esa e invocata (ibid. 1,7; 3,20; 24,7.11.12.20; v. shranayrini).
Anche oggi, come al tempo apostolico (Hebr. 9, 28), si aspetta, si desidera e si invoca la p. del Signore. Ogni vita cristiana si compendia in questa attesa di fede, speranza, amore; la liturgia dell'avvento, della vigilia pasquale, di tutto l'anno, esprime tale implorante attesa (cf. I. Herwegen) : Gesù ripeterà la sua venuta con efficacia vittoriosa e totale. Gesù è venuto; Gesù viene; Gesù deve ancora venire. Tre aspetti della stessa misteriosa realtà redentrice, che ogni credente comprende, che i predicatori richiamano per esortare, dopo Gesù, ad essere pronti s sempre (cf. s. Bernardo, In adventu Domini sermones VII: PL 183, 35-56).
La P. Commissione Biblica (18 giugno 1915: DenzU, nn. 2179-81) chiede ai cattolici di non sostenere che s. Paolo, o un altro Apostolo, abbia espresso, pur senza insegnarla, l'opinione personale erronea della prossimità della p. (responso (I), infatti s tutto ciò che lo scrittore ispirato afferma, enunzia, insinua a deriva come tale dallo Spirito Santo (responso II) ; le parole di I Thess. 4, 15-17 (quod, oi Cévrec oi resuikn'olacvoi non affermano in modo alcuno che la p. avverrà essendo ancora in vita s. Paolo e i suoi destinatari (responso III). Sempre utile è l'érudito commento a questo documento di L. Méchineau (in Cte. Catt., 1918-20), da integrarsi con L. Billot, La parousie, Parigi 1920.
Bial.: (posteriore al 1928) : 1) cattolici: A. Romeo, Nos qui vivimus qui residui sonus, in Verbum Domini, 9 (1929), pp. 307 312, 339-47, 360-64; id., "Ormes quidem resurgemus * seu * Ormes quidem sequanquam dormiemus *, ibid., 14 (1934), pp. 142-48, 250-52, 267-72, 313-20, 328-36, 375-83; J. Chaine, Parousie, in DThC, XI (1932), coll. 2043-54; id., Les épiltres catholiques, Parigi 1932, pp. 80-94, 165-68; F. Guntermann, Die Eschatologie des hl. Paulus (Neutest. Abhandl., 13, iv-v), Münster 1932: F.-M. Braun, Où en est le problème de Jésus?, BruxellesParigi 1932, pp. 111-56; id., Où en est l'eschatologie du N. T.? in Revue biblique. 49 (1940), pp. 33-35; A. Janssens, La signification antériologique de la parousie et du jugement dernier, in Divus Thomas, 36 (1933), pp. 25-38; B. Brinkmann, Die Lehre von der Parosie beim hl. Paulus in ihrem Verhältnis zu den Abwschwungen des Buches Henoch, in Biblica, 15 (1933), pp. 312 334, 418-34; A. Steinmann, Die Briefe an die Thessal. u. Galater, $4^{2}$ ed., Bonn 1932, pp. 46-49; L. Tondelli, Gesù Christo, Torino 1936, pp. 309-13, 328-39, 330-402; H. Muckermann, Von der Wiederkehr des Welterlösers, Ratisbona 1937; U. Holzmeister,
Nam et quomodo docente s. Petro (Act. 3, 19 1.; II Pt. 3, 16) Parusiam accelerare passimus?, in Verbum Domini, 18 (1938), pp. 299-307; id., "... Appropinquat redemptio vestra *, ibid., pp. 334-37; D. Busy, St Paul et st Matthieu, in Recherches de sc. rel., 28 (1938), pp. 420-42; L. Simoone, Resurrectionsi suterum doctrina in epistolis s. Pauli, Roma 1938, pp. 13-82; L. de Viers, La Christ a-t-il prédit la fin du monde?, in Collettanea Mochliniensia, 24 (1939), pp. 519-39; L. Gry, La date de la Parousie d'après l' Epistola Apostolorum", in Revue biblique, 49 (1940), pp. 86-97; F. Vaccari, Il discorso escatologico nei Vangeli, in La scuola cattolica, 68 (1940), pp. 5-22; B. Allo, L'cévolution s de "l'Evangile de Paul" (II), in Vivre et penser, 1 (1941), pp. 170-83; F. Segarra, Preciquas D.N. 2. Christi sentenitas eschatologicai... expositor, Madrid 1942; G. Thils, L'enseignement de st Pierre, Parigi 1943, pp. 154-63; P. Morant, Die Zuhunftserscartungen des Neuen Bandes (Biblioche Beiträge, 6), Baden 1945; I. Herwegen, L'Ecriture Ste dans la liturgie, in La MaisonDieu, 3 (1946), pp. 17-20) 14-16; E. Walter, Das Komenon des Herrn, 2 voll., Friburgo in Br. 1947-48; A. Feuillet, La synthèse eschatologique de st Matthieu, in Revue biblique, 56 (1949), pp. 546 364: 57 (1950), pp. 62-91, 180-211; A. Piulanti, D: novissimis, $3^{\circ}$ ed., Torino-Roma 1950, pp. 6-7, 121-25; F. Spadahira, Gesù e la fine di Gerusalemme, Bovige 1950; K. Staab, Die Thessalonicherbriefe... (Das N. Test. übersetzt., di A. Wikenhauser e O. Kato, 7), Ratisbona 1930, pp. 28-31. - 2) Acattolici : H. L. StrackP. Billerbeck, Kommentar zum N. Test. aus Talmud u. Midrasch, IV, Monaco 1928, pp. 977-1015; H. Windisch, Der Sinn der Eteggvestigt, Lipsio 1929; R. Bultmann, Die Erforschung der sympatischen Evangelien, Giessen 1930, pp. 11-40; M. Goguel, Parousie et résurrection, in Rev. d'hist et de philos. rel., 20 (1930), pp. 371 429; A. Schwcitzer, Die Mystik des Apostels Paulus, Tubinga 1930, pp. 42-56, 111-74, 219-385; H. D. Wendland, Die Eschatologie des Reiches Gottes bei Jesus, Gütersloh 1931; id., Geschichtsanschauung und Geschichtsbescustsein im N. Test., Gottinga 1938; E. Holmström, Das eschatologische Denken der Gegenwart (trad. del danese), Gütersloh 1933; W. T. Hahn, Das Mitsterben u. Mitauferstehen mit Christus bei Paulus. Ein Beitrag zum Problem der Gleichzeitigkeit der Christen mit Christus, Gütersloh 1937; J. Héring, Le Royaume de Dieu et sa venue selon Jésus et selon l'apôtre Paul, Parigi 1937; F. Busch, Zum Verständnis der sympatischen Eschatologie: Markus 13 neu untersucht (Nil. Forsch., II), Gütersloh 1938; E. Haack, Eine exegetische-dogm. Studie zur Eschatologie über I Thess. 4, 13-18, in Zeitschr. f. systematische Theologie, 15 (1938), pp. 244-69; W. Michaelis, Der Herr versucht nicht die Verheissung. Die Aussagen Jesu über d. Nähe des Jüngsten Tages, Gütersloh 1942; O. Cullmann, Le retour du Christ, Neuchâtel 1942,
Antonino Romeo
PARUTA, Paolo. - Uomo politico e scrittore, n. a Venezia il 14 maggio 1540, m. il 9 dic. 1598. Studiò a Padova. La sua vita politica segue varie tappe che vanno dalla nomina a provveditore alla Camera dei Prestiti ( 1580 ), attraverso altri incarichi, tra cui l'Ambasciata a Roma dal 1592 al 1595, fino alla carica altissima di procuratore di S. Marco (1596).
