nza giuridica e arbitrale, garanzie, credito), facilitando e moltiplicando le contrattazioni, in cui si concreta la velocità di circolazione del denaro, tendono a stabilizzare i giusti p. e il valore della moneta: giovando altresi a tranquillizzare la vita economica con il liberarla progressivamente da influenze psicologiche e politiche che non riguardano direttamente i fatti economici, ma si risolvono immancabilmente in alterazioni dei p.
IV. Giusto p. - Tutto il problema sociale si aggira attorno al concetto del giusto p. attraverso una più esatta
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misura del valore : aspetto economico del grande precetto cristiano "ama il tuo prossimo come te stesso". Quel "come" stabilisce infatti che debba esservi equivalenza tra l'effetto utile del lavoro che ciascuno dedica al benessere del prossimo e il benessere che ciascuno pretende per sé in contraccambio. Quando fosse realizzato il giusto p., l'unico modo di accrescere le proprie entrate monetarie resterebbe quello di procurare al prossimo il maggior benessere possibile. Chi sarà, però, giudice della reale utilità del lavoro, se non quel prossimo che deve usufruirne i benefici? Facile è pertanto la identificazione del "prossimo" con il "mercato", e del giusto p. con il p. di mercato. Questo sarà tanto più vicino al giusto p., quanto più integralmente saranno verificate le condizioni che rendono perfetto il mercato (cioè unico, accessibile, libero, sensibile, espressivo), intelligibili e confrontabili i p., facili e garantite le contrattazioni, sopra l'indispensabile fondamento di onestà e di morale correttezza nei partecipanti allo scambio.
V. Comprimibilitá dei p. - Gli elementi costitutivi del p. (costo di produzione o di riproduzione, costo di compravendita, spese generali, interesse del capitale ivi compresa la quota rischi, profitto) presentano gradi diversi di comprimibilità. La concorrenza preme principalmente sul profitto, il quale non può salvarsi che riducendo il tasso d'interesse con l'abbondanza dei capitali, la quota rischi mediante l'assicurazione del risparmio (v.), le spese generali ed il costo di compravendita attraverso semplificazioni burocratiche e razionalizzazioni nella tecnica di scambio e nella organizzazione commerciale; infine il costo di produzione, adottando macchine e procedimenti produttivi più perfetti e di maggior rendimento. La eccessiva e prematura compressione del profitto individuale o imprenditoriale implica l'abbandono della libera iniziativa e il ripiegamento su vincolismi prima e statalismi poi, che possono arrivare fino alla completa realizzazione di un regime collettivista (v. PIANIFICAZIONE E PIANISMO).
P. che non siano quelli economici o di mercato (quali i p. di monopolio, politici, legali, di calmiere, tariffari e simili) introducono nella vita economica elementi spuri che ne alterano profondamente i caratteri e la vicenda (fa eccezione il p. convenzionale, per oggetti fuori commercio, ad es., quadri celebri). La vita economica risulterà tanto più razionale ed umana per quanto più, sulla base di un generale risanamento spirituale, essa potrà svolgersi in modo autonomo, con un minimo di interventi da parte di fattori non economici: siano quelli egoistici dei monopolizzatori e speculatori, siano quelli politici che esorbitano dalla giusta tutela giuridica e da quella desiderabile carità, civilmente organizzata, in cui la politica sostanzialmente consiste.
La notevole complicazione delle teorie del p. accentuatasi negli ultimi decenni, particolarmente ad opera di economisti anglo-sassoni, è destinata a complicarsi ancora di più : e inutilmente per l'economia, se questa non si riduca ad essere soprattutto se stessa, e a governarsi con proprie leggi, dando vita ad una vera e propria scienza economica applicata. Se c'è il p. legale, bisogna osservarlo in coscienza, ma se non viene praticamente osservato, né lo Stato se ne cura e peggio se è evidentemente ingiusto, allora si può seguire il p. comune, cosi che il venditore non chieda oltre il massimo comunemente consentito e il compratore non dia meno del minimo. Per l'influsso del p. ingiusto sul valore del contratto, v. RECUSSIONE E RESCINDIBILITÀ.
Bibl.: A. Graziadei, P. e sovrapprezzo nell'economia capitalistica, Torino 1924; L. Baudin, La monnaie et la formation des prix, Parigi 1935; A. Fanfani, Indagini sulla "risoluzione dei p. ", Milano 1940; G. Carli, La disciplina dei p., Torino 1943; J. Maynard Keynes, The general theory of employment interest and money, Londra 1946, p. 295 sgg.; F. Di Fenicio, Economia politica, Milano 1949, p. 257 sgg.; C. Bresciani-Turoni, Costo di economia politica, ivi 1949, p. 103 sgg.; F. Viro - F. Coppola D'Anna e vari, Osservazioni sulla relazione e sul problema dei costi di produzione in generale, in Rivista di politica economica, 40 (1950), pp. 641-86.
Mario Baronci
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l'ordine costituito. Da ciò il problema di ogni tempo di provvedere ad eliminare o almeno a ridurre il p .
Naturalmente, in dipendenza della maggiore o minore maturità sociale delle varie comunità politiche, tale azione fu ed è ancora oggi di natura ed efficacia molto diversa. In linea di massima è possibile distinguere un intervento della società che tende unicamente o prevalentemente ad eliminare il p. senza incidere sulle cause che l'hanno determinato, da un intervento che, pur non ignorando la situazione reale e contingente, cerca di individuarne le origini e di studiare i mezzi per eliminarne o attenuarne preventivamente gli effetti. Storicamente si può senz'altro affermare che la società è gradualmente passata, sia pur non sempre in modo continuativo, da una concezione unicamente repressiva del p., se non addirittura delle sole conseguenze di esso, ad una concezione più ampia per la quale essa cerca di evitare il sorgere del fenomeno stesso, oppure di ridurre la portata di esso o, infine, prevedendole, di ridurne le conseguenze.
È chiaro che quando si parla di società in questo caso, ci si riferisce anzitutto alla società politicamente organizzata, cioè allo Stato cui infatti spetta il compito della tutela di quei cittadini che, con le sole proprie forze, non sono in grado di provvedere al soddisfacimento dei più elementari bisogni. Ed in effetti si constata come dalla semplice concessione di viveri o di altri beni di prima necessità (p. es., le famose frumentationes di Roma antica) lo Stato passi, nel medioevo, e soprattutto nell'età moderna, in cui parecchi fattori aprono la strada a nuove forme di economia che creano masse ingenti di disoccupati, a tipi vari di interventi economici allo scopo di tutelare le categorie meno abbienti (p. es., tutta la politica dei calmieri e, in genere, la politica annonaria, le leggi per la repressione del vagabondaggio, nonché la costituzione di centri di raccolta e di assistenza dei miserabili o addirittura di centri di lavoro) nonché, infine, dopo la non breve parentesi del periodo liberista, durante la quale lo Stato ritorna, nei riguardi del p., ad una funzione puramente assistenziale, a quell'ampia politica sociale instaurata oggi da quasi tutti gli Stati diretta, in gran parte, alla prevenzione o alla repressione o all'attenuazione delle conseguenze del p.; nonché alla stessa più ampia politica economica quando essa abbia di mira la creazione di condizioni di ambiente tali da rendere minime le possibilità del sorgere del p .
