, coincide, tra i secc. xvir-xts, con quella delle epidemie

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di peste, colera, vaiolo e con le guerre che hanno funestato la Penisola. Nelle epidemie, specie del 1630 e 1656 , i M. degli i. per poco non rimasero estinti, tanto grande fu il numero delle vittime. Così nel sec. xix con l'assistenza ai colerosi. In guerra, a cominciare dalla spedizione dell'esercito pontificio in Ungheria contro i Turchi nel 1595, i M. degli i., allenati dallo stesso fondatore, organizzarono i primi soccorsi ai feriti sui campi di battaglia e nelle immediate retrovie. Anche più laboriosa fu la loro diuturna opera di apostolato negli ospedali civili e in case private, sia per l'assistenza spirituale che corporale, ispirata alla più illuminata carità.

I M. degli i., nei tre secoli e mezzo di vita, hanno avuto uno sviluppo sempre modesto. Per tutto il primo secolo (1586-1685) e fin oltre la metà del secondo ( 1760 ca .) l'Ordine si è mantenuto costantemente su una media di cinquecento professi, nonostante le frequenti decimazioni della peste. Dalla Rivoluzione Francese, e conseguenti soppressioni religiose nei vari Stati, il loro numero è andato via via riducendosi, fino a duecento professi, per riprendere rapidamente alla fine del secolo scorso e raggiungere (nel 1949) i mille e trenta professi, oltre i settecento e più aspiranti e novizi, con 90 case e 125 residence.

Anche le opere del M. degli i. si sono moltiplicate, con l'assistenza spirituale in 146 ospedali civili, sanatori, lebbrosari, preventori, e in 47 cliniche, sanatori e ospedali propri. I malati da loro assistiti, nel 1949, sono stati 800 mila. Nella pratica fedele e generosa della carità un buon numero di M. degli i. ha raggiunto la vetta della santità. Benché fin qui non abbia ottenuto l'onore degli altari che il fondatore, altri non pochi se ne sono resi meritevoli, la causa di beatificazione dei quali è in corso. Sono inoltre più di trecento i M. degli i. che con eroica carità hanno immolata la propria vita assistendo i malati di peste, colera, vaiolo, e i feriti sui campi di battaglia. Nel campo assistenziale i M. degli i. portano un notevole contributo per la cura degli appestati, dei colerosi e dei lebbrosi, in base a proprie esperienze: in campo sociale con l'organico sviluppo di opere igienico-sanitarie per le
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(par cortesia dei Ministri degli Infermi)
Ministri degli infermi - Lettera testamento di a. Camillo de Lellis (ro luglio 1614) - Roma, Archivio dei Ministri degli infermi.
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(da rOrdre des Pères Camilliens, Lions 1631) Ministri degli infermi - Un Ministro degli infermi celebre la S. Messa al capezzale di un malato. Privilegio concesso da Pio X. differenti classi di infermi in cliniche chirurgiche, mediche, colonie marine, preventori e ambulatori; infine nel campo morale-spirituale con le associazioni e organizzazioni assistenziali infermieristiche, professionali, culturali e religioso-ascetiche. Hanno di conseguenza una ricca letteratura, antica e moderna, sui problemi tecnici, religiosi e morali dell'assistenza al malato; una stampa periodica, nelle diverse lingue, per la cultura, la formazione tecnica-morale-religiosa delle infermiere, e per il conforto dei malati.

In ciascun ramo e nelle singole attività i M. degli i. hanno avuto religiosi di chiara fama e sono all'avanguardia nella soluzione dei problemi assistenziali e caritativi.

BibL.: M. Vanti, Storia dei M. degli i., 2 voll., il I a puntate i n Domesticum, bollettino storico dell'Ordine, negli anni 1937-42, il II a Roma nel 1943-44. Cf. inoltre M. Endriezi, Bibliografia camilliana, Verona 1910; Domanticum: Bollettino storico camilliano, Verona-Roma 1900-50. Mario Vanti

MINISTRO DELLA CAPPELLA PONTIFIGIA. - Si chiama più propriamente ministro assistente alle sacre funzioni (v. Anu. Pont., 1951, p. 912). Oltre al monsignore sacrista di S. Santità, sono annoverati tra questi ministri (cost. Pro pastoralis officii di Alessandro VII, in data 10 dic. 1655), con il titolo specifico di ministri sacri alla Messe della Cappella pontificia, tre canonici delle patriarcali basiliche, e cioè quello di S. Giovanni in Laterano, come prete assistente, quello di S. Pietro, come diacono, quello di S. Maria Maggiore, come suddiacono.

