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s o Assise straordinarie di Poitiers ( 1580 ) e Troyes ( 1583 ), quanto al materiale di erudizione storica riunito e criticamente vagliato nelle Recherches de la France. Ne pubblicò il primo libeotrei 1560 , dopo una grave malattia che l'aveva costretto a interrompere l'attività professionale; seguirono edizioni in sei libri fra il 1569 ed il 1611 , ed altre, postume, in nove, dal 1621 in poi. Figura di primo piano nella Francia del suo tempo, il P. fu gallicano, antimachiavellista, deciso difensore delle "regalità ". Fu favorevole alla permissione della Chiesa ugonotta in Francia.

Biss.: la migliore ed. delle Recherches è quella, in due voll., di Amsterdam 1723; Ch. Giraud pubblicò l'inedita Interprétation des Institutes de Justinien, Parigi 1847, e L. Feugère una scelta dell'opera maggiore con la Notice et bibliographie des oeuvres choisies d'E. P., ivi 1849. Cf. A. Chamberland, E. P. et l'intolérance religieuse du XVIe siecle, in Rev. d'hist. mod. et contemp., I (1899), pp. 38-49; P. de Nothet. Un ami de Ronaard: E. P. et les f́́tuites, in Rev. d'hist. littér. de la France, 33 (1926), pp. 87-97; M. J. Moore, E. P. historien de la poésie et de la langue frangaine, Poitier 1934; R. Bütter, Nationales und universales Denken im Werke E. P. s. Basilea 1948 (con la bibl. più recente).

Enzo Bottasso
PASSAGINI (Pasagini). - Eretici, detti anche Pas(s)agi, noti specialmente in Lombardia nella seconda metà del sec. XII, condannati nella cost. Ad abolendam di Lucio III e da Federico I Barbarossa (Verona 1184); menzionati negli editti imperiali degli anni $1238-39$ e in susseguenti documenti pontifici.

Sono combattuti come setta assai nota in una sezione aggiunta alla Manifestatio haeresis catharorum di Buonaccorso (v.) e soprattutto in una Summa contra catharos et passagi(n)os d'incerto autore, molto trascritta nel sec. xirI; se ne ha menzione in una Compilatio auctoritatum o Summa breviata (ed. C. Douais).

Loro caratteristica è il ritorno alla religiosità del Vecchio Testamento. Interpretano il monoteismo in senso antitrinitario: Gesù Cristo, figlio adottivo, è la prima creatura di Dio, unico principio e unica persona divina; anche lo Spirito Santo non ha natura divina. Riprendono come mezzo esclusivo di salvezza le prescrizioni mosaiche, particolarmente quelle riguardanti la circoncisione, che oppongono al Battesimo, l'osservanza del sabato in luogo della domenica, la proibizione di cibarsi del sangue e della carne degli animali soffocati e di ciò che è stato offerto agli idoli (cf. Act. 15, 20-29); escludono, però, nominatamente, la ripresa dei sacrifici antichi; eliminano l'Eucaristia con tutto ciò che ritengono di pura istituzione ecclesiastica, come il Battesimo dei bambini,
la Cresima, ecc. Dio si è manifestato soltanto attraverso il Vecchio e il Nuovo Testamento. Eraperciò naturale presso di loro una particolare venerazione per gli antichi Patriarchi e giusti: essi sono saliti direttamente in cielo, senza sodo nel limbo fino alla discesa liberatrice di Gesù Cristo. Per gli altri trapassati, i p. ritengono che essi, buoni o cattivi, sono in attesa del Giudizio finale che li destinarà al paradiso o all'infortro; non esiste quindi purgatorio e inutili sono le preghiere per i defunti; considerano idolatria il culto delle immagini e la venerazione della Croce. In altri punti collimano con altri cretici: l'avversione alla Chiesa e suoi rappresentanti; i chierici non possono possedere né portare vesti preziose; prelati e predicatori devono cibarsi di eibi comuni ed i fedeli hanno libertà critica sulla loro condotta. Persino contestano i poteri dell'autorità secolare, negando ad essa, ad es., lo ius gladii; condannano il giuramento.

Le fonti lasciano oscuri vari punti nel complesso dottrinale e organizzativo dei p. E assai probabile la loro distinzione dai circoncisi (v.): non sono veri e propri giudei, poiché ammettono il Nuovo Testamento e l'opera di Gesù Cristo, benché non specificata, e pare lascino un compito di predicazione e di direzione alla gerarchia cattolica. Alcuni vorrebbero far derivare la loro denominazione dall'uso della predicazione o propaganda ambulante, condivisa però da tutte le sètte erotuali. Non è necessario ricercare il mosaismo di questi cristiani nei contatti con il mondo palestinese, indotti dal pellegrinaggio (passagium, da cui il nome di p.) o dalla crociata in Terra Santa, poiché fu sempre vivo nel medioevo europeo il proselitismo giudaico.

Biss.: E. Amann, Passagient, in DThC. XI, II, coll. 22062207 con la bibl. antica: nuova documentazione in G. Lacombe, La vie et les oeuvres de Précantin, Le Saulchoir-Kuin 1927, pp. 140-52; C. Douais, La Somme des autorités d l'vase des prédicateurs méridionaux au XIIIe siecle, Parigi 1896, pp. 56-66; Ilarino de Milano, La "Manifestatio heresis catharorum quam fecit Bonacorum», in Amann, 12 (1938), pp. 330-33; id., L'ereita di U. Speroni nella confutazione del maestro Vacario, Città del Vaticano 1942, pp. 27-32, 436-44. Ilarino de Milano

PASSAGLIA, CARLO. - Teologo e scrittore po-litico-ecclesiastico, n. a Pieve S. Carlo (Lucca) il 9 maggio 1812, m. a Torino il 12 marzo 1887.

