ò all'opera sua più singolare, le Incenzioni capricciose di amori (1745), nelle quali l'architetto e il poeta si dànno la mano per una straordinaria creazione di scienza costruttiva e di invenzione fantastica. Di lì a poco pubblicò le Antichità romane dei tempi della Repubblica e de' primi Imperatori (1748), che, accanto a qualche incisione altrui, contengono, espressi in rapide acqueforti, i suoi ricordi di viaggio. Lavorava intanto ad un'opera monumentale, Le antichità romane (4 voll., 1756, con 216 tavv.), della quale le Rovine del Castello dell'acqua Giulia (1771), il Campo Marzio dell'antica Roma, la De-
scrizione e disegno dell'emissario del Lago Albano (1762) non sono che la continuazione; e le Vedute di Roma, cui attese dal 1748 (2 voll., 1778), il completamento. Appare in tali incisioni la Roma del suo sogno nelle imponenti rovine dell'epoca romana e nei monumenti del periodo rinascimentale e barocco, trasfigurati dalla sua fantasia in una commossa rievocazione di grandezza, con quinte gigantesche in primo piano e vertiginose fughe prospettiche.
L'opera del P., storico e polemista, è sorprendente per l'acutezza e per la modernità delle intuizioni. In Della magnificenza ed antichità de' Romani (1761, con 40 tavv.) e in Osservazioni.... sopra la lettera di M. Mariette (1764), sostiene l'originalità dell'architettura romana nei confronti di quella greca e cerca di precisare i caratteri distintivi dell'una e dell'altra. Negli ultimi anni fece oggetto di studio particolarmente le forme decorative dell'arte romana: Dicerse maniere d'adornare i camini (1769); Vasi, candelabri, cippi, sarcofagi, trofei, tripodi, lucerne ed antichi ornamenti (1778), che contribuirono alla formazione del gusto della decorazione neoclassica. Da segnalare è pure la Raccolta di alcuni disegni del Barbieri da Cento detto il Guercino (1764).
Il P. compì una sola opera di architettura: il riordinamento di S. Maria del Priorato dell'Ordine di Malta sull'Aventino, che gli fu affidato nel 1765 dal card. Rezzonico. Le moderate ed armoniche proporzioni, il nitido spartimento degli spazi all'esterno e all'interno, ricchi di festoni e bassorilievi figurati, si affermano con le prime espressioni del gusto neoclassico in Roma, come pure il piazzale e l'ingresso della Villa dei Cavalieri con i trofei classici, alternati ai lisci scomparti del parapetto. La pubblicazione delle sue raccolte fu continuata dal figlio Francesco (n. a Roma nel 1758 o 59, m. a Parigi il 27 genn. 1810), che provvide anche all'incisione dei disegni inediti e, trasferitosi a Parigi alla fine del 1700 , vi impiantò la Chalragraphie des P. frères, con una scuola di incisioni e con una fabbrica di terre cotte che ebbe vita intensa ed attiva.
Bibl.: A. Giesecke, s. v. in Thieme-Becker, XXVII, p. 80 sg. con bibl. precedente; A. Venturi, I grandi pittori di rovine Pannini e P., in Roma, 1-3 (1925), p. 206 sgg.; G. Zucchini, Opere d'arte inedite, in II Comune di Bologna, 2 (1934), n. 8, p. 29 sgg.; R. Pane, L'acquaforte di G. B. P., Napoli 1938; V. Mariani, Studiando P., Roma 1938; E. Bier, Vasi-P., in Alaso Finiguerra, 3 (1938), p. 49 sgg.; R. Wittkower, P.'s $\cdot$ Povere su l'architettura», in Journal of the Warburg Instit., 2 (1938), p. 147 sgg.; L. Donati, Piranesiana, in Alaso Finiguerra, 4 (1939), p. 221 sgg.; 5 (1942), p. 261 sgg.; A. Crespi, Le puerce di Roma viste da G. B. P., in Le vie d'Italia, 46 (1940), p. 1252 sgg.; A. Neviin, Prints by P., in Bulletin of the Metropol. Museum of Art, 36 (1941), p. 224 sgg.; V. Mariani, Studiando P.: la romanità e e i diritti della fantasia, in Atti del V Congr. naz. di studi romani, 3 (1942), p. 374 sgg.; J. W. Wadock, The Prisms by P., in Bull. of the Detroit Institute of arts, 22 (1942), p. 81 sgg.; F. Stample, An unknown group of drawings by G. B. P., in Art bulletin, 30 (1948), p. 122 sgg.; R. Pallucchini, Mostra dei disegni del P. a New York, in Arte veneta, 3 (1949), p. 194; [G. Morazzoni], G. B. P. archit. ed incisore. Cento tav. e nat. Asegraf., Roma-Milano s. d. Anstia Mezzetti
PIRHING, Ehrenreich. - Canonista e moralista, n. a Siegarthing (Baviera inferiore) il 12 apr. 1606, m. a Dillingen (Baviera) il 15 sett. 1679.
Gesuita nel 1628, insegnò filosofia a Ingolstadt, poi teologia morale e, a lungo, diritto canonico e S. Scrittura a Dillingen. Fu anche rettore a Eichstätt e predicatore a Ratisbona. E ritenuto il migliore canonista del xvir sec. per la sua opera classica: Jus canonicum in V libros Decretalium distributum (Dillingen 1674-78, 1722, Venezia 1759), nella quale sono riassunti altri lavori già pubblicati prima su particolari argomenti del lib. I delle Decretali. Dopo la sua morte un contratto fece un riassunto: Facili et conciso ss. Canonum d'citrina (Dillingen 1690, Venezia 1693) indi con il titolo Synopsis Pirhingana (Augusta 1695, Venezia 1697).
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BibL.: Sommervogel, VI, pp. 851-55; J. F. v. Schulte, Die Gesch. der Quellen und Literatur des canon. Rechts, III, t. Stoccarda 1880, pp. 143-44; B. Dube, Gesch. der Jesuiten in den Ländern deutscher Zunge, IV, Monaco 1921, pp. 343-44.
Augusto Moreschini
PIRKHEIMER (PIRCKHEIMER), CHARITAS. Suora clarissa, n. a Eichstätt il 21 marzo 1466, m. a Norimberga il 19 ag. 1532.
Sorella dell'umanista Willibald P., fu eruditissima, amica di molti umanisti, venerata da Erasmo. Di profonda piatà, entrò nel 1478 tra le Clarisse di Norimberga, vi fu eletta badessa il 20 dic. 1503 e vi attrasse anche la sorella Chiara e le figlie del fratello. Assurse a meritata celebrita soprattutto da quanto Norimberga fu teatro del più violento protestantesimo e furono soppressi tutti i conventi, chiuse le chiese e cacciati i sacerdoti. Di fronte alla fermezza della badessa di S. Chiara si piegò anche la ferocia dei protestanti. L'influsso del fratello prorese alquanto le povere suore, ma fu soprattutto grazie alla grandezza morale della badessa che il suo convento poté continuare fino alla sua estinzione, pur senza sacerdote, senza Messa, con una vita eroica di sacrifici, sostenuto dall'esempio della parola della badessa che assunse tutta la direzione spirituale delle suore. Notevoli le sue memorie : Denksohdigheiten (a cura di K. Höffer, Bamberga 1852; poi nel 1926 nelleReligiöse Quellenschriften, vol.XXXI, da H. J. Schmitt; e finalmente da J. K. Gabler nel Corpus Catholicorum, Münster 1936). Morì nel suo povero monastero, ammirata da cattolici e protestanti.
