volume-09

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cettuato F. Nau, Le texte original de la Vie de et Paul de Thèbes, in Anal. Bolland., 20 (1901), pp. 121-57, il quale tiene una vita grece per originale e quella di s. Girolamo come semplice traduzione dal greco; H. Delehaye, La personnalité historique de et Paul de Thèbes, in Anal. Bolland., 24 (1926), pp. 654-50, identifica P. di Tebe con quello di Ossirinco, mentre li distingue
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(fot. Alinari)
Paolo Uccello - Monumento equestre del capitano inglese Giov. Acuto. Affresco (1436) - Firenze, Cattedrale.

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(fot. Alinari)
Paolo Uccello - Storie dell'Ostia rubata (part.) - Urbino, Palazzo Ducale.
F. Cavallera, Paul de Thèbes et Paul d'Oxyrhynque, in Rev. d'auctique et de mystique, 7 (1026), pp. 302-305; H. Leclercq, Paul de Thèbes, in DACL, XIII, 2700-2706.

Vincenzo Monachino
PAOLO (Manassel) da Terni. - Cappuccino, predicatore, missionario nella Rezia, scrittore spirituale, n. il 21 febbr. $1587, \mathrm{~m}$. in provincia di Brescia nel maggio 1620 .

Predicò in patria, indi nella Rezia, da dove, consumato dalle fatiche e dalle penitenze, si ritirò nella provincia di Brescia.

Per esortazione del celebre predicatore apostolico p. Girolamo da Narni scrisse: Paradiso interiore, ovvero corona spirituale nella quale con trentatè esercizi si praticano tutte le virtù per arrivare alla perfezione (Bergamo 1631, 1684) che ebbe ripetute edizioni; ma, sospettata di quietismo, venne messa all'Indice (decr. 26 apr. 1689).

Bibl.: Bernardus a Bononia, Bibl. Script. Cap., Venezia 1747, p. 208; V. Bonari, I conventi e i Cappuccini brecciani, Milano 1891, p. 247; Sbaralea, II, pp. 312-13, n. 3072; Francesco da Vicenza, Gli scrittori cappuccini della prov. serafica, Filippo 1924, pp. 69-74; Melchior a Pobladora, Hist. pro Ord. FF. MM. Cap., parte 2a, I, Roma 1948, pp. 264-65; M. Petrocchi, Il quietismo italiano del Seicento, ivi 1948, v. indice,

Felice da Mareto
PAOLO Uccello. - Paolo di Dono detto P. U., n. ca. il 1397 a Pratovecchio (Casentino), m. il 10 dic. 1475 a Firenze. E uno dei pittori più singolari del Rinascimento: accanto a Masaccio, fu tra i primi ad intendere il valore della prospettiva riscoperta da Filippo Brunellesco e a giovarsi delle nuove intuizioni geniali nel campo della riduzione dei corpi a forma geometrica. Educato nella numerosa bottega del Ghiberti, al tempo della seconda porta del battistero di Firenze (nei cui scomparti, appunto, la prospettiva viene attuata nel rilievo scultoreo) fu curioso di esperienze varie, spesso contrastanti, che lo fecero considerare in passato, a torto, un "verista". Il suo amore accanito per la prospettiva che, attraverso la gustosa "vita" dedicatagli da Giorgio Vasari, diventò proverbiale, nasceva da un'intima esigenza della sua fantasia volta a formulare in termini matematici anche le forme naturali. Il suo influsso sulla pittura quattrocentesca a Venezia è assai sintomatico e fu provocato dall'incarico offertogli di dirigere la scuola di musaico della basilica di S. Marco tra il 1425 e il 1430 . Più tardi dipinse, presso la Chiesa degli Eremitani a Padova, in Palazzo Vitaliani, figure gigantesche a chiaroscuro, che colpirono la fantasia di Andrea Mantegna. Sarebbe anche suo, o sotto il suo immediato influsso, un affresco primitivo in S. Gottardo di Asolo (Fiocco, Boeck).

Ma l'arte di lui, che tende al monumentale, si precisa nel grande affresco ordinatogli a Firenze per S. Maria del Fiore sulla parete interna dell'ingresso, in onore di Giovanni Acuto ( 1436 ) che egli raffigura a cavallo nella imitazione di una scultura di bronzo eretta sul sarcofago, in prospettiva, sotto l'influenza della rinascita del tema del monumento equestre iniziata con il Gattamelata di Donatello a Padova. In esso il colore metallico accordato con personale gusto cromatico deriva dalla volontà di fingere il metallo, ma assume per lui significato di piena originalità pittorica.

Sono suoi, sulla stessa parete, i caratteristici volti dei quattro Profeti attorno alla mostra dell'orologio, immaginati in violento scorcio dal basso, analoghi, per forza disegnativa, alla tavola del Louvre con i cinque maestri della prospettiva (Giotto, Donatello, Manetti, Brunellesco) da alcuni critici tuttavia creduta copia tardiva.

Molto deteriorati, ma assai importanti per originalità compositiva e forza chiaroscurale, sono gli affreschi del Chiostro Verde di S. Maria Novella con il Diluvio (certo attentamente considerato da Michelangelo), l'Ebbrezza di Noè, l'Offerta del Patriarca (1445-46).

Fondamentali per intenderne l'arte, le tre pitture di battaglie, dette della «Rotta di S. Romano», destinate a comporre un trittico, una a Londra, l'altra al Louvre, la più bella a Firenze, con vari ritratti di condottieri inseriti tra i combattenti. La composizione di gusto araldico si trasfigura in calcolati e preziosi incastri di colore e di forme, ispirandosi alle favolose armature da torneo e ai grandi elmi dei guerrieri del tempo. Il paesaggio lontano commenta con la sua stilizzazione geometrica gli aspetti singolari di questi cavalieri dalle lunghe aste (ca. 1456).

Una simile fantasia svolse P. U. nella Caccia notturna dell'Ashmolean Museum di Oxford e, con richiami al gotico nordico, nella preziosa tavoletta della collezione Lanckoronscki di Vienna con S. Giorgio che combatte il dragone, in un paesaggio che preannunzia la pittura ferrarese di Cosmè Tura.

Spirito toscanamente narrativo e acuto stilista, egli manifesta nella predella con la raffigurazione dell'Ostia rubata, nel Palazzo Ducale d'Urbino (1469), il gusto per la prospettiva e il nitore dei colori fantasiosi, accanto ad una idillica visione paesistica. Si attribuiscono a lui, infine, con frequenti incertezze, vari ritratti di dame eleganti, di profilo, come quello, assai tipico, di Londra.

La natura eccezionale della fantasia pittorica di P. U. ha suscitato modernamente più approfondite ricerche sui suoi inizi all'arte e interpretazioni più impegnative : alla semplicistica definizione di un atteggiamento sia pure "bizzarro" e fantasioso, si è da tempo sostituita una considerazione più alta della figura del pittore agli inizi del Rinascimento, special-

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mente in rapporto con l'arte di Piero della Francesca (Boeck, Fiocco, Salmi). L'artista appare ormai come uno dei più singolari ingegni di quel fervido periodo, saturo di problemi teorici e di intuizioni, che fu il Quattrocento fiorentino al quale oggi la pittura geometrizzante guarda con particolare attenzione.