La sua fama di pensatore è legata a Della perfezione della vita politica (Venezia 1579) e ai Discorsi politici (ivi 1599) dove il peso delle teoriche della ragion di Stato e la tradizione etico-religiosa convivono nonostante impliciti contrasti, in una meditate e sincera simbiosi. Il P. ha presenti le durezze e le difficoltà della vita politica, ma pure aspira ad un ideale e astratto mondo della giustizia e della fratellanza. Vive intimamente il contrasto tra vita attiva e vita contemplativa. A cavallo tra Rinascimento e "Controriforma s sente, con equilibrio e saggezza però, il dramma di due mondi in contrasto. Le sue opere storiografiche Istoria veneziana (Venezia 1605), Storia della guerra di Cipro (ivi 1605), nonché altri scritti (Lettere inedite, a cura di G. Bindego, Verona 1885 e La legazione di Sione, 7, voll., ivi 1886-87) denotano e completano la sua personalità di acuto politico, intento con cosciente perspicacia ad illustrare le forze che muovono la vita degli Stati, anche se il suo filiale affetto alla *patria *veneziana non riesce a superare un certo tono ponegitistico verso la Serenissima, il governo della quale appare agli occhi del P. come l'apice della perfezione tecnico-politica.
Bial.: C. Monsani, Della vita e delle opere di P. P., Firenze 1852; A. Mézières, Etudes sur les oeuvres politiques de P. P., Parigi 1853; G. De Leva, P. P. nella sua legazione di Roma, Venezia 1888; F. E. Comani, Le doctrine politiche di P. P., Bergamo 1894; E. Zanoni, P. P. nella vita e nelle opere, Livorno 1904; A. Pompesti, Per la biografia di P. P., in Giorn. stor. della lett. ital., 45 (1905), p. 48 sgg.; id., Le dottrine politiche di P. P., ibid., 46 (1905), p. 285 sgg.; id., Saggi critici, Milano 1916,
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(da Calor), La litteratura religioas de
Fiancose de Saba a Viradon. Parigi fett.
Pi fronte a si del
Pascal, Blaise - Ritratto con firma autografa. Disegno - Parigi, Biblioteca nazionale.
1837 resse la diocesi come vicario capitolare e si distinse per la sua coraggiosa assistenza ai colerosi; nel 1838 lasciò l'insegnamento per darsi alla predicazione, allo studio, alla poesia; nel 1847-48 scrisse rime patriottiche, per cui la polizia borbonica lo segnò fra gli «attendibili».
Sensibile, nervoso, malinconico, facile improvvisatore, fu poeta per natura. Il suo intimo dramma, scontato da un sincero amore di Dio e del prossimo, si tradusse in canto volutamente semplice, non solo per educare il popolo, ma per confortare i poveri. Questo "poeta del villaggio" (De Sanctis) amò Virgilio, tradusse Hugo, Lamartine, Shakespeare, Moore, Byron, Goethe, Klopstock, Bürger, Körner, predileuse Uhland. Colto ed amico di uomini colti, predicatore e panegirista ammirato (sebbene verboso), il suo orizzonte non si limita al villaggio; però solo quando s'immedesima nel dolore e nella fede degli umili abbozza tipi reali (Il vecchio sergente, Il curato, La cieca) e dà un'ingenuità tutta personale alla sua lirica, che merita considerazione tra la poesia popolare e religiosa dell'Ottocento.
Opere: Armonie italiane (Napoli 1841); Canzoni popolari (ivi 1841); Canti del Viggianese (ivi 1846); Canti del povero (ivi 1852 ); Poesie edite ed inedite (ivi 1856-57); Opere complete (quaresimali, panegirici, memorie : Ariano di Puglia 1889-98); Giulietta e Romeo, tragedia edita a cura di C. De Vivo (Ariano 1910); Ituriele, poemetto edito da C. Villani (Napoli 1910); Sordello, tragedia ed. da C. De Vivo (Avellino 1911); Poesie e prose, antologia a cura di C. De Vivo (Napoli 1913); All'abbazia di S. Spirito e altri inediti nel vol. di F. Lo Parco: Attraverso gli Abruzzi (ivi 1913); Canti educativi inediti e dispersi, a cura di F. Lo Parco (ivi 1921).
Bibl.: C. F. Bissanti, P. P. P., poeta popolare, Arpino 1892; F. De Sanctis, La letteratura italiana nel sec. XIX, a cura di B. Croce, Napoli 1898, lss. xi, ed anche lezz. ix. xit. xili; F. Lo Parco, Profilo biografico di P. P. P., Ariano 1902; A. Galletli, L'opera di F. Hugo nella lett. ital., in Glor. stor. della lett. ital., 7 (1904), pp. 68-69; D. Santoro, Studi sul P., Napoli 1904; N. Flammia, Studio sulla vita e le opere del P., Ariano 1910; B. Croce, Le ragioni della fortuna del Pascoli, in La critica, 17 (20 sett. 1919), pp. 327-28; F. Lo Parco, Introduzione ai Canti educativi, pp. 1-85; cf. inoltre F. Lo Parco, Un viaggio attraverso l'Irginio compiuto da P. P. P. nell'ag. del 1835, in Irginiá, 4 (1932), pp. 33-49.
Maria Sticco
PAS, ANGELO del : v. DEL PAS, ANGELO.
PASCAL, Albert. - Oblato di Maria Immacolata, n. il 3 ag. 1848 a St-Genest-de-Bauzon (Francia), m. a Luynes il 12 luglio 1920.
Entrato fra gli Oblati a Lachine nel 1871 e ordinato sacerdote (1874), lavorò subito come curato fra i taglialegna dei boschi immensi del Canadà. Nel 1874 fu mandato come missionario fra gli Indiani del Mackenzie e del 1881 fra quelli dell'Athabaska. Fu nominato vicario apostolico del Saskatchewan nel 1891, dove stavano arrivando i primi forti gruppi di colonizzatori. Mons. P. organizzò così bene l'attività missionaria fra i bianchi e gli indiani che la S. Sede istituì la gerarchia ordinaria ed cresse con decreto 3 dic. 1907 la diocesi di Prince Albert, della quale egli fu il primo ordinario.
Bibl.: A. Maurice, Histoire de l'Eglise catholique dans l'Ouest canadien, du Lac Supérieur au Pacifique, Winnipeg 1928.