III. Altre iniziative eliminatrici del p. - Ma, oltre che per mezzo dell'organizzazione statale, la società ha provveduto in ogni tempo in molti altri modi a tale compito : dalle iniziative dei singoli suoi componenti, all'ampia funzione assistenziale svolta prima, soprattutto dai monasteri e poi dalle corporazioni medievali d'arti e mostieri, alle società di beneficienza e di assistenza, agli ospizi, ecc., è tutto un fiorire di organismi e di enti che direttamente o indirettamente mirano a ridurre le proporzioni del p. L'ispiratrice di tutte le iniziative del genere è stata in ogni tempo la Chiesa cattolica, guidata dal superiore precetto della carità.
Bbai. I. M. Moreau-Christophe, Du preblème de la misère chez les peuples anciens et modernes, Parigi 1851; J. Niceforo, Les classes pauvres, ivi 1905; B. K. Gray, History of english philanthropy, Londra 1905; W. Bowles-A. R. Burnett-Hurst, Livelibend and poverty, ivi 1919; A. C. Pigou, Economia del benessere (Nuova collana degli economisti), trad. it., Torino 1934, passim. V. inoltre la bibl. alla voce carita. Giuseppe Mira
PAVIA. - Città e diocesi, capoluogo della provincia omonima in Lombardia.
Su di una superficie di 290 kmq . ha una popolazione di 141.348 ab. dei quali 141.298 cattolici, distribuiti in 98 parrocchie di cui 15 urbane; ha 200 sacerdoti diocesani e 25 regolari, un seminario, 6 comunità religiose maschili e 73 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 313). E suffraganea di Milano.
I. Storia. - Le origini della città si debbono alle tribù liguri dei Levi e dei Marici, fusi con sopravvenuti Galli prima della conquista romana, che ne fece un «Municipium insigne s ascritto, nel 23 a. C., alla tribù Papiria.

(da A. Silvopoi, Monnacata christiana, loc. III, Pavia, Cittè del Vaticano 1855, loc. I)
Pavia - Carme sepolcrale del vescovo Etnodio (m. nel 521). Pavia, chiesa di S. Michele.
Del fiume Ticinus, la città fu detta Ticinum sino al sec. viI d. C., quando cominciò a chiamarsi Papia.
Le origini cristiane si fanno risalire all'avvento del primo vescovo s. Siro, che una tradizione volle identificare nel fanciullo che offerse a Gesù i pesci e i pani della moltiplicazione; ma quel vescovo non è anteriore al sec. Iv, ed ebbe sepoltura nella chiesa cimiteriale dei SS. Gervaso e Protaso sino al sec. Ix. Nel sec. v illustrò la sede s. Epifanio e pater patriae s, salvatore della città quando re Odoacre vi catturò l'ultimo imperatore, Romolo Augustolo (476). Durante il dominio gotico fu vescovo Etnodio (312-21), il retore poeta, mentre Severino Biezio (v. ), nello s'ager Calventianus s, stese carcerato il De consolatione philosophiae e subì l'estremo supplizio (525). Occupata dai Longobardi (572), P. ebbe per loro un vescovo ariano, l'ultimo dei quali, Anastasio, si fece cattolico; e sulla fine del sec. vir il vescovo Damiano promosse la riconciliazione degli Aquileiesi dissidenti (cf. Carmen de synodo Ticinensi: Fliche-Martin-Frutaz, V, p. 425). La città, che i Longobardi costituirono loro capitale, grazie anche al mercato fiorentissimo, raggiunse un'alta potenza politica ed economica, che crebbe sotto i re italici e gli imperatori di casa rassone, quando, sanate le rovine dell'invasione degli Ungari (924), fu sede di diete, concili e coronazioni regali. Nell'823 fu centro degli studi; «Seconda Roma» e «Mundi caput imperiale»; il vescovo ebbe l'uso del pallio e della croce alzata, che conserva tuttora, mentre non raggiunse quel primato politico che altrove i vescovi ottennero. Ai concili celebrativi intervennero talvolta i papi stessi (Giovanni VIII, Gregorio V, Benedetto VIII, Leone IX).
Distrutto, alla morte di Enrico II il Santo (1024), il Palazzo reale, si iniziò lentamente il reggimento a comune, ed al vescovo, che nella sua Curia da secoli ospitava le riunioni dei cives (cCuria episcopi ubi Papienses faciunt cuntionem s), fu riconosciuto qualche potere ed emanò diplomi d'una certa solennità feudale, così che questo fu, pure nei suoi limiti modesti, il massimo potere politico
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raggiunto dal vescovo nella sua città. In questo periodo la diocesi raggiunse i suoi più vasti confini sull'Oltrepo, in conformità con quelli del comune ghibellino, che ottenne dal Barbarossa un diploma di riconoscimento, che ne è come la «Magna Charta» (1164). A questo periodo ancora può riferirsi la redazione definitiva della "Charta consuetudinum», la quale da secoli regolava l'attivita del Capitolo cattedrale, in gore, per importanza, con quello insigne della basilica palatina di S. Michele; e ancora, per donazioni di sovrani, la potenza del vescovo, tanto limitata nella città, si estese invece a parecchie terre sull' Oltrepo, del piacentino, del milanese, che gli giurarono fedeltà, come a signore. E finalmente, in questi medesimi secoli è una fioritura di chiese del nuovo stile lombardo, che in P. assume una caratteristica tutta sua. Come, nella sola città, si contano tra collegiate e parrocchiali cento chiese nel I250, cosi vengono ospedali per malati poveri e per viandanti, essendo la città sull'incrocio di grandi arterie romane statali. Semnonché, a mano a mano che il comune

(per cortesia di mano. A. P. Frutaz) Pavia - Veduta acrea della Certosa.