D'altra parte non è del tutto da scartare l'ipotesi che il modo favoloso e l'entusiasmo quasi ingenuo con il quale P. U. affronta i problemi della prospettiva del colore astratto e della geometria, abbiano la loro prima causa in una innata visione gotica ed araldica genialmente rivissuta nelle nuovissime speculazioni del Rinascimento. - Vedi tav. LVI.

Bibl.: W. Boeck, P. U., in Zeitsch. für Kunstwerk., 2 (1935), pp. 249-72; M. Salmi, P. U., A. del Castagno, Dom. F'mezziano, Roma 1936; G. Fiocco, Pittura toscana del ' 300 , Novara 1941; G. Pudelko, s. v. in Thieme-Becker, XXXIII, pp. 224-27.

Valerio Marjani
PAOLO Veneto (Paolo Nicoletti). - Filosofo e teologo dell'Ordine degli Eremitani di S. Agostino, n. a Udine ca. il 1368, m. a Venezia (secondo altre testimonianze, a Padova) nel 1429 (1428). Insegnò probabilmente a Siena e a Bologna (nelle quali città svolse mansioni dell'Ordine) e nell'Università di Padova (1408-15). Nel 1413 fu incaricato dalla Repubblica di Venezia di un'ambasceria presso il Re di Polonia; dalla stessa ebbe poi il divieto di intervenire al Concilio di Costanza (1414-18), dove la sua presenza avrebbe potuto compromettere il governo della Serenissima. Percorse ( $1420-28$ ) varie città d'Italia, ottenne infine di riprendere, per poco, l'insegnamento a Padova.

Seguendo Giov. di Janduno accolse e professò apertamente le dottrine averroistiche (unità dell'intelletto, doppia verità, ecc.), di cui Padova era allora il centro principale. Più tardi subì l'influenza dei maestri parigini e specialmente di Alberto di Sassonia (v.), le cui dottrine avevano cominciato a diffondersi a Padova. Con Sigieri di Brabante (v.) e Tommaso di Wilton ritenne che l'unico intelletto s'individualizza nei singoli entrando a far parte dell'anima razionale, forma sostanziale del corpo. Scrisse: Logica parva seu Summulae (Venezia 1499; successive edd.); Logica magna (ivi 1481; successive edd.): la Logica di P. V., accolta nei secc. xv-xvi come testo scolastico, è d'ispirazione occamistica; Summa totius philosophiae naturalis (Milano e Venezia 1476) : commento, informato all'averroismo, delle opere di Aristotele; Super universalia Porphyrii et artem veterem Aristotelis expositio (Venezia 1494); De compositione mundi, ecc. (Parigi 1498); Commentarius... in libros Posteriorum Aristotelis (Venezia 1477; successive edd.); Expositio super 8 libros Physicorum Aristotelis (ivi 1476); Sophismata, ecc. (ivi 1480); Universalia praedicamenta sexque principia (ivi 1494); De quadratura circuli; Summa de poenitentia; De conceptione B. Mariae Virginis; oltre a Sermones, ecc.

Bibl.: F. Momigliano, P. V. e le correnti del pensiero relig. e filos. nel suo tempo, Torino 1907; P. Duhem, Le systéme du monde, IV, Parigi 1916, p. 280-89; L. Thorndike, A hist. of magic and experimental science, II, Nuova York-Londra 1934, p. 874-947; D. A. Perini, Bibliogr. Augustiniana, IV, Firenze 1937, pp. 39-46; P. Gothein, P. V. e Producimo de' Conti, maestri padovani di Ludovico Fiesurini, in Rinascita, 3 (1942), pp. 236-43; B. Nardi, Sigieri di Brabante nel pens. del Rinasc. ital., Roma 1942, p. 119-32.

Ugo Viglino
PAOLO Veneziano. - Pittore, n. alla fine del 1200, m. a Venezia tra il 1358 e il 1362.

La pittura di P., il più forte artista del ' 300 veneziano, quale si è venuto definendo ad opera della critica recente, rappresenta l'ultima e più suggestiva affermazione di un bizantinismo così schietto da far pensare ad un suo viaggio a Costantinopoli.

Al persistente fondamento bizantino, che si manifesta nel prezioso smalto di colore, arricchito di lumeggiature d'oro, nell'aulica solennità e nel ritmato equilibrio delle
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Paolo Veneziano - La Vergine col Bambino - Venezia, Galleria dell'Accademia.
composizioni, rimangono sempre subordinati, nelle sue pitture, altri elementi culturali, gotici e romagnoli, venuti di terraferma e che sono da assegnare di preferenza all'intervento dei numerosi collaboratori che il maestro, operosissimo, raccolse intorno a sé formando una vera e propria bottega.

Prima opera firmata e datata è la Dormitio Virginis del 1333 (Museo di Vicenza), ma sono concordemente attribuite a P. la pala di S. Leone a Dignano, che è del 1321, e una Incoronazione della Vergine, già nella raccolta Dal Zotto, del 1323. Al decennio 1330-40 appartengono il suggestivo palioito in S. Giacomo a Bologna e gli affini quattro Santi del Museo di Brescia già assegnati, assieme ad altro polittico del Museo di Worcester, a Lorenzo Veneziano. Del 1345 è la Cuperto della pala d'oro in S. Marco, opera fondamentale, firmata da P. e dai figli Luca e Giovanni, rimessa in pieno valore da un recente restauro. Degli anni successivi è un gruppo di opere un tempo attribuite a Stefano Plebano o al "Maestro di Pirano" (van Marle) e che gli ultimi studi (Vavalà; Fiocco) hanno restituito a P. ed ai suoi immediati collaboratori : un polittico in S. Martino a Chioggia (1348), un trittico del 1353 (Modanna al Louvre, Santi ai Musei di Aiaccio e Tolosa), un polittico a Sanseverino e un altro a Pirano, del 1353. Del 1347 è una Madonna, firmata, a Carpineta (Marche) e del 1358 è l'Incoronazione della Vergine ora nella collezione Frick a Nuova York, firmata assieme al figlio Giovanni. Tra le numerose altre opere attribuite con certezza a P. si citano, all'Accademia di Venezia, una Madonna del periodo primitivo e il polittico, ora ricostituito, con l'Incoronazione della Madonna (prima a Brera) e scene della Vita di Cristo; la lunetta del Dage Dandolo (1339) nella chiesa dei Frari della stessa città; due Storie di s. Niccolò già nella collezione Chiesa, ecc. Discussa è l'autenticità della firma in una Visione di Augusto (1358) nel Museo di Stoccarda, che la critica recente tende a negare a P. (Longhi : Jacobello Bonomo).

Bibl.: G. Gronau, s. v. in Thieme-Becker, XXVI, p. 214 (con bibl. preced.); L. Testi, Stor. della pitt. venez., I, Bergamo 1909, pp. 185-208; R. van Marle, The development of the Italian schools of painting, IV, L'Aia 1924, p. 4 sgg.; G. Fiocco, Pri-

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Sacra Fasholia
Vicenza, Pinacoteca.

