voce precedente; inoltre: Acta SS. Octobris, III, Anversa 1770, pp. 69-147; M. Amari, Storia dei Mandmiani in Sicilia, $2^{\circ}$ ed., I, Catania 1933, pp. 219-22; L. T. White, Latin monasticism in Norman Sicily, Cambridge 1938, pp. 8-10; Martyr. Hieronymianum, pp. 231, 241, 252. Igino Cecchetti
PLAIN CHANT MUSICAL. - Nel 1669 Henri Du Mont pubblicò cinque messe che son divenute universalmente celebri.
Sembra che egli sia stato anche l'inventore del termine con cui si designano quelle composizioni religiose dei secc. xvir e xviri che sono in opposizione alla polifonia perché monodiche, benché non derivanti dal gregoriano. L'origine del $p$. c. m. non è stata precisata, e non è certo che esso sia nato in Italia.
Il $p . c$. m. si presenta come un compromesso tra il canto gregoriano e il gusto moderno, ed ha l'intento di offrire pezzi facili per tutti. Pretende inoltre di essere più semplice del gregoriano. Dalla tonalità moderna prende i toni maggiori e minori, le modulazioni, la fraseologia, le cadenze ed i cromatismi; dalla notazione figurata le lunghe, le brevi e le semibrevi. Coltivato in Francia da Bourgoing (1634), da Cl. Chastelain, J.-B. de Contes, Du Mont, Nivère, il figlio di Lulli, Poisson, Leboeuf, trovò il suo migliore teorico in La Faillée (1748) e fu usato dalle neoliturgie gallicane. Suo capolavoro è la famosa Messa Trompette.
Bibl.: notizie sparse in J. d'Ortigue, Dict. de p. c., Parigi 1857; J. Combarieu, Histoire de la musique, I, ivi 1924, pp. 201-203; II, ivi 1925, p. 249; M. Brenet, Dict. de la musique, ivi 1926, p. 357. Eugenio Cardine
PLANCK, Gottlieb Jakob. - Teologo luterano, n. il 15 nov. 1751 a Nürtingen nel Württemberg, m. a Gottinga il 31 ag. 1833.
Fu personalità eminente tanto nella sua chiesa territoriale (vi fu per oltre vent'anni sopraintendente generale), quanto nella teologia, succedendo a C. W. F. Walch nella cattedra di storia ecclesiastica e di simbolica. Il suo indirizzo, che si può definire un "soprannaturalismo razionale", rappresenta il trapasso dal rigido luteranesimo a una posizione illuministica. Formulò il suo sistema in imponenti lavori di storia della teologia e della Chiesa e in esposizioni comparative dei metodi dogmatici delle chiese cristiane ( $x$ simboliche $x$ ), valorizzati anche dai cattolici dell'epoca, p. ex., da J. A. Moehler.
La sua opera principale è la Geschichte der Entstehung, der Veränderungen und der Bildung unseres protest. Lehrbegriffs ( 6 voll., Lipsia 1781-1800).
Bibl.: K. Auer, Theologie der Lessing-Zeit, Lipsia 1928, passim; W. Nigg, Die Kirchengeschichtsschreibung, Berlino 1934; St. Loesch, 3. A. Möhler, I, Tubinga 1928, p. 271 sg.
Mario Bendiscioli
PLANCK, Max. - Pensatore e scienziato, n. a Kiel il 23 apr. 1858, m. a Gottinga il 4 ott. 1947.
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(da J. Demeus, Oud nederlandsch: Kwartmakers in betrekking met Plantijn, I, Anversa Bifi
Plantin, Christophe - Ritratto a 74 anni. Incisione in rame.
Succedette nel 1887 a G. R. Kirchhoff nella cattedra di Berlino, e nel 1907 a L. Boltzmann nella cattedra di Vienna. Fu premio Nobel per la fisica (1918) e accademico pontificio(1936).
Si occupò soprattutto di termodinamica. Ma è celebre per la teoria del quanta (v. quanti, teoria dei). In filosofia P. ammette l'esistenza di un mondo reale; la scienza porta alla conoscenza di esso, eliminando gli antropomorfismi delle nostre sensazioni, benché non possa mai riuscirvi completamente (La conoscenza del mondo fisico, trad. it. di E. Persico, $3^{2}$ ed., Torino 1943, pp. 9, 42, 153, 188, ecc.). P. è contrario all'indeterminismo (ibid., pp. 127, 237). Afferna che "scienza e religione non sono in contrasto ma hanno bisogno l'una dell'altra per completarsi nella mente di un uomo che pensa seriamente "(ibid., p. 137). "La scienza conduce dunque a un punto oltre il quale non ci può guidare" e l'uomo "giunto a questo punto è quindi necessitato a cercare un'altra guida, che non trova se non ... sostituendo alla conoscenza scientifica la fede religiosa" (ibid., p. 135).
Bibl.: H. Hartmann, M. P. als Mensch und Denker, Berline 1938; B. van Hagen, Il padre della fisica moderna, in Humanitas, 2 (1948), pp. 30-40. Altre indicazioni in G. A. De Brie, Bibliographia philos. 1534-43, I, Bruxelles 1950, p. 543.
Roberto Masi
PLANTIN, Christophe. - Uno dei più insigni ed attivi stampatori del sec. xvi, creatore di una azienda tipografico-editoriale durata oltre 3 secoli, e, dal 1876 , trasformata in Museo.
