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nsieme ed insieme soffriremo per l'amore e l'onore della Chiesa n.

I. P. X e La Pancia. - La situazione, vivente ancora Leone XIII, s'era fatta tesa, quando il 23 dic. 1902 il ministro Combes, senza seguire la normale procedura del nunzio, aveva proposto alla S. Sede, con stile tutt'altro che riguardoso, la nomina di due ecclesiastici a vescovi e il trasferimento di un terzo. Risposta negativa della S. Sede, motivata dal difetto di idoneità dei candidati. Scambio di note tra il governo Ponteuse e la S. Sede con l'evidente intenzione del governo massonico di trovare il pretesto per la rottura del Concordato del 1801. Nell'apr. 1904 Loubet, presidente della Repubblica, contravvenendo alla prassi introdotta dopo il 1870 , visita ufficialmente il Re d'Italia. Immediata protesta della S. Sede. Richiamo dell'ambasciatore presso il Vaticano e proibizione ai vescovi di Digione e di Laval di recarsi a Roma per rispondere all'invito formale del Papa. Rottura delle relazioni diplomatiche ( 30 luglio 1904). La Camera dei deputati e il Senato approvano ( 3 luglio-9 dic. 1904) la legge di separazione della Chiesa dallo Stato e la decadenza del Concordato. Di conseguenza ogni riconoscimento giuridico è negato dalla Repubblica alla Chiesa di Francia. P. X risponde l'rt febbr. 1906 con l'encicl. Vehementer nos e condanna la legge di separazione, denuncia i soprusi del governo: la manomissione dell'Archivio della munziatura, l'incameramento dei beni ecclesiastici, l'abolizione delle congregazioni religiose, l'espulsione dei loro membri; il culto limitato alle sole funzioni di Chiesa; spogliati i vescovi e il clero di ogni contributo statale. Per stoccare i fedeli da Roma ed avere mancipio il clero, il governo propone le associazioni cultuali. P. X sventa le insidie condannandole pubblicamente nell'encicl. Gravissimo uffici munere ( 10 ag. 1906). Con mirabile esempio di concordia e di fedeltà alla Sede romana, vescovi, sacerdoti, religiosi, fedeli sono pronti ad incontrare la fame piuttosto che contravvenire alle direttive pontificie. La Chiesa di Francia, libera da ogni ingerenza statale, guadagna un migliore assetto spirituale e dà grande conforto al cuore del Pontefice che premia tanta fedeltà consacrando 14 nuovi vescovi in S. Pietro. In margine a questa epica lotta tra Chiesa e Stato si insinua l'atteggiamento dell' Action Française, che polarizza i monarchici conservatori ed antidemocratici e tenta di guadagnare adepti. Alla sponda opposta il gruppo dei cattolici repubblicani, i cosiddetti a abbés démocrates n. Eccessi verbali ed atteggiamenti teologicamente errati dei seguaci del Sillon di Marc De Sangnier obbligano P. X a condannare come pericoloso un indirizzo che tende a sottrarre i fedeli alla doverosa disciplina della gerarchia. Altre ammesse affliggono il cuore del Pontefice. In Portogallo la rivoluzione, abbattuta la monarchia, perseguita la Chiesa : i beni ecclesiastici confiscati, le congregazioni religiose soppresse, vescovi e sacerdoti in esilio. In Spagna la rottura delle relazioni diplomatiche rende critica la situazione delle congregazioni religiose. In Germania la levata di scudi

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da parte dei liberali e protestanti per i giudizi contro i riformatori contenuti nell'encicl. Editae saepe ( 26 maggio 1910). Ma accanto alle molte spine non mancano le rose. Nei paesi anglosassoni d'Europa e d'America, la Chiesa riguadagna terreno e si afferma sempre più forte e robusta. Uno spirito di tolleranza le permette di riorganizzare comunità e diocesi.
II. P. X e l'Italia. - Il progresso sempre più aggressivo dei partiti sovversivi e l'ostinata persecuzione delle sètte massoniche rendono anche in Italia preoccupante lo svalgersi della vita cattolica. La benemerita Opera dei Congressi e dei relativi Comitati sparsa come una forte rete per tutte le diocesi tiene organizzati i cattolici, ma l'unico influsso che essa riesce ad esercitare nel campo civico e politico è quello di difesa dei principi morali e di protesta dei diritti conculcati della S. Sede. Eppure la necessità di essere presenti nella vita pubblica si fa di giorno in giorno più grave ed urgente. Perciò P. X nel 1909, pur senza revocare il non expedit (v.), lo tempera lasciando ai vescovi la facoltà di permettere ai cattolici l'accesso alle urne per superiori motivi di pubblico bene. Entrano così 24 cattolici deputati al Parlamento italiano, mentre nelle elezioni del 1913, meglio disciplinata l'azione dall'Unione elettorale cattolica, i deputati eletti si aggirano sul centinaio. Anche la «questione romana» si viene prospettando non più come restaurazione sic et sempliciter del potere temporale, ma piuttosto come garanzia per la libertà e l'indipendenza del Pontefice. Da parte massonica si risponde con un atteggiamento settario ed antistorico: tipico al proposito l'oltraggioso discorso del Nathan, sindaco di Roma e gran maestro della massoneria, per il 20 sett. 1910. Significativa per l'opposto la Settimana sociale dei cattolici a Milano nel 1913 con i discorsi "autorizzati» di mons. A. Rossi e del conte G. Dalla Torre.
III. P. X restauratore della vita cristiana. - «Per far regnare Gesù Cristo nessuna cosa è più necessaria quanto la santità del clero» (lettera al card. Respighi, 1904): è questo il pensiero che guida il Pontefice nel disporre il riordinamento dei seminari romani nel Lateranense, nel promuovere i seminari regionali nell'Italia centrale e meridionale, nel dettare norme uniformi e adatte ai tempi per lo studio e la disciplina degli aspiranti al sacerdozio, nell'inviare visitatori apostolici nei seminari e nelle diocesi, nel favorire lo sviluppo di una sana e soda cultura ecclesiastica. L'origine dell'Istituto Biblico a Roma, vera e propria università di S. Scrittura, la revisione della Volgata affidata ai Benedettini, il motu proprio per lo studio della filosofia di s. Tommaso nelle scuole, sono i principali documenti della sua sollecitudine per avere un clero colto, mentre la celebre esortazione Haerent animo, dettata nell'occasione del giubileo sacerdotale, rimane prezioso codice della vita virtuosa e delle attività pastorali dei ministri di Dio. G. Sarto aveva potuto constatare, sin da giovane cappellano, la precipua causa della apostasia da Dio nella ignoranza religiosa e perciò si era affaticato con l'esempio e l'esortazione a combatterla. Pontefice, con l'encicl. Acerbo nimis del 15 apr. 1905 emana leggi sapienti per l'istruzione catechistica ai fanciulli, ai giovani, agli adulti; con il suo esempio tiene catechismi domenicali al popolo di Roma; ordina la promulgazione del testo unico del catechismo per le diocesi d'Italia; incoraggia convegni per l'apostolato catechistico. Per vivera in Grazia bisogna alimentare l'anima del «pane vivo disceso dal cielo». P. X è a buon diritto chiamato il Papa della Eucaristia, perché con i suoi decreti promosse la pratica della Comunione frequente e quotidiana dei fedeli ( 20 dic. 1907, Sacrosancta Tridentina Synodus), favorl la S. Comunione agli infermi (S. Congr. del Concilio, 7 dic. 1906) offrendo ad essi il conforto di poter ricevere durante la malattia più volte l'Eucaristia, aprì (decr. 28 ag. 1910, Quam singulari Christus amore) ai piccoli, che sanno distinguere il Pane eucaristico dal pane comune, il S. Tabernacola.

