l pari del suo Tolstoi seguitò a cercare e cercare fino alla fine, e la morte lo sorprese che si aggirava ancora per le buie contrade dell'essere e del non essere con la sua fioca lampada in mano, e gliela spense».
Bial.: indicazioni bibl. a cura di G. Brizanti e M. Ferrara in Studi pascoliani, I, Bologna 1927, pp. 62-69; II, 1929, pp. 76-79; III, 1933, pp. 91-92; IV, 1936, pp. 108-109. Opere: Tutte le poesie italiane di G. P., con prefazione di A. Baldini, $4^{a}$ ed., Milano 1950; Carmina, ivi 1951. Studi: P. Lingueglia, L'ideale di P. e l'ideale cattolica, Parma 1912; B. Croce, G. P., Bari 1920; F. Morabito, Il misticismo di G. P., Milano 1920; L. Valli, L'allegoria di Dante secondo G. P., Bologna 1922; A. Gandiglio, P. poeta latino, Napoli 1924; A. Meozzi, La vita e la meditazione di G. P., Firenze 1924; E. Turolla, G. P., Roma 1926; B. Giuliano, La poesia di G. P., Bologna 1934; N. Benedetti, La formazione della poesia pascaliana, Firenze 1934; P. Bianconi, P., Brescia 1935; W. Binni, La poetica di G. P., in La poetica del decadentismo italiano, Firenze 1936, pp. 101-21; L. Pietrobono, P. e il mistero, in G. P., a cura di I. De Blasi, Firenze 1937, pp. 79 99; F. Piemontese, Il pellegrino del mistero G. P., Modena 1938; E. Cozzani, G. P., 4 voll., $2^{2}$ ed., Milano 1939; C. Curto, La poesia del P., Torino 1940; D. Mondrone, Testimonianze e dispareri sulla religiosità di G. P., in Ctr. Catt., 1941, tit. pp. 404-13; G. Pasquali, Poesia latina di P., in Terze pagine stravaganti, Firenze 1942, pp. 251-71; R. Viola, La poesia italiana di G. P., Salamanca 1945; id., Lo svolgimento della critica pascaliana, in La rassegna d'Italia, 2 (1947), n. 4, pp. 109-15; D. Baccini, G. P., Bologna 1947; F. Pasini, Il P. maggiore, studi sui Carmina, Trieste 1948; L. Pietrobono, Commento a La Porta Santa, in Ecclesia, 9 (1950), pp. 646-47. Giovanni Fallani
PASOLINI, GIUSEPPE. - Statista, n. a Ravenna l'8 febbr. 1813, m. ivi il 4 dic. 1876. Conosciuto ed apprezzato da Pio IX quand'era vescovo in Imola, venne chiamato a far parte della Consulta di Stato nel 1847 e successivamente nominato ministro del commercio e vice presidente dell'Alto Consiglio. Dopo l'assassinio di Pellegrino Rossi si trasse in disparte e finì col lasciare Roma, soggiornando a lungo nella sua villa toscana di Fontallerta, dove usava riunire uomini politici ed economisti italiani e stranieri.
Tornò all'attività politica nel 1857, quando il Papa lo nominò gonfaloniere di Ravenna, incarnandolo nel contempo di delicate missioni diplomatiche di carattere ufficioso. Verso quest'epoca si incontrò di sua iniziativa anche con il Cavour, con cui discusse la possibilità che Pio IX rinunciasse pacificamente alle Romagne. Dopo aver cooperato al trapasso dei poteri fra le autorità pontificie e quelle sarde nelle Legazioni, nel 1860 fu nominato senatore e governatore di Milano. Due anni più tardi, dopo Aspromonte, Vittorio Emanuele II gli affidò l'incarico di costituire un governo extra-parlamentare, ma egli fu per la soluzione costituzionale della crisi e designò il Farini, nei cui ministero entrò con il portafoglio degli Esteri. Nel 1863-64 assolse funzioni diplomatiche ufficiose a Parigi e Londra; fu poi prefetto di Torino e commissario del Re a Venezia dopo la terza guerra di indipendenza. Finalmente fu assunto alla presidenza del Senato, che tenne sino alla morte. Le sue amichevoli relazioni con Pio IX e con Vittorio Emanuele II gli permisero di mantenere discreti contatti fra il Vaticano e il Quirinale. Lasciò interessanti Memorie, edite a cura del figlio ( $4^{2}$ ed. accresc., Torino 1913).
Bial.: oltre le cit. Memorie, il Carteggio P.-Minghetti a cura di Guido Pasolini, Torino 1924-30 (su cui cf. A. N.., M. Minghetti e G. P. negli ultimi due volumi del loro carteggio, in Il. vic. stor., 26 [1941], pp. 477-89). Renzo V. Montini
PASQUA. - Festa maggiore degli Israeliti e dei cristiani. Fu istituita da Mosè per commemorare l'esodo d'Israele dall'oppressione egizia; presso i cristiani designò la solennità commemorativa della Passione e Risurrezione di Gesù.
I. La P. Ebracica. - 1. Istituzione, prescrizioni legali. - La parola P. è il greco názya dei Settanta, dall'ebraico
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Pagqua - Uccisione dell'agnello, unzione delle Parte, passaggio del Mar Rosso: gli ebrei stanno tra le due onde. Miniatura del sce. sit - Troia, Cattolizale, Archivio. Essidot. 3.
pésah "passaggio ", allusione al passaggio di Jabveh nell'Egitto per colpire i primogeniti degli Egizi, risparmiando le abitazioni degli Israeliti. "Un tal giorno sarà per voi un ricordo, e voi lo festeggerete qual festa per il Signore; quale statuto perpetuo, per tutte le vostre generazioni, lo festeggerete" (Ex. 12, 11-14).
La prima volta fu celebrata la P. quando Israele fu liberato dall'Egitto (Ex. 12). Il rito osservato allora fu osservato sempre, eccetto qualche particolare. La festa comprendeva due parti : la prima era la manducazione dell'agnello pasquale la sera del 14 o 15 nîsân; la seconda era la festa degli azzimi, che durava sette giorni. Ogni famiglia di Israeliti si procurava verso il 10 del mese di nîsân un agnello (o un capretto: ibid. 12, 5), lo conservava fino al 14 o 15 nîsân e la sera lo immolava. La sera stessa doveva essere arrostito e mangiato con erbe amare e pani azzimi.
Il pane era azzimo, perché i padri non avevano avuto allora il tempo di farlo lievitare (ibid. 12, 39; Deut. 16, 3), le erbe amare in memoria dell'amarezza della loro vita nell'Egitto (Pésähim, X, 5). Si doveva mangiare in fretta (Ex. 12, 11; Deut. 16, 3), con i lombi cinti, i calzati ai piedi, il bastone in mano, in atteggiamento di chi sta per partire. Del sangue dell'agnello si dovevano tingere il frontone e i due stipiti della porta (Ex. 12, 23). Sembra che questo uso non si sia conservato: in Deut. 16, dove la legislazione sulla P. viene rinnovata, non se ne fa cenno e non aveva più ragione d'esistere. L'immolazione dell'agnello più tardi si compiva solo nel tempio (ibid. 16, 2.5-6; II Par. 35, 5-6.11) e il sangue veniva sparso ai piedi dell'altare. G. Felten giustamente suppone che dopo ciò l'agnello si portava via, e veniva arrostito in ciascuna famiglia. Nella solenne festa pasquale che seguì la riforma di Iosia i leviti stessi si incaricarono della cosa (II Par. 35, 13). Le altre vittime che si immolavano, pecore e buni (cf. II Par. 35, 7-9), erano permesse per accrescere la gioia della festa e per il caso che l'agnello non bastasse a saziare tutti i commensali.