va affermandosi e sorgono nuove necessità di offesa e difesa contro le città vicine, prima tra tutte Milano, il vescovo vede sempre più contrastate le immunità del suo clero e dei monasteri e contesa la sua stessa dimora confinante con la sede, sempre più imponente, del comune; onde l'esilio volontario e la morte del vescovo s. Lanfranco (1198), e i severi richiami ai pavesi di Innocenzo III (1208). Che, se la potenza politica del vescovo sembra risalire, ai primordi del sec. xiri, con s. Fulco nominato rettore capo di un triumvirato sulla città, essa è di origine imperiale, soggetta perciò alle mutazioni conseguenti alla rapida decadenza di quest'autorità in Italia, anche nella stessa ghibellina P. Nella decadenza, fatale, del comune, e nel sorgere della signoria, la città, che prima è contesa tra il marchese di Monferrato e i Langosco e i Beccaria, finisce con il cadere sotto i Visconti, con i quali, del resto, s'intiaia quel primo Rinascimento, cui appartengono le origini della Certosa e il Castello. Nei primi tempi, il prepotere della parte marcabotta (ghibellina), favorevole a Lodovico il Bavaro, sulla parte fallabrina (guelfa), provoca lo sdegno di Giovanni XXII, che lancia l'interdetto sulla città (1327), durato un secolo e mezzo. Tuttavia, malgrado questi dissensi di natura politica, non sembra che alcuno dei mille moti ereticali di allora vi allignasse, come infatti appare da una preziosa Descriptio Papiae, stesa nel 1330 dal pavese prete guelfo Opicino de Canistris, fuggiasco ad Avignone presso Giovanni XXII, davanti al quale egli vuol mettere in buona luce i suoi concittadini. Ai danni incalcolabili delle guerre della fine del sec. xv e dei primi decenni del xvi, culminati con la battaglia di P. del 1525 in cui Francesco I cadde prigioniero, e con il sacco di P. del 1527, s'aggiunsero le tristi conseguenze della non residenza durata un secolo ( $1460-1580$ ) dei vescovi, dei quali uno fu il card. Ascanio Sforza, che pose, con il fratello Lodovico il Moro, la prima pietra della presente Cattedrale ( 1488 ); un altro fu il card. G. B. Del Monte, poi Giulio III. Sorsero allora l'ospedale S. Matteo, celeberrimo, fondato nel 1449 da fra' Domenico da Catalogna, dei Predicatori, e il Monte di Pietà, fondato nel 1493 dal b. Bernardino da Feltre, dei Minori, contro le usure degli ebrei.
Nella seconda metà del sec. xvi reggono la diocesi il card. Ippolito De Rossi, che erige il Seminario, e s. Ales-
sandro Sauli, ambedue riformatori nella luce del Concilio Tridentino; la vita religiosa viene purificata; e l'erezione di due collegi gratuiti per studenti universitari, il "Borromeo" e il "Ghislieri", per lo solo di s. Carlo e di s. Pio V, rispettivamente ( 1564 e 1569 ), documenta la riforma dei costumi e la tutela della dottrina cattolica. Un tentativo di introdurre le dottrine eretiche dovuto a Celio Secondo Curiano, lettore dell'Università, era già stato, dopo qualche resistenza degli studenti, stroncato. Accanto ai Benedettini, i più antichi ospiti, agli Eremitani di s. Agostino, ai Canonici Lateranensi, ai Domenicani, agli UmiJlati, ai Minori, si stabiliscono gli Ordini più recenti: i Cappuccini, i Burnabiti, i Somaschi per gli orfani, sotto la direzione dello stesso s. Girolamo Emiliani e dei patrizi pavesi Marco Gambarana e Vincenzo Trotti; i Gesuiti per le scuole. La lunga dominazione spagnola( $1535-1714$ ) vide l'opera di buoni vescovi, come il Landrumi, Francesco Biglia, insigne per la resistenza vittoriosa ai Franco-Savoiardi assedianti invano, nel 1655, la città; il Pertusati, il card. Durini, intenti all'applicazione dei decreti tridentini e particolarmente agli sviluppi delle Scuole della Dottrina cristiana. Tra i vescovi più recenti si ricordano i monss. Tosi, L. M. Parocchi (v.) poi cardinale, G. Ballerini (v.) e Riboldi.
L'Austria, succeduta alla Spagna in Lombardia, recò le riforme del giurisdizionalismo civile in campo ecclesiastico, con la creazione tipica del Seminario generale nel quale Giuseppe II volle concentrati gli alunni di tutti i seminari della Lombardia austriaca, sotto i professori Tamburini, Zola e minori. Questo Seminario, durato solo cinque anni ( 1786 -91), fu di grave pregiudizio materiale per la diocesi, la quale aveva dovuto erigere, in quel quinquennio, un altro seminario oltre il Ticino, a Valenza di Alessandria, per i suoi chierici sudditi del re di Sardegna, il quale non tollerava che questi si recassero a scuola in uno Stato straniero dove, per giunta, non si insegnava la "germana thomistica doctrina". In dipendenza degli avvenimenti politici che avevano portato a punto i confini piemontesi sino al Ticino, la diocesi, che giungeva sino al Siccomario, alla Lomellina, all'Oltrepo sin quasi a Bobbio, e in alcuni luoghi dei territori di Asti, di Acqui, d'Alessandria, di Tortona, di Piacenza, di Lodi e di Milano, comprendendo 187 parrocchie, veniva smembrata a vantaggio specialmente di Vigevano e di Tortona e ridotta, nel lato sud, entro i confini segnati dal Ticino e dal Po. Nel sacco del 1796, rinnovante gli errori del 1527, il vescovo Bertieri implorò, con la municipalità, venia dall'adirato Bonaparte alla misera P., dove una parte dei cittadini e dei contadini accorsi, ribellatisi ai giacobini, avevano tenuto in scacco, per qualche giorno, il presidio francese.
II. Monumenti sacri. - La diocesi di P. è ricca di monumenti cospicui per l'antichità e per l'arte.
1. Basiliche. - Del gruppo di basiliche lombarde la prima è S. Michele, originariamente tutta in azonaria, a tre navi, a croce latina, a tre fronti cariche di bassorilievi. L'interno, con matronei sulle navi minori, con tiburio su trombe a due riprese, offre musaici e un crocifisso d'argento (sec. IX o XI). Della primitiva Basilica cristiana, l'attuale, dei secc. XI e XII, conserva il ricordo delle coronazioni regali dei due Berengari, di Ugo e Lotario, di Ar-
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duino, di Enrico il Santo e del Barbarossa. S. Pietro in Cielo d'oro ( ad coelum aureum n, dal soffitto d'oro) come chiomavasi già la primitiva del sec. v o vi, cui successe l'attuale, consacrata da Innocenzo II 1132), è ricordata da Dante (Pur., X), dal Petrarca (Sen., V), dal Boccaccio (Dec., $\mathrm{X}, 97$; è in arenaria e mattoni, a tre navi; nella cripta, una piccola arca marmorea di stile ravennate custodisce le ossa di Severino Boezio, venerato come martire (m. nel 525). Nel presbiterio, l'arca con le reliquie di s. Agostino, con la data 1362 , probabile opera di maestri comproneri influenzati dai pisani. S. Teodoro, tutta in cotto, a tre navi, della fine del sec. xit, offre affreschi di Bernardino Colombani (sec. xvI) con storic dei ss. Teodoro e Agnese, e una veduta di P., del 1522 ; la cripta si estende anche sotto le navi laterali. S. Lanfranco, fuori città, a croce latina, in cotto, del sec. xili, con l'arca di s. Lanfranco, di Gaov. Ant. Amadeo (sec. xv), e un quattrocentesco delizioso chiostrino a terrecotte, pure dell'Amadeo. Notevoli per importanza le chiese gotiche del Carmine (sec. xiv) tutta in cotto, con ricca decorazione del Rinascimento; e di S. Francesco (secc. xili-xiv). Nella periferia, la basilica del Salvatore, già abbazia benedettina (sec. xv).