Nel quadro dell'educazione cristiana dei fedeli deve intendersi la vasta riforma liturgica operata da P. X: la riforma del Breviario, gli studi per la riforma del Messale e per i libri liturgici della Chiesa orientale. Nel motu proprio del 22 nov. 1903 si dànno norme nuove
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(da Romana Curia a beato Pio X sapienti Censilio spermate. Roma DSI, p. 36)
Pro X, papa, beato - Il primo feghio dell'autografo del b. P. X sul Progetto di riordinamento delle Sorte Congregazioni Romane, Città del Vaticano, Archivio della S. Congregazione concistoriale.
per il ripristino delle melodie gregoriane, per la musica polifonica, per il canto corale dei fedeli.
IV. P. X e l'apostolato dei laici. - Vescovo e patriarca, aveva sempre favorito l'azione dei laici militanti, partecipando a convegni e congressi, difendendone i dirigenti ingiustamente attaccati. Ma non poteva non avvertire che l'Opera dei Congressi e dei Comitati cattolici risentiva il logorio del tempo. Tra gli anziani, ancorati alle posizioni di ieri, e i giovani, ansiosi di aprirsi la via del domani, non ci si intendeva più. Le intemperanze del gruppo giovanile democratico, guidato da Romelo Murri, al Congresso di Bologna (nov. 1905) accelerò la fine. Nel luglio 1904 il Papa scioglie l'Opera dei Congressi, lasciando in vita la II Sezione, quella dell'Azione popolare cristiana e la Società della gioventù cattolica. La piccola pattuglia, solidale con il Murri, si butta alla ribellione e viene condannata. Il grosso frattanto è organizzato nell'Unione popolare, nell'Unione elettorale, nell'Unione economico-sociale, cui nel 1910 il Papa aggiunse l'Unione femminile cattolica. L'encicl. Il fermo proposito dell'1 giugno 1903, festa di Pentecoste, rimane la Magna Charta dell'apostolato dei laici sino al riordinamento di Benedetto XV.
V. P. X e il modernismo. - Preparato dalle condizioni intellettuali e culturali del principio del sec. xx, il modernismo (v.), figlio del soggettivismo kantiano e dell'emotività pseudo-religiosa di Schleiermacher, trova nel simbolismo evoluzionista di Sabatier, applicato alla Rivelazione, un principio suggestivo e comodo, per far passare di contrabbando come genuina scienza la filosofia dell'immanenza e la critica razionalista; e si comincia dagli studi biblici. Nel 1902 A. Loisy (v.) pubblica L'Evangile et l'Eglise, tentando di fare l'apologia della Chiesa con il negarne l'origine divina. E il principio di un franamento sempre più rovinoso e più esteso in Francia (Loisy), in Inghilterra (Tyrrell), in Italia (Buonaiutit) dal campo esegetico si passa con disinvoltura a quello dogmatico, morale,

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giuridico, sociale, letterario. Clamorose defezioni, manovre subdole, propaganda scaltra, agguerrita, multiforme. Il veleno si inocula con impressionante celerità, penetra persino nei seminari, nei chiostri, nelle file del clero e del faicato militante. "Sintesi di tutte le oresie ", " strada all'ateismo ", "scure alla radice della fede n, il modernismo minaccia la purezza della fede, la saldezza della disciplina, la santità della Chiesa. L'intervento appare sin dal principio severo, forte, decisivo, provvidenziale. Il decreto del S. Uffizio Lamentabili del 3 luglio 1907, con cui si condannano le proposizioni erronee (in gran parte tratte dalle opere del Loisy), preludia la magistrale encicl. Pascendi Dominici gregis (iv.j; 7 sett. 1907). Il documento pontificio è diviso in due parti : nella prima una esauriente e lucidissima esposizione del modernismo; nella seconda una serrata e stritolatrice critica che ne dimostra tutta la falsità e ne denuncia le funeste conseguenze per la fede, per la Chiesa, per il mondo. All'enciclica si rispose con violenta e virulente resistenza: la lotta continuò per anni ed ebbe ore di angoscia e di lacrime per P. X che si vide a volte mal compresa e maltrattato anche in settori a lui tanto vicini. Nella lunga vicenda non mancarono le esagerazioni degli ultrazelanti ele malevolenze degli ipocriti; non sempre e non tutti i combattenti seppero mantenersi liberi da possioni di porte e da intemperanze di forma. Ma è ormai acquisito alla storia che s anche nei periodi più difficili, più aspri, più gravi di responsabilità, P. X diede prova di quell'illuminata prudenza che non fa mai difetto nei santi" (Pio XII).