Nicola Kowalsky
PASCAL, Blaise. - Scienziato e filosofo francese, n. a Clermont-Ferrand il 19 giugno 1623, m. a Parigi il 15 ag. 1662. Secondogenito di Stefano P., magistrato e buon studioso di matematica. L'educazione paterna, più scientifica che umanistica e filosofica, favorì in P. l'attitudine all'osservazione e alla riflessione. Presto il giovanetto prodigio si distinse nel cosiddetto circolo del p. Mersenne (v.), primo nucleo dell'Accademia delle Scienze di Parigi, frequentato dai più eminenti scienziati e matematici del tempo: quest'ambiente influì sulla sua formazione mentale.
A sedici anni P. preparò un Traité des coniques, di cui resta solo un Essai sur les coniques, che pubblicò nel 1640 e in cui si trova il teorema di P. (Oeuvres, ed. cit. in bibl., I, pp. 252-60). Verso il 1642 inventò la "machine arithmétique", che solo nel 1645 poté presentare in pubblico. Nella Lettre dédicatoire (Oeuvres, I, pp. 298-404) la considera "une des choses extraordinaires". Venuto a conoscenza nel 1646 dell'esperienza del Torricelli (v.), si appassionò alla questione del vuoto. Gli esperimenti, fatti insieme allo scienziato P. Petit, lo convinsero che fosse un pregiudizio l'orrore della natura per il vuoto, come sosteneva ancora lo stesso Descartes (v.). Nell'ott. del 1647 P. rese pubblici i primi risultati dei suoi esperimenti, con molta prudenza e circospezione, nell'opuscolo Expériences nouvelles touchant le vide, sotto forma di un Abrégé donné par avance d'un plus grand traité sur le même subjet. Da quella data tramontò il pregiudizio dell'horror vocal. La fisica peripatetica trovò il suo difensore nel gesuita S. Noël, che indirizzò a P. una lettera in cui, con argomentazioni fondate solo sull'autorità di Aristotele, vuol dimostrare che il vuoto non esiste perché la sua esistenza implica contraddizione. P. rispose al Noël con una lettera importantissima (Oeuvres, II, pp. 90-106), contenente già impliciti alcuni principi fondamentali anche per la filosofia pascaliana. Infatti, vi sostiene : a) nelle scienze hanno valore soltanto i sensi e la ragione e b) non il principio di autorità ("quando citiamo gli autori, citiamo le loro dimostrazioni, non i loro nomi"), che vale per la fede, alla quale va riservata "quella sottomissione intellettuale che sorregge la nostra credenza nei misteri nascosti ai sensi e alla ragione». L'esperienza decisiva fu fatta il 19 sett. 1648, e P. poteva affermare nel Récit de la grande expérience de l'équilibre des liqueurs (ott. 1648) che la "natura non sente alcuna ripugnanza per il vuoto e non compie nessuno sforzo per evitarlo " e che la sola e verace causa di tutti i fenomeni attribuiti dal consenso universale dei popoli e dalla folla dei filosofi all'orrort del vuoto "è il peso e la pressione dell'aria». Preparò infine un Traité sur le vide (Oeuvres, II, pp. 125-45), documento significativo per precisare l'accennata pascaliana concezione della scienza e dei rapporti di questa con la filosofia e la religione.
Nei due trattati, mirabili per rigore scientifico e per lucidità, De la pesanteur de la masse de l'air e De l'équilibre des liqueurs, redatti tra il 1651 e il 1652 e pubblicati postumi nel 1663, sono coordinati ed armonizzati tutti i risultati intorno alla statica dei liquidi da Archimede a Galileo e Cartesio. Gli scritti di fisica di P., oltre ad essere una grande pagina della scienza moderna, sono un modello di equi-
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librio tra l'audacia dell'intuizione, il rigore del ragionamento e la prudenza dell'esperimento sicuro e meticoloso.
All'età di 18 anni la sua salute era già rovinata. Nel 1646 ebbe i primi contatti con Port-Royal e il giansenismo (v.) attraverso scritti di Giansenio, del Saint-Cyran e dell'Arnauld. Non si può affatto parlare di «conversione» di P. al giansenismo, né è esatto dire che questa prima conversione sia stata puramente "intellettuale" (Bremond, Stroveki, Chevalier, ecc.). P. comincia a comprendere il significato della "vera pietà"; che esser cristiani vuol dire amare Cristo sul serio, interamente, come sul serio e interamente egli ci ha amato; che servire veramente Cristo significa staccarsi da tutto e da tutti, realizzare il dépouillement ascetico. La vestizione della sorella Jacqueline a Port-Royal ( 26 maggio 1652) certamente impressionò $\mathrm{P}_{\text {, }}$, ma non lo conquistò alla vita religiosa. Infatti, per ca. due anni (il cosiddetto "periodo mondano"), egli cedette all'ambizione e alla vanità di apparire; sembra che per poco non si sia deciso a sposarsi. Così venne a contatto con la società aristocratica; senza di questo, P. non avrebbe penetrato profondamente e letto con tanta chiarezza nel cuore umano, né scritto le mirabili analisi sui sentimenti della noia, della tristezza, ecc.
In questi anni (1653-54) P. redasse trattati di matematica: Troité du triangle arithmétique; Traité des ordres numériques; Troité de la sommation des puissances e le Combinaisons. Notevole ancora un Mémorial redatto in latino ( 1654 ) e presentato all'Accademia parigina di matematiche, in cui egli delinea un vasto programma di ricerche da intraprendere intorno ai calcoli dei divisori di un numero, alle potenze numeriche, al problema dei quadrati magici, ai contatti delle sfere, alle sezioni coniche, alla regola della divisione della posta in giuoco, ecc. Di quest'ultima, farà un'applicazione ai problemi di ordine religioso. Del fondamento del calcolo delle probabilità, P. si occupa anche nell'importante corrispondenza tenuta con il Fermat (Oeuvres, III, pp. 369-430), che si era interessato dello stesso argomento secondo il metodo delle combinazioni, a differenza di P. che seguiva il metodo aritmetico. Non si può fare un taglio netto tra P. scienziato, razionalista e critico, e P. apologista, "teologo e dogmatico»: l'interesse religioso di P. è presente anche nelle ricerche scientifiche, dalle quali sono ricavati motivi e suggerimenti che stanno a base dell'apologia delle Pensées; per P., se un "fatto" è la fisica, un "fatto" è pure la Rivoluzione e un "fatto" la teologia: "fatti" accertabili con prove diverse, ma tutte ugualmente valide e sicure. Ciò chiarisce la sua concezione della verità (v.), quello che vien detto il "realismo "gnoseologico (e anche metafisico) pascoliano. E vero che, per lui, la scienza è sistema aperto, che si sviluppa e progredisce e che perciò la verità è dinamica, ma ciò non esclude (anzi implica e comporta) l'eternità, l'estratemporalità e l'oggettività della verità stessa, la quale non comincia ad essere dal momento che è conosciuta, ma è, eternamente, prima che venga conosciuta e indipendentemente dal fatto di esserlo. Non la verità è storica, mutevole e progressiva, ma è storica, mutevole e progressiva l'umana conoscenza di essa. La verità si scopre nel tempo e nella storia, ma trascende il tempo e la storia.