2. Il Castello, il parco e la Certosa. - Il Castello, o più propriamente Palazzo Viscontco, iniziatosi nel 1360 , per ordine di Galeazzo II Visconti, ebbe rapido compimento sotto la direzione di Bernardo da Venezia. Le grandiose sale, dei Visconti e degli Sforza, duchi di Milano e centi di P., oggi restaurate, sono degna sede dei civici musei. Al termine nord del grande parco e a coronamento di esso, Gian Galeazzo Visconti dava principio, il 27 ag. 1396, dedicandola alla Vergine, alla Certosa, nella quale egli volle la sua sepoltura. Iniziata gotica con le absidi, fini, più di un secolo dopo, nelle forme più eleganti del Rinascimento, con la fronte ricoperta di marmi policromi e di bassorilievi dell'Amadeo, dei Mantegazza, del Briosco, veri orafi del marmo (secc. xv-xvi). L'interno è gotico a tre navi, di Guiniforte Solari (sec. xv), con pilastri a fascio in pietra grigia d'Angera. Tra i pittori del sec. xv e inizi del xvI, sono il Bergognone, che vi trionfa con la decorazione delle vòtte e con tre pale d'altare: il Perugino, Cristoforo de Motis, Macrino d'Alba, Andrea Solari, Bernardino Luini; tra i secenteschi, il Morazzone, il Del Cairo, G. B. Crespi, Daniele Crespi, che fresco tutto il coro, e Camillo Procaccini. Tra gli scultori dei secc. xv-xvi, Cristoforo Solari con le statue giacenti di Lodovico il Moro e di Beatrice d'Este, Cristoforo Romano con l'edicola funeraria di G. Galeazzo, Baldassarre degli Embriachi con il trittico criselefantino; Maßiolo da Carrara; e i secenteschi Bussola, Rusnati, Volpino e Orsolino, con i loro palli d'altare a bassorilieva; la famiglia dei Sacchi (sec. xviII) lavorò gli altri polli a intarsi di pietre dure. Il coro ligoso, pure a intarsi, è tra i più cospicui del Rinascimento. La decorazione dei due chiostri, a terrecotte squisite, è del cremencse Rinaldo de Stauris. Nella sacrestia nuova, ove troneggia un'Assunta di Andrea Solari, sono disposti i corali del sec. xvi (seconda metà), calligrafo il monaco vallombrosano Benedetto da Corteregia, miniatore Guarnerio Beretta, pavese. I Certosini, espulsi per le leggi eversive del 1866, riammessi con una convenzione nel 1932, lasciarono il monastero, nel 1947, ai Carmelitani Scalzi : i quali ora officiano la Chiesa nei giorni festivi, a comodo dei fedeli.
3. La Cattedrale. - E monumento magnifico del Rinascimento lombardo, ed alla sua costruzione vanno congiunti i nomi del Bramante, di Leonardo e dell'Amadeo. Iniziata il 29 giugno 1488 , sul luogo delle due cattedrali più antiche lombarde, iemale ed estive, venne compiuta a croce greca (m. 85 x 85 ) nel 1933. L'interno imponente, a cupola su gallerie (m. 95), con una cripta a tre navi di chiare linee bramantesche, ha tele notevoli di Daniele e G. B. Crespi il Cerano (sec. xviI), del Faruffini e del Barbotti (sec. xix) e del Morgari (sec. xx); e sculture di Tommaso Orsolino (sec. xviI) ornanti l'altare di S. Siro, del quale si venerano le ossa in una urna preziosa. Nella piazza, che si disse sempre "atrio di S. Siro ", è la statua equestre di misteriose origini, rifusa nel 1937, del «Regisole», già palladio della città; la torre, del sec. xit, memore dei fatti del Comune, con il tardo coronamento del

(fot. Exit)
Pavia - Castello Visconteo (1560-65).
Pellegrini (sec. xvi); e il Palazzo vescovile eretto da Ippolito de Rossi (sec. xvi) dopo che i vescovi ebbero cessato di abitare dietro il Duomo, attigui all'antica sede del comune, e in contesa con esso.
4. L'Università di P. - Le sue origini si vogliono porre in relazione con il Capitolare di Olona dell'anno 825. Essa ebbe inizio con l'insegnamento del monaco irlandese Dungallo; illustrata da Lanfranco, maestro di s. Anselmo d'Aosta, favorita da privilegi papali del periodo avignonese, riconosciuta da Carlo IV (1361), ebbe nel vescovo, per cinque secoli, il suo gran cancelliere, il quale conferiva le lauree. Tra gli ecclesiastici vi insegnarono pure Tommaso Vio Caetano, il Della Rovere (Sisto IV), s. Alessandro Sauli, il gesuita Gerolamo Saccheri e il b. Contardo Ferrini. L'attuale fabbrica del Piermarini e del Pollack è del sec. xviri, quando l'Università raggiunse tale splendore da meritare alla città il nome di "risorta insubre Atene" (cf. G. Parini, La laurea). I "portici solenni" accolgono ricordi marmorei dei maestri più insigni (Baldo Perugino, Gianni del Maine, Andrea Alciato, Spallanzani, Mascheroni, Volta, Romagnosi, Foscolo, Bordoni). S. Carlo vi fu studente, alla scuola di Francesco Alciato. La Biblioteca, il cui fondo più antico è costituito dalle librerie dei monasteri soppressi, è ricca di codici ed edizioni rare.
I due collegi Borromeo e Ghislieri (l'uno e l'altro architettura del Pellegrini) ospitano gratuitamente, per munificenza rispettivamente dei ss. Carlo e Pio V, più di un centinaio di studenti di condizione disagiata. Affreschi vivaci dello Zuccari e del Nebbia ( 1605 e 1604) illustrano i fasti di s. Carlo nel collegio Borromeo, ove il primo studente accolto fu Federico Borromeo e il b. Contardo Ferrini (v.), principe dei romantati, fu il più grande. Diocesano di P. fu il card. Maffi (v.). - Vedi tav. LXXIII.
Bibs.: M. F. Ennodio, Vita Epifanii episcopi Ticinensis, in MGH, Aust. Antiq., VII, pp. 84-109; Paolo Diocono, Historia Langobardorum (ibid., Script. rerum Langobard.), pp. 7-11; Liatprando, Opera, ibid., Script., III, p. 364 sgg.; C. Prelini, S. Siro, Pavia 1880 e 1890; C. Magenta, I Visconti e gli Sforza nel castello di P., Milano 1882; id., La certosa di P., ivi 1897; Fr. Magani, Ennodio, Pavia 1886; id., Cronotassi dei vescovi di P., in Appen. al VI Simulo disc., Pavia 1894; P. Moiraghi, Mem. e docum. per la storia di P. e suo principato, Pavia 1895-97; C. Merkel, L'Epitafo di Ennodio e la basilica di S. Michele in P., in Mem. dell' Arcad. dei Lincei, Roma 1896, pp. 1-141; R. Maiocchi e N. Coescea, Codex Diplomi. Ordinis Eremit. S. Augustini Papiae, 1903-13; R. Maiocchi e A. Moiraghi, S. Damiano vescovo di P., ivi 1910; id., L'almo collegio Borromeo. S. Carlo studente a P., ivi 1912; id., Federico Borromeo e gli inizi del collegio Borromeo, ivi 1916; Lanzoni, v. indice; Opicini de Caniortis, Libellus de
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Pavone - Due pavoni affrontati su un vaso, due ancore e due delfini. Graffito del sec. iv su lastra marmorea sepolcrale, proveniente dal cimitero di Pretestato - Roma, Museo Lateranense.
