volume-09

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S. Caterina a Treviso, quattro tavolette con le Storie di s. Benedetto, rispettivamente nel Museo Poldi Pezzoli di Milano e agli Uffizi di Firenze. Il s. Girolamo dello stesso periodo (Londra, Galleria nazionale) è rivendicato, per i caratteri che richiamano la lettura lombarda e Gentile, al P. giovane da Adolfo Venturi, che considerò apocrifa la firma: Bonus ferrariensis pisani discipulus.

La "poetica animalistica" del P. si afferma ancora nella Visione di s. Eustachio (Londra, Galleria nazionale), in una visione incisiva, disegnativa e medaglistica che, insieme alla sua profonda intuizione ritrattistica dei caratteri e dei costumi, ritorna in tutte le opere dell'artista : dalle pitture ai disegni (tra cui domina per numero e qualità il complesso del Louvre, proveniente dalla raccolta Vallardi), fino alle medaglie. Tra queste ultime vanno ricordate: quella di Cecilia Gonzaga (1447), di Giovanni VIII Paleologo; l'altra per le nozze di Lionello d'Este; di Filippo Maria Visconti e di Alfonso d'Aragona, ecc. Tra i dipinti che hanno in comune con le medaglie una visione nobilmente stilizzata della forma, si ricordano: il Ritratto di Lionello d'Este (Bergamo, Galleria Carrara), quello di una Principessa Estense (Parigi, Louvre) e l'affresco S. Giorgio e la Principessa (ca. il 1436), nella chiesa di S. Anastasia, a Verona: ove il mondo evocato dall'artista, pur essendo intuito dal "vero", diviene subito un mondo leggendario, romanzesco, come in Gentile da Fabriano. Inoltre in tutte queste opere egli mostra di saper conciliare due mondi formalmente opposti : il gotico "internazionale" e le aspirazioni del Rinascimento. Da ricordare anche un dipinto del periodo maturo: la Vergine col bambino in gloria, tra i ss. Antonio abate e Giorgio (Londra, Galleria nazionale), firmato Antonius Pisanus, dove il colore è sostenuto su un tono più alto, di una chiarità che fa pensare ai rapporti con Jacopo Bellini. - Vedi tav. CVIII.

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(par. Nivori di Roma)
Pissine - P. eburnea con storie di s. Mena. 1) Santo orante tra due cammelli (sec. iv) - Londra, British Muscum.

BibL.: A. Venturi, Gentile da Fabriano e P. (Le vate del Vasari, 1). Firenze 1806: G. E. Hill. P., Londra 1903: K. Zonge von Mantruffel, Die Bilder u. Zeichnungen des A. P., Halle 1909; J. Guiffrey, Les dessins de P. conservés au Musée du Louvre, 4 voll., Parigi 1911: G. F. Hill. s. v. in Thieme-Becker, XXVII, p. 92, con ampia bibl.; G. F. Hill. Les dessins de P., Bruxelles 1929: A. Venturi, P., Roma 1939: B. Degenhart, P., Torino 1945: id., Driepera di P., il ritratto dell'imperatore Sigismondo a Vienna, in Arti figurative, 2 (1946), p. 166 sgg .: id., Le quattro tavole della leggenda di i. Benedetto, opere giovanili del P., in Arte veneta, 3 (1949), p. 7 sgg. Luigi Grassi

PISANI, Francesco - Cardinale n. a Venezia verso il 1494 da Alvise, procuratore di S. Marco, e da Cecilia Giustinian. Per le istanze del doge fu creato da Leone X cardinale diacono nella grande promozione del $1^{\circ}$ luglio 1517 .

Durante il sacco di Roma del 1527 rimase in Castello a fianco di Clemente VII e dopo il 26 nov. fu dato come ostaggio agli Spagnoli. Assisté a Bologna all'incoronazione di Carlo V (1530). L'8 ag. 1524 aveva avuto la sede di Padova dove provvide alla ricostruzione della Cattedrale; poi, il 27 genn. 1528, ebbe anche quella di Treviso; tenne pure saltuariamente la sede di Emona in Istria dal 28 sett. 1526, sino alla morte.

Come primo diacono coronò Marcello II e Paolo IV ed assistette ad otto conclavi. Era vescovo di Ostia e Velletri dal 12 maggio 1564, quando morì a Roma il 29 giugno 1570 dopo 53 anni di cardinalato.

Bial.: Eubel, III. passim; R. Gallo, Una famiglia patrizia: I Pisani, in Archivio veneto, 74 (1945), p. 80 sgg. Pio Paschini

PISCATOR (Fischer), Johannes : v. Pescatore, giOVANni.

PISCETTA, Luigi. - Teologo, n. a Comignano (Novara) il 12 febbr. 1858, m. a Torino il 25 ott. 1925. Professo nella Società di S. Francesco di Sales (Salesiani) dal 17 luglio 1875 ; sacerdote dal 19 ott. 1880; laureato in teologia nel 1880 e aggregato nel 1885 al Collegio dottorale della Facoltà di teologia del Seminario metropolitano di Torino, vi insegnò teologia morale per ben 40 anni.

Pubblicò nel 1898 gli apprezzatissimi Elementa theologiae moralis, che poi negli anni 1923 sgg. furono aggiornati e completati con la Sacramentaria dal suo confratello sac. Andrea Gennaro.

Bial.: D. M. Prümmer, Manuale theologiae moralis, I, 64-7* ed., Friburgo i. Br. 1931, p. xxx. Andrea Gennaro

PISCINA : v. battistero; cantaro.
PISCINA PROBATICA: v. paralitico; PRobatica PISCINA.

PISIDES, Giorgio ( $\Gamma \varepsilon \omega ́ \rho \gamma \omega \varsigma$ ó $\Pi \omega \varepsilon i \delta \eta \varsigma$ ). - Originario di Pisidia, diacono e sheuofilace di S. Sofia, visse sotto l'imperatore Eraclio (610-41) ed il pa-
triarca Sergio con i quali fu in stretti rapporti. Accompagnò l'Imperatore nelle sue spedizioni contro i Persiani e ne celebrò le gesta con i suoi versi.

Di lui si ha: 1) La spedizione di Eraclio contro i Persiani, poema in cui l'autore narra le vicende della campagna del 622; 2) L'assedio di Costantinopoli da parte degli Avari e la loro sconfitta; 3) L'Eracliade, o vittoria definitiva di Eraclio su Coerce; 4) Decazenerae, o creazione del mondo, che è l'opera più vasta di P. Se ne possiede una traduzione armena ed una slavo-russa del sec. xiv; 5) Epigrummi e poesie minori, di vario carattere, tra cui si rileva: Contro l'empio Severo, scritto teologico contro il dottore monofisita; Su la Risurrezione di Cristo, Su la vanità della vita.

Vario è stato il giudizio sull'opera di P. Paragonato ad Euripide dai Bizantini (Psellos), viene considerato da altri un poetastro per la mancanca di originalità. In realtà, per la correttezza della forma, la chiarezza e la fluidità della lingua egli è il migliore tra i poeti profani dell'epoca bizantina; tuttavia, nonostante qualche spunto veramente personale, la sua opera risente molto della retorica ampollosa di un periodo di decadenza.

