o 1926; Gaetan du St Nom de Marie, Oration et ascension mystique de st Paul de la Croix, Lovanio 1930; id., Doctrine de st Paul de la Croix sur l'oraison et la mystique, ivi 1932; J. Lebreton, St Paul de la Croix, in Tu solus sanctus, ivi 1948, pp. 213-36; anon., Vox Patris: Massime spirituali di s. P. della C., Torino 1940.
Giacinto del S.mo Crocifisso
PAOLO Diacono. - Monaco e storico. Quel che si sa della sua vita si ricava quasi esclusivamente dalle sue opere. Di nobile famiglia longobarda stabilitasi a Cividale del Friuli sino dalla conquista, ebbe per padre Warnefrit, per madre Teudelinda; egli stesso ricorda il fratello Arichi e una sorella monaca.
Fu educato alla corte di Pavia, dove ebbe per maestro un Flaviano, nipote del grammatico Felice, e fece parte del clero palatino. Protetto dal re Rachis, stette poi presso il re Desiderio che gli affidò l'educazione della figlia Adelperga ed accompagnò questa principessa a Benevento quando andò sposa al duca Arichi. A lei verso il 768 offrì la sua Historia Romana: continuazione di quella di Eutropio condotta sino al tempo di Giustiniano. La caduta del Regno longobardo ridusse alla miseria la famiglia di P . e costrinse lui stesso a trovare rifugio facendosi monaco a Montecassino che allora andava sempre più fiorendo; tante disgrazie indussero nel 782 P . a chiedere pietà a Carlomagno per sé e per i suoi; questi lo chiamò alla sua corte quale maestro accanto all'altro

ida A. Montcverdi, P. D., in Monars starche foragiallosi, 25 (1696, rev. 1. 1) Paolo Diacono - Ritratto di P. D. Miniatura (see, 21) della Paull Diaconi Historia Romana - Firenze, cod. Laurenz. 33, c. 340 .
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(per cortesia di mass. A. P. Frutis)
Paolo Diacono - Collezione di lettere di s. Gregorio Magno, compilata da P. D. e inviata ad Adalardo. Si tratta probabilmente dell'autografo - Leningrado, Biblioteca, cod. lat. F. v. I. 7, f. $39^{\circ}$.
"grammatico" Pietro di Pisa. Qui P., oltre all'insegnare quel poco di greco che sapeva, lasciò libero il suo estro di poetare e fra l'altro, per compiacere Angilramno vescovo di Metz, compose in versi, poco dopo il 783 , il suo Libellus de numero vel ordine episcoporum qui sibi ab ipso praedicationis exordio in Metrenii civitate successerunt, che servì in seguito di modello per analoghe compilazioni. Oltre agli estratti di Pompeo Festo, P. compilò pure una raccolta di omelie di Padri per uso liturgico e pratico dei vescovi franchi, che fu largamente usata. Dopo ca. quattro anni, verso il 786 P. ritornò al desiderato Montecassino dove compilò una Vita di s. Gregorio Magno ed una scelta delle lettere di questo Pontefice per assecondare il desiderio dell'amico Adalardo abate di Corbia. Una Expositio super Regulam sancti Benedicti, la prima del genere, è opera molto probabilmente di quest'ultimo periodo della vita di P. durante il quale attese anche, secondo la comune opinione, a scrivere la Historia Langobardorum che egli conduce dalle leggendarie origini sino alla morte del re Liutprando. A questa soprattutto rimase legata la fama di P.; egli è infatti l'unico storico della sua gente, e ne scrisse con affetto filiale, pur non nascondendone la barbarie primigenia. Il materiale documentario era ben scarso e P. non rifuggì dal servirsi delle leggende epiche o dei ricordi tradizionali, vivi ancora nel suo ducato friulano. Utilizzò una Historia di Secondo di Trento, l'Editto di Rotari e l'Origo gentis Langobardorum che con questo va di solito unita, qualche documento della chiesa di Aquileia, le biografie del Liber Pontificalis, un catalogo delle provincie romane, qualche iscrizione e le opere di s. Gregorio Magno. Ebbe sotto gli occhi le opere di Jordanes, di s. Isidoro di Siviglia, di s. Gregorio di Tours e di s. Beda. Non furono senza influsso Plinio, Virgilio e Servio, suo commentatore, altri poeti e storici latini; di modo che P. ci inferma anche sulla sua cultura, che certo non era poca per i tempi suoi; cultura attestata pure dai suoi versi, scritti per lo più con buona metrica e spesso con vera sensibilità poetica. Con Paolino d'Aquileia, P. è buon testimonio di quanto potesse l'Italia longobarda nel campo della cultura nel sec. viri si da potere contribuire alla rinascita carolingia. P. morì infatti sul finire di quel secolo.
BIBL. : opere: PL 95, p. 412 sgg. In particolare: Historia Romana per cura di Crivellucci (Fontes), Roma 1914; per i
versi: MGH, Poetae aovi Carolini, I (1881), pp. 35-86; K. Neff, Die Gedichte des Paulus Diaconus, Monaco 1908 con ampio commento ed indagini biografiche; per l'Hist. Langob.: MGH, Scriptores rerum Langobard., II (1878), pp. 12-187 (con una ed. in usum scholarum); per l'Expositio super Regulam: Bibliotheca Cattolica, IV, Flovilegium, Montecassino 1880; per la Vita beatiss. Gregorii Papae, ed. H. Grisai, in Zeitalia, für Kat. Theol., II (1887), pp. 138-73. - Studi: Manitius, I. v. indice; P. Nocati, Le origini, Milano 1926, pp. 88-95; P. Paschini, Memorie stor. su uomini ed avvenimenti del Friuli, ecc., in Memorie stor. Iacopulienti, 8 (1912), pp. 13 sgg.; Miscell. di studi intorno a P. D., ibid., 25 (1929); O. Dobiid-Rondostevenskala, Itinéraire de Paul... en 167-766 et les premiers pas de la minuscule de Cividale en Frioul, ibid., 27 (1931), pp. 33-72; D. Bianchi, Storia, leggenda e meraviglioso in P. D., ibid., 30 (1934), pp. i-16; id., L'elemento epico nella - Hist. Langob - di P. D., ibid., pp. 117169, 31 (1932), pp. 1-74; 39 (1936), pp. 1-72; id., De P. D. all'anonimo salerastano, ibid., 37 (1938), pp. 27-64. Pio Paschini
PAOLO, vescovo di Léon, santo. - Nacque a Penhoen (Bretagna), verso il 487 . Fin da bambino si diede allo studio della S. Scrittura sotto la guida di s. Iltuto.
Desideroso di quiete, a sedici anni si ritirò in un luogo solitario vivendo in preghiera e penitenza. Vago ancora per altri luoghi e fu successivamente nell'isola di Ouessant e presso Ploudelmezau dove edificò un monastero. Nominato vescovo di Léon dal re Childerico, si adoperò molto per l'incremento spirituale della diocesi. Rinunziò in seguito al governo pastorale e si ritirò nell'isola di Bath, dove morì quasi centenario nel 375 ca . E venerato nella Bretagna e presso i Benedettini; festa il 12 marzo.