VI. P. X legislatore. - Dal tempo di Sisto V (cost. Immensa, 22 genn. 1587) i dicasteri della Curia romana avevano avuto parziali ritocchi. Le vicende, specialmente dopo il 1870 , rendevano necessaria una completa e generale revisione. Accogliendo di buon animo il desiderio di molti vescovi, memore delle esperienze fatte da vescovo e patriarca, P. X detta egli stesso le linee massive della riforma che affida alla saggezza di una commissione cardinalizia, composta di provetti giuristi. Il 29 giugno 1908 pubblica la cost. Supienti concilio con annesse norme comuni e speciali per il funzionamento delle S. Congregazioni, dei tribunali, degli uffici. All'istituto matrimoniale, fondamento della famiglia cristiana, P. X rivolge speciale cura: la cost. Provida (18 genn. 1906), circa la validità dei matrimoni misti, e il celebre decreto Ne temere della S. Congr. del Concilio (2 ag. 1907), circa la forma giuridica degli sponsali e del matrimonio. Provvedimenti parziali in attesa di più vasto ed universale lavoro. La necessità di accogliere in un unico testo le innumerevoli prescrizioni disseminate nelle decretsli era da tempo sentita, specie da chi doveva applicare il diritto alla cura pastorale. P. X riconoscendola \&troppo necessaria s non la volle più differire. E del 19 marzo 1904 il motu proprio Anduum sane: de Ecclesiae legibus in unum redigendis, con il quale si istituisce la commissione di studio e di compilazione. Egli segue l'immane fatica, si può dire, giorno per giorno: consiglia, esorta, incoraggia, decide. Si consultano vescovi, teologi, giuristi. Si affrontano questioni secolari, si superano ostacoli di varia natura, si concilia alla severa esigenza della legge la multiforme pratica della vita. L'arditissima opera, sebbene veda la luce solamente il 27 maggio 1917, sotto Benedetto XV, rimane sempre * il capolavoro del pontificato di P. X* (Pio XII), ed is [P. X] tamen unus huius codicis hobbendus est auctor (Benedetto XV). Aveva del resto esordito con due costituzioni di storico valore: la Commissum nobis del 20 genn. 1904, che commina la scomunica maggiore a chiunque sedisse presentare nel conclave il veto anche sotto forma di semplice desiderio, e la Facante Sede Apostolica ( 25 dic. 1904) che disciplina i lavori del conclave.
VII. La santita. - Essa emanava da lui costantemente. Il suo sguardo, la sua parola, la sua personalità esprimevano la bontà, la fermezza, la fede. Le udienze e erano una vera e santa missione. Eppure egli ambiva soltanto di essere il sovrano di se stesso. Da questo dominio di sé, vittoria di lunghi anni di lotta sul temperamento ardente, osceava la mitezza di cuore, che la faceva semplice e sereno e buona anche nelle ore più tempestose, in mezzo alle critiche più acerbe, alle calunnie più velenose, nella più amara solitudine. Tra le virtù appariva sovrana
l'umiltà : ricordava all'occasione la sua origine modestissima, evitava gli elogi e se ne schermiva, mal sopportava gli applausi e i complimenti, accettava con amabilità l'altrui parere, sollecitava anzi il giudizio dei cardinali, dei vescovi, dei collaboratori, evitava di dare ad altri la più piccola noia, usava mille attenzioni persino con i servitori. Generoso nel perdonare e nel dimenticare, indulgente con gli erranti non ostinati nell'errore, inesorabile contro gli equivoci e i compromessi, staccato totalmente da ogni bene terreno, da ogni forma anche apparente di favoritismo, visse e mori povero, lasciando alla carità del successore di provvedere alle sorelle che volle rimanessero nell'ombra della loro modestissima condizione. Dal cuore grande i gesti di una carità industriosa, appassionata, eroica, specialmente da pontefice verso i poveri, gli orfanelli, i decaduti, soprattutto per i colpiti dal terremoto siculo-calabrese del 1908. Uomo di intensa orazione, ancora vivente godeva di doni straordinari e di poteri soprannaturali. La sua benedizione operò più volte guarigioni, anche a distanza, che avevano dell'insperato, se non addirittura del prodigioso, guarigioni che egli umilmente dichiarava dovute "al potere delle somme chiavi». Era diffusa la convinzione che egli leggesse con sicurezza nell'intimo dell'animo e prevedesse il futuro con una luce che superava l'intelligenza umana.
VIII. La morte e la gloria. - Il 2 giugno 1914 P. X entrava nell'800 anno di età. La fibra rimasta sempre robusta, nonostante l'allarme al cuore, avvertito ancora nel lontano periodo di vita veneziana, denotava ormai segni di stanchezza. All'orizzonte politico si addensavano nubi foriere di tempesta. Il Papa presentiva il "guerrone", come egli ripeteva agli intimi. L'assassinio a Serajevo dell'arciduca Ferdinando, erede al trono d'Austria, fu la scintilla. Il Pontefice tentò invano di scongiurare la guerra. Postosi a letto per una leggera bronchite il pomeriggio del 15 ag., il 19 peggiorò d'improvviso, e all'una e quindici del 20 ag. l'anima sua entrò nell'eterna pace. Aveva regnato undici anni e 16 giorni. Il mondo commosso si chinò riverente dinanzi alla salma del Pontefice: «La storia ne farà un grande Papa, la Chiesa ne farà un grande Santo e fu detto sin da allora. Nel silenzio delle Grotte Vaticane il sepolcro divenne meta incessante di pellegrini e di oranti. Per voto unanime di tutti i 22 cardinali residenti a Roma, nel febbr. 1923 è promossa la Causa di beatificazione e di canonizzazione, che, conclusi i processi ordinari sulla fama di santità, viene introdotta il 12 febbr. 1943. Costruiti in seguito i processi apostolici, si passa alla discussione sulla eroicità della virtù, che viene proclamata con decreto del 3 sett. 1950. Sanzionati poi dall'autorità della Chiesa i due miracoli richiesti dai sacri canoni, il 4 marzo 1951. Pio XII promulgò il decreto del noto procedi posse. Il 3 giugno 1951 sul sagrato della Basilica Vaticana P. X è proclamato beato. Innumerevoli grazie straordinarie hanno condotto alla sollecita ripresa dalla Causa ( 13 nov. 1951) per il supremo onore degli altari. Le spoglie del Beato riposano sotto la mensa dell'altare della Presentazione, il primo a sinistra di chi entra nella basilica di S. Pietro. Pure nella Basilica, sopra la porta detta "dei musaici», Pier Enrico Astorri di Piacenza ha scolpito nel marmo il Pontefice nella maestà del Triregno, aperte le braccia a supremo olocausto di sé; il monumento è stato inaugurato nel 1923. - Vedi tav. CIV.

Bibl.: Pii X Acta, 5 voll., Roma 1905-14; A. Marchesan, Papa P. X, ivi 1910; F. A. Forbes, Life of Pius X, Londra 1917; B. Pizzani, Vita del servo di Dio P. X, Torino 1905; R. Rosin, Pie X, Pariai 1928; F. Crispolti, Pio IX-Leone XIII-P. X. Benedetto XV (ricordi personali), Milano 1932, pp. 89-139; E. Amann, Pie X, in DThC, XII, II, coll. 1716-40; E. Vercesi, Il pontif. di P. X, Milano 1935; P. V. Facchinetti, L'anima di P. X, ivi 1935; J. Schmuillin, Papstgesch. der neuerten Zeit, III, Monaco 1935, pp. ix-xv; R. Merry del Val, P. X, Impressioni e ricordi, Padova 1949; [F. Antonelli-G. Low], Disputatio circa quacdum oblectiones modum agendi servi Dei Pii X respicientes in modernismi debellatione cum summario additionali ex officio compilato (Iisctio hist., S. RR. Congregatio, 77), Città del Vaticano 1950 (importante lavoro critico): Romana Curia a b. P. X sapienti concilio reformato, ivi 1951; G. Dal Gal, B. P. X, Padova 1951 (ricca di particolari, con giudizi non sempre sereni); F. Antonelli, La Santità di P. X, in Riv. di vita spirituale, 6 (1952), pp. 121-32.