La conoscenza dell'uomo visto da vicino acui in $P$. il problema dell'uomo, mistero a se stesso. Il mondo lontano da Dio avvicinò P. a Dio definitivamente: il «disgusto " per la vita mondana e la coscienza della sua vanità lo indirizzano verso il mondo che è pienezza, gaudio e sofferenza. Gli stessi studi di matematica gli presentano l'uomo sospeso tra l'infinito e il nulla; la lettura di Epitteto (v.) e di Montaigne (v.) gli rendono più vivo il dramma dell'uomo; l'esempio di Jacqueline lo ammonisce e lo invita; P. compie il passo che l'intera sua vita spirituale aveva preparato. Compimento più che conversione vera e propria, avvenuto la notte del 23 marzo 1654, nella quale redasse il celebre Mémorial, che portò cucito nel risvolto del giustacuore, da dove un domestico lo
tolse pochi giorni dopo la sua morte. Da quella notte P. amò Dio; prima lo conosceva soltanto. Dopo il 24 nov. egli cercò solitudine e silenzio, lontano dal mondo. Ottenne una cella tra i "solitari" di PortRoyal. Oltre alla preghiera e alla meditazione, leggeva Agostino e s'interessava agli alunni delle "piccole scuole" e alle controversie teologiche tra Arnauld (v.) ed i Gesuiti, alle quali prese parte con gran turbamento della sua pace spirituale. Col crescere delle sofferenze fisiche, P. cresceva nella perfezione, nella rinunzia e nelle opere di carità; si assoggettò a una rigorosissima disciplina ascetica, fino a certe esagerazioni di sapore giansenistico (la Prière pour le bon usage des maladies è un documento significativo). Il 19 ag. 1662 si spense, dopo aver ricevuto il Viatico, da cristiano e da cattolico, sottomesso alla Chiesa e al papa. A quest'ultimo periodo (dalla "conversione" in poi) appartengono: a) altri importanti scritti di matematica; b) le Provinciales; c) le Pensées e altri scritti minori (tra cui il celebre Entretien avec M. de Saci sur Epictète et Montaigne).
a) Oltre agli scritti ( 1658 ) sul problema dell'area della roulette o cicloide, notevole il frammento l'Esprit géométrique del 1653 (Oeuvres, IX, pp. 229 sgg.), strettamente legato ad alcuni temi fondamentali delle Pensées. Infatti, vi è presente la dottrina dei due infiniti a cui sono sospese le grandezze matematiche. "Coloro che vedranno chiaramente queste verità potranno ammirare la grandezza e la potenza della natura nella sua duplice infinità che la circonda da ogni parte, e apprendere con questa meravigliosa considerazione a conoscere se stessi, tra un'infinità ed un niente di movimento, tra un'infinità ed un niente di tempo".
b) Il 14 genn. 1656 la Sorbona condannava Arnauld. P. s'impegnò a fondo nella polemica tra giansenisti e Gesuiti; il 23 genn. dello stesso anno uscì la prima delle Provinciales, con lo pseudonimo di Louis de Montalte, con lo scopo non di difendere la dottrina giansenista della Gratia (v.), ma di attenuare gli effetti della condanna dell'Arnauld. Di qui la forza dialettica e l'abilità polemica delle Lettres: ridurre al minimo l'importanza teologica della controversia e farla apparire come disputa di parole e lotta di interessi meschini e personali. Dalla quinta lettera ( 20 marzo) fino alla sedicesima ( 4 dic.) P. attacca, con appassionata veemenza, la « morale gesuitica», probabilismo (v.) e casuistica. Nelle ultime due ( $17^{2}$ e $18^{2}$; la $19^{2}$ restò allo stato di abbozzo) del 23 genn. e del 24 nov. 1657 egli torna ai problemi teologici, ma non accetta la dottrina giansenista della Grazia, come risulta anche dagli importanti Ecrits sur la Grâce, e ciò prova come il cosiddetto giansenismo di P. non sia teologico, ma solo morale. Il Parlamento di Aix il 9 febbr. del 1657 condannò le Provinciales, che il 3 sett. vennero iscritte all'Indice. In meno di mezzo secolo le Lettres ebbero ca. cinquanta edizioni in francese, in latino o in altre traduzioni. Universalmente esse sono considerate, dal lato letterario, il primo capolavoro della prosa francese. Vi è invece disparità di giudizi intorno al loro significato ideale e alla loro importanza dottrinale. Certo le Lettres, come tutti gli scritti polemici, hanno dell'eccessivo e del passionale (anche se in buona fede), ma non bastano per accusare P. di giansenismo teologico. Né egli ispirò mai eccessiva fiducia ai giansenisti stessi e non poteva essere diversamente, essendo il suo antigiansenismo, come scrive il Blondel, "profondo e personale». Le distinzioni e le sottigliezze teologiche non interessavano P., anche se egli è qualche volta sottile; il suo agostinismo incandescente era lontano da quello solidificato e schematizzato dei teologi di Port-Royal; Arnauld ragiona, discute, non disdegna le scappatoie e i ripieghi, P. «sente» vive le sue idee, è intero, diritto : è l'uomo la via maestra che, per lui, porta a Dio, non le formule e i cavilli; il giansenismo osservisce totalmente la volontà al peccato, P. insegna, anche se fino a un certo punto, che l'uomo, volendolo, può collaborare ,per la sua salvezza, all'azione necessaria della
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Grazia, tanto che, negli ultimi anni, si propose di dedicare tutto il resto della sua vita, ormai rovinata, a scrivere un'apologia valida per convertire gli atci, a fare da direttore spirituale, di cui sentiva di possedere la vocazione. Ciò non impedisce di poter dire con il Laporte che "P. ne se laisse pas séparer de Port Royal ", come provano la sua dialettica a volte spietata, sottile, accanita (specie nel demolire quasi con soddisfazione le pretese della ragione), il posto eccessivo e sproporzionato che egli, nell'economia della teologia cristiana, assegna al peccato originale (v.), e, da ultimo, quel senso di cupo e di tetro che s'incontra in alcuni episodi della sua vita e in qualche suo frammento. Ma questo è il P. occasionale, superficiale e caduco.
c) Per P. l'uomo scopre se stesso di fronte a Dio rivelato da Cristo. E il tema centrale del grande disegno della nuova "Apologia del cristianesimo ", a cui lavorò negli ultimi anni di sua vita. Di essa lasciò numerose note che, insieme con altre, raccolte dopo la sua morte, hanno costituito le Pensées, uno dei capolavori della letteratura filosofico-religiosa. Malgrado la loro originalità, le Pensées rezano tracce evidenti delle opere che il P. tenne presenti. Innanzitutto la Bibbia, che sapeva a memoria, e gli scritti di Agostino; poi le opere note a Port-Royal (del Gianserio, del Saint-Cyran, dell'Arnauld e il Discours des grandeurs de Jésus del Bérulle [v.]); i due scrittori che, a suo avviso, meglio gli presentavano le attitudini essenziali del "libertino": Epitteto (l'orgoglio) e Montaigne (l'indifferenza); alcuni trattati apologetici e opere da cui poteva spigolare; la Theologia naturalis di Raimondo Sabunde nella traduzione del Montaigne, le Trois Vérités di Pierre Charron, il Traité de l'immortalité de l'âme di Jean de Silharr, il De seritate religionis christianae di Ugo Grosso e il Pugio fidei christianorum di Raimondo Martini, domenicano spagnolo del xiri sec.