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mizie su maestro P., in Dedalo, 11 (1931), p. 877; S. Bettini, Aggiunte a maestro P., in Boll. d'arte del Minist. della P. I., 1934-35, p. 474; id., Pitture cretasi-veneziana.... nel Museo di Ravenna, Ravenna 1940, passim; R. Lonahi, Viatico per cinque secoli di pittura veneziana, Vicenza 104b, pp. b, 44; L. Caletti, I primitivi, III, Novara 1947, p. 30; N. di Carpegna, La caperta della pala d'oro di P. V., in Boll. d'Arte del Minist. della P. I., 1951, p. 55.

Nolfo di Carpegna
PAOLO VERONESL. - Pittore, n. a Verona da Gabriele Caliari, tagliapietra di origine lombarda, nel 1528 , m. a Venezia il 9 apr. del 1588 . Suo primo maestro fu Antonio Badile, del quale più tardi sposò la nipote Elena.

La tradizione veronese che attraverso al Badile risale al Caroto, al Cavazzola, a Girolamo dai Libri, e quindi al Mantegna, è pertanto il fondamento primo della cultura di P. con le sue preferenze per un colore asprigno, per timbri metallici, per un disegno sicuro e netto, in una visione limpida e precisa. Preferenze che spiegano anche la sua posizione singolare nella pittura veneziana del tempo e i suoi contatti con le correnti più provinciali o meglio di terraferma, come la bresciana e la bergamasca, nonché certi accostamenti alla originalissima arte di Lorenzo Lotto. All'esordio (1548), la paletta BevilacquaLazide (Verona, Castelvecchio) mostra sicuri segni di questa formazione (p. es., nei tipici ritratti dei donatori a mezzo busto), accanto ad una nuova genialità di sciogliere e muovere la composizione animandola anche vivacemente, mediante partiti d'ombra e di luce (la figura, in ombra, dell'angelo). La commissione del card. Ercole Gonzaga per una pala nel duomo di Mantova (le Tentazioni di s. Antonio, 1552, ora a Caen) offre al giovane pittore occasione di più diretta conoscenza del manierismo tosco-romano (Giulio Romano a Mantova) ed emiliano (Parmigianino), onde un più intenso interesse sia per problemi della "azione", cioè per lo studio del corpo umano in movimento, sia per la impostazione scenica. Si aprono cosi le vie alla sua prodigiosa attività di compositore, nella decorazione di chiese, di palazzi, di ville per lo più sammicheliane o palladiane. In quella condotta, già l'anno innanzi, assieme allo Zelotti, nella «Soranza a Treville presso Castelfranco si delineano già quegli schemi cosi complessi di invenzioni scenografiche e illusionistiche, di pareti e soffitti aperti e traforati, con squarci di cielo, con prospetti di paesi popolati di personaggi, tra inquadrature architettoniche ricche di ornati e di statue, e persino con qualche scherzoso "trompe l'oeil" di ciabatte o di scope abbandonate in un canto. Schemi che attraverso ad esperimenti e variazioni, come quello di Palazzo Trevisan a Murano ( $1558-58$ ), raggiungono la
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Paolo Veronese - Cena di S. Gregorio Magno - Vicenza, santuario di Monte Berico.
(fts. Abraeti)
loro più armoniosa e compiuta pienezza nella Villa Barbaro a Maser (ca. 1560) con una trionfale sonorità di timbri, con una solare luminosità di toni, che fonda mirabilmente la straordinaria ricchezza dei motivi e dell'invenzione e l'accorda al respiro dell'ambiente paesistico circostante mediante una inaudita freschezza di interpretazione pittorica a pennellate svelte, sicure, scoperte, in un colorismo raffinatissimo e complicato di iridescenze, di riflessi, di variazioni sottili, come su una scala continuamente mobile per frazioni di tono. Motivi di ispirazione e loro schietta e coerente realizzazione pittorica, che si attuano oltreché nei relativamente rari e preziosi quadri da cavalletto, come i ritratti (da ricordarsi, fra i cento, la Bella Nani del Louvre) o il piccolo Martirio di s. Giustino del Museo di Padova o la Deposizione di Castelvecchio o il Venere e Adone di Darmstadt, anche nelle grandi tele per soffitti o per pareti di sole, per pale d'altare o per fianchi di presbiteri. Già nel 1553 , trasferito il centro della sua attività a Venezia, P. aveva cominciato, nel momento in cui vi si diffondeva largamente la «moda " manieristica, a ricevere commissioni importanti e a raccogliervi successi crescenti : nella Libreria, in Palazzo Ducale, nella chiesa di S. Sebastiano, che fu la «sua " chiesa, nella quale egli diede la sua opera appassionata, in periodi successivi della sua vita (sacrestia, organo, soffitto, presbiterio) ed ove ebbe sepoltura. Ed ecco le grandi composizioni sacre o bibliche o storiche o mitologiche, dalla Madonna dei Cuccina (a Dresda) alla Famiglia di Dario (a Londra), dai ripetuti Ritrovamenti di Mosè ai vari Ratti di Europa; dal Centurione (al Prado) alle molteplici Cene o Conviti, che divennero forse il motivo più clamoroso della sua fama. Più clamorosa e famosa fra queste, le Nezze di Cena al Louvre; non è forse la più organica e "realizzata" ed anzi, per una certa non dominata dispersione di episodi, la sola che appare, pur con stupendi bratti pittorici, alquanto congestionata e macchinosa e lascia scorgere qualche segno di fatica insolito nella ubertosa facilità della creazione paolesca. Si penserebbe quasi per questo più celebre Convito ad un momento di meno fervida ispirazione, fra quelli In Enomaus (Louvre) e In casa di Simone (Torino), stupendi per ricchezza e spontaneità di invenzione compositiva, per vivezza pittorica (entrambi del felicissimo momento intorno al 1560); e quello altrettanto noto In casa di Levi (Venezia) del 1573, che fu occasione

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al processo inquisitoriale contro P.: «Noi pittori si pigliamo licentia, che si pigliano i poeti et i matti, fu la giustificazione di P., candida rivendicazione della libertà dell'artista e prova della sua buona fede di fronte ai sospetti di intenzioni eterodusse. E del resto non pare che lo stesso S. Ufficio desse molto peso alla cosa, se tutte le modifiche richieste non furono eseguite. Qualche anno dopo questa avventura giudiziaria si avverte un vero rivolgimento in P.: interessi psicologici più ricchi e più densi, una religiosità più penetrante e più sentita, una più calda drammaticità umana; che trova la sua via espressiva in una semplificazione degli schemi compositivi, in una intensificazione della gamma, quintessenziata in accordi di una raffinatezza estrema ed accesa nel contrasto di un vigoroso chiaroscuro, quasi incandescenza di gemma nella notte. Così, dopo il preludio della tranquilla, brunita argentinità lunare dell'Adorazione dei Magi a Corona di Vicenza (contemporanea della Cena di Leos), sarà il lirismo cromatico s sublime " e "straziante" della piccola Orazione nell'orto di Brera, l'appassionato fervore e la luminosità radiante del S. Pantaleone nella chiesa di Venezia, l'agonia del volto sbiancato negli squisiti accordi di ametista e di smeraldo della Lucrezia di Vienna. Ultimo esempio del suo stile "fastoso", e non fra i migliori, anche per il largo intervento di quel gruppo di collaboratori e parenti che dopo la sua morte continuarono a dar fuori quadri firmandoli "Haeredes Pauli", l'enorme pannello centrale della sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale con il Trionfo di Venezia. Quello stile invece che si potrebbe dire "spirituale", si va affermando e sempre meglio definendo all'incirca negli ultimi tre luenti di vita del Maestro, troncata da brevissima malattia, con una serie di capolavori fra i più alti se non fra i più celebrati, e il cui valore viene riconosciuto in specie dalla critica più recente. Evoluzione questa del maturo, ma non ancora vecchissimo P., analoga a quella, press'a poco negli stessi anni, del vecchissimo Tiziano. Ed in entrambi è assai probabile che al chiarimento di tale lor proprio ultimo linguaggio abbia contribuito l'esempio del linguaggio luministico tintorettesco, cosi acconcio all'espressione di codeste nuove situazioni sentimentali : esempio che, in P., sarà talvolta riconoscibile anche per certi atteggiamenti compositivi, come, tra altre poche opere, nella Crocifissione della Accademia di Venezia. - Vedi tav. LVII.