Giovanni Urbani

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Pio XI, papa - Ritratin.
PIO XI, papa - Ambrogio Damiano Achille Ratti, n. a Desio il 31 maggio 1857 da Francesco e Teresa Galli, ambedue di modesta cendizione, m. nella Città del Vaticano il 10 febbr. 1939, mentre stava per compire il $17^{\circ}$ anno di pontificato.
I. Vita e attività fino al 1918. - Due sacerdoti, d. Giuseppe Volonteri a Desio e d. Damiano Ratti a Asso, lo iniziarono agli studi, che proseguì poi, distinguendosi per profondità d'ingegno e assiduità al lavoro, nei Seminari diocesani di Milano e nel Seminario Lombardo di Roma dove fu ordinato sacerdote il 20 dic. 1879. Si laureò nel 1882 in teologia ( 13 marzo) presso la Pont. Facoltà della Sapienza, in diritto canonico ( 9 giugno) presso l'Univ. Gregoriana e in filosofia ( 23 giugno) presso la Pont. Accad. di S. Tommaso. Di ritorno a Milano fu per 5 anni professore di sacra eloquenza e incaricato di un corso speciale di teologia nel Seminario Maggiore. L'8 nov. 1888 ottenne di essere annoverato fra i dottori della Biblioteca Ambrosiana, il cui prefetto, il grande orientalista A. M. Ceriani (v.), lo prese subito a benvolere per le sue doti non comuni di studioso e di indefesso lavoratore. Oltre vari viaggi scientifici per visitare archivi e biblioteche italiane ed estere, il Ratti riordinò la biblioteca della certosa di Pavia (1898) e nel biennio 1905-1907 la Biblioteca e la Pinacoteca Ambrosiana e il Museo Settala; nel 1895 prese parte attiva alla conferenza di S. Gallo per il restauro dei codici, indetta dal p. F. Ehrle; divenuto espertissimo in quest'arte, ebbe l'incarico dal Capitolo del duomo di Milano di ricuperare e restaurare i codici e le pergamene danneggiati nell'incendio dell'Exposizione internazionale di Milano (1906). A lavoro compiuto ( 15 luglio 1914) fu in grado di riconsegnare all'Archivio capitolare 1634 fogli racchiusi in 43 cassettine. Alla morte del Ceriani, fu eletto prefetto dell'Ambrosiana ( 8 marzo 1907) e il 28 apr. dell'anno seguente membro effettivo della R. Deput. di storia patria per le antiche provincie e la Lombardia; già dal 1895 era membro dei R. Istit. lombardo e veneto di scienze e lettere e della Soc. storica lombarda. Durante la sua prefettura, la Bibl. Ambrosiana si arricchì di nuovi fondi e preziosi cimeli tra i quali 16 io manoscritti arabi
provenienti dallo Yemen (1909), il fondo dei manoscritti del Bellotti (1910) e la biblioteca di Villa Pernice con manoscritti e stampati di C. Beccaria (1909-12). Il Ratti fu a contatto con le più alte personalità scientifiche dell'epoca e con alcuni santi italiani, come s. Giovanni Bosco (1885), s. Francesca Saverio Cabrini (1898), il b. Contardo Ferrini, di cui fu intimo amico, e il b. Pio X. Fu proprio questo suo predecessore sulla Cattedra di Pietro che lo scelse, per suggerimento del p. F. Ehrle, quale vice prefetto della Biblioteca Vaticana ( 8 nov. 1911), di cui divenne prefetto in seguito alle dimissioni del p. Ehrle ( $1^{\circ}$ sett. 1914). Il 26 dello stesso mese rinunciava alla prefettura della sua cara Ambrosiana, dove veniva sostituito da mons. Luigi Gramatica. Il Ratti resse la Biblioteca Vaticana in un momento particolarmente difficile a causa del primo conflitto mondiale; ciò nonostante provvide alla fusione dei vari cataloghi degli stampati, curò la continuazione della collezione Studi e Testi e dei cataloghi dei manoscritti, fu promotore dell'ed. fototipica della Geografia di Tolomeo (cod. Urb. gr. 82) e diede incremento al gabinetto del restauro. Rappresentò la Biblioteca Vaticana a Oxford per il VII centenario della nascita di Ruggero Bacone (giugno 1914); lo stesso anno fu fatto canonico vaticano ( 14 sett.) e protonotario apostolico soprannumerario ( 28 ott.); il 14 genn. 1915 fu eletto socio ordinario della P. Accademia romana di archeologia.
II. L'uosio, il sacerdofe e lo studioso. - Temperamento riflessivo e volitivo, il Ratti era dotato d'una intelligenza perspicace e d'una felicissima memoria, ma nel parlare si esprimeva con lentezza adoperando frequentemente una caratteristica progressione sinonimica di aggettivi e di avverbi per riuscire maggiormente esatto e persuasivo, ciò che si riscontra pure nei suoi scritti. Tenacissimo nel lavoro, dimostrò sempre piena padronanza di sé nei pericoli e nelle difficoltà. Notissimi il suo tratto cortese e la sua fedeltà all'amicizia e agli impegni. Amò la montagna e fu vero alpinista, cui si devono ardite conquiste, come la punta Dufour del Monte Rosa dal versante di Macugnaga ( $30-31$ luglio 1889) e la discesa del Monte Bianco per il ghiacciaio del Dôme ( 31 luglio 1890); ambedue gli itinerari sono ora chiamati vie «RattiGrasselli». Il sac. L. Grasselli e le guide valdostane G. Godin e A. Proment furono i compagni preferiti delle sue ascensioni.

Come sacerdote amò intensamente la Chiesa, sentl profondamente la sua dignità di ministro di Dio e il suo dovere di essere innanzitutto un apostolo: fu appellano della colonia tedesca e della casa delle Dame di Nostra Signora del Cenacolo di Milano, dal 1882 al 1914, ove prodigò se stesso nell'Associazione delle mostre cottoliche, nell'assistenza dei piccoli spazzacamini e in molteplici corsi di predicazione e di catechismi; la sua azione sacerdotale mite ed avveduta portò pace e tranquillità in più di una famiglia milanese e spesso uomini notoriamente avversi alla religione ricorsero a lui per consiglio. Particolarmente apprezzata la sua sacerdotale azione nel 1895 per l'organizzazione dell'insegnamento religioso nelle scuole comunali di Milano e nel 1898 in favore dei poveri padri Cappuccini, vittime innocenti della repressione governativa del moto rivoluzionario milanese. Mai ci fu in lui dissidio tra il sacerdote e lo studioso, anche nei momenti in cui più forte circolava il virus razionalistico e modernistico, turbando la fede di non pochi studiosi. Il Ratti si mantenne estraneo alle appassionate lotte politiche e dottrinarie del suo tempo e volle essere innanzitutto un bibliotecario nel senso più vero della parola, e tale riusci al dire dei più competenti dotti che ebbero modo di avvicinarlo sia all'Ambrosiana come alla Vaticana: con generosità e squisitezza di modi profuse agli studiosi che a lui ricorrevano i tesori della sua profonda cultura umanistica e le sue esperienze di palongrafo espertissimo. Il tempo libero delle complesse mansioni di bibliotecario delle grandi raccolte bibliografiche in cui lavorò e che presiedette, lo dedico a dotte ricerche storico-letterarie, soprattutto di storia ecclesiastica lombarda. La sua produzione scientifica comprende ca. una settantina di numeri tra edizioni critiche, monografie, discorsi, articoli e recensioni. Sua costante

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cura fu di studiare con sobricta ed acribia i documenti inediti, che ebbe la fortuna di scoprire, in funzione della storia del periodo cui appartenevano.