La prima edizione dei Pensieri, in pochi esemplari, è del 1669 , ristampata l'anno dopo per il pubblico con il titolo Pensées de M. Pascal sur la religion et sur quelques autres sujets. Era stata preparata da un "comitato " di cui facevano parte l'Arnauld, il Nicole, Jean Filleau de la Chaise ed altri amici di P. Di fronte al problema se pubblicare i frammenti come l'autore li aveva lasciati, o raggrupparli, sceglierli ed integrarli, il "comitato " credente opportuno di scegliere i frammenti " più chiari e compiuti ", di dar loro ordine sistematico, di raggrupparli secondo gli argomenti e di apportarvi correzioni e tagli. L'edizione del 1669 servì di base alle successive, fino a quando V. Cousin rilevò la necessità di curarne una meno manchevole. Nel 1844 fu pubblicata la prima edizione integrale delle Pensées a cura di P. Faugère, alla quale seguirono altre fino a quella del Brunschvicg (1897), e alle successive, pure importanti, dello Strowski (1930) e del Tourneur (1938).
A "persuadere" l'ateo il P. sceglie la via psicologica, il cui metodo non è l'esprit de géometrie, ma l'esprit de finesse, che deve tener conto del singolo e adattarsi ad esso; dunque conoscere l'uomo nei più segreti movimenti del suo cuore, nelle contrarietà della sua natura e metterlo di fronte all'enigma (l's incomprensibile mostro ") che egli è a se stesso. Non è che P. rifiuti l'apologetica tradizionale, né che la sua sia puramente soggettivistica e fideistica. Tutt'altro: 1) è sempre un atto razionale quello con cui la ragione riconosce i suoi limiti e che vi è un ordine di verità che la oltrepassa, tranne che non si voglia chiamare razionalità la superbia della ragione. P. è pronto a dire : se s'innalza io l'abbasso; se si abbassa io la innalso, contro le due opposte astrattezze del dogmatismo razionale e dello scetticismo (v.). Ciò che è al di sopra della ragione non è affatto contro la ragione. La critica pascaliana dell's amena ragione che il vento muore e in tutti i sensi " vuole avere questa funzione liberatrice e purificatrice; infatti, è rivolta contro la "raison superbe que la malignité étale en tout son lustre». Tre sono i modi di credere : per raison, per coutume, per inspiration. P. dà il pri-
mato a quest'ultima, ma non esclude la ragione: una pura e semplice religion du coeur è insufficiente, come una pura e semplice religion de la raison è la negazione della religione cristiana. Dunque : coeur e raison: il cosiddetto " fidetismo " di P. è un'esagerazione di alcuni suoi interpreti. Anche la celebre prova del pari (Pensées, ed. cit. in bibl., 233) è razionale e non pragmatistica. Tutto l'uomo porta alla religione.
Da qui i limiti e il pregio dell'apologetica pascaliana: il pregio di essere intrinseca come metodo (sempre che si tengano ben distinti i duc ordini del naturale e del soprannaturale) e i limiti di essere psicologica, anche se la psicologia pascaliana riesce ad attingere profondità metafisiche. Immenza anche l'importanza storica di questa apologetica: in un momento decisivo della storia del pensiero umano, quando fede e ragione, cristianesimo e scienza non formavano più quell'unità che caratterizza il migliore medioevo ed erano a volte in aperto contrasto, P., il contemporaneo di Cartesio, per primo vide il problema e l'affrontò, portandovi dentro le esigenze più vive del pensiero moderno e dimostrando come esse possano essere soddisfatte da quella tradizione e da quella religione contro cui la ragione si ribellava. L'apologia incompleta e frammentaria resta la prima e grandiosa protesta di un moderno che la nuova scienza ha fatto progredire a gran passi, contro quella modernità che, dopo aver staccato l'uomo da Dio e poi postolo contro, ha finito per mettere l'uomo al posto di Dio. P. mette l'uomo di fronte alla Croce di Cristo. Il Dio fatto uomo, il Mediatore, è tutto il suo cristianesimo: senza Cristo nulla si spiego, non la scienza e non la geometria, non la natura e non l'uomo. E quello di P. è il Cristo perseguitato, deriso, condannato, flagellato e crocifisso, che gl'ispirò le pagine immortali del Mistero di Gesù.
Qui tutta la peculiarità del cristianesimo pascaliano e qui i limiti di esso: Adamo e Cristo; Adamo che offende Dio e cade e con lui cade l'uomo; Cristo che si addossa il peccato e muore per il riscatto dell'uomo. P. non sa vedere Cristo risorto e trionfante, Cristo nella Gloria. Il suo Dio è Cristo crocifisso; il suo uomo è l'uomo caduto. Il Dio-Padre, che crea per amore e che è provvidenza, è offuscato (quasi dimenticato) dal Dio-Figlio, che soffre ed è crocifisso dagli uomini. Tuttavia le Pensées, apologia incompleta e frammentaria, per la loro eloquenza incisiva, per il pathos profondo che le anima, per le verità che contengono sono forse, dal '600 in poi, una tra le più efficaci apologie del cristianesimo.
BrisL.: Oeuvres complètes de B. Pascal, ed. L. Brunschvicg, P. Bourroux e F. Gabier, in 14 voll., Parigi 1904-14: Pensées et Opuscules, ed. L. Brunschvicg, ivi 1897 (ha avuto ca. 20 edd.). Altre edd.: F. Strowski, 3 voll., ivi 1923-30; P. Chevalier (un vol. comprendente, col titolo L'oeuvre de P., le Pensées, le Pro. smisiale, le lettere, gli opuscoli, gli Ecrits sur la Gr.ées, gli scritti di fisica e saggi dagli scritti matumatici), ivi 1936. Altre edd. delle Pensées: P. Faugère, ivi 1844: H. Massis, ivi 1907; Z. Tourneur, 2 voll., ivi 1938. Su P.: G. Michaux, Les époques de la pensée de P., Parigi 1898, $2^{\circ}$ ed. 1902; V. Giraud, P.: l'homme, l'oeuvre, l'influence, ivi 1898; $4^{\circ}$ ed. 1922; F. Strowski, P. et son temps, 3 voll., ivi 1907-13; J. Chevalier, P., ivi 1922; numero consacrato a P. nel terzo cent. della nascita, dalla Reo. de métapô, et de morale, 290 -giugho 1923: C. A. Sainte-Beuve, Port Royal, I. III, t. 2 e 3, Parigi 1923: L. Brunschvicg, Le gènce de P., ivi 1924: A. Maire, Bibl. génér. des oeuvres de P., 5 voll., ivi 1923-27 (ricchissima bibl. fino al 1925); F. Gentile, P. Saggio d'interpretazione storica, Bari 1928; C. Constantin, s. v. in DThC, XI, II, coll. 2074-2203; A. Pastore, Il cuore di P., nel vol. Stritti di storia filosofia, Milano 1939; F. Serini, P., Torino 1942; M. F. Sciacca, P., $2^{\circ}$ ed., Brescia 1946; id., P. (antologia), ivi 1946; id., Il pensiero moderno, ivi 1949, pp. 19-33 (con bibl. aggiornata e ampia).