BIBL.: Acta SS. Martii, II. Parizi 1865, pp. 107-19; E. Pkane, Vita s. Pauli, in Anal. Bull., I (1882), pp. 208-58. Agostino Amore
PAOLO I, PAPA, santo. - Oriundo da nobile famiglia romana, m. a Roma il 28 giugno 767.
Ebbe varie missioni diplomatiche e alla morte del fratello Stefano II ( 26 apr. 757) fu eletto a succedergli, mentre il partito bizantineggiante gli opponeva l'arcidiacono Teofilatto. P. notificò la sua elezione al re dei Franchi, Pipino, senza peraltro chiedergli alcuna conferma, e il 29 maggio, vinta l'opposizione del partito avverso, fu consacrato.
Il suo pontificato fu speso principalmente nello sforzo di consolidare il sorgente Stato pontificio contro l'invadenza dei Longobardi. A tale scopo P. si tenne in continua relazione con il re Pipino, invocando ripetutamente il suo intervento, per vincere l'ostinazione di Desiderio che rifiutava di conseguire le citta di Bologna, Imola, Ancona e Numana promesse a Stefano II. Pipino, anziché accettare il protettorato offertogli dei Ducati di Spoleto e Benevento, intervenne nella controversia con intenti consiliativi, sperando di alleare Desiderio e P. I contro la possibilità di un attacco bizantino. Nel 760 tra il Papa e il Re longobardo parve raggiunta un'intesa che fu confermata solo nel Convegno di Roma del 763 , mentre Dedederio riusci a sottrarsi a quasi tutti gli impegni precedentemente assunti.
In Oriente, dove infieriva sempre più violenta la persecuzione iconoclastica, P. I inviò nel 763 una legazione a Costantino V Copronimo, che tentò di alienare Pipino da P. I, per mezzo del segretario imperiale Giorgio e del

(da F. Serebai, La morale e le belle plumbea pontifcic dis Medaglieis vaticano, IV, Mibina 166, ver. 8, n. 7) Paolo I, papa, santo - Bolla plumbea.
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(16) L. Schiaparelli, It codic, CCCCXI. dello Biblioteca capitolare di
Larion, Roma 1871, cor. M
PAOLO I, PAPA, santo - Notizie biografice di P. I nel Liber Pontificalis - Lucca, Biblioteca capitolare, cod. 490, fol. $183^{7}$ (fine sec. viII).
presbitero romano Marino. Ma Pipino non accettò trattative con i messi imperiali se non alla presenza dei legati pontifici e nel Sinodo di Gentilly (Pasqua 767), nel quale "inter Romanos et Graecos" si discusse della S.ma Trinità e delle zante immagini, pare che Pipino favorisse il punto di vista romano. P. I, ritiratosi a S. Paolo fuori le Mura per ripararsi dal caldo eccessivo dell'estate 767 , vi mori e dopo tre mesi fu trasportato nella Basilica Vaticana.
Egli ebbe grandi meriti nel campo dell'edilizia sacra: nella basilica di S. Pietro fece costruire due oratori alla Vergine e tra l'altro trasformò il Palazzo paterno in Via Lata nel monastero dei SS. Stefano e Silvestro che affidò a monaci orientali profughi della persecuzione iconoclastica. Riprese pure le traslazioni dei corpi santi dai cimiteri suburbani ormai abbandonati, distribuendoli nelle varie chiese di Roma. Di P. I è ricordata la carità che egli esercitò largamente verso i poveri e bisognosi di ogni genere, ma l'eccessiva durezza degli "iniqui satellites" rese a molti gravoso il suo governo. Pasta il 28 giugno.
Biel.: parte delle lettere di P. I (di carattere quasi esclusivamente politico) sono conservate nel Codex Carolinus (ed. in PL 98, 134-228 e in MGH. Epist.. III, pp. 12-42; Lib. Pont., I, pp. 463467); Acta SS. Junii, V, Venezia 1744, pp. 378-83; P. Kehr, Uber die Chronologie der Briefe Papst Pauls I. in Codex Carolinus, in Nachr. von d. Königl. Gesellschaft d. Wissenschaft zu Göttingen, Philol.-hist. Kl., 2 (1896), pp. 103-57; M. Baumont, Le pontificat de P. I (737-767), in Mélanges d'archéol. et d'hist., 47 (1930), pp. 7-24; G. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 283-624 e passim (v. indice); L. Duchesne, I primi tempi dello Stato pontificio, trad. it., Torino 1947, pp. 54-72; Fliche-Martin-Frutaz, VI, pp. 17-32.
Stanislas Majerelli
PAOLO II, PAPA. - Pietro Barbo, figlio di una sorella di Eugenio IV, n. a Venezia il 23 febbr. 1417, m. a Roma il 26 luglio 1471. Fu creato cardinale dallo zio il $1^{\circ}$ luglio 1440 ; ebbe il vescovato di
Vicenza il 16 giugno 1451 da Niccolò V, e poi da Pio II quello di Padova il 9 marzo 1459, al quale però rinunciò il 26 marzo 1460 . Da cardinale cominciò la grande mole del Palazzo col giardino, annesso al suo titolo presbiteriale di S. Marco, e si dimostrò appassionato raccoglitore di gemme, antichità, medaglie ed oggetti d'arte; meno favore dimostrò per gli umanisti, parendogli che indirizzassero malamente la gioventù. Creato pontefice il 30 ag. 1464, professò di non ritenersi vincolato dalla capitolazione elettorale conclusa e giurata durante il conclave, come quella che ledeva la legittima autorità del pontefice.
Tenne con grande mitezza il governo e si adoperò a reprimere le fazioni e le private rappresaglie che turbavano l'ordine e la pace nell'Urbe, provvide all'annona e favori l'agricoltura; sottopose ad una revisione gli statuti della città (1469) per migliorare la pubblica amministrazione; promosse i pubblici divertimenti. Per la sicurezza del patrimonio debellò gli Anguillara e nell'estate 1469 si adoperò a rimettere l'ordine in Romagna e la pace in Italia. Tentò invano di promuovere una spedizione contro i Turchi che allargavano le conquate nella Grecia e nelle isole Egee e non volle riconoscere re di Boemia Giorgio Podiebrad perché favorevole agli oretici. Accolse a Roma Federico III imperatore nel Satsie del 1468, Giorgio Scanderbeg nel 1466, Borso d'Este nel 1471, allora creato duca; diede ricetto a Caterina regina di Bosnia, profuga dal suo Regno nel 1467; provvide alla riorganizzazione dei cavalieri di Rodi. Nel riordinamento della Curia volle ridurre il numero degli abbreviatori provocando le ire dei curiali colpiti ( 1464 ), particolarmente di Bartolomeo Platina che insolenti contro il Papa e fu anche imprigionato. Si parlò in seguito anche di propositi rivoluzionari da parte di coloro che insieme con Pomponio Leto componevano l'Accademia Romana, quasi intendessero ripetere le gesta di Stefano Porcari, profittando di tumulti scoppiati nel 1468 . Di fronte ad un'inchiesta, alcuni fuggirono, altri come Pomponio ed il Platina furono sottoposti a processo, ma non essendosi trovato nulla di positivo contro di loro, nella primavera del 1469 furono rimessi in libertà.