Entrato fra i Gesuiti il 18 nov. 1827, fu in seguito prefetto degli studi al Collegio Germanico e professore di diritto canonico al Collegio Romano, dove dal 1844 al 1848 tenne la cattedra di teologia dogmatica, distinguendosi per l'ampia erudizione, la ricca conoscenza paritistica, l'eloquenza classica e viva. I moti del 1848 lo costrinsero ad esulare in Inghilterra, Francia e Belgio, donde, tornato a Roma, riprese nel 1850 le sue lezioni. Fu attivissimo nella preparazione della definizione dell'Immacolata Concezione, per cui, coadiuvato dal p. C. Schröder, scrisse l'opera classica: De immaculato Deiparae Virginis concepta ( 3 voll., Roma 1854). Difficoltà con l'Ordine a cagione delle sue idee politiche e molte disillusioni gli fecero domandare a Pio IX e ottenere ( 20 genn. 1854) la secolarizzazione. Il Papa allora gli diede una cattedra di filosofia alla Sapienza. Frattanto venne guadagnato alla causa del Piemonte; scrisse infatti: Il Pontefice e il Principe (s. 1. 1860), in cui sosteneva la necessità rela-

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tiva del potere temporale, al quale, percio, il papa poteva rinunciare per interessi superiori. Messo a contatto con Cavour dal dottor D. Pantaleoni, suo corrispondente romano, difese l'unità italiana ed accettò di trattare con i cardd. Antonelli e Santucci, negozistori della S. Sede, la rinuncia da parte del Papa alle Legazioni. Fallito il tentativo, pubblicò, anonimo, Pro causa italica ad episcopos catholicos auctore presbytero catholico (Roma 1861) per persuadere vescovi e clero a non mostrarsi nemici della patria ricostituita. L'opera, subito tradotta in italiano (Firenze 1861) e posta all'Indice (decr. 9 ott. 1861), lo costrinse a fuggire, travestito, da Roma a Torino, dove ebbe una cattedra di filosofia all'Università e dove continuò febbrilmente la sua attività conciliativa, con varie pubblicazioni, tra cui la Petizione di novemila sacerdoti italiani a S. Santita Pia IX e ai vescovi cattolici con esso uniti (Torino 1862), con la quale si chiedeva al Papa di concedere Roma come capitale d'Italia. Allo stesso scopo fondò a Torino, nel 1862, Il Mediatore, bisettimanale politico, religioso, scientifico, letterario, che diresse fino al 1866 (all'Indice, decr. 26 genn. 1863), affiancandogli nel 1863-64 il quotidiano La pace e nel 1867 il settimanale Il Gerdd. Sospeso a dicinis, depose l'abito ecclesiastico, ma conservò intatta la fede e la morale; scrisse anzi contro il Renan: La vita di Gesù scritta da E. Renan discussa e confutata (Torino 1863); contro il divorzio: Sul divorzio (ivi 1881); e a commento della encicl. Aeterni Patris: Della dottrina di s. Tommaso secondo l'exciclica di Leone XIII (ivi 1880), dove elogia quel documento e nello stesso tempo difende il Rosmini. Fu anche deputato del collegio di Montecchio al Parlamento italiano (1863-64), ma finì con rinunciare al mandato e vedersi ormai circondato di oblio. Poco prima di morire si penti dei suoi errori e della sua attività contro l'autorità del Pontefice e ne fece pubblica ritrattazione nelle mani del cani. arcivescovo Alimonda, morendo cosi riconciliato con la Chiesa.

Alle opere accennate, si devono aggiungere: la riedizione dell'Eschiridion de fide, spe et caritate s. Augustini, già curato dal p. J. B. Faure (Napoli 1847); De praerogativa b. Petri (Roma 1850); Commentariorum theologicorum partes tres ( 5 voll., sui 5 progettati, ivi 1850-51); Conferenze dette nella Chiesa di Gesù in Roma nella Quaresima del 1851 (pubbl. prima in Civ. Catt., $1^{0}$ serie, voll. v-viI, poi a parte, Roma 1851); De Ecclesia Christi (2 voll., Ratisbona 1853-56); De noternitate poenorum (ivi 1854); cooperò inoltre con il p. C. Schrader alla nuova ed. di D. Petau, Opus de theologicis dogmatibus (Roma 1857), ma l'opera si arenò dopo il vol. I.

Stm.: Sommermatel, VI, coll. 332-36; L. Bizinelli, Biografia del sac. C. P., con documenti, Torino 1854; A. Pellicani, Doc C. P. e i suoi giurnali, Bologna 1863; P. Galletti, Mem. stor. intorno al p. Ugo Molse, Roma 1912, pp. 131-54; Horten, V, coll. 1499-1500; C. Boyer, s. v. in DThC, XI, coll. 2207-10; A. Della Torre, Il cristianesimo in Italia dai filosofisti ai modernisti, Palermo 1913, pp. 177-83; S. Jacini, Il tramonto del potere temporale nelle relazioni degli ambasciatori austriaci a Roma, 1880-90, Bari 1931, pp. 42-98; M. Valente, Bibliogr. di C. P., in Russ. stor. del Risorgimento, 30 (1943), pp. 253-55; P. Pirri, Pio IX e Vittorio En. II e il loro carteggio privato, II, 1, Roma 1951, pp. 538-66; II, Documenti, pp. 168-83. Per la sua corrispondenza politica: N. Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea in Italia, VIII, Napoli-Roma 1872, pp. 696 sgg.; A. Gotti-M. Tabarrini, Lettere e documenti del barone B. Ricanoli, V, Firenze 1895, passim: La questione romana negli anni 1880-81. Carteggio del conte di Cormor con D. Pantaleoni, C. P., O. Vimercati, 2 voll., Bologna 1929, passim.

Celestino Testore
PASSAVANTI, JACOPO. - Domenicano, oratore, scrittore, n. a Firenze nel 1302 ca. da Banco e Francesco Tornaquinci, ivi m. il 15 giugno 1337. Entrò nel convento di S. Maria Novella nel 1317 ca.; studiò a Parigi dal 1330 al ' 33 ; fu lettore di filosofia a Pisa, maestro di teologia a Siena e a Roma; predicatore a Firenze nel ' 40 ; priore a Pistoia e S. Miniato nel 1341-45; alla fine del ' 45 priore a Firenze, dove venne nominato vicario generale della diocesi dal ' 50 al ' 52 .