Due dei cantori pontifici, quando erano anche cappellani del Papa e suddiaconi apostolici, ministravano come diacono e suddiacono nel solenne Pontificale del Papa e nelle altre Messe celebrate da cardinali e da vescovi nella Cappella papale; ciò, però, avveniva prima della cost. Nuper, certis ex causis di Alessandro VII (26 ott. 1655), poiché con questa costituzione il Papa affidò le funzioni di suddiacono apostolico agli uditori di

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Rota, già cappellani del papa, e le funzioni di accolito ai prelati votanti della Segnatura Apostolica (cf. cost. Ad incrementum decoris, di Pio XI, 15 ag. 1934: AAS, 26 [1934], p. 497 sgg.).

I cappellani comuni di S. Santità sono anche m. delle c. p. ed inservienti di esse e vi esercitano l'ufficio di accoliti corroborarii (v. famiglia pontificia).

BinL.: A. Adami. Osservaz. per regalare il coro della Cappella pontifcra. Catalogo dei cantori da Paolo III a Clemente XI, Roma 1711; Moroni, Cappelle pontifce, VIII, p. 143 sgg.; T. Ortolan, Cour romaine, in DThC, III, 1960. Guglielmo Felici

MINNEGESANG. - Dall'antico tedesco Minne = amore, e Gesang = canto; corrente lirica monodica fiorita nei paesi di lingua tedesca (Germania, Svizzera e Austria) dal sec. xir al xv, dapprima con caratteri affini all'arte trobadorica francese, di cui subì l'influsso nelle sue origini, e in seguito con forme e caratteristiche proprie.

Nonostante la dipendenza originaria dalla poesia e dalla musica francese, si possono cosi riassumere brevemente le prerogative caratteristiche di quest'arte germanica. Il testo poetico è più narrativo e devoto e, mentre in Francia si hanno poesie più liriche ed amorose, qui abbondano i canti religiosi, specie dedicati alla Madonna.

Per la parte musicale, mentre nelle melodie trobadoriche fluisce anche una copiosa vena popolare, quelle dei Minnesänger (raggono origine, per ispirazione, andamento e modalità, direttamente dal repertorio gregoriano, di cui risentono vivo l'influsso, sia tavolta per il ritmo, che per altre particolarità (ripercussioni della stessa nota, caratteristiche delle tonalità ecclesiastiche, ecc.). Le forme sono il Lied (canzone), lo Spruch e il Leich. Quest'ultimo trova il suo parallelo nel lai francese; lo Spruch (letteralm. «motto») è un componimento di carattere didattico e moraleggiante; il Lied segue lo schema detto Barform, formato di due sezioni: a) Anfgesang, composto di 2 Stollen (strofe); b) Abgesang. Questo schema a a δ, che si può riallacciare al trittico "strofe-antistrofe-epodo" dell'antica Grecia, trova riscontro nello schema della ballade dei (roustres, della canzon dei trobadours e della ballata italiana (2 piedi e volta). Veniva musicata solo la 1² stanza; per la 2² si ripeteva la musica della 1², mentre per il congedo si aveva una nuova melodia. Musicalmente si nota inoltre l'assenza di canti con ritornello (del tipo dei sindzi e rondeaux francesi) e la notevole frequenza dell'uso dell'intervallo di terza. L'àmbito è talvolta assai esteso: (cf. la melodia con àmbito re-sib. trascritta da H. Moser nella sua Geschichte der deutschen Musik, I, Stoccarda-Berlino 1930, p. 161). La notazione è quadrata (come nel manoscritto di Jena del sec. xiv) oppure neumatica gotica diastomatica (come nei manoscritti di Colmar, Donne eschingen, ecc. dei secc. xv-xvi). Quanto al ritmo le teorie sono tuttora molteplici. Molitor, Ursprung, Wolf, Cesari, ecc. sostengono il ritmo libero, simile a quello del canto gregoriano; Riemann escogita una teoria che egli chiama Vierhebigheit ("quadruplice elevazione» teoria dei 4 ac centi) troppo strettamente legata al testo poetico e che si dimostra inselatta quando la melodia da sillabica diventa fiorita e melismatica (questa teoria fu poi ripresa dal Liuzzi nella sua trascrizione dei laudari); Ludwig ammette la teoria modale per le melodie di origine francese, mentre Moser sostiene il ritmo binario e rigetta il ritmo modale, che trova invece un tenace assertore in F. Gennrich. Anche con i canti dei Minnesänger, come con quelli trobadorici, venivano usati degli strumenti, che accompagnavano la voce, o si alternavano ad essa, o eseguivano parti solistiche: erano per lo più strumenti a corda (arpa, fidula, ecc.). Nella canzone detta Tagelied (parallela della aube ad aubade francese) lo strumento prende il nome di Wächter ed è in genere uno strumento a fiato (ad es. trombetta). Quanto al contenuto, i poemi sono amorosi, didattici, religiosi, morali, satirici, canti di maggio, canzoni a ballo, ecc. Nel genere religioso, che è quanto mai ricco, oltre alle bellissime lodi della Vergine, sono degni di nota i canti di crociata (Kreuzlieder o Palästinalieder) e i canti rievocanti la Passione e la Via Crucis (Kreuzzug, Kreuzfahrt).