Il Papa fu sepolto nella Basilica Vaticana, ma il suo grandioso sepolcro andò scomposto nella ricostruzione di questa. - Vedi tav. LIV.
Bial.: le Fire di P. II di Gaspare da Verona e Michele Canensi a cura di G. Zippel, in RIS, III, in, fasce. LIII-LxviI; i due biografi sono contemporanei e bene informati; ne scrive la biografia anche il Platino nelle sue Vitae Pontificum, con grande spirito di amarezza e di risentimento; Pastor, II, pp. 277-426 e bibl. ivi citato; Pio Paschini, Roma nel Rinascimento, Bologna 1940, pp. 213-38.
Roberto Palmarocchi
PAOLO III, PAPA. - Alessandro Farnese, n. a Canino nel febbr. 1468, apparteneva alla famiglia baronale Farnese, con possedimenti sul lago di Bolsena ed a sud di Viterbo. Ricevuta un'educazione umanistica a Roma e a Firenze, fu nominato cardinale nel 1493 da Alessandro VI (che aveva rapporti illegali con la sorella di lui, Giulia). Amministrò i vescovati di Corneto, Montefiascone, Parma (dove fu suo vicario generale Bartolomeo Guidiccioni, più tardi cardinale) e di Benevento; ricevette però in

(let. Enc. Celt.)
Paolo II, Papa - Ministero, Particolare del fregio del fol. I del Codice contenente le Antichita romane di Dionigi di Alicarnasso (Treviso 1480) Bibloteca Vaticana, cod. Vat. lat. 1819.
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quell'epoca soltanto gli Ordini minori. Da una relazione con una nobile romana ebbe due figli, Pierluigi e Paolo, più tardi un terzo figlio Ranuccio ed una figlia Costanza. Molto stimato per la sua saggezza politica e per la sua grande esperienza, ebbe nel 1524 il vescovato di Ostia e divenne decano del S. Collegio. Si tenne lontano dalla politica infelice di Clemente VII. Il 13 ott. 1534 fu eletto papa dopo un sol giorno di Conclave e annunciò subito come suo programma il concilio e la riforma.
Mentre la convocazione del Concilio a Mantova e a Vicenza, malgrado le numerose proroghe, non ebbe seguito a causa della guerra tra Carlo V e Francesco I, egli diede inizio alla riforma della Chiesa convocando uomini eccellenti nel Collegio dei cardinali come Contarini, Carafa, Pole, Sadolato, Cervini, Cortese, Badia, Morone ed altri. Una commissione per la Riforma, convocata nell'autunno 1536 , gli presentò il 9 marzo 1537 il Consilium de emendanda Ecclesia, il più importante progetto di riforma anteriore al Concilio Tridentino, e, in alcuni punti, fin troppo radicale. Esso fu il punto di partenza di annose discussioni sulla riforma delle autorità curiali, specialmente della Dataria : alcuni abusi furono fermati, però non ci furono cambiamenti energici, specialmente riguardo all'obbligo di residenza per i vescovi. L'approvazione della Compagnia di Gesù del 27 sett. 1540 e l'incremento dei Teatini, Barnabiti, Somaschi, e i tentativi di riforma degli Ordini più antichi, assicurarono alla Chiesa numerosi valenti collaboratori. Fondando l'Inquisizione romana ( 1544 ) egli creò una autorità centrale per la lotta contro il protestantesimo in Italia.
La Pace di Crépy ( 17 sett. 1544) rese possibile il Concilio di Trento, già convocato inutilmente nel 1542. Contro il desiderio dell'Imperatore, che avessero la precedenza le discussioni sulla Riforma, il Papa insistette nella definizione delle controversie dogmatiche, ed approvò il compromesso di Trento, di trattare contemporaneamente dogma e Riforma. Il trasferimento del Concilio a Bologna (i i marzo 1547) a sua insaputa, corrispose però ai suoi desideri. La protesta dell'Imperatore per tale trasferimento, la successiva arbitraria regolarizzazione dei rapporti ecclesiastici della Germania nell'Interim di Augusta, e più di tutto l'assassinio del figlio Pierluigi con la complicità del governatore di Milano Ferrante Gonzaga (io sett. 1547), portarono il Pontefice ad aperto conflitto con Carlo V, conflitto che durò sino alla morte di P. III, il io nov. 1549.
Nella guerra tra Carlo V e Francesco I, P. III fu neutrale, pur inclinando personalmente verso la Francia nella quale vedeva il necessario contrappeso alla superiorità dell'Imperatore, che aveva il predominio in Italia come signore di Milano e di Napoli, e che, secondo il Papa, minacciava l'indipendenza della S. Sede. Alleatosi Francesco I con i Turchi e con i protestanti tedeschi, Carlo V tentò invano, ripetutamente, di indurre il Pontefice ad uscire dalla neutralità. La diffidenza di P. III verso l'Imperatore perdurò anche dopo la stipulazione della Lega (1545) per rovesciare l'alleanza smalcaldica e l'invio in Germania dei suoi nipoti Alessandro ed Ottavio, alla testa delle truppe papali. La pubblicazione della grande scomunica contro Enrico VIII d'Inghilterra (1538) completò lo scisma anglicano, e fallirono anche tutti i tentativi del Pontefice di indurre le potenze continentali a sanzioni economiche e militari.
Alla sua famiglia P. III diede prima il Ducato di Camerino e poi quelli di Parma e di Piacenza, essendo fallite le sue aspirazioni su Milano per l'opposizione clel'Imperatore. La creazione della dinastia dei Farnese a Parma fu l'ultima manifestazione grandiosa di nepotismo papale. E innegabile che l'aspirazione del Papa di dare alla sua famiglia un posto tra le case principesche italiane abbia esercitato il suo influsso in tutta la condotta politica
ed ecclesiastica di P. III. Papa Farnese (il cui fisico ci fu tramandato dai celebri dipinti del 'Tiziano) appartiene alle grandi figure della storia dei papi. Il suo pontificato segna il passaggio dal Rinascimento alla Riforma cattolica: lo splendido monumento di Guglielmo della Porta si trova nell'abside di S. Pietro. - Vedi tav. LV.