Per l'inno acàtisto, falsamente attribuitogli, v. acatiSTO. Le altre opere in PG 92, 1160-1756, che riproduce l'ed. di J. M. Querci (Roma 1777): una serie di poemetti, sfuggiti al Querci, furono pubblicati da L. Sternbach, Georgii Pisidue carmina inedita, in Wiener Studien, 13 (1891), pp. 1-62; 14 (1892), pp. 51-68; altri frammenti in L. Sternbach, De Georgii Pisidue apud Theophanem aliosque historicos reliquiis, in Dissert. philolog. Acad. litter. Cracoviensis, $2^{\circ}$ serie, 15 (1910), pp. 1-198.

Bial.: Krumbacher, pp. 709-12; Bodenbever, V, pp. 168173. Pelopidas Stephanou

PISSIDE. - Vaso liturgico per la conservazione dell'Eucaristia per la Comunione, da $\pi 0 \zeta \varepsilon \varsigma$, $\pi \dot{\zeta} \zeta \varsigma$, lat. pyxis, scatola, vasetto rotondo poligonale per medicine, unguenti, profumi, ecc. in bosso, in altro legno, in metallo, ma più specialmente in avorio. Gli esemplari noti più antichi risalgono al sec. iv e vanno fino al sec. ix. E ovvio che i cristiani dovessero avere qualche oggetto o custodia per portare l'Eucaristia alle loro case o ai fedeli detenuti nelle prigioni. Damaso ricorda Tarsicium sanctum Christi Sacramenta gerentem; e s. Cipriano un'arca, in qua Domini sanctum fuit (De lapsis, 26: PL 4, 501).

Nei primi secoli del cristianesimo, e anche dopo la pace, per forse due secoli, si eseguirono p., con scene mitologiche, che entravano nel numero degli oggetti di toletta del mundus muliebria, destinate a contenere gioielli o profumi. Tali p. passarono poi a far parte dell'arredamento liturgico e vennero usate per conservare il pane consacrato. Non si può, tuttavia, per mancanza di documenti, determinare il tempo preciso in cui incomincia l'uso delle p. per conservare il Corpo del Signore. Il Liber Pontificalis (I, pp. 176, 220, 243), che usa la parola turris, a causa della forma di tali oggetti destinati all'Eucaristia, ne fa menzione nelle biografie di Silvestro (314-35), di Innocenzo I (401-17), di Ilaro (461-68). Si può verisimilmente ritenere come p. eucaristica una piccola scatola (sec. v) formata di due sottilissime lamine di bronzo, in una delle quali è rappresentata una scena di martirio, nell'altra Cristo con le urne delle nozze di Cana, e la parola greca $\epsilon \dot{\alpha} \lambda \sigma \gamma i a$.

Notevole è la p. di S. Marco di Tebe in Egitto, scoperta in un villaggio copto abbandonato al tempo dell'invasione araba (metà sec. viI); si tratta di un vasetto circolare di bronzo, con tre piedi di sostegno, con impugnatura e orifizio, sormontato da una croce, che sembra aver servito per portare ai malati il vino consacrato, per la Comunione sotto le due specie. Altro esemplare di bronzo potrebbe essere stata la p., di cui rimane il solo coperchio, sormontato da una colomba, nel Museo di Château-Borely a Marsiglia. Le p. di avorio, conservate nei vari musei, con decorazioni mitologiche, mostrano la loro destinazione primitiva ad uso profano; ma in altre, che possono anche risalire al sec. iv, sono

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evidenti i soggetti cristiani. L'esemplare più antico (sec. iv) è la p. del Museo di Berlino, nella quale sono Cristo docente tra i dodici Apostoli e il Sacrificio di Abramo. Però, quasi sempre, la plastica e l'esecuzione delle p. di avorio sono molto sommarie e presentano influssi bizantini. Tra queste la cosiddetta p. di Cartagine, ora nel Museo civico di Livorno, che si è datata al sec. iv, dove il Signore è assiso ed ha ai piedi due cesti di pane che distribuisce ai discepoli i quali lo ricevono con le mani coperte dal lembo del pallio. Nella cattedrale di Pesaro si conserva un'altra p. eburnea, attribuita variamente ai secc. iv-vi, in cui si vede Gesù che risana il cieco nato e l'emorroissa, la resurrezione del figlio di Gisiro. Altre p. in avorio sono nei Musei di Berlino, Londra (con storie di s. Mena), Bonn, Colonia, Leningrado (collez. Basilewsky) tanto con soggetti mitologici, quanto con scene evangeliche; notevole quella di Brioude (sec. iv) con Orfeo. In Italia esemplari a Bobbio in S. Colombano, nel Museo civico di Bologna, a Firenze e in Roma, nel Museo Cristiano della Biblioteca Vaticana (dal tesoro del Sancta Sanctorum del Laterano) con la guarigione del cieco nato, di tipo ancora classicheggiante; nello stesso Museo, scatola cilindrica, con le guarigioni del cieco, del paralitico e la resurrezione di Laszaro; nel Museo delle Terme (dal Kircheriano) un frammento di p. con l'Agnello nimbato, tra due agnelli, e un altra p. d'osso, d'arte barbarica, con il sacrificio di Abramo e scene evangeliche trovate nel sepolcreto di Nocera Umbra. Tra le p. più antiche fino a noi pervenute è da segnalare anche quella bellissima di forma e molto ampia che fa parte del tesoro eucaristico di Canoscio (Città di Castello), opera del sec. v.

BibL.: H. Leclerc, in DACL. XIV, in, coll. 1983-96; R. Garrucci, Noc. dell'arte crist., VI, tavv. 327, 2, 3, 4, 5: 338, 1, 2, 3. 4: 339, 5. 6: Pk. Rehnalt de Fleury, La Messe, V, Parigi 1887, pp. 27-99, tavv. 359, 363, 364 (p. di Brioude), 362, 366, 367, 368, 369, 370, 371, 372, 373; Venturi, I, pp. 409-558; G. B. De Rossi, Teca di bronzo figurata, in Bull. di arch. crist., 2* seric, 5 (1872), pp. 5-24; id., P. eburnea cartaginese nella quale $i$ efficata Gesta Crista distribuente $i$ pani moltiplicati, ibid., 2* seric, 2 (1891), pp. 47-54, tavv. 4-5; H. Grisar, Note archeolog. sulla mostra di arte sacra antica a Orolato, in N. Bull. di arch. crist., 3 (1897), pp. 6-8, fig. 1 (cattedrale di Pesaro) e 8-10, tav. 1 (Bobbio); L. Serra, L'arte nelle Marche. Pesaro 1829, pp. 3334, fig. 68-69.

Le p. del primo medioevo, come altre più tarde, hanno l'aspetto di scatole cilindriche protette da un coperchio e nella decorazione riflettono i modi propri del gusto delle epoche in cui vennero create, cosi nei rilievi più o meno figurati, come nelle decorazioni a sbalzo o a smalto. In progresso di tempo la p. venne poi fornita di un alto fusto, anche questo adorno secondo l'epoca e il gusto regionale.

Tra quelle medievali di particolare bellezza si ricorda la p. adorna di filigrane e pietre preziose di S. Cunilberto di Colonia; una molto elegante nelle forme slanciate dell'alto fusto nel museo di Cluny a Parigi, opera del sec. xili; un'altra adorna di smalti limosini nel Museo germanico di Norimberga e cosi via.