Della sua produzione scientifica ci si limita a ricordare : il Liber diurnus del Codice Ambrosiano che fece stampare ( 1889 sgg .) ma non pubblicò; gli Acta Ecclesiae Mediolunensis ab eius iustitis usque ad nostram aetotam, I (inedito), II-IV (Milano 1890, '92, '97), ponderosa raccolta critica degli atti ufficiali della Chiesa milanese fino a tutto il sec. xviII; l'ed. fototipica dell'Omero ambrosiano: Homeri Iliadis pictae fragmenta Ambrosiana (ivi 1905), in collaborazione con A. M. Ceriani; il Missale Ambrosianum duplex (ivi 1913) pubblicato in collaborazione con M. Magistretti; i 23 articoli su s. Carlo pubblicati nel periodico che diresse: S. Carlo Borromeo nel terzo cent. della sua canonizzazione MDCX-MCMX (1908-10): parte del materiale raccolto dal Ratti sul grande arcivescovo milanese è ora presso i Bollandisti; gli studi sul cistercense Ermete Bonomi (1895), su Chiaravalle (1895 sgg.), su s. Agnese di Praga (1896), sul ritratto di s. Ambrogio (1897), sull'omeliario detto di Carlomagno (1900), su Bonvesin de la Riva (1901 sgg.), su Leonardo (1907), su Bonacosa di Beccalòe (1909). L'elenco completo della produzione scientifica del Ratti si trova in Malvezzi e Galbiati (v. bibl.); 27 scritti storico letterari del Ratti sono stati raccolti da G. Faraoni-G. Galbiati : A. Ratti (ora P. XI). Scritti storici (Firenze 1932); gli scritti di argomento alpinistico sono stati raccolti da G. Robba-F. Mauro: Scritti alpinistici del sacerdote dottore A. Ratti (ora P. papa XI), raccolti e pubblicati in occasione del cinquantenario della Sez. di Milano del C. A. I. (Milano 1923).
III. Il visitatore e nunzio apostolico in Polonia. Benedetto XV troncò improvvisamente l'attività scientifica del Ratti nominandolo visitatore apostolico della Polonia e Lituania che erano alla vigilia di diventare reazioni libere e indipendenti; alla Biblioteca Vaticana venne sostituito da Giovanni Mercati, ora cardinale, come pro-prefetto (maggio 1918), poi prefetto ( 23 ott. 1919). Il 19 maggio 1918 il Ratti lasciò Roma portando seco casse di soccorsi per i prigionieri italiani in Germania, ma prima di raggiungere Varsavia toccò Vienna e Berlino per sondare, a nome di Benedetto XV, possibilità di pace. Il 30 maggio, giorno del Corpus Domini, portava per le vie di Varsavia il Santissimo tra l'entusissimo della folla. La sua missione era strettamente religiosa, quindi i contatti con le autorità di occupazione degli Imperi dell'Europa centrale furono assai limitati. Dopo aver presieduto la Conferenza dell'episcopato della provincia di Varsavia ( $19-21$ giugno) pellegrino al santuario nazionale di Jasna Góra presso Czenstochowa ( 15 luglio), iniziando cosí quella lunga serie di viaggi, faticosi e spesso non esenti da pericoli, accompagnato dal suo fido collaboratore mons. E. Pellegrinetti, poi cardinale, allo scopo di rendersi personalmente conto delle necessità religiose e morali di quelle popolazioni in preda alla miseria e a rivalità politico-religiose; con una diuturna e profonda analisi psicologica dell'animo polacco, egli cercò di conoscere quali potevano essere i presupposti per la soluzione dei gravi problemi religiosi e sociali che l'autorità religiosa era chiamata a risolvere con il crollo dei tre Imperi e la repentina proclamazione dell'indipendenza nazionale polacca. Il 30 marzo 1919 la S. Sede riconobbe de iure il nuovo Stato e questo chiese subito l'erezione di una nunziatura e il Ratti quale nunzio. La S. Sede annuì e il primo nunzio, eletto arcivescovo titolare di Lepanto ( 3 luglio), presentate al capo dello Stato Pilsudski le credenziali ( 19 luglio) veniva consacrato a Varsavia dall'arcivescovo Kakowski ( 28 ott.) alla presenza del Presidente della Repubblica, del governo, del Corpo diplomatico, dell'episcopato e di una folla plaudente. L'avvenimento rivestí carattere nazionale; ma intanto la posizione del Ratti diventava sempre più delicata per i problemi, resi talvolta gravissimi a causa di incertezze ed errori dovuti alla poca esperienza politica degli uomini di governo, che egli era chiamato a risolvere o a prospettarne la soluzione a Roma. Alcune sue decisioni, pur cercando di agire concordemente con l'episcopato, suscitarono critiche e violente reazioni come, p. es., varie nomine di vescovi e di ausiliari.

Durante il suo soggiorno in Polonia il Ratti lavorò alacremente: alla ricostituzione delle sedi vescovili e alla nomina dei loro titolari; alla questione dei rapporti fra Chiesa e Stato (tra le opposte tendenze propose la via d'un accordo bilaterale che si concluse poi con il Concordato), alla dotazione del clero e degli istituti religiosi in relazione alla legge sulla riforma agraria (giugno 1919, luglio 1920); alla ripresa degli studi ecclesiastici, favorendo la fondazione dell'Università Pontificia di Lublino ( 25 luglio 1920) ; ad alterare le sofferenze di innumerevoli poveri distribuendo personalmente in incognito nei quartieri popolari di Varsavia i soccorsi del Papa o facendoli distribuire per mezzo dei vescovi.