Bias. : dopo il Poster. V. sono apparse la importanti monografie di C. Capasso, P. III, 2 voll., Messina 1923; W. Friedensburg, Kaiser Karl V. und Papst Paul III., Lipsia 1932; L. Dorce, La cour du pape Paul III, 2 voll., Parigi 1932; J. Edwards, Paul III. oder die geistliche Gegenreformation, Lipsia 1933; inoltre la critica di H. Jedin, in Historisches Jahrbuch, 54 (1934), p. 239 sgg.; id., Storia del Concilio di Trento, I, Brescia 1949. Hubert Jedin
PAOLO IV, PAPA. - L'elezione al pontificato del card. Marcello Cervini (Marcello II), avvenuta il 10 apr. 1555 , fu come una breccia aperta in favore della riforma cattolica. Il fatto, poi, che dopo la morte di lui fosse eletto a succedergli, il 23 maggio 1555 , per intervento del card. Alessandro Farnese, non Ippolito d'Este, ma il card. decano Giampietro Carafa, dimostrava che l'idea della riforma cattolica non poteva più essere rattenuta.
Il Carafa, n. a Capriglio il 28 giugno 1476 dal ramo napoletano dei baroni Carafa, salì rapidamente, come nipote del card. Oliviero Carafa, la scala delle dignità ecclesiastiche; nel 1505 ebbe il vescovato di Chieti, dove zelò la riforma; nel 1513 andò nunzio in Inghilterra; nel 1515 nella Spagna; nel 1518 fu eletto arcivescovo di Brindisi. Già in questo periodo della sua vita egli seppe congiungere insieme un tenore di vita severamente ascetico e una formazione umanistica, riconosciutagli anche da Etramo. Il soggiorno nella Spagna gli fece conoscere gli sforzi che colà si compivano per la riforma, ma anche inasprirono in lui l'avversione, fondata su tradizioni di famiglia, contro il dominio spagnolo in Italia.
Dopo il suo ritorno a Roma, il Carafa entrò fra i membri dell'oratorio del Divino Amore, si consacrò alle opere di carità e alla riforma delle sue due diocesi di Brindisi e di Chieti. Scelto da Adriano VI a collaboratore della progettata riforma universale della Chiesa, presc, dopo la morte del Papa, la decisione di rinunciare ai suoi vescovati e fondò con s. Gaetano di Thiene l'Ordine dei Teatini, di cui fu il primo superiore. In questo Ordine erano attuati i principi fondamentali della riforma cattolica: farsi vivo esempio agli altri di condotta sacerdotale e di attività apostolica. Espulso dalla città dal Sacco di Roma, il Carafa negli anni seguenti visse la più parte del tempo a Venezia, donde nel 1532 inviò al papa Clemente VII un memoriale sulla riforma della Chiesa e la lotta contro la penetrazione dell'eresia in Italia (la migliore ed. in Concilium Tridentinum, XII, pp. 67-77).
Creato cardinale da Paolo III, il 22 dic. 1536, il Carafa fu membro della Commissione che nel 1537 compose il celebre Consilium de emendanda Ecclesia e si occupò con il card. Conterini (1539-40), quale commissario, per la riforma della Penitenzieria. Fu, fin dal principio, membro della Inquisizione romana e ne diventò nel corso degli anni la vera anima. Dell'arcivescovato di Napoli, assegnatogli il 29 febbr. 1549, non potè per molto tempo entrare in possesso per l'opposizione di Carlo V. Dal 1553 egli fu decano del S. Collegio.
Il Carafa, quantunque alla data della sua elezione contasse già 79 anni, bruciava ancora di zelo per la riforma; della quale la sua vita anteriore sembrava una anticipazione. Ma le intense aspettative degli amici della riforma si cambiarono ben presto in disillusioni, perché il Papa, nella sua profonda avversione contro gli Spagnoli, si lasciò impigliare dal suo indegno e intrigante nipote, Carlo Carafa, in una guerra disgraziata contro la preponderanza spagnola, conchiudendo per questo una lega con la Francia. Però l'irruzione del duca d'Alba negli Stati della Chiesa lo costrinse alla Pace di Cave (12 sett. 1557) e così andò a vuoto il tentativo di scalzare il predominio spagnolo in Italia.
Da quel momento il Papa riconcentrò i suoi sforzi nella riforma della Chiesa. Già prima ancora
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RITRATTI DEI PAPI RIPRODOTTI SU MEDAGLIE CONIATE DURANTE I SINGOLI PONTIFICATI. I. Niccolò V; 2. Callisto III; 3. Pio II; 4. Paolo II; 5. Sisto IV; 6. Innocenzo VIII; 7. Alessandro VI; 8. Giulio II; 9. Leone X; 10. Adriano VI; 11. Clemente VII; 12. Paolo III - Medagliere Vaticano.
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dello scoppio della guerra spagnuola, nel 1556, egli aveva istituito una speciale Congregazione, che fosse come la sostituzione del Concilio di Trento, non ancora finito, ma soltanto sospeso, e disegnava di ampliarla a Concilio romano con la chiamata di prelati stranieri. Ma questo disegno non fu attuato; e il Papa, dopo la Pace di Cave, si dedicò piuttosto e con tanto maggior premura, quanto maggiore era stato il ritardo, all'Inquisizione romana, di cui accrebbe straordinariamente le competenze e a capo della quale aveva posto Michele Ghisleri, il futuro papa Pio V. Nel suo zelo per il mantenimento della ortodossia andò così avanti, che fece imprigionare a Castel S. Angelo, su semplice sospetto di eresia, il card. Morone e destituì dalla carica di cardinale legato in Inghilterra, il card. Pole. L'Index librorum prohibitorum, da lui pubblicato sul principio del 1559 (cf. H. Reusch, Die Indices librorum prohibitorum des XVI. Jahrhunderts, Tubinga 1886, p. 176 sgg.) si dimostro impossibile a mandarsi ad effetto, perché, p. es., proibiva tutte le edizioni della Bibbia e dei Padri pubblicate dagli editori protestanti, tanto che s. Pietro Canisio confessava "qui maxime catholici videbantur, severum iudicium improbare audent". Anche la severità draconiana usata contro i monaci apostati o vaganti fuori dei conventi (3 ag. 1558) fallirono allo scopo. Il tentativo di costringere la Compagnia di Gesù a introdurre mutamenti nelle sue Costituzioni e specialmente alle recita dell'Ufficio in coro, andò a monte solo per la morte del Papa.
Il pontificio di P. IV non apportò alla Chiesa la riforma universalmente attesa; tuttavia ne creò la premessa essenziale: l'energia del papa Carafa cambiò totalmente l'aspetto della città di Roma e della Curia romana. Grande coscienziosità usò egli nella scelta dei nuovi cardinali, tra i quali brillarono forti tempe di ecclesiastici, come Ghislieri, Scotti, Reumano, Alfonso Carafa. Quando il Papa venne a sapere dal teatino Geremia la verità circa la vita indegna e la corruzione di suo nipote, il card. Carlo Carafa, e del duca di Paliano, li cacciò ambedue da Roma nel genn. del 1559. Egli rinunciò ai proventi della Dataria quantunque le sue entrate subissero da questo notevoli perdite; proibì ai cardinali di procurarsi regressi ai benefici, perché per questa via indiretta si violavano le leggi canoniche sulla "cumulatio beneficiorum". Con un decreto del 6 marzo 1559 obbligò tutti i vescovi presenti a Roma, che non avessero alcuna carica curiale, od andare nelle loro diacesi e di mantenervi la residenza. Per suo incarico il card. Scotti, il teatino Geremia Isachino e il Sirleto iniziarono la riforma del Messale e del Breviario Romano. Con numerosi altri decreti restaurò a Roma la dignità del culto e la pubblica moralità. L'erezione di 14 nuovi vescovati nei Paesi Bassi diede il 12 maggio 1559 migliore consistenza al cattolicesimo, seriamente minacciato in quelle regioni.