N. nelle vicinanze di Tours intorno al 1520 , si stabilì ad Anversa, depprima come legatore e libraio, poi iniziandovi, dal 1555, un'attività tipografica che doveva presto assurgere ad importanza europea e conquistare largamente il mercato librario. Il primo libro impresso dal P. è un testo italiano di G. M. Bruto, La instituzione di una fanciulla nota nobilmente, con traduzione francese (Anversa 1555, in-120, cc. 60), cui seguirono, sempre più numerose, opere di classici, di poeti francesi, teologiche e liturgiche. Fra gli anni 1562-63 l'officina subì una crisi per accuse di eresia formulate contro il P., ma presto si riprese e il decennio 1563-73 è da ritenersi il più saliente per la produzione plantiniana, nella quale, oltre ai bei caratteri romani, vengono ad aggiungersi le illustrazioni di cui abbondano le edizioni del P. costituenti una copiosa serie dei migliori "figurati" del tempo. Basterà citare fra essi gli Emblemata di G. Sambucus (Janos Zsambok) del 1564 e di A. Alciato del 1565 e l'opera massima del P., la Bibbia poliglotta stampata dal 1569 al 1573 in 8 voll. ampiamente illustrata da magnifiche incisioni in rame. Ma il grave sforzo finanziario sostenuto ebbe sfavorevoli ripercussioni sull'azienda e indusse il P. a stampare poi quasi unicamente opere liturgiche (messali, breviari, antifonari) di cui ottenne privilegi per vari Stati dal re Filippo II di Spagna, che lo ebbe sempre in grande considerazione. Nel 1576, a causa dell'acuirsi delle guerre di religione, fu costretto ad emigrare a Leida con parte dell'officina, lasciando ad Anversa i generi Franz Raphelengius (1539-96) e Jan Moretus « Moerentorf» (1543-1610). A Leida fu al servizio di quella Università stampando
edizioni di classici, opere scientifiche e in particolar modo opere di vari docenti fra cui quelle del filologo Joest Lips (Justus Lipsius). Rientrato ad Anversa nel 1585 , attese a riorganizzare l'azienda dissestata, ma non poté vedere che i primi segni della ripresa venendo a morte nel 1589 . La gloriosa stamperia ebbe degni continuatori nei predetti generi, ma particolarmente ad opera del Moretus che divenne capostipite di una feconda dinastia di stampatori succedutisi ininterrottamente fino ad EdouardusHyacinthus Moretus (1804-80), che, nel 1875 , cedette alla città di Anversa la stemperia con l'intera attrezzatura (fonderia, legni e rami incisi, archivio e la serie completa delle edizioni del P.) per la creazione dell'attuale Museum P.-Moretus, forse il più importante dedicato all'arte della stampa. Al P. si assegnano approssimativamente ca. 1600 edizioni con una grande varietà di testi. La maggior parte si presenta con notevole perfezione grafica e riccamente illustrata con xilografie e rami, ragione non ultima della loro enorme diffusione e apprezzamento in tutta l'Europa colta del tempo.
Bibl.: non esistono, finora, annali veri e propri delle edizioni del P.; v.: C. Ruolens e A. De Backer, Ann. plantiniennes, Bruxelles 1865; L. Degeorge, La Maison P. à Anvers, $2^{\circ}$ ed., ivi 1878 (contiene un elenco cronologico [1555-60] delle opere stampate dal P.); M. Sabbe, Etrai de bibliogr. des éd. d'Horace publ. par C. P. et ses succers., in De gulden Passer, 14 (1936), pp. 93-111 e in Handelsogen van het Wetensch. lijk Vlaamsch Congres voor Boeken-Bibliotheekseisen, 4 (1937), pp. 47-69; J. Stollfeld, Bibliogr. des editions musicales plantiniennes, Bruxelles 1949. Sul P. e la sua attività: M. Rooses, C. P., $2^{\circ}$ ed., Anversa 1896; A. Sorbelli, C. P., Milano 1923; M. Funck, Le litre belge à grecures, Bruxelles 1923, pp. 127 sgg.; A. J. Delen, Les illustrateurs français de C. P., in Le bibliophile, 2 (1932), pp. 63-74, 173-83; H. J. Jesse, C. P. te Leiden, 1582-83, in De gulden Passer, 12 (1934), pp. 110-20; M. Sabbe, Dans les ateliers de P., in Guernberg Yahr., 12 (1937), pp. 174-92; M. Sabbe, L'oeuvre de C. P. et des ses successeurs, Bruxelles 1937; E. Rath e R. Juchhoff, Buchdruck und Buchillustr. bis zum Jahre 1600, in F. Mikau e G. Leyb, Handb. der Bibliothekswissenschaft., I, $2^{\circ}$ ed., Berlino 1950, pp. 143144. Sul Museo: M. Rooses, Le Musée P. Moretus, Anversa 1914; M. Rooses e M. Sabbe, Catalogue du Musée P.-Moretus, $9^{\circ}$ ed., Anversa 1928.
Giannetto Avanzi

(M. Bibl. Vaticana)
Platina, Bartolomeo - Registro dei prestiti. Autografo del P. Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 3964.
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(fol. Anderson)

(fol. Anderson)
In alto: FACCIATA DEL DUOMO (età romanica: il portico è del 1311).
In basso: PIANCO DELLA CHIESA DI S. GIOVANNI FUORCIVITAS (sec. xII).
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(fot. Gab. fol. nav.)

(fol. Gall. Musel Vaticani)

(fol. Uall. Musel Vaticani)

(fol. Appolili)
In alto a sinistra: PIVIALE DI BONIFACIO VIII (sec. XIII) - Anagni, Tesoro della Cattedrale. In alto a destra: PIVIALE di broccato orientale con cappuccio o scudo in arazzo del sec. xvi - Vaticano, Museo sacro. In basso a sinistra: PIVIALE con ricamo sec. xvi - Perugia, Museo dell'Opera del Duomo. In basso a destra: PIVIALE in seta verde con motivi ornamentali indiani ricamati in oro - Roma, Mostra internazionale d'arte missionaria del 1950 .
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(fot. Anderson)
Platina - Rirtaito. Particolare dell'affresco di Melozzo da Forli raffigurante il P. innanzi a Sisto IV - Vaticano, Pinacoteca.
PLANUDES, Maximos. - Teologo e umanista bizantino dei secc. xili-xiv, i cui fatti furono tramandati quasi esclusivamente nel proprio epistolario. N. a Nicomedia nel 1260 ca., m. a Costantinopoli nel 1310 .
Fu costretto da Andronico II ad abbandonare la fede cattolica che aveva prima abbracciato nel tempo dell'unione di Michele Paleologo e anche difeso con uno scritto sulla processione dello Spirito Santo. Come elemento nuovo da lui introdotto nella vita bizantina - retaggio dell'influsso latino - va notata la scuola superiore da lui fondata e diretta, da monaco, presso il Palazzo imperiale, nella quale alle consuete discipline umanistiche si aggiunse quella della lingua del Lazio che egli possedeva a perfezione. Le sue opere sono polemico-teologiche, di agiografia, di poesia e non poche versioni in greco di veri trattati di s. Agostino e di s. Tommaso. L'epistolario comprende ben 121 lettere di grande valore storico.
Bibl. : opere : in P. Arcadius, Opuscula aurea, Roma 1830; L. Allatius, Graecia orthodoxa, II, Roma 1652 ; PG 147 e fra le opere del Metochita (vol. 141) e del Benorione (vol. 161) che lo confutarono. L'epistolario nell'ed. di M. Treu, Bratislava 1890. - Studi: Krumbacher, pp. 343-46; U. Chevalier, Répertoire des sources... Bio-bibliog., Parigi 1907, col. 3773; V. Lauretti, s. v. in DThC, XII, II, col. 2247-52. Emmanuele Candal
PLASENCIA (Placentin), diocesi di. - Città su diocesi nella Spagna, il cui territorio si estende non solo nella provincia civile di Cáceres, ma in parte anche in quelle civili di Salamanca, Badajoz e Avila.
Ha una superfice di $10.647 \mathrm{~kmq}$. con una popolazione di 340 mila ab. dei quali 339.900 cattolici; conta 168 parrocchie con 206 sacerdoti diocesani e 25 regolari, 6 comunità religiose maschili e 42 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 320).