Bibl.: G. Fiocco, P. V., Bologna 1928; id., P. V. (coll. - Valori Plastici s), Firenze 1934; id., s. v. in Enc. Ital., XXVI, pp. 242-45; Venturi, IX, pp. 745-953; R. Pallucchini, P. V., Bergamo 1950.

Luigi Colerii
PAOLUCCI di CALBOLI (Girolamo da Forli). - Predicatore cappuccino, detto "l'Apostolo della Madonna", n. a Forlì nel 1552, entrò tra i Cappuccini il 19 marzo 1591, m. a Parma il 19 marzo 1620.

Fu predicatore tra i primi d'Italia, lasciando profondo ricordo specialmente a Cremona, Parma, Roma, Venezia, Bologna, Milano, Modena, Finale, Reggio, Comacchio. Ebbe vari doni mistici, come quello dell'estasi e della profezia. Più volte gli apparve la Madonna istruendolo nei divini misteri. Devotissimo della B. Vergine, ovunque ne magnificava le ghete. A Cremona, ove si voleva erigergli un monumento, istituì la a Congregazione della Madonna del Popolo s. Introdusse la pratica della solenne incoronazione delle miracolose immagini della Vergine, rito in seguito riservato al Capitolo Vaticano.

Bibl.: Gabriele da Modigliana, Leggendario cappuccino, III, Faenza 1783, pp. 261-86; Pellegrino da Forlì, L'Apostolo della Madonna, $2^{a}$ ed., Milano 1885; Donato da S. Giov. in Persiceto, Bibliot. dei FF. MM. Capp. della prov. di Bologna, Budrio 1949, pp. 272-73.

Felice da Marco
PAOTING, diocesi di. - Nella Cina settentrionale, nella parte centro-occidentale della provincia del Hopeh. Fu eretta in vicariato apostolico, con il nome di Celi centrale, il 14 febbr. 1910, per divisione di quello del Celi settentrionale, e fu affidata ai Lazzaristi francesi.

Il 15 apr. 1924 cedette cinque sottoprefetture civili, che con una sesta presa da Chengting (v.) dettero origine
alla missione di Lihsien, oggi Anlewo (v.). Il 3 dic. 1924 cambiò il suo nome in quello attuale; nel 1931 passò al clero secolare cinese e l'i 1 apr. 1946, con l'istituzione della gerarchia episcopale in Cina, fu elevata a diocesi suffraganea di Pechino.

Ha un'estensione di 12.000 kmq . Al 30 giugno 1947, su una popolazione totale di ca. 2.000 .000 di ab., i cattolici erano 79.000 , i sacerdoti 72 , di cui 7 lazzaristi francesi; i seminaristi maggiori 8 ; i religiosi laici 2 e le suore 85 , di cui solo 7 estere. Tra le opere figuravano i ospedale, 2 dispensari di medicinali, i orfanotrofio, i laboratorio. Le scuole erano tutte chiuse. Nel 1899 la missione contava 12.000 cristiani, di cui 2000 furono massacrati dai Boxers nel 1900; nel 1902 erano tornati a 12.700 , nel 1905 salirono a 26.283 e nel 1910, anno della erezione di P., a 72.531 , ceduti in parte a Lihsien, nel 1924. Quindi il maggior sviluppo del cristianesimo a P. si è avuto nella prima metà del nostro secolo.

Bibl.: AAS, 2 (1910), pp. 141-42; Arch. di Prop. Fide, Reluz. Celi centrale, 1911; GM, n. 204; Annuaire de l'Eglise carh. en Chine 1948, Sciangai 1948, passim: MC, 1950, pp. 310-11.

Adamo Pucci
PAPA. - Dal greco mántas, mántas ( $=$ padre), titolo onorifico riservato ora nella Chiesa cattolica al sommo Pontefice.

Sommario: I. Origine del nome. - II. Elezione dei p. III. Nomi dei p. - IV. La cronotassi papale. - V. Il numero dei p. - VI. Reretti dei p. - VII. Stemmi dei p. - VIII. Sepoltura dei p. - IX. Atti dei p. - X. Medaglie papali.

1. Origine del nome. - Fin quasi al sec. ix, ma specialmente nei secc. III-V, il titolo di p. era dato ai vescovi quale espressione di affettuosa venerazione, come si rileva anche dagli aggettivi mio, tuo, nostro, che spesso l'accompagnavano ("non tu es papa noster?"- esclamano Perpetua e Saturo al vescovo Ottato di Cartagine : Passio ss. Perpetuae et Felicitae, 13; « 705 uxax3600 mánta iquios 'Hpxx2S « scrive Dionigi d'Alessandria [m. nel 254 ca.]: Euschio, Hist. eccl., VII, vir. 4; « Cypriano papae» indirizzano una lettera i diaconi romani: Ep., 30, ed. G. Hartel, CSEL, III, 2, Vienna 1871, p. 557). Tale titolo era talvolta dato anche a semplici sacerdoti, come, ad es., in Egitto nel sec. iv (cf. P. Batiffol, L'Eglise naissante et le catholicisme, Parigi 1927, p. 353, n. 2); del resto è noto che in Oriente il sacerdote è tuttora chiamato pápas. In Egitto il mántas per eccellenza era però sempre il patriarca di Alessandria.