Durante il sec. xiv e il xv, con lo sviluppo assunto dalle forme architettoniche gotiche e il loro inserirsi anche nella oreficeria, le p. metalliche spesso assumono esse stesse l'aspetto di tempietti posti su di un alto fusto confondendo talvolta il loro carattere con quello degli ostensori (Colonia-Schnütgenmuseum).

Tuttavia il tipo poi ripreso e mantenuto durante tutto il Rinascimento e quindi l'età barocca e la moderna è stato quello di un calice sormontato da un coperchio e adorno nel piede, nel fusto, nella coppa e nel coperchio stesso - sempre sormontato dalla croce - con fregi, immagini simboliche o figurazioni allegoriche allusive all'Eucaristia.

BibL.: si vedano le opere citate sopra e il Braun citato nel paragrafo che segue.

Emilio Lavagnino
Liturgia. - Dal sec. xir si dette alla p. un piede con nodo; la sua forma s'assimilò poco a poco a quella del calice, con la coppa dapprima poligonale, poi rotonda. Questa forma si conserva tuttora; ma dopo il Concilio Tridentino, quando aumentò l'uso della Co-
munione privata fuori della s. Messa, specialmente dopo il decreto del b. Pio X, la coppa divenne più ampia. Per la materia non vi sono prescrizioni; deve essere di metallo; soltanto la coppa e il coperchio devono esser internamente dorati. Ad una croce sovrastante al coperchio accenna s. Carlo Borromeo. La p. va solo benedetta; una formola di benedizione è già nel cosiddetto Missale Francorum (intitolata Praefatio christnalis). Per portare il Viatico ai malati si usa oggi una p. piccola rotonda a forma di teca. Per reverenza verso la s. Eucaristia ivi contenuta, la p. si copre con un conopeo di seta bianca. - Vedi tavv. CIX-CX.

BibL.: J. Braun, Das christliche Altargerät in seinem Sein und in seiner Entwicklung, Monaco 1932, pp. 280-347; G. Destefani, La s. Messa nella liturgia romana, Torino 1932, pp. 784-85; C. Callewaert, Liturgiose Institutiones, Bruges 1937, tract. III, 1, pp. 27-28; G. Perardi, La dottrina cattolica. Il culto, I, 1, Torino 1938, pp. 272-73; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, I, $2^{*}$ ed., Milano 1950, pp. 471-74. Pietro Soffrin
PISTELLI, Ermenegildo. - Filologo e scrittore, n. a Camaiore (Lucca) il 15 febbr. 1862, m. a Firenze il 14 genn. 1927. Scolopio nel 1884, laureatosi in lettere a Firenze, insegnò nelle Scuole Pie e dal 1903 sino alla morte lingua latina e greca nell'Istituto di studi superiori a Firenze.

Curò l'edizione critica di parecchie opere e commembi testi scolastici. Girolamo Vitelli lo incaricò di ricercare in Egitto papiri antichi. E di testi papiracei e membranacei, specialmente biblici, fu anche dotto editore. Fu dal 1906 al 1920 uno celante collaboratore di Luigi Bertelli nel Giornalino della domenica. Notevoli Le Pistole d'Omero. Nei due volumi Profili e caratteri (Firenze 1921), Eroi uomini e ragazzi (ivi 1927), raccolse piccola parte di tanti saggi critici, recensioni e prose pubblicate in riviste e giornali. Fu anche appassionato cultore di studi danteschi, e polemizzò efficacemente per la riforma della scuola italiana.

BibL.: G. Giovannozzi, Il p. P. delle Scuole Pie, Firenze 1927; G. Vitelli, E. P., ivi 1927, E. Bianchi, In memoria di E. P., a cura di T. Lodi, ivi 1928 (con bibl. completa). Loodegorio Picanyol
PISTIS, santa: v. SOPHIA, PISTIS, ELPIS e AGAPE, sante.

PISTIS SOPHIA. - E il titolo dato da Schwartz a uno scritto gnostico del sec. III in lingua copta, contenuto nel Codex Askevianus del British Museum.

Il testo consiste di quattro libri. I primi tre, unitari, trattano della $P$. S., cioè della fede che ricerca la Sapienza. L'opera è attribuita al Salvatore, cioè a Gesù stesso. La $P$. S. è un eone, caduto dal cielo nella materia, che viene restituito alla sua prima dimora celeste da Gesù. Lo scritto contiene molti riferimenti a opere apocrife, fra le quali sono anche 5 odi di Salomone (v.), inoltre Vangeli apocrifi e probabilmente anche una Apocalisse apocrifa (v. L. H. Puech, in Coptic studies in honor of W. E. Crum, Boston 1950, p. 122). Il quarto libro è un'opera indipendente, che tratta specialmente della penitenza. E probabilmente più vecchio della $P$. S. Inquadrare la $P$. S. nel suo ambiente gnostico sarà forse possibile dopo la pubblicazione dei codici gnostici in lingua copta, scoperti nel 1946 nella regione di Nag-Hammadi.

BibL.: ed.: C. Schmidt, Koptisch-gnost. Schriften, Lipsia 1909. Ed. del testo copto, Copenhagen 1925. Nuova trad. ted., Lipsia 1925. Monografie: K. R. Köstlin, Das gnost. System des Buches P. S., in Theol. Jahrb., 13 (1854), p. 1 sg., 137 sg.; A. Harnack, Über das gnost. Buch P. S. (Texte und Unterneck. zur Genk. der aitchr. Liter., 7, 11), Lipsia 1891, p. 1 sg. V. anche gli articoli di C. Schmidt, in Zeitschr. für neuteratom. Wissenschaft 24 (1923), p. 218 sg.; F. C. Burkitt, in The Journal of theol. studies, 23 (1922), p. 271 sg.; 26 (1923), p. 391 sg., e di R. P. Casey, ibid., 27 (1926), p. 374 sg. Sulle dottrine astrologiche, v. W Gundel presso Fr. Bell, Sternglaube und Sternä̈mung, 4* ed. Berlino 1931, p. 187 sg. e Gundel, Paranatellonta, in PaulyWisnowa, XX, II, coll. 1913-21. Sui nuovi testi gnostici in lingua copta, v. T. Mins, in Figeliae christianae, 2 (1948), p. 129 sg.; 3 (1949), p. 129 sg.; J. Doresse, ibid., p. 137 sg. Erik Peterson

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Pistoia, diocesi di - Chiesa di S. Paolo, costruita sulla fine del '200, con portale del 1227.

PISTOCCHI, Mario. - Canonista, n. a Meldola (Forlì) il 16 sett. 1874, m. a Forli il 10 dic. 1943.

Ordinato sacerdote nel 1897, conseguì la laurea in utroque iure all'Apollinare di Roma nel 1915. Protonotario apostolico, vicario generale e preposto della Cattedrale di Forli, svolse un'intensa attività pastorale e di predicazione. Scrisse vari opuscoli di ascetica e di pietà e collaborò con numerose note e commenti alla rivista Perfice munus dal 1926 al 1943. I suoi scritti più importanti sono i seguenti: De Synodo dioecesano, Torino 1922; I canoni penali del Codice Ecclesiastico, ivi 1925; De re beneficiali, ivi 1928; Il codice dei laici, Milano 1930; De bonis Ecclesiae temporalibus, Torino 1932; De suspensione ex informata conscientia, ivi s. a.; Commento alla parte I e II del libro V CIC, pubblicato a puntate in Il Monitore Ecclesiastico, dal 1933 al 1939.