La diocesi fu fondata da Clemente III nel 1189 su istanze del re Alfonso VIII di Castiglia fondatore della città. Fu già suffraganea della metropoli di Compostella; dal 1851 lo è invece di Toledo. Patroni della diocesi sono s. Fulgenzio e s. Fiorentina. La chiesa cattedrale iniziata fra il sec. xv e xvi vanta un altare maggiore con belle sculture di Gregorio Hernandez e un coro con ricchi stalli di Rodrigo Aleman.
Bibl.: A. M. Gil, Las siete centurias de la ciudad de Alfonso VIII, Madrid 1877. Ignazio Ortiz de Urbina
PLATA (la) o CHARCAS, diOCESI di: v. SUCRE, diOCEsi di.
PLATINA, Bartolomeo Sacchi detto il. - Umanista, n. a Piadana (da cui il suo nome), presso Cremona nel 1421, m. a Roma di peste il 21 sett. 1481. Per quattro anni militò sotto Francesco Sforza e Niccolò Piccinino, poi attese agli studi umanistici in Mantova sotto la guida di Ognibene Bonisoli, al quale successe come precettore dei figli del marchese Ludovico Gonzaga. Dal 1457 al 1461 studiò greco a Firenze presso Giovanni Argiropulo e strinse amicizia con i principali umanisti. Nel 1462 seguì a Roma il neocardinale Francesco Gonzaga, suo protettore. Fu tra i membri dell'Accademia romana e da Pio II fu ammesso fra gli abbreviatori. Ma sotto Paolo II mutò la sua fortuna.
Due volte fu in carcere : nel 1464, per quattro mesi, a causa delle sue violente proteste contro la soppressione del collegio degli abbreviatori, e nel 1468, con Pomponio Leto ed altri accademici, sotto l'accusa d'empietà e di congiura contro il Papa. Fu liberato prima del maggio 1469, ma agiatezza ed onori riebbe solo da Sisto IV, che nel 1473 gli affidò la custodia della Biblioteca Vaticana. L'opera principale del P. è il Liber de vita Christi ac omnium pontificum, compiuto nel 1474 e poi redatto in forma più breve (in Rer. Ital. Script., III, I, Bologna 1913-32), che ebbe larghissima diffusione, sebbene non sempre imparziale, specialmente per la parte che si riferisce ai pontefici del tempo suo. Fu poi continuata da diversi. Notevoli anche una Historia urbis Mantuae (1466-69; in Rer. Ital. Script., ed. Milano 1731, XX, pp. 611-862) e due trattati politici d'incerto datazione (De principe, ed. Genova 1637; De bono cive, a cura di F. Battaglia, Bologna 1944) che

(fot. Enc. Vait.)
Platina - Proemio all'editio princeps delle Vitae Pontificum, Venezia 1479 - Roma, esemplare della Bibl. nazionale Vitt. Eman.
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(fot. Alinari)
Platone - Il volto di P., con evidente ricordo della figura di Leonardo da Vinci, dipinto da Raffaello nella Scuola d'Atene, Vaticano, Stanze di Raffaello.
precorrono alcune posizioni del Machiavelli. Meno importanti gli scritti filosofici (De vera nobilitate; De falso et vero bono, append. al Liber, ed. Colonia 1340 e altre) e retorici (De Basculis quibusdam linguae latinae; De laudibus bonarum artium, in T. A. Vairani, Cremonensium monumenta Romae extantia, parte I, Roma 1778).
Bibl.: A. Lusio - R. Renier, Il P. e i Gonzaga, in Giorn. stor. della letter. ital., 13 (1889), pp. 430-40; V. Zabughin, Pomponio Lato, I, Grottaferrata 1912, p. 58 sge.; G. Cammelli, Giovanni Argirogola, Firenze 1941, p. 97 sge.; A. Campana, Antonio Blado e B. P., in Miscellanea bibliografica in memoria di d. Tommaso Accaeri, Roma 1947, p. 39 sge. Sulle opere politiche: F. Cavalli, La scienza politica in Italia, in Memorie delI'Int. Ven., 12 (1884), pp. 487-95 (in estratto, Venezia 1885). Sul pensiero filosofico: N. Caregato-Nogrin, Il «De felicitate» di Francesco Zabarella e due trattati sul bene e la felicità del sec. XV, in Classici e evolutini, 3 (1906), pp. 281-93; E. Garin, Filosofi italiani del' 400 , Firenze 1942, pp. 263-73.
Gioacchino Paparelli
PLATONE (IDétuv). - Filosofo greco del sec. vIV a. C., fra i massimi pensatori dell'umanità.
Sommario: I. La vita. - II. Le opere : autenticità e cronologia. - III. Il pensiero. - IV. Altre interpretazioni del pensiero.
I. La vita. - N. ad Atene nel 427 a. C., P. apparteneva a nobile famiglia che, per via del padre Aristoteo, si faceva discendere dal re ateniese Codro e, per via della madre Perittione, risaliva a Solone. Nobili erano lo zio Carmide e il cugino Crizia, coinvolti nelle lotte tra aristocrazia e democrazia nell'inquieto mondo politico che accolse la giovinezza del filosofo : e alle lotte dei partiti facevano riscontro le lotte di pensiero, suscitate tra la gioventú ateniese dai grandi sofisti (v.) Protagora e Gorgia e dallo stuolo folto dei seguaci e imitatori. Tra costoro passava, agitando una sua alta parola di verità, Socrate (v.), alla cui scuola P. si pose, verso i vent'anni, dopo aver ascoltato, tra le molte voci che gli giungevano dalle piazze e dalle palestre, specialmente quelle di Cratilo, Prodico e Ippia.