La posteriore riforma tridentina non si può concepire senza lo spirito severo ed energico di papa Carafa. Ma appunto questa severità e il contrastante sgoverno dei nipoti furono la causa che, dopo la sua morte, il 18 ag. 1559 , scoppiassero torbidi a Roma, fosse espugnato il Palazzo della Inquisizione, danneggiata la statua del Papa eretta sul Campidoglio, e poi gettata nel T severe.
Di nessun papa del sec. xvi si ha una così viva descrizione del carattere, come quella che di P. IV ha lasciato l'ambasciatore veneto, Bernardo Navagero, nel 1558 dopo il suo ritorno a Venezia (cf. E.Albèri, Relazioni degli ambasciatori veneti, $2^{\mathrm{a}}$ serie, III, Firenze 1848, p. 379 sgg.). Il suo temperamento vulcanico e l'incapacità a tenere la giusta misura non solo hanno spesso privato di efficacia le misure ecclesiastiche da lui prese, ma anche condotto ad un pericoloso isolamento politico del papato. Ne resta-

Paolo V, papa - Busto di P. V, opera di Gian Lorenzo Bernini - Roma, Galleria Borghese.
rono turbate le relazioni con la Spagna, allora propugnacolo del cattolicesimo. Il Papa entrò in conflitto con Ferdinando I quando questi, nel 1558 , senza prendere alcun previo contatto con lui, accettò di essere eletto imperatore romano. Contro le conclusioni della cosiddetta Pace di Augusta (1553) il cardinal legato Morone protestò invano. In Francia e in Polonia il protestantesimo faceva progressi. Con l'ascesa al trono della regina Elisabetta l'Inghilterra fu definitivamente perduta per la Chiesa. Alla morte del Papa la situazione della Chiesa si mostrava pericolosa, come mai per l'addietro.
I resti di P. IV (m. il 18 ag. 1559) furono trasportati per ordine di Pio V a S. Maria sopra Minerva, dove la Cappella eretta da Oliviero Carafa accoglie il monumento sepolcrale disegnato da Pirro Ligorio. - Vedi tav. LV.
BibL.: Bull. Roman. Taurinense, VI, Roma 1860; le Vite più antiche sono state scritte da due teatini: A. Caracciolo, Vita e gesta di G. P. Carafa, cioè Paolo IV P. M., solo in parte stampata sotto il titolo: Collectanea historica de vita Pauli IV, Colonia 1642 (sui manoscritti cf. Pastor, VI, p. 666 sgg.); C. Bromato (- Bari, Carroza), Storia di P. IV P. M., 2 voll., Ravenna 1748-53. Contro il Pallavicino scrisse un altro teatino, il Maggi, sotto lo pseudonimo di F. Velli, una Difesa del gloriosissimo Pont. P. IV dalle nuove calunnie del moderno scrittore, Torino 1658. - Biogr. più completa : Pastor, VI (1924), pp. 340391. - Studi : R. Ancel, Nonciatures, I, Parigi 1909-11; id., La Sécrétuïrerie pontificale sous P. IV, in Rev. des quest. hist., 79 (1906), pp. 408-70; id., L'activité rëformatrice de P. IV, ibid., 85 (1909), pp. 67-103; id., P. IV et le Concilc, in Rev. d'hist. ecclés., 5 (1904), pp. 716-41; L. Riess, Die Politik Pauls IV. u. seiner Nepoten (Belfino 1902; G. M. Monti, Ricerche su papa P. IV, Benevento 1925; id., Studi sulla riforma cattolica e sul papato nei secc. XVI e XVII, Truni 1941; P. Paschini, S. Gaetano Thiene, Gian Pietro Carafa e le origini dei Chierici teatini, Roma 1926; H. Jedin, Kirchenreform u. Konsilogedanke, in Hist. Jahrb., 54 (1934), pp. 401-31; id., Auslehten zur Reformvittigkeit der Päpste Julius III. u. Paul IV., in Röm. Quersalschr., 42 (1934), pp. 305-22; 43 (1935), pp. 87-156. Hubert Jedin
PAOLO V, papa. - N. a Roma il 17 sett. 1552, m. ivi il 28 genn. 1621. Camillo Borghese, di fa-
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miglia oriunda di Siena, laureato in giurisprudenza, ebbe importanti uffici nella Curia, fu cardinale nel 1596, vicario di Roma nel 1603, eletto pontefice per un accordo tra le fazioni il 16 maggio 1605. Insigne per pietà, onestà, mitezza, larghezza di carità, amore per la giustizia, attività infaticabile, non fu immune dal "piscolo nepotismo"; al nipote Scipione Caffarelli Borghese diede il cognome, la porpora (1605), uffici e benefici in gran numero, e lo tenne per segretario di Stato, pur riservando a sé la trattazione degli affari importanti; agli altri congiunti diede cariche e ricchezze. Assai curante degli interessi dello Stato, confermò ( 30 dic. 1605) il divieto di smembramento del dominio papale; estese i poteri di una Commissione per il buon governo; assicurò la tranquillità pubblica; riformò la magistratura ( $1^{\circ}$ marzo 1612 ), migliorando l'amministrazione della giustizia e provvedendo in particolare ai poveri e ai carcerati; curò l'approvvigionamento, la viabilità, l'igiene, l'edilizia di Roma : promosse l'agricoltura e il commercio, per il quale costruì un porto a Fano. Non seppe, o non volle impedire la progressiva eliminazione dei laici dalla burocrazia; né affrontò una radicale riforma dell'amministrazione finanziaria, ricorrendo invece troppo largamente al prestito.
Pose ogni studio per conservare in Europa e soprattutto in Italia la pace. Si tenne quindi neutrale tra Francia e Spagna, cercando di ravvicinarle, anche per mezzo di vincoli matrimoniali; avversò i disegni di espansione di Enrico IV di Francia e di Carlo Emanuele di Savoia; propugnò la pace tra Venezia e l'Austria nella guerra degli Uscocchi; non si lasciò trascinare a favore di nessuna delle due parti nella guerra di Valtellina, che pure aveva un pretesto religioso.