Secondo altre prescrizioni secondarie, erano obbligati a parteciparvi gli uomini, sotto pena di essere recisi dal popolo (Num. 9, 13). Le donne non erano obbligate, ma vi partecipavano soprattutto quando la famiglia era piccola
(Pésähim, VIII, 1). In questo caso si invitavano anche amici e vicini, per potere consumare l'agnello : ai tempi di Flavio Giuseppe i commensali dovevano essere più di 10 e non oltre 20 (Bell. Ind., VI, 9, 3). I pellegrini formavano una famiglia, come nel caso di Gesù e degli Apostoli (Mt. 26, 17-19), e veniva loro offerto un ambiente da persone conoscenti. Solo i circoncisi potevano prendere parte al banchetto pasquale (Ex. 12, 43-49). Quelli che fossero impediti da impurita legale dovevano celebrare la P. il mese seguente (Num. 19, 10-12). Dell'agnello pasquale non doveva avanzare niente per il giorno seguente : ogni avanzo doveva essere bruciato (Ex. 12, 10). Non si doveva romperne neppure un osso (ibid. 12, 46; Num. 9, 12). Durante il banchetto il padre di famiglia doveva spiegare ai suoi il senso della festa (Ex. 12,26-27; cf. 13,8, e Pésähim, X, 4-5).
2. La cena pasquale. - Alcune particolarità della celebrazione pasquale appaiono anche dal racconto della cena celebrata da Gesù nell'ultima sua P. e dalla descrizione della cena negli scritti talmudici.
Dopo la lavanda delle mani (o primo, secondo altre scuole rabbiniche) si mesceva un bicchiere di vino misto con acqua. Del primo bicchiere sembrano doversi intendere le parole riportate da $L c .22,17$ : "prendetelo e dividetelo tra voi ". Dopo l'infusione dell'acqua nel vino, seguiva la benedizione del vino e poi della festa, secondo la scuola di Hillél; invece, secondo la scuola di Šammaj, prima della festa poi dal vino: forse è indicata questa benedizione nella parola di $L c .22,17$ : "rese grazie ". Dopo la benedizione il calice passava e tutti ne bevevano (ordinariamente però ciascuno aveva il proprio bicchiere: F. Nöeschcr, p. 357, nota 1).
Si portava poi sulla tavola l'agnello pasquale. Prima di questo pare che nell'ultima cena di Gesù debba collocarsi la disputa tra gli Apostoli, originata dal posto che occupavano sui letti disposti a forma di triclinio attorno a Gesù (non si mangiava più la cena pasquale in abito e atteggiamento di pellegrini; tutti, anche i più poveri, avevano il diritto di stare a giacere, come i signori). L'altro fatto che ebbe luogo prima della cena legale fu la lavanda dei piedi, per sostituire forse la purificazione delle mani solita a farsi da principio.
Dopo il primo bicchiere si portavano in tavola i cibi pasquali : i pani azzimi, le erbe amare (fattuglie, ramolacci e simili), l'agnello arrostito, l'acqua salata, e finalmente il hâröseth (v.), densa marmellata di datteri, fichi e altri frutti bolliti con aceto. Il padre di famiglia, lavatesi di nuovo le mani, prendeva un poco di erbe amere, le intingeva nel hâröseth e, ringraziando per i frutti della terra, le mangiava. Invitati da lui i commensali facevano altrettanto. Poi uno (il più giovane, un fanciullo) interrogava il padre sul senso della festa, e il padre ne spiegava allora il simbolismo (cf. Ex. 12, 26-27). Seguiva la prima parte dell'itmo detto Mallei (v.) : si cantavano i salmi 113-114 (112-113, 1-8) : era il ringraziamento per la liberazione dall'Egitto, poco prima rievocata. Si beveva allora il secondo bicchiere e aveva principio il vero pranzo. Di nuovo tutti si lavarono le mani, e il padre di famiglia, spezzati i pani azzimi e posteri sopra delle erbe amare, li porgeva ai commensali, dopo pronunziata sul pane e sulle erbe una benedizione. Tutti allora mangiavano dei pani e delle erbe, e solo dopo questo delle altre vittime festive (dette haghîghäh, dal verbo hághagh "celebrare una festa") e dell'agnello pasquale : questo si doveva mangiare tutto, come era prescritto in Ex. 12, 9-10. Si svolgeva allora un allegro convito. Benché non sia detto espressamente, è molto verosimile che Gesù si sia ottenuto al cerimoniale d'uso. Dei colloqui avvenuti durante la cena, non è rimasto che l'annunzio del traditore, che uscì dalla sala durante la cena legale. S. Giovanni nota che l'occasione ne fu il pezzetto di pane intinto nel háröseth e datogli da Gesù (Jo. 13, 30). Ai riti della cena legale Gesù aggiunse i riti con cui istituil l'Eucaristia. Non appare in qual punto preciso abbia consacrato il pane. Della consacrazione del calice è detto espressamente che fu "dopo la cena" (Lc. 22, 30; I Cor. 11, 25). Forse la consacrazione del pane sostituil l'ultimo boccone dell'agnello pasquale, con cui finiva il banchetto; allora precedette immediatamente la consa-
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(par cortesia della dolt. E. Gerlini)
In alto a sinistra: CHIESA DEL S. CUORE A MONT'JIARTRE (1876-1919), rampa monumentale. In alto a destra: La S.te CHAPELLE (scc. xiv). In basso a sinistra: ESTERNO DELLA CHIESA DI S. FRANCESCO DI SALES, costr. nel 1873 dall'arch. Delebarre de Bay. In basso a destra: CHIESA DELLA SORBONNE (1635), arch. J. Lemercier.
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(fat. Alineri)
(ft. Alineri)
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crazione del calice. Questa coincise, pare, con il terzo bicchiere, che, finita la cena e lavate le mani, si mesceva, unendovi la preghiera di ringraziamento dopo il cibo: esso veniva perciò detto "calice della benedizione" (chiamandolo così s. Paolo conferma l'ipotesi che il calice consacrato fosse il terzo: I Cor. 10, 16). Gesù aggiunse alla consacrazione del calice le parole: "Io non berrò più d'ora innanzi di questo frutto della vita, fino a quel giorno in cui lo berrò di nuovo con voi nel Regno del Padre mio" (Mt. 26, 29). Dal che pare che in quella cena non si sia versato il quarto bicchiere, come si faceva d'ordinario. Versato il quarto bicchiere si recitava la seconda parte del Hallél, cioè i salmi 115-118 (113, 9-117). Questo fu fatto anche da Gesù e dai suoi ( detto il cantico»: Mt. 26, 30). Finito il Hallél si beveva il quarto bicchiere. Così i quattro bicchieri (che tutti insieme non dovevano essere più di mezzo litro, e forse anche meno) segnavano i quattro punti salienti del convito pasquale: la prima benedizione, la spiegazione del senso della festa, il ringraziamento dopo il pranzo e la lode finale.