I principali Minnesänger del sec. xir, nella fase che si può chiamare di preparazione ( 1150-90 ), in cui ancora forte è l'influsso francese, sono Dietmar von Eist, Heinrich von Weldecke (Belga), Friedrich von Husen (m. nel 1190), che canto bellissime canzoni su melodie trobadoriche di Guiot de Provins e Bernard de Ventadorn, e Spervogel, a cui appartiene l'unico melodia conosciuta in questo genere prima del 1200 (manoscritto di Jena). Al principio del sec. xir, in quella che può dirsi l'epoca classica del M. (1190-1230) si trovano Reinmar der Alte, ed il suo grande allievo Walther von der Vogelweide (c. 1167-1230) che giganteggia su turti gli altri anche per l'arte letteraria. Di lui si conserva (in un frammento a Münster) un famoso canto, composto per la V Crociata (1228): «Nu alerst leb'ich mir werde». Altro grande artista che ben gli si può affiancare per bellezza di melodie è Neidhart von Reuenthal (ca. 1180-1240) vissuto alle corri di Baviera e d'Austria, cantore di canzoni a ballo e liriche umoristiche, fa cui vena canta volentieri l'amore e il risveglio primaverile della natura (i caratteristici Mailieder, canti di maggio, forma tipica dell'arte monodica medievale e rinascimentale, dalla Provenza del sec. xi alla Firenze del sec. xv); ca. 50 sue composizioni (manoscritti in frammenti a Francoforte e Berlino) sono stampate nel XXXVII vol. dei Denkmäler der Tonkunst in Österreich (parte 1° ). Ancora nel sec. xir Hartmann von der Aue, con un Kreuzlied, Konrad von Würzburg, Tannhäuser, nato presso Salisburgo e che forse partecipò alla Crociata del 1228, a cui è attribuito il Busselud ("canto di penitenza") del manoscritto di Jena. La decadenza era già iniziata, ma l'arte del M. era ancora splendida, e prima di spegnersi mandava ancora vivissimi bagliori quali i canti del Markgraf Heinrich von Meissen (Magonza, 1260-1318) detto Franzolob per aver cantato la donna coll'appellativo di Frau ("signora") invece di Weib ("donna"), contribuendo ad idealizzare il simbolo della femminilità che, mentre nella galante lirica francese rimane tutto immerso in una pur delicata sensibilità terrena, qui si libera dai sensi e si sublima spesso nella soave figura della Vergine. Nello stesso scorcio del sec. xiri e l'inizio del xiv bisogno ricordare ancora Witalaw von Rügen (m. nel 1325) ed Herrmann der Damen, entrambi rappresentati nel grande manoscritto di Jena, mentre in pieno 300 e nella 1° metà del ' 400 si trovano altri interessanti compositori quali Heinrich von Müglin, Hermann Mönch von Salzburg (1350-1410) che scrisse le prime polifonie con testo tedesco, il conte Hugo von Montfort (m. nel 1423) i cui Lieder furono musicati dal suo minstrel Burk Mangolt, ed infine Oswald von Wolkenstein (1367-1445), ultima grande figura di artista di cui 86 composizioni monodiche e 77 polifoniche sono contenute in una raccolta manoscritta del tempo parte a Vienna e parte a Innsbruck. Su questi due nomi si chiude anche la pagina della tarda ripresa di fulgore del M., e la vena lirica si estingue sfociando nella corrente dei Meistersinger, cantori-poeti che costituiscono nella Germania dei secc. xv-xvi una corporazione chiusa, con tutto un complesso codice di pedanti regole e norme che non era lecito trasgredire né dimenticare, detto Tabulatur. Dopo un lungo tirocinio gli allievi, iniziati ai segreti dell'arte, venivano sottoposti a severe prove, superate le quali, attraverso i vari gradi di Schüler, Schulfreund, Singer, Dichter, venivano dichiarati Meister. Le figure più importanti di questa corrente sono: Conrad Nachtigall, Hans Sachs, Hans Fols, tutti di Norimberga; Sebastian Wilde (di Augsburg); Adam Puschmann (di Breslavia 1532-1600); Benedikt von Watt, di S. Gallo (ca. 1606). La forma-base usata nel ricco repertorio musicale dei Meistersinger è la Barform, tramandata loro dagli aristocratici Minnesänger, di cui questi artigiani erano una diretta ma sterile filiazione, sebbene, come recenti studi provano, essi avessero nelle loro melodie (tutte monofoniche, scritte in notazione quadrata con ritmo più o meno libero) elementi derivati anche da altri movimenti, quali i laudesì italiani, ecc.