descriptione Papie, ed. F. Gianani, Pavia 1927; E. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia dalle origini al 1300. Lambardia, II, parte $2^{\text {a }}$. Bergamo 1922; A. Solmi, L'amministraz. fannziario del Regno Italico nell'alto medioevo in P., con l'ed. degli Intributa regalia Camere regum Langobardorum seu Honorantie Civ. Papie, Pavia 1932; F. Gianani e O. Modesti, Il duomo di P., ivi 1932; E. Hoff, P. und seine Bischöfe im Mittelalter, ivi 1943; P. Vaccari, Storia dell'Univ. di P., Pavia 1948; Profilo star. di P., $4^{\circ}$ ed., ivi 1950 ; inoltre il Boll. stor. pavese (1803-94), la Riv. di Sc. stor. (1904-10) e il Boll. della Soc. pavese di stor. patria (1901-51); per l'epigrafia cristiana v. A. Silvagni, Monumenta chistiana, fasc. III, Papia, Città del Vaticano 1943. Faustino Gianani
III. Concilio di P. - Nel 1423 veniva a scadere il termine di 5 anni fissato dal Concilio di Costanza per un nuovo concilio a P.; Martino V, assecondando le sollecitazioni dell'Università di Parigi, lo fece aprire dai suoi legati il 23 apr. Il 21 giugno il duca di Milano fece capire che la peste rendeva impossibile ai pochi prelati presenti il soggiorno a P., dove non s'era tenuta nessuna sessione solenne; perciò i legati trasferirono il Concilio a Siena dove si aprì il 21 luglio. Martino V non vi intervenne e dissensi di varia natura, anche a proposito della riforma della Chiesa, impedirono ogni proficua conclusione, sicché il 7 marzo 1424 il Concilio fu sciolto determinando che esso si sarebbe radunato a Basilea nel 1431.
Bibl.: R. Maiocchi, Il Concilio generale di P. del 1413, in Rivista di scienze storiche, 1907, pp. 406-11; Hefele-Leclercq, VII, pp. 610-47. Pio Paschini
PAVILLON, Nicolas. - Vescovo, n. a Parigi il 17 nov. 1597 , m. ad Alet $1^{\circ} 8$ dic. 1677.
Coadiuvò s. Vincenzo de' Paoli nell'opera delle missioni e meritò di essere proposto da lui al Richelieu quale vescovo. Nominato nel giugno 1637 vescovo di Alet, governò la sua diocesi con molto zelo e spirito di riforma. Legato all'Arnauld ed al movimento di Port-Royal, rifiutò dapprima di firmare la condanna papale (maggio 1653) delle 5 proposizioni di Giansenio, e si piegò solo nel 1668, sotto Clemente IX. Con decreto del 18 genn. 1667 era stato posto all'Indice il suo Mandement sur la signature du formulaire. Insieme con il Caulet, vescovo di Pamiers (v.), appellò al Papa contro il diritto di regalia che Luigi XIV voleva estendere su tutti i vescovati della Francia (ro febbr. 1673).
Bibl.: J. Carréyre, P., in DThC, XII, 1, coll. 77-79, con bibl.; E. Dejean, Un prélat indépendant au XVIIe siècle, Parigi 1909; Pastor, XIV, parte 1a, passim; P. Coste, Monsieur Vincent, Parigi 1932, passim.
Silvio Furlani
## PAVIMENTO : v. MUSAICO.
PAVISSICH, Antonio. - Gesuita, predicatore, sociologo, n. il 13 giugno 1851 a Spalato in Dalmazia, m. il 30 nov. 1913 a Napoli. Entrato nella Compagnia di Gesù (1882), fu rettore del Seminario minore arcivescovile Zmajević a Zara e poi dello scolasticato del suo Ordine a Gorizia. Gli altri anni della sua vita furono consacrati quasi completamente al ministero della parola divina, in cui si segnalo per le sue eccezionali doti oratorie, diventando predicatore amato ed ascoltato nelle maggiori città d'Italia.
Come uomo di studio, il P. si interessò specialmente degli urgenti problemi del suo tempo che esaminò non soltanto nei suoi discorsi, ma anche negli scritti. Nota è specialmente la sua collaborazione alla Civiltà Cattolica negli ultimi otto anni della sua vita.
Scritti principali: La questione sociale. Conferenze triestine (2 ed., Treviso 1902); Fatti e criteri sociali (ivi 1904); Il cancro civile (ivi 1905); Milizia nuova dei cattolici italiani, ossia la riorganizzazione delle forze cattoliche in Italia secondo la mente di Pio X (Roma 1905); Il nemico d'Italia, suita Conticlericalismo (ivi 1909); Il codice della vita (2 voll., Firenze 1911), sul valore e l'efficacia del catechismo; Scuola libera (Roma 1913).
Bibl.: [C. Bricarelli], Il p. A. P., in Civ. Catt., 1913, iv, pp. $746-50$. Jaroslav Škarvada
PAVONE. - Il p., originario dell'India, era noto in Israele forse già al tempo di Salomone, poi in Grecia e a Roma.
Fu animale sacro ad Era e a Giunone, venne rappresentato in gemme, in monete come in quelle di Samo e di Argos, già prima di Cristo, in monumenti sepolcrali, in case, come a Pompei e ad Ercolano. Ovidio scrive che porta le stelle nella coda (Metamorphos., 15, 383). Plinio chiama "gemmantes" i suoi colori (Nat. hist., 10, 43), che Marziale riferisce alle ali ( 13,70 ). Tertulliano riferisce la leggenda di Ennio che Omero sarebbe stato mutato in p. (De anima, 33-34: PL 1, 750-51; De resurrectione carnis : ibid., 841); egli descrive le sue penne oculate, che perde e rinnova, nel suo trattato De pallio (ibid., 1090-91). Per questo il p. fu simbolo della primavera ed era effigiato nel Cronografo del 354 al mese di maggio; la ruota della sua coda dai cento ocelli simboleggia il ciclo stellato (Fr. Cumont, Recherches sur le symbolisme Jandraire des Romains, Parigi 1942, p. 231). S. Agostino scrive che fu concesso alla carne del p. di non putrefarsi (De civ. Dei, 21, 4: PL 41, 712). Per questo divenne simbolo dell'immortalità e si spiega per conseguenza come sia stato spesso rappresentato in monumenti funerari romani, dal sepolcreto dell'isola sacra ai colombari della vigna Codini, a quelli sotto le basiliche "in Catacumbas ", e in Vaticano sotto l'edificio dell'annona e sotto la basilica di S. Pietro. Passarono quindi nell'arte cimiteriale cristiana, come nell'ipogeo degli Acilii in Priscilla e altrove nello stesso cimitero (Wilpert, Pitture, tavv. 91 e 109, 1, 202), negli altri di Bassilla (ibid., tav. 151), di Domitilla (ibid., tav. 196), "inter duas lauros" (ibid., tav., 131), in Marco e Marcelliano (ibid., tav. 162, 1), in Callisto (ibid., tavv. 37, 38, 134, 2), in Panfilo (E. Josi, Il cimitero di Panfilo, in Riv. arch. crist., 1 [1924], p. 112 e figg. 59-60; 3 [1926], p. 190, fig. 78); nell'ipogeo del Viale Manzoni (G. Wilpert, Le pitture dell' Ipogeo di Aurelio Felicissimo presso il Viale Manzoni in Roma, in Atti e Mem. della Pont. Acc. Rom. di arch., 1, 2, tav. 8).