Il vino usato era rosso; il vino bianco non era stimato. Il banchetto non doveva prolungarsi oltre la mezzanotte, in ossequio alla legge che al mattino non doveva rimanere nulla della vittima pasquale (Ex. 34, 25).
3. La festa degli azzimi e l'offerta del primo manipolo. - Alla festa di P. era strettamente unita la festa degli azzimi, che incominciava il 15 nisān: «sette giorni mangerete azzimi; fin dal primo giorno toglierete il lievito dalle case vostre, poiché chiunque dal primo al settimo di mangerà alcunché di fermentato sarà reciso da Israele" (Ex. 12, 15; 16-20; Lev. 23, 4-8). Si incominciava a mangiare gli azzimi al banchetto dell'agnello (ibid. 8). Nel primo e nel settimo giorno erano tenute sacre adunanze ed era vietato il lavoro (ibid. 16; Lev. 23, 7-8). Ogni giorno venivano offerte vittime, specificate in Num. 28, 19-22.
Riguardo all'offerta del primo manipolo che si doveva fare nel Tempio dopo la P., "il secondo giorno del sabato" o "nel giorno dopo il sabato" (Lev. 23, 11), c'era differenza di opinione tra i farisei e i sadducei. I farisei videro senz'altro in quel "sabato" la solennità del 15 nisān e offrirono il manipolo il 16 nisān, in qualsiasi giorno della settimana esso cadesse. I sadducei, con più ragione, intesero quel "sabato" per un vero sabato e offrirono il manipolo sempre nel giorno successivo, in qualunque giorno del mese esso capitasse. Tale prassi fu soppiantata da quella dei farisei. Ma questo portò i boetosiani a procurare fraudolentemente che il 16 nisān cadesse nel primo giorno della settimana. Il manipolo era della prima mietitura, cioè di quella dell'orzo, che in Palestina, sul litorale e nella pianura lungo il Giordano suole essere in apr. L'offerta significava la consacrazione della mietitura a Dio. Nella Pentecoste (v.) si offriranno i frutti della mietitura già finita, cioè i due pani.
4. Carattere sacrificale; la P. nel Nuovo Testamento. " L'immolazione dell'agnello pasquale oltre che commemorativo aveva anche carattere sacrificale : "E se avviene che i vostri figli vi dicano: Che rito è questo vostro?, voi direte : E sacrificio di P. per il Signore" (Ex. 12, 26 sg .).
In questo passo, come anche ibid. 34, 25 (cf. 23, 18), si adopera la parola xäbbälà che indica un vero sacrificio. Anche in Num. 9, 7.13 si parla di una offerta di sacrificio : si usa la parola qorbän e il verbo qārabh nella forma hiph'il (hipribh). Sup. 18, 9, alludendo all'agnello pasquale, dice che «in segreto facevano sacrificio i pii figli dei buoni». Lo scannare la vittima toccava ai padri di famiglia (Ex. 12, 3-6); solo quando essi non erano puri i leviti li sostituivano in ciò (II Par. 30, 17) (cf. anche per l'oblazione di altre vittime, in cui lo sgozzarle era atto non riservato ai sacerdoti, Ex. 29, 22). Ma l'atto propriamente sacrificale, cioè lo spargere il sangue della vittima intorno all'altore, era riservato ai sacerdoti (II Par. 29, 22; Lev. 1, 11; 3, 2.8). Ora per l'agnello pasquale nella celebrazione della P .
sotto Ezechia i sacerdoti "spargevano il sangue ricevendolo dalla mano dei leviti" (II Par. 30, 16). Lo stesso avvenne nella celebrazione della P. sotto Iosia (ibid. 35, 11). C'è ragione di credere che questo fosse il rito ordinario: così viene descritto nella Mišnāh.
Sul carattere sacrificale dell'immolazione dell'agnello pasquale si fonda la tipologia dello stesso agnello (v.), rilevata da s. Paolo (I Cor. 5, 7). Nel sacrificio della Croce, che non fu seguito dallo spezzamento delle gambe, v. Giovanni vide adempito quello che era stato prescritto (Ex. 12, 46): "Né osso alcuno ne romperete" (Ia. 19, 36).
Oltre il simbolismo dell'agnello è stato rilevato spesso un altro aspetto figurativo della P., cioè l'Esodo degli Ebrei come figura dell'esodo cristiano, cioè della liberazione dal peccato (cf. La vie spirituelle, marzo 1951, tutta dedicata a Pâques, Exode des Chrétiens).
Nel Nuovo Testamento, wāzya significa per lo più la festa pasquale ebraica: Mi. 26, 2 e paralleli Mc. 14, 1; Lc. 22, 1; cf. Lc. 2, 41; Io. 2, 13.23; 6,$4 ; 11,55 ; 12,1 ; 18,39 ; 19,14 ;$ Act. 12, 4; Hebr. 11, 28). Ha però talvolta senso di cena pasquale, come in Mt. 26, 18 sg.; Mc. 14, 16; Lc. 22, 8.9.13. Con il senso di cena pasquale, o meglio di agnello pasquale, si trova nell'espressione: "Mangiare la P." (Mt. 26, 17; Mc. 14, 12-14; Lc. 22, 11.15; Io. 18, 28). Esclusivo è il senso di agnello pasquale nell'espressione "immolare la P."; così Mc. 14, 12 : "Nel primo giorno degli azzimi, giorno in cui immolavano la P." (cf. Lc. 22, 7) e nel testo di s. Paolo sul Cristo-agnello (I Cor. 5, 7).
Nella vita di Gesù si trova menzionata la festa di P.; una volta nella sua vita di Nazareth (i suoi parenti andavano a Gerusalemme ogni anno per la festa di P. : Lc. 2, 41); tre volte da s. Giovanni nella sua vita pubblica: Io. 2, 13 è la prima P.; ibid. 6,4 è la seconda P. (rimane incerto se la "festa" di 5, 1 sia la P., anche se fosse certo criticamente l'articolo); finalmente è menzionata la terza e ultima P. ibid. 11, 55; 12,1. Il significato dell'ultima P. è stato la liberazione dalla schiavitù del peccato per mezzo del sangue dell'agnello, che ha sostituito per sempre e abolito il rito della P. giudaica. I cristiani celebrarono la nuova P. nel giorno della Risurrezione del Cristo, con la quale fu compiuto il mistero della loro Redenzione, ossia del loro acquisto da parte di Dio come suo popolo, come già il popolo nella liberazione dall'Egitto veniva come fatto suo da Dio (cf. Ex. 19, 5).