La corrente dei Meistersinger arrivò, nelle sue ultime e più lontane propaggini, quale la scuola di Ulm, spentasi nel 1839 , fino al sec. xix; ma già nel sec. xviI era

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cominciata la rapida decadensa che ridusse i tentativi dei rari epigoni ad accademiche ed affettate esercitazioni.

Bibl.: Schnorr von Carolsfeld, Zur Geschichte des deutschen Meistergesanges, Lipsia 1872; C. Mey, Der Meistergesang in Geschichte und Kunst, ivi 1900; H. J. Moser, Musikalische Probleme des deutschen Minnesangs, in Bericht über den musikwissenschaftlichen Kongress in Basel, Lipsia 1924, pp. 229-62; id., Geschichte der deutschen Musik, I, Berlino-Stoccarda 1930, pp. 303-18; Liuzzi, La banda e i primordi d. melodie ital., Roma 1935; F. Gennrich, Sieben Melodien zu mittelhochdeutschen Minneliedern, in Zeitschrift fur Musikwissenschaft, 7 (19241925), pp. 65-98; id., Das Formproblem des Minnesgesangs, in Deutsche Vierteljahrschrift für Literaturgeschichte, 9 (1931), p. 319; id., Grundriss einer Formendelure des mittelalterlichen Liedes als Grundlage einer musikalischen Formenlehre des Liedes, Halle 1932; id. Troubadours, Trousvires, Minne- und Meistergesang (raccolta di musiche rossritte), Köln 1931.

Luisa Cervelli
MINO da Fiesole (M. di Giovanni Mini da Poppio o M. da Florentia). - Scultore, n. a Poppi in Casentino fra il 1430 e il 1431, m. a Firenze nel 1484. Lavorò a Firenze, a Perugia, a Volterra, a Roma. Scolaro o seguace di Desiderio da Settignano, dal 1454 fa frequenti viaggi a Roma; vi si trova infatti ancora fra il 1461 e il 1463 quando lavora al pulpito per la benedizione di Pio II e vi si stabilisce addirittura fra il 1473 e il 1480 . Fra le sue opere più antiche e caratteristiche, oltre alcuni busti più o meno discussi dalla critica, è il monumento al vescovo Salutati nel duomo di Fiesole (ca. il 1466), ove è anche di M. un trittico marmoreo. A Firenze sono di lui la tomba di Bernardo Guigni (1468) nella chiesa di Badia, ove è anche l'altare con un trittico marmoreo da lui scolpito per Dintisaivi Neroni ( 1470 ), e il più tardo monumento funebre del conte Ugo. Ancora a Firenze sono suoi un ciborio in S. Croce e un tabernacolo in S. Ambrogio ( 148 I ), mentre nel Museo nazionale del Bargello gli vanno assegnati alcuni rilievi, tra cui una finissima Madonna con il Bambino e il busto di Rinaldo della Luna, considerato il suo capolavoro nel campo della ritrattistica. A Volterra è di M. un tabernacolo nel Duomo, a Perugia una pala di altare nella chiesa di S. Pietro (1475) e a Roma, oltre varie collaborazioni nelle varie imprese di Andrea Bregno, il monumento al card. Forteguerri (1473) in S. Cecilia e quello veramente elegante di Francesco Tornabuoni ( 1480 ) in S. Maria sopra Minerva.

Il giudizio dato sul conto di M. dal Vasari: "più graziato che fondato nell'arte", dopo le esaltazioni del sec. xix, è tornato ad esser valido. Ciò è reso possibile perché sono stati con più chiarezza fissati i valori della nobilissima scultura di Desiderio da Settignano, dalla quale discende l'arte di M. E ne discende quale imitazione del tutto esteriore, se mai volta a perfezionare il lavorio tecnico del marmo in raffinatezze estreme cha aggiungono solo una grazia superficiale alle immagini cui sarebbe tuttavia ingiusto negare qualità positive di eleganza ed equilibrio compositivo. Lo testimonia se non altro il parallelo che è possibile fare a Roma fra le opere di lui e quelle di Mino del Reame che nel ciborio di S. Maria Maggiore ed in altri marmi imitò le forme del suo omonimo toscano.