Il titolo di p. al vescovo di Roma, oltre il "benedicto papa" del De pudicitio (xIII, 7), di Tertulliano, che deve riferirsi probabilmente a Callisto, è dato direttamente per la prima volta nell'iscrizione del diacono Severo ( 296 - 304 ) ritrovata in S. Callisto in cui leggesi « iussu p(c)p(ae) sui Marcellini s (riprodotta alla v. Luminare). Con la fine del sec. iv la parola p., per il vescovo di Roma, comincia ad essere qualcosa di più d'una semplice espressione di affettuosa venerazione : tende a diventare un suo titolo specifico; significativo al riguardo è l'indirizzo posto da s. Ambrogio alla lettera del Sinodo del 390 "Domino dilectissimo fratri Syricio papae" (Ep., 42 : PL 16, 1124). Il Sinodo di Toledo del 400 con la parola p. indica sic et simpliciter il vescovo di Roma (Mansi, III, 1006-1007) e s. Vincenzo di Lerino, ricordando vari vescovi, dà tale titolo solo ai pontefici Celestino I e Sisto III (cf. Commonitorium 32-33: PL 50, 683-84). Anche il Sinodo romano del 499 adopera la parola p. in modo assoluto (ed. Th. Mommsen, in MGH, Auct. antiquissimi, XII, p. 403). Però, nel corso del sec. v, si sentiva ancora il bisogno di accompagnare la parola p. con un determinativo, come papa Urbio aeternae a Urbio Romae (lettere di Onorio : Collectio Avellana, Epp., 27, 28, 37: ed. O. Guenther, CSEL, XXXV, Vienna 1895, pp. 73, 85), papa urbicus (Paolino di Nola, Ep., 5, 14: CSEL, XXX, Vienna 1893, p. 33), ecc. Con il sec. vi, il termine p. entra anche nel formulario della Cancelleria di Costantinopoli e diventa, salvo eccezioni sempre più rare, titolo distintivo del vescovo di Roma. Anche nel Liber Pontificalis la parola episcopus, adoperata nelle biografie precedenti, cede con la biografia di Agapito I

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(fol. Eac. Catt.)
CODICE CONTENENTE LE PREGHIERE PER LA PREPARAZIONE E IL RINGRAZIAMENTO DELLA MESSA fatto copiare e miniare da Bonifacio IX ( $1369-1404$ ). La miniatura rappresenta il papa che indossa la tonacella. In basso lo stemma del Tomacelli. Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 3747, fol. $17^{\circ}$.

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(Int. Exc. Catt.)
Papa - Processo verbale dell'elezione di Ildebrando al sommo pontificato (22 apr. 1073). Jocipit del registro di Gregorio VII Archivio Segreto Vaticano, Reg. Vat. 2. I. I'.
(535-36) il posto a quella di p. In quanto alla proposizione $11^{\circ}$ del Dictatus papae di Gregorio VII (1075): "quod hoc unicum est nomen in mundo" (v. riproduzione a tav. LXXXII del vol. VI) non porta nessuna innovazione sul significato della parola p., ma codifica una consuetudine già plurisecolare. Il nome papatus non pare sia più antico di Leone Ostiense (sec. xit).
II. Elezione del P. - L'elezione del vescovo di Roma nei primi secoli di vita cristiana non differiva da quella delle altre sedi vescovili. Se alcune norme per le elezioni ecclesiastiche si possono ricavare dal cap. 44 della J Ep. ad Corinthiar di s. Clemente Romano, si deve però ricorrere all'epistolario di s. Cipriano per avere notizie dirette per l'elezione di un p.; s. Cipriano nelle lettere 45-55, specie nella 55 (ed. G. Hartel, CSEL, III, 2, Vienna 1871, pp. 599-650), tratta della elezione di s. Cornelio, avvenuta in circostanze particolarmente agitate a causa dei contrasti suscitati da Novaziano, nel marzo del 251: all'elezione di Cornelio, passato per tutti i gradi della gerarchia, presero parte il clero e il popolo, e i vescovi presenti gli conferirono l'episcopato. Già sin da allora il neo-eletto vescovo di Roma comunicava a quello di Cartagine l'avvenuta sua elevazione alla sede romana.

Con il sec. Iv, conformemente alla prassi invalsa dopo il Concilio di Nicea per la scelta dei vescovi, l'elezione del p. divenne un fatto precipuo del clero, cui popolo e aristocrazia davano il loro assenso. Il candidato doveva essere passato per tutti i gradi della gerarchia e generalmente era l'arcidiacono, il personaggio più ragguardevole dell'amministrazione ecclesiastica romana. Normalmente l'elezione avveniva tre giorni dopo la morte del predecessore (regola che ebbe molte eccezioni, specie nel medioevo; la più lunga vacanza fu quella che precedette l'elezione di Gregorio X, 1271) e la consacrazione aveva luogo la domenica seguente, però da Giustiniano I sino a Costantino IV Pogonato ( 685 : cf. Lib. Pont., I, p. 363 )l'eletto doveva chiedere all'Imperatore (cf. formula 58 del Lib. diurnus, ed. Th. Sickel, Vienna 1889, p. 47) la iuccio o la proeceptio per l'ordinazione e versare alla Cancellería imperiale una congrua tassa (cf. Lib. Pont., I, p. 354), e all'Esarca di Ravenna il suo benestare (cf. formula 60 : ibid., ed. cit., p. 49
sgg.). L'ultimo p. che chiese la conferma all'Esarca fu Gregorio III (731). In casi di urgenza la consacrazione poteva avvenire anche "absque iussione principis", come accadde per Pelagio (Lib. Pont., I, p. 309). La consacrazione del vescovo di Roma già nel sec. iv era privilegio del vescovo di Ostia, come attesta s. Agostino (cf. Breviculum collationis cum Donatistis, III, 16: PL. 43, 641; cf. anche Lib. Pont., I, p. 202), con l'assistenza dei vescovi di Albano e di Porto (cf. formola 57 del Liber diurnus, ed. cit., p. 46). Appena eletto e consacrato, il neo p. inviava ai patriarchi e ai vescovi delle principali sedi, uso già attestato da s. Cipriano per Cartagine, una lettera sinodica per annunciare la sua elevazione al soglio di S. Pietro.

L'elezione dei p. ha sempre rivestito un carattere religioso e politico di particolare importanza; non deve far quindi meraviglia se sin dall'antichità fu spesso funestata da violente passioni umane e da bassi interessi politici. La civile potestà si credette in dovere più d'una volta d'intervenire, e non sempre per il bene della Sede Apostolica, per tutelare l'ordine pubblico o per imporvi i suoi candidati : l'imperatore Costanzo mandò in esilio Liberio e patrocinò l'elezione dell'antipapa Felice; alla morte di Simplicio (483), il prefetto del pretorio, Cecina Basilio, a nome di Odoacre, presiedette un'adunanza di senatori e di membri del clero e fece approvare il regolamento per impedire al futuro p. le alienazioni dei beni della Chiesa; Teodorico intervenne nella doppia elezione di Simmaco e Lorenzo e dette il suo benestare per l'ordinatio di Felice IV (il primo intervento del genere Lib. Pont., I, pp. 106, 280, n. 5); Belisario depose Silverio e fece eleggere Vigilio; il duca Totone di Nepi fece elevare alla sede di Pietro l'antipapa Costantino (767); i Carolingi intervennero con i loro legati; Ottone I fece deporre Giovanni XII ed eleggere Leone VIII; gli imperatori tedeschi tiranneggiornno le elezioni pontificie facendo creare più d'un antipapa nei secc. xi e xit; i sovrani di Spagna, Francia e Austria interferirono nella scelta dei p. dal sec. xv sino al Conclave di Pio X con la subdola arma dell'« esclusiva», ossia con il veto (v.).

