msterdam 1939; F. von Kurt, Pythagoreus politis in southern Italy, Nuova York 1940; U. Moricea, L'esame di coetienza e la storia di un precetto pitagorico, in Il mondo classico, 10 (1940), pp. 221-44; V. Capparelli, La sapienza di P., I, Padova 1941. Altre indicazioni recenti in G. A. De Brie, Bibl. philosophica 1934-45, I, Bruxelles 1950, pp. 28-39
Raffaello Del Re
PITATI, BONIfACIO de : v. BONIfACIO VERONESE.
PITHOU, PIERRE. - Giurista, n. a Troyes il $1^{\circ}$ nov. 1539, m. a Nogent-sur-Seine il $1^{\circ}$ nov. 1596. Compì gli studi giuridici insieme al fratello François, all'Università di Bourges, alla scuola di Cuiacio.
Divenuto avvocato non esercitò a lungo la professione anche perché, essendo calvinista, dovette peregrinare in varie città. A Sédan fu incaricato dal duca di Bouillon di redigere le consuetudini del suo dominio. Nel 1571 si converti al cattolicesimo, contemporaneamente ad Enrico IV di Borbone di cui era partigiano. Successivamente fu nominato governatore generale della Camera di giustizia di Guienna dove rimase alcuni anni; tornò poi a Parigi continuandovi le sue indagini giuridiche. Svolse un'efficace azione per l'avvento al trono di Enrico IV e dopo l'entrata del Re a Parigi ebbe l'incarico di procuratore generale al Parlamento provvisoriamente istituito.
Fautore delle idee gallicane, le propugnò nell'opera Les libertés de l'Eglise gallicane (Parigi 1594) alla quale attinsero i successivi sostenitori del gallicanesimo. Curò, oltre a quella di molte opere letterarie e storiche (Quintiliano, Petronio, Fedro, Paolo Diacono, Ottone di Frisinga), l'edizione delle Novellae giustinianee (Basilea 1574), delle Leges Wissgothorum (Parigi 1579), dei Caroli Magni, Ludovici Pii et Caroli Calvi Capitula (ivi 1588); e, con il fratello François, l'edizione del Corpus Iuris Canonici, pubblicata dopo la sua morte (2 voll., ivi 1687 ).

(da F. Cabral, Histoire du zard, P., Parigi 1881, anteparto) Pitra, Jean-Baptiste - Ritratto.
BibL.: J. J. Grosley, Vie de P. P., 2 voll., Parigi 1766; E. Georges, Biographie de P. et François P., Troves 1849; H. Hauser, Les sources de l'histoire de France. XV'F siècle, IV, Parigi 1916, p. 176 sgg.; A. van Hove, Prolggunenu, $2^{\circ}$ ed., Malines-Roma 1945, p. 561 se. M. Teresa de Simone Niquesa
PITIGLIANO, diOcesi di: v. SOVANA E PITIgliano, diOcesi di.
PITRA, Jean-Baptiste. - Benedettoino, cardinale, bibliotecario di S. R. Chiesa, n. a Champforgeuil (dip. di Saône-et-Loire) il $1^{\circ}$ ag. 1812, m. a Roma il 9 febbr. 1889. Prima professore nel Seminario di Autun, entra nel 1841 nel monastero di Solesmes, viene nominato nel 1843 priore di St-Germain di Parigi, e vi stende l'elenco e sceglie le edizioni dei Padri greci e latini per le due Patrologie del Migne; viaggia dal 1845 al 1850 per riparare al disastro finanziario di Solesmes; è chiamato a Roma nel 1858; viaggia in Russia e in Austria (1859-60), è creato cardinale nel 1861, nominato bibliotecario di S. Chiesa nel 1861, cardinale-vescovo di Frascati nel 1879, di Porto e S. Rufina nel 1884; muore povero, com'era vissuto, nel lavoro e nella solitudine.
Opere: la vasta produzione del P. segue le diverse tappe della sua carriera, e non ebbe ai suoi tempi grande risonanza, nemmeno presso i dotti. Professore a Autun, acquistò e pubblicò l'iscrizione di Pettorio (1839; cf. Spicilegium; I, 554-64) e preparò: Histoire de St Léger et de l'Eglise des Gaules au VII e siècle, pubblicata più tardi (Parigi 1846). Collaborò a L'auxiliaire catholique, rivista fondata dall'abate di Solesmes (voll. II-IV, 18451846) e all'Univers (1851); frutto dei suoi anni di viaggio (1845-52) e delle visite alle biblioteche sono: Lettre au p. Lacordaire sur le couvent d'Unterlinden (in L'auxiliaire catholique, 4 [1846]), La Hollande catholique (Parigi 1850), Etudes sur la collection des Actes des saints des PP. Bollandistes (ivi 1850), Vie du p. Libermann (ivi 1855).
L'opera maggiore del P. s'aggira intorno a tre centri di interesse: i Padri della Chiesa, i canonisti bizantini,
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i melodi greci: Spicilegium Solesmense (4 voll., ivi $1852-58$ ), dove si contengono fra l'altro le Clef du (pseudo) Méliton, un frammento di Papia, il Carmen apologeticum di Commodiano, gli Antirrathica di Niceforo di Costantinopoli e i Monumenta Ecclesiae Constantinopolitanae (disciplina, istituzioni monastiche e liturgiche), Juris ecclesiastici Graecorum historia et monumenta (2 voll., Roma 1864-68); Hymnographie de l'Eglise grecque (ivi 1867 ), dove espone il segreto da lui scoperto della poesia ecclesiastica greca; Analecta sacra Spicilegio Solesmensi parata (4 voll., Parigi, Frascati, Venezia 1876-83); più tardi vi aggiunse il V: Analesior sacra et classica (Parigi 1888) contenente tratti di autori cristiani del iv e v sec., derivati dalle Catenue Patrum; il VI, riserbato agli inni di melodi greci, rimase inedito; il VII: Juris ecclesiastici Graecorum selecta paralipomena (ivi 1891), fu pubblicato postumo dal suo segretario, mons. A. Battandier; l'VIII, fuori serie (Montecessino 1881), contiene gli scritti di s. Ildegarda; Analecta nosissima (2 voll., Frascati 1883-88), di cui il I contiene: De epistolis et regestis Romanorum Pontificum; il II: Tusculana, contiene gli scritti inediti di quattro vescovi francesi di Frascati: Oddone di Gurscamp, Oddone di Chatcouroux, Giacomo di Vitry, Bertrando de la Tour.
BibL.: E. Cabrol, Bibliogr. des oeuvres de S. Excell. le card. P...., Solcames 1886 e 1888 , riassunto in Bibliogr. des Bénédictins de la consecigation de France, ivi 1906, pp. 120-31; Bardenhewer, I, p. 60 e passim; P. Scjourné, s. v. in DThC, XII, coll. 2238-42; A. Battandier, Le card. Y.-B. P., évêque de Perio, bibliothecaire de la Ste Eglise romaine, Parigi 1896 (le due biografie si integrano a vicenda); F. Cabrol, Hist. du card. P., ivi 1893.