BinL.: tra i molti scritti a lei dedicati: Fr. Binder, Ch. P., Friburgo in Br. 1875; 2* ed. 1880; trad. franc., Parigi 1878; H. Rieach, Frauengeist der Vergangenheit, Ch. P., Friburgo in Br. 1921; S. Kaehnner, Ch. P., eine Heldin des Glaubens, ivi 1934; G. Krabbel, C. P. Ein Lebensbild aus der Zeit der Reformation, 4* ed. Münster in V. 1947; J. Kist, C. P., Bamberga 1948. Giuseppe Löw
PIRKHEIMER (PIRCHEIMER), WILLIHALD. Noto umanista della Germania, n. a Eichstätt il 5 dic. 1470, m. a Norimberga il 22 dic. 1530.
Frequentò l'Università di Padova ( 1489 ) per le lettere greche, e quella di Pavia ( 1482 ) per il diritto. Fece vari viaggi concludendo estese amicizie con gli eruditi della sua epoca. Trasferitosi a Norimberga, città libera imperiale e centro di alta cultura, raccolse nella sua casa, presto celebre come hospitium eruditorum, un museo- antiquario e una grande biblioteca classica. Fu amico particolare del Dürer. Con i più celebri umanisti del tempo tenne un vastissimo carteggio. Dal 1496 alla morte fu anche consigliere della città e prese viva parte alla vita politica di questo periodo molto movimentato. Agli inizi favori la riforma di Lutero, ma sin dal 1524, viste le conseguenze politico-religiosc, ne divenne avversario e satirico avversario. Sostenne validamente la sorella Charitas, badessa delle clarisse.
Pubblicò molti scritti, fra cui Germaniae ex variis scriptoribus perferesis explicatio, opera che ebbe molte edizioni; contro Ecolampadio: De vero Christi carne et sanguine ad 7. Oecolampadium responsio (1526); descrisse la guerra svizzera, alla quale aveva preso parte, e lasciò una autobiografia. Pubblicò poi molte opere dei Padri (s. Fulgenzio e s. Gregorio Nazianzeno) e dei classici (Isocrate, Plutarco, Platone, Luciano, ecc.). Le Opera omnia furono pubblicate la prima volta nel 1610 (Francoforte) e, dopo altre edizioni, recentemente nel 1934 in 3 voll. da E. ReickeA. Reimann.
BinL.: E. Reicke, W. P. Leben, Familie und Persönlichkeit, 1930; W. Kosch, Das hath. Deutschland, III, coll. 3596-97 (con ampia bibl.).
PIROMALLI, Paolo. - Teologo e missionario domenicano, n. a Siderno (Reggio Calabria) nel 1591, m. a Bisignano (Calabria) nel 1667. Religioso a S. Giorgio Morgeto, studiò a Soriano Calabro. Fondo un convento domenicano a Siderno ( 1628 ), fu maestro dei novizi a Roma (S. Maria sopra Minerva).
Nel 1631 fu inviato dalla Congregazione di Propaganda Fide missionario nell'Armenia maggiore; converti alla fede cattolica gran numero di scismatici e di eutichiani, fra cui il patriarca Ciriaco Varnabiet e Moise III. Si recò due volte, per ordine di Urbano VIII, in Polonia per cal-
mare le agitazioni causate dalle dispute con gli Armeni. Nel 1642 andò in Persia, poi in India (1652) e in Africa (1654), dove cadde nelle mani dei corsari algerini, i quali non gli resero la libertà che dopo 14 mesi e mediante riscatto. Creato arcivescovo di Naaschivan (1656), ritornò in Armenia; dopo 8 anni fu trasferito alla diocesi di Bisignano in Calabria ( 15 dic. 1664).
Nulla risparmiò di tutto ciò che poteva favorire la conversione degli scismatici. Compose per questo una grammatica armena, un vocabolario armeno-latino, un vocabolario persiano e vari trattati teologici fra cui De oeconomia Salvatoris nostri e Apologia de duplici natura Christi, ex s. Cirillo Alexandrino, edite insieme (Vienna 1656).
BinL.: Quéll-Echard, II, pp. 621-22; M. Macri, Memorie storica-critiche intorno alla vita e alle opere di P. P., Napoli 1824; anon., Un domenicano di Siderno missionario nell'Armenia, in Memorie domenicane, 52 (1935), pp. 296-98.
Alfonso D'Amato
PIROT, Louis - Esegeta del Nuovo Testamento, n. a Châteauroux il 10 luglio 1881, m. a Lille il 5 dic. 1939. Fu professore di S. Scrittura al Gran Seminario di Bourges, poi alla Facoltà di teologia di Lilla (1920).
Cappellano militare durante la guerra 1914-18, venne insignito di croce di guerra e della legion d'onore (1915). Canonico di Bourges (1924) e di Lilla (1937), fu anche consultore della Commissione biblica (8 apr. 1935). Pur insegnando la S. Scrittura, esercitò le funzioni di cappellano del Carmelo di Bourges (1918-20), di Lilla (1920-22), di direttore spirituale e conferentiare al Collegio delle Dame bernardine d'Esquermes d'Olligniose di Tournai (1922-39).
Il P. è conosciuto per il supplemento del Dictionnaire de la Bible, cominciato nel 1922, nel quale compilò personalmente 40 articoli, e per La Ste Bible, in corso di pubblicazione dal 1935: egli stesso vi diede il commento di Marco. Fu collaboratore assiduo delI'Ami du clergé (1911-39), mediante articoli e cronache bibliche. Altri scritti : L'oeuvre exégétique de Théodore de Mopsueste (Roma 1913); Les Actes des Apôtres et la Commission biblique (Parigi 1919); St Jean (ivi 1923); Juntius Africanus (in DThC, VIII [1925], coll. 1971-76). Compilò i due primi capitoli della Histoire du christianisme di Ch. Foulet (Parigi 1932, fasc. 1), diede uno studio su La foi de la première génération chrétienne en Jésus, in G. Bardy-A. Tricot, Le Christ, ivi 1932, pp. 373-92, e il capitolo sulla Inspiration in A. Robert-A. Tricot, Initiation biblique, ivi 1939, pp. 9-27.
Louis Sodogou
PIRRO I, patriarca di Costantinopoli. - Successore di Sergio nel patriarcato (639), m. a Costantinopoli fra il 19 e 23 maggio 655 . Spirito volubile, cominciò favorendo l'Ehthesis di Eraclio in favore del monofisismo.
Costanzo II invece lo depose e lo esiliò nell'Africa del nord. Papa Teodoro volle che P. fosse giudicato in un concilio ma questo passò all'ortodossia in seguito a una solenne disputa celebrata a Cartagine ( 645 ) con s. Massimo il Confessore. Venuto a Roma, P. abiurò il monotelismo dinanzi a papa Teodoro, il quale però dovette scomunicarlo più tardi perché ricaduto negli antichi errori. Il Concilio del Laterano del 649 ratificò la condanna di P. il quale propose a papa Eugenio I una nuova formula di fede e ridiventò, nel dic. 654, patriarca monotelita di Costantinopoli. Fu condannato dal VI Concilio ecumenico (681). Le sue opere sono quasi completamente scomparse.