Figura nel paradiso nell'affresco detto: "dei cinque santi» in Callisto (Wilpert, Pitture, tav. 110), e a Siracusa nella cripta di S. Marziano (J. Führer-V. Schultze, Die altshristl. Grabstätten Siziliens, Friburgo i. Br. 1907, p. 304). Sembrano unicamente ornamentali nell'arcosolio di Bonifatia nel cubicolo di Ampliato in Domitilla (Wilpert, Pitture tav. 30, 1). Fuori Roma si trova a Napoli nel cimitero di S. Gennaro (H. Achelis, Die Katakomben von Neapel, Berlino-Lipsia 1936, tav. 28); a
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Siracusa nella catacomba della vigna Cassia (J. Führer, Forschungen zur Sicilia Sotterranea, Monaco 1897, tav. 10). In tutti i citati esempi si possono trovare p. soli sopra o sotto un albero; p. affrontati ad un vaso o ad un calice, p. su tralci di vite o uscenti da un vaso o che becchettano un grappolo d'uva, o che bevono ad un vaso. Nei musaici il p. è frequente sia solo con la coda spiegata a ruota o in atto di beccare un fiore, o a coppia tra un vaso, o anche a gruppi di tre; sulle decorazioni tombali a Cartagine, nelle basiliche di Adrumeto, di Bordj-el-Joudi, di Sidi-Diedidi, di Oued-Ramel, di Sidi-Abich, di Cartagine, di Cherchel, di Djernila, di Henchir-Guerneria, di Henchir-Chigarmia, di Henchir (Inventaire des mosaïques de la Gaule et d'Afrique, passim). Fu anche inciso su lastre sepolcrali, come in quella di Aurelia Proba e in una proveniente da Pretestato, dove i due p. affrontati al vaso sono insieme a delfini e ancore (O. Marucchi, Monumenti del Museo cristiano lateranense, Milano 1910, tavv. 58,3 e 29,3). Nella Gallia, in un epitaffio di una Eusebia religiosa "magna ancilla Dei" (E. Le Blant, Inscriptions chrétiennes de la Gaule, Parigi 1857, tav. 70, n. 423) e a Vienne quello di un "Urbanius" morto nel 491 e 536 (M. Faure, Vienne, ses monuments chrétiens, Vienne 1948, p. 132, fig. 1). In un graffito trovato nella basilica cristiana di el-Asaba (R. Bartoccini, in Africa italiana, 1920, p. 77). Essi figurano affrontati ad un cantaro anche nel musaico pavimentale della sinagoga naronitana, oggi Hammam-el-Lif in Tunisia (E. Renan, La mosaïque d'Hammam-Lif, in Revue arch., 7 serie, 3-4 [1884], pp. 273-76, tavv. 7-8). A Roma sono anche nella vòlta d'un cubicolo nel cimitero giudaico della vigna Randanini sulla Via Appia, ma detto cubicolo può essere stato in origine pagano e poi incorporato nel cimitero (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, VI, Prato 1881, tav. 580). Nell'arte non sepolcrale il p. appare nei musaici come nelle vòlti del mausoleo di S. Costanza in Roma, in S. Matrona presso Capua, in S. Vitale a Ravenna. A Vid di Narenta (l'antica "Narona"), in Dalmazia, un frammento di bassorilievo mostra i due p. affrontati al vaso (Fr. Bulic, Di un antico bassorilievo con rappresentazione eucaristica, in Nuovo bull. arch. crist., 12 [1906], pp. $207-14$ ).
Si trova spesso in transenne, in S. Apollinare nuovo a Ravenna e a S. Vitale anche negli abachi dei capistelli nell'urna reliquiario nel Museo civico di Verona, nel sarcofago dell' atrio di S. Lorenzo al Verano in Roma che è rilavorato (Fr. H. Taylor The Sarcophagus of St. Lorenzo, in The art Bulletin, 10 [1927]). Perfino in una lampada proveniente da Beyrouth (O. M. Dalton, Early christian antiquities, Londra 1901, p. 152, n. 835) e in una secchia di piombo trovata a Tunisi (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 5 [1867], pp. 77-87).
Bim.: H. Lother, Der Plan in der altchristlichenkunst, Lipsia 1929.
Enrico Josi
PAVONE, Francesco. - Esegeta e scrittore ascetico, n. a Catanzaro nel 1569 , m. in fama di santo a Napoli il 25 febbr. 1637. Entrato nella Compagnia di Gesù ( 1585 ), insegnò umanità, poi per 15 anni filosofia, 15 anni ebraico e 5 S. Scrittura. Fondò a Napoli (1611) una congregazione di sacerdoti per insegnare il catechismo, predicare le missioni, visitare carceri e ospedali, assistere i moribondi.
Scrisse molte opere spirituali, filosofiche ed esegetiche. Da ricordare: Statuti e regole de' chierici (Napoli 1614; nuova ed., ivi 1722); Meditazioni della B. Vergine (ivi 1614); Meditazioni per apparecchio alla S. Messa (molte edd., di cui l'ultima ivi 1854); Meditazioni del S.ma Sacramento (ivi 1622). In latino: Summa ethicae sive commentarius in Libros ethicorum Aristotelis (ivi 1617; Lione 1620; Magonza 1621; Oxford 1668); Introductio in s. doctrinam (3 voll., Napoli 1623); Commentarius dogmaticus sive theologica interpretatio in Pentateuchum (ivi 1635); Commentarius dogmaticus sive theologica interpretatio in Evangelia (ivi 1636).
Bim.: A. Barone, Vita del p. F. P., Napoli 1700; G. B. Baroni, Notizie istoriche delle Congregazioni ecclesiastiche istituite
dal p. F. P., ivi 1833; Hurter, III, col. 780; Sommervogel, VI, coll. $390-93$.
Francesco Russo
PAVONI, Antonio, beato. - Inquisitore e martire domenicano, n. a Savigliano nel 1326, m. a Bricherasio il 9 apr. 1374. Prese l'abito religioso nel convento di Savigliano (ca. 1341), di cui fu ripetutamente priore. Era maestro in teologia.