Biel.: F. X. Kortleitner, Archaeologine Biblicae summarium, Innsbruck 1906, pp. 92-97; H. Lesčtre, Pâque, in DB, V, coll. 2094-2106; M. Hagen, Pascha, in Lexicon Biblicum, III, pp. 514-19; G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, II, Torino 1914, pp. 243-51; L. Pirot, Agneau pascal, in DBs, I (1928), coll. 153-59; F. Nötscher, Bibliche Altertumskunde, Bonn 1940, pp. 355-58. Silverio Zedda
II. La P. cristiana. - 1. Significato. - La P., commemorazione della Risurrezione di Gesù Cristo, è la più antica e solenne festa dei cristiani, principio e centro dell'anno ecclesiastico, una festa di data mobile, celebrata nella prima domenica dopo il plenilunio dell'equinozio primaverile, cioè non prima del 22 marzo, e non più tardi del 25 apr. Questa data decide l'anno ecclesiastico: l'inizio della Settuagesima e della Quaresima, le altre feste mobili (Ascensione, Pentecoste, ecc.), il numero delle domeniche dopo l'Epifania e dopo Pentecoste; anticamente e nel medioevo questo calendario si notava in una pergamena affissa al cero pasquale.
2. Origine della P. - La P. cristiana ha le sue radici nella tradizione apostolica; non perpetua la festa ebraica, ma la compie con il suo contenuto puramente cristiano
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(fol. don Bivara)
Pasqua - Risurrezione di Cristo. Maestro di Vysó Bred (Hohenfurt), ca. 1330. Praga, Galleria nazionale.
della Redenzione operata da Cristo con la morte e Risurrezione. Della solennità pasquale nel tempo apostolico non si hanno notizie certe. Le prime testimonianze sicure provengono dalla famosa "questione pasquale" (secc. II e III), quando non si trattava d'introduzione della P., ma soltanto del tempo della celebrazione. La festa stessa era universale in tutta la Chiesa; queste fatto suppone una tradizione antichissima e apostolica, che si manifesta nella interpretazione autentica e classica della trasformazione cristiana dell'antica festa ebraica, data da s. Paolo (I Cor. 5, 7). La P. ebraica e quella cristiana stanno in parallela connessione riguardo alla data e alla tipologia.
3. Il significato del mistero in Oriente e in Occidente. Del mistero celebrato nella P. si distinguono due momenti differenti, quello teorico-teologico dei primi tre secoli cristiani e quello più storico-rcale dal sec. iv. Il primo, quello teorico-teologico, celebrava la redenzione operata da Cristo con la Passione, morte e Risurrezione; la Passione e la morte nella tristezza e nel lutto del digiuno, la Risurrezione nella gloria della celebrazione eucaristica. Nella vigilia notturna della prima luce del giorno si compiva il "Transito" (la P.), cioè finiva il digiuno e si celebrava l'Eucaristia. La Chiesa asiatica celebrava questo "transito", la P., la sera del 14 nisán, in qualunque giorno occorresse, come gli Ebrei, opponendo cosi il compimento cristiano al tipo ebraico e accentuando più la morte del Signore come transito alla Risurrezione, cioè celebrando assieme con la morte anche il mistero della Risurrezione di Cristo in una comune solennità. La Chiesa occidentale invece celebrava la Passione e la morte del Signore, anch'essa nel lutto del digiuno, ma finiva il digiuno alla domenica, il giorno del Kyrios (del Signore elevato in gloria), per celebrare la P., dando più forte accento alla Risurrezione di Cristo. Sin dal sec. Iv si dette ai singoli giorni della Settimana Santa il nome corrispondente al corso degli avvenimenti storici secondo l'uso della Chiesa di Gerusalemme, descritto da Eteria nel suo itinerario: al giovedi si commemorava l'Eucaristia, al venerdi la Passione. La P.
si celebrava nella notte seguente al sabato aliturgico; era l'unico sabato dell'anno nel quale in Oriente si digiunava. La domenica seguente divenne la solennità della Risurrezione.
Dai primi Padri si dava il nome di P. soltanto al giorno della Passione e morte del Signore e il digiuno precedente si chiamava "pasquale", derivando dal greco $\pi \dot{\alpha} \alpha \gamma \chi \iota v=$ patire. S. Cipriano cominciò però a chiamare P. anche il giorno della Risurrezione, nome che è poi rimasto alla festa della Risurrezione. Da questa festa la parola P. divenne sinonimo di festa e solennità maggiore (p. es., P. Epiphaniae, P. Pentecostes, nella Spagna P. floridum la Domenica delle Palme), e anche P. di un santo. Perciò si dice $P$. magnum o $P$. Resurrectionis per distinguerla dalle altre feste pasquali. I Greci parlano anche oggi del Venerdi Santo come della P. della Crocifissione ( $\pi \dot{\alpha} \sigma \chi \alpha \sigma \pi \alpha \iota \rho \omega ́ \sigma \iota \omega v$ ) e dalla domenica seguente come della P. della Risurrezione ( $\pi \dot{\alpha} \sigma \chi \alpha \dot{\alpha} v \sigma \sigma \tau \dot{\alpha} \sigma \iota \omega v$ ).
Particolarità della P. era la veglia, "Madre di tutte le veglie cristiane" (s. Agostino, Servi. 219: PL 5, 1288). La notte pasquale era santissima e solennissima; le chiese e le case erano illuminate e, per ordine dell'imperatore Costantino (Eusebio, Vita Comnoni., IV, 22, 2), anche le strade. Era una "pannuchis", tutta le notte, già al tempo di Tertulliano, si passava in letture sacre e preghiere. In quella notte santa i neofiti riceverano il Battesimo e la Cresima, assistevano per la prima volta con i fedeli alla celebrazione dell'Eucaristia; si benedicevano i sacri oli (Ippolito, Traditio Apostolica, 21, ed. B. Botte, Parigi 1946, p. 49). Questa notte solennissima, conservata fino ad oggi nella Chiesa orientale e spostata nella Chiesa occidentale, dal sec. ix, verso la mattina, è stata ripristinata dal 1951. S'inizia con la benedizione del fuoco, della nuova luce del cero pasquale, nel grido del Lumen Christi (v.) e nel canto dell'Exudet (v.), lucernacio della Notte Santa; segue la lezione delle profezie, 12 o 6 o 4 , come adesso nel nuovo Ordo, con i relativi cantici. Dopo il bianco nel Lumen Christi e nell'Exudet ritorna il violaceo del lutto pasquale; poi la benedizione del Fonte e l'amministrazione del Battesimo; nel rito nuovo ripristinato c'è la rinnovazione delle promesse battesimali; segue la Messa pasquale, in vesti bianche, con il transito dal lutto alla gioia nel triplice canto dell'Alleluia. Era dapprima l'unica Messa della grande solennità al chiudersi della "pannuchis». Ma quando la veglia si iniziò la sera del sabato, al tempo di s. Gregorio I, fu introdotta la Messa del giorno con il Vangelo di s. Marco, nella quale si canta la bella sequenza Victimae, attribuita a Wipo (m. ca. il ro5o). Altra particolarità della P. è l'ottava che si chiude con l'ora di Nona del sabato in Albis. Ogni giorno di questa ottava ha il suo formulario proprio con la stazione propria; nelle orazioni e lezioni si accenna sia alla Risurrezione sia al Battesimo; i neofiti assistevano nelle loro vesti bianche; dopo il vespro c'era una processione solenne. Erano 7 giorni festivi, ma dopo il sec. x rimasero tali solo i primi due giorni dopo la domenica; sotto Pio X furono soppressi anch'essi, restando festivi solo nell'officiatura liturgica.