Augusto Moreschini
PISTOIA, diOCESI di. - Città e diocesi, capoluogo di provincia in Toscana. La diocesi esistente già nel sec. v fu dichiarata da Martino V nel 1420 quale suffraganea di Firenze. Il territorio della diocesi abbraccia parte della valle dell'Arno, le valli dell'Ombrone e del Bisenzio, di Nievole e della Pescia; nonché parte dell'alta valle del Reno; è in notevole parte articolato e montuoso, confinando con le diocesi di Modena e di Bologna e, più a valle, con quelle di Prato, di Firenze, di Pescia, di S. Miniato, di Lucca. Nel sec. xviri P. cede a Pescia la pieve di Masserella; ma nel 1784 per opera di Pietro Leopoldo, mentre egli riduceva a sole in le parrocchie urbane e a 3 i monasteri della città, ebbe aggregati i pivieri di Treppio e Sambuca, dismembrati da Bologna; nel 1814 ricevé la contea di Vernio.

L'estensione del territorio diocesano (compresa la diocesi di Prato [v.]) è di 1083 kmq . e la sua popolazione (compresa la diocesi di Prato) di 262.403 ab. Le parrocchie sono 169 e i vicariati foranei 25 . Sacerdoti 250 . La diocesi possiede 7 case religiose maschili, 50 femminili. Ebbe fino dal 1446 per concessione di Eugenio IV un collegio di chicrici, con le regole e i privilegi già concessi al famoso Collegio Eugeniano di Firenze. Nel 1690 il vescovo Leone Strozzi fondò il Seminario che fu ampliato dal vescovo Colombino Bassi; finché il vescovo Scipione de' Ricci non lo trasferì nel soppresso monastero di S. Chiara. Il patrono della diocesi è s. Iacopo Apostolo.
I. Storia civile. - Pistorium sorse sulla Via Cassia, nella vallata dell'Ombrone, alle falde dei contrafforti appenninici, forse nel sec. I a. C. Già sotto la Repubblica romana fu città: nel 690 di Roma, nel suo territorio l'esercito di Catilina fu rotto dalle armi di Antonio. Plinio il naturalista annovera P., che faceva parte della tribù Vebina, fra la città formanti la Tuscia annonaria. Molto scarse sono le notizie su P. nei primi quattro secoli d. C. Sembra che durante il dominio di Teodorico godesse un periodo di pace e di prosperità. Soggiacque agli Ostrogoti e ai Bizantini; ca. il 590 cadde sotto la signoria dei Longobardi, e incerto se pacificamente o donata con la forza. Sotto Liutprando batté moneta. Sorgeva intanto nel cuore della città la torre del guardingo, donde una scorta armata vigilava la città stessa : supremo magistrato era il gastaldo. All'epoca carolingia la governava un conte. Fu poi sotto Matilde di Canossa; quindi retta dagli anziani, dal podestà e dal capitano del popolo. In seguito fu pur essa divisa in fazioni, ora prevalendo i guelfi ora i ghibellini, rappresentati gli uni dalla famiglia dei Cancellieri, gli altri dai Panciatichi. Essi lottarono fra loro con diversa fortuna, subendo le sorti che guelfi e ghibellini avevano nella vicina Firenze. E alla divisione dei guelfi in questa città, i Cancellieri tennero per i Neri, i Panciatichi per i Bianchi. Stretta fra Lucca e Firenze provò gli assalti ora di questa, ora di quelle. Nel 1301 i Neri ne furono espulsi (v P. in pria dei Negri si dimagra * : Dante, Inf., XXIV, v. 143). Poi Castruccio Castracani, signore di Lucca, la ridusse in sua obbedienza : successivamente fu sotto l'economia politica di Firenze. Presso P., a Gavinana, nel 1530 il Ferrucci trovò la morte, difensore della libertà fiorentina contro le armi imperiali. Costituitisi il ducato e il granducato, anche P. fu sotto la sovranità dei Medici, quindi sotto i Lorena; provò l'occupazione francese e dopo le alterne vicende politiche che provennero la fine del granducato, divenne come il resto di Toscana parte del Regno d'Italia.
II. Storia religiosa. - Mancano dati sicuri per definire l'epoca e le circostanze in cui il cristianesimo si introdusse nel territorio di P. E certo però che al chiudersi del sec. v il vescovato in P. era già costituito, se il papa Gelasio I (492-96) si duole che un vescovo di P. abbia reso omaggio a re Teodorico prima di venerare i lionina Apostolorum. Nel 556 Pelagio I scomunica un vescovo di P., di cui è ignoto il nome, perché nel servizio divino taceva il nome del Pontefice. Nel 716 fra il vescovo di P. e quello di Lucca si agita un'aspra controversio per motivi di giurisdizione, della quale è giudice un messo del re Liutprando. Il sec. viri, nel quale è noto il nome di un vescovo Giovanni, come eletto dal clero e popolo, è fertile per la diocesi di fondazioni monastiche. Già prima un eremita, Baronto, poi venerato come santo, era vissuto in penitenza sulla montagna pistoiese : più tardi si rese noto il romito Pietro. Sorgevano intanto famose badie, delle quali la diocesi arrivò a possedere quattordici. Si ricordano la badia di S. Baronto di Montalbano (sec. xi) e quella di Montepiano (sec. xi); la badia di S. Bartolomeo (sec. viII) e di S. Michele in Forcole (sec. viII); di S. Salvatore di Vaiano e di S. Maria di Grignano. Dal vescovo Lamprando è noto che nell'826 partecipò ad un concilio sotto Eugenio II; nell'844 Gansprando vescovo assisté in Roma all'incoronazione di Lodovico re d'Italia: Oschisio nell' 870 è legato dell'Imperatore

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in Calabria: Giovanni nel 963 partecipa ad un Sinodo romano indetto da Ottone I. Altri nomi di vescovi di questa epoca: Asterio, Uberto, Rambaldo, Antonio.