I PITRE, Giuseppe. - Il massimo studioso di tradizioni popolari che vanti l'Italia, e uno dei più insigni in Europa, n. a Palermo il 22 dic. 1841, m. ivi il 9 apr. 1916. Esercitò la professione di medico per tutta la vita, senza mai interrompere la sua attività di studioso. Fondò un Museo di etnografia siciliana (ora alla Favorita e ingrandito per merito del prof. G. Cocchiara). Negli ultimi anni tenne la cattedra di demopsicologia all'Università di Palermo.
Sua opera principale rimane la Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane in 25 voll., che raccoglie il Corpus della vita tradizionale dell'isola, illustrandone tutti gli aspetti, dai canti, fiabe e leggende, usi e costumi, feste e spettacoli, ai giochi, proverbi, indovinelli, ecc. Importantissima anche la Bibliografia delle tradizioni popolari d'Italia (fino al 1894: un secondo volume, manoscritto presso gli eredi, arriva fino al 1916). Nel 1882 fondò, insieme con un altro valoroso folklorista siciliano, S. Salomone Marino, e diresse per oltre un ventennio l'Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, cui collaborarono eminenti filologi ed etnografi. Alla rivista affiancò la collana di Cuvosità popolari tradizionali ( 15 voll.).
Il P. seppe sempre congiungere a un'accurata e larga raccolta dei materiali una profonda comprensione della psicologia e della vita popolare.
BibL.: G. A. Cesareo, Il P. e la letteratura del popolo, Palermo 1917; G. Gentile, Il tramonto della cultura siciliana, Bologna 1917; G. Cocchiara, G. P. e le tradizioni popolari, Palermo 1941: id., P., la Sicilia, il folklore, ivi 1951. Paolo Toschi
PITTONI, Giambattista. - Pittore, n. nel 1687, forse a Venezia, m. ivi il 17 nov. 1767.
Ricevette i primi rudimenti dell'arte dallo zio Francesco, mediocre pittore, ma alla sua formazione concorsero diversi artisti veneti contemporanei : il Grassi, il Balestra, il Bencovich, il giovane Tiepolo, attraverso i quali egli venne maturando uno stile proprio che per le qualità cosmopolite gli procurò larga fama e numerose ordinazioni da tutta Europa. Egli però non si mosse mai da Venezia, operando attivamente e insegnando in quella Ac-

(fot. Alinari)
Pittoni, Giambattista - Annunciazione - Venezia, Gallerie dell'Accademia.
cademia, di cui fu uno dei fondatori e che presiedette per molti anni.
Lo stile del P. è caratterizzato da un colore vivo e frizzante, da forme sciolte e movimentate, da una naturale leggiadria che a volte diventa leziosaggine ma che, specie nelle piccole composizioni, dà luogo ad opere piene di grazia e di vivacità. Da ricordare : del 1721 ca. il Martirio di s. Tommaso (chiesa di S. Stae, Venezia), del 1723 la Madonna e santi (S. Corona, Vicenza) dalle forme nervose e dai forti contrasti di tinte vivaci; di ampio respiro : la Moltiplicazione dei pani (Accademia, Venezia) e la Presentazione di Maria al Tempio (ivi, Palazzo Pisani); al quarto decennio appartengono diversi quadri a piccole figure, di gusto accentuatamente rococò: la Continenza di Scipione (Louvre), il Trionfo di Alessandro (Escuriale), il Sacrificio di Polissena (coll. Cook), ecc. Quadri di altare dello stesso periodo si trovano a Brescia (S. Maria della Pace), Verona (S. Maria in Organo), Vicenza (Duomo). L'Annunciazione, dal P. donata all'Accademia di Venezia, forse nel 1727, segna una ripresa di energia compositiva e vivacità cromatica, che però non avranno seguito. Dell'operosità del P., oltre ad innumerevoli tele sparse in collezioni pubbliche e private di tutto il mondo, si citano ancora la Diana e le ancelle e l'Olindo e Sofronia (Museo, Vicenza), il S. Tommaso (Borgo Val Sugana) e un soffitto recentemente ricuperato (duomo di Thiene); sono rimasti anche numerosissimi disegni che testimoniano, con i "modelletri", la costante e meticolosa elaborazione degli schemi e delle figure da parte del pittore.
Bial.: L. Coggiola Pittoni. Dei P. antisti veneti, Bergamo 1907; id., Opere ined. di G. B. P., in Dedalo, 8 (1927-28), p. 671 ; id., Paradoinfluenza francese nell'arte di G. B. P., in Riv. della vitri di Venesia, 1933, p. 309 (con elenco e bibl.); H. Voss, s. v. in Thieme-Becker, XXVII, con bibl.; M. Goering, Zur Kritik u. Datierung des Werkes des G. B. P., in Mitteil. des kunsthist. Inst. in Florenz, 4 (1934), p. 201; W. Amlan, Studi nella pittura veneziana del primo Settecento, in La critica d'arte, I (1939-36), p. 238; R. Pallucchini, I disegni di G. B. P., Padova 1942: id., Dipinti del P. ritrovati, in Arte veneta, 1949, p. 164. Nolfo di Carpegna
PITTSBURG, diocesi di. - Città e diocesi nello Stato di Pennsylvania, U.S.A. La diocesi di P., suffraganea di Filadelfia, copre oggi un territorio di 7238 miglia quadrate, ha una popolazione totale (censimento 1950) di $2.799 .675 \mathrm{ab}$. dei quali 832.745 sono cattolici (1951). Vi sono 1020 sacerdoti dei quali 262 sono religiosi di 9 congregazioni diverse, 416 parrocchie, 267 cappelle, 65 missioni, 44 congregazioni femminili con 4612 religiose, 4 collegi ed universita (Duquesne University, diretta dai Padri dello Spirito Santo), 4 orfanotrofi, 10 ospedali e 5 case per vecchi.
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Pittaburg, diocesi di - Veduta della città e, in primo piano, l'Istituto per le ricerche industriali.
E molto probabile che il gesuita Bonnecamp abbia tenuto nel 1749 il primo servizio religioso per i bianchi della diocesi. La città di P. fu così chiamata per onorare William Pitt, primo ministro d'Inghilterra, quando l'armata britannica prese possesso del forte Duquesne nel 1758 , detto poi Fort Pitt o P. Avendo i Francesi lasciato il territorio, la religione cattolica non ebbe quasi seguaci nella Pennsylvania dell'ovest per ca. 30 anni e i cattolici, che vi si stabilirono, furono osteggiati dai calvinisti.