Bibl.: Venturi, VI, pp. 634 sgg.; VIII, 1, pp. 603-19; M. Pitsiluga, La scultura italiana del Quattrocento, Firenze 1932, pp. 56-58.

Emilio Lavagnino
MINOCCHI, Salvatore. - Biblista e letterato, n. a Raggiolo nel Casentino nel 1869, m. a Travale (Siena) nell'ag. 1943. Entrato in seminario senza vocazione, fu ordinato sacerdote nel 1892. Sospeso a divinis nel 1907 per le sue idee razionalistiche e modernistiche, l'anno dopo depese l'abito talare.
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(fol. Alinari)
Mino da Fiesole - Tabernacolo - Firenze, chiesa di S. Croce. Cappella Medici.

Fra le sue opere si possono ricordare: I Salmi tradotti dal testo ebraico comparato con le antiche versioni, con introduzione e note (Firenze 1895; 2ᵃ ed., Roma 1905); Le Lamentazioni di Geremia (ivi 1897); Il Cantico dei Cantici tradotto e commentato (ivi 1898); Il Nuovo Testamento tradotto ed annotato: I Vangeli (ivi 1900); Le profezie di Isnia tradotte e commentate (Bologna 1907); La Genesi con discussioni critiche (Firenze 1908); Mosè ed i libri mosaici (Modena 1911); Il Pantheon. Origini del cristianesimo (Firenze 1914); Le perle della Bibbia: il Cantico dei Cantici e l'Ecclesiaste (Bari 1924). Questa 2ᵃ ed. del Cantico dei Cantici, completamente diversa dalla prima, mostra una totale adesione alle idee razionaliste, già adottate nelle opere sul Pentateuco. Del resto la produzione del M. è piuttosto divulgativa, con chiari intenti letterari.

Bibl.: F. Gabrieli, Le a Memorie di un modernista di S. M., in Ricerche religiose, 19 (1948), pp. 148-67. Angelo Penna

MINOICO-MICENEA, RELIGIONE: v. Egea, RELIGIONE.

MINORANZE NAZIONALI. - Sul concetto di m. n. si riflettono tutte le incertezze, nelle quali si trova impigliata la speculazione giuridica rispetto al concetto di nazione. Il suo nucleo principale, infatti, è espresso dall'aggettivo nazionale, giacché il

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sostantivo indica soltanto la relazione estrinseca, nella quale il gruppo si trova rispetto all'organismo politico, nel cui seno svolge la propria vita. Supponendo riguardo all'essenza della nazione quanto si espone alla voce relativa, la m. n. può essere definita una formazione sociale naturale, tenuta insieme da un vincolo interno d'ordine spirituale, composta da individui omogenei nell'origine e nella cultura, i quali vivono in rapporto di soggezione verso un organismo politico di diversa origine e cultura, dalla cui maggioranza si differenziano.

Questa definizione si attiene a una concezione unitaria della m. n., considerata come un'ente sociale provvisto di un proprio essere e d'una propria finalità naturale distinta da quella più generale dello Stato. Le opinioni a tale riguardo non sono concordi. La pubblicistica contemporanea e il diritto internazionale rimangono fermamente ancorati al concetto atomistico, che ha esercitato il suo influsso nella creazione del regime minoritario, con i trattati imposti agli Stati, che si costituirono alla fine della prima guerra mondiale, o videro estesa la loro sovranità su altri territori. Come appare dagli articoli del trattato polacco, ripetuti poi sostanzialmente in tutti gli altri, l'oggetto della stipulazione non è il gruppo etnico in se stesso, ma sono gli abitanti dello Stato di diversa origine, lingua e religione. Questo atteggiamento venne adottato a causa di ben discernibili motivi ideologici. Il principio che i costruttori dell'asserto europeo vollero applicare per la soluzione del problema minoritario fu quello dell'autodecisione o libera disposizione dei popoli, sostenuto dal Wilson, di origine liberale e appoggiato sopra una concezione atomistica della società.

Diversamente va orientandosi da qualche tempo la speculazione cattolica. Superata deve ormai ritenersi l'opinione del Cathrein, che, per meglio combattere il principio di nazionalità, negó alla nazione qualsiasi unità reale, ritenendola soltanto un'unità logica, e la posizione intermedia del Meyer, che, pur intuendo che non si possono attribuire diritti alla nazionalità se non si considera come ente collettivo, continuò a concepirli come diritti degli individui, perdendo di vista il gruppo. La concezione unitaria ha guadagnato terreno presso gli scrittori moderni. Tra di essi, nello sviluppo del principio, rimane alquanto incerto il Dėlea, il cui punto di partenza è indubbiamente un concetto unitario della m. n., da lui considerata come ente sociale naturale provvisto di fine proprio, mentre il suo punto di arrivo se ne discosta, escludendo egli positivamente la personalità morale, alla quale debbano o possano essere attribuiti dei diritti. Una riflessione elementare basterà a dimostrare la necessità di abbandonare la concezione atomistica.