Evitò di pronunciarsi su questioni teologiche, come quelle relative alla dottrina molinista della Grazia e all'Immacolata Concezione di Maria, e impose ai disputanti silenzio e rispetto dell'opinione avversa. Fu sotto di lui condannato nel 1616 il sistema copernicano (v. GALILEI), e, nel 1622 , portò all'Indice il De coelo del Cremonini.
Di quelli che riteneva diritti inalienabili della fede cattolica e della Chiesa, P. protestava di voler essere difensore " fino alla effusione del sangue ". Rimase memorabile il conflitto con Venezia, cagionato da due leggi restrittive della proprietà ecclesiastica, promulgate dalla Repubblica prima che P. salisse al pontificato, e dalla violazione del privilegio del foro ecclesiastico con l'arresto e la citazione innanzi ai Dieci di due membri del clero. Il Papa condannò questi provvedimenti, minacciando censure (io dic. 1605). La Signoria accentuò l'opposizione ai privilegi della Chiesa; e P. nel Concistoro del 17 apr. 1606 comminò la scomunica al Senato e l'interdetto su tutto il territorio. Seguirono una protesta violenta del Doge e un'aspra lotta contro quelle che erano considerate a Venezia pretensioni indebite della Chiesa e offese ai diritti dello Stato. La lotta fu combattuta sia con l'arma della penna, maneggiata abilmente da giuristi e teologi e in particolare dal teologo di Stato, il dotto servita fra' Paolo Sarpi (v.), che assoli fieramente quelli che asseriva abusi del potere pontificale, sia con mezzi di polizia, ordine di non dar valore alla scomunica e non rispettare l'interdetto, bando e gravi pene a chi disobbedisse : la sottomissione di molta parte del clero e del popolo alla volontà della Signoria fu per P. una grave delusione. Sembrò vicino il pericolo della unione di Venezia con i protestanti; l'annodarsi di interessi politici intorno alla contesa religiosa fece temere una conflagrazione europea. Per la mediazione della Francia, appoggiata dalla Spagna, si venne a un accordo e il Papa concedette l'assoluzione dalle censure (21 apr. 1607); gli era data qualche sodisfazione con il rilascio dei due ecclesiastici, la sospensione delle leggi, la revoca delle misure contro gli obbedienti all'interdetto; ma la questione giurisdizionale rimaneva insoluta; i Gesuiti restarono esclusi da Venezia ancora cinquant'anni. Se la Signoria non ot-
tenne l'appoggio sperato dalle potenze contro il Papato, nemmeno l'autorità di questo ne ebbe vantaggio.
Anche nel resto dell'Europa, il Pontefice volle conservare alla Chiesa le posizioni, che essa teneva, e riconquistare le perdute; ma, alieno da conflitti armati, procedette in generale con una prudenza, che ad alcuni parve allora eccessiva, ed ebbe risultati non sempre felici. Nella contesa per la successione al Ducato di Jülich-Cleves, pure sforzandosi di impedire che questa toccasse a protestanti, volle evitare che ne sortisse una guerra. Nell'Impero procurò di assicurare la successione a casa d'Austria e in particolare a Ferdinando II, cattolico fervente, e di evitare che si facessero ai protestanti concessioni pericolose; ma tollerò che fosse mantenuta la Pace religiosa di Augusta del 1555 e soltanto quando fu inevitabile la guerra indisse un giubileo per implorare l'aiuto di Dio contro i nemici della vera fede (1620), accordò decime e sussidi all'Imperatore e alla Lega cattolica, attese alla conclusione di una lega di potenze cattoliche. In l'rancia P. contrastò i progressi degli ugonotti; e potè considerare come vittoria del Papato l'allontanamento dalla carica di sindaco della Sorbona di Ednvondo Richer, avversario del potere pontificale, il ritiro di un decreto del Parlamento di Parigi, che negava al Papa il diritto di scomunicare e deporre un re divenuto eretico, la cancellazione dai cabiers degli Stati generali del 1614 di una proposta della deputazione parigina del Terzo Stato, che fosse dichiarato per legge che il re teneva la corona da Dio ed era affatto indipendente da qualsiasi potenza straniera spirituale o temporale; si dovette però contentare che i decreti tridentini fossero pubblicati soltanto dal clero, non dall'autorità politica. In Inghilterte il divieto fatto da P. ai cattolici d'insorgere contro Giacomo I non impedì che il Re traesse pretesto dalla partecipazione di alcuni di loro alla famosa congiura delle polveri ( 5 nov. 1605) per coinvolgere i loro correligionari e il Pontefice stesso e imporre ai cattolici un giuramento di fedeltà, che P. condannò con un breve ( 22 sett. 1606) come contrario alla fede e alla salute dell'anima; nonostante gli sforzi del Papa, le condizioni del cattolicesimo nelle isole britanniche, come nella vicina Olanda, restarono molto difficili. In Russia le speranze riposte da P. nell'avventuriero Demetrio per l'adesione alla Chiesa di Roma si rivelarono fallaci e provocarono più fiera ostilità contro i Latini. Né la concessione fatta da P. ai Ruteni di conservare il loro rito valse a vincere la violenta opposizione degli scismatici all'unione con Roma.
Ma l'operosità di P. nel campo religioso si manifestò soprattutto nel promuovere l'attuazione della riforma cattolica. Diede come esempio al clero e ai fedeli Carlo Borromeo e Francesca Romana canonizzati; Tommaso di Villanova, Pasquale Baylon, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Filippo Neri, Teresa di Gesù, ch'egli proclamò, con altri, beati. Rionovò (19 ott. 1605) l'obbligo della residenza ai vescovi, non ammettendo eccezioni. Riformò Ordini religiosi; elevò a Ordini i Fatebenefratelli di Giovanni di Dio e i Camilliani, a Congregazioni autonome i Cappuccini e gli Scolopi; diede una nuova approvazione agli statuti della Compagnia di Gesù e la favorì largamente. Conferi ai sacri riti regolarità e maestà con la pubblicazione e l'imposizione del Rituale Romanum (20 giugno 1614); provvide alla migliore conservazione dei documenti della S. Sede, raccogliendoli in un Archivio segreto; per suo impulso il Bellarmino compose il catechismo per la gioventù. L'effetto dell'opera sua fu notevole, anche se non in tutto rispondente ai suoi desideri. Rifiort in Roma e in molti paesi cattolici la vita religiosa: per la Francia ebbero particolare importanza la fondazione (1618) della nuova Congregazione benedettina di S. Mauro, a cui appartennero quei Maurini, che lasciarono orma così profonda anche nel campo degli studi, la diffusione delle Orsoline, la fondazione dell'Ordine della Visitazione.
Larghissimo appoggio diede P. all'attività missionaria: fa testimonianza della sua larghezza di vedute in questo campo la concessione da lui fatta ai Cinesi di usare nel breviario, nella liturgia, nell'amministrazione dei Sacramenti la loro lingua. Per le missioni dei Carmelitani Scalzi P. fondò a Roma un seminario e una scuola superiore. Sotto il suo pontificato fu riorganizzata la gerarchia
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cattolica nell'America e sorsero le prime Riduzioni gesuitiche nel Paraguay.