La prima chiesa di P., conosciuta ancora oggi sotto il nome di "Old St. Patrick's", fu aperta nell'ag. del 1811. Già nel 1825 , mons. Benedetto Giuseppe Flaget considerò P. come la sede di una futura diocesi, ma soltanto nel 1836 mons. Francesco P. Kenrick propose lo smembramento della diocesi di Filadelfia. Nel genn. 1836, il rev. Giovanni Hughes venne nominato vescovo della nuova sede di P. ma poco dopo Roma annullava la nomina. Il 14 maggio 1843 con lo smembramento di Filadelfia fu di nuovo proposta alla S. Sede l'erezione della diocesi di P. da parte del V Concilio provinciale di Batimora. Con il breve Universi Dominici gregis Gregorio XVI eresse P. per la parte ovest della Pennsylvania (8 ag. 1843); mons. Michele O'Connor fu il primo vescovo consacrato a Roma il 15 ag. e prese possesso il 3 dic. dello stesso anno. Dopo una grande attivita nella diocesi entrò nella Compagnia di Gesù; fondò un seminario diocesano e chiamò dal Canadà gli Oblati di Maria Immacolata per dirigerlo, ma fu per poco tempo. Nel 1852 la diocesi era tanto prospera che si pensò a smembrarla. Il I Concilio plenario di Baltimore riunito il 9 maggio 1852 ne fece la proposta a Roma. Infatti il 29 luglio 1852 fu eretta la diocesi di Erie. P. fu allora ridotta a 11.314 miglia quadrate. Sotto mons. M. Domenec, successore di mons. O'Connor, la diocesi fu di nuovo smembrata per formare la diocesi di Allegheney City, ma solo per breve tempo perché tale sede fu soppressa. Nel 1901 la S. Sede eresse la diocesi di Altoona per smembramento di P. e di Harrisburg.
Bim.: R. Censrin, s. v. in Cath. Enc., XII, pp. 171-26; J. G. Shea, History of the Catholic Church in the United States, III, Nuova York 1890, p. 576; IV, ivi 1892, pp. 65-80; The Official Catholic directory, ivi 1950, pp. 462-72.
Gastone Carrière
PITTURA. - Si può definire come quel complesso di esigenze e regole, soggettive ed obbiettive, che un artista realizza per tradurre su di una superficie (piano della tavola, intonaco, tela, ecc.) l'immagine della propria fantasia, mediante elementi figurativi, quali linee, colori, chiaroscuro, ecc. In realtà, la p., dal sec. xvir in poi, è apparsa (nella teoria e in concreto) essenzialmente quale esigenza espressiva interiore, o visione dell'artista, che si chiama pitto-
rica, per alludere in genere ad un insieme di motivi ad essa visione inerenti (movimento, macchia, tocco, chiaroscuro, ricerca impressionistica, ecc.) astrattamente distinti dalla visione figurativa che si dice plastica o scultorea. Tuttavia, si tratta di distinzioni schematiche che, al più, sono indicative di un determinato periodo dello svolgimento della p.; od hanno valore semplicemente grammaticale, ai fini dell'attività critica.
A partire da Cennino Cennini, la p. viene considerata arte che ha per fondamento il disegno. Nella teoria del sec. xv, la p. si configura come scienza in funzione dell'imitazione; arte dell'imitare. L'insieme delle regole riguardanti la p. si basa sul disegno, prospettiva, luci, ombre, colori, secondo la divisione della p. stessa in tre parti : circoscrizione, componimento, ricevimento dei lumi (L. B. Alberti). Allo stesso modo, per L. Dolce la p. è "imitazione della natura per via di linee e di colori", previa la divisione della medesima in "disegno, colorito, invenzione». Anche per Leonardo (v.), la p. è scienza; e la "prospettiva aerea", ne costituisce appunto l'aspetto "pittorico", rispetto a quello "lineare". L'importanza dei concetti di imitazione, disegno, invenzione, nei confronti della p., viene confornata dalle idee di G. Vasari (v.). Nel Seicento mette conto di riferire la definizione - non più teorica, ma pratica e però implicante il motivo barocco dell'illusionismo ottico - che della pittura fornisce F. Baldinucci (1681): "un piano coperto da vari colori, in superficie di muro, di tavola, di tela, o d'altro; il quale per virtù di linee, d'ombre, di lumi, e d'un buon disegno, mostra le figure tonde, spiccate e rilevate".
Tralasciando altre definizioni del concetto di p., si accennerà ai procedimenti tecnici ed allo sviluppo linguistico. Per quanto concerne i primi, le singole voci: "affresco" (v.), "encausto" (v.), "tempera", "acquerello", ecc. singolarmente considerate, potranno essere esplicative. Qui basterà ricordare come, nella p. ad affresco, la parete, opportunamente preparata (intonaco, arricciato), debba restare umida per l'assorbimento dei colori, semplicemente diluiti nell'acqua. L'encausto invece (tecnica parietale o su tavola) presuppone lo scioglimento dei colori nella cera calda; e la tempera (specialmente usata nella p. su tavola) presuppone la diluizione del colore in parti uguali, mediante il tuorlo d'uovo, od una colla cui si aggiungeva miele ed aceto. Era la tecnica più comunemente usata dai pittori italiani ed europei, dal medioevo fino al pieno Rinascimento; e le tavole, talora incamutate di tela, venivano comunque ricoperte da uno strato di gesso e colla (imprimitura, mestica). Il procedimento della p. ad olio non rappresenta l'invenzione singola dei fratelli van Eyck, diffusa in Italia da Antonello da Messina (Vasari), ma piuttosto è il frutto di risultati collettivi, dovuto forse inizialmente al modo di variamente diluire i colori insieme alle vernici, mediante olii, tra cui quello di trementina. Che i Fiamminghi avessero ottenuto, nel sec. xv, da tali esperienze, risultati mirabili, nella trasparenza, vivacità o profondità di toni e densità smaltata di superfici, lo provano le loro opere. Ma la p. ad olio, intesa in senso più apertamente "pittorico", ebbe il suo svolgimento a Venezia, al principio del Cinquecento, con Giorgione, Palma il Vecchio, Tiziano, ecc.; e coincide altresi con la scoperta (cui non furono estranei Piero della Francesca, Antonello e Giovanni Bellini), del tono. La novità della p. "tonale" consiste nell'assegnare alla qualità delle tinte una reciproca concordanza, sulla base di una intonazione predominante, nel contempo riferendo al colore stesso la proprietà generativa della luce e dell'ombra. Elementi della p. "tonale" diverranno sempre più il tocco e la pennellata, cosi che la p. veneta diviene spiccatamente
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"p. di macchia", fino all'impressionismo di certi dipinti di Tiziano tardo. D'altra parte, la p. "tonale" implica ancora altre singole interpretazioni, che pure avranno nell'ambito stesso della scuola veneziana importanti svolgimenti. E basterà accennare al luminismo coloristico e manieristico del Tintoretto e del Bassano; e al cromatismo di Paolo Veronese (v.).
"L'acquotello", cosi come il "pastello ", è procedimento più recente. Eseguito essenzialmente su di un supporto bianco come la carta, esso esclude la mescolanza dei colori alla biacca, ed implica una fattura leggera ed a macchia, mediante colori estremamente liquidi e trasparenti. Il "pastello ", l'uso cioè dei colori mescolati in polvere (argilla bianca, bolo armeno, ecc.) e poi essiccati e ridotti in bastoncini, mediante i quali si dipinge direttamente sfregando, venne usato specialmente a Venezia (Rosalba Carriera), in Francia e in Inghilterra, a partire dal sec. xvili.