L'esistenza d'un ente sociale unitario richiede tre elementi : una pluralità di soggetti razionali, un fine comune al quale è diretta la collaborazione cosciente dei soci, un principio informatore interno, che collega le parti tra loro dando origine a un gruppo individualmente costituito come soggetto morale per sé stante. Ora questi tre elementi, necessari e sufficienti all'esistenza di un aggregato sociale unitario, si trovano presenti nella m. n. Essa, infatti, è costituita da una somma d'individui contrassegnati da alcune note particolari omogenee, i quali tendono alla preservazione e svolgimento delle loro peculiarità culturali, e perciò stesso si sentono uniti a un medesimo destino. La m. n., pertanto, deve essere concepita come ente unitario, con un suo positivo essere sociale, un suo fine naturale, una sua personalità morale.

A questa conclusione, di recente raggiunta dagli scrittori cattolici, si ricollega la questione, tuttora discussa, se alla m. n. occorra riconoscere, oltre alla personalità morale, anche la personalità giuridica, come ente sociale per sé stante. Nella dottrina do-
minata dai principi della scuola positivista la soluzione è nettamente negativa. Movendo essa, infatti, dall'assioma indimostrato che fonte della personalità è l'ordinamento giuridico positivo, e trovando che in nessun trattato e in nessuna norma è avvenuto il conferimento requisito alle m. n., conclude logicamente per l'esclusione della sua personalità giuridica. Bisogna riconoscere che, se il problema viene prospettato in termini di diritto positivo, la sua soluzione non può essere diversa da quella accettata dalla comune dottrina: il panorama, invece, cambia, se viene riguardato in termini di diritto naturale.

Una qualche difficoltà al riconoscimento della personalità giuridica della m. n. sorge dallo stato di dispersione di certi gruppi etnici tra popolazioni di nazionalità diversa, poiché, mancando in questo caso l'unione territoriale, meno perfettamente si può applicare il concetto unitario. E, tuttavia, se esiste un vincolo spirituale tra i soci così dispersi, non si può escludere l'esistenza di una certa unità, che permette di superare la difficoltà. Altre derivano dall'esigenza di unità interna per la vita dello Stato e dal concetto tutto moderno di sovranità, concepita come potere assoluto e discrezionale. Qualcuna di tali difficoltà ha indubbiamente un peso, ma non arriva a infirmare la personalità giuridica naturale della m. n. Se questa possiede un proprio essere sociale, effetto delle convergenza della volontà verso il conseguimento di un fine comune in favore della persona umana, si configura come un soggetto ben individuato, e come tale possiede, insieme con la personalità morale, anche la personalità giuridica, giacché il diritto soggettivo accompagna sempre e invariabilmente lo persona. Una persona senza diritti è un controsenso. Dove si dà una persona fisica o morale esiste anche un titolare di diritti, indipendentemente da qualsiasi ordinamento giuridico positivo.

Stabilito il concetto di m. n. occorre ora fissare i diritti che le competono. A loro riguardo si è distinto tra diritti umani e diritti più particolarmente propri della nazionalità, chiamati culturali. La distinsione può essere accettata e mantenuta. Se si esamina, infatti, la serie dei diritti, ormai riconosciuti dalla coscienza giuridica dei popoli, sarà facile vedere come si possano dividere in doppio gruppo: diritti comuni a tutti gli uomini, prescindendo dalla loro appartenenza a una data m. n., quali la sicurezza della vita, l'eguaglianza civile e politica, la libertà personale e religiosa, e diritti specifici della nazionalità, quali sono quelli che riguardano la conservazione e lo sviluppo della propria cultura. Quest'ultimo gruppo merita una particolare menzione.

Un primo diritto riguarda l'esistenza e l'integrità del gruppo minoritario, generalmente non considerato a causa della già ricordata concezione atomistica della m. n., ma fondamentale come protezione giuridica di un bene, alla cui conservazione tende soprattutto ogni aggregato sociale. Connessa con la facoltà originaria d'esistere è quella che si riferisce al suolo, dove la m. n. ha posto sede stabile, donde trae i mezzi di sussistenza e con il quale resta unita quasi in modo organico. Anche la m. n. ha una patria, amata e venerata con ardore di sentimento, nella quale ha diritto di risiedere indisturbata, donde l'ingiustizia del barbaro provvedimento dello scambio forzato delle popolazioni, in qualche caso adottato per risolvere il problema minoritario.