BinL.: Mansi, X, pp. 859, 877; XI, pp. 276, 557-72; Bardenhewer, V, p. 27; Krumbacher, p. 60 sgg.; Pliche-MartinFrutaz, V, v. indice. Ignazio Ortiz de Urbina
PIRRONI, Carlo Giovanni. - Scolopio, n. a Campi Salentina (Lecec) il 7 giugno 1640, m. a Roma il 13 apr. 1685. Fondatore, insieme con il p. Angelo Morelli, dello studentato filosofico di Chieti nel 1660, fece sì che si affermasse colà il movimento scientifico-letterario che nello scorcio del Seicento si diffuse a poco a poco per tutto l'Ordine.
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(fot. Eva, Cati.)
Pisa, arcidiocesi di - Nino da Gallura è cacciato da P. dal conte L'golino che ricette in quella città accolto con esaltura. Ministera della Cimaca del Villani - Biblioteca Vaticana, cod. Chig. L. VIII, 296, f. $127^{\circ}$.
Insegnante nel 1670 a Roma nel Collegio Nazareno, fu molto caro a papa Clemente X , che gli affidò la composizione degli inni di s. Venanzio, che si trovano nel Breviario. Nel 1677 , a soli 37 anni, fatto generale dell'Ordine, diede soprattutto un grande impulso agli studi ed estese l'istituto scolopico nella Spagna. Ospitò nella casa-madre di S. Pantaleo di Roma il grande scienziato G. A. Borelli e dopo la di lui morte ( 1679 ) curò l'edizione dell'opera De motu animalium ( 2 voll., Roma 1680). Dopo un sessennio di governo, fu confermato nella carica, che tenne per altri due anni fino alla morte.
Bibl.: L. Picanyol, Giovan Alfonso Borelli e il p. C. G. P. d. S. P. Note e memorie inedite, Roma 1933: id., Le Scuole Pie e Galileo Galilei, Roma 1942. pp. 184-92: id., Prima generalato del p. C. G. P., in Rassegna di storia e bibliografia scolopica, 17 (1951), pp. 21-28.
PIRRONISMO. - E l'indirizzo che fece capo alla dottrina scettica di Pirrone di Elide ( $360-270$ a. C. ca.). Esso si compendiò nella tesi secondo cui nulla si può conoscere, e quindi bisogna dubitare di tutto e astenersi da qualsiasi giudizio su qualsiasi oggetto. 'E $\pi \varepsilon \chi \varepsilon \varepsilon \nu$ (trattenere l'assenso) e il relativo nome $\varepsilon \pi \sigma \chi \dot{\eta}$ sono i termini greci denotanti questo atteggiamento (cf. Diog. Laerzio, Prooem., 16; IX, 76).
Discepoli immediati di Pirrone (che trasmise il suo pensiero solo geralmente) furono Filone di Atene (data incerta), Naunfane di Teo (n. ca. il 360 a. C.), e il famoso Timone di Fliunte (ca. $320-230$ a. C.), vero $\pi \rho \circ \rho \eta \eta \tau \iota \varsigma$ dello scetticismo, che nelle poesie burlesche dette $\Sigma \lambda \lambda \lambda \omega$ derise i filosofi dogmatici ed esaltò il maestro, e negli 'Iv8a入uol ribadì la concezione pirroniana. Alla scepsi gnoseologica si unisce strettamente in Timone, come in Pirrone, l'ideale etico dell'atorassio, cioè dell'imperturbabilità dell'anima. Difatti, l'astensione da ogni giudizio teoretico porta, secondo gli scettici, a considerare tutte le cose come indifferenti nella sfera pratica. L'é $\tau \alpha \rho \chi \xi$ ì una conseguenza e quasi un'ombra dell' $\varepsilon \pi \sigma \chi \dot{\eta}$ (Diog. Laerzio, IX, 107). Con Timone si può dir che finisca la scuola pirroniana originaria; e il pensiero scettico fiorisce invece in forma meno radicale nella media e nuova Accademia. Il p. integrale f: rip reso dalla nuova scuola scettica (dagli ultimi tempi della Repubblica al in sec. d. C.) : il primo suo rappresentante (o per lo meno il primo che sia noto) fu Enesidemo di Cnosso (ca. nell'età ciceroniana) autore di $\Pi_{\text {и }}$ рф́v $\alpha \tau \alpha \lambda \delta \gamma \omega$ (Discorsi pirroniani) in otto libri, di una "Y $\pi \sigma \tau \dot{\sigma} \pi \omega \sigma \iota \varsigma$ elc $\tau \dot{\alpha}$ II $\mu \rho \rho \omega \dot{\omega} \tau \alpha \alpha$ (Schizzo delle teorie pirroniane) e di altre opere, e particolarmente notevole per aver enunciato i dieci argomenti fondamentali ( $\tau \rho \dot{\sigma} \pi \alpha$, cioè "modi" della $\varepsilon \pi \sigma \chi \dot{\eta}$ : cf. Sesto Empirico, Pyrrh.
hypot., I, 36) dello scetticismo. In seguito, la scuola fu rappresentata da Agrippa (sec. I d.c.) che condensò i motivi del dubbio universale in cinque anziché in dieci tropi (ibid., I, 164), e poi dal medico Sesto Empirico (v.), i cui scritti filosofici contengono un'ampia presentazione polemica del p. Nel medioevo il p. non fu punto conosciuto. Riscoprto con il Rinascimento, esercitò grande influsso su vari pensatori (fra cui M. de Montaigne e lo Charron nel sec. xvie P. Bayle nel sec. xvir) e la parola fu adoperata come sinonimo di scetticismo (v.).
Bibl.: Cbarweg. I, p. 461 sgg., 581 sgg., e append. $140^{*}, 183^{*}$. Per indicazioni particolari v. alla voce scetticismo. Raffaello Del Re
PIRROTTI, Pompilio Maria, santo: v. pompilio M. PIRROTTI.
PISA, arcidiocesi di. - Città e arcidiocesi della Toscana. Ha come suffraganee le diocesi di Apuania, Livorno, Pescia, Pontremoli e Volterra. L'estensione della diocesi fu varia dall'una all'altra età, soprattutto per la competizione con Lucca; fino al principio del sec. xix comprendeva Livorno e parte dell'attuale sua diocesi. Ora ha una superfice di $847 \mathrm{kmq}$. con ca. 251.000 ab. dei quali 248.000 cattolici; conta 154 parrocchie, la maggior parte delle quali forma un nucleo compatto intorno alla città, senza estendersi a tutta la provincia di $P$., ma comprendendo centri di quella di Livorno; le altre costituiscono i due nuclei staccati del Barghigiano e della Versilia in provincia di Lucca. Il clero è formato da 232 sacerdoti diocesani e 90 regolari; nell'arcidiocesi vi sono 21 comunità religiose maschili e 100 femminili; vi sono inoltre i seminario maggiore e i minore.