Per quanto riguarda lo svolgimento linguistico, importante ai fini della storia del gusto, conviene subito rilevare come, presso i popoli primitivi o preistorici, la p. sia da considerare piuttosto nel senso di pittografia, ossia disegno colorato, generalmente privo di volume, e di valore decorativo-narrativo. Nelle p. rupestri della civiltà dei cacciatori del paleolitico superiore, le figurazioni dei bisonti, nella loro intuitiva stilizzazione, rilevano questo intento narrativo del ricordo di un combattimento, di una caccia, o hanno valore magico e propizizitorio.
Nell'antico Egitto la p. fu inizialmente "policromia", in funzione dell'architettura e della scultura; mentre presso la civiltà cretese-micenea la p. ebbe intenti pitto-grafico-decorativi, con vivacità cromatiche sorprendenti. Presso i Greci, la p. ebbe dapprima (sec. viit a. C.) intenti di geometrizzazione od astratta stilizzazione. D'altra parte lo svolgimento stilistico è intuibile, attraverso la p. vascolare e le notizie tramandate specialmente da Plinio. Cimone peloponnesiaco era noto per la rappresentazione in scorsio della figura umana; mentre ad Agatareo, a Polignoto ed a Parrasio si attribuivano ulteriori conquiste tecniche nella p.: dalla prospettiva al linearismo espressivo (sec. v a. C.). Più tardi, Pausia verrà ricordato per l'uso dell'ancausto e per particolari ricerche prospettiche e chiaroscurali (sec. Iv a. C.). Apelle, infine, raggiungerà lo sfumato e la grazia nei suoi ritratti e dipinti. A loro volta gli Etruschi furono attivi nella p., come confermano gli affreschi nei numerosi ipogei. Mentre nella cosidetta fase ionica, la loro p. è visione lineare, stilizzata, in superficie; mentre nella fase arcaica si osserva maggiore naturalismo nei movimenti e proporzioni; infine, nella fase ellenistica, volume, scorcio, chiaroscuro e movimento concorrono a suggerire un alto padroneggiamento dei mezzi d'espressione. I Romani rivestirono di p., ad affresco o ad encausto, specialmente le pareti delle loro case. Si è parlato di uno stile pittorico greco-romano; e comunque la classificazione dei dipinti parietali in quattro stili (ad incrostazione; dell'eschitettura in prospettiva; della parete reale; dell'illusionismo architettonico) allude ad alcune importanti constatazioni : da un lato il rapporto, ottico e decorativo insieme, tra p. e prospettiva geometrica; dall'altro, le immagini figurative del terzo stile sono eseguite con tecnica rapida, audace, a tinte disgregate, con effetto impressionistico. Sono i modi dell'ore compendiaria (concetto che si ritrova in Plinio e Petronio); di quella p. a "macchia" di probabile origine ellenisticosalessandrina, che si apprezza ancora nei paesaggi con scene dell'Odissea, ora nella Biblioteca Vaticana; o, variamente interpretata, negli affreschi delle catacombe. D'altra parte, la p. paleocristiana (ivi compresi i musaici), fino al sec. v in linea generale prosegue i modi "compendiari».
Durante il lungo periodo dell'arte bizantina, la p., esaltando in prevalenza valori decorativo-ornamentali in un cromatismo che si vale di forme in superficie, racchiuse da linearismi sempre più astraenti (simbolismo, convenzionalismo, stilizzazione), si svolge su di un piano ove domina il ritmo; non la narrazione o l'effetto tridimensionale. L'età romanica, oltre l'affermarsi sempre
più dominante della tecnica della p. su tavola, vide, a partire dal sec. xili, il costituirsi delle prime scuole pittoriche italiane: a Lucca, Pisa, Firenze, Roma, Siena. Il Trecento fu grande nella p. (si pensi soltanto a Giotto, a Simone Martini, ai Lorenzetti). Si andava sviluppando allora più stretto il rapporto tra p. e miniatura, reciprocamente impegnate a dare del linguaggio gotico singolari interpretazioni, influenzandosi a vicenda; e dando luogo, sullo scorsio del secolo, al cosiddetto gotico internazionale.
Riguardo le esigenze del Rinascimento in campo pittorico, si è accennato : e qui converrà solamente ribadire il ruolo determinante che, a sostegno di tali esigenze, rappresentavano i principi teoretici risalenti alla convinzione della identità di arte e scienza. Principi che poi rimarranno attivi ancora durante il manierismo. Nei confronti della p. è importante, in questo senso, il "cangiantismo" dei dipinti di Federico Barocci: che rappresenta evidentemente una elaborazione, programmatica e intellettualistica, dello "sfumato" del Correggio (v.).
Per il Seicento, converrà limitarsi a ricordare il fattore decisivo costituito dall'antitesi luce-ombra nella p. caravaggessa. E mentre il "luminismo" caravaggesso, la stessa riforma pittorica in senso naturalistico del Caravaggio (v.) avranno valore di sintesi plastico-pittorica e portata europea, nel Velazquez (v.) e nel Rembrandt (v.) il caravaggismo sarà alla base di una ripresa neoveneziana. Neovenezianismo che, ca. il 1630 , troverà interpretazioni diverse in numerosi pittori italiani di ascendenza bolognese. E l'influsso di pittori fiamminghi quali Rubens o van Dyck si esercitò sulla scuola genovese e altrove. A Bologna, poi, conviene accennare all'importanza assunta dal cosiddetto rococinquecentismo dei Caracci.
Durante il Settecento gli svolgimenti più significanti nella p. italiana si ebbero soprattutto a Venezia, Bologna e Napoli. Per Venezia, basterà riferirsi ai Tiepolo (v.), e ai "vedutisti" e passisti (Canaletto, Guardi, Zuccarelli, ecc.), per intendere come ormai fossero state poste le basi per una p. "moderna" rispetto al tempo. Ancora in Francia la p. si fregia di nomi famosi, come Fragonard, Watteau, Boucher, sottili interpreti di levità pittoriche settecentesche. E nella scuola inglese la tradizione vandychiana troverà ulteriori svolgimenti e singolari individuazioni nel Romney, nel Reynolds, nel Gainsborough, ecc.
L'idea di una p. "scultorea" e classicheggiante, diverrà, nella seconda metà del secolo, concreta e, però, informata a principi estetici astratti (neoclassicismo, v.). Parallelamente ai valori romantici, la concezione di una p. "pure", collegata al concetto del "sublime", finirà per prevalere. Nel "sublime" rientra infatti quel concetto di "pittoresco" che, sorto in Italia, venne elaborato in Inghilterra, fino al 1830. E le manifestazioni europee della prima metà dell'Ottocento, decisive nel senso di una p. che sia valida per se stessa, senza imprestiti dalle altre arti, rispondono ai nomi di Goya, Turner, Constable, Carot, Coucher, Delacroix.
Finalmente, in Francia, con l's impressionismo " (v.), e in Italia, con i "macchiaioli" (v.), il "divisionismo", ecc., la p. moderna conduce verso le ricerche ed esperienze contemporanee che, identificandosi nei movimenti ben noti del futurismo (v.), cubismo (v.), surrealismo (v.), astrattismo, esasperano l'esigenza di una p. quale espressione di forme pure, prescindenti dai valori della verosimiglianza e della illustrazione.