Certo è che in epoca anteriore al Mille e di poco posteriore i vescovi di P. godettero grande autorita ed esercitarono giurisdizione feudale su castelli e terre della diocesi, fra le quali Quarrata e Lamporecchio: sebbene ad essi contrastasse il nascente Comune. Ma già prima, della loro preminenza testimoniava l'annuale omaggio di una pellis cervina da parte di alcune popolazioni della Maremma. Nel sec. xi fu insigne l'episcopato del vallombrosano Pietro dei conti Guidi, che la contessa Matilde volle successore del vescovo Leone morto nel 1083. Né meno illustre fu sulla cattedra di P. l'altro vallombrosano Atto, venerato quale santo, che molto contribuì a diffondere in P. il culto di s. Iacopo. Fu allora che la cattedrale, in origine dedicata a s. Martino, e nel sec. vir ricostruita e consacrata a s. Zeno, venerato dai Longobardi, veniva ev novo riedificata: ivi era la "sagrestia dei begli arredi", di cui fu ladro Vanni Fucci (Dante, Inf., XXIV, v. 138). Essa ebbe poi altri adattamenti e restauri nel 1443, ad opera del vescovo Donato dei Medici: ed altri ancora nel 1600 . I vescovi promossero pure con zelo la disciplina del clero e del popolo legiferando in molteplici sinodi. Il primo fu quello del vescovo Ermanno nel 1308; al 1406 risale il Sinodo del vescovo Diamanti. Dopo il Concilio di Trento si ebbe quello del vescovo Lattanzio Lattanzi, a cui altri seguirono nei secc. xvir e xviri fino a quello di Colombino Bassi, tenuto nel 1721. Poi si ebbe l'episcopato di Scipione de' Ricci, il cui Sinodo tenuto nel 1786 con tendenze regalistiche e giansenistiche, e con l'opera anche di elementi estranei al clero pistoiese, non fu mai da questo né gradito né bene accolto: come incontrarono l'estilità popolare le innovazioni da lui tentate nel culto. Tanto che il Ricci dové rinunziare alla cattedra, sulla quale ascese Francesco Folchi che annullò il Sinodo stesso. Pio VII condannò le dottrine riceiune con la bolla Auctorem fidei. Fra gli altri vescovi è da ricordare Marcello Mazzanti, il cui Sinodo ebbe luogo nel 1892.
III. Personaggi illustri. - È da ricordare il can. Sozomeno, umanista, che partecipò al Concilio di Costanza; il gesuita P. Zaccaria, letterato e scrittore eruditissimo; il card. Carlo Agostino Fabbroni, che ebbe gran parte nella cost. Unigenitus contro gli errori di Quesnel; Alessandro de' Medici, che dal vescovato di P. passò all'arcivescovato di Firenze, e fu quindi pontefice con il nome di Leone XI; il card. Giulio Rospigliosi, che ricoprì elevatissimi uffici nella Curia Romana e, eletto pontefice, assunse il nome di Clemente IX; il vescovo Colombino Bassi, che
lasciò nella diocesi fama di insigni virtù; il can. Antonio Longinelli, deceduto nel 1800, ostaggio in Francia; mons. Enrico Bindi, erudito commentatore dei classici e poi dalla cattedra di P. promosso all'arcivescovato di Siena.

Bibi.: M. Salvi, Historia di P., Roma 1652: Ughelli, III, pp. 282-317: F. A. Zaccaria, Bibliotheca Fistoriensis, Torino 1732: I. M. Fioravanti, Memorie storiche della città di P., Lucca 1758; I. La. mi, S. Ecclesiae Florentiinae monumenta, I, Firenze 1758, p. 382 e sgg.: III, p. 1275 sgg.: A. M. Rosati, Memorie per servire alla storia dei vescovi di P., Pistoia 1766: Atti dell'assemblea degli arcivescovi e vescovi della Toscana, tenuto in Firenze nell'anno 1787, Firenze 1787: Atti e decreti del Concilio diocesano di $P$. dell'anno 1786, Pistoia 1788; F. Tolomei, Guida di P., ivi 1821; E. Repetti, Dictionario geografico fisico storico della Toscana, IV, Firenze 1841, p. 401 sgg.: Cappelleni, XVII, p. 73 sgg.: V. Capponi, Bibliografia pistoiese, Pistoia 1878; G. Arcangeli, Brevi notizie sul Seminario collegio vescovile di P., Pistoia 1891: G. Boani, La cattedrale di P., ivi 1904: P. Kehr, Italia pontificia, III, Berlino 1908, pp. 117-43: G. Boani, La Chiesa pistoiese, Pistoia 1912: N. Rodolico, Gli amici e i tempi di Scipione de' Ricci, Firenze 1920; Maya, P. artistica, Pistoia 1927; L. Chiappelli, Storie di P. nell'alto medioevo, ivi 1932; R. Matteucci, Scipione dei Ricci, Brescia 1941.

Emilio Sanesi
IV. SINODO di P. - Si tenne nella chiesa del seminario e dell'Accademia ecclesiastica di S. Leopoldo, dalla mattina del 18 al pomeriggio del 28 sett. 1786, sotto la direzione del vescovo giansenista Scipione de'Ricci (v.) e la protezione di Leopoldo, granduca di Toscana, dal quale, invece che dal Papa, si diceva nell'orazione inaugurale esser venuta "la permissione a tanti valenti teologi di assistervi nella
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Pistoia, diocesi di - Palazzo comunale, iniziato dai guelfi nel 1294, ampliato durante il sec. xiv.
ferma fiducia che la grazia del Signore dissipasse lo spirito di tenebre e di divisione».

Vi collaborarono giansenisti francesi e olandesi e lo prepararono i più noti giansenisti italiani che furono presenti, almeno moralmente; non lo si può perciò considerare un episodio provinciale o regionale, ma quasi l'epilogo della traiettoria giansenistica da Lovanio a Port-Royal e a Utrecht e punto di confluenza degli errori del movimento giansenista con altri errori affini o avventisi quali il gallicanesimo, il richerismo e simili.

Sette furono le sessioni e dieci le congregazioni che le preparavano, delle quali tre straordinarie e sette ordinarie. Vi intervennero, spinti dal prepotere del vescovo e da modi spesso violenti, 250 sacerdoti; della diocesi pistoiese, i parroci, i cappellani curati e i canonici per diritto, ed eran chiamati "padri del Concilio"; i sacerdoti secolari e regolari espressamente invitati, ed erano detti "consacerdoti"; tra questi Vincenzo Palmieri e Pietro Tamburini (v.) ai quali, e a quest'ultimo specialmente che ne era il promotore, spetta la redazione dei sin-

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goli decreti. Il de' Ricci ne fu il presidente e Giuseppe Paribeni vicepresidente e legato del Granduca. Da una vicina villa Leopoldo ne seguiva lo svolgimento. Il Sinodo, ben presto denominato "comedia pistoiese ", si svolse fra il timore dei parroci e dei sacerdoti pistoiesi per lo più ignari della violenza esercitata per la sottoscrizione, che tuttovio fu unanime solo apparentemente; e fra l'esultanza dei non pochi giansenisti o gallicani extradiocesani presenti che cosl credevano assicurato un definitivo successo dell'eresia. Gli atti furono integralmente pubblicati e le proposizioni di condanna della bolla Auctorem Fidei del 28 ag. 1794 ne segnano le deviazioni. Dalle 85 principali proposizioni estratte dalle costituzioni sinodali, esposte sotto 44 titoli secondo le diverse materie, 7 furono condannate come eretiche e le altre proscritte con differenti censure, spesso sotto i molteplici sensi che esse potevano presentare (false, temerarie, scandalose, prossime all'eresia, ecc.). Pure stigmatizzata s la lode attribuita agli articoli gallicani del 1682 inseriti maliziosamente nel decreto sulla fede, e rinnovato il giudizio già pronunciato contro di essi da Innocenzo XI e da Alessandro VIII. Tale condanna si rese necessaria per la diffusione data agli atti del Sinodo in tutta l'Euregio. In un codice latino della Biblioteca Vaticana si legge: "uno stampatore di Livorno ne ha obbligate 18000 copie per mandarle in Spagna e in Francia", e dalla Spagna il card. Lorenzana e il nunzio avvertivano di non poter più a lungo impedire la ristampa degli atti in lingua spagnola senza una previa formale condanna. Aderirono al Sinodo ecclesiastici e laici francesi, austriaci, germanici, olandesi e polacchi. La Chiesa scismatica di Utrecht, l'arcivescovo di Salisburgo di Colloredo, abati francesi quali Bellegarde, Maultrot, Clement con lettere; le Nouvelles ecclésiastiques, la Gazette universelle, la Gazette d'Europe e la Gazette française tra i periodici esaltarono il conciliabolo pistoiese, i cui decreti apparvero subito in triplice edizione italiana, latina, francese. Complemento del Sinodo, come si era auspicato, doveva essere un Concilio nazionale a Firenze per far finire tutte le dicerie e maneggi che la corte di Roma e i suoi aderenti potessero tentare a Tentativo che i vescovi toscani resero vano (v. giansenio e giansenismo; de' ricci, scipione); e il disegno scismatico, come l'eresia giansenista, può considerarsi storicamente concluso nella bolla di condanna.