L'influenza ispiratrice di Socrate, il suo esempio di
virtù, l'eroismo della morte determinarono la vocazione di P., pur non potendosi dire che questi abbia mai ripetuto la dottrina del maestro, senza elaborarla con intimità di meditazione e originalità di conquiste. Dopo la morte di Socrate ( 399 a. C.), la vita di P. si può dividere in tre periodi che vengono qui indicati, senza l'intenzione di spezzare la continuità dell'esperienza e del pensiero, allo scopo di fornire alcuni punti di riferimento per l'ordinamento cronologico delle opere. o) Il primo periodo, dal 399 al 388 , dai trenta ai quarant'anni ca. del filosofo, lo vide prima a Megara, presso il socratico Euclide, poi forse in Egitto e a Cirene, quindi certamente nella Magna Grecia e a Siracusa, presso Dionisio il Vecchio, il tiranno della città, che P. avrebbe voluto attrarre alle sue idee di riforma politica. Alla corte siracusana, il filosofo conobbe Dione, cognato del tiranno, e da lui ebbe comprensione e amicizia; trovò diffidenza e ostilità, invece, da parte di Dionisio, che lo fece deportare e vendere come schiavo sul mercato di Egina. P. fu riscattato da un certo Anniceride di Cirene e poté ritornare ad Atene, dove fondò l'Accademia. 8) Il secondo periodo, dal 387 al 367 , comprende venti anni, dal quarantesimo al sessantesimo, trascorsi dal filosofo nella tranquillità della sua scuola, nella pienezza delle forse dedicate alla produzione delle grandi opere della maturità e alla formazione degli scolari. La sua scuola, originale istituzione che avrà durata quasi millenaria e vedrà sorgere contro di sé altre scuole concorrenti di retori e filosofi, si disse Accademia (v. ACCADEMIA, I. L'a. greco) dai giardini di Academo dove sorse in forma di comunità, raccolta nel culto delle muse e della sapienza. c) Il terzo periodo, che va dal 366 alla morte e si estende dal sessantunesimo all'ottantesimo anno di età, vide altri due viaggi del filosofo a Siracusa, il primo nel 366 , l'altro nel 361 : dovuti entrambi all'invito di Dionisio il Giovane, succeduto al padre nel 367 , non fruttarono a P. né l'esecuzione del suo piano politico per mezzo del giovane monarca, né la tentata riconciliazione con la corte di Dione, il quale morì in esilio. Anzi, durante l'ultimo soggiorno siracusano, il filosofo fu trattenuto dal tiranno in stato di larvata prigionia, da cui fu liberato per l'interessamento di Archita di Taranto. Restituito ad Atene nel 360 , visse nella sua città e nella sua scuola fino alla morte, avvenuta nel 347 .
II. Le opere: autenticità e cronologia. - Il Corpus Platonicum trasmessoo dall'antichità comprende, oltre le opere riconosciute autentiche, sette brevi scritti (Exyxias, Alcyon, Sisyphus, Axiochus, Demodocos, De iusto, De virtute), più una raccolta di Definitiones, tutti giudicati spuri dagli antichi e dai moderni. Su qualcuno degli altri dialoghi non sono mancati dubbi da parte della critica moderna, anai si propende dai più per ritenere non autentici anche l'Alcibiades secundus o minor, l'Hipparchus, il Minos, il Theages e l'Epinomis (scritto, quest'ultimo, di cui pare certa l'attribuzione a Filippo d'Opunte). Fatta eccezione forse solo per la Repubblico, tutti gli altri dialoghi, volta a volta, sono stati sottoposti a qualche riserva da parte dell'ipercritica moderna; ma, in base ai caratteri intrinseci della dottrina e dello stile, ai documenti della tradizione e alla testimonianza di Aristotele, gli studiosi convengono sull'autenticità di quel complesso di 29 dialoghi di cui sarà dato più sotto l'elenco, ordinato secondo la probabile successione cronologica. Sono pervenute con il nome di P. anche alcune Epistolae che, ritenute spurie per lo più dai critici del secolo scorso, sono ora parzialmente o totalmente ammesse tra gli scritti autentici, salva l'insistente totale negazione del Maddalena (P., Lettere, Bari 1948).
La distribuzione degli scritti autentici di P. in una successione cronologica assume una particolare importanza trattandosi di un autore il cui pensiero è in continuo movimento e si va svolgendo dall'uno all'altro dialogo, quasi come un continuo colloquio della mente indagatrice con se stessa. L'ordinamento in trilogie o tetralogie, tramandato dall'antichità, dipende da affinità esteriori che non dànno nessuna garanzia circa la reale successione cronologica. I critici della prima metà dell'Ottocento, specie tedeschi, avevano subordinato la presunta successione dei dialoghi all'interpretazione da loro data del pensiero pla-
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tonico; invece, affinché l'interpretazione non riuscisse arbitraria, la critica andò successivamente orientandosi verso il criterio che subordina l'interpretazione alla successione, essendo questa accertata in base ad argomenti estrinseci alla dottrina, cioè in base a riferimenti dei dialoghi a fatti storici di certa datazione, in base al richiamo d'un dialogo a un dialogo precedente e specialmente in base alle particolarità dello stile di P. prevalenti e caratteristiche dell'uno o dell'altro periodo della sua attività letteraria. Grande lavoro fu compiuto dagli studiosi per la raccolta di dette particolarità stilistiche (L. Campbell, W. Dittenberger, D. Peipers, C. Ritter, H. Siebeck, H. v. Arnim, ecc.), finché sulla fine del secolo W. Lutoslawski (The origin and growth of Plato's logic, Londra 1897) poté ricavare dagli studi precedenti ben 500 particolarità stilistiche (s stilèmis) che gli consentirono di determinare la maggiore o minore vicinanza di ciascun dialogo rispetto alla Leggi che, per testimonianza di Diogene Laerzio (III, 37), è l'ultimo composto da P. Ne risultò un quadro della successione, al massimo attendibile, su cui si esercita ora normalmente il lavoro degli interpreti. Al criterio del Lutoslawski, detto "stilometrico", lo scrivente ha aggiunto il criterio ricavato dal passo 392c-396e della Repubblica, dove P. distingue due forme di dialoghi, l'una «drammatica" o " mimetica ", in cui si riferiscono direttamente i discorsi degli interlocutori, e l'altra " narrata " o "dioghematica ", in cui il discorso degli interlocutori è riferito indirettamente attraverso il racconto di un narratore. Nello stesso passo della Repubblica, P. dichiara che l'uomo per bene non deve adottare la prima forma, che è quella degli autori di drammi e di commedie, mentre deve attencrsì alla seconda forma o, tutt'al più, ad una forma mista. Poiché i dialoghi di P. sono alcuni in forma "drammatica ", altri in forma "narrata", è logico inferire che tutti i dialoghi in forma narrata debbono raccogliersi attorno alla Repubblica, dove l'altra forma è si severamente condannata. P., di fatto, aveva incominciato a scrivere in forma drammatica, la più corrispondente al suo genio artistico, e in questa forma sono tutti i dialoghi del primo periodo; poi, per distinguersi dagli autori somici, al tempo della fondazione dell'Accademia, adottò la forma narrata, in cui sono composti tutti i dialoghi del periodo della maturità, dal Protegora alla Repubblica; infine, riuscendogli estremamente ingombrante l'uso delle particelle intermedie, necessarie per ridurre il discorso diretto a discorso indiretto, abbandonò la forma narrativa, fatisicamente adottata quasi per puntiglio accademico, e, attraverso un periodo intermedio di forma mista, ritornò definitivamente alla forma drammatica. Anche di questo ritorno al dialogo drammatico è data ragione nel passo 143 C del Teeteto. La successione che risulta dal nuovo criterio proposto non smentisce, anzi conferma quella del Lutoslawski : solo vale come elemento di maggiore precisazione per i dialoghi più brevi, su cui ben poco fa presa il criterio stilometrico, e per i dialoghi più lontani dalle Leggi, cioè per quelli del primo periodo.