Bibs.: K. Voermann, Malerei des Altertums, Liptia 1878; P. Girard, La peinture antique, Parigi 1892; E. Beger, Die Maltechnik des Altertums, Monaco 1904; G. Previati, La tecnica della p., Torino 1903; C. Loumger, Les traditions tichniques de la peinture médiévale, Bruxelles 1920; G. E. Rizzo, La p. ellenistico-romana, Roma-Milano 1929; F. Wittgens (E. Modigliani), Mentore, Guida alla studio dell'arte italtiana, Milano 1940; M. Unold, Della p., ivi 1950.
Luigi Grassi
PITTURA CRISTIANA ANTICA: v. iconografia cristiana antica.
PIURA, diocesi di. - Città e diocesi del Perù, suffraganea di Trujillo.
Ha una superficie di $43.588 \mathrm{~kmq}$. e una popolazione di 500.000 ab. di cui $498.975^{\circ}$ cattolici, con 60 chiese e 26 par-
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(fol. Musci l'ali:ani)
Piviale - P. di s. Alboino di Bressanone (secc. x-xi).
rocchie, 23 sacerdoti diocesani e 27 regolari; 3 istituti di istruzione maschili e 3 femminili (Ann. Pont., 1952, p. 320).
La diocesi fu eretta dal papa Pio XII il 29 febbr. 1940 con la cost. apost. Ad christianae plebis per smembramento dalla diocesi di Trujillo, erigendo a cattedrale la chiesa di S. Michele Arcangelo.
Bibl.: anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XLV, pp. 161-62: AAS, 32 (1940), pp. 472-74. Enrico Josi
PIUSVEREIN. - Associazione fondata a Magonza nel 1848 da A. F. Lenning, canonico della Cattedrale, e da G. Riffel per organizzare i cattolici di Germania in difesa della loro libertà religiosa e dei loro diritti civili. Ebbe il nome dal papa Pio IX, allora regnante.
L'Associazione, secondo l'articolo primo dello statuto, si proponeva «di impedire, tenendo fede ai fondamenti della libertà e dell'assoluta parità nelle questioni religiose, che questa libertà e parità non venissero menomate in nessun modo e da nessuna parte ai danni della religione cattolica». Inoltre fu approvato che si procedesse alla costituzione di un'analoga associazione in ogni città e villaggio tedesco, dove risiedessero cattolici, e che il $P$. di Magonza, tenuto conto della particolare importanza della città e del numero di cattolici ivi residenti, diventasse la centrale nazionale di tutte le varie associazioni locali. Il $P$. di Magonza fu d'esempio alla formazione delle altre associazioni sparse in tutta la Germania. Dall'Assia alla Slesia, dal Wörternberg al Baden, dal Tirolo al Baltico e dal Reno alla Polonia, la Germania cattolica si strinse in tante associazioni, i cui rappresentanti nell'ott. 1848 si riunirono in un congresso generale a Magonza e costituirono l'Associazione cattolica della Germania (Katholischer Verein Deutschlands). Fu questa la prima organizzazione nazionale dei cattolici, che da allora in poi si riunirono periodicamente in congresso nei Katholikentage. Anche in Svizzera sorse a Beckenried nel 1857 il $P$., con gli stessi scopi di quello tedesco, si diffuse in tutti i cantoni e costituì nel 1904 a Lucerna, insieme ad altre organizzazioni, la Schweizerische Katholisches Volksverein. In Austria prese il nome di P. zur Förderung der katholischen Presse, l'Associazione costituita nel 1905 da p. Kolb, la quale nel 1920 confluì nel Volksbund der Katholiken Österreichs.
Bibl.: H. Brück, Geschichte der katholischen Kirche in Deutschland im neuszehnten Jahrhundert, III, Magonza 1896, p. 511 sgg.; J. May, Geschichte der Generalversammlungen der Katholiken Deutschlands (1848-1902), Colonia 1903, pp. 21-26; L. Bergaträuser, Studien zur Vorgeschichte der Zentrumspartei, Tubinga 1910, pp. 142-88; L. A. Veit, Die Kirche im Zeitalter des Individualismus (J. P. Kirsch, Kirchengeschichte, IV, III, Friburgo in Br. 1925, p. 252 (sul P. in Svizzera). Silvio Furlani
PIVIALE (Pluviale, cappa, mantus). - Manto liturgico di forma semicircolare, lungo fin quasi ai
Vespermantel $=$ manto del Vespro). Alla fine del sec. xi la cappa finisce per diventare una veste liturgica in tutte le funzioni fuori della S. Messa, restando la pianeta esclusivamente propria della S. Messa; e vien portata non soltanto dai sacerdoti o vescovi, ma da tutto il clero, dai cantori e dai ministri inferiori. In Italia si preferisce il nome di p. perché ha la forma di un manto che protegge dalla pioggia e dalle intemperie, mentre fuori d'Italia si chiama cappa, in Spagna anche mantus. Vien fatta, di regola, di seta e segue le regole dei colori liturgici.
Bibl.: E. Bishop, The origin of the cope as a church vestment in Dublin Review, genn. 1897, p. 1 sgg.; J. Braun, Die liturg. Gewandung im Oecid und im Orient, Friburgo in Br. 1907, pp. 396358; id., Die liturg. Paramente, ivi 1912 (trad. it., I paramenti sacri, Torino 1914, pp. 110-16); E. Bishop, Liturgica lictorica, Oxford 1918, pp. 260-75; C. Callewaert, De plautali, in Collat. Brogeaux, 26 (1926), pp. 166-71; id., Sacris erudiri, Steenbrugge 1940, pp. 227-30; M. Righetti, Mon. di it. liturg., I, $2^{\circ}$ ed., Milano 1950, pp. 510-11. Pietro Siffrin
Arte. - Quanto alla forma, in origine il p. non si distingueva dalla pianeta a campana se non per essere provvisto di cappuccio; non sempre era aperto davanti, mentre dal sec. xI in poi prevalse definitivamente la cappa aperta e la sua forma non mutò fino ad oggi.
Varie trasformazioni subirono invece le guarnizioni e il cappuccio; le prime, da molto semplici e strette si andarono via via allargando e ornando di ricami, specialmente a figure; il secondo, dal sec. xi in poi, perse la sue funzioni di copricapo e nella seconda metà del sec. xir divenne un puro ornamento, diminuì le sue dimensioni e si ridusse ad un cappuccio in miniatura. Rimangono esempi di questo tipo di transizione nel duomo di Halberstadt (sec. xir) e in S. Paolo in Carinzia (sec. xiri). Già nel sec. xiri il minuscolo cappuccio si è tramutato in un pezzo di stoffa piccola e triangolare, che ricorda ancora il cappuccio solo per la sua forma. Con i secc. xiv e xv il triangolo si trasforma lentamente in uno scudo (elipeus) di proporzioni sempre più ampie e nella seconda metà del Quattrocento prende la forma di un arco ogivale; poi di un mezzo cerchio; nel barocco diventa ovale, giungendo in ampiezza fin oltre al mezzo del vestito. Molta importanza hanno nel medioevo i fermagli dei p.; gli inventari dànno un'idea della loro ricchezza e meglio ancora qualche bellissimo esempio rimasto. Più numerosi quelli ornati di figure (duomo di Aachen, Museo d'arti e mestieri a Berlino); più rari quelli ornati di pietre preziose e di perle (S. Pietro a Salisburgo, duomo di Aosta). Lungo l'orlo del p. si trova talvolta una frangia, un gallone o anche dei campanelli in guisa di ciondolo (duomo di Aachen).