Biel.: Atti e decreti del Concilio diocesano di P., Pistoia 1788 (in latino, Pavia 1788; in francese, Parigi 1789); J. Carreyre, Pistoie (Zonode de), in DThC. XII, II, coll. 2176-99; B. Matteucci, Scipione de' Ricci, Brescia 1941 (con esauriente bibl.).

Benvenuto Matteucci
V. ARTE. - Con il periodo romanico si hanno a P. le prime manifestazioni artistiche. L'aspetto odierno della città dipende infatti, in gran parte, da costruzioni del Duecento e del Trecento. L'unico resto di monumenti romani, eccettuata la pianta della città che si può nella maggior parte ricostruire, è costituito da un'abitazione privata del III sec. d. C. con pregevoli pavimenti a musaico.

L'architettura romanica ha sue precipue caratteristiche in questa città, dove si diffondono forme di un minuto decorativismo, di origine prevalentemente pisana ed anche fiorentina. L'effetto policromo ed ornamentale diviene spesso sovrechiante ed impedisce alle strutture architettoniche di risaltare in quei caratteri di organicità che sono tipici di tutta l'architettura romanica. Partecipano di questa corrente il S. Giovanni fuorcivitas, la cattedrale ricostruita nel xir sec., il S. Paolo, il S. Bartolomeo in Pantano e il S. Andrea, dall'insolita struttura della navata centrale, assai alta e stretta. Caratteristica delle chiese romaniche pistoiesi è la mancanza del transetto. Nel 1166 Gruamonte, "magister bonus", insieme al fratello Adeodato e ad un maestro Enrico, lavorò all'architrave del portale di S. Andrea, rivelandosi seguace di quel Guglielmo che aveva eseguito il pulpito per il duomo di Pisa (oggi nella cattedrale di Cagliari). E probabile che lo stesso scultore, e forse con gli stessi collaboratori, lavorasse, nell'anno successivo, all'architrave del portale di S. Bartolomeo in Pantano; e più tardi, senza aiuti, a quello di S. Giovanni fuor civitas. Il pergamo di S. Michele in Croppoli, nei dintorni della città, datato 1194, rivela influssi dell'arte di Guglielmo, probabilmente ap-
presi dall'anonimo maestro per tramite di Gruamonte. Guido Bigarelli da Como, che nel 1246 aveva eseguito il fonte battesimale di Pisa, nel 1250 lavorava con aiuti al pergamo di S. Bartolomeo in Pantano. Guido porta a P. la tradizione lombarda, per lo meno nelle sue caratteristiche di semplicità e di rilievo, cercato per contrasto con lo spazio cavo, anche se ammorbidito e levigato. Influssi dei modi di Guido da Como si possono leggere nell'anonimo maestro che scolpi il portale della chiesa di S. Pier Maggiore. La pittura romanica non ha importanti sviluppi a P.; è da ricordare, nel Duomo, la grande croce dipinta nel 1274 da Coppo di Marcovaldo in collaborazione con il figlio Salerno. Nel xiv sec. si diffondono forme architettoniche senesi e fiorentine. Il Palazzo comunale, iniziato nel 1294 e ingrandito nel 1343 dal senese Simone di Ser Monono, presenta schietti caratteri senesi nel suo insieme, anche se il loggiato lo ricollega ai palazzi pubblici lombardi. L'architetto locale Cellino di Nese (1337-59) eseguì il battistero ottagonale, attenendosi forse ad un disegno di Andrea Pisano, ed egli stesso è probabile che fornisse, nel 1367 , il disegno del Palazzo di Giustizia.

Nel campo della scultura sono prevalentemente scultori pisani ad operare a P. nel xiv sec. Nel 1270 il più fedele seguace di Nicola Pisano, fra' Guglielmo, eseguì il pulpito di S. Giovanni fuorcivitas. Nel 1273 Nicola lavorava all'altare della chiesa di S. Jacopo, ora distrutto, e allo stesso anno si potrebbe ascrivere l'acquasantiera di S. Giovanni fuorcivitas, opera che rivela la mano di Giovanni Pisano ancora agli inizi, in stretto rapporto con le forme plastiche di Nicola. Tra il 1298 e il 1301 , Giovanni Pisano eseguì poi il pulpito della chiesa di S. Andrea, sua opera capitale, su commissione di Arnoldo degli Arnoldi. Probabili autori della tomba di Cino da P. (1337-39) furono i senesi Agostino di Giovanni ed Agnolo di Ventura.

La modesta pittura pistoiese del Trecento fu, nella prima metà del secolo, dominata anch'essa dalla tradizione fiorentina. Nella seconda metà del secolo predominarono invece gli influssi emiliani, come si vede negli affreschi di S. Domenico e nelle pitture del Capitolo di S. Francesco, opera di artisti emiliani e di maestri pistoiesi sotto l'influsso di quelli. I bolognesi Dalmazio de' Scannabecchi e suo figlio Lippo si stabilirono per lungo tempo a P., influendo largamente sulla pittura locale.

Nel Rinascimento l'importanza di P. nella storia dell'arte diviene limitatissima. A dominare il campo furono in prevalenza maestri fiorentini, sia pittori che scultori. Nel 1477 Lorenzo di Credi dipingeva per il Duomo la Madonna di Piazza. Il Museo civico conserva opere di Cosimo Rosselli, della scuola del Botticelli, di Ridolfo del Ghirlandaio. Nel 1477 il Verrocchio iniziava per il Duomo il monumento al card. Niccolò Forteguetri, che fu continuato da seguaci e smembrato in parte nel Settecento. Nel 1487 Antonio Rossellino eseguiva il ritratto a bassorilievo di Donato de' Medici, sempre nel Duomo, e il fratello Bernardo, con la sua collaborazione, eseguiva il monumento a Filippo Lazzi in S. Domenico. Andrea della Robbia, con aiuti, nel 1505 decorava con un rilievo in terracotta la porta centrale della Cattedrale, mentre a Giovanni della Robbia spetta la decorazione dell'Ospedale del Ceppo. - Vedi tav. CXI.

Biel.: P. Tolomei, Guida di P. per gli amanti delle belle arti, Pistoia 1821; G. Beani, La Cattedrale pistoiese, ivi 1903: O. Giglioli, P. nelle sue opere d'arte, Firenze 1904; A. Chiti, P., Pescia 1931.