Un nucleo di diritti a parte, ai quali conviene più propriamente l'appellativo di culturali, riguardano le prerogative specifiche, che contrassegnano l'aggregato nazionale. Tra questi vanno menzionati il diritto all'uso della propria lingua e al suo insegnamento nelle scuole, al mantenimento delle proprie tradizioni e costumi e ai mezzi necessari a conserverli, svilupparli e tramandarli. Questo gruppo di diritti deriva immediatamente alla m. n. dal suo stesso essere di aggregato sociale naturale, la cui unione solidale dipende dai fattori della nazionalità, che specificano e contraggono il moto associativo di tendenza universale, e dal fine al quale tende la sua azione collettiva, volta al perfezionamento della persona umana.

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Da quanto precede possono agevolmente essere dedotti i doveri dello Stato verso la m. n. e di questa verso lo Stato. Lo Stato ha il dovere di assicurare l'esistenza del gruppo etnico in quanto tale, la sua pacifica residenza nel suolo d'origine, il libero uso della lingua e tutti gli altri diritti culturali propri della nazionalità. Non gli è interdetta, tuttavia, una prudente e circospetta azione assimilatrice, purché venga svolta nel rispetto dei diritti sopra nominati. La m. n. a sua volta, come parte dell'intera organizzazione politica, rimane soggetta a tutti i doveri, che derivano dalla giustizia legale. Ha l'obbligo di cooperare al bene comune, della totale lealtà e sottomissione verso l'autorità legittima, dell'ubbidienza alle leggi, che la medesima emana per il mantenimento dell'ordine sociale e la prosperità pubblica. Se il potere politico opera entro i limiti della giustizia, non le è in nessun modo lecito di tramare contro lo Stato, agitarsi e sollevarsi.

Un cenno soltanto fugace deve essere aggiunto alla protezione internazionale dei diritti delle m. n. e all'atteggiamento della Chiesa a loro riguardo. Lento è stato lo sviluppo della tutela internazionale. Un primo incerto albeggiare si ebbe con le capitolazioni, ottenute da Francesco I nel 1535 dalla Sublime Porta. Un passo ancora indeciso venne fatto con la pace di Vestfalia e con i trattati dopo di essa stipulati, nei quali al principio persecutorio cuius regio eius religio venne sostituito quello di una tal quale tolleranza in favore dei sudditi, che professavano religione diversa da quelle del sovrano. Gli interventi detti d'umanità, contro la tirannia esercitata dall'Impero ottomano, particolarmente sulle popolazioni balcaniche, nel Libano e nella Siria, appoggiati, dopo il Congresso di Parigi del 1836 , dal cosiddetto concerto europeo, riconsacrano un principio, che a mano a mano si va facendo sempre più evidente alla coscienza dei popoli. Con il Trattato di Berlino del 1878 entra a far parte del diritto internazionale contrattuale un vero codice protettivo delle m. n. A loro difesa vennero imposte al Montenegro, alla Serbia e alla Romania, liberate dal giogo turco, e alla Turchia medesima, delle clausole, nelle quali si assicurava a tutti i cittadini, senza distinzione di razza o di religione, l'eguaglianza nei diritti civili e politici, nell'ammissione agli uffici pubblici e nell'esercizio delle professioni; la libertà e la pratica esterna del culto, dell'organizzazione gerarchica delle varie comunità religiose e delle loro relazioni con i capi spirituali.

Una migliore organizzazione ottenne la tutela internazionale delle m. n., dopo la prima guerra mondiale, con la creazione di un regime tutelare appropriato. Come si è accennato, le potenze vincitrici imposero alla Polonia e ad alcuni altri Stati delle clausole protettive, nelle quali vennero inclusi i seguenti diritti : alla vita e alla libertà; alla libera professione religiosa e all'esercizio del culto pubblico e privato, con la facoltà connessa di erigere, mantenere e controllare istituzioni caritative, religiose e culturali; alla perfetta eguaglianza politica e civile, all'uso della lingua nazionale e, in alcuni casi, d'impartire con la medesima l'insegnamento primario. Questa protezione contrattuale ha assunto la forma di vera tutela internazionale delle m. n., in quanto le clausole che le riguardano furono poste sotto l'egida della Società delle Nazioni, la quale si riservava il diritto di vigilanza e d'intervento, per assicurarne l'osservanza, interdicendo allo Stato di apportarvi qualsiasi modificazione unilaterale. Il regime tutelare così costituito non fu esente da difetti, che lo resero in pratica inoperante, e tuttavia ha segnato una tappa importante nel progresso delle istituzioni giuridiche in favore della persona umana. Dopo la seconda guerra mondiale non è stato risuscitato. Il
diritto internazionale si orienta ora verso una convenzione collettiva sulla protezione dei diritti umani, dei quali si è avuta una dichiarazione in seno all'Organizzazione delle Nazioni Unite (v. diritti umani).