L'uso del p. devette crescere con i secoli, secondo quanto documentano gli inventari; nel secc. xiv, xv, xvi si trovano elencati sempre più numerosi, preziosi p. fatti di splendide stoffe (cf. l'inventario del duomo di Praga
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del 1387 e quello della cattedrale di Lincoln del 1536). Del medioevo si conservano p. interamente ricamati a figure inscritte in campi rotondi o quadrilateri, disposti in serie parallele al lato retto del p. o in zone concentriche. La maggior parte di questo tipo, di cui si hanno esemplari magnifici anche in Italia, proviene dall'Inghilterra, particolarmente rinomata per questo genere di lavoro ad ago, che prese nei secc. xiri e xiv la denominazione di opus Anglicanum. Fra i più antichi di questi p. istoriati (sec. xiII) si ricordano quello di S. Paolo in Carinzia con le Storie dei ss. Biagio e Vincenzo, quello del Museo Vittoria e Alberto di Londra; in Italia quelli di Ascoli Piceno, di Anagni e del Museo civico di Bologna. Ricami di tipo ciprense palermitano, in oro su diaspro rosso, con pappagalli affrontati sono nel p. di Bonifacio VIII ad Anagni e in quello di S. Corona a Vicenza. Del sec. xiv sono gli stupendi esemplari del duomo di Pienza, di S. Giovanni in Laterano, di Toledo, Comminges, Salisburgo. Eccezionali nel sec. xv i tre p. dell'Ordine del Toson d'oro nel Museo di Corte di Vienna, tanto più che dopo il sec. xiv i assai più comune il tipo di p. con ricami soltanto nello scudo e nella guarnizione. Esempi notevoli di questo tipo sono in S. Maria in Danzica, nella cattedrale di Xanten, nel Museo di Berna. In tempi posteriori l'intero p. è ornato di ricami a motivi ornamentali e soltanto lo scudo e la guarnizione sono ricamati con figure; bell'esempio il p. in teletta d'oro nella chiesa di Gandino, il p. detto di Urbano V a Montefuscone e altro nel 'l'esorto della cattedrale di Aosta. Internamente ornati di motivi floreali sono i p. della chiesa di S. Donato a Siena e della pieve di S. Lorenzo a Montefiesole. Esempi di sontuosa colorazione a giardino sono i p. di scuola veneziana del principio del sec. xvi di S. Tomà a Venezia e della collezione Larcade a St-Germain en Laye; sempre opera veneziana il p. in velluto broccato con Annunciazione e otto figure di santi nel Museo nazionale di Firenze e quello del duomo di Recanati. Notevolissimo quello del duomo di Genova, i cui disegni si riferiscono a Pierin del Vaga. Motivi fantastici ispirati all'arte orientale sono nel p. settecentesco del duomo di Ancona, e capolavoro dei tessuti di ganzo è il p. del sec. xvir della basilica di Gandino, analogo ad un parato della basilica di Alzano Maggiore e ad un altro della chiesa dell'ospedale maggiore di Bergamo. - Vedi tav. CXII-CXIII.
Bibl. : J. Dreger, Europäische Veberei und Sticherri, Vienna 1904; I. Ecrers, Un tesoro di stoffe ricamate, in Rassegna d'arte, 1912, pp. 171-74; A. Christie, A reconstructed embroidered capie of Anagni, in Burlington magazine, 48 (1926), pp. 65-77; E.

(fot. Bildarchic d. O. Nationalbibliothek)
Piviale - P. Nr. A. 28 con monogramma C. VI (Carlo VI, 1711-40) - Vienna, Geisl. Schatzkammer.
Podreider, Storie dei tessuti d'arte in Italia, Bergamo 1928; J. Kendrick, English embroidery, Londra 1933. Luisa Mortari
PIZARRO, Francisco. - Conquistatore spagnolo del Perù, n. intorno al 1575 a Trujillo (Cáceres, Estremadura), m. il 26 giugno 1541 a Lima. Figlio naturale di Gonzalo P., non ebbe educazione alcuna, né imparò a leggere ed a scrivere e fu adibito dal genitore a fare il guardiano di maiali.
Le meravigliose storie sul nuovo mondo colpirono vivamente la sua fantasia e P. colse la prima occasione favorevole per recarvisi. Imbarcatosi a Siviglia (ma non si sa in quale anno), si ha notizia della sua residenza ad Hispanisla (S. Domingo) nel 1509, allorché lasciò quell'isola, insieme ad Alonso de Ojeda, per far vela verso il continente, dove partecipò alla fondazione della colonia di S. Sebastiano, nel golfo di Uraba, rimanendovi quale capitano e lasgotenente dell'Ojeda finché le malattie e l'ostilità degli Indios non lo costrinsero allo sgombero. Successivamente accompagnò il Balboa nella spedizione che portò alla scoperta dell'Oceano Pacifico, e Pedro Arias Davila a Veragua, e si stabilì a Panama. Avute quivi da Pascual de Andagoya, che aveva fatto un viaggio lungo le coste del continente sudamericano, notizie particolareggiate su un Impero assai ricco in quelle regioni, P. si accordò con il capitano e collega Diego de Almagro e con il sacerdote Fernando de Luque per allestire una spedizione in quelle lontane contrade. Finanziato da Fernando de Luque, P. partì nel nov. 1524 da Panamá, ma dopo molte traversie ed accaniti combattimenti con gli Indios, dovette rinundare all'impresa: tuttavia l'oro e l'argento, avuto in dono o sortratto agli indigeni, rese possibile una seconda spedizione nel 1526 -27, che portò P. fino a Tümbez, ai confini dell'Impero degli Incas, del cui imperatore Huayno-Capac sentì magnificate le gesta e la potenza. Avuta la definitiva certezza dell'esistenza del ricco Impero, P. si recò nel 1528 in Spagna per ottenere l'appoggio di Carlo V per la conquista del paese. L'Imperatore, con la capitolazione di Toledo, gli conferì il 26 luglio 1529 il governatorato a vita e la capitaneria generale della Nuova Castiglia (nome con cui si indicò allora il Perù); all'Almagro fu concessa l'alcaidia della fortezza di Tümbez ed il diritto di successione al P. in caso di morte di quest'ultimo, a Fernando de Luque il vescovato di Tümbez e l'ufficio di protettore generale degli Indios della regione. Ritornato in America, salpò nel genn. 1531 da Panamá con tre navi alla conquista definitiva dell'Impero, che fu facilitata da una guerra civile che imperversava nel paese. Fatto prigioniero con uno strattagemma, a Cajamarca, Atahuulpa, che usurpava il trono degli Indios, P. occupò Cuzco, la capitale dell'Impero, il 15 nov. 1533, facendovi ricchissimo bottino. Il 18 genn. 1535 P. si trasferì a Lima, dove stabili la capitale della Nuova Castiglia. Sorte in seguito delle divergenze tra P. e l'Almagro, che rivendicava il diretto governo di una parte delle terre conquistate secondo gli accordi conclusi prima della partenza di P. per la Spagna, il fratello di P., Fernando, stroncò brutalmente le pretese dell'Almagro, facendolo condannare a morte ed impiccare. Questo sommario atto di giustizia attirò al P. l'odio dei numerosi seguaci dell'Almagro, i quali decisero di cogliere il momento opportuno per vendicarsi. Il 26 giugno 1541 i congiurati, guidati da Juan de Rada, riuscirono a penetrare nel palazzo di P. e lo uccisero malgrado la sua accanita difesa.