Un'antica tradizione, che sembra ravvalorata dai risultati di scavi recenti, collega le origini cristiane di P . a uno sbarco di s. Pietro ad gradus Arnenses, dove sorge tuttora la basilica di S. Piero a Grado. E vi ha culto antichissimo s. Torpé, che si afferma pisano, battezzato e martire sotto Nerone. Si può dire con certezza soltanto che il cristianesimo era già diffuso in P. nel in sec.; il primo vescovo di cui si abbia notizia sicura è Gaudenzio, che assistette a un Sinodo romano del 313 (Lanzoni, I, p. 584). Gregorio VII, il $1^{\circ}$ sett. 1077, costituì il vescovo di P., Lundolfo, vicario nella Corsica, per gli interessi spirituali; e il 16 dello stesso mese comunicò ai Corsi di avergli anche dato il compito di ricevere e reggere l'isola come dominio di S. Pietro; il duplice incarico fu confermato il 30 nov. 1078. Urbano II conosce, il 28 giugno 1091, la Corsica in "locazione" al vescovo Daiberto; e il 21 apr. 1092, in premio della fedeltà dimostrata dalla "gloriosa civitas" pisana al Papato, elevò la Chiesa di P. ad arcivescovato, quale metropolitana della Corsica. Documenti alquanto posteriori affermano che egli conferisse all'arcivescovo anche la legazione in Sardegna. Diritti sulla Corsica appaiono esercitati dal metropolita di P. all'inizio del sec. xir; ma portarono a fieri contrasti con Genova. La concessione papale fu annullata; poi rinnovata da Onorio II, il 21 luglio 1126. Innocenzo II, che stette lungamente a P. e tenne qui, nel 1135, un Concilio, divise la Corsica fra i due metropoliti di P. e di Genova, assegnando a quello i vescovi di Aleria, Alaccio e Sagona; ma gli sottopose come suffraganei anche i vescovi sardi di Galtelli (Nuoro) e Civita (Tempio) e quello di Populonia (poi Massa Marittima) e gli accordo la primazia sulla provincia di Torres (Sassati) : la concessione, fatta probabilmente nel 1133, fu convalidata da una bolla di quel Papa, del 22 apr. 1138, e confermata dai successori; Alessandro III ( $1^{\circ}$ apr. 1176) aggiunse la primazia sulle altre due province sarde di Cagliari e Arborea (Oristano).
Sebbene la primazia sulla Sardegna fosse contrastata
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dall'arcivescovo di Cagliari e se ne mostrassero insofferenti i vescovi sardi, si ha nei secc. xil e xili ricordo di sinodi convocati e di atti di giurisdizione esercitati dall'arcivescovo di P. nell'isola: rimase memorabile una visita solenne compiuta nel 1263 da Federigo Visconti. Da una bolla poi di Clemente VI, del 1342, appare che l'arcivescovo aveva ancora diritto e obbligo di vigilanza sul vescovato di Aiaccio. Ma la soggezione della Corsica a Genova e la conquista aragonese della Sardegna ridussero progressivamente a un nome la primazia dell'arcivescovo pisano, quantunque fosse rivendicata ancora fin nel 1639 innanzi alla S. Rota, senza però ottenere una decisione. L'arcivescovo di P. s'intitola anche oggi "primate delle Isole di Corsica e di Sardegna e in esse legato nato».
La diocesi di Massa Marittima fu sottoposta nel 1459 alla metropolitana di Siena; P. ebbe invece e ha tuttora suffraganee le diocesi di Pontremoli e di Livorno dalla fondazione ( 1797 e 1806), di Apuania, con un intervallo, dal 1823, di Volterra e di Pescia dal 1855 . Appartiene all'arcivescovo anche la parrocchia di S. Piero a Grado. Dell'attività religiosa dei vescovi pisani è chiara testimonianza la lunga serie di sinodi e di visite pastorali, di cui vi è notizia certa fin dalla seconda metà del sec. xili; ma che senza dubbio risale ad età molto più antica. Di un'autorità politica si trovano indizi dalla fine del sec. viII, poiché si sa di un vescovo costretto da Carlomagno, nel 774, ad abbandonare la sede, forse perché sospetto di ostilità al dominio franco; e nel 796 il vescovo è provveduto di qualche diritto di giurisdizione che sembra limitato più tardi. Non appare che egli abbia mai avuto l'autorità di conte né, fuori di singoli casi, quella di misius. Egli tuttavia, sulla fine del sec. xi e nel xir, prendeva parte attiva agli affari pubblici, insieme con le magistrature del nascente Comune; rappresentava la città nelle relazioni esterne; partecipava alle spedizioni contro gli infedeli : Deiberto (ro89 ca.-1105) fu capo dell'impresa pisana in Terrasanta, legato papale nell'esercito crociato, patriarca di Gerusalemme (ro99); Pietro Moriconi (11051119) fu con i Pisani nella guerra delle Baleari; Ubeldo Lanfranchi ( $1175-1208$ ) li guidò nuovamente in Palestina ed è fama che ne riportasse la terra per il camposanto di P. Frattanto i possessi e i diritti politici della Chiesa pisana si andavano allargando; particolarmente intensa fu l'opera di diversi arcivescovi dei primi decenni del sec. xir, tra i quali Balduino (1137-45), discepolo di a. Bernardo, ebbe fama di santità; alla metà del secolo l'autorità temporale della Chiesa si estendeva alla maggior parte del contado pisano e fin alla lontana Piombino; Corrado III il 19 luglio 1139 concesse e confermò diritti feudali da Vada e da Livorno a Buti ed a Bientina. La fedeltà dell'arcivescovo Villano (1146-75) ad Alessandro III, già canonico di P., lo pose in contrasto con il Barbarossa, promotore di scisma, e con lo stesso governo consolare, che si era stretto all'Imperatore: l'arcivescovo dovette uscire di città ( 1167 ); la sede fu occupata da un intruso. Ma oscurandosi la stella del Barbarossa, Villano tornò (1170?) ed ebbe dall'Imperatore conferma del diploma di Corrado ( 9 marzo 1178). In Oriente erano concessi dai principi cristiani case, terre, privilegi. Nel sec. xiri si distinse per singolare attività nel campo spirituale e temporale Federico Visconti (1254-77), che tenne sinodi (1260, 1262, 1263). Aumentò i possessi della Chiesa, scrisse dei Sermones, giunti fino a noi.
Dei diritti temporali dell'arcivescovo, come della primazia e legazione in Sardegna ed in Corsica, si era giovato il Comune per estendere, sotto colore di protezione, la sua autorità sul contado e le isole. Ma, fatto più forte, già dalla fine del sec. xir e più nel xiri, si pose in lotta con lui e gli strappò, brano a brano, il dominio. Per pochi mesi, fra il 1288 e il 1289, l'arcivescovo Ruggeri (1278-95), fattosi capo della nobiltà ghibellina contro

(ftd. Andressa).
Pisa. arcidocesi di - Interno della chiesa di S. Caterina (sec. xili).