Fu religioso esemplare, audace e sicuro nel dire la
verità, consigliere esperto e dotto nei casi difficili. Curò la biblioteca del convento e con gusto d'arte sovrintese all'Opera di S. Maria Novella, ne suggerì e diresse gli affreschi e per incarico di Niccolò Acciaiuoli si occupò anche della costruzione della Certosa. Oratore fecondo e fervido, tanto piacque con le sue prediche, specie quelle sulla Confessione, della Quarant* ma 1354, che molti lo pregarono di + ridurle, a certo ordine per iscrittura volgare. Compose percio,
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(d. J. P., Specchio di vera penitenza, Firenze III. contro praetogazze, Passavanti, Jacopo - Ritarro.
nel due anni precedenti la morte, in Specchio di vera penitenza (Firenze 1495; ed. a cura di F. L. Polidori, ivi 1864; a cura di M. Lenardon, ivi 1923) "per coloro che non sono letterati ", proponendosi, e forse cominciando, un parallelo trattato "in latino per li chierici "sul modo di udire le confessioni, che però non ebbe tempo di stendere.

Lo Specchio è diviso in 5 distinzioni : la I dimostra che cosa è Penitenza; la II gl'innentivi e la III gl'impedimenti alla Penitenza; la IV le parti della Penitenza (contrizione e attrizione); la V tratta della Confessione in 7 capp. riguardanti le disposizioni del penitenze e i requisiti e i doveri del confessore. Alla V distinzione seguono trattatelli sulla superbia e l'umiltà, sulla vanagloria e vana scienza, sulla scienza diabolica (magia) e sui sogni. Sono pagine nutrite di solida dottrina, intessute di citazioni patristiche e scolastiche e punteggiate da "esempi" di fonti ben note (Elinando, Cesario, Beda, Jacopo da Vitry) che il P. sceglie tra i più foschi per impressionare il peccatore, e che la sua arte rende fosforescenti. Alcuni sono brevissimi, altri hanno nucleo e nerbo di forte novella (Beatrice, Thaia, la caccia infernale, il vecchio fornito tentato dal diavolo-femmina). Il P. sa toccare con icastica concisione peccati nefandi, lasciandone intravvedere le gravità, senza suggestione malsana.

La muss del P. non è solo il terrore (De Sanctis) ma anche la speranza. I suoi racconti, prevalentemente in rosso e nero, hanno pure qualche margine dorato, specie dove interviene la Madonna. Il valore estetico dello Specchio è negli "esempi", però essi non possono essere staccati dal contesto dogmatico e precettistico di cui fanno parte, e che si distingue per nitore di osservazione, precisione di analisi psicologica, sobrietà di ragionamento, mestizia e qualche volta arguzia di morale austera, non rigida. Nei trattati gli esempi diradano, ma la rassegna delle superstizioni, magie, false interpretazioni di sogni offrono un interesse folkloristico di primo ordine. Lo Specchio è importante per i giudizi del P. sulla missione del dotto, sugli studi umanistici e sui dialetti italiani. Furono attribuite al P. traduzioni di un'omelia di Origene e di due concioni di Tito Livio, ma senza fondamento.

Bim.: per la biografia del P.: Quétif-Echard, I. p. 645; G. Gentili, Serie dei ritratti d'uomini illustri toscani, Firenze 1769, pp. 11-12; V. Fincschi, Memorie toscane per servire alle vite degli uomini illustri di S. Maria Novella, I, ivi 1790, p. 347; C. Di Pierro, Contributo alla biografia di fra 7. P. fiorentino, in Gior. stor. lett. ital., 47 (1908), pp. 1-24; G. Zaccagnini, 7. P. a Bologna, in Archiginnasism, 21 (1906), pp. 92-93. Studi: A. Monteverdi, Gli esempi dello Specchio di vera penitenza, in Giorn. stor. lett. ital., 65 (1913), pp. 168-344; 68 (1914), pp. 240-90; B. Croce, Letteratura del Trecento. Letteratura di devozione, in La critica, 29 (1951), p. 323; N. Sapegno, Il Trecento. Milano 1938, pp. 303-10; F. Flora, Storia della lett. ital., I, ivi 1940, pp. 357-60; G. Getto, Umanità e stile di 7. P., ivi 1943.

Maria Sticco

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Ida F. Madre, Passov. Angosta IIII, (av. II) Passavia (Passau), diocesi di - Facciata del Duomo. Architetto Carlo Lurago (1672). Le torri campanaric furono terminate nel 1896-97.

PASSAVIA (PASSAU), diOCESI di. - Diocesi nella Baviera, esistente, nell'estensione attuale, soltanto dal 1817 e 1821 , ma anticamente una delle diocesi della Germania più estese e centro missionario di primo ordine.