Maurizio Calvesi
PISTORIUS, Johann. - Polemista e storico, n. a Nidda il 14 febbr. 1546 (indi il nome di Niddanus), m. a Friburgo in Br. il 18 luglio 1608. Figlio dell'omonimo P. J. Niddanus senior, che da parroco aveva abbracciato il protestantesimo, s'era sposato e aveva avuto una parte notevole nei vari colloqui di religione.

Sudio teologia, diritto e medicina a Warburg e a Wittenberg, diventando poi medico di corte del margravio Carlo di Baden-Durlach, presso il quale esercitò anche l'ufficio di storiografo e di consigliere in questioni religiose. Dopo vari tentennamenti dal luteranesimo verso il calvinismo, ritornò nel 1588 al cattolicesimo, a cui con-

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(let. Soprintendenza Seave Ostia)
PITAGORA - Busto del i sec. a. C., da originale etrusco-italico. Museo di Ostia Antica.
verti nel 1590 anche il predicatore di corte Zehender e il margravio Giacomo III. Quest'ultima conversione, che fu celebrata solennemente anche a Roma, rimase senza conseguenze, per la prematura morte del margravio. Scacciato dalla reazione anti-cattolica che seguì a questa morte, P. si portò a Friburgo in Br., dove fu ordinato sacerdote ( 1592 ) e venne poi nominato dal card. Andrea d'Austria suo vicario generale per la diocesi di Costanza. In seguito fu consigliere imperiale, preposito del duomo di Breslavia, protunotario apostolico e dal 1601 confessore di Rodolfo II, esplicando ininterrottamente un grande zelo per il ripristino della religione cattolica.

L'attività polemica di P. fu molto intensa dalla sua conversione. In essa è dialettico stringente, ma anche spesso aspro. Lo scritto più significativo è l'Anatomia Lutheri (pubblicato in due parti, Colonia 1595 e 1598), in cui analizza gli scritti di Lutero presi nel loro testo ed edizione originale. Per la scienza storica P. ha il merito di aver indagato e pubblicato vaste raccolte di fonti, di cui le più famose sono: Polemiche historique corpus ( 5 parti, Basilea 1582), e Iterum Germanicarum scriptores ( 5 voll., Francoforte 1583-1607).

Bibli. I. Fecht, Historia colloquii Emmendingensis, Rostock 1694: C. Mirbt, s. v. in Realencykl. für protestant. Theol. und Kirche, XV, pp. 418-21; Pastor, XII, v. indice. Igino Rogger

PITAGORA. - La figura storica di P., filosofo e fondatore della scuola che ne porta il nome, fu talmente deformata da leggende posteriori che è difficile, nel cumulo delle tradizioni, sceverare il vero dal favoloso. Risulta sicuro che egli, n. a Samo da Mnesarco, nella prima metà del sec. vi a. C. ( 580 ca.), si trasferì in età matura (dopo aver forse soggiornato da giovane in Egitto) dalla sua isola nella città italica di Crotone, e qui costituì una comunità filo-sofico-religiosa che divenne poi anche un partito politico. P. insegnò solo oralmente: Empedocle lo celebra come $\dot{\alpha} \nu \hat{\eta} \rho \pi \varepsilon \rho \iota \omega \sigma \alpha \alpha$ $\alpha i \delta \omega ́ \varsigma$... $\pi \alpha \dot{\alpha} \nu \tau \omega \nu \delta \dot{\varepsilon} \mu \alpha \dot{\alpha} \lambda \alpha \tau \alpha$ $\sigma \circ \rho \tilde{\omega} \nu \dot{\varepsilon} \pi \varepsilon \dot{\eta} \rho \alpha \nu \circ \varsigma \varepsilon \dot{\varepsilon} \rho \gamma \omega \nu$ (fr. 129), mentre Eraclito parla della $\pi \circ \lambda 0 \mu \alpha \theta i \eta$ (fr. 40, 129) di lui; Senofane di Colofone attesta (fr. 7) la credenza di P. nella reincarnazione, non senza scherno. Da Erodoto (IV, 95) egli è qualificato come eminente $\sigma \circ \rho \iota \sigma \tau \dot{\eta} \varsigma$. Svolto
il suo magistero in Crotone, P. emigrò, in seguito all'opposizione politica di una parte della cittadinanza crotoniate, a Metaponto, dove morì (verso il 500 ?).

I pitagorici formavano un'associazione caratterizzata da una stretta disciplina etico-religiosa: osservano la pratica di un prolungato silenzio ( $\dot{\varepsilon} \gamma \varepsilon \mu \nu \theta i \alpha$ ), l'astinenza almeno parziale dalla carne e, pare, dalle fave, e vari precetti in parte etici e in parte rituali (anche questi ultimi interpretati più tardi come simboli etici); e usavano fare ogni sera un esame di coscienza. Stando a testimonianze più tarde, la setta avrebbe compreso due classi di discepoli, gli essoterici e gli esoterici (i primi non addentrati nei segreti della dottrina, cioè semplici uditori, $\dot{\alpha} \nu \nu \sigma \mu \alpha \tau \iota \nu o i$; i secondi iniziati alla sapienza, $\mu \alpha \theta \dot{\eta} \mu \alpha \tau \iota \nu o i$ ), mentre altri distingue tre categorie ( $\dot{\varepsilon} \nu \nu \sigma \tau \iota \nu o i$, $\mu \alpha \theta \eta \mu \alpha \tau \iota \nu o i$, $\varphi \nu \sigma \iota-$ xoi). Le vedute del maestro erano accettate come verità indiscutibili (secondo il celebre motto $\alpha \dot{\tau} \tau \dot{\varsigma} \dot{\varepsilon} \rho \alpha$ ). Estesasi da Crotone ad altri luoghi della Magna Grecia, la scuola acquistò grande potenza politica e tenne il governo di varie città. Ma si determinò presto contro i pitagorici aristocratizzanti, una violenta ostilità dei partiti democratici : il primo moto scoppiò vivente ancora P. (onde la fuga di lui da Crotone); e altre sedizioni si ebbero successivamente, finché in un momento non precisabile (fra il 460 e il 400 ) avvenne una rivoluzione per cui l'ordine pitagorico fu addirittura distrutto, e i membri in grandissima parte uccisi. Dei superstiti, chi si trasferì a Tebe (Liside e Filolao), chi a Filunte. Alcuni tornarono poi dall'esilio a Taranto e in questa città il pitagorismo ebbe nuovo fiore con Archita, finché non si estinse negli ultimi tempi del iv sec. a. C. Tra i principali pitagorici antichi figurano, oltre a Filolao (che per primo espose in uno scritto la dottrina), Simmia e Cebete (noti attraverso Platone), Ocello Lucano, Timeo di Locri, Liside e Archita (insigne matematico e fisico).