Particolare poi della festa pasquale sono i 50 giorni che la seguono, detti Quinquagesima paschalis, fino alla Pentecoste, che cade appunto il giorno cinquantesimo dopo P.; essi formavano anticamente la festa della Risurrezione che si iniziava subito dopo la P. della veglia. In questo tempo tutto l'Ufficio è pervaso da un sentimento di letizia; l'Alleluia si aggiunge a tutti i responsori, versetti e antifone dell'Ufficio; si ripete nella Messa più e più volte. In segno di letizia non ci si inginocchiava durante le preghiere. Nei Sacramentari e in tutti i Capi-
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tolari del sec. viI-viII è segnalata la Pascha annotinum, festa celebrata il lunedl dopo la domenica in Albis, per ricordare ai battezzati della P. dell'anno precedente la loro iniziazione alla Fede.
Qui particolari della P. sono: la benedizione delle case con l'acqua benedetta nella veglia pasquale; si portava a casa anche il nuovo fuoco benedetto per cuocere i cibi pasquali. Vengono benedetti prima di essere mangiati i cibi vietati nella Quaresima : carne (agnello pasquale, già nel Sacramentario di Bobbio [viII sec.], a Roma nel sec. IX) e uova (a Roma non prima del sec. xi), ecc.
4. Questione pasquale. - Nei secc. II-III si discusse circa le due differenti date della celebrazione della P.; nell'Asia, seguendo l'esempio di s. Giovanni e di s. Paolo, la P. si celebrava nel giorno della morte di Cristo, al 14 nisdu, in qualunque giorno della settimana cadesse il seguaci di quest'uso furono poi chiamati «Quartodecimani» [v.]), nell'Occidente invece si celebrava P. sempre alla domenica seguente il plenilunio primaverile. Già s. Policarpo di Smirne, al tempo del papa Aniceto (ca. 150), tentò senz'effetto una conciliazione di queste due usanze: la contesa culminò verso il 190 al tempo del papa Vittore I e del vescovo Policrate d'Efeso. Per l'intervento di s. Ireneo di Lione fu evitato il pericolo di uno scisma. Gli Asiatici adoperarono a poco a poco l'uso romano. Un'altra differenza venne dal divasso computo per determinare il plenilunio, onde non avere la P. comune con gli Ebrei. I Romani usavano un ciclo di So (o di 16) anni, detto di Ippolito, con la P. fra il 25 marzo e il 21 apr.; gli Alessandrini invece un ciclo di 19 anni, attribuito ad Anatolio, con la P. fra il 22 marzo e il 25 apr. Al Concilio Niceno (325) fu decisa la domenica come giorno di P.; toccava al patriarca d'Alessandria di annunciarne ogni anno il giorno. Finalmente Dionigi il Piccolo, nel 525, escogitò un nuovo computo in base al ciclo alessandrino, con la P. fra il 22 marzo e 25 apr.; quel computo fu accettato a poco a poco dappertutto, meno che dai Bretoni e dagli Irlandesi, che ritennero il loro computo di So anni sino alla fine del sec. viII.
Per l'opuscolo Computus de Pascha, attribuito a s. Cipriano, v. voce relativa.
BibL.: K. A. H. Kellner, L'anna eccles., Roma 1914, pp. 37 49; L. Duchesne, Origines du culte chrétien, Parigi 1925, pp. 248222; O. Casel, Art und Sinn der ältesten christl. Osterfeier, in Salnbuch für Liturgiesinenteh., 14 (1934), pp. 1-78; C. Callensart, La Pâque chvétienne feimitive, in Sacris Evadiri, Steenbrugge 1940, pp. 452-56; M. Ruphetti, Man. di star. liturg., II, Milano 1946, pp. 166-200; A. Bugnuti, Decettum de solenni visilia paschali instauranda (cum comment.), in Ephron. Liturg., 65 (1951), Supplementum pp. 1-48; Ch. Mohrmann, Pascha, Passia. Transitus, ibid., 66 (1952), pp. 27-52.
Pietro Siffrin
PASQUALE I, PAPA, santo. - Fu eletto papa il giorno dopo la morte di Stefano V (25 genn. 817) e consacrato il 26. Era stato prima abate del monastero di S. Stefano Maggiore in Vaticano. Durante il suo pontificato ebbe luogo la conferma da parte di Ludovico il Pio del possesso di vasti domini rivendicati dalla Chiesa romana in Italia, cioè : Roma, la Tuscia romana, Perugia e dintorni, Campania, Tivoli, l'Exarcato di Ravenna, la Pentapoli, la Sabina, la Tuscia Lombarda.
Sui territori al di là del Liri e nell'Italia meridionale, compresa nel privilegio, la S. Sede veramente non aveva che diritti nominali. L'imperatore permetteva al papa di esercitare liberamente la sua sovranità, salvo che sopravvenissero atti di violenza o di ingiustizia. Inoltre si rendeva garante della piena libertà nelle elezioni pontificie, purché fossero celebrate canonicamente e con unanimità. L'eletto non sarebbe stato tenuto ad altro che a mandare emissari alla corte imperiale, i quali sollecitassero il rinnovo del patto stretto con Ludovico il Pio (L. Duchesne-P. Fabre, Le Liber consum, I, Parigi 1889, pp. 363-65).
Lotario I, che P. consacrò imperatore il 5 apr. 823, volle compiere un atto di autorità pronunziando una sentenza in favore di Ingoaldo, abate di Farfa, che negava qualsiasi dipendenza di fronte alla S. Sede. Lotario intervenne ancora in seguito all'uccisione del primicerio Teo-

(fot. Anderson)
Pasquale I, papa, santo - P. I col nimbo quadrano, in ginocchio ai piedi della Vergine in trono. Particolare del musaio delTabside di S. Maria in Domnica (817-24) - Roma.
doro e del "nomenclator" Leone (823), e il Papa dovette giurare, dinanzi ad un'assemblea di vescovi, di essere innocente della morte dei suoi nemici. P. morì l'11 febbr. 824 ed è venerato come santo (festa il 14 maggio).
BibL.: alcune lettere di P. in PL 102, 1083-94. Studi : Acta SS. Mait, III, Parigi 1860, pp. 390-91; VII, ivi 1867, pp. 760-61; Th. Sickel, Das Privilegium Ottos für die vöm. Kirche vom Jahre 962, Innsbruck 1883 (ammette interpolazioni nel "privilegio" di Ludovico il Pio): Lib. Pont., II, pp. 52-68; Annales regni Francorum, ed. F. Kurze in MGH, Scriptores, Berlino 1893; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, $3^{\circ}$ ed., Parigi 1911, pp. 189-94; A. Hauck, Kirchengesch. Deutschlandi, II, Lipsia 1912. pp. 492-96 (combatte l'autenticità di tutto il "privilegio " imperiale); L. Schuster, L'imperiale abbacia di Farfa, Roma 1921, pp. 5, 65 e 68.