La diocesi ha una superficie di $5442 \mathrm{kmq}$., e 497.535 cattolici e 52.512 non cattolici, comprende 267 parrocchie in 24 decanati, con seminario, e una quantità di istituti religiosi di ogni categoria; gli Ordini religiosi e le congregazioni femminili fioriscono. Celeberrimo il santuario di Altötting, noto anche quello di Halbmeile, della Madre dolorosa.
I. Epoca antica. - Antichissimi nuclei abitati s'incontrano nel paese, soprattutto lungo lo sperone formato dalla confluenza fra il Danubio e l'Inn, dove i celti Boli costruirono Boiodurum. Nel 15 a. C. i Romani portarono le frontiere di Roma fino al Danubio e l'Inn diventò linea di confine fra le provincie della Rezia e del Norico. Verso il 153 costruirono, sulla destra dell'Inn, di fronte a Boiodurum, il castello che prese il nome di "Batava castra ", dalla coorte di Batavi che vi stazionò. Ai tempi di s. Severino (m. nel 488), la guarnigione era passata al centro principale, ormai Batavis, mentre l'ex-castro ritenne il nome primitivo Boitru. Vierono una chiesa e due monasteri, ma il centro ecclesiastico fu Laureacum (oggi Lorch), di cui si conosce anche il nome del vescovo contemporaneo a s. Severino, cioè Costanzio; la diocesi si estese fino alla frontiera pannonica. Nel 488 Batavis fu distrutta dai Turingi, anche Laureacum sparì, la Cattedrale antica continuò a servire come matrice per il nuovo centro, sulle vicine colline, che poi ebbe il nome di Enns.
II. Epoca carolingia, primo periodo missionario. Durante i secc. vi-vii cominciarono a delinearsi le formazioni dei nuovi Stati germanici, fra cui la Baviera, retta da propri duchi, i quali dalla metà del sec. viri stettero sotto l'egemonia franca. La Batavis era diventata Bazzava e poi la Passau attuale; il cristianesimo fu diffuso fra le popolazioni bavaresi da vescovi missionari,
senza sede fissa, che fondarono diversi monasteri come centri di irradiazione. Soltanto s. Bonifacio nel 739 poté costituire una gerarchia stabile, con Salisburgo per metropoli, e quattro sedi diocesane fra cui $P$., con territorio piuttosto modesto nella Baviera attuale, mentre all'oriente, verso l'attuale Ungheria, i confini dipendevano dalle vicende politiche della potenza germanica. Dopo i vescovi missionari Ercanfrido e Otcero (di epoca incerta), un certo Vivilone, ordinato dallo stesso Gregorio III, divenne il primo vescovo stabile della nuova diocesi. Egli era monaco e presso la cattedrale di S. Stefano eresse un monastero di cui il vescovo fu l'abate dei monaci. Solo dopo il goo sorsero i Capitoli di canonici secolari e si ebbe la separazione fra vescovado e Capitolo. Nel 768 il ducs Tassilone III fece venire da Trento il corpo del vescovo missionario s. Valentino che diventò il patrono di P., città e diocesi. Carlomagno nel 791 diede inizio, dal campo presso Lorch, alla guerra contro gli Avari e, dopo la loro completa disfatta ( 796 ), istituì la marca orientale, aprendo a P. il campo ad una penetrazione missionaria e civilizzatrice, diretta a oriente lungo il Danubio. Ludovico il Pio delimitò poi le zone di azione fra Salisburgo e P. Questa si estese, come pare, fino sui territori slovacchi, per cui il vescovo di P., Ermanrico (866-74), si trovò in contrasto con i missionari bizantini guidati dai ss. Cirillo e Metodio. Nel 900 poi, quando Giovanni IX eresse una gerarchia indipendente in Moravia, tutto l'episcopato bovarese, con a capo Salisburgo, protestò a Roma; ma ben presto ogni attività politica, culturale ed ecclesiastica crollò sotto le tremende invasioni magiare che minacciarono seriamente per mezzo secolo la Germania e l'Italia. Monasteri, chiese e centri abitati nell'Ungheria fin nel cuore della Baviera sperirono di nuovo, e non tutti risorsero.
III. Epoca medievale, secondo periodo missionario. - Impedite con il 955 le invasioni magiare, la marca orientale fu restaurata, almeno in parte, e poi successivamente allargata verso la Pannonia, formando sotto il governo dei Babenberg ( $976-1246$ ) quel territorio che poi doveva diventare l'Austria. In questo stesso tempo P. ebbe il vescovo più celebre della sua storia, Pilgrim (Piligrin, 971-91), uomo dotto, energico e strenuo difensore dei diritti (veri e supposti) della sua sede. Leggenda allora diffusa era che P. continuasse l'antico vescovado di Lorch, diventato senz'altro arcivescovado e metropoli della Pannonia, da Vivilone trasferito a P. a causa delle migrazioni barbariche; si era formato anche un fittizio elenco di vescovi, con a capo s. Massimiliano di Ccleis (sec. iv); ed ora, con il convertirsi del popolo magiaro, Pilgrim rivendicava per la sua sede le presunte prerogative metropolitane di Lorch sopra tutta la Pannonia, cioè Ungheria. Con documenti falsi si fece riconoscere dalla corte imperiale i diritti sopra i monasteri risorti (Kremenünster, St. Florian, St. Pölten, ecc.). Negli anni 973 o 974 chiese a Benedetto VI la conferma dei suoi pretesi diritti metropolitani, ma l'arcivescovo Federico di Salisburgo riuscì a sventare l'azione di Pilgrim con la conferma di un unico metropolita della Baviera e dei territori orientali fino alla Pannonia. Ma Pilgrim creò una serie di dizplomi imperiali e papali, per provare la continuazione a P. della metropoli (inesistente) di Lorch (sono le celebri «Passauer» o «Lorcher Fälschungen»), ma senza riuscire nell'intento. Pilgrim intanto portò a celebrità la scuola della Cattedrale, celebrò vari sinodi nei luoghi più notevoli della marca orientale e spiegò un'attività murabile di colonizzazione e di fondazioni ecclesiastiche (chiese, monasteri, celle, centri agricoli, ecc.). Nel 985 celebrò un sinodo proprio a Lorch e fece trasportare le reliquie di s. Massimiliano, creduto arcivescovo di Lorch, a P., ove è venerato come secondo patrono della diocesi. Da Ottone III il vescovo di P. ebbe diritti sovrani sopra alcuni territori della diocesi, per cui in seguito il vescovo diventò principe dell'Impero. I secc. xi-xiii sono per P. notevoli come i più fecondi di fondazioni monastiche ed ecclesiastiche (le parrocchie matrici) e di penetrazione culturale, sempre in collaborazione con la nobiltà e soprattutto con i marchesi, dal 1156 duchi d'Austria. Ottone di Lonsdorf (1254-65) introdusse e favorì gli

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studi superiori e riorganizad l'amministrazione; fu molto caritatevole e lascio la raccolta dei documenti della diocesi nel Codex Lomdorfianus (ed. nei Monum. Boica, XVIII, 2, 40 sgg.). Nel contempo il canonico della Cattedrale, Alberto da Behaim (1260), storico e uomo di azione po-litico-religiosa di vasto raggio, rimonipolò la favolosa storia di Lorch, facendone quasi pernio di altre nuove aspirazioni dei vescovi di P. Si deve tener conto del fatto che il maggior territorio di P. apparteneva all'Austria, paese allora di grande importanza.