Quanto delle teorie pitagoriche risalga a P. stesso è difficile determinare; si può dir certo che egli professò la credenza della reincarnazione (v.), trasmise ai discepoli il nucleo fondamentale della precettistica etico-religiosa destinata a costituire il patrimonio più caratteristico del pitagorismo, e diede inizio a quegli studi matematici da cui la scuola stessa ebbe poi massima gloria (può darsi che il « teorema di P. "risalga a lui personalmente). In ogni caso conviene parlare, piuttosto che di P., dei pitagorici in generale. La loro concezione metafisica fu strettamente legata ai predarti studi matematici. Osservando l'importanza che hanno nell'universo i rapporti numerici, poiché nulla è conoscibile senza il numero ( $\pi \dot{\alpha} \nu \tau \alpha \gamma \alpha \mu \dot{\alpha} \nu$ $\tau \dot{\alpha} \gamma \varepsilon \gamma \omega \sigma \alpha \dot{\eta} \mu \alpha \nu \alpha \dot{\alpha} \rho \iota \theta \mu \delta \nu \dot{\varepsilon} \gamma \omega \nu \tau \iota$ Filolao, fr. 4) essi affermarono che il principio delle cose è appunto il numero: il che sembra doversi intendere, secondo la testimonianza di Aristotele (cf. in particolare Met., I, 5, 983 b 23 sgg., 986 a 15), nel senso che il numero è la sostanza intima, $l^{\prime} \tilde{\alpha} \lambda \eta$ delle cose stesse : né contrasta con questa interpretazione il fatto che i pitagorici considerassero nello stesso tempo i numeri come modelli delle cose (ibid., 987 b). Del numero si hanno due categorie fondamentali, il dispari ( $\pi \varepsilon \rho \iota \sigma \sigma \dot{\sigma} \nu$ ) e il pari ( $\dot{\alpha} \rho \tau \iota \nu \nu$ ) cui Filolao aggiunge l'á $\sigma \tau \iota \sigma-$ $\pi \dot{\varepsilon} \rho \iota \sigma \sigma \nu$, il pari-dispari, equivalente, sembra, all'Uno. Il dispari è limitato ( $\pi \varepsilon \tau \varepsilon \rho \alpha \sigma \mu \varepsilon \dot{\varepsilon} \nu \nu$ ) e principio del limite ( $\pi \dot{\varepsilon} \rho \alpha \varsigma$ ); il pari è illimitato ( $\dot{\alpha} \pi \varepsilon \iota \rho \circ \nu$ ) e principio dell'illimitatezza ( $\dot{\alpha} \pi \varepsilon \iota \rho i \alpha$ ). L'Universo è un'armonia di questi principi contrari, con i quali poi si collegano altre coppie antitetiche (cf. la "tavola" pitagorica delle opposizioni presso Aristotele, Met., I, 5, 986 : $\pi \dot{\varepsilon} \rho \alpha \varsigma-\dot{\alpha} \pi \varepsilon \iota \rho \circ \nu ; \pi \varepsilon \rho \iota \tau-$ $\tau \tilde{\nu} \nu-\dot{\alpha} \rho \tau \iota \nu \nu ; \dot{\varepsilon} \nu-\pi \lambda \eta \theta \theta \circ \varsigma ; \delta \alpha \zeta \iota \tilde{\nu} \nu-\dot{\alpha} \rho \iota \sigma \tau \varepsilon \rho \tilde{\nu} \eta \ldots, \varphi \tilde{\omega} \varsigma-\sigma \alpha \sigma \tau \alpha \varsigma$; $\dot{\alpha} \gamma \alpha \theta \dot{\alpha} \nu-\kappa \alpha \nu \sigma \dot{\sigma} \nu$, ecc.). I dissidi si conciliano in un accordo che è accordo numerico: sicché risulta "tutto il cielo essere armonia e numero" (cf. Aristotele, Met., I, 5). I pitagorici poi, speculando sui singoli numeri, attribuivano ad essi virtù e significazioni particolari: e tenevano in special conto, oltre che l'Uno e il Due, principî rispettivamente del dispari e del pari, il Quattro e il Diosi, numeri perfetti. A questa aritmologia, per cosi dire, metafisica, si associava peraltro la matematica positiva (scoperta dell'incommensurabile, approssimazioni successive a $\mathrm{V}^{-2}$, metodo di applicazione delle aree, ecc.).

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La teologia pitagorica era, a quanto pare, orientata in senso monoteistico: ammetteva cioè un Dio supremo al di sopra degli dèi; ma è dubbio che questa dottrina sia stata sviluppata filosoficamente in connessione con l'aritmologia, e che Dio fosse per loro identico all'Uno inteso come principio originario (cf. Zeller-Mondolfo, I, 2 [v. bibl.], pp. 457-74). La cosmologia della scuola, in principio affine alle concezioni dei primi ionici, si sviluppò poi in un sistema che considerava la terra come rotante al pari del sole e di una supposta "antiterna", intorno a un fuoco centrale. Iceta ammise la rotazione della terra intorno al proprio asse e spiegò così l'alternarsi del giorno e della notte (Cicerone, Acad. prior., 2, 39, 123). Altra teoria pitagorica è quella dell'armonia delle sfere.

In psicologia, la scuola considerd l'anima umana come una sostanza eterna, di origine divina, congiuntasi a titolo di pena con un corpo e destinata a trasmigrare di corpo in corpo, e non solo in corpi di uomini, ma anche di bestie o piante ( $\pi \alpha \lambda \imath \gamma \gamma \varepsilon v \varepsilon \sigma i ́ x$, non $\mu \varepsilon \tau \alpha \mu \varphi \dot{\alpha} \gamma \mu \alpha \sigma \iota \varsigma$, è la parola verisimilmente usata dai pitagorici antichi). Nell'unione con il corpo, l'anima è chiusa come in una tomba (Filolao, fr. 14 D; Platone, Gorg., 493 A). Le incarnazioni dureranno fino a che l'anima stessa non si sia purificata e resa degna di tornare alla patria celeste. Come la concezione stessa (che fu poi ripresa da Platone) fosse connessa dai pitagorici con l'aritmologia, non è ben chiaro.

L'etica pitagorica, religiosamente ispirata, prescrivera all'uomo l'imitazione della Divinità, e inculcava la purezza della vita, la misura e l'armonia in tutte le attività, e inoltre il culto della sapienza come mezzo di salvazione.

Il pitagorismo ebbe grande influenza sul pensiero greco, e soprattutto sul platonismo (v.). La scuola, estinta nel sec. iv a. C., risorse poi, a partire dal sec. I, in una forma eclettica (v. NEO-PITAGORISMO).

BibL.: edd.: H. Dieb, Die Fragen. der Vorsobratiler, 1, 5* ed., Berlino 1937, pp. 96-113, 440-80; F. G. A. Mullach, Fragon. philos. graec., $1^{0}$ ed., Parigi 1860, pp. 485-509. Su P. e il pitagorismo v. ecceitutto E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci, I, II, 2* ed., Firenze 1950, v. indice; Uberweg, I, pp. 61-73; G. Méautis, Recherches sur le pythagorisme, Neuchâtel 1922; E. Franck, Plato und die sogmanuten Pythagorder, Halle 1923; A. Rostagni, Il verbo di P., Torino 1924; L. Brunschvicg, Le rôle du pythagorisme dans l'évolution des idées, Parigi 1937; K. Kersinyi, P. und Orpheus, $2^{\circ}$ ed., Amsterdam 1939; F. von Kurt, Pythagoreus politis in southern Italy, Nuova York 1940; U. Moricea, L'esame di coetienza e la storia di un precetto pitagorico, in Il mondo classico, 10 (1940), pp. 221-44; V. Capparelli, La sapienza di P., I, Padov