Nel genn. 1920 visitò, superando non poche difficoltà, Vilno e Kaunas e nel marzo si spinse fino a Riga ove iniziò con il governo lettone le conversazioni che si conclusero poi con il primo concordato firmato da lui pontefice. Il governo finnico lo invitò ad una visita in Finlandia che, date le difficoltà del momento, non poté effettuare; cosi pure non poté varcare i confini della Russia di cui era pure visitatore apostolico, pur riuscendo a far liberare, nel 1919, l'arciv. di Mohilev, di rito latino, Edoardo van der Ropp, imprigionato dai Sovieti. Molto apprezzato fu l'atteggiamento assunto dal Ratti nell'imminenza dell'invasione sovietica (ag. 1920); chiese al Papa, ma non ne ottenne la facoltà, di non abbandonare Varsavia anche a costo di cadere nelle mani sovietiche. Per infondere coraggio alla popolazione in preda al panico, decise però di non lasciare la città che al momento estremo in cui l'avrebbe abbandonata il ministro degli Esteri, Sapieha (cf. Pellegrinetti, op. cit. in bibl., pp. 18-20).

Tra i gravi problemi che il Ratti dovette affrontare, due furono particolarmente irti di difficoltà : 1) nel 1919 la lotta fratricida tra Polacchi e Ruteni con le repressioni che seguirono la vittoria finale polacca; intervenne più volte per ottenere un temperamento delle repressioni e per assicurare l'assistenza religiosa ai Ruteni; 2) nel 1920 la missione di commissario pontificio in occasione dei plebisciti nell'Alta Slesia e nella Prussia Orientale, zone di Marienwerder e di Allenstein, per prevenire abusi d'ecclesiastici nella lotta plebiscitaria. Tedeschi e Polacchi chiedevano al Ratti più di quanto poteva fare in base ai poteri limitatissimi concessigli; i primi se ne lamentarono a Roma, gli altri lo lasciarono d'inersia e di Plogermonismo. La situazione divenne tragica da parte polacca quando il card. Bertram di Breslavia, con un provvedimento che sembrava concordato con il Ratti, mentre non lo era affatto, paralizzò la partecipazione degli ecclesiastici polacchi nella lotta plebiscitaria. I Polacchi ebbero un fortissimo risentimento contro il Ratti; partiti, stampa, Parlamento non risparmiarono contumelie al commissario pontificio che, conscio di aver sempre agito con imparzialità, tacque sopportando con virile fortezza l'ondata di sdegno, che si spense lentamente. Benedetto XV, che approvò pienamente il suo procedere, lo tolse poco dopo da ogni imbarazzo trasferendolo alla sede di Milano (marzo 1921).
IV. Arcivescovo di Milano e cardinale. - Il Ratti contava lasciare la Polonia nel luglio per portare a termine nel frattempo alcune delle pratiche già avviate, ma il 19 maggio venne chiamato d'urgenza a Roma perché sarebbe stato elevato alla dignità cardinalizia nel prossimo Concistoro del 4 giugno 1921. Il Ratti conservò poi sempre un buon ricordo della Polonia e il popolo polacco gli fu per tutto il pontificato profondamento devoto. Creato cardinale con il titolo di S. Martino ai Monti il 13 giugno, il 25 luglio si ritirò per un mese a Montecassino dove preparò le due prime lettere pastorali, una in latino al clero e una in italiano ai fedeli ( 15 ag.).

Il 26 ag. parti per Lourdes con un numeroso pellegrinaggio italiano; l'8 sett. fece il suo ingresso a Milano, unica assente l'amministrazione comunale socialista. Nell'omilia, il card. Ratti esaltando la figura del Papa disse che "per lui Roma è veramente la capitale del mondo" e accennò ai vantaggi che ne trarrebbe l'Italia " quando fosse tenuto il debito conto del suo essere internazionalmente e sopranazionalmente sovrano (Novelli, op. cit. in bibl., p. 192). Ne segul una violenta reazione negli am-

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bienti liberali e governativi che ne deformarono il testo (cf., p. es., La Tribuna, del 9 sett.). Per ogni risposta il Ratti fece pubblicare il testo della sua omilia (cf. L'osservatore romano, 11 sett.; Riv. dioc. milanese, 24 [1921], pp. 326-34). L'eredità lasciata dal card. Ferrari non era facile, ragione per cui il card. Ratti, prima di procedere a cambiamenti o riforme, si limitò nei cinque mesi del suo governo a esplorare l'ambiente, prodigandosi in visite e in udienze. Tra le cose notevoli compiute in quel breve tempo vanno ricordate: l'importante lettera collettiva dell'episcopato lombardo, redatta in parte dal Ratti ( 16 nov.), l'organizzazione dell'insegnamento del catechismo nelle aule scolastiche della città di Milano, concesse dall'amministrazione socialista, e l'inaugurazione dell'Università Cattolica del S. Cuore, quale legato pontificio (8 dic.). Dopo il funerale e la commemorazione di Benedetto XV (m. il 22 genn. 1922), il card. Ratti partì per Roma ( 24 genn.) lasciando per sempre la sua Milano.
V. Il Papa. - Il 2 febbr. ebbe inizio il Conclave che si concluse il 6 al $14^{\circ}$ scrutinio con la elezione del card. A. Ratti che assumeva il nome di P. XI. Subito dopo, con un gesto che suscitò l'entusiasmo della folla e che fu interpretato in più modi, tanto la "questione romana" era ancora viva, P. XI si affacciò alla loggia esterna di S. Pietro, rimasta chiusa dal 1870 , per impartire la benedizione Urbi et Orbi, gesto che ripeté il 12 in occasione della sua incoronazione. In tal modo aveva inizio il pontificato di P. XI, che fu ricco di eventi d'una portata eccezionale; basti ricordare i tre giubilei: uno ordinario (1925), due straordinari (1929) per il suo l. di sacerdozio, 1933 (per il xix centenario della Redenzione); l'Esposizione Missionaria (1925) e quella della stampa cattolica internazionale (1936, per il Lxxv dell'Osservatore romano); la soluzione della "questione romana" con i Patti Lateranensi (1929) e la conseguente creazione giuridica ed edilizia dello Stato della Città del Vaticano. Ebbe due cardinali segretari di Stato: il card. P. Gasparri fino al $1^{\circ}$ febbr. 1930 e il card. E. Pacelli, ora Pio XII, dal ro febbr. 1930 in poi, che fu inviato più volte all'estero come suo legato e che nell'ott.-nov. 1936 compì un trionfale viaggio negli Stati Uniti.