Ucciso dagli eretici Pietro Cambiani da Ruffia il 2 febbr. 1365, P. venne chiamato a succedergli quale inquisitore generale per il Piemonte, la Lombardia e la Liguria. Per il suo zelo nell'esercizio dell'ufficio, fu preso di mira dagli eretici valdesi e pugnalato mentre taciva dalla chiesa di Bricherasio la domenica in Albis, come egli aveva presentito. Pio IX il 4 dic. 1856 ne confermò il culto. Festa il 9 apr.
Bim.: Acta SS. Aprilis, I, Parigi 1863, pp. 844-46; Année dominicalue, nuova ed., I (1880), pp. 203-301; I. Taurisano, Catalogus hagiographicus Ordinis Praedicatorum, Roma 1918, p. 30, n. 48 .
PAVONI, Lodovico, venerabile. - Fondatore dei Figli dell'Immacolata Concezione, n. a Brescia il 17 sett. 1784; m. ivi il $1^{\circ}$ apr. 1849.
Di acuto ingegno, aggiunse agli studi letterari anche quelli della pittura, dell'architettura, delle arti meccaniche e delle scienze, quasi presago della sua fondazione futura. Ordinato sacerdote nel 1807 , si tenne per 5 anni a disposizione dei parroci per qualunque ministero occorrente, prodigandosi nello stesso tempo in bene di molti oratorii, che ebbero in lui il fondatore o il direttore. Nel 1817 fu eletto cononico della cattedrale di Brescia e nel 1818 rettore della chiesa di S. Barnaba. Aprì allora accanto alla chiesa una casa per raccogliervi i ragazzi orfani o abbandonati e offrire loro una scuola di arti e mestieri, affinché con la religione apprendessero anche il modo di procurarsi poi da vivere. L'opera a poco a poco si ampliò tanto da accogliervi nel 1836 anche gli orfani, lasciati dalla pestilenza; e nel 1840 , in sede separata, ragazzi e giovani sordomuti. A consolidare ed assicurare l'opera, istituì una nuova congregazione di sacerdoti e di laici, che volle chiamare "Figli dell'Immacolata Concezione"; i primi per la direzione spirituale dei giovani, i secondi per dirigere le officine. Egli ne fu il superiore generale fino alla morte, ampliando il campo del suo zelo anche nelle diocesi vicine, e coadiuvando la predicazione con la buona stampa. La fama di santità che godette in vita e dopo la morte, fu causa che se ne introducesse il processo di beatificazione (1919).
Bim.: AAS, 11 (1919), pp. 139-42; 39 (1947), p. 641 seg.; E. Allegranza, Irradiazione spirituale di L. P., Milano 1947; L. Traverso, Un pioniere della educazione professionale, ivi 1949; G. Anichini, Un ricostruttore sociale, ivi 1949. Celestino Testore
PAX ROMANA. - E un'opera di apostolato considerata sul piano internazionale; essa cerca di realizzare, in mezzo al mondo disorientato, l'unione degli studenti e degli intellettuali cattolici, al fine di proclamare il messaggio cristiano. Il suo programma è sintetizzato nel motto: Pax Christi in regno Christi.
Dopo numerosi tentativi di organizzare internazionalmente la gioventù studiosa cattolica, tentativi che si possono far risalire ai primi contatti fra gli studenti svizzeri e gli studenti francesi nel 1887 , auspici il barone George de Montenach e il conte Albert de Mlun, e che si susseguirono in un alternarsi di speranze e di insuccessi, $P$. $r$. si costituisce finalmente a Friburgo (dove già il 23 ag. 1889 si era avuta una prima adunanza costitutiva, restata senza effetti) il 20 luglio 1921 come "Segretariato internazionale delle associazioni nazionali degli universitari cattolici ". Venti paesi si affiliano subito al nuovo Segretariato. Il programma comprendeva scambio di studenti, sostegno finanziario alle opere di assistenza spirituale nelle università, assistenza a studenti bisognosi, incontri internazionali, ecc. Il Segretariato si sviluppa rapidamente ed i successivi congressi annuali (1922 Friburgo, 1923 Salisburgo, 1924 Budapest) ne dimostrano la crescente vitalità, fino a che nel Congresso di Bologna (1925) esso
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si trasforma in confederazione internazionale "Confederatio studentium universi terrarum orbis catholica".
P. r. continuò con ritmo crescente la sua attività sino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Si era delineato frattanto nel suo seno un gruppo di laureati e di professionisti che, educati nel suo spirito e nei suoi ideoli, non si rassegnavano a lasciarla e a disperdersi. Ecco perciò che alla fine della guerra, il Congresso riunito a Friburgo nel 1946 per il $25^{\circ}$ anniversario della fondazione di $P$. r., prende l'idea di costituire una sezione autonoma per gli intellettuali ed i professionisti. Il progetto è ormai maturo e durante l'ottava di Pasqua 1947, due assemblee simultaneamente riunite a Roma e ad Anzio consacrano la riorganizzazione di $P$. r. nei due movimenti internazionali, degli intellettuali e professionisti (Mouvement international des intellectuels catholiques [M. I. I. C.]) e degli universitari (Monvement international des étudiants catholiques [M. I. E. C.]).
Secondo i nuovi statuti, le due sezioni dell'unica $P$. r. sono autonome e possiedono organi propri; tuttavia collaborano vicendevolmente ed intimamente, specie attraverso il "Comitato di $P$. r. , formato del presidente, di un vice-presidente, del segretario generale di ciascuno dei due rami. Mons. Charrière, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, nella diocesi del quale $P$. r. ha la sua sede, riveste la carica di assistente ecclesiastico generale e nomina un assistente ecclesiastico per ciascuno dei due movimenti. Comune ai due movimenti è anche il "Bureau de secours "che riunisce le informazioni sui bisogni degli studenti ed intellettuali dei paesi devastati dalla guerra, coordina gli sforzi, ripartisce i fondi.
Sono membri del MIIC le federazioni nazionali degli universitari cattolici ( 74 federazioni nazionali in 46 paesi, all'inizio del 1950); sono membri del MIIC le associazioni cattoliche di intellettuali e di uomini di professione liberale, sia che rivestano carattere nazionale, sia che perseguano scopi particolari ( 38 organizzazioni, rappresentanti 31 paesi all'inizio del 1950). Il Segretariato generale di ambedue i rami ha sede a Friburgo (Svizzera); i vari segretariati internazionali hanno sede in paesi diversi.
Ogni tre anni si riunisce un congresso mondiale comune ai due movimenti. P. r. pubblica un proprio organo mensile, comune ai due movimenti, redatto in francese, tedesco, inglese, spagnolo, e Scrinium (elenchus bibliographicus universalis) bollettino universale di bibliografia.
BibL:: G. De Weck, Histoire du mouvement des étudiants catholiques, Friburgo 1926; N. Palmieri, P. r., in Studium, 21 (1925). pp. 11-18; V. S., L'associazione P. r.: origini, scopi e attivita, in L'Osservatore romano, 12 dic. 1936.