Per ovviare ai gravi abusi che periodicamente si verificavano nella elezione dei p. gli stessi pontefici presero o invocarono provvedimenti per regolarne il buon andamento: Bonifacio I nel 420 pregò l'imperatore Onorio di voler prendere precauzioni per impedire nella elezione del suo successore i torbidi verificatisi nella sua; Onorio accolse l'invito, ma ebbe l'accortezza di non promulgare una legge in materia e assicurò il P. che il governo avrebbe riconosciuto soltanto una elezione moralmente unanime (Collectio Acellana, Ep. 77, ed. cit., p. 85). Il Sinodo romano del 499 proibì di trattare della successione del p. lui vivente "et inconsulto", comminando gravi pene ai contravventori; dichiarò poi che, qualora i pareri fossero diversi (studia diversa) nella scelta del successore, "vincat sententia plurimorum" (ed. Th. Mommsen, in MGH, Asct. antiquissimi, XII, pp. 403-404; cf. anche il constitutum di Bonifacio III: Lib. Pont., I, p. 516). L'esperimento di Felice IV, nel 530 , di scegliersi il successore turbò la Chiesa romana al suo decesso con la elezione di Dioscor o da parte della maggioranza e di Bonifacio II scelto dal morente e confermato solo da una minoranza. Il tentativo per il bene della S. Sede non ebbe seguito poiché Bonifacio II, che pure si era scelto il successore, fu costretto a bruciare il chirografo di nomina innanzi alla tomba di s. Pietro (Lib. Pont., I, p. 281). Il Sinodo romano del 769 precluse l'accesso al sommo pontificato a tutti coloro che non fossero cardinali presbiteri o disconi e ne riservo l'elezione "cunctis sacerdotibus atque proceribus Ecclesiae et cuncto clero" (ed. A. Werminghoff, in MGH, Concilio, II, p. 86; Lib. Pont., I, pp. 468, 480-81), ma la Constitutio Romana dell'824 ridette tacitamente all'aristocrazia e al popolo la loro parte nell'elezione dei p. Tuttavia per evitare abusi la consacrazione dell'eletto doveva aver luogo presenti i "missi" o legati dell'Imperatore. Il Sinodo romano dell'898 ribadì la necessità della presenza di questi legati impoveriali e restrinse ai vescovi (cardinali) e al clero di Roma l'atto di elezione del p., che doveva però aver luogo alla presenza del Senato e del popolo (can. 10: Mansi,

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Papa - Uno dei frammenti meglio conservati della serie dei ritratti dei p. in S. Paolo fuori la Mura del tempo di Leone I. Ritetto di p. Urbano.
XVIII, p. 225). Per arginare i gravi abusi che si verificavano ad ogni elezione, Niccolò II (1059) riservo le trattative per l'elezione ai cardinali vescovi i quali dovevano poi subito associarsi gli altri "clerici cardinales", il resto del clero e il popolo veniva a sua volta convocato per assentire all'avvenuta elezione. Il candidato doveva appartenere al clero della Chiesa di Roma, e solo in caso di necessità si poteva ricorrere a persona ad esso estranea. Niccolò II previde anche il caso che l'elezione per necessità si dovesse tenere fuori Roma (cf. l'ed. del decreto, nel testo genuino e nell'interpolato da Guiberto o dai suoi seguaci, a cura di J. B. Lo Grasso, Ecclesia et Status. Fontes selecti, Roma 1939, pp. 100-107).

Il decreto con cui Niccolò II riservo al collegio dei cardinali l'elezione del p. aprì un nuovo periodo nella storia di questo istituto che ando lentamente evolvendosi sino a raggiungere l'attuale preciso e severo ordinamento fissato nel Codice di diritto canonico e integrato di recente con la cost. Vacantis Apostolicae Sedis di Pio XII dell'8 dic. 1945. Le principali tappe di questo nuovo periodo sono: i) il decreto del Concilio Lateranense III (marzo 1179: Mansi, XXII, 217-18) contenuto nella cost. di Alessandro III, Licet de vitanda (6. X. I. 6; G. J. Ebers [cit. in bibl.], p. 66) che richiedeva per la validità dell'elezione la maggioranza di due terzi dei voti e ciò per precludere la via a possibili scismi; 2) il can. 2 del II Concilio di Lione (1274: Mansi, XXIV, pp. 81-85) riprodotto nella cost. Ubi periculum di Gregorio X (luglio 1274: G. J. Ebers, p. 67) che fissava le norme per il conclave, che poi vennero modificate e integrate più volte; 3) la cost. Si summus rerum di Giulio II del 14 genn. 1505, pubblicata a Bologna nell'ott. 1510 e nuovamente sancita dal Concilio Lateranense V nella sessione quinta del 16 febbr. 1513 (Bullarium Romanum, ed. Taurinensis, V, pp. 536-37: Pastor, III, p. 701) per prevenire gli scandali simoniaci verificatisi nell'elezione di Alessandro VI; 4) la cost. Aeterni Patris Filius di Gregorio XV del 15 nov. 1621 (ibid., XII, pp. 619-26), contenente nuove norme per l'elezione del p. allo scopo di ovviare ai gravi abusi delle elezioni precedenti, e per arginare l'intromissione ormai diventata intollerabile dei governi, in particolare della Spagna, che esercitava l'esclusiva sin da Carlo V. Lo scopo sperato non si raggiunse, anzi se fino a quel punto gli ambasciatori erano riusciti nel loro intento con intrighi, d'ora in poi vi riusciranno ponendo ufficialmente l'esclusiva (cf. Pastor, XIII, pp. 85-93) che solo Pio X avrà il coraggio di interdire con la cost. Commissum nobis, del 20 genn. 1904, pubblicata nel marzo del

1909 (Pii X P. M. Acta, III, Roma 1908 [1909], pp. 289292 sgg.); 5) la cost. Sede vacante di Pio X ( 25 dic. 1904) integrata dal motu proprio di Pio XI, Cum proxime (1 marzo 1922) e dalla costit. citata di Pio XII (v. conclave).