Ugolino, fu podestà e capitano del popolo. Ma la lotta riprese e si accentuò : l'arcivescovo Oddone de Sala (1312-23), un dottissimo domenicano, che pure aveva ottenuto da Enrico VII conferma dei privilegi della Chiesa pisana ( 19 maggio 1313), fu costretto ad abbandonare la città, a scomunicare i reggitori, a rinunziare alla sede. Migliori i rapporti del governo pisano con Simone Saltarelli (1323-42) sebbene questi dovesse lasciare temporaneamente la città, quando vi entrò il Bavaro; egli poté rifare a sue spese il palazzo, ebbe splendido sepolcro a S. Caterina e pubblica venerazione. Nuovo decoro ebbe la sede arcivescovile, quando Clemente VI (4 sett. 1343), innalzando la già antica scuola pisana a Sindium generale, diede all'arcivescovo facoltà di conferire il dottorato. Ma l'autorità politica di lui era ormai tramontata. I signori, interni od esterni, della città cercarono di ridurre l'arcivescovo a strumento di governo: Pietro Gambacorti, nel 1381, ottenne la sede al nipote Lotto, la cui supcrlsia e ingordigia furono causa non ultima della catastrofe del 1392. Più tardi i Fiorentini, padroni di P., vollero insediati alcuni loro concittadini; Francesco Salviati, eletto nel 1474 da Sisto IV fuori della volontà dei Medici, non ebbe il possesso e, impigliatosi nella congiura dei Pazzi, perdette la vita (1478); due Riario, il card. Raffaele (1479-99) e Cesare (1499-1518), ressero la diocesi da lontano, per mezzo di vicari. Poi si tornò ad arcivescovi fiorentini o devoti ai Medici, alcune volte a persone della loro famiglia, com'era quel card. Giovanni di Cosimo (1560-62), la cui fine immatura diede origine a leggenda di fratricidio.
Gli arcivescovi, quando non erano distratti da incarichi dati loro dal Granduca fuori di P., attendevano a cure spirituali, all'attuazione della Riforma cattolica, alla protezione degli studi, allo splendore del culto. Angelo Niccolini (1564-67) pubblicò ( 1564 ) i decreti tridentini; il card. Giovanni Ricci (1567-73) eresse un collegio per otto giovani della sua Montepulciano (1568); Carlo Antonio del Pozzo, biellese (1582-1607), restaurò la Cattedrale dopo l'incendio del 1595 e istituì (1604) il Collegio Puteano per studenti delle sue terre. Attendeva in questi anni a scrivere le sue Istorie pisane e a riordinare le pergamene dell'Archivio arcivescovile Raffaello Roncioni, canonico e arciprete della Primaziale (m. nel 1618). L'arcivescovo Giuliano de' Medici ( $1620-35$ ) si distinse per operosità pastorale, per attività benefica nella pestilenza, per il compimento del Seminario presso il Palazzo arcivescovile ( 1626 ); ebbe vicario Paolo Tronci (m. nel 1649), indagatore e scrittore della storia pisana. Due Pannocchieschi dei conti d'Elci, Scipione cardinale (1636-63) e Francesco (1663-1702), lasciarono fama d'insigne carità. Francesco Frosini (1702-33) celebrò tre sinodi e ne pubblicò le costituzioni, combatté i giansenisti, donò al
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Seminario e dotò riccamente la Biblioteca; Francesco Guidi (1734-78) restaurò il palazzo e offrì alla Primaziale l'altar maggiore; Angelo Franceschi (1778-1806), valido sostenitore dell'autorità della Chiesa romana contro le tendenze gianseniste e le pretensioni francesi, diede nuova sede al Seminario nel convento restaurato di S. Caterina (1789). Grande peso nell'amministrazione della diocesi e nella stessa vita cittadina, soprattutto nell'età medievale, ebbero, pure tra frequenti lotte con l'arcivescovo e con il governo comunale, i canonici della cattedrale di S. Maria, la cui esistenza appare già antica da un documento del 958 ; i Pontefici concessero loro singolari privilegi, quali la dignità di prelati domestici e l'uso delle vesti purpuree. Un altro collegio di Canonici regolari fu fondato nel 1073 a S. Pietro ad Vincula (S. Pierino), dove dal 1488 vennero gli Olivetani.
Tra i monasteri più antichi, sono ricordati fin dal sec. xI quello di S. Michele in Borgo, prima (ro18) benedettino, poi, dagli inizi del sec. xII, abbazia camaldolese, insieme per scienza e virtù di monaci e per ricchezza illustrata dal dottissimo p. Guido Grandi (1671-1742), quella di S. Zenone, anch'esso prima benedettino, poi (sec. xv) camaldolese; delle Benedettine di S. Matteo, dei Camaldolesi di S. Frediano. Almeno al sec. xir risalgono il monastero dei Benedettini pulsanesi a S. Michele degli Scalzi, dato nel sec. xv ai Canonici regolari; quello dei Benedettini e poi dei Vallombrosani a S. Paolo a Ripa d'Arno; quello dei Canonici regolari a S. Martino, che divenne nel sec. xiv convento di Clarisse. Quasi tutti questi monasteri vennero dati poi in commenda e, sulla fine del sec. xviri, soppressi. Presso la città stettero le Benedettine all'antica badia di S. Donnino, che fu dal 1569 ed è convento di Cappuccini. Più lontano, sulla piccola altura di Montione, sorse, agli inizi del sec. xir, la badia di S. Savino, benedettina prima, poi camaldolese : restano ancora la chiesa e avanzi del monastero. Dal sec. xili i Minori ebbero stanza a S. Francesco, dove sono tuttora i Conventuali; i Domenicani a S. Caterina, che divenne centro di studi e di pietà, illuminato dal b. Giordano, detto da Rivalto (m. nel 1311), da Alessandro della Spina, inventore e diffusore degli occhiali, dal Cavalca, da Bartolomeo da S. Concordio, da Guglielmo da P., più tardi dal b. Lorenzo da Ripafratta (m. nel 1457). Nella seconda metà di quel secolo erano già i Canonici regolari a S. Jacopo in Orticola; sulla fine vennero gli Agostiniani a S. Nicola; fuori di città sorse nel 1264 a Nicosia un monastero di Canonici regolari che passò nel sec. xviI aI Minori riformati. Nel xiv sec. si stabilirono al Carmine i Carmelitani, fra i quali fu Guido da P.; nel 1366 fu eretta la Certosa di Calci, alla quale fu unito nel 1425 l'antico monastero della Gorgona. Dal sec. xv sono a S. Croce i Minori Osservanti, a S. Antonio i Servi di Maria; dal xvi al xviri sec., P. fu sede dell'Ordine equestre dei Cavalieri di S. Stefano. Nel 1817 vennero i Carmelitani Scalzi nell'antico monastero di S. Turpe, nel 1897 i Salesiani a S. Eufrasia, nel 1906 gli Oblati a S. Jacopo.
Delle molte opere di beneficenza si possono qui ricordare: la Misericordia che si fa risalire al 1053 e certo esisteva all'inizio del sec. xiv; il nuovo Spedale di S. Chiara, che risale al 1257 e riunì la maggior parte dei molti ospedali ricordati in quel secolo; il Monte Pio del sec. xv; lo Spedale degli Innocenti, che raccolse nello stesso secolo ospizi più antichi; l'Ospizio della Compagnia della Carità (sec. xvi), da cui trassero origine i due orfanotrofi; l'Ospizio di mendicità (1861); il Cottolengo. Nel 1852 Federico Ozanam fondò in P. la conferenza di S. Vincenzo de' Paoli.