PASCAL, JACQUELINE. - Terza ed ultima figlia di Etienne P. e di Antoinette Begon, dopo Gilberte e Blaise, n. a Clermont il 5 ott. 1625, m. a Parigi il 4 ott. 1661.
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Alla fine del 1631 Etienne P. lascio Clermont ed il proprio ufficio d'intendente per trasferirsi a Parigi con i figli ed attendervi alla loro educazione. J. dimostrò subito un interesse ed un'attitudine eccezionali per la versificazione; a Rouen - dove la famiglia era venuta a stabilirsi vide coronate dal premio, presente il grande Corneille, alcune sue stanze. La Cresima, ricevuta alla fine del 1646 , parve distogliere l'animo ed i pensieri di J. da ogni cura mondana e li rese più
permeabili alla spiritualità gnonsenistica penetrata in quelJ'anno nella famiglia P. attraverso l'amicizia premurosa e fedele dei gentiluomini normanni Deslandes e la Souteillerie. La giovinetta rinunzio al matrimonio e, trasferitasi l'anno seguente a Parigi, rivolse le sue aspirazioni al vicino monastero di Port-Royal-des-Champs. Non interruppe la sua attività letteraria, limitata però esclusivamente a soggetti pii, come attestano 51 assai notevoli Pensées édifiantes sur le mystere de la mort de nostre Seigneur Jésus Christ (1650).
Morto il padre nel sett. 1651, nessun ostacolo si oppose seriamente - neppure qualche contrasto di Blaise - alla sua decisione, già maturata nel 1648 , di entrare in convento ( 4 genn. 1652 ), e, un anno dopo, di pronunciarvi i voti sotto il nome di suor Ste-Esphémie. Da Port-Royal seguì la crisi spirituale del fratello, culminata nella cosiddetta seconda conversione (1654) e poi nella polemica delle Provinciales. Addetta alla cura delle novizie, e poi all'educazione delle fanciulle, ebbe occasione di stenderne le regole e di interessarsi al valore pedagogico della Nouvelle méthode de lecture (basata sulla enunciazione fonetica e non convenzionale delle lettere) escogitata dal fratello. Chiuse nell'apr. 1661 le scuole di PortRoyal, nel luglio J. per obbedienza si indusse a firmare il formulario di condanna dell'Augustinur e delle sue cinque proposizioni approvato all'Assemblea ecclesiastica del 1656 : sottomissione per lei assai dolorosa. Morì pochi mesi dopo la sua priora, Angélique Arnauld.
Bibl. : opere: Lettres, opuscules et mémoires de m.me Pórier et de Jacqueline soeurs de Pascal, et de Marguerite Pórier, sa nièce, publiée sur les manuscrits originaux da P. Fougère, Parigi 1843. I versi, rivodati sui manuscriti, furono raccolti nella monografia fondamentale di V. Cousin, 7. P., Parigi 1844. Studi : buoni profili divulgativi di Clementina de Courten, 7. P., Pavia 1938; di François Maurice, Blaise P. et sa soeur 7., Parigi 1931; trad. it. Milano 1949; e di Jacques Rennes, 7. P., Ginevra 1948. Cf. le bibl. di pascal, Scatse.
PASCARELLA, Cesare. - Poeta, n. a Roma il 28 apr. 1858 , ivi m. l'8 maggio 1940.
Esordì come poeta con sonetti romaneschi, apparsi sul Capitan Fracassa, nei quali si andava profilando una sua personalità pensosa e malinconica. Ma la tendenza al racconto, alla rappresentazione obiettiva e pur trasfigurata da un intenso lievito lirico, si accentrava e organizzava, sotto l'influsso carducciano, in tentativi di maggior impegno (Il morto di campagna, 1884), fino a sboccare nelle ampie visioni storiche di Villa Glori (1886) e La scoperta dell'America (1894) : epica riportata alle sue fonti
più genuine e rimessa in bocca a un ingenuo rapsodo trasteverino, che, spogliandola di ogni aura leggendaria, le conferisce un rilievo realistico e la rende quasi contemporanea. Segni di stanchezza, oltre qualche lacuna nello svolgimento storico, si rilevano nei 350 sonetti di Storia nostra, epopea italiana dalla fondazione di Roma in poi.
L'anticlericalismo del P., che appare dichiarato e convinto in alcuni sonetti, si fonda, più che su motivi dogmatici o etici, sulla polemica, comune ad altri scrittori coevi, intorno al dominio temporale.
Bibl.: B. Croce, La letteratura della nuova Italia, II. Bari 1929, pp. 301-14; E. Bizzarri, Saggio di bibliografia pascarelliana, in Il libro ital., 3 (1941), pp. 289-302; id., Vita di C. P., Bologna 1941; G. Brigante Colonna, Romano de passaggio, Roma 1942. Circa alcune correzioni apportate dal P. stesso in una ed. dei suoi Sonetti (1939), per attenuarne l'intonazione anticlericale, cf. E. Bizzarri, Pascarelliana, in Italia che scrive, 23 (1940), p. 242, su cui v. N. Moscardelli, ibid., 24 (1941), p. 20.
Nicola Vernieri
PASCASINO, vescovo di Lilibeo. - Era già vescovo nel 440 , quando fu fatto prigioniero dai Vandali, sbarcati in Sicilia; durante la prigionia fu sottoposto a maltrattamenti, come egli stesso scriveva più tardi al papa Leone Magno.
Questi lo inviò suo legato e presidente al Concilio di Calcedonia (451), dove P. adempì con perizia e tatto il suo mandato concluso con la condanna di Eutiche (v.) e di Dioscoro vescovo di Alessandria (v.). Il papa Leone Magno ne loda, nelle sue lettere, la fede inconcussa e la vasta e sicura dottrina, e a lui si rivolse per questioni liturgiche. M. dopo il 453 .
Bibl.: PL 24, 606 seg., 930-36; Mansi, VI, pp. 5291102; Lanzoni, p. 643; Fliche-Martin-Frutaz, IV, pp. 223-37. Agostino Amore
PASCASIO, Radberto. - Teologo e abate benedettino, n. nella regione di Soissons ca. il 790 , m. a Corbie nell'865 ca. Monaco e scolastico a Corbie, nell'822 partecipò con il suo abate Adalardo e con Wala alla fondazione dell'abbazia di Corwey (Nuova Corbie) in Germania. Eletto abate di Corbie nell'844, fu presente ai Concili di Parigi (847) e di Quierzy (849). Verso l'851, per difficoltà interne, si ritirò come semplice monaco a St-Riquier, donde ritornò in seguito a Corbie.