Per farsi un'idea del come si svolgeva l'elezione in seno al conclave dal sec. xiv in poi si veda l'Ordo Romanus XIV, composto probabilmente da Gaetano Stefaneschi, m. nel 1341 (ed. J. Mabillon, Museum Italicum, II, Parigi 1689, p. 246 sgg .); l'Ordo Romanus XV, composto da Pietro Amelio, m. nel 1389 (ed. cit., II, p. 532); la descrizione che ne diede nel 1488 il cerimonicre pontificio Agostino Patrisi Piccolomini (cf. C. Marcello, Rituum ecclesiasticorum sive sacrarum caeremoniarum SS. Romance Eccl. libri III, Venezia 1516, cc. 1-viii); la cost. di Gregorio XV, Decet Romanum pontificem, del 12 marzo 1621 (ed. G. J. Ebers, pp. 104-11), e la cost. di Clemente XII Apostolatus officium del 3 ott. 1732 (Bullarium Romanum, ed. Taurinensis, XXIII, p. 443 sgg.; G. J. Ebers, pp. 111-16). Per l'ordinatio, l'inthronizatio, la possessio e la coronatio, v. i testi raccolti dall'Ebers, pp. 169-214; cf. E. Eichmann, Weihe u. Krönung des Papstes im Mittelalter, Monaco 1951.
III. Nomi del P. - Dopo il Principe degli Apostoli, che ebbe mutato da Cristo il nome di Simone in quello di Pietro (Jo. 1, 42), il primo suo successore che abbia cambiato il nome è Giovanni II, che chiamavasi prima Mercurio. Altri esempi del genere occorrono nel sec. x : Ottaviano dei Conti di Tuscolo divenne Giovanni XII (955); l'antipapa Francone, Bonifacio VII (974); Pietro Canepanova, vescovo di Pavia, Giovanni XIV (983); Brunone dei duchi di Carintia, Gregorio V (996). Da Silvestro II (999) in poi p. e antipapi cambiarono il loro nome di Battesimo al momento dell'elezione, ad eccezione di Adriano VI (Adriano Florensz) e Marcello II (Marcello Cervini); dapprima ciò avvenne per volere degli elettori (cf., ad es., Leone Ostiense, Chronicon Casinense, II, 86 [elezione di Vittore, 1055 e dell'antipapa Benedetto X, 1058] : MGH, Scriptores, VII, pp. 686, 695; Lib. Pont., II, p. 357; l'Ordo Romanus XII di Cencio Savelli [nel 1192 cs.] attribuisce ancora la mansione di imporre il nuovo nome all'eletto al "prior diaconorum": ed. P. Fabre-L. Duchesne, Le Liber censuum, I, Parigi 1889-1910, p. 311), poi per scelta personale dell'eletto, in seguito a richiesta del "prior diaconorum" come già attesta l'Ordo Romanus XIII (1275: ed. J. Mabillon, Museum Italicum, II, Parigi 1689, p. 221; G. J. Ebers, p. 186).
IV. La cronotassi papale. - I primi tentativi di tramandare la successione dei p. risalgono alla seconda metà del sec. II e son dovuti a due scrittori: Egesippo
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(196. Gvb. prt. nec.) Papa - Serie dei ritratti dei p. in S. Piero a Grado, presso Pisa : ritratti da Cristoforo antipapa a Leone VI: serie affrescata probabilmente da Deodato Orlandi (1500-12).

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(Ist. Emit)
Papa - Sctic dei busti di p. (scc. xv) nell'interno del duomo di Siena: l'ultimo busto visibile a destra è di Sisto II.
(tra il 155 e il 166) e Ireneo (177-78) che vennero a Roma per attingere direttamente i dati loro occorrenti alle fonti locali. Il lavoro del primo è giunto solo frammentario (cf. Eusebio, Hist. ecel., IV, 22, 3) mentre quello del secondo è conservato integralmente (cf. ibid., V, 6, v, anche 24, 28; Adversus hnereses, III, 3). La lista dei p. di Ireneo, pur senza dati cronologici, è il documento più autorevole che si abbia in materia ed è quella che viene adottata nella nostra cronotassi fino ad Eleuterio. Accenni sporadici a successioni di p. si riscontrano qua e là in Padri e scrittori ecclesiastici, ma non è qui il caso di soffermarvisi, poiché presto cronisti, storici e anonimi compilatori di cataloghi di p. (v.) provvidero a fissare, spesso con metodi più o meno empirici, i dati cronologici dei p. sia porendoli in rapporto con gli imperatori e consoli sia indicando il numero degli anni, dei mesi e dei giorni dei singoli pontificati. I cataloghi dei p. furono oggetto di accurato esame critico da parte del Duchesne (Lib. Pont., I, pp. I-xxv, e la voce libgn pontificalis, III, Fonti); il più noto tra essi è quello chiamato Catalogo Liberiano, che costituisce una delle fonti del Liber Pontificalis. Spesso i cataloghi di p. erano inseriti nelle collezioni canoniche, specie in quelle provenienti dall'Italia e dalla Gallia (cf., ad es., il cod. lat. 12097 della Biblioteca nazionale di Parigi, della $2^{a}$ metà del sec. vi; il più antico esempio del genere), e servivano per datare le decretali papali ivi raccolte.

Ad eccezione di pochi, questi cataloghi, che divennero numerosissimi nell'alto medioevo e nei tempi moderni, non hanno nessun valore critico ed altrettanto si deve dire di innumerevoli cronache medievali. Tra le cronotassi papali che esercitavano maggior influsso sulla cronologia storica sino ai giorni nostri sono da ricordare quelle che si possono ricavare: 1) dal Chronicon e dalla Historia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea (v.), che non sempre convengono nel numero degli anni del pontificato; 2) dal Liber Pontificalis (v.) e dalle sue continuazioni, che per la parte antica contiene gli errori delle sue fonti; 3) dal Chronicon pontificum et imperatorum di Martino di Troppau, O. P. (m. nel 1278), la cui terza edizione va fino a Niccolò III (ed. L. Weiland, in MGH, Scriptores, XXII,
pp. 327-475); 4) dal Liber de vita Christi ac omnium pontificum del Platina (ed. critica G. Gaida in RIS, III, I, Bologna 1913-32; l'ed. princeps, Venezia 1479; notevole l'ed. curata da O. Panvinio, Lovanio 1572; varie edd. in italiano); 5) da O. Panvinio, Epitome pontificum Romanorum a s. Petro usque ad Paulum III. Gestorum electionisque singulorum et Conclavium compendiaria narratio (Roma 1557; l'ed. veneta dello stesso anno fu pubblicata senza l'assenzo dell'autore); 6) dagli Annales del Baronio (Roma 1588; $22^{\mathrm{a}}$ ed. Parigi 1864-82 e le innumerevoli edd. ridotte e le varie versioni) : la cronotassi del Baronio, che termina con il 1198 , è stata accolta da quasi tutti gli storici sino al secolo scorso; 7) da A. Ciacconio (Chacón), Vitae et gesta summorum pontificum a Christo Domino usque ad Clementem VIII (Roma 1601; più volte edita, rielaborata dall'Oldoini, ivi 1672); 8) dal Constus chronologico-historicus ad universam seriem Romanorum pontificum di Daniele Papebroch (Prispjlaeum ad Acta SS. Moii, Anversa 1688), primo saggio veramente critico: l'autore si scusa di dover contraddire il Baronio; 9) dai Memoires del Tillemont (Parigi 1693-1712, Venezia 1732) che terminano all'inizio del sec. vi; 10) dalla Chronologia Romanorum pontificum in pariete australi basilicae S. Pauli viae Ostiensis depicta saec. V seu aetate s. Leonis PP. Magni cum additione reliquorum summorum pontificum nostra ad haec usque tempura perducta... di G. Marangoni (Roma 1751), cronotassi che riproduce gli errori della fonte che descrive; 11) dai Regesta pontificum dello Jaffe fino al 1198 e del Potthast fino al 1304: all'inizio di ogni pontificato, gli editori hanno posto un'accurata notizia cronologica necessaria per fissare le date delle lettere (identico scopo ha l'elenco dei p. da Adriano I con le date della loro elezione, consacrazione e coronazione redatto da H. Grotefend, Taschenbuch der Zeitrechnung des deutschen Mittelalters u. der Neuzeit, $6^{a}$ ed., Hannover 1928, pp. 117-24); 12) dalle più recenti storie della Chiesa dell'Hergenröther-Kirsch, del Duchesne (cf. le tavole cronologiche critiche fino a Pio II pubblicate nel Lib. Pont., I, pp. Cclx-xit; II, pp. LxxvviII, del Funk, di Fliche-Martin, ecc.; e quelle del papato: Pastor, Seppelt, Caspar, ecc.; 13) dalla Hierarchia catholica dell'Eubel, dal 1198 in poi.