Scelse come motto del suo pontificato Pax Christi in regno Christi e fissò i capisaldi del suo programma nell'encicl. Ubi arcano (23 dic. 1922), la quale ha il suo complemento nell'encicl. Quas primas (II dic. 1925) sulla regalità di Cristo, che implica necessariamente la « piena libertà e indipendenza della Chiesa dal potere civile nell'esercizio della sua divina missione». P. XI ebbe per norma costante di tracciare il panorama degli eventi lieti e tristi di ogni anno del suo pontificato, sia nelle allocuzioni concistoriali che nei messaggi natalizi. Inoltre, per reagire contro il generale silenzio della stampa laica sui problemi vitali della Chiesa, le sue difficoltà e le persecuzioni di cui era oggetto in diverse nazioni, P. XI ne volle ragguagliare l'opinione pubblica con frequenti accenni negli innumeri discorsi che tenne nelle pubbliche udienze. Come "padre comune e capo di tutta la cristiana famiglia" (espressione a lui consueta) si prodigò moralmente e materialmente per alleviare gli altrui dolori : basti ricordare la campagna di aiuti per la Russia, 1922-23, a conclusione della quale la Pravda del 31 marzo 1923 chiedeva la condanna a morte di P. XI (articolo tradotto da P.-M. d'Herbigay, in Orientalia christiana, 3 [1924], pp. 30-32). Non tacque mai innanzi a violenze o a "fatti compiuti" lesivi della dignità umana e degli interessi supremi della Chiesa, e sparse a larghe mani anche più volte al giorno, specie in occasione
dei 3 giubilei, la parola di Dio ammaestrando, confortando ed incitando tutti. Giova ora dare un rapido sguardo alla sua dinamica attività.
I. Relazioni con gli Stati. - P. XI continuò nelle sue relazioni con gli Stati i metodi e indirizzi del suo predecessore Benedetto XV, di cui conservò il segretario di Stato, card. Gasparri (v.), ma, dato il suo carattere volitivo ed energico, riusci molto personale nell'impostazione e nella soluzione dei vari problemi politici. Intensificò le rappresentanze diplomatiche presso i vari governi e tentò in un primo momento una benefica azione diretta sui convegni politici internazionali, cosi frequenti in quel tormentato dopoguerra, perché potessero raggiungere il loro scopo: ma dopo il fallimento della Conferenza economica di Genova (10 apr.-12 maggio 1922: cf. lettere all'arciv. di Genova e al card. Gasparri, 7, 29 apr.) non ripeté il tentativo; si contentò in seguito di agire per mezzo dei nunzi, come nella Conferenza di Losanna (20 nov. 1922-24 luglio 1923) e per il Patto di Locarno (ott. 1925), oppure di influire sull'opinione pubblica con un documento o un discorso in cui indicava la via da seguire, come nel caso dell'occupazione franco-belga della Ruhr (1923) o della Conferenza di Ginevra per il disarmo (2 febbr.-23 luglio 1932). Nei riguardi dei trattati stipulati con i vinti della guerra 1915-18 fu per una loro applicazione con giustizia non disgiunta da carità sociale (lettera al card. Gasparri, 24 giugno 1923, sulle riparazioni dovute dalla Germania). Non nutri in genere eccessiva fiducia nella Società delle Nazioni e fu contrario a parteciparvi, non escludendo però la possibilità di darvi il suo concorso in casi particolari.

Si prefiase di creare un'atmosfera di collaborazione tra la Chiesa e gli Stati, specie con quelli creati dal Trattato di Versailles, sia per lavorare per la pace che per salvaguardare i diritti e gli interessi della Chiesa. A nessuno rifiutò la sua mano e, "dopo una lotta" (sono parole sue), si dimostrò sempre pronto a una generosa conciliazione, sperando che gli impegni assunti venissero mantenuti con lealtà, del che dette costante esempio. Per raggiungere il suo scopo seguì vari sistemi, ma fu specialmente per quello concordatario stimandolo, data la sua solennità di patto bilaterale, più atto a dare maggiori garanzie giuridiche alla Chiesa, anche di fronte alla parte non cattolica della nazione contraente (v. CONCORBETI). Il primo concordato firmato da P. XI fu quello con la Lettonia ( 30 maggio 1922); l'ultimo, che non sortí esito favorevole, perché non approvato dal Senato, fu quello laborioso con la Iugoslavia (1931-38). Tra i concordati che procurarono amarezze più profonde a P. XI fu quello concluso con il Reich di Hitler (20 luglio 1933), che il governo nazionalociclista violò in tutti i modi, provocando ripetute proteste di P. XI il quale finalmente pubblicò la severissima encicl. Mit brennender Sorge ( 14 marzo 1937) e prese un atteggiamento di fiera intranvigenza in occasione del passo diplomatico del Reich contro le dichiarazioni del card. Mundelein sulla politica ecclesiastica tedesca ( $24-29$ maggio 1937) e della visita di Hitler a Roma (3-8 maggio 1938). Oltreché la perfida persecuzione instaurata nel Reich da Hitler, paragonata a quella di Giuliano l'Apostata (cf. discorso ai congressisti del IV Congresso intern. di archeol. crist., 20 ott. 1938), sotto il pontificato di P. XI la Chiesa fu oggetto di vessazioni e persecuzioni in Russia (1922 sgg.), nel Messico (1923 sgg.) e nella Spagna repubblicana (1931-33) e rossa (1936-39), che denunciò al mondo con varie lettere encicliche (1926, 1932, 1933, 1937) e in occasione di numerosissimi discorsi. Le relazioni con la Francia furono buone, specie dopo lo Statuto dato alle associazioni diocesane (v.), però ebbe difficoltà al momento del suo atteggiamento per le riparazioni tedesche (giugno 1923), dell'avvento del governo Herriut che voleva sopprimere l'ambasciata francese presso la S. Sede (genn. 1925) e della condanna dell' Action française ([v.] 5 sett., 29 dic. 1926). Serie difficoltà P. XI ebbe pure con altri Stati come la Cecoslovacchia (specie nel 1924-25) e le Filippine (1937) che avevano subito influssi messicani; lavorò inoltre intensamente per tentare di fermare il processo di laicizzazione in atto in