La successione, ricavata con il duplice criterio stilometrico e del I. III della Repubblica e riferita ai tre periodi indicati nel cenno biografico, risulta come segue:
$1^{\circ}$ periodo ( $399-88$ ): dialoghi cosiddetti socratici, nei quali però P. è già molto oltre Socrate, perché in essi lo scolaro imposta problemi che trascendono l'insegnamento del maestro, sul razionalismo morale, sulla natura del bene, sull'unità e molteplicità dello virtù, ecc.; Apologia Socratici (ressconto, sottomesso alla vigorosa iniziativa platonica, della storica autodifesa pronunciata da Socrate di fronte ai giudici popolari); Critou (Socrate rifiuta di fuggire dal carcere ed enumera le ragioni per cui muore in obbedienza alle leggi che lo condannano); Gorgios (la dialettica, che forma la scienza sulla base del vero, è opposta alla retorica dei sofisti, che insinua nelle folle una credenza superficiale; ad una vita secondo piacere e utilità è opposta una vita che obbedisce al bene, come valore in sé); Alcibiades primus o maior (l'uomo conosce se stesso, quando si conosce come anima); Laches (contro la dottrina che riduce tutte le virtù a sapere si cerca, senza riuscirvi, di trovare la nota distintiva del coraggio dal sapere); Hippias secundus o minor (se la virtù
fosse ridotta semplicemente a sapere, diventerebbe virtù anche l'inganno, in quanto per ingannare bisogna sapere); Hippias primus o maior (sulla bellezza, di cui si cerca e non si trova il concetto sulla base delle definizioni correnti); Euthyphron (sulla base della religiosità tradizionale non è possibile stabilire il concetto di santità e di culto); Menos (la virtù può forse fondarsi sull'opinione e l'opinione è un sapere slegato che presuppone la reminiscenza d'una visione totale avuta in una vita precedente all'attuale: preludio della dottrina delle idee); Ion (si lascia indecisa la questione dibattuta se l'estro poetico sia uno stato superumano o infraumano); Cratylus (primo trattato di linguistica tramandatoci dall'antichità : la parola non basta a rivelare il senso dell'essere : altro appello alla scienza delle idee).
$2^{\circ}$ periodo ( $387-67$ ) : i dialoghi di questo periodo si possono dividere in tre gruppi : a) dialoghi di energica revisione dei principi del socratismo, specie in confronto con le scuole socratiche minorl dei megarici, dei cinici (v.) e dei cirensici (v.) : Protegoras (la questione se la virtù sia insegnabile è insolubile sia sulla base della sapienza sofistica, sia sulla base di quel razionalismo socratico che cinici e cirensici stavano portando a conseguenze ripugnanti); Lysis (in una concezione utilitaristica della vita morale non esistono ragioni dell'amicizia); Euthydemus e Clitophon (critica degli eristici [v. zant'rica], cioè dei giocofiori della parola, e anche istanza negativa di un oggetto assoluto del sapere che manca nell'insegnamento socratico); Charmides (il sapere puro, che rigira su se stesso, rischia di essere sapere vuoto se non si apre a un oggetto assoluto : altra istanza negativa alla dottrina delle idee, ancora inespressa); b) grandi dialoghi costruttivi in cui P. definisce la sua dottrina, superando le difficoltà finora elaborate ed esasperate; Convivium (oltre Eros, anelito umano alla bellezza, misto di scienza e d'inscienza, età il Bello in sé, oggetto assoluto delle umane ascensioni, definito con tutti i caratteri propri degli intelligibili assoluti, cioè delle idee); Phaedo (dialogo sulla immortalità dell'anima e dialogo sulle idee, dove la dottrina centrale del platonismo giunge alla sua chiara formulazione speculativa: l'anima è immortale perché affine alle idee che sono eterne); Respublica (grande dialogo in dieci libri sulla giustizia, dove attorno all'argomento principale si concentrano le fondamentali tesi sulle idee e sui diversi gradi del sapere umano, sulla istituzione dello Stato ideale e sugli Stati degeneri, sulle classi sociali corrispondenti alle tre funzioni dell'anima, sull'insegnabilità della virtù e sul sistema educativo dei cittadini, sull'arte, sulla condizione dell'anima nell'oltretomba, ecc.); c) dialoghi, probabilmente composti tra il 374, anno in cui si conclude lo sforzo speculativo della Repubblica, e il 367 , anno che precede il secondo viaggio siracusano, nei quali, oltre a definire con maggiore profondità la posizione di P. verso retori, matematici, sofisti ed eleati, il platonismo riflette su se stesso e sulle interne difficoltà della dottrina delle idee: Phaedrus (la dialettica diventa psychagogia, cioè movimento dell'anima, assumendo come propri alcuni elementi essenziali della sana retorica); Menexenus (esempio di esercitazione oratoria, secondo i dettami della filosofia); Theaetetus (la sola sensazione, la sola opinione, il solo discorso non dànno ragione della scienza, in quanto non dànno ragione dell'errore: critica approfondita dell'eraclitismo e postulazione delle idee); Parmenides (critica approfondita dell'eleatismo [v.], con la riduzione all'assurdo sia della posizione sia della negazione dell'unità assoluta; revisione critica della dottrina delle idee ed espressione delle ulteriori esigenze da soddisfare con una elaborazione di essa).
$3^{\circ}$ periodo ( $366-47$ ): complesso di dialoghi, nettamente staccati dai precedenti anche per ragioni formali, costituenti quello che potrebbe dirsi il "ciclo del non essere ", per lo sforzo in essi compiuto da P. di dar ragione di quegli elementi negativi, propri della realtà sensibile e del mondo umano, che non trovavano giustificazione nella precedente formulazione della dottrina delle idee: Sophists (si stabiliscono rapporti tra le idee, in modo da introdurre in esse, dal di fuori s, il movi-
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mento dialettico dell'analisi [v.] e della sintesi e da dar ragione di una certa vitalità del mondo del pensiero); Politicos (la dissomiglianza è il principio cosmico, politico, morale, intellettuale della decadenza e del disordine; l'imitazione del reggimento divino del mondo è la norma per la rigenerazione); Philebus (il senso totale dell'essere risulta dall'opposizione tra il finito e l'infinito, conciliantesi nella zona intermedia del divenire in cui si genera, con un misurato contemperamento, il cosmo fisico e il cosmo morale); Timaeus (grande sintesi cosmologica che riguarda la sovranita delle idee e la necessità di una concausa materiale del divenire, l'origine dell'anima cosmica e delle divinità inferiori, i moti dei corpi celesti e la loro natura, l'intervento del Demiurgo nell'ordinamento finalistico del tutto, i rapporti fra anima e corpo, le condizioni della sensibilità e le ragioni delle perturbazioni psichiche e organiche, ecc.); Critius (mito politico. storico personificato nella storia di Atene, fondatrice della civiltà mediterranea); Leges (nuovo grande disegno di riforma politica, frutto delle ultime esperienze siracusane, in cui all'idealismo della Repubblica succede una veduta più realistica delle costituzioni umane, esemplate su un modello inarrivabile, e percio più o meno agitate e sconvolte).