Bibl.: M. J. Quintana, Vidas de los españoles célebres: P., Madrid 1807; W. H. Prescott, History of the Conquest of Peru, Nuova York 1847; C. Garcia, P. a bist. del descubrimiento del Perú, Barcellona 1924; The Harbours Collect. in the Library of Congress. Docum. from Early Peru. The P.'s and the Almagros, 1531-32, Washington 1936; M. Ballesteros Gaibrois, F. P., Madrid 1940.
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(per corissia del datt. B. Degenhart)
Pizzicolli, Ciriaco de' - Disegno a penna del Partenone (inizio sec. xv) - Berlino, Biblioteca di Stato, ms. Hamilton 254.
PIZZICOLLI, Ciriaco de' (Kyriacus de Piceni collibus). - Una delle figure più singolari dell'Umanesimo per versatilità d'ingegno e per curiosità di dottrina : pittore, poeta, oratore, soprattutto archeologo, n. ad Ancona nel 1391, m. a Cremona nel 1452. Si diede prestissimo a viaggiare per l'Italia e fuori.
Nelle terre elleniche trascorse gran parte della sua vita, attento a scoprire e trascrivere epigrafi greche, latine, egizie, e raccogliere manoscritti, sculture, oggetti d'arte, a schizzar profili di monumenti celebri. Immenso e prezioso materiale, ch'egli ordinò nei suoi voluminosi Commentarii, non mai pubblicati, probabilmente periti nell'incendio della Biblioteca degli Sforza a Pesaro (1514), dov'erano depositati. Oggi restano scarse reliquie di autografi e di copie fatte dagli amici.
P. è il pioniere della scienza epigrafica (per quanto non esente da errori e manchevolezze), di cui riconobbe e difese il valore storico di fronte alla tradizione letteraria.
Bibl.: il materiale frammentario epigrafico è in CIL, III, pp. xxit, 129; in Th. Preger, De epigrammatibus Graecis meletemata selecta, Monaco 1889, e in G. B. De Rossi, Inscript. christ., II, I, Roma 1888, pp. 356-87; G. Voigt, Die Wiederbelebung des blass. Alterthums, I, $3^{2}$ ed., Berlino 1893, pp. 268-86; R. Sabbadini, Le scoperte dei codici latini e greci, I, Firenze 1905. pp. 48, 69, 127; A. Oudemann, Grundriss der Geschichte der Mass. Philologie, $2^{2}$ ed., Lipsia-Berlino 1909, p. 177 sgg.; P. Mass, Ein Notizbuch des C. von A. aus dem Jahre 1436, in Beiträge zur Forschung, I (1913), pp. 5-15; L. Botta, Per la biografia di C. d'A., in Giura, stor. lett. i²., 63 (1914). pp. 461-62; F. Pall, C. d'A. e la crociata contro i Turchi, in Bull. hist. de l'Acad. roumaine, 20
(1937), pp. 9-60; Pastor, I, pp. 43 e 393; G. Funaioli, Studi di lett. antica, I, Bologna 1946, p. 280 sg. Benedetto Riposati
| PIZZOLO, Niccolò. - Pittore e scultore, n. ca. il 1420, m. a Padova nel 1453. A differenza di tanti altri artisti padovani coevi non frequentò la bottega dello Squarcione ma si formò attraverso il contatto e la collaborazione con i grandi fiorentini operanti a Padova nella prima metà del ' 400 : Filippo Lippi, che aiuta assieme ad Ansuino da Forli negli affreschi della cappella del Podestà, e a Donatello, che assiste nei lavori dell'altare del Santo, nel 1446-48.
Del 1448 è la convenzione con cui il P. e il Mantegna si impegnano ad eseguire metà della decorazione della cappella Ovetari agli Eremitani di Padova. La morte improvvisa, avvenuta in una rissa, interruppe l'opera del P. che si limitò all'esecuzione della figura dell'Eterno nell'abside e dei tondi con i Padri della Chiesa; ma la grande affinità di stile fra lui e il Mantegna, più giovane di dieci anni, ha fatto sì che solo documenti recentemente venuti in luce hanno dato modo di stabilire con precisione la parte spettante ad ognuno dei due soci, restituendo al Mantegna alcuni affreschi (Santi nell'abside, e Storie di s. Gincomo) prima credute del P., che in effetti è l'unico artista del quale si possa parlare come di un predecessore e maestro del grande mantovano.
Capolavoro del P. scultore è la pala in terracotta, compiuta tra il 1448 e il ' 53 per la stessa cappella Ovetari, un tempo erroneamente creduta di Giovanni di Pisa e nella quale è evidente la derivazione donatelliana del maestro, che qui si afferma come il vero capostipite della scultura padovana del '400. A lui è da attribuire anche una Madonna col Bambino nell'antisacrestia degli Eremitani.
Bibl.: A. Moschetti, s. v. in Thieme-Becker, XXVII, p. 126 (con bibl. prec.); E. Rigoni, Nuove documenti sul Mantegna, in Atti del R. Ittit. veneto, 87 (1927-28), p. 1165 ; G. Fiocco, L'arte del Mantegna, Bologna 1927, p. 135 sgg.; id., s. v. in Enc. It. I., XXVII, p. 468; id., Mantegna, Milano 1937, v. indice. Noifo Di Carpegna
"PLACARE CHRISTE SERVULIS". - Inno dei Vespri nella festa di Ognissanti, di autore sconosciuto; lo si ritrova nei manoscritti fino dal sec. x.
È una successione di invocazioni alle varie categorie di santi perché impetrino la Grazia della salvezza. I corretori sotto Urbano VIII hanno rifatto quasi completamente quest'inno, che nell'originale incominciava: Christo, Redemptor omnium.
Bibl.: J. Wackerangel, Das deutsche Kirchenlied, I, Lipsia 1864, pp. 321-34; U. Chevalier, Poésie liturgique. Rytème et histoire, Parigi 1893, p. 247; C. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione s. a., pp. 369-73; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 241 .
Silverio Mattei
PLACE, Charles-Philippe. - Cardinale, n. il 14 febbr. 1814 a Parigi, m. il 5 marzo 1893 a Rennes.

(fei, Gob. fet. nas.)