Sotto il vescovo Pietro (1265-80) l'Austria passò alla casa d'Asburgo, e più tardi Vienna divenne capitale dell'Impero; percio i reggenti austriaci ben presto mirarono a rendere indipendenti anche ecclesiasticamente la capitale e i loro paesi. Nel 1365 Rodolfo "lo Stifter" eresse a Vienna la prima universita della Germania e ottenne l'elevazione della chiesa matrice di Vienna, S. Stefano, a collegiata. P. esercitò la sua giurisdizione nei territori austriaci mediante un "officialis" (specie di vicario generale), finché nel 1469 l'imperatore Federico III riusci ad ottenere da papa Paolo II l'erezione di due modesti vescovati a Vienna e a Wiener-Neustadt, con grande disappunto di P. In questo periodo P. aveva spesso vescovi zelanti e operosi : sinodi furono celebrati con una certa regolarita; nel 1313 Viguleo Fröschl pubblicò un Rituale diocesano.
IV. Età della «Riforma e della "Controbriforma" fino alla fine dell'antica diocesi. - La storia della - riforma e della "controriforma" nella diocesi di P. segue quella generale della Baviera e soprattutto dell'Austria (v.). I vescovi si mantennero tutti nel solco della tradizione cattolica: Volfango di Salm (1340-53) chiamò i Gesuiti (il p. Bobadilla), eresse un ginnasio a P. e introdusse il catechismo di s. Pietro Canisio; Urbano di Treunbach (1361-98) favori moltissimo i Francescani e soprattutto i Cappuccini, come più popolari. Il governo di Vienna fece di tutto perché la sede di P. fosse occupata da ecclesiastici di origine austriaca; e ciò duro dal 1598 alla fine dell'antica diocesi; anzi per quasi un secolo furono addirittura arciduchi ( $1598-1664$ ) i quali però esercitarono un governo veramente salutare ed efficace, in collaborazione con gli organi governativi. L'areiduca Leopoldo fondò nel 1613 un collegio diretto dai Gesuiti; l'areiduca Leopoldo Guglielmo nel 1638 il Seminario tridentino. Celebre fu il vescovo Giuseppe Domenico di Lamberg (1723-61) che visito la diocesi 199 volte, istituil la Confraternita della dottrina cristiana, sul tipo di quella di Roma e fu cardinale nel 1738. Sotto di lui, dopo lunghe contese e contrasti, fu eretta la sede metropolitana di Vienna, con un cospicuo ingrandimento di territorio (1728) per cui la diocesi di P. perdette un buon terzo del suo. In compenso il Lamberg ottenne alfine l'esenzione dalla metropolitana di Salisburgo e il pallio, pero senza il titolo di arcivescovo. Leopoldo di Firmian (1763-83), infetto da illuminismo, come molti altri prelati, del resto, era intento al profitto spirituale. Appena morto, l'imperatore Giuseppe II nel 1784 decretò la fine della giurisdizione di P. sui territori austriaci, ed eresse, con approvazione pontificia, i nuovi vescovadi di St. Pölten e di Linz, quali suffraganei di Vienna. Il territorio di P. rimase molto modesto e tutto nella Baviera; la secolarizzazione generale del 1803 pose fine anche alla sovranità ecclesiastica del vescovo di P. e l'ultimo principe vescovo, Leopoldo Leonardo Raimondo di Thun, si ritiro nei suoi beni personali in Boemia, dove morì nel 1823 mentre la diocesi fu retta dal Capitolo e da un vicario.
V. La diocesi moderna. - Gli sconvolgimenti napoleonici obbligarono la Baviera ad un totale riordinamento delle circoscrizioni ecclesiastiche, che fu fatto nel Concordato del 1817. L'8 sett. 1821 fu pubblicata la bolla di circoscrizione, per cui P. ebbe la parte orientale del
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(da F. Mader, Passau, Aupusio 1885, tav. 11) Passavia (Passau). diocesi di - Veduta del Duomo con l'episcopio e la canonica.
paese, con qualche aumento preso da Salisburgo, divenendo suffraganea di Monaco. Il nuovo ordine entrò in vigore l'8 dic. 1822, ma soltanto dopo la morte dell'ultimo titolare le diocesi ebbe un nuovo vescovo proprio. Nel 1828 fu di nuovo aperto il Seminario e un liceo: l'Accademia filosofico-teologica, fondata nel 1612 , fu riaperta nel 1833, come facoltà teologica. La diocesi di P. seguì le vicende della vita cattolica della Baviera.

La cattedrale di S. Stefano, dopo vari rifacimenti, si presenta come costruzione gotica (1407), ricostruita dopo l'incendio del 1622 con le navate barocche (CarloLurago) e una ricchissima decorazione (G. B. Carlone), con uno dei più grandiosi organi della Germania. All'età carolingia, con avanzi paleocristiani, rimonta la chiesa di S. Severino; l'attuale edificio è del sec. xi-xir, con coro gotico. Sopra l'Innstadt si eleva la chiesa santuario di Marishilf. Tutta la città, con i sobborghi sulle varie sponde, si presenta estremamente pittoresca.

Biss.: le fonti storiche si hanno in MGH e nelle pubblicazioni storiche ufficiali della Baviera (Monum Boica) e dell'Austria (Fontes rerum Austriacarum. Urkundenbuch d. Landes unter d. Euns e Urkundenb. d. L. ob d. Euns, tutti in corso di pubblicazione) e nelle pubblicazioni riguardanti i monasteri e le citta principali. V. anche A. Hauck, Kirchengeschichte Deutschlandi, i primi 3 voll., Lipsia 1887 e sgg.; E. Tomek, Kirchengeschichte Österreichs, finora 2 voll., Innsbruck 1939-49; piu ristretto, ma con bibliografia recente, A. Hauck, s. v. in Realenc. f. prot. Theol. u. Kirche, XIV, pp. 727-38, con elenco critico dei vescovi. Fra le opere più speciali: J. Rottmayer. Statistische Beschreibung des Bistums Passavia 1867, supplemento, ivi 1888; F. Mader, Die Kunstdenkmöler der Stad F., Monaco 1919; id., P., Augusta 1923; Fr. X. Eggersdorfer, Die phil.-theol. Hochschule P., Passavia 1922; J. Oswald, Das alte Passauer Domkapitel, seine Entwicklung bis zum 13. 7h. und sein Wahlkapitulationswesen (Münchner Studien zur hist. Theologie, 10), Monaco 1933; id., Alte Klöster in Passau u. Ungebung, Passau 1930: Schematismus der Diöz. P., pubblicazione annuale; P. Kehr, Germ. pontif., I, pp. 134-262; Cottineau, II, 2227. Su Pilgrim e le sue falsificazioni: A. Hauck, Pilgrim, in Realenc. f. prot. Theol. u. Kirche, XV, pp. 401-403; M. Heuwieser, Pilgrim, in LThK, VIII, pp. 280-81; W. Lehr, Pilgrim und die Loreher Fälschungen, Berlino 1900.

PaSserini, Marc'Antonio: v. genua, marC'Antonio.