III. Il pensiero. - P. è il filosofo dell'ideale e del trascendente. L'intelligibile che la mente coglie, esercitandosi sulle cose sensibili, non deriva dalle cose stesse, né in nessun modo si confonde con esse, ma sovrasta loro con i caratteri della incorporeità, dell'autosufficienza, della semplicità, dell'eternità, dell'immutabilità (Como., xir a-b). L'intelligibile (i $\delta \varepsilon \dot{\varepsilon} \alpha$, $\alpha \delta \delta \circ$ ) è quell'essenza purissima delle cose, quel puro essere ( $\alpha \dot{\alpha} \tau \dot{\delta} \delta \dot{\varepsilon} \alpha \tau \imath$ : Phaed., 75 d ), che può dirsi a un tempo la causa e il fine del loro esistere, il loro modo migliore di essere, il loro bene. Nessun Atlante ha la forza di abbracciare e sostenere il mondo, eccetto il bene (Phaed., 99 c). Tutta la filosofia anteriore aveva preparato questo risultato, ma soltanto P. lo consegue.
S'era parlato di idealità e di mente e di intelligibile, prima di P., ma l'idea era sempre rimasta impigliata, miticamente e panteisticamente, nella pienezza della rappresentazione sensibile : il numero di Pitagora era $\psi \eta \eta \circ \varsigma$, il $\lambda \delta \gamma o \varsigma$ di Eraclito era fuoco, l'essere di Parmenide era il tutto sferico, il vo $\delta \varsigma$ di Anassagora era la forza operosa della natura. P. è il colpo d'ala che apre dinanzi all'umanità un altro mondo, oltre il mondo sensibile, e scopre un'altra dimensione della vita oltre quella che si svolge nel tempo e nello spazio : scopre un "bene in sé " che, per essere assolutamente tale, oltre tutte le contingenze della vita umana, giudica la vita senz'esserne giudicato, la celenta, decide della sua dignità e dei suoi meriti. P. è la mano che l'antichità pagana stende alla nuova èra della storia. Ma ciò che P. vede non è ancora ciò che vedrà l'anima cristiana : si tratta ancora, con lui, dell'ideale, non dello spirituale, dell'oggetto assoluto, non del soggetto assoluto, dell'intelligibile, non ancora dell'intelletto e tanto meno dell'atto puro dello Spirito che intende, vuole e ama. Nemmeno il Demiurgo del Timeo, in cui culmina lo sforzo di P. per concepire un Dio buono, provvido e veggente, riesce ad essere il principio spirituale della realtà, in quanto fuori di lui stanno le idee che egli rispecchia e sta un sostrato della generazione su cui egli stampa gli schemi della idealità : è un Dio astretto tra due necessità, quella delle idee, in alto, quella della materia, in basso.
Le idee costituiscono il termine d'arresto della scienza e della elevazione morale. P. s'innalza ad esse soddisfacendo pienamente l'anelito che aveva portato il suo popolo verso le pure forme della bellezza artistica, scolpite nel cielo terso della visione; l'anelito che nei misteri religiosi si placava, dopo l'orgia delirante, nell'attimo dell'estasi contemplativa. L'anima che, nel mito del I. VII della Repubblica, esce dalla caverna dei sensi, dove scorgeva appena le ombre delle cose, e si
avvia verso la luce sfolgorante della verità; gli amanti del Fedro che, al vertice della mania erotica, scorgono il trono della bellezza ( 254 b ), si muovono nell'orbita dell'intellettualismo classico, di cui P. è il perfetto esecutore. Soltanto l'occhio della mente pienamente vede, perché soltanto la mente consegue una visione immune da ogni ombra sensibile e coglie l'essere esente dal suo contrario. Però, insieme con l'intellezione schietta, resta in P. l'ansia, quasi romantica, dell'infinito ricercare: resta in lui lo spirito di Eros, figlio di Pense e di Penia, sapiente e ignorante, intento ad accumulare acquisti che restano sempre difettosi, nella condizione umana, rispetto alla pienezza dell'essere. Anche qui c'è una mano tesa dall'antichità classica verso il nostro mondo spirituale. Ma non bisogna, nemmeno a questo proposito, sovrapporre i due piani, nel momento in cui si scorge fra di essi qualche corrispondenza. Pur osservando che il pensiero di P., ribelle a un inquadramento sistematico, si proietta in tutta l'estensione d'una vita che è continua ricerca (e dal precedente rapido resoconto della successione cronologica dei dialoghi è già emersa chiaramente l'evoluzione del pensiero platonico), non si può far di lui il problematista puro, che cerca senza mai trovare e trova soltanto la sua inquietudine come ragione ultima dell'essere. Il movimento della $\sigma \iota \varepsilon \dot{\varepsilon} \psi \varsigma$ platonica è formulazione di problemi, loro soluzione e confronto con i nuovi problemi che rampollano dal tronco della verità conseguita, come il dubbio sampolla a piè del vero. Visione e processo, vo $\delta \varsigma$ e $\delta \iota \alpha$ v $\alpha \iota$, si alternano in questa shepsis costruttiva, che non deve in nessun modo ridursi nell'angustia d'uno scetticismo negatore della verità. Il sovrapporsi in P. dell'intellettualista e del ricercatore, il convergere in lui della duplice spinta noetica e dianoetica, determina certo difficoltà che egli non ha risolto e forse nemmeno ha visto: ma il pensiero moderno, invece di attribuire a P. le proprie soluzioni, deve rispecchiare fedelmente la situazione del pensiero platonico, nelle conquiste effettivamente realizzate, e nei problemi da lui trasmessi insoluti alla speculazione posteriore.