Per le sue numerose opere agiografiche, esegetiche e teologiche (PL 120) tiene posto eminente tra gli autori della rinascita carolingia. Degne di nota: Vita s. Adhalardi; Epistphium Arsenii seu vita Walae; Commentarius in Mt.: è, quest'ultima, l'opera più ampia di P., sintesi delle sue omelie e dei suoi corsi biblici nella schola monastica; intessuta di testi patristici, è tuttavia l'esegesi più personale fra quelle dei contemporanei; Expositio in Ps. 44 (piè elevazioni sulla vita religiosa); Expositio in lamentationes Jeremiae, sui mali della Chiesa nel decadente Impero carolingio; De fide, spe et caritate, importante per la storia del trattato delle virtù teologali; De partu Virginis, combatte la tesi di Ratramno (v.) rivendicando la verginità di Maria in partu; Homilia de Assumptione B. V., nota come lettera di s. Giordanno a Paola ed Eustochio (PL 30, 126-47); Homiliae de Assumptione B. V., edite tra le opere di s. Ildefonso (PL 96, 239-68) : le prime 3 sono probabilmente di P., le altre 4 sono discusse; Historia de ortu E. Mariae (tra le opere dubbie di s. Girolamo: PL 30, 308-15) : rimaneggiamento del Protovangelo di Giacomo sull'infanzia della Madonna.
Il celebre Liber de Corpore et Sanguine Domini fu scritto nell'831 a richiesta di Warin, abate di Corwey, per i monaci sassoni e di cui alcuni estratti circolarono subito come testi di s. Agostino; nell'844 P. ne curò una $2^{a}$ ed. (dedicata a Carlo il Calvo), che diede origine a una nutrita controversia eucaristica (v. eucaristia; messa), in cui oppositori furono soprattutto Ratramno e Rabano Mauro (v.); P. accentuò il suo realismo nel cap. 26 del Commentarius in Mt. e nell'Epistola ad Frudegardum de Corpore et Sanguine Domini (cf. A. Wilmart, Analecta Reginensia, Città
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(par cortesia di mans. C. Foliant)
Pascoli, Giovanni - Ritarito.
del Vaticano 1933, pp. 267-78). L'ardita tesi del Geiselmann, secondo cui $P$. ammise una mutazione soltanto simbolica del pane e del vino (ontologicamente immutati) nel Corpo e nel Sangue resi presenti per un'azione riproduttiva (quasi creatio), è stata sagacemente confutata dal p. Gliozzo (v. bibl.). La vigorosa affermazione dell'identità del Corpo eucaristico con quello storico (idem Corpus quod natum est ex Virgine) è costantemente spiegata con la mutazione totale degli elementi in quel termine preesistente; pertanto $P_{\text {., }}$ pure eccedendo nell'ammettere una specie di "transentazione" a scapito della realtà delle specie sensibili, si muove decisamente nella direzione teologica, che dopo 7 secc. fu fissata dal Concilio di Trento e la sua opera deve essere ritenuta, nonostante le incertezze e le imprecisioni, il primo saggio di teologia eucaristica.
BibL.: J. Geiselmann, Die Eucharistielehre der Vorscholastik, Paderborn 1926, pp. 144-70; C. Lambot, L'homilie du ps. Ycrôme sur l'Assomption, in Revue bénédictine, 46 (1934), pp. 263-82; H. Peltier, Pascase Radbert abbé de Corbie, Amiens 1938; id., Radbert (Pascase), in DThC, XIII, coll. 1628-39; A. Molin, Pascase Radbert, in Revue apologetique, 66 (1938), pp. 698-703; M. Jugie, La mort et l'Assomption de la Ste Vierge, Città del Vaticano 1944, pp. 277-78; C. Gliozzo, La dottrina della conversione eucaristica in P. R. e Raltrammo monaci di Corbie, Palermo 1942, con bibl.; G. Quadrio, il trattato - De assumptione B. M. V. della Parode-Agostino e il suo influsso nella teologia ascanzionistica latina, Roma 1921, pp. 86-90; S. Bonano, The divine maternity and eucharistic body in the doctrine of. P. R., in Eph. mariologiae, I (1921), pp. 379-94. Antonio Piolanti
"PASGENDI DOMINICI GREGIS": v. MODERNISMO.
"PASCHALE MUNDO GAUDIUM". - Inno delle Lodi nel comune degli Apostoli durante il tempo pasquale.
Le tre strofe che lo compongono fanno parte dell'inno falsamente attribuito a s. Ambrogio: Aurora coelum purpurat, di data, però, assai antica e di autore ignoto (cf. Blume, LI, p. 9o). Vi si esprime la gioia degli Apostoli per la Risurrezione di Gesù, della quale essi saranno i testimoni autorizzati ed ufficiali.
BibL.: J. Wakernagel, Deutsche Kirbendied, Lipsia 1864, p. 348; S. G. Pimont, Les hymnies du Bréviaire romain, Parigi 1884, pp. 101-108; C. Albin, La poésis du Bréviaire, Lione s. 4., pp. 393-96; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 249 .
Silverio Mattei
PASCOLI, Giovanni. - Poeta, n. il 31 dic. 1855 a S. Mauro di Romagna, m. a Bologna il 6 apr. 1912 e sepolto nella cappella, presso la casa, a Castelvecchio di Barga in Lucchesia. Dell'adolescenza e della prima giovinezza, immagine viva e superstite in ogni opera futura rimane la morte : il ricordo accorato dell'assassinio (ro ag. 1867) del padre Ruggero, fattore dei principi Torlonia, i lutti ininterrotti della sua famiglia : nel nov. del '68 mori la sorella Margherita, nel dic. la madre Caterina Vincenzi Alloccaselli, nel '71 il fratello Luigi, nel '76 il maggiore dei fratelli Giacomo. Ebbe l'educazione umanistica nel collegio «Raffaello» di Urbino tenuto dai pp. Scolopi (ricorderà, tra tutti, il p. Donati) e compì i corsi
universitari, discepolo del Carducci e del Gandino, a Bologna, dove nell' '82 si laureò con uno studio sulla poesia di Alcco.
Non fu estraneo ai moti politici del suo tempo: scrisse i primi articoli per Il martello di Andrea Costa, dichiarandosi "socialista non di partito, ma dell'umanità ", e subì l'arresto e alcuni mesi di carcere preventivo a S. Giovanni in Monte, per aver partecipato a una dimostrazione violenta degli internazionalisti. La vita del P. fu poi legata alle vicende dell'insegnamento. Le sue peregrinazioni per l'Italia, come professore di latino e greco, hanno per luogo d'incontro le scuole liceali di Matera, Massa, Livorno; solo nel ' 95 gli fu affidato l'incarico di letteratura greca e latina all'Università di Bologna. Trasferito quindi come ordinario a Messina alla cattedra di letteratura latina, nel 1903 passò a Pisa e due anni dopo a Bologna, successore del Carducci.