Guglielmo Midlat
PASQUALE II, PAPA. - Originario di Pieda in Romagna, Raniero entrò fra i monaci cluniacensi, esercitò le funzioni di abate a S. Paolo fuori le Mura, fu eletto cardinale sotto il pontificato di Gregorio VII e fu legato in Castiglia sotto Urbano II. Eletto papa il 13 ag. 1099, fu consacrato il giorno seguente.
La morte dell'antipapa Clemente III (8 sett. 1100) non lo liberò da ogni inquietudine; ma i due pseudoponrefici, che gli furono opposti dai partigiani del defunto, ebbero un'esistenza effimera. Una piega tragica presero invece le vicende della famosa lotta delle investiture.
P. II, fissata la linea di condotta su quella dei suoi predecessori Gregorio VII e Urbano II, prese chiara e netta posizione contro quei sovrani che pretendevano dare l'investitura ai vescovi prima della loro consacrazione e proscriase questo uso sotto pene severe nei Concili del Laterano (1102) e di Guastalla (1106: cf. Mansi, XX, coll. 1147 e 1209). Enrico I, re d'Inghilterra, non volle rinunziare alle prerogative della Corona, consacrate dall'uso, ed esiliò Anselmo, arcivescovo di Canterbury, che rifiutava di riconoscerne la validità (1103). Da parte sua il Papa scomunicò (1105) quelli tra i suoi cortigiani che lo avevano indotto alla resistenza e i vescovi colpevoli di essersi lasciati investire prima della loro consacrazione. I due antagonisti cedettero finalmente ai consigli
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(106. Eno Catt.)
Pasquale II, papa - L'autore del Chronicon Vulturense offre la sua opera a P. II. Disegno - Biblioteca Vaticana, cod. Barb. lat. 2724, f. 13 (1118-19).
prudenti e pacificatori offerti da Ivo di Chartres e Ugo di Fleury e conclusero un compromesso, secondo cui il re d'Inghilterra avrebbe potuto esigere dai vescovi eletti un giuramento di vassallaggio conseguentemente ai feudi che ritenevano dalla Corona, ma avrebbe rinunciato alla investitura per mezzo del pastorale e dell'anello (1107; Mansi, XX, col. 1227). Si crede che in Francia abbia avuto luogo un'intesa consimile, ma tacita. A tale risultato si giunse però solo dopo varie peripezie. Il re Filippo I si oppose irriducibilmente all'elezione di Galon (1100) a vescovo di Beauvais e non gli concesse i beni della mensa vescovile. P. II, invece, appoggiò la causa dell'eletto, anzi, i suoi legati, il 18 nov. 1100, rinnovarono a Poitiers la scomunica già lanciata da Urbano II contro il Sovrano che viveva in adulterio con Bertrada di Montfort, moglie di Folco, conte d'Angiò. Nel 1104 tutto s'aggiustò: Filippo I, rotta solennemente la sua relazione con Bertrada, si riconcilió con la Chiesa e P. II trasferì Galon alla sede di Parigi, fattasi opportunamente vacante (B. Monod, Essai sur les rapports de Pascal II et de Philippe Ire, Parigi 1907; A. Fliche, Le règne de Philippe Ire, roi de France, ivi 1922, pp. 441-49).
Il Papa si mostrò conciliante col Re di Francia, al solo fine di accaparrarsene l'appoggio, almeno morale, in un momento, in cui la contesa delle investiture minacciava di inasprirsi gravemente nell'Impero. Enrico V, infatti, invece di mostrarsi riconoscente a P. II, che gli aveva facilitata l'ascesa al trono, si arrogò di eleggere alle sedi vescovili i suoi partigiani, perché assai gli importava di poter contare sulla fedeltà dei vescovi per assicurarsi il potere che gli veniva contestato in seguito alla detronizzazione di suo padre Enrico IV. La risposta a quell'attentato compiuto contro la libertà delle elezioni episcopali fu data dal $1^{\circ}$ canone del Concilio di Troyes (1107) che comminò la deposizione contro qualsiasi vescovo che avesse ricevuta l'investitura da un laico e contro il prelato che l'avesse consacrato (Mansi, XX, 1217-23).
Enrico V, allora, decise di imporre la sua volontà con la forza. La marcia di un'armata tedesca su Roma indusse il Papa a firmare a Sutri, il 4 febbr. 1111, un Concordato in cui si stipulava che nel giorno della incoronazione imperiale sarebbe stato ingiunto all'episcopato tedesco di restituire al Re o al Regno le regalie, cioè tutti i beni eapparteneniti al Regno, comprese le loro dipendenze s. Cosi le elezioni episcopali si sarebbero fatte per l'avvenire secondo le regole canoniche (Constitutiones et acta publica [v. bibl.], I, pp. 137-39).
Il 12 febbr., prima dell'incoronazione, P. II lesse a S. Pietro il tenore del privilegio accordato a Sutri; secondo il Papa, il possesso di un bene temporale, tenuto in feudo, avrebbe generato siononia, ambizione, il soggiorno a corte. Meglio valeva per l'episcopato contentarsi dei beni patrimoniali e delle offerte dei fedeli e re-
stituire le regalie al sovrano. Enrico V domandò di poter consultare i vescovi presenti e, dopo lunghe deliberazioni, il Re dichiarò l'atto pontificio inapplicabile. Al rifiuto del Papa di continuare la cerimonia dell'incoronazione, Enrico V diede ordine di arrestarlo. L'11 apr., dopo 60 giorni di detenzione, P. Il capitolo e riconobbe al suo carecrtere il diritto di conferire l'investitura per mezzo del pastorale e dell'anello, cosa tuttavia condannata dai concili (Constitutiones et acta publica [v. bibl.], I, pp. 144-51). In conseguenza ebbe luogo il 13 apr. l'incoronazione imperiale.
La concessione estorta a P. II commosse vivamente l'Occidente, specialmente l'Italia e Roma. Si giunse perfino a dichiararla eretica. Ivo di Chartres non ebbe difficoltà a provare che tale qualifica mancava di fondamento e peccava di esagerazione ( $E p$., 236, in MGH, Libelli de lite imperatorum et pontificum saec. XI e XII conscripti, II, Lipsia 1892, pp. 647-59). Il Papa si riprese; il Concilio, tenuto al Laterano nel marzo 1112, annullò il nefasto privilegio (chiamato pravelegium), estorto con la violenza (Mansi, XX, 49); tuttavia il Papa non scomunicò Enrico V, per non precludere la via ad una conciliazione. I suoi legati si mostrarono meno prudenti e pronunciarono la sentenza di scomunica (1115), che spinse Enrico V a scendere in Italia e ad usufrere l'eredità della contessa Matilde. Il 6 marzo 1116, P. II reiterò l'abrogazione del privilegio del 1111 (Mansi, XXI, 145).
Nel 1117 Enrico V rientrò a Roma: ma essendo il Papa fuggito a Benevento non ebbe altra risorsa che di ricevere l'unzione imperiale dalle mani dell'arcivescovo di Praga, Maurizio Burdino. Quando poté rientrare nel territorio romano, P. II si stabilí tra le forti mura di Castel S. Angelo, e vi morí il 21 genn. 1118, senza aver sciolta la contesa delle investiture in Germania.