Pizzolo, Niccolò - Madonna in trono fra vari santi, Bassorilievo in terracotta dell'altare degli Eremitani - Padova.
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Fu dapprima avvocato alla Corte d'Appello di Parigi e diplomatico. Ordinato sacerdote, fu direttore del Piccolo seminario di Orléans, poi di quello di Parigi.
Vescovo di Marsiglia nel 1866, nell'imminenza del Concilio Vaticano, per le sue tendenze gallicane si mostrò contrario alla definizione dell'infallibilità pontificia, per cui il clero, che vi era favorevole, indirizzò una lettera al Pontefice, lamentandosi del fatto che "imperiose circostanze sembravano dover obbligare i sacerdoti della diocesi di Marsiglia a conservare un silenzio assai doloroso al loro cuore». Il P., venuto a conoscenza della lettera, ne rimproverò gli autori per averlo calunniato presso la S. Sede ed essersi rivolti, non per suo tramite, al Pontefice. Proclamata l'infallibilità nel Concilio il vescovo si rivolse ai propri diocesani il 4 ag. 1870 , dichiarando che per conservare la pace della Chiesa e per non venir meno al proprio dovere, era necessario che "le costituzioni fossero accolte da tutti i suoi figli con docilità, rispetto e sottomissione". Alla morte del card. De Bonald, nel 1870, al P. era stato offerto l'arcivescovato di Lione, ma egli lo rifiutò e vani furono pure i tentativi dell'arcivescovo di Parigi, Guibert, di averlo come coadiutore. Il 13 luglio 1878 Leone XIII lo nominò arcivescovo di Rennes. Il nuovo arcivescovo riordinò ab imis la sua diocesi, ma il suo carattere autoritario lo mise in conflitto con parte del clero e dei suoi diocesani nel cosiddetto "affare dell'Oratorio". Nel Concistoro del 7 giugno 1886 fu creato cardinale. Nell'apr. 1890 il P. fu a Roma, chiamatovi da Leone XIII che intendeva con il suo aiuto contribuire ad una chiarificazione dell'atteggiamento dei cattolici francesi di fronte alla Terza Repubblica.
BibL.: G. Vapereau, Dictionnaire universel des contemporains, $6^{2}$ ed., Parigi 1893, p. 1238; T. Granderath, Ilistoire da Concile Vaticau, II, II, Bruxelles 1912; pp. 242-46; III, II, ivi 1913, p. 250; J. Maurain, La politique ecclésiastique du Second Empire de 1850 à 1869 , Parigi 1930, p. 631 ; E. Lecanuet, La vie de l'Eglise sous Léon XIII, ivi 1930, pp. 23-32; id., Les premières années du pontificat de Léon XIII, ivi 1931, pp. 387-88.
Silvio Furlani
PLACET (regio) : v. EXEQUATUR e PLACET.
PLACIDO, santo. - Discepolo di s. Benedetto. Unica sua fonte biografica sono i Dialoghi di s. Gregorio Magno (II, 3-7: PL 66, 140-46; ed. critica di U. Moricca, Roma 1924, pp. 85-90), dai quali si apprende che all'età di 7 anni P. fu dal padre Tertullo, patrizio romano, offerto a s. Benedetto, in Subiaco; caduto nel lago Neroniano, ov'era andato ad attingere acqua, ne fu tratto prodigiosamente a terra da s. Mauro (v.).
Il suo culto ha subito una evoluzione, sulla quale ha fatto luce U. Berlière (v. bibl.). I più antichi documenti lo commemorano al 5 ott. come "confessore». Nella seconda metà del sec. xI si affaccia, a Montecassino, l'opinione che il martire siciliano omonimo (v. voce sg.), commemorato in quello stesso giorno nel Martirologio geronimiano, possa essere il discepolo di s. Benedetto; l'ipotesi fu romanzata dal bibliotecario e archivista Pietro Diacono (m. ca. il 1159) con la Vita (o Acta) ss. Placidi et fratrum eius Eutychii, Victorini ac Flavius sororis etc., che egli attribuisce a Gordiano, presunto compagno del Santo, scampato all'eccidio piratesco di Messina (testo in Mabillon, Acta SS. Ord. Benedict., I, Parigi 1668, pp. 45-79; e in Acta SS. Octobris, III, Anversa 1770, pp. 114-38). Perciò la missione di P. in Sicilia per fondarvi monasteri (come quella di S. Mauro in Gallia) e il suo martirio appartengono alla leggenda, entrata tuttavia, nel sec. xvi (v. voce sg.), nel Breviario e nel Martirologio romano ( 5 ott.).
Bibl.: BHL, coll. 6859-64; Martyr. Romanum, p. 435; E. Caspar, Petrus Diaconus und die Montecassineser Fälschungen, Berlino 1909, pp. 47-72; I. Schuster, in Rev. béméd., 27 (1910), p. 88 sg. (note 4 : per l'immagine di s. P.); id., Liber Sacramentorum. IX, Torino 1928, pp. 9-11; U. Berlière, Le culte de st Placide, in Rev. béméd., 33 (1921), pp. 19-45; Ph. Schmitz, Histoire de l'Ordre de st Benoît, I, $2^{\circ}$ ed., Marcilhous 1948, pp. 38 e 74. Igino Cecchetti
PLACIDO, EUTICHIO e CONSOCI, santi, martiri. - Probabilmente perirono nella persecuzione dioclezianca (303-13).
Il Martirologio geronimiano li ricorda al 5 ott., come martiri siciliani : "in Sicilia». Nello stesso Martirologio però P. è ricordato anche al 29 sett., l'i i e i 4 ott.; secondo H. Delehaye si tratterebbe sempre del medesimo martire. Eutichio viene anch'esso ricordato al 29 sett. come martire di Ersclca. Ilgruppo anonimo, secondo la lezione comune, sarebbe costituito da 30 martiri, ma secondo altra lezione solo da 8. Gli atti genuini sono andati perduti. L'identificazione di P. con il discepolo di s. Benedetto, e di Eutichio come suo fratello, è una falsa opinione nata a Montecassino, nel sec. xI-xII, valorizzata da Pietro Diacono (v.), asserendo che quei discepoli, inviati da s. Benedetto a Messina per fondarvi un monastero (di S. Giovanni Battista), vi furono uccisi da pirati saraceni di Spagna. La scoperta di ossa umane nel coro della chiesa di S. Giovanni Battista a Messina il 4 ag. 71588 , fece concludere che si trattasse dei martiri monaci. Furono scelti come patroni della città e da Sisto V si ottenne ( 13 nov. 1588) la loro festa con rito doppio per Messina e provincia, con rito semplice per il resto della Chiesa, e l'inserzione nel Martirologio romano ( 5 ott.).
Bibl.: v. voce precedente; inoltre: Acta SS. Octobris, III, Anversa 1770, pp. 69-147; M. Amari, Storia dei Mandmiani in Sicilia, $2^{\circ}$ ed., I, Catania 1933, pp. 219-22; L. T. White, Latin monasticism in Norman Sicily, Cambridge 1938, pp. 8-10; Martyr. Hieronymia