La Cattedrale di P. è dedicata all'Assunta e ha per contitolare s. Reparata; vi è assai venerata l'antica immagine della Madonna di sotto gli organi. Patrono principale della città è s. Ranieri (1118-61; festa il 17 giugno), nobile pisano, datosi ad austera penitenza.
Nell'età nostra Giuseppe Toniolo (1845-1918), professore nell'Università, fu maestro insigne di scienza e di giustizia sociale cristiana, e condusse a una vita di bontà, di pietà, di fatiche s; Ludovico Coccapani (1849-1931) si distinse per fervore di carità vincenziana.
BibL.: i docum. relativi alla storia religiosa pisana si trovano in gran parte nell'Arch. diplomatico arcivesc., in quello della Curia, del Capitolo, della Certosa di Calci e nell'Arch. di Stato di P.: molti sono editi, ma non sempre felicemente. Regetti sono pubblicati da P. G. Kohr. Italia Pontificia, III, Berlino 1908, pp. 316-84, dove sono preziose indicazioni archivist. e bibliogr.: e da N. Caturegli, Regesto della Chiesa di P. in Reg. chart. italiae. Roma 1938. Manca una storia completa della diocesi, condotta criticamente: notizie non sempre sicure in Ughelli, III, pp. 341-493; G. Martini, Theatrum basilicae Piraeae, $2^{\circ}$ ed., Roma 1728; A. F. Mattei, Ecclesiae Piraeae hist., Lucca 1768-72; E. Repetti, Dic. geogr., fisic., stor. della Toscana, IV, 1841, pp. 386-92 e passim per le varie località; Cappelletti, XVI, pp. 1-230; G. Sainati, Diario sacro pisano, $2^{\circ}$ ed., Pisa 1898; N. Zucchelli, Cronotassi dei vesc. e arcivesc. di P., ivi 1907. Cf. anche gli articoli pubbl. nel Bollati, storico pisano dal 1932 in poi, e in particolare quelli di N. Caturegli, A. De Rubertis, D. Lucciardi, A. Manghi, B. Nelli, G. Rossi Sabatini.
Giovanni Battista Picotti
Concilio di P. - Il Concilio del 1409 fu convocato dai cardinali delegati da Gregorio XII e da Benedetto XIII per porre termine allo Scisma d'Occidente. Gregorio XII era stato eletto a Roma nel 1406 con il preciso impegno di risolvere il contrasto che divideva la Chiesa. Dopo vani tentativi per un suo incontro con l'avignonese Benedetto XIII, a cui il Concilio nazionale francese aveva confermato l'obbedienza, i cardinali del Papa romano si recarono a P. per trattare con i Francesi.
Mentre fallivano gli sforzi fatti dai due Papi per convocare due separati concili, e la posizione di entrambi appariva indebolita, perché la Francia, sostenitrice di Benedetto XIII, si era ora dichiarata neutrale, e lo stesso aveva fatto la Dieta dell'Impero a Francoforte nei confronti di Gregorio XII, i cardinali delegati decisero di riunire a P. un Concilio ecumenico che raccogliesse tutti i rappresentanti delle due obbedienze. Il Concilio, convocato per il 25 marzo, per legittimare la propria azione dichiarò il 5 giugno scismatici e deposti i due Papi e la loro giurisdizione trasferita ai cardinali, i quali così poterono, sede vacante, eleggere un altro Pontefice, che fu Pietro di Candia: Alessandro V. Questi confermò i decreti del Concilio e il 7 ag. lo chiuse. Ma con ciò lo scisma non era concluso, perché il Concilio di P. aveva, sia pure con lo scopo immediato di ristabilire l'unità della Chiesa, applicato quella dottrina della superiorità del Concilio sul Papa che fino allora era stato solo sostenuta teoricamente dai teologi dell'Università di Parigi (dottrina contraria alle consuetudini della Chiesa). Pertanto i due Papi deposti rifiutarono la competenza del Concilio, e così lo scisma invece di risolversi si aggravò. Alessandro V non fu riconosciuto da tutti gli Stati. Alla sua morte fu eletto Giovanni XXIII, il quale, attuando l'impegno preso dal suo predecessore, indisse il Concilio di Costanza del 1414, dove fu nominato Martino V che pose fine allo scisma.
Conciliabolo del 1511. - Durante il conflitto fra Giulio II e il Duca di Ferrara, il Papa lanciò l'interdetto contro gli alleati dell'Estense. Luigi XII, che era tra questi, cercò di combatterlo anche nello spirituale, ripetendo il tentativo al quale, dopo i Concili di Costanza e di Basilea, più volte ricorsero gli Stati in lotta con la Chiesa: procurò la riunione a Tours di un'assemblea di vescovi, i quali decisero che si potesse disobbedire al Papa e si appellarono ad un Concilio.
Ottenuta l'adesione di Massimiliano, il 16 maggio 1511 alcuni cardinali convocarono da Milano il Concilio, che fu tenuto a P. nel nov. Intervennero solo 4 cardinali e 18 fra vescovi e abati, quasi tutti francesi, i quali confermarono la teoria gallicana della superiorità del Concilio sul Papa; poi, trasferitisi a Milano, dichiararono sospese il Papa e la sua autorità assunta dal Concilio. Passarono quindi ad Asti e di li a Lione dove si sciolsero. Giulio II aveva risposto deponendo e scomunicando i cardinali ribelli, concludendo la Lega santa e convocando
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il V Concilio Lateranense per la riforma della Chiesa. La riunione di P. ebbe per effetto di suscitare in Giulio II una irreconciliabile ostilità verso Firenze che aveva concesso ai ribelli di servirsi di quelle città.
BibL.: Hefele-Leclercq. VII, 1, pp. 1-69; O. Günther, Zur Vorgeschichte des Kanzels von P., in Neues Archiv, 41 (1917-18), pp. 633-76; A. Renaudet, Le Concile gallicae de Piac Milan, Parigi 1922; Pastor. III, p. 776 sgg.; C. Stange, Luther und das Kanzil von P. 1311, in Zeitschr. für system. Theol., 10 (1933), p. 881 sgg.; J. Vincke, Briefe zum Pisaner Kanzil, Bonn 1940; id., Acta Concilii Pisani, in Röm. Quartalschr., 46 (1941), pp. 81-331; id., Schrifttüche zum Pisaner Kanzil, Bonn 1942; I. M. Doussinague, Fernando el Católico y el cisma de P., Madrid 1946.