BibL.: considerevole bibl. si trova in J. Calmette, Le monde féodal (collezione + Clio-). Parigi 1937, pp. 299-96; A. FlicheV. Martin, Hist. de l'Egl., VIII, ivi 1946, pp. 7-11, 338-75. Fonti: Jaffé-Wattenbach, pp. 702-72; Lib. Pont., II, pp. 206-320, 338-46, 369-76; MGH, Legum Sectio, IV: Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, I, Hannover 1893, pp. 134-52, 546-74; E. Bernheim, Quellen zur Geach. der Investiturzeit, Berlino 1938, Studi: E. Franz Papst Paulialis II., Bredavia 1877 (ancora molto utile); A. Hauck, Kirchengesch. Deutschlandz, III, Lipsia 1906, pp. 881-912; Hebilo-Lederco, V, pp. 463-562; W. Schwarz, Der Investitustireit in Frankreich, in Zeitschr. für Kirchengesch., 43 (1934), p. 128 sgg.; D. Mombrini, La colla montana di un papa, 6. Sofia di Romagna 1926; E. de Moreau, Les derniers temps de la querelle des investitures à Liège, in Bull. de la Commission R. d'hist. de la Belgiane, 120 (1936), pp. 201-48; E. Amann, Pascal II, in DThC, XI, 71, coll. 2027-74.
Guglielmo Mollat
PASQUALE III, ANTIPAPA. - Guido da Crema, quale cardinale-prete del titolo di S. Callisto, quando prese parte all'elezione del sett. 1159; e fu uno dei due elettori dell'antipapa Vittore IV (V), sulle cui spalle pose la cappa rossa papale. Morto l'antipapa (20 apr. 1164), l'imperatore Federico Barbarossa propendeva a negoziare con Alessandro III; ma il cancelliere Rinaldo di Dassel fece pressione su di un collegio composto di due cardinali, di due vescovi tedeschi e del prefetto di Roma, che votarono per Guido da Crema (22 apr.).
Consacrato a Lucca, il 26 apr. da Enrico, vescovo di Liegi, l'eletto vide presto formarsi contro di sé una lega italiana a Verona; mentre i Romani accolsero con gioia Alessandro III (23 nov. 1165). Il Barbarossa reagí e nella Dieta di Würzburg (maggio 1165) prestò giuramento di non riconoscere mai Alessandro III, ma solo P. III. Lo stesso fecero quattro principi e anche un certo numero di vescovi tedeschi, perché costretti. Inoltre il giuramento fu reso obbligatorio per tutti gli assenti, persino gli ambasciatori d'Inghilterra si unirono all'intruso.
P. III parve dover trionfare quando, nel luglio del 1167, il Barbarossa penetrò a Roma, mentre Alessandro III fuggiva travestito in abito da pellegrino. L'antipapa, il $1^{\circ}$ ag., consacró l'Imperatore e sua moglie Beatrice e i romani gli prestarono giuramento di fedeltà. Ma la peste,
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scoppiata improvvisa, decimò l'armata imperiale, obbligandola a ritirarsi. P. III si chiuse in una torre fortificata in Trastevere; mori il 20 sett. 1168, quando la Danimarca defezionava e il Re d'Inghilterra prese a mostrarsi neutrale tra lui e Alessandro III.
BibL.: J. M. Watterich, Pontificum Romanorum,.. vitae, Lipsia 1862; H. Reuter, Gesch. Alexanders III. und der Kirche seiner Zeit, 3 voll., Lipsia 1860-64 (molto importante); A. Houck, Kirchengesch. Deutsehlunds, IV, Lipsia 1906; MGH. Lezer, I e II, ivi 1925: Hefele-Leclercq, V. pp. 1003-1004, 1011-27. Guglielmo Mollat
PASQUALE BAYLON, santo. - Patrono delle Opere eucaristiche, n. il 17 maggio 1540 a Torre Hermosa (Aragona), m. a Villareal il 17 maggio 1592. Figlio di Martino B. e Isabella Jubera, passò l'infanzia e l'adolescenza esercitando la pastorizia, dandosi ad una intensa vita di pietà; fu favorito fin da allora di doni soprannaturali. Nel 1560 lasciò il paese natale per Valenza con l'intenzione di farsi religioso, ispirazione che attuò nel 1564, entrando nell'Ordine francescano. Mentre i superiori pensavano di indirizzarlo allo stato sacerdotale, preferi per umiltà rimanere semplice fratello laico, esercitando per tutta la vita gli umili uffici di convento, specialmente di portinaio.
Nel 1576, in occasione di un viaggio intrapreso per portare una commissione della provincia di Valenza al generale dell'Ordine a Parigi, ebbe a soffrire moltissimo da parte dei calvinisti (dai quali sperò di ottenere il martirio). Dotato già in vita del dono dei miracoli, si distinse soprattutto per una intensa pietà eucaristica (già da giovinetto aveva avuto visioni relative all'Eucaristia). Quasi anallabeta, fu illustrato da un alto dono di sapienza nelle cose spirituali, consultato da dotti uomini dell'epoca. Scrisse diversi opuscoli di pietà. Il suo sepolcro, durante la guerra civile di Spagna fu profanato e le reliquie furono bruciate sacrilegamente.
Fu beatificato da Paolo V, nel 1618, e nel 1680 Alessandro VIII lo canonizao solennemente. Leone XIII, rendendo omaggio al "Serafino dell'Eucaristia", come fu chiamato, lo elesse a patrono dei congressi e dei sodalizi eucaristici. Festa il 17 maggio.
BibL.: la prima biografia fu scritta dal p. Giovanni Ximenez, ch'era stato intimo del Santo: Chronica del beato fr. P. B., Valenza 1601; Acta SS. Maii, IV, Parigi 1566, pp. 48-131; Cristofano d'Arta, Vita virtù e miracoli di s. P. B., Venezia 1673 e 1691 (si serve dei processi di beatificazione); A. Groetcken, Paschalis B., $5^{\circ}$ ed., Einsiedeln 1920; F. Russo, S. P. B., Napoli 1935; Martyr. Romanum, p. 194. Alberto Ghinato
PASQUALE, PRECETTO. - E l'obbligazione gravante su tutti i fedeli giunti all'età della discrezione di accostarsi alla S. Comunione entro il cosiddetto tempo pasquale.
I. Natura del p. P.. - Imposto dal Concilio Lateranense IV nel 1251 (can. 21; Denz-U, 437; per la parte storica antecedente v. comunione eucaristica, III, viI) fu confermato dal Concilio Tridentino (sess. XIII, cap. 9, de ref.) e ripreso dal CIC (can. 859 \$ 1), che lo resero più esplicito, dichiarando obbligatoria la Comunione una volta l'anno, almeno a Pasqua. Come è espresso, il precetto è virtualmente duplice; esso impone principalmente la Comunione annuale e secondariamente la Comunione pasquale, nel senso che chi non ha voluto o potuto comunicarsi a Pasqua è tenuto alla Comunione durante l'anno, cioè almeno prima della Pasqua successiva.