La shepsis platonica ha offerto l'esempio, pressoché unico, di un autore che non esita a mettere in discussione se stesso, sottoponendo a una critica sconcertante, come avviene nel Parmenide, il punto centrale del proprio pensiero, cioè la dottrina delle idee. Questa "crisi» del platonismo non importa un abbandono della dottrina stessa, bensì un approfondimento di essa, attraverso i problemi emergenti dalla sua prima formulazione. I problemi principali, derivati da questa elaborazione, riguardano : a) la vitalità del pensiero; b) il mondo del divenire.
a) Come dar ragione, di fronte alla staticità delle idee, della vitalità e del dinamismo del pensiero? La risposta è duplice: i) di fronte alle idee, principio dell'essere, P. pone l'anima (v.), principio del movimento, in cui le idee si rispecchiano. E la soluzione del Fedro e del Timeo: dualismo delle anime e delle idee, nel Fedro; dualismo delle idee e del Demiurgo nel Timeo. 2) La soluzione più profonda del problema è quella elaborata nel Sofista, dove ciascuna idea, pur restando se stessa e inconcussa nella sua natura, stabilisce dal di fuori» ( $\varepsilon_{2} \alpha \delta \varepsilon \nu$, 253 d ) rapporti di essenziale concomitanza e di alterità con tutte le altre idee (p. es., l'idea "dell'essere" è dotata di una concomitanza essenziale con tutte le altre idee, in quanto tutte "sono"), sicché si stabilisce una comunanza delle idee ( $\delta \alpha \nu \alpha \mu \iota \varsigma$ estvnavias, 251 b , 257 d, ecc.) e il pensiero, che tutto le stringe in plesso ( $\sigma \cup \mu \pi \lambda \circ \kappa \eta, 259$ e), si muove secondo quei rapporti necessari che sono propri di una dialettica analitica e sintetica.
b) Come dar ragione, di fronte alla pienezza ontologica delle idee, d'un mondo del divenire, misto d'essere
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e di non essere? Quali i rapporti tra il mondo sensibile e il mondo ideale? Attorno al Fedone e alla Repubblica si concentra la risposta metessica ( $\mu \varepsilon \dot{\alpha} \delta \varepsilon \zeta \iota \varsigma=$ "partecipazione" [v.], Phoeé., 100 c , 101 c ; Cono., 211 b; Resp., $\mathrm{V}, 476 \mathrm{~d}, 478 \mathrm{e}$ ) per cui il sensibile è un'apparenza (fenomeno) dell'essere che quasi degrada, dalla sua pienezza risplendente, in ombra e nulla. Nei dialoghi dell'ultimo periodo, del Sofista in poi, prevale la risposta mimetica ( $\mu \dot{\eta} \mu \varepsilon \rho \iota \varsigma=$ "imitazione", v. MIMENS) per la quale il divenire ha una consistenza propria, risultando dalla schermatizzazione ideale di un sostrato informe della generatnune (Soph., 265 a-b; Tim., 52 a-b). Si definisce negli stessi dialoghi la dottrina del Demiurgo, per la necessità di stabilire il principio attivo di quest'opera plasmatrice e ordinatrice; e, insieme, si definisce il concetto dell'altro principio a cui gli esemplari eterni impongono la loro forma, per generare il cosmo fisico, e il principio è variamente denominato "infinito", "causa stranta", "concausa del divenire", "l'altro", "luogo", "sede", "spazio" ( $\kappa \omega \dot{\alpha} \rho \alpha$ ).
Il duplice orientamento metessico o mimetico, nel definire i rapporti tra le idee e il divenire, influisce notevolmente su tutti gli altri problemi che, nello sviluppo dei dialoghi, s'intrecciano con quello ontologico e cosmologico. Così, quanto al problema morale (v. ETICA), alla disposizione metessica corrisponde un'accentuata nota ascetica dello spirito platonico, per l'aspirazione dell'anima a liberarsi dalla "prigione" del corpo e conquistare la sua purezza nel mondo delle essenze, a cui è affine. "Non stupirti che quelli i quali sono arrivati (alla contemplazione delle idee) non vogliano attendere alle faccende umane, ma le anime loro tendano sempre a stare in alto" (Resp., VII, 517 c ). Invece, nella fase mimetica, prende consistenza una nota naturalistica e nel Filebo, p. es., prevale l'apprezzamento favorevole per una vita mista, in cui ai piaceri puri della mente siano aggiunti quelli della sensibilità, purché tutto sia commisurato saggiamente, secondo un ritmo di equilibrio e di bellezza (Phil., 65 a) : è il preludio della "felicità di Aristotele. Il problema morale non è mai tralasciato da P., nemmeno nei dialoghi dell'ultimo periodo; però si nota che nei primi dialoghi, i più vicini a Socrate, egli applica alla dinamica della vita morale tutto quell'interesse che negli ultimi dialoghi è prevalentemente dedicato allo studio della dinamica delle idee e della dinamica cosmica. Il razionalismo morale di Socrate, quale tendenza a ridurre il problema della condotta a un problema di sapere, è la prima difficoltà su cui si esercita lo spirito critico di P., orientato verso una concezione della virtù che lasci campo anche all'esplicazione delle potenze inferiori dell'anima. Cosi, mentre Socrate gli trasmetteva in eredità la dottrina che riduce tutto le virtù a sapere (s disse che la giustizia e tutte le altre virtù non sono altro che sapere": Senof., Memor., III, 9, 4), P., dopo aver messo in luce nei primi dialoghi negativi tutte le aporie di questa posizione, giunse nella Repubblica ad articolare variamente la vita morale secondo le tre facoltà dell'anima, cioè quella con cui si impara ( $\lambda \alpha \gamma \iota \sigma \tau \iota \alpha \dot{\sigma} \boldsymbol{\eta}$ ), l'altra con cui si vuole ( $\vartheta \omega \mu \omega \zeta$ ) e la terza con cui si desiderano i piaceri della nutrizione, della generazione e simili ( $\varepsilon \pi \iota \vartheta \omega \mu i \alpha$ ), scoprendo in esse la radice delle virtù, cioè rispettivamente della sapienza ( $\sigma \omega \varphi i \alpha$ ), della fortezza ( $\dot{\alpha} \nu \delta \rho \varepsilon i \alpha$ ) e della temperanza ( $\sigma \omega \varphi \rho \omega \sigma \dot{\nu} \nu \eta$ ), riservando alla giustizia ( $\delta \iota \alpha \alpha \iota \sigma \sigma \dot{\nu} \nu \eta$ ) il compito di armonizzare le tre facoltà sotto l'impero della ragione. "Non si deve permettere che le facoltà dell'anima escano dalla propria competenza e si esplichino disordinatamente; ma ciascuno deve... accordare tra di loro le tre facoltà, quasi si trattasse delle note delle tre corde, alta, bassa e media e dei loro intervalli" (Resp., IV, 443 d). Da un punto di vista generale si può dire che P. nel primo periodo si è dedicato prevalentemente a creare una dialettica delle virtù, nell'ultimo e a creare una dialettica (v.) delle idee.