Marisetta Paronetto Valier
PAYEN, George. - Canonista, n. a Nantes il 15 apr. 1862, m. a Sciangai il 29 giugno 1940.
Entrato nel 1880 nella Compagnia di Gesù, passò, dopo vari anni di insegnamento in Francia (1899-1904), alla Cina per insegnarvi teologia (dogmatica e morale) e diritto canonico nel collegio Massimo e nel Seminario di Zikawei, ove fu per 36 anni maestro dei giovani confratelli e dei seminaristi a Sciangai. Insegnò anche, per quasi 25 anni, deontologia medica agli studenti della Facoltà di medicina dell'Università Aurora di Sciangai. Fu scelto come teologo consultore del I Concilio plenario della Cina e incaricato della redazione dei relativi decreti.
Fra i suoi scritti i principali sono: Monita Nankinensia, Zikawei 1918; $2^{\mathrm{a}}$ ed., 2 voll., 1933; Quaestiones de Baptismo, 3 voll., ivi 1929-30; De Matrimonio in missiombus ac potissimum in Sinis, ivi 1928-30; $2^{\mathrm{a}}$ ed. 1935-36 (che raccolse le più alte approvazioni); Déontologie médicale d'après le droit naturel, ivi 1922; $2^{\mathrm{a}}$ ed. 1935.
BibL.: necrologi, in Il Pensiero missionario, 12 (1940), pp. 372-73 e in Commentarium pro religiosis et missionaris, 22 (1941), p. 43.
Augusto Moreschini
PAZIENZA. - Virtù morale, che mira a far sopportare i mali presenti in modo da non lasciarsi dominare disordinatamente dalla tristezza (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-\mathbf{2}^{\mathrm{b} \mathrm{c}}$, q. 136); è pertanto una parte potenziale della fortezza.
C'è una tristezza cattiva e biasimevole; quella che deprime ed abbatte e spinge talora anche ad imprecazioni e bestemmie; e c'è una tristezza buona e lodevole, appunto perché guidata e moderata dalla p.: "Beati quelli che piangono, perché saranno consolari" (Mt. 3, 5). La p. può essere una semplice virtù naturale, quando il motivo per cui si esercita è un bene naturale (l'acquisto della scienza o della ricchezza, la pace in famiglia, la propria dignità morale); o anche soprannaturale, quando il motivo riguarda un bene soprannaturale (il merito, la riparazione, l'imitazione e l'amore del Salvatore, il possesso finale di Dio e i mezzi per conseguirlo). Per questo la S. Scrittura loda e inculca le molte volte la p. (Eccli. 2, 3-5; Lc. 21, 19; Rom. 9, 1; II Cor. 8-10) e ce ne offre un modello in tutto il libro di Giobbe e nei vari episodi della Passione di Gesù.
Oggetto della p. è tutto ciò che in qualunque modo ci contraria, ci fa soffrire, e cagiona tristezza; per cui la p. è necessaria per sopportare i rovesci della fortuna, i futti di famiglia, le malattie, l'esilio; per sopportare se stessi con i propri mutevoli umori e debolezze, i difetti e i torti degli altri; per accettare le fatiche e le prove, inerenti ad ogni sforzo verso il bene e all'adempimento del proprio dovere; per sottomettersi ai disegni e alle disposizioni della Provvidenza.
L'esercizio della p. ammette poi vari gradi di perfezione secondo l'intensità del male che ci rattrista, non solo, ma anche secondo il modo con cui lo sopportiamo: a) accettando il calice che pure si vorrebbe allontanare, senza mormorazioni; b) inomedesimandosi della volontà di Dio e volendo perciò il calice, che ci viene porto; c) desiderando, anzi, il calice della tribolazione per meglio imitare il Salvatore.
Alla p. si oppone: a) per difetto, l'impazienza, per cui l'uomo si abbandona senza controllo alla reazione della natura di fronte al male che lo rattrista e lo spinge alla mormorazione, al pessimismo, o anche a cercare consolazioni e soddisfazioni di cattiva lega; b) per eccesso, l'insensibilità o apatia, che rende freddi di fronte ai mali propri e altrui.
BibL.: oltre ai trattati di teologia concernente l'argomento delle virtù, cf. Tertulliano, De patientia; PL 1, 1359-85; s. Cipriano, De bono patientiae: PL 4, 643-61; s. Agostino, De patientia: PL 40, 611-26; inoltre: J. J. Olicr. Introduction à la vie et aux vertus chrétiennes, cap. 9; s. Francesco di Sales, Introduction à la vie dévote, parte 35, cap. 3; A. Rodriguez, Esercizia di perfezione e di virtù cristiane, parte $2^{2}$, cap. 6; s. R. Bellarmino, De gemitis calumbus, sive de bono iuccymorum, Roma 1617 (ripetutamente tradotto); O. Zimmermann, Lehrbuch der Anarik, Friburgo i. Br. 1929, pp. 33-43; J. Piquez, Canna, français littéraire de la Somme (lola). XIII, Parigi 1931, pp. 173187; G. Faber, Progresso dell'anima nella vita spirituale, vers. it., $11^{\mathrm{a}}$ ed., Torino 1942, pp. 112-20.
Celestino Testore
PÁZMÁNY, Peter. - Cardinale, teologo e controversista, restauratore del cattolicismo in Ungheria, n. a Nagyvárad (Gran Varadino) il 4 ott. 1570, m. a Poszony (Presburgo) il 19 marzo 1637.
Educato nell'eresia calvinista dal padre, vicereggente di Bihar, abiurò a 13 anni ( 1584 ) nel collegio dei Gesuiti a Kolozvár sotto l'influsso del primo gesuita ungherese S. Szantó, e a 17 (1587) entrò nell'Ordine a Cracovia. Compiuti gli studi filosofici a Vienna, passò, per la teologia, al Collegio Romano (1593). Nel 1597 è destinato a Graz, professore di filosofia; nel 1601 rientra in Ungheria come predicatore; due anni dopo ritorna a Graz come professore di teologia per 5 anni, formandovisi abile e inespugnabile polemista sulle opere del Bellarmino; nel 1607 è chiamato dal cardinale arcivescovo di Strigonia quale consigliere e collaboratore, aprendogli così la via ad un'azione più ampia ed efficace contro la "riforma". Il P. non diede requie agli avversari e ne divenne il terrore, nessuno osando invitarlo a contraddittorio o accettarne la sfida. Alla parola volle aggiungere gli scritti, pubblicando varie opere in classico stile ungherese. Già nel 1603 aveva composta una Risposta al libro di Stefano Magyari, predicatore di Sarvàr, sulla causa della decadenza in Ungheria, il quale ne incolpava i "papisti»; nel 1604 tradotto in ungherese l'Imitazione di Cristo; nel 1605
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pubblicato Dieci dimostrazioni sulle falsità della scienza presente; nel 1606 un libro di preghiere, oggi ancora in uso; nel 1609 Cinque lettere a Peter Alvinezy; ma l'opera che colpì al cuore l'eresia, dimostrandone l'inconsistenza scientifica fu l'Hodsegus. Guida a