II. Il tempo pasquale. - L'opportunità del tempo pasquale per la Comunione obbligatoria è data sia dal fatto che tale Sacramento è stato istituio da Gesù Cristo durante la Pasqua, sia dal carattere che esso ha di commemorazione della Passione del Signore. Il CIC nel fissare il tempo utile per la soddisfazione del precetto si uniforma alla costituzione di Eugenio IV Fide digna (can. 859 § 2). E data però facoltà agli Ordinari diocesani di anticipare e prorogare il termine, qualora vi fossero ragioni giuste, a vantaggio di alcuni, o anche di tutti i loro fedeli, e precisamente di estenderlo dalla IV domenica di Quaresima alla
festa della S.ma Trinità. E ammessa pure la consuetudine legittima che allarghi anche di più tale tempo, purché non si oltrepassino i limiti dell'anno civile o pasquale. I parroci e i confessori, in caso di necessità o utilità dei singoli, possono concedere soltanto che venga differito, non mai anticipato, il termine utile per l'adempimento del precetto.
III. Obbligo. - Il precetto ecclesiastico della Comunione annuale è una determinazione del precetto divino, di nutrirsi dell'Eucaristia; obbliga perciò sotto pena di peccato grave tutti i fedeli di ambo i sessi e di ogni età, compresi i bambini che non hanno compiuto i sette anni, purché giunti all'uso di ragione (can. $859 \S$ I). Secondo il Tridentino (sess. XXI, cap. 4) e il decreto Quam singulari (S. Congr. dei Sacramenti, 8 ag. 1910) sono capaci di ragionare coloro che sanno sufficientemente discernere il bene dal male e possono commettere peccato mortale. Raggiunta tale capacità, ha inizio l'obbligo di soddisfare al precetto con facoltà di differirne l'adempimento a tempo opportuno, ordinariamente però non oltre l'anno da quando si è acquistato l'uso della ragione.
Quando fosse pubblicamente noto che "per lungo tempo" uno non ha adempito al p. p. è da ritenersi peccatore pubblico e in quanto tale perde, fra l'altro, il diritto della sepoltura ecclesiastica, qualora non abbia dato qualche segno di pentimento prima della sua morte (can. 1240).
A norma del can. 860 il precetto pasquale grava, per rispetto ai fanciulli, anche sui genitori, tutori e maestri, sul confessore e sul parroco.
IV. Luogo. - Non è obbligatorio ricevere la Comunione pasquale nella propria parrocchia, ma a comune edificazione è bene che i fedeli conservino tale lodevole consuetudine o almeno avvertano il parroco, se si fossero comunicati altrove. Con che rimane salvo il fine dell'antica prescrizione, che era di notare nel libro de statu animarum i parrocchiani che avevano adempiuto al precetto.
E richiesto naturalmente per il precetto pasquale lo stato di Grazia, così che non si soddisfa alla legge in caso di Comunione sacrilega (can. 861).
BibL.: S. Goyenèche, Communio paschalis in Ecclesiis veligiosarum, in Comm. pro religiosis, 2 (1921), pp. 50-51; E. F. Regatillo, Tiempo del complimiento paschal, in Sal Terrae, 14 (1923), pp. 201-207; F. M. Cappello, Etá ed obbligo della Comunione pasquale, in Palestra del clero, 4 (1923), pp. 263-64; E. Jombart. De praevisa obnissione Communionis paschalis, in Period. de re mor. can. lit., 16 (1927), pp. 172-73; M. da Coronata, La Pasqua in parrocchia, in Perfice munus, 8 (1933), pp. 289-93. Luigi Fini
PASQUALI, Luigi. - Procuratore generale dell'Ordine della Madre di Dio, n. a Cori (Lazio) nel 1846, m. a Roma il 15 ag. 1905. Per vent'anni predicò in Italia e in Dalmazia, prodigandosi soprattutto negli esercizi della Pia Casa di Ponterotto. Nel 1890 concentrò la sua attività intorno al santuario di S. Maria in Campitelli, dove fondò la Congregazione del S. Cuore di Gesù, nella quale con metodi nuovi formò un notevole gruppo di giovani.
Come polemista scrisse due opere contro il protestantesimo; appassionato cultore delle glorie di Campitelli, ne scrisse le Memorie (Roma 1899; $2^{a}$ ed. a cura di C. Carletti, ivi 1923). Ne preparava anche una vasta storia, di cui uscirono l'introduzione (ivi 1902) e l'Origine del santuario (ivi 1904) : le 16 cartelle rimaste furono utilizzate, in parte, da P. Fedele e da A. Canezza.
BibL.: F. Ferraironi, Ricordo di p. P., in Strenna dei romanisti, Roma 1947, pp. 242-45. Antonio Piolanti
PASQUALIGO, ZACCARIA. - Religioso teatino, canonista ed uno degli autori classici in teologia morale. N. a Verona nel 1600 , insegnò filosofia a Padova, quindi teologia scolastica per 15 anni a Roma, dove m. il 17 febbr. 1664.
L'opera sua principale s'intitola De Sacrificio Novae Legis quaestiones theologico-luridico-morales (a voll., Lione 1662, con successive edizioni), dove l'autore esaurisce l'argomento in 1347 questioni. Scrisse anche: Decisiones morales iuxta principia theologica et sacras atque
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civiles leges (Verona 1641). L'opera abbraccia 510 decisioni e vi si trovano recensite e vagliate opinioni dei teologi e dei canonisti precedenti; ma per le sue tendenze lassiste, con decreto del 18 maggio 1683 fu messa all'indice «donec corrigatur». Lo stesso accadde all'altro lavoro: De statu supernaturali humanae naturae sacra moralis doctrina (Venezia 1650), con decreto del 12 maggio 1655 : corretta, l'opera venne riabilitata con decreto del S. Uffizio 19 marzo 1656. D'indole casistica sono altre due opere: Variarum quaestionum moralium canonicarum centuriae (4 voll., ivi 1647-52); Singulares selectae quaestiones moralee-luridicae (ivi 1662 : comprende 520 qq.).
BibL.: A. F. Vezzosi, Scrittori de' Chierici Regolari detti Teatini, II, Roma 1780, p. 136 sgg.: Hurter, IV, coll. 298-300; S. Romani, Theologia moralis, I, Prolegomena, Roma 1940, p. 34. Pietro Palazzini
## PASQUE PIEMONTESI: v. VALDESI.
PASQUIER, Etienne. - Giureconsulto e storico, n. a Parigi il 7 apr. 1529 , m. ivi il 31 ag. 1615.
Patrocinò varie cause d'importanza politica, fra cui quella dell'Università di Parigi contro i Gesuiti (1565), dei quali ultimi rimase avversario anche quando ( 1585 ) ricoprì l'ufficio di avvocato generale della Corte dei conti, combattendoli in una vivace polemica iniziata col Catechisme des Jésuites (1602), condannato il 16 nov. dal S. Uffizio. La fama del $P$. non rimane però legata tanto alla sua opera di avversario degli abusi signorili, condotta anche come membro dei Grands jours o Assise straordinarie di Poitiers ( 1580 ) e Troyes ( 1583 ), quanto al materiale di erudizione storica riunito e criticamente vagliato nelle Recherches de la France. Ne pubblicò il primo libeotrei 1560 , dopo una grave malattia che l'aveva costretto a interrompere l'attività professionale; se