PASSERINI, PIETRO. - Canonista domenicano, n. a Sestola (Modena) il 18 giugno 1597, m. a Roma il 21 giugno 1677. Religioso a Cremona (1612), studiò a Bologna e insegnò a Cremona, dove fu priore ( $1640-42$ ). Socio del maestro generale T. Turco, lo accompagnò nei suoi viaggi per l'Italia, la Francia, il Belgio, la Spagna (1645-49); fu poi inquisitore a Bologna ( $1650-51$ ) e infine procuratore generale dell'Ordine (1651-77), vicario generale (1669-70) e professore alla Sapienza (1655-77). Sepolto a S. Sabina.

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Insigne canonista, stimato dai pontefici, venerato e consultato dai cardinali e vescovi, scrisse: De electione canonica (Roma 1661, Colonia 1693); De hominum statibus et officiis ( 3 voll., Roma 1663-65, Lucca 1732); Commentaria in I-V libros sexti Decretalium (3 voll., Roma 1667-73); Regulare tribunal (ivi 1677). Fra le sue opere teologiche da ricordare: Commentaria theologica in III partem D. Thomae ( 3 voll., ivi 1669).

Bibl.: P. Domaneschi, De rebus cenobii Cremonensis O. P. Cremona 1767, pp. 304-13; A. Mortier, Histoire des maitres généraux de l'Ordre des Prêves Prêcheurs, VII. Parigi 1914, passim; I. Taurisano, Hierarchia Ord. Praed., Roma 1916, p. 105; B. Ricci, Un grande teologo e canonista domenicano del sec.XVII, in Memorie domenicane, 40 (1923), pp. 163-82, 348-44.

Alfonso D'Amato
PASSERONI, Gian Carlo. - Sacerdote, poeta, n. a Condamine di Lantosca (Nizza) l'8 marzo 1713, m. a Milano il 26 dic. 1803.

Amico del Parini, che nell'ode La tempesta gli si rivolge chiamandolo Alcone, scrisse un poema di ior canti : Cicerone (Milano 1753-74), dove la vita dell'oratore romano serve di pretesto ad una garbata satira contro diversi aspetti della società del tempo. Il poema, che occupa un posto notevole nella letteratura giocosa del ' 700 , piacque al Baretti, al Rousseau e allo Sterne. Il P. fu anche autore di un volume di rime di indole santricomorale e di 7 voll. di Favole esopiane (ivi 1779-88).

Bibl.: G. Baretti, La frusta letteraria. I, Bari 1932, pp. 140150; G. Carducci, L'Accademia de' Trasformati e G. Parini, in Opere, ed. naz., XVI, Bologna 1937, p. 53 sgg. Cf. inoltre: A. Mannelli, Il Cicerone di G. C. P. considerato sotto l'aspetto educativo, Firenze 1915; G. Natali, Il Settecento, II, Milano 1936, pp. 1040-47 (con nota bibl. a p. 1103); C. Previteri, La poesia giocosa e l'umorismo, II, Milano 1942, pp. 155-63.

Lanfranco Fiore
PASSIONARIO. - P. (da passionarius o passionale) o leggendario è la raccolta di libelli consacrati al racconto della vita, del martirio, delle traslazioni e dei miracoli dei santi. I due termini sono stati usati indifferentemente, l'uno per l'altro. Nel sec. xir, invece (cf. Beleth, De div. off., c. 60: PL 202, 66), passionarius e legendarius erano due libri liturgici distinti e facevan parte della dotazione normale di una buona comunità monastica e delle chiese più importanti; il p. conteneva le passiones martyrum, il leggendario, la vita, la morte e i miracoli dei confessores, solo, però, per quel tanto che veniva letto il giorno della loro festa nell'ufficiatura. La distinzione delle due categorie (martyres-confessores) è certo assai più antica di Beleth, perché si trova già nel sec. vi, sebbene con diverso intento, in Gregorio di Tours (Liber in gloria martyrum, in gloria confessorum). Per l'uso liturgico i compilatori preferirono un genere misto, raccogliendo passiones e vitae secondo il corso naturale dell'anno ecclesiastico : «lezionario agiografico», in contrapposto a «lezionario biblico» e « omiletico».

La destinazione liturgica dei p. nei manoscritti è evidente quando la narrazione è suddivisa in paragrafi, in corrispondenza alle lezioni dell'Ufficio, contraddistinte da numeri romani I, II, III, ecc., o dalle espressioni finis o fac finem (ms. lat. 11750, Biblioteca naz. di Parigi). La raccolta del materiale nei p. segue diversi criteri: per lo più o l'ordine del calendario o la qualifica degli eponimi (apostoli, martiri, sante vergini...). Ci sono p. che non presentano ordine alcuno.

Il valore intrinseco delle raccolte varia a seconda della loro origine. Altro è il valore delle raccolte autentiche, nelle quali cioè il compilatore è anche redattore (come s. Gregorio di Tours ed Eulogio); altro il valore quando il redattore s'è limitato a mettere insieme i vari testi agiografici e copiarli o farli copiare; altro, infine, il valore quando il compilatore è nello stesso tempo autore, almeno in parte, in quanto ha supplito egli stesso le passiones e vitae mancanti. Per lo più i p. sono anonimi.

A differenza del martirologio il p. doveva servire per la lettura (pubblica) a scopo di edificazione. Con il tempo i martirologi, ampliando i loro dati scheletrici, si avvicinarono alle passiones da cui trassero elementi narrativi (martirologi storici); le passiones, invece, per un processo opposto e allo scopo di rendere la lettura meno pesante, sfrondarono il racconto degli elementi superflui.
I. Storia. - Unica fonte primitiva della lettura nelle sinassi liturgiche fu il codex Scripturarum, la Bibbia, di cui il lector leggeva prout tempus fert (Giustino, Apologia, I, c. 63) un tratto, ripreso al punto lasciato interrotto, la volta precedente (lectio continua). Ma già nel periodo subapostolico (sec. II, fino ca. il 175) s'introdusse l'uso di leggere altri scritti, come lettere circolari di grandi eroi della fede e, negli anniversari dei martiri, il racconto delle loro gesta (cf. martyrium Polycarpi, a. 155, e gli Atti dei martiri di Lione, a. 177).