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varie nazioni, come negli Stati centro-sud-americani. P. XI accettò di far da arbitro nel conflitto Dominicohaitiano che si concluse con l'accordo del 31 genn. 1938, ratificato presso la nunziatura a Porto Principe il 26 febbr. seguente (cf. messaggi tra il presidente di S. Domingo e P. XI, in Oss. Romano, 28 febbr. - 10 marzo 1938).
2. Relazioni con L'Italia. - P. XI amò profondamente la sua patria d'origine e l'Italia ne ebbe più d'una prova. All'inizio del pontificato cercò di rappacificare gli animi e intervenne ripetutamente per far cessare violenze che socialisti, comunisti e fascisti commettevano contro persone e istituzioni della Chiesa (lettere agli Ordinari d'Italia del 6 ag. e 28 ott. 1922). A tal effetto proibì più volte ai sacerdoti di appartenere a partiti politici, non escluso il Partito popolato ([v.] cf. circolari 2 ott. 1922, in febbr. e 23 sett. 1924). L'Osservatore Romano (12 luglio 1923) commentò con nobili parole le dimissioni di don L. Sturso da segretario politico del Partito e P. XI non mancò in seguito di prestare aiuto ad alcuni dei maggiori esponenti del Partio perseguitati dal fascismo. Apprezzò lo sforzo fatto dalle autorità governative per assicurare l'ordine e i servizi di trasporto in occasione del Giubileo del 1925 e vari provvedimenti presi in favore della Chiesa (allocuzione concistoriale, 14 dic. 1925; A. Giannini, in Chiese e Stato [v. bibl.], II, pp. 497-510), ma protestò di non voler accettare il progetto del guardasigilli Rocco per la revisione della legislazione ecclesiastica, se prima non si addivenisse alla soluzione della "questione romana" (lettera al card. Gasparri del 18 febbr. 1926). Il Ministero fece allora sapere che il governo era disposto a trattare la "questione romana". Da un incidente si passava allo studio di quella soluzione che doveva poi avere una portata storica eccezionale. P. XI volle che fosse risolta con l'unico intervento delle due Alte Parti interessate. Dal canto suo P. XI diresse personalmente i lavori (ca. 200 sedute in sua presenza, cf. Pellegrinetti [v. bibl.], p. 27) con la collaborazione del card. Gasparri e dell'avv. F. Pacelli, poi marchese. La trattazione, la ratifica ufficiale per parte degli organi legislativi della nazione e la susseguente applicazione sia del Trattato come del Concordato, inscindibilmente uniti secondo P. XI (v. patti lateranensi) conobbero momenti veramente tragici che culminarono, dopo gli attentati all'Azione Cattolica, con l'encicl. Non abbiamo bisogno (29 giugno 1931); ne segui una chiarificazione dopo la visita di Mussolini a P. XI (12 febbr. 1932). Durante il conflitto e la campagna militare indelabissina (1935-36), il Papa non ebbe che sporadici accenni alla situazione in Etiopia per non essere frainteso, come dichiarò nell'allocuzione concistoriale del 16 dic. 1935 (cf. discorsi alle infermiere e agli ex-combattenti, 27 ag., 7 sett. 1935). Tuttavia questo suo atteggiamento cerciore, che l'azione diplomatica allora svolta non è nota, fu oggetto di critiche all'estero. Non mancarono di fermezza le sue proteste per l'unione sempre più stretta nel campo ideologico tra Italia e Germania (cf. discorso al Collegio di Propaganda, 28 luglio 1938), per i provvedimenti razziali approvati dal Gran Consiglio del fascismo ( 6 ott. 1938) e per quelli relativi ai matrimoni con non ariani (nov-dic. 1938).
3. Azione per la pace. - Già si è detto che sin dall'inizio del pontificato, P. XI si adoperò per pacificare gli animi propugnando un'equa applicazione dei trattati. Negli anni 1930-32, in occasione della crisi finanziaria in cui si dibatteva l'Europa e della corsa agli armamenti, intervenne con saggi suggerimenti e con un appello per una crociata di carità (discorsi natalizi del 1930 e 1934 ; encicl. Nova impendet, del 2 ott. 1931). Tra i nemici della pace pose in primo piano l'immoderato nazionalismo che riprovò in più occasioni, specie con la condanna dell' Action Française (1926) e del nazionalsocialismo (1937) e la lotta di classe instaurata dal socialismo marxista e dal comunismo. Spesse volte ebbe parole di riprovazione per il comunismo ateo, sovvertitore dell'ordine pubblico e persecutore della Chiesa, che finalmente condannò con l'encicl. Divini Redemptoris (19 marzo 1937). Di fronte al pericolo d'una guerra dovuto al crescente spirito aggressivo del nazionalsocialismo e alla diffusione delle sue ideologie neopagane, indisse una crociata mariana con
l'encicl. Ingravescentibus malis sulla pia pratica del Rosario (29 sett. 1937; cf. discorso del $1^{\circ}$ ott. seguente alla Sacra Rota) e inviò al mondo il radiomessaggio del 29 sett. 1938, in cui offrì a Dio il dono della sua vita. Il ministro N. Chamberlain rese ai Comuni pubblica testimonianza del lavoro di P. XI per la pace (cf. Oss. Romano, 2 febbr. 1939).
VI. Il governo della Chiesa. - P. XI, oltre ad assicurare e accrescere il prestigio della Chiesa di fronte alle nazioni, provvide con sagge riforme e continui incitamenti al suo progresso.
1. Le missioni. - P. XI, conscio * che l'apostolato è la sostanza più vera e più preziosa del Pontificato romano * (discorso al Consiglio Super. della Propagazione della Fede, 20 marzo 1923), diede un largo impulso alla diffusione della Chiesa in terra di missione: trasporto a Roma l'opera della Propagazione della Fede (3 maggio 1922), iniziando così una nuova epoca per le Opere Pontificie Missionarie (v.); celebrò con solennità il III Centenario di Propaganda Fide (giugno 1922); volle l'Esposizione missionaria (1925) che rese permanente con l'atttuzione del Museo missionario etnologico del Laterano e dotò il Collegio e l'Ateneo Urbano di Propaganda Fide d'una grandiosa sede sul Gianicolo (1931). Di molta importanza per le missioni furono l'encicl. Rerum Ecclesiae ( 28 febbr. 1926), dove trattò principalmente del clero indigeno, la lettera del 15 giugno dello stesso anno sulle missioni in Cina e le tre raccomandazioni ai procuratori delle missioni del 6 dic. 1929. In conformità ai principi stabiliti in questi documenti, diede l'avvio alla costituzione dell'episcopato indigeno con la consacrazione in S. Pietro di 6 vescovi cinesi ( 28 ott. 1926), seguita poi da altre consacrazioni il 28 ott. 1928 e il 5 giugno 1933. Promosse l'Azione Cattolica nei paesi di missione (cf. messaggio ai vescovi cinesi, $1^{\circ}$ ag. 1928; altri documenti in A. Cavagna, La parola del Papa [v. bibl.], pp. 280-84).
2. Le Chiese orientali. - Fattiva fu pure la sollecitudine che ebbe per le Chiese orientali unite e separate, i problemi delle quali conosceva profondamente e direttamente. Trattò delle questioni che le riguardavano, sia per l'unione come per i riti, in vari documenti, come nelle encicl. Ecclesiam Dei (12 nov. 1923, per il III centenario del martirio di s. Giosafat), Mortalium animos ( 6 genn. 1928, riprovazione del pancristianesimo), Rerum orientalium (8 sett. 1928, istituto e studi orientali) e il motu proprio del 25 marzo 1938 relativo alla giurisdizione della S. Congregazione Orientale. Promosse la stampa di vari libri liturgici (cf. I. Cecchetti [v. bibl.], pp. 67-73); accolse nella Chiesa l'argiv. Mar Ivanios, giacobiis, con un folto gruppo di fedeli (sett. 1930); dichiarò autonoma la Commissione per la Russia ( 6 apr. 1930) ed eresse il "Russicum" ( 15 ag. 1929); istituì la Commissione per la codifica