Le prime liriche, inviate ora alla Cronaca bizantina, ora al Convito, apparvero nel '91 riunite nel volumetto Myriose ( $1^{\circ}$ ed. Livorno) - una stele funeraria dedicata ai suoi morti - dove, fuori di ogni compiacenza arcadica, prende tuttavia forma e colore una visione nuova della natura, scoperta e dichiarata in una poetica di elezione: quella del poecullino che vede e ricerca il mondo con occhi meravigliati, con animo fantastico e sognante. "Nasse la poesia - scrisse il P. - che per ciò stesso che è poesia (senza essere poesia morale, civile, patriottica, sociale), giova alla moralità, alla patria, alla società ". Così tra le rimembranze della Romagna, tra le Alpi Apuane, la Pania, il villaggio di Barga, in ambienti ben precisi spaziano i Poemetti (Virenze 1897), i Conti di Castelvecchio (Bologna 1903), i Nuovi poemetti (ivi 1909), vere bucoliche e georgiche moderne, che rivelano nel P., oltre il virgiliano amore alla terra, un'ansia di varcare l'idea positivistica del tempo per un concetto più universale della vita. Dall'agnosticismo circa la realtà e la storia, derivatogli da Giuseppe Ferrari e da Edoardo Hartmann, il poeta passa ad una concezione dell'esistenza fondata sul dovere della bontà, e alla solidarietà leopardiana della Giustra come corollario aggiunge l'accettazione del mistero. In questa carchia di passioni ideali e di contrasti inerenti alla vita egli interroga il cosmo, gli uomini della sua generazione, e li considera come fuori del tempo, simboli ab oeterno (Odi e inni, Bologna 1906). Con innovazioni ardite la sua poesia propone e fonda nuovi cicli per un epos moderno, definendo in extenso la missione millenaria dell'Italia medievale e moderna (Poemi del Risorgimento, Inno a Roma, Inno a Torino, ivi 1913; Poemi italici e Canzone di re Enzio, ivi 1914); il significato e la spiritualità degli avvenimenti storici dell'antica Roma (Carniosa, ivi 1914); gli aspetti ancora giovani dell'epopea omerica, dei miti greci, delle intuizioni platoniche (Poemi conviviali, ivi 1904), che nel neoclassicismo sembravano aver trovato la morte. Non c'è nella poesia del P. il residuo letterario e culturale; la sua poesia, come disse il Serra, "è di cose, è nel cuore stesso delle cose». Di qui una specie di impressionismo, che si ripiega talora su vezzi e modi infantili, da giustificare in alcune liriche la formola crociana di un P. "atassico", non coordinatore dei suoi movimenti. Ma nel P. maggiore e minore è pur sempre una destrezza ed una esperienza unica della lingua ed una rara efficacia di invenzione creativa; la novità delle immagini, l'analisi delle sensazioni, la felice aggettivazione, le analogie frequenti, il valore fonico della parola ("Penso che nessun artista moderno abbia posseduto l'arte sua come G. P. la possedeva" annotò il D'Annunzio), sono in armonia con la vita della campagna da lui descritta, con la rievocazione delle gioie domestiche e con l'amore, quasi un culto religioso, delle memorie antiche.
Documento maggiore del P. erudito sono le antologie latine: Epas (Livorno 1895), Lyra romana (ivi 1897; v. lo scritto introduttivo Storia della poesia lirica in Roma fino alla morte di Orasio), quelle italiane: Sul limitare (Palermo 1889) e Fior da fiore (ivi 1901), che riflettono l'orientamento del suo gusto, e i volumi di critica dantesca: Minerva ascura (Livorno 1898), Sotto il velame
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(Messina 1900), La mirabile visione (ivi 1902), Conferenze e studi danteschi (Bologna 1915), nei quali prevalgono le ricerche simboliche e mistiche, talora arbitrarie e antistoriche, sulla natura umana personificata in Dante, sul peccato originale e la riconquista del paradiso terrestre, sui parallelismi della Croce e dell'Aquila e la struttura delle tre cantiche, sulla "triplice incarnazione allegorica" del poeta in Giacobbe, Enes, Paolo.
Premesso, come il poeta ebbe a confessare a Giovanni Acri, che per lui la religione doveva essere "una semplice sottomissione dell'anima senza forma di culto esterno ", tra l'ideale del P. e l'ideale cattolico è visibile la frattura. A confortare il suo dubbio e l'angosciosa ricerca, il P. si rifugiò in una religiosità vaga e di sentimento, in un cristianesimo ed un francescanesimo estetico. L'umanità gli apparve sempre in una zona di ombra misteriosa, come quella che cerchia I due orfani nella notte oscura, o la cristianità inginocchiata avanti La Poeta Santa, una umanità sulla quale incombe il fato terribile della distruzione finale (Il ciocco). Riflesso di una speranza religiosa, di ciò che il suo sentimento invescava, in contrasto con la ragione, sono alcuni Carmina (Poemata christiana: Centurio, 1901; Paedagogium, 1903; Panum Apollinis, 1904; Agape, 1905; Post occasum urbis, 1907; Pampanio Graecino, 1909; Thallusa, 1911), dove la poesia latina fiorisce in esametri o nei metri di Orazio e di Catullo, con ricchezza e proprietà di linguaggio che tien conta non solo dei poeti dell'età zugustea, ma degli scrittori di prosa come Varrone, Columella, Plinio; una poesia originale e moderna, che a meraviglia esprime il poifoso del mondo pagano in agonia e la trepida attesa della luce cristiana. Liriche che sono all'unisono con quelle del P. italiano, quando dal dogma e dall'etica del cristianesimo trae motivi per descrivere l'ora della preghiera (L'Angelo), la vita e la morte di una vergine (Suor Virginio), le parabole del Signore (Piccolo Vangelo), i pastori di Betlemme (In Oriente), l'annunzio in Roma della nuova franchigia al gladiatore che muore, dopo i saturnali, nella notte della Natività (In Occidente), o quando pone l'interrogativo sulla finalità divina nel prescegliare, tra milioni di astri, solamente la terra per l'Incarnazione (La Pecarella smorrita), o ritrova nell'atmosfera dei Fioretti il senso della povertà e della natura, figlia di Dio (Paulo Ucello), o invoca, per il suo trapasso, l'Eucaristia (Il Viatico). Tutto ciò rende vislido il giudizio del Pietrobono: "Non ritrovo Dio con la certezza dei suoi primi anni; ma lo cercò instancabilmente; non poté, con suo vino rimpianto, ${ }^{2}$ riconquistare la fede nell'immortalità dell'anima, ma ${ }^{2}$ la invocò tutta la vita; non immaginò neppure di poter passare per un filosofo, ma non smise mai di agitare tra sé i massimi problemi. Non giunse, insomma, ad una soluzione, e di questo molti provano fastidio; di questo che è lo stato d'animo in cui è riposta la ragione della sua poesia...

(per cortesia di mons. G. Fallani) Pascolt, GIOVANNI - Autografo. Il poeta ringrazia padre Pietrobono dei candelieri inviatigli per la sua cappellina di Barga.
Al pari del suo Tolstoi seguitò a cercare e cercare fino alla fine, e la morte lo sorprese che si aggirava ancora per le buie contrade dell'essere e del non essere con la sua fioca lampada in mano, e gliela spense».
Bial.: indicazioni bibl. a cura di G. Brizanti e M. Ferrara in Studi pascoliani, I, Bologna 1927, pp. 62-69; II, 1929, pp. 76-79; III, 1933, pp. 91-92; IV, 1936, pp. 108-