Gli anniversari si moltiplicarono quando, dopo il sec. Iv, anche i confessores furono ammessi come i martiri agli onori del culto. Crebbe così il numero dei panegirici, delle passiones e delle titue dei santi. Cassiodoro (m. nel 575) prescrisse ai suoi monaci : vitae Patrum, confessiones fidelium, passiones martyrum legite constanter (De Institut. divin. litter., PL 70, 1147). Ma il testo si riferisce di certo alla lettura spirituale. Roma, fedele al canone dei libri scritturali, non fece buon viso a queste composizioni peregrine, tanto più che, per i martiri, agli ante sincera s'erano aggiunti infarcimenti letterari e fantasie di scrittori incontrollati, spesso anonimi (monaci per lo più o infideles seu idiotue, che non di rado alteravano e falsavano gli stessi dati storici); tanto che Gelao ( 1492-96) lanciò il famoso decreto: «Gosta sanctorum martyrum... quia et eorum, qui conscripsere, nomina penitus ignorantur... ne vel levis subsannandi oriretur occasio, in sancta Romana Ecclesia non leguntur" (PL 59, 160-61: Denz-U, n. 165). Anche l'Oriente fu contrario (Concilio di Laodicea, can. 69) alle passiones, che invece trovarono buona accoglienza in Africa, a Milano e in Gallia. S. Agostino accenna più volte alla lettura delle Passiones nei suoi discorsi : «Modo legcbatur Passio beati Cypriani» (cf. Misc. Agostiniana, I, Roma 1930, p. 67, 80; Serm., 273, c. 2 : PL 38, 1249). L'uso fu codificato nel Concilio di Ippona del 393 (Mansi, IV, 924) e nel IV di Cartagine del 397 (Ph. Labbé, Conc., II, Venezia 1728, col. 1409). V. atti dei martiri.

Agli inizi del sec. v nel monastero di vergini fondato in Palestina da s. Melania iuniore si trovano nell'Ufficio liturgico tre lezioni, prese, come di consueto, in Oriente, dal Vecchio e dal Nuovo Testamento. Ma nell'ultimo Ufficio notturno recitato dalla Santa in onore di s. Stefano, la notte del 25-26 dic. 439, essa aggiunse altre due lezioni; una nareava il martirio del Santo, l'altra l'invenzione delle sue reliquie: "quia consuetudo erat si per vigilias sanctorum quinque legere lectiones" (M. Rampolla del Tindaro, S. Melania iuniore, Roma 1905, p. 265). Poiché né in Oriente né a Roma si ammetteva nella salmodia la lettura degli Atti dei martiri; perciò Melania dovette aver appreso l'uso in Africa, nel 415.

Per Milano, nei discorsi di s. Ambrogio si trovano largamente utilizzate le Passiones di s. Agnese, s. Cecilia, ecc., mentre per la Gallia fa fede un testo di Arnobio il giovane (metà sec. v) : "cotidie legitur in ecclesia in conspectu Dei, quanta mala fecerunt Christo, apostolia et martyribus" (PL 53, 494), che il Morin interpreta senza dubbio nel senso delle passiones (Rev. bénéd., 28 [1911], p. 173). La rigidità gelasiana sembra dovesse limitarsi alla sinassi mearistica; nell'Ufficio si fu più remissivi. Se ne trova traccia nella Regola di s. Benedetto (cap. 14) : "In sanctorum festivitatibus... lectiones ad ipsum diem pertinentes dicantur». E probabile che tali lezioni fossero riunite in apposito volume, un p. incipiente al quale potrebbe riferirsi s. Gregorio Magno, quando nel 598, ad Eulogio di Alessandria che gli richiedeva "sanctorum martyrum gesta", rispondeva che l'Archivio della Chiesa romana ne conosceva solo "pauca quaedam in unius codicis volumine collecta" (cf. A. Dufourcq, Le pas-

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sionnaire occidental du VIIe siècle, in Mélanges d'arch. et d'hist. de l'Ecole franç. de Rome, 26 [1906], pp. 27-65).

L'intransigenza iniziale andò man mano attenuandosi fino alla tolleranza e poi al riconoscimento ufficiale con l'estendersi del culto dei santi. Fino al sec. ix la passio si leggeva solo nella chiesa dove il Santo veniva venerato. Adriano I (772-93) la estese anche a S. Pietro, quando vi si celebrava il loro Ufficio (è il periodo delle grandi traslazioni e della diffusione delle reliquie). Lo attesta l'Ordo XII (tra la fine del sec. viI e la prima metà del Ix; cf. M. Andrieu, Les Ordines Romani du haut moyen-âge, II, Lovanio 1948, p. 466): «Passiones sanctorum vel gesta ipsorum usque ad Adriani tempora tantummodo ibi legebantur ubi ecclesia ipsius sancti vel titulus erat. Ipse vero tempore suo renovare iussit et in Ecclesia Sancti Petri legendas esse instituit». Il favore pontificio ne fasilitò la diffusione e l'incremento, al punto da costituire nell'Ufficio divino una minaccia per la stessa lectio divina.

La lettura si faceva in coro, ma quando era assai prolissa si continuava in refectario, come chiosa il ma. lat. 798 della Biblioteca nazionale di Parigi (V. Leroquais [v. bibl.], p. Li) o veniva distribuita nei giorni della settimana (se la festa aveva l'ottava).
II. Cassisicarione. - Tra i p. alcuni sono particolari o locali, cioè contengono le passiones dei martiri di una regione o diocesi o venerati in una chiesa; altri generali o universali, sia come genere di santi, che come luogo di venerazione. Tipi di p. particolari sono, p. ex., per l'Egitto le Vitae Patrum, per la Gallia le Vitae di s. Gregorio di Tours, per l'Italia i Dialoghi di s. Gregorio Magno, per la Spagna il Memoriale sanctorum di Eulogio di Cordova, per l'Irlanda il Codex Salmanticensis, per l'Inghilterra il Sanctilogium Angliae di Giovanni di Tynemouth, per il Brabante l'Hagiologium Brobantinarum. L'universalità dei p. dipende dal numero dei santi, dai limiti di tempo, ecc.