L'atteggiamento della Chiesa verso le differenze di stirpe, lingua, costumi e cultura è stato sempre di comprensione, apprezzamento e possibilmente di tutela. "La Chiesa ", scrive Pio XII nella Summi pontificatus, "fedelissima depositaria della divina educatrice saggezza, non può pensare né pensa di intaccare o disistimare le caratteristiche particolari, che ciascun popolo con gelosa e comprensibile fierezza custodisce e considera quale prezioso patrimonio ". Senza addentrarsi nella storia della sua azione civilizzatrice, condotta con il massimo rispetto ai costumi dei popoli, quando questi erano compatibili con i principi della fede rivelata, basterà ricordare come nei concordati, stipulati nel periodo più recente, abbia avuto cura di proteggere l'uso della lingua delle varie nazionalità insieme con la libertà di culto. Il Concordato con la Polonia del 1915, quello con la Lituania del 1927 e con la Germania del 1933 sono testimoni di questa vigile protezione da parte della Chiesa.

A difesa poi dei diritti delle m. n. si sono sollevati gli ultimi papi. Benedetto XV, nel 1917, consigliava alle potenze belligeranti la considerazione, nella misura del possibile, delle giuste aspirazioni dei popoli, per coordinare gli interessi particolari al bene universale della società umana. In occasione della seconda guerra mondiale, Pio XII non ha mancato di rilevare la necessità di tener conto dei veri bisogni delle nazioni e di provvedere al rispetto e tutela delle m. n., per la costituzione d'un ordine fondato sulla morale e sulla giustizia. Nell'allocuzione natalizia del dic. 1939 affermava: «In particolare, un punto, che dovrebbe attirare l'attenzione, se si vuole un migliore ordinamento dell'Europa, riguarda i veri bisogni e le giuste richieste delle nazioni, come pure delle m. n. ". Più espressamente e diffusamente nel messaggio natalizio del 1941, dove condanna l'oppressione dei nuclei minoritari, dichiarando che "nel campo di un nuovo ordinamento fondato sui principi morali, non c'è posto per l'oppressione aperta o subdola delle peculiarità culturali e linguistiche delle m. n., per l'impedimento e la contrazione delle loro capacità economiche, per la limitazione e l'abolizione della loro fecondità naturale».

BDS.: P. Flore, Divina internazionale pubblica, I, Torino 1887, p. 187 sgg.; V. Cathrein, Filosofia morale, II, Firenze 1920, p. 770 sgg.; J. Eppestein, Der nationale Minderheitenschutz als internationales Rechtsproblem, Berlino 1922; A. N. Mandelstam, La protection des minorités, in Rec. des cours de l'cic. de droit internat., I (1923), p. 5 ; J. Lucien-Brun, Le problème des minorités, Parigi 1923; J.-T. Delos, La société internationale et les principes du droit public, ivi 1929; E. Aci Monfona, Le m. n. contemplate dagli atti intera., Firenze 1929; A. N. Mandelstam, La protection internationale des droits de l'homme, in Rec. des cours de l'Ac. de droit internat., 38 (1931), p. 129: Le problème des minorités nationales, Parigi 1932; J. Fouques-Duparc, La protection des minorités de race, de langue et de religion, ivi 1932: Y. De La Brière, La communauté des puissances, ivi 1932; P. Fedozzi, Trattato di diritto internazionale, Padova 1933, p. 108 sgg.; J. Eppestein, The catholic tradition of law of nations, Washington 1935; J. Duman, La sauvegarde internationale des droits de l'homme, in Rec. des cours de l'Ac. de droit intern., 39 (1937), p. 5: L. Le Fur, Précis de droit intera, public, Parigi 1937; A. Messinen, Il problema delle m. n., Roma 1546.

Antonio Messineo
MINORATI PSICHICI. - Il termine m. p. (o anormali psichici) ha un valore medico-pedagogico ed è in uso in medicina scolastica e in pedagogia emendativa. Alcuni autori preferiscono quello di

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"disarmonici» o "inadatti» o di «irregolari». Comunque, con tali denominazioni s'intendono quei soggetti (specialmenti fan