Roberto Palmarocchi
Arte. - Se si esclude il cosiddetto "Bagno di Nerone" (II sec. d. C.), che costituisce una notevole testimonianza dell'architettura romana, non si incontrano a P. manifestazioni nel campo artistico prima del periodo romanico, quando la città acquistò importanza politica. Allora nella Repubblica marinara di P. affluirono influssi lombardi, classici, armeni, musulmani e si fusero in uno stile architettonico che, pur avendo affinita con quello fiorentino per la comune componente classica, ebbe una sua originale fisionomia e si diffuse con grande fortuna nella Toscana, nella Sardegna e nella Corsica. Un architetto, Buscheto, probabilmente il medesimo che eresse a Roma l'obelisco vaticano, iniziò nel ro63 la costruzione del Duomo, che fu consacrato, prima ancora di essere portato a termine, nel 1118. All'architetto Buscheto successe poi Rainaldo, che attese all'ordinamento della facciata, compiuta nel sec. xili. Tuttavia risalgono sicuramente alla prima idea di Buscheto le linee essenziali dell'edificio ed anche lo schema generale della decorazione. Influssi orientali e musulmani sono evidenti nella cupola ellittica, nelle arcate cieche, nelle losanghe iscrittevi, negli alti piedritti degli archi, ed in quasi tutti gli elementi della decorazione che armonicamente fusi animano l'esterno, mentre il motivo lombardo delle loggette, ripetuto nella facciata, ne determina lo slancio e la leggerezza. Di ispirazione classica è l'interno, ampio e luminoso, a cinque navate, con un transetto a tre, e matronei. Le colonne e i capitelli furono in gran parte sostituiti dopo l'incendio del 1593. Alle forme del Duomo si riallacciano strettamente il campanile, iniziato da Bonanno nel 1173, che per un cedimento di terreno ha preso la caratteristica inclinazione, e il Battistero, complesso nella pianta, con due cupole incastrate l'una nell'altra, iniziato nel 1153 da Diotisalvi ed ultimato nel xiv sec. nella decorazione esterna. All'architetto Diotisalvi è anche attribuita la chiesa di S. Sepolcro, ortagona, con una cupola a spicchi impostata su un alto tamburo, e vicina nello schema al Battistero. Dal Duomo dipendono inoltre S. Matteo, S. Niccolò, S. Paolo a Ripa d'Arno, S. Michele degli Scalzi. Altre chiese, come la pieve di Vicopisano, il S. Cassiano (in cui ricorre un tipo di facciata con archi pensili ed una bifora) possono dare l'idea di quello che doveva essere la facciata primitiva del Duomo. Caratteristiche dell'architettura civile di questo periodo sono le cosiddette "casetorri", per le quali, data la scarsa compattezza del terreno, fu escogitata un'ossatura di archi in pietra, entro cui erano ricavati i locali (case in via S. Maria e in via della Sapienza).
I numerosi rilievi etruschi conservati nella città indirizzarono verso una decisa ricerca plastica gli scultori pisani del periodo romanico. Essi inoltre subirono influssi lombardi e provenzali, e del classicismo orientale. La fusione di questi elementi si può cogliere nel pergamo del Duomo (in seguito trasferito nella cattedrale di Cagliari) scolpito da Guglielmo nel 1162. A Guglielmo è attribuito anche il David attaredo all'esterno del Duomo. Nell'ordata di Guglielmo gravita un certo numero di scultori, di alcuni dei quali si conoscono i nomi : Filippo, Gruamonte, Biduino. Intorno al 1180 Bonanno da P. scolpiva la porta maggiore, poi distrutta, e le porte minori del Duomo, assottigliando la forma plastica in un suggerimento irrealistico di impressioni pittoriche, in cui fuse gli elementi della sua vasta cultura. Sul principio del sec. xili si incontrano a P. vivi riflessi del neo-ellenismo bizantino, nei portali del Battistero e nel portale di S. Michele degli Scalzi. La tradizione plastica dei Lombardi

(fot. Anderson)
Pisa, arcidocesi di - Porta principale del Duomo (dopo il 1295). Opera di seguaci del Giambologna.
ritorna poi nel fonte battesimale della città, eseguito nel 1246 da Guido Bigarelli da Como. Verso la metà del secolo giunge intanto a P. Nicola da Puglia, che nel pulpito del Battistero ( 1260 ) dà inizio alla grande corrente della scultura pisana.
La pittura del sec. xir è largamente rappresentata a $P$. da un numero ragguardevole di monumentali croci dipinte che si conservano nel Museo civico e nelle chiese della diocesi. Negli anni 1229, 1241 e 1254 è documentata la presenza nella città di Giunta Pisano, la personalità più notevole della Toscana al principio del sec. xili. Le chiese di S. Ranierino e di S. Paolo a Ripa d'Arno conservano due dei quattro crocifissi attribuiti a Giunta (v.). Il ricordo dell'arte di Giunta è vivo anche in Cimoloro che è a P. nel 1301, per dipingere una Muesta per la chiesa di S. Chiara, e nel 1302, quando esegue la figura di S. Giovanni Evangelista nel musaico absidale del Duomo. Nell'architettura del Trecento, accanto alle forme, chiare e semplici, del gotico fiorentino, che si afferma nelle chiese di S. Caterina e di S. Francesco, si sviluppano a P. complesse forme gotiche, con un gusto fiorito della decorazione, di cui è esempio l'esterno del Battistero. Questo gusto decorativo viene a collegarsi alla locale tradizione romanica, ed un esempio di armonica fusione tra forme romaniche e gotiche è il composanto monumentale, iniziato nel 1278 dall'architetto Giovanni di Simone e finito nel sec. xiv. Nella scultura, Giovanni figlio di Nicola accoglie il linguaggio del mondo gotico, purificandolo da ogni inflessione ornamentale, e sconvolge le composte forme paterne con un impetuoso stile luministico, che mette in risalto gli accenti drammatici della rappresentazione. La scultura pisana si diffonde ora in tutta Italia, attraverso i seguaci di Nicola e di Giovanni, Arnolfo, fra' Guglielmo, Tino di Camaino, Giovanni di Balduccio. Questa scuola si conclude poi con Andrea Pisano e con il figlio di questi, Nino.
Nel campo della pittura manca invece a P., nel Trecento, una scuola che possa rivaleggiare con quelle di Siena e di Firenze. Operano però artisti di notevole qualità, tra i quali eccelle Francesco Traini, di cui P., nel Museo civico e in S. Caterina, conserva le due sole tavole.
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Da sinistra a destra: A) PISSIDE PROVENIENTE DA KLUSTERNEUBURG (ca. 1330) - Vienna, Kunsthistorichen Museum. B) PISSIDE del sec. xiv Biblioteca Vaticana, Museo sacro. C) PISSIDE del sec. xv - Biblioteca Vaticana, Museo sacro. D) PISSIDE del sec. xvi - Biblioteca Vaticana, Museo sacro.
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In alto: a sinistra: PISSIDE del sec. xiri con smalti limusini - Biblioteca Vaticana, Museo sacro. Al centro: PISSIDE del sec. xiri - Anagni, Tesoro della Cattedrale. A destra: PISSIDE del sec. xiri, con smalti limusini Biblioteca Vaticana, Museo sacro. In basso: a sinistra: PISSIDE D'ARGENTO DORATO CON TOPPE DI RUBINI (sec. xviri) - Mesurace, chiesa del Ritiro. Al centro: PISSIDE IN AVORIO IN STILE BAOULÉ. Opera di Karamo Dijawara. Costa d'avorio - Roma, Mostra d'arte missionaria del 1950. A destra: PISSIDE IN OTTONE. Arte indigena dell'Africa francese - Roma, Mostra d'arte missionaria del 1950.