Il p. Ehrle, bibliotecario della Vaticana, pubblicò nella Gerarchia cattolica del 1904 e 1905 una cronotassi pontificia secondo il Liber Pontificalis e le sue fonti, edito dal Duchesne, per offrire agli ecclesiastici una guida sicura e di facile consultazione. La fatica dell'Ehrle non fu gradita dai più, e non venne più riprodotta a causa di intemperanti polemiche suscitate da persone di scarsa cultura storica, le quali preferivano che si continuasse a seguire la serie dei p. di S. Paolo con tutti i suoi errori. La serie dei p. secondo i medaglioni di S. Paolo era infatti riprodotta sin dal 1806 nelle Notizie del Craczo, dal 1862 nell'Annuario pontificio, dal 1871 nella Gerarchia cattolica e nuovamente dal 1913 al 1946 nell'Annuario pontificio. Nel 1947 la direzione dell'Annuario pontificio sostituì la vecchia e anacronistica cronotassi di S. Paolo con una veramente critica, dovuta al Prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano, mons. A. Mercati, il quale ha debitamente aggiornato la serie dei p. dell'Ehrle.

La cronotassi papale Duchesne-Ehrle-Mercati, essendo sinora la migliore, si è creduto bene di riprodurla con qualche ritocco, soprattutto nella parte che riguarda gli antipapi (v.). Da notare che le date assegnate da Lino sino a Pio I sono soltanto approssimative; più sicure, ma non precise all'unità, sono quelle da Aniceto a Callisto. Gli antipapi autentici hanno il nome stampato in corsivo; le date precedute da un asterisco significano che l'inizio del pontificato non fu legittimo; i nomi in corsivo preceduti da asterisco indicano gli antipapi dubbi; in tondo, gli antipapi impropriamente detti o i p. che non son tali, come Stefano II. Quando all'inizio del pontificato ci sono due date, la prima si riferisce alla electio, la seconda alla ordinatio o consecratio (eventuale) e alla coronatio; nel caso siano indicate tre date, la terza si riferisce alla coronatio quando è disdinta dalla consecratio.

L'anno del pontificato si computava a partire dalla coronatio. Prima di tale data la condizione di eletto veniva posta in evidenza nei documenti pontifici sia nella

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dotatio sia nell'intitulatio (p. es., *Benedictus presbiter et in Dei nomine electus Sanctae Sedis apostolicae * [Benedetto II] : cf. C. Silva Tarouca, Nuovi studi sulle antiche lettere dei p., I, Romo 1932, p. 53). La formula electus è prescritta anche dal cerimoniere pontificio Patrisi Piccolomini (cf. C. Marcello, op.cit., c. VIII ${ }^{\mathrm{v}}$ : «Innocentius electus servus servorum Dei * [Innocenzo VIII]). Cronotassi papale.
S. Pietro, di Bethsaida in Galilea, Principe degli Apostoli, m. martire a Roma tra il 64 e il 67.
S. Lino, della Tuscia, 67-76 [67-79].
S. Anacleto o Cleto, Romano, 76-88 [79-91].
S. Clemente, Romano, 88-97 [92-101].
S. Evaristo, Greco, 97-105 [101-105].
S. Alessandro I, Romano, 105-115 [109-119].
S. Sisto I, Romano, 115-125.
S. Telesforo, Greco, 125-136.
S. Iorno, Greco, 136-140 [138-142].
S. Pio I, di Aquileia, 140-155.
S. Aniceto, Siro, 155-166.
S. Sotero, della Campania, 166-175.
S. Eleuterio, di Nicopoli nell'Epiro, 175-189.
S. Vittore I, Africano, 189-199.
S. Zefirino, Romano, 199-217.
S. Callisto I, Romano, 217 - 14 ott. 222.
S. Ippolito, Romano, 217-235.
S. Urbano I, Romano, 222-230.
S. Ponziano, Romano, 21 luglio 230 - 28 sett. 235.
S. Antero, Greco, 21 nov. 235 - 3 genn. 236.
S. Fabiano, Romano, 10 genn. $236-20$ genn. 250.
S. Cornelio, Romano, ... marzo 251 - ... giugno 253. Novaziano, Romano, 251, m. ca. 258.
S. Lucio I, Romano, 25 giugno 253 - 5 marzo 254.
S. Stefano I, Romano, 12 maggio 254 - 2 ag. 257.
S. Sisto II, Greco, 30 ag. 257 - 6 ag. 258.
S. Dionisio, di patria ignota, 22 luglio 259 - 26 dic. 268.
S. Felice I, Romano, 5 genn. 269 - 30 dic. 274.
S. Eutichiano, di Luni, 4 genn. 275 - 8 dic. 283.
S. Caio, Dalmata, 17 dic. 283 - 22 apr. 296.
S. Marcellino, Romano, 30 giugno 296 - 25 ott. 304.
S. Marcello I, Romano, 27 maggio (o 26 giugno) 308 16 genn. 309.
S. Eusebio, Greco, 18 apr. 309 (o 310) - 17 ag. 309 (o 310). *Eraclio, 309 o 310.
S. Milziade, Africano, 2 luglio 311 - 11 genn. 314.
S. Silvestro I, Romano, 31 genn. 314 - 31 dic. 335.
S. Marco, Romano, 18 genn. 336 - 7 ott. 336.
S. Giulio I, Romano, 6 febbr. 337 - 12 apr. 352.

Liberio, Romano, 17 maggio 352 - 24 sett. 366.
Felice II, Romano, ...355-22 nov. 365.
S. Damaso I, Romano, ${ }^{\circ}$ ott. 366 - 11 dic. 384.

Ursino, diacono romano, 366-367, m. dopo il 381.
S. Siricio, Romano, 15022 o 29 dic. $384-26$ nov. 399.
S. Anastasio I, Romano, 27 nov. 399 - 19 dic. 401.
S. Innocenzo I, di Albano, 22 dic. 401 - 12 marzo 417.
S. Zosimo, Greco, 18 marzo 417 - 26 dic. 418.
S. Bonifacio I, Romano, 28, 29 dic. 418 - 4 sett. 422.

Eulafio, arcid. romano, 27, 29 dic. 418 - 29 marzo 419.
S. Celestino I, della Campania, 10 sett. 422 - 27 lug. 432.
S. Sisto III, Romano, 31 luglio 432 - 19 ag. 440.
S. Leone I, Magno, della Tuscia, 29 sett. 440-10 nov. 461.
S. Ilaro, Sardo, 19 nov. 461 - 29 febbr. 468.
S. Simplicio, di Tivoli, 3 marzo 468 - 10 marzo 483.
S. Felice III (II), Romano, 13 marzo 483 - $1^{\circ}$ marzo 492.
S. Gelasio I, Africano, $1^{\circ}$ marzo 492 - 21 nov. 496.

Anastasio II, Romano, 24 nov 496 - 19 nov. 498.
S. Simmaco, Sardo, 22 nov. 498 - 19 luglio 514.

Lorenzo, arciprete romano, 498, 501-507.
S. Ormizda, di Frosinone, 20 luglio 514 - 6 ag. 523.
S. Giovanni I, della Tuscia, martire, 13 ag. 523 - 18 maggio 526.
S. Felice IV (III), del Sannio, 12 sett. 526