Il mecenatismo larghissimo di P. si volse soprattutto al campo dell'arte. Mentre era demolito quanto restava dell'antica basilica di S. Pietro, minacciante rovina, e raccolta nelle Grotte la maggior parte dei suoi monumenti e ricordi preziosi, fu trasformata su disegno del Maderno la costruzione michelangiolesca a croce greca nell'attuale, assai più vasta, a croce latina, fabbricata la vòlta delle navate, decorata la cupola, aperta la Confessione; furono eretti l'atrio e la facciata, sulla quale campeggia il nome di Paolo V Borghese. A S. Maria Maggiore P. fece edificare e adornare di affreschi del Reni e di altri pittori celebrati la Cappella che ha il nome della famiglia, e dov'è il suo scpolcro; innanzi alla Basilica fece inalzare la colonna tulta dalla basilica di Massenzio e sormontata dalla statua della Vergine. In Vaticano furono erette la Cappella Paolina e quella della S.ma Annunziata, ampliata e abbellita la Biblioteca, aperte fontane, collocato il portone di bronzo: nel Palazzo del Quirinale, residenza estiva del Pontefice, furono, fra altri lavori, eseguiti la Cappella e il portale. L'acquedotto di Traiano, restaurato e chiamato "Acqua Paola", alimentava la monumentale fontana del Gianicolo, l'altra presso Ponte Sisto e quella del Maderno in Piazza S. Pietro. In Campo Marzio P. acquistò e fece ingrandire un palazzo, mentre altro palazzo, ora Rospigliosi, presso S. Pictro, e la villa Borghese sorgevano per opera del cardinale nipote.
Non segnalato per avvenimenti clamorosi, il pontificato di P. V lasciò tuttavia tracce profonde nella vita della Chiesa e nella creazione della Roma papale.
Bibl.: Pastor. XII, e opere ivi citate. V. anche l'articolo di L. Marchal, in DToC. XII, coll. 23-37 e relativa bibl.: inoltre C. P. De Magnario, Per la storia del compasimento della cantica tra la Repubblica vencia e P. V (1603-1607), Torino 1941; L. Lupetegui, La secretaria de Estado de Paulo V y la composición del "Defensio Fidel" de Suárez, in Gregorianum, 27 (1946), pp. 584-96; J. Pou y Marti, La intervención española en el canfiato entre Paulo V y Veneria (1603-1607), estratto da Miscellanea Pio Paolitisi, Roma 1949; cf. pure le voci galllei, gallico: mOLINISMO; SARPI, PAOLO.
Giovanni Battista Picotti
PAOLO I Romanoff, imperatore di Russia. N. il 20 sett. 1754, m. a Pietroburgo il 12 marzo 1801. Figlio di Pietro III e di Caterina II, non seppe mai perdonare alla madre il colpo di Stato del 1762 con cui essa si era impadronita del potere mediante l'assassinio di Pietro; cadde perciò in disgrazia della Zarina che praticamente lo relegò nella tenuta di Gattina, dove egli attese sino al 1796 il momento di cingere a sua volta la corona.
Salito al trono, eresse a sistema di governo il rovesciamento totale della politica di Caterina: soltanto il desiderio di contrastare i progressi della Rivoluzione Francese le persiasse a non romperla con l'Austria. Un esercito austro-russo, al comando del Suvaroff, scese in Italia nel 1799 e batté i Francesi, restaurando gli antichi governi. Pochi mesi più tardi P., tipica figura di autocrate, capovolse d'un tratto la linea della sua politica riavvicinandosi alla Francia per simpatia personale verso Napoleone e trattò la stipulazione di un'alleanza franco-russa e di una Lega dei Neutri avversa all'Inghilterra. Tale incostanza e l'esasperato assolutismo del suo governo determinarono un profondo risentimento contro l'Imperatore: nella notte del 12 marzo 1801 un gruppo di ufficiali lo sorprese nelle sue stanze e gli impose l'abdicazione. Il rifiuto gli costò la vita. Pagina caratteristica della vita di P., la protezione da lui accordata all'Ordine di Malta, sebbene fosse di religione "ortodossa", dopo che l'Arcipelago maltese fu occupato dalla Francia. Forse anche per questo seguì una politica di benevolenza per i cattolici del suo Impero e di rispetto per il Pontificato romano.
Bibl.: F. Golovkin, La Cour et le règne du Paul Ier, Parigi 1905; P. Maurande, P. Ier avant l'événement, Parigi 1907; K. Waliszewski, Le fils de la Grande Catherine: P. Ier Empeccat de Russie, IVI 1912.
Renzo U. Montini
PAOLO di Samosata. - Eretico del sec. III, vescovo di Antiochia dal 260 al 268.
I. Vita. - P. appare nella storia soltanto dalla sua assunzione alla sede di Antiochia, nel 260. N. a Samosata da famiglia povera, si acquistò una fortuna considerevole, accresciuta poi come ricevitore delle finanze (ducenario) del re di Palmira, Odenato II, divenuto signore di Antiochia dopo la sconfitta di Valeriano da parte dei Persiani (260), e sostituito alla sua morte, nel 267, dalla vedova Zenobia. Il nuovo prelato assunse subito un comportamento da gran signore. La lettera del Concilio d'Antiochia del 268, che lo condannò, gli attribuisce modi da trafficante, l'accusa di orgoglio e di arroganza, gli rimprovera un fasto mondano, la ricerca di applausi in chiesa, in particolare la soppressione degli inni in onore di Gesù Cristo.
Soprattutto quest'ultimo punto era grave. Il rumore di questa predicazione eretica si diffuse presto fra i cristiani delle province vicine ad Antiochia. Fin dal 264, alcuni vescovi di queste regioni, tra cui Eleno di Tarso e Firmiliano di Cesarea di Cappadocia, si riunirono ad Antiochia per fare un'inchiesta sulla condotta e la dottrina di P. Dionigi d'Alessandria, che era stato invitato, si scusò, adducendo la sua cattiva salute e la sua vecchiaia, ma scrisse alla Chiesa d'Antiochia sulla questione. Quello che avvenne in quest'assemblea è poco noto; si sa soltanto che P., il quale vi comparve come accusato, si adoperò in modo da evitare ogni condanna. Spanto sottile e abile dialettico, riusci a dissimulare il suo errore e promise di emendarsi nella maniera di parlare come nella condotta, ma in realtà continuò ad agire e a insegnare come prima. Pertanto sei dei vescovi che avevano preso parte al Concilio compilarono una formula di fede (la cui autenticità è sufficientemente stabilita) e ordinarono a P. di sottoscriverla (cf. la formula, che è del più alto interesse dogmatico, in G. Bardy [v. bibl.], pp. 13-19). Il vescovo d'Antiochia fu sordo a questo ammonimento e continuò a scandalizzare i fedeli tanto per il suo insegnamento che per la sua condotta. S'imponeva un nuovo concilio, che si riunì ad Antiochia nel 268. I vescovi, in numero di 70 o 80 , esaminarono accuratamente i ricorsi contro il Samusateae. Si trattava soprattutto di mettere in chiaro la sua dottrina e di convincerlo di errore; vi riuscirono, grazie alla insigne cultura del prete Malchione. S'impegnò fra i due una lunga discussione teologica, che fu stenografata. Se ne conservò per molto tempo il testo. I frammenti che restano sono stati riuniti dal Bardy (sp. cit., pp. 34-79). P., condannato e deposto, fu sostituito da Domno, figlio del precedente vescovo, Demetriano. Il Concilio fece conoscere la sua decisione per mezzo di una lettera enciclica indirizzata a Dionigi di Roma, a Massimo d'Alessandria e a tutti i vescovi e al clero della cristianità.