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Personalità di grande rilievo è inoltre quella del \& Maestro del Trionfo della Morte s, che csegui nel Camposanto i celebri affreschi, anche se non si può stabilire con sicurezza se fosse o meno un pisano. Gli altri minori si rifanno generalmente ai Senesi, come Giovanni di Nicola, Cecco di Pietro, Jacopo di Michele detto il Gera; alcuni invece ai Fiorentini, come Bernaldo Nello di Giovanni Falconi e i due Turino Vanni. A P. affluiscono però artisti da tutte le parti d'Italia, ed è documentata, da opere eseguitevi, la presenza nella città di Simone Martini, Lippo Memmi, Taddico Gaddi, Andrea Bonaiuti, Antonio Veneziano, Spinello Aretino, Barnaba da Modena. Durante il Rinascimento, lo scadimento politico attenuò di molto la qualità e la quantità della produzione artistica, e furono architetti fiorentini, soprattutto nell'orbita del Vasari e del Buontalenti, ad erigere edifici a P. e a darle il volto che ancora oggi conserva (Palazzo e chiesa dei Cavalieri, Palazzo della Canonica, Palazzo dell'Orologio). Anche per la scultura, operarono a P. prevalentemente dei Fiorentini, prima della scuola di Donatello, poi del Cividali. Notcvole opera di introduzione al Seicento sono le porte in bronzo della Cattedrale, con Storie di Cristo e di Maria, scolpite dopo il 1595 da seguaci di Giambologna, come Pietro Tacez, Pietro Francavilla, Gaspare Mola e Gregorio Pagani. Cosimo Pagliani, che costrui il Palazzo Lanfraducci detto alla Giornata e la loggia del mercato, rappresenta il barocco in questa città, mentre nel Settecento è da ricordare l'architetto Mattia Tarocchi che esegui la facciata di S. Apollonia. - Vedi tavv. CVI-CVII.
Bibl.: A. De Morrona, P. illustrata uelle arti del disegno, Pisa 1787-93; R. Graoi, Descrizione storico di P. e dei suoi contorni, ivi 1836-38; I. B. Supino, P., Bergamo 1905; Venturi, III-CV; F. Tocuca, Storia dell'arte italiana. I. Torino 1913-27; II. ivi 1921; B. Pace, A. Savelli, A. Niccolai, M. Salmi, P. nella storia e nell'arte, Roma 1929.
Maurizio Calvesi
PISAGANE, Carlo. - Patriota e scrittore, n. a Napoli il 22 ag. $1818, \mathrm{~m}$. a Sanza il a luglio 1857. Di nobile famiglia, entrò tredicenne nel Collegio della Nunziatella e poi nell'esercito (corpo del genio). Esulò poi a Marsiglia, a Londra ed infine a Parigi. Di ritorno dall'Africa, ove si era arruolato nella Legione straniera, combatté in Lombardia nel 1848.
Proclamata la Repubblica a Roma, si presentò il 10 marzo 1849 al Mazzini e fu l'organizzatore dell'esercito repubblicano. In contrasto con Garibaldi, tornò a ribadire i suoi severi giudizi nell'opera Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49, pubblicata nel 1851 a Genova, dove si era rifugiato e dove visse fino al 1857 dedito agli studi; frutto ne sono i Saggi storici-politici militari sull'Italia, apparsi postumi a Genova (1858) e a Milano (1860) in 4 voll. Riavvicinatosi al Mazzini nel 1855, dopo una tensione dovuta a divergenze sulla questione sociale, esceggiò insieme con lui l'impresa di Crimea ed il murattismo. Ritenendo che la rivoluzione italiana fosse raggiungibile mediante un'azione popolare nel Mezzogiorno, organizzò la spedizione di Sapri, conclusasi con la sua morte. Alla vigilia della partenza consegnò a Jessie White documenti e carte ed il suo testamento, documento di fede politica.
Dopo aver aderito alle teorie mazziniane, il P. si

(Int. Alivari)
Pisanello, Antonio - Recto e verso della medaglie di Novello Malatesta - Firenze, Medagliere Mediceo.
accostò per un verso al Cattaneo e per l'altro ai socialisti francesi. Libertà e socialismo non sono per lui inconciliabili, ma anzi s'integrano vicendevolmente. Appoggiandosi sull'autorità del Freudhoe, affermò che la libertà di ciascuno incontra nella libertà altrui non un limite ma un aiuto: l'uomo più libero è quello che ha maggior numero di rapporti coi suoi simili; il P. espresse il suo pensiero nella formula : Libertà ed associazione.
Bibl.: opere: edd. più recenti: Epistolario, a cura di A. Romano, Roma 1927; Saggio su la Rivoluzione, a cura di G. Pintor, Torino 1942; La guerra d'Italia del 1848-49, Milano 1946; Studi: L. Fabbri, C. P. La vita, le opere, l'azione rivoluzionaria, Roma 1904; R. Savelli, C. P., Firenze 1925; N. Ronelli, C. P. nel Risorgimento italiano, Torino 1932 (con importante bibl.); L. Basso, C. P. nel Risorgimento italiano, Napoli 1932; G. A. Belloni, G. D. Romagnosi nel pensiero di C. P., Piacenza 1933; A. Romano, Per una biografia di C. P. Documenti e reliquie, Napoli 1934; F. Battaglia, Le idee sociali e politiche di C. P., in Riv. internaz. di filos. d. diritto, 23 (1943); V. Mazzei, Il socialismo nazionale di C. P., I. Roma 1943; G. Ardau, C. P., Milano 1948.
Enrico Vidal
PISANELLO, Antonio Pisano, detto il. - Pittore, disegnatore, medagliata, n. a Pisa avanti il 1395, m. probabilmente a Napoli nel 1450.
Trasferitosi con la madre a Verona venne chiamato il P., e Stefano da Zevio fu verosimilmente il suo primo maestro. A Venezia (ca. il 1415), il P. dipinge, in Palazzo Ducale, un affresco perduto, accanto a Gentile da Fabriano, che può considerarsi il suo secondo maestro. Nel 1420 è a Mantova; nel 1424, nuovamente a Verona; nel 1432 a Roma, ove proseguì gli affreschi lasciati incompiuti da Gentile in S. Giovanni in Laterano.
Tra le prime opere del P. rientra la cosiddetta Madonna della quaglia (Verona, Museo civico) ove l'influsso di Stefano da Zevio è dominante, ma denuncia insieme un primo contatto con il gusto ornamentale e cromatico di Gentile. Tipico del P. è il senso che qualifica il disegno della quaglia e dei due uccelli ai lati del trono e dei due angioii sospesi con una ritmica del linarismo gotico quale si ritrova nella famosa Annunciazione, in affresco, ai lati del monumento Brenzoni, in S. Fermo a Verona (ca. il 1424). Altre opere dove l'impressione di Gentile tende a sostituirsi a quella di Stefano sono: l'affresco con la Storia di s. Eligio, in S. Caterina a Treviso, quattro tavolette con le Storie di s. Benedetto, rispettivamente nel Museo Poldi Pezzoli di Milano e agli Uffizi di Firenze. Il s. Girolamo dello stesso periodo (Londra, Galleria nazionale) è rivendicato, per i caratteri che richiamano la lettura lombarda e Gentile,