Il problema della educazione riceve il beneficio della dinamica morale, scoperta da P.: ché, mentre secondo il razionalismo morale di Socrate l'educazione si risolveva in semplice istruzione, cioè in trasmissione di sa-
pere ("chi sa il giusto è giusto": Gorg., 460 c ), la concezione della vita dell'anima, elaborata dallo scolaro, esige dall'educazione un'azione su tutte le energie dell'anima affinché collaborino al bene. La dottrina educativa del I. VII della Repubblica ( 518 c - 519 b) si può così riassumere: hanno torto coloro i quali sostengono che l'educazione abbia il potere d'intendere la scienza nell'anima che ne sia priva; hanno torto come chi pretendesse di dare la vista ai ciechi. Tutti hanno innata e perenne la capacità di vedere il bene, ma non tutti lo vedono, perché il loro sguardo è rivolto altrove e intento agli oggetti del vizio. Come l'occhio del corpo non può essere distolto dalle tenebre e guidato verso la luce, se tutta la persona non opera un rivolgimento ( $\tau \varepsilon \varepsilon \rho \iota \alpha \gamma \omega \gamma \eta^{\prime}$, 518 d ) verso la luce; così l'occhio dell'anima non guarda il bene, se l'anima tutta non si rivolge a questo, educando con l'abitudine e l'esercizio ( $\varepsilon \theta \varepsilon \sigma i$ т $\varepsilon$ xai $\dot{\alpha} \sigma \iota \sigma \varepsilon \rho \alpha \sigma \iota \nu$, 518 e) le capacità inferiori, che non sono innate, ma acquisite. Il disegno educativo della Repubblica, che contempla un'ordinata applicazione alle varie discipline, dalla giovanetta alla matematica, nella formazione integrale del cittadino, è il corollario del principio elaborato da P. nello studio dell'anima umana.
Il problema estetico diversamente si atteggia sotto l'influenza della visione metessica e di quella mimetica: ché, dopo aver introdotto l'imitazione nell'ordine ontologico e cosmico, e aver definito con essa il ritmo secondo il quale la potenza del Demiurgo si dispiega nel mondo e nel mondo rifluisce di parte in parte, fino all'uomo, P. era anche indotto a giustificare l'arte imitativa che invece, per tale suo carattere, era stata condannata nei dialoghi precedenti. La diffida data al poeta nella Repubblica, in quanto "fabbricatore d'immagini" ( $\varepsilon i \delta \omega \lambda \omega \nu \delta \tau \mu \iota \omega \rho \gamma \dot{\sigma} \varsigma$ : X, 599 d ), si converte in ben altro apprezzamento nel Sofista ( 266 agg.), dove l'arte umana, quale produttrice d'immagini ( $\varepsilon i \delta \omega \lambda \sigma \tau \varepsilon \iota \gamma \tau \iota \alpha \dot{\sigma} \nu$ ) viene posta sullo stesso piano dell'arte divina, generatrice d'immagini nel mondo e nell'uomo. Sicché nei dialoghi successivi al Sofista e specialmente nelle Leggi (II, 667 d-668 b), non solo non si condanna l'arte imitativa, ma si esige che l'arte «renda esattamente, nella quantità e nella qualità, il modello imitato». Ma, più di tale riabilitazione della mimesi artistica, vale ai fini della comprensione della natura, della bellezza e della poesia quanto il Concilio ha rivelato sul parco spirituale ( $\tau \dot{\varepsilon} \alpha \varepsilon \varsigma$, 206 e) e sul senso di liberazione ( $\dot{\alpha} \pi \varepsilon \dot{\varepsilon} \lambda \iota \sigma \iota \varsigma$, ibid.) che l'accompagna, e vale quanto il Fedro ha lasciato scritto sulla corporeità dell'idea della bellezza e sul raptus passionale che essa determina ( 231 a; 243 a; v. EETETICA).
Anche il problema politico subisce l'influenza dello sviluppo del pensiero platonico, ché, mentre al periodo metessico corrispondeva l'utopia politica della Repubblica (la città terrena si risolveva tutta nella costituzione perfetta, come il mondo delle ombre nel mondo delle essenze), al periodo mimetico corrisponde un realismo politico che tien conto di tutte le cause umane d'imperfezione, e tuttavia aspira a migliorare o a rigenerare la realtà corrotta, commisurandola sull'archetipo di uno "Stato primo" (Leges, V, 739 a-e), che non l'uomo ma Dio può costituire. L'ideale affonda nella preistoria e nel mito, e resta in primo piano la nuova politeia mediocra, dove il male non è vinto ma appena attenuato, ed è limitato, non soppresso, il diritto a possedere, ed è corretto l'arbitrio del monarca con l'autorità della legge, e i poteri controllano i poteri affinché nessuno ecceda dalle proprie attribuzioni. S'impongono le leggi a correttivo delle tirannide; oppure, ove manchino le leggi, è preferibile la democrazia, affinché il potere, non imbrigliato da norme superiori, suddividendosi e quasi spezzettandosi nella molteplicità delle cariche pubbliche e nelle moltitudini investite di autorità politica, perda il vigore che sarebbe rovinoso quando fosse tutto concentrato nell'arbitrio insindacabile del despota (Polit., 291 d292 a; 302 b-303 b). L'imquietudine della ricerca è sincrona con l'inquietudine delle moltitudini e della storia, contese tra l'esigenza d'una sistemazione definitiva in forme istituzionali perfette, e l'impossibilità della com-
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piuta riproduzione del modello nelle contingenze degli eventi e nella complessita degli elementi. L'esemplarismo politico suggerisce cosi, al filosofo delle idee, la dottrina più sensibile alle istanze dei fatti e della storia: aderente al reale senza corrompersi nell'empirismo, attratta dall'ideale senza perdersi nell'utopia (v. socletà).
IV. Altre interpretazioni del pensiero. - Per quanto riguarda l'antichità, più che di interpretazioni di $P$., si può parlare di modi particolari di troverne e rielaborarne la dottrina, senza nessuna preoccupazione critica e con obbiettività storica molto relativa. Il neoplatonismo (v.) derivò dalla cosmologia del Timeo una processione di gradi o ipostasi che si dispiegano dal principio supremo, mantenendosi congiunti ad esso con un vincolo participativo o mimetico; accentuò il carattere mistico-assertico del platonismo originario e da alcuni passi di P. derivò il senso dell'inaccessibilità dell'Uno, sovrastante tutte le umane risorse di pensiero e di volontà. La teologia negativa o apofatica del neoplatonismo passò al cristianesimo, variamente integrata da una teologia positiva o catafatica; e la filosofia del cristianesimo s'incontrò con l'ispirazione platonica specie per i due motivi fondamentali dell'idealità e della trascendenza. Il mondo delle idee platoniche si elevò al Logos: consostanziale e personale della teologia rivelata. L'Erteplatonico continuò ad accendere le ascensioni della mente d'un caldo tono emotivo, specie nella scuola agostinianofrancescana e nella filosofia rinascimentale. Quando, ai primi dell'Ottocento, gli studiosi si rivolsero a P. con intenti propriamente critici, essi cedettero spesso allo spirito di "sistema " e peccarono talvolta con il sottomettere l'interpretazione di P. al gusto delle ideologie correnti. Il metodo "dinamico" o "genetico", che segue la dottrina platonica nel suo sviluppo di dialogo in dial