P., forte della protezione di Zenobia, rifiutò di lasciare l'episcopio e poté ancora fare la figura di vescovo per coloro, abbastanza numerosi, che aveva guadagnati alla sua causa. Solo nel 272, al tempo del passaggio dell'imperatore Aureliano ad Antiochia, gli ortodossi poterono rientrare in possesso della "casa della Chiesa", in seguito a ricorso all'Imperatore. Questi "ordinò che la casa fosse attribuita a coloro a cui i vescovi d'Italia e della città di Roma l'avrebbero aggiudicata ". E così P. fu ignominiosamente cacciato dalla chiesa dal braccio secolare (Eusebio, Hist. eccl., VII, 30, 19). Dopo questa repulsione, P. sopravvisse per qualche tempo, difeso da discepoli fedeli alla sua teologia che si organizzarono ad Antiochia in comunità separata. Nel $19^{\circ}$ canone il Concilio di Nicea confermò l'uso di ribattezzarli, quando ritornavano alla Chiesa cattolica. Erano chiamati paulianisti o paulianizzanti; verso la fine del sec. IV, la setta scomparve.
II. Dottrina. - Se ci si attiene alle grandi linee, è facile dare un'idea chiara della dottrina eretica di P. Fu insieme monarchiano e adozianista; negò il dogma della Trinità e quello dell'Incarnazione; per lui non esiste che un solo Dio, il Padre,
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(fot. Alinari)
Paolo di Tebe, santo - S. P. visitato da s. Antonio. Particolare dell'affresco degli Anacoreti nella Tebaide (sec. XIV) - Pisa, Camposanto.
mentre il Verbo e lo Spirito Santo non sono ${ }_{2}^{2}$ vere ipostasi eterne come quella del Padre. Tutt'al più accordo al Verbo una sussistenza transitoria e mal definita. "Riguardo all'Incarnazione egli diceva che il Cristo era un uomo comune» (anon., De sectit, 3, 3: PG 86, 1213-16). Insisteva sulla superiorità di Cristo su Mosè e i profeti; la saggezza divina abitò in lui come in un tempio in grado eccezionale, ma egli non è Dio.
Volendo entrare nei particolari del sistema si deve ricorrere a congetture, poiché mancano fonti sicure. P. non scrisse niente, la sua teologia è nota soltanto attraverso frammenti, che provengono dai resoconti stenografici della discussione tra lui e il prete Malchione e dalla lettera sinodale del 268 . Si ha inoltre, come testimonianza diretta, la lettera dei sei vescovi, scritta dopo il Concilio del 264 . Le testimonianze indirette abbondano a partire dal sec. IV, ma forniscono poche indicazioni precise e s'indugiano quasi sempre sul paragone tra la dottrina di P. e quella di altri eretici, come Artemone e soprattutto Teodoro di Mopsuestia e Nestorio.
BibL.: G. Bardy, Paul de Samosate. Etude historique, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Lovanio 1929: opera fondamentale riassunta in DThC, XII, coll. 46-51. Da segnalare anche l'erudita ma tendenziosa monografia di F. Loofs, Paulus von Samosata (Texte und Untersuchungen, 46, fasc. v), Lipsia 1924 : l'autore tenta provare che la dottrina di P. rappresenta il cristianesimo primitivo; Fliche-MartinFrutaz, II, pp. 337-42. Martino Jugie
PAOLO di Tebe, santo. - Primo eremita, n. verso il 254 nella Tebaide da genitori benestanti. Secondo il suo biografo s. Girolamo, durante la persecuzione di Decio, per timore di essere denunziato come cristiano, fuggì al monte prendendo dimora in una spelonca appartenuta già a falsari di monete.
Quivi condusse per quasi cento anni una vita completamente solitaria in preghiera e penitenza, cibandosi dei frutti delle palme e ricoprendosi con una tunica intessuta con le foglie delle stesse. All'età di 113 anni
ricevette la visita di s. Antonio, allora nonagenario, che aveva saputo per rivelazione la sua dimora. Morì poco dopo questa visita, verso il 341 , e fu s. Antonio che venne a seppellirlo avvolgendolo nel mantello avuto in dono da s. Atanasio, mentre si appropriò della tunica di P. che indossava poi nelle solennità di Pasqua e Pentecoste.
Questa la sostanza della Vita Pauli scritta da s. Girolamo, la quale, se è un gioiello letterario, mostra che l'autore sapeva molto poco del suo protagonista e al di fuori di qualche nota caratteristica - P. eremita, ignoto al mondo, più santo di Antonio - vi ha profuso elementi fantastici e comuni, cosi che già a quel tempo si dubitò della personalità storica di P. L'esistenza di P. non deve però ritenersi una pura invenzione letteraria di s. Girolamo.
Rimane incerta la questione se il P. che compose lo scisma di Ossirinco, di cui si parla nella supplica rivolta nel $383-84$ agli imperatori Valentiniano, Teodosio ed Arcadio dai due preti luciferiani romani Marcellino e Faustino, si debba identificare col nostro P. o si debba ammettere un altro Paolo eremita di Ossirinco. La prima ipotesi avrebbe il vantaggio di mostrare che P. non sarebbe stato poi così ignoto come lo descrive s. Girolamo, ma avrebbe condotto una vita eremitica molto simile a quella di Antonio, ricevendo qualche visita di discepoli e di ammiratori e occupandosi talvolta degli affari della Chiesa. La cronologia invece e la topografia sembrano piuttosto suffragare la distinzione.
Bibl.: s. Girolamo, Vita Pauli, in PL 23, 17-28. Da questa derivano le varie vite greche e orientali, come ha dimostrato J. Bidez, Deux versions grecques inédites de la vie de Paul de Thèbes, publiées avec une introduction, Gand 1900, e rione ora tutti ammettano, eccettuato F. Nau, Le texte original de la Vie de et Paul de Thèbes, in Anal. Bolland., 20 (1901), pp. 121-57, il quale tiene una vita grece per originale e quella di s. Girolamo come semplice traduzione dal greco; H. Delehaye, La personnalité historique de et Paul de Thèbes, in Anal. Bo