I due più antichi manoscritti di p. datano del sec. vir e si trovano: uno, il Codex Velseri, alla Biblioteca di Monaco (lat. 3514), l'altro alla Biblioteca municipale di Montpellier (ms. 53). Più numerosi sono i manoscritti del sec. viII. Dal sec. Ix in poi i p. si moltiplicarono dovunque e divennero sempre più voluminosi. Nel sec. XII se ne estrassero le parti, già nei codici contras egnate con distinti paragrafi, destinate alla lettura nell'Ufficio divino. S'andavano infatti già delineando i primi tipi di breviaria, e i p. divennero la fonte più frequente delle lezioni storiche del proprium sanctorum.

Dai p. anonimi e leggendari sono stat presi, e rimangono tuttora nell Ufficio, i testi di lezioni e responsori di parecchi martiri antichi, come s. Agata, s. Cecilia, s. Lucia, s. Clemente, s. Lorenzo, dei quali non si posseggono atti autentici. Verso la metà del sec. xili infine andò divulgandosi un ultimo tipo di leggendari «abbreviati», destinati a procurare alla devozione privata una lettura edificante. Sembra che in questo si siano distinti particolarmente i Domenicani.

BibL.: sui p. non esiste un lavoro d'insieme e critico. Un elenco di cataloghi di manoscritti agiografici si veda in H. DeIchawe, A travers trois siècles, 1615-1915, Bruxelles 1920, pp. 233263, da completare con le annate seguenti di An. Boll.: A. Pousalet, Le Logandier de Pierre Calo, ibid., 29 (1910), pp. 5-116 (fondamentale); V. Leroquais, Les Bréviaires manuscrits des bibliothèques publ. de France, I, Parigi 1933, pp. L-LII; M. Righetti, Storia liturgica, I, Milano 1930, pp. 232-35. Annibale Bugnini.

PASSIONE. - Nel linguaggio ordinario indica l'impeto di un'inclinazione verso un oggetto determinato che si manifesta sotto forma di attrazione o repulsione. Nell'uso filosofico il termine p. ha un uso vastissimo e indica in generale lo stato di un "soggetto" che si trova sotto l'influsso di qualche principio estrinseco.

Sommario: I. Nozione. - II. Moralità delle p. - III. Psicologia e fisiologia. - IV. Cenno storico.
I. Nozione. - Nel suo significato fondamentale p. ( $\pi \dot{\alpha} \vartheta \circ \varsigma$ ) è il «ricevere» in generale. E quindi l'effetto che l'azione di un agente estrinseco esercita su
di un soggetto : in questo senso la p. indica l'attualità che sta al termine dell'azione come suo correlativo e costituisce il predicamento p. (Aristotele, Cat., 4, 2 a 4; Met., V, 21, 1022 b 15-21). Considerate in se stesse le p. sono qualità che causano alterazione nel soggetto come il bianco e il nero, il caldo e il freddo, il dolce e l'amaro e simili : è questa la p. nell'àmbito fisico predicamentale e costituisce una sottospecie o genere subordinato della «qualità» (v.) e comporta gradazioni del più e del meno secondo la virtualità dell'agente e la capacità recettiva del soggetto: s. Tommaso la chiama passio naturae, cioè p. fisica (In IV Sent., Dist. 44, q. 3, q.la 1, a. 3).

Ma tanto Aristotele come s. Tommaso considerano la p. in un senso ancora più ampio, come il ricevere puro positivo di una perfezione e di un atto da parte di ciò ch'è in potenza, come avviene nelle operazioni del senso e dello stesso intelletto (possibile). Questa p. (passio perfectiva) si compie perciò senza corruzione o alterazione ma dice "incremento" schietto, acquisizione e "salvezza" di ciò che è in potenza da parte di ciò che è in atto (... $\left.\left.\left(\omega \pi^{\prime}\right) \zeta^{\prime}\right) \alpha \mu \delta \lambda \lambda_{0} \nu \nu \nu^{\prime} \delta^{\prime} \theta \nu \nu \delta \alpha \varepsilon \varepsilon \sigma^{\prime} \delta^{\prime} \sigma^{\prime}\right)$; Aristotele, De an., II, 3, 417 b 3). In questo senso le sensazioni son dette p. perché causate nel senso dai sensibili (Met., IV, 3, 1010 b 53). Il fantasma che riceve e raccoglie gli oggetti dei sensi esterni è anch'esso detto p. (De mem. et rem., 450 a 12), e ugualmente l'atto della fantasia (De an., III, 3, 427 b 18). Sempre nell's mbito del significato generico si dice p. la "proprietà" di qualcosa in generale, ovvero qualunque determinazione intrinseca della sua essenza: per i numeri l'essere pari o dispari e come, p. ex., negli animali l'esser maschio o femmina e le modificazioni organiche e funzionali a cui vanno soggetti periodicamente i viventi (Hist. anim., VII, 17, 600 b 29). E perciò anche in senso logico si dice p. quella determinazione che deriva necessariamente dall'essenza come la risibilità o la socialità per l'uomo ed è detta p. propria ( $\pi \dot{\alpha} \vartheta \circ \varsigma$ I $\delta \iota \circ \nu, \pi .0 i \alpha \varepsilon i ́ o \nu, \pi . x \alpha \vartheta^{\prime} \alpha \dot{\sigma} \sigma^{\prime}$ ). Ma in un senso ancora più ampio è detta p. qualsiasi modificazione o attuazione che possa subire un certo "soggetto" ( $\sigma \circ \alpha \varepsilon \varepsilon(\alpha \alpha \gamma o \nu)$, qualità, attributi, disposizioni di ogni genere.

In senso rigoroso la p. indica l'alterazione o mutamento secondo la qualità ( $\delta \lambda \lambda$ oí $\omega \sigma \iota \varsigma$ ), sia nell'ordine fisico corporeo come, e specialmente, in quello psichico, e allora propriamente si dice passio animi cel' animae. Le p. del corpo organico sono tutto quanto lo danneggia nelle sue funzioni vitali come la fame, la sete, le indisposizioni e le malattie, o ciò che la modifica intrinsecamente, come i quattro unori che caratterizzano le costituzioni principali dell'uomo (De part. anim., III, 4, 667 b 12; Hist. anim., VI, 14, 544 b 22). Le p. dell'anima o p. in senso rigoroso sono i moti di coscienza e indicano gli atteggiamenti di attrazione e repulsione che il soggetto prova verso gli oggetti dell'appetito. Così Aristotele parla di tre p. esistenti nell'anima: il desiderio, l'ira e la paura (Rhetor., II, 8, 1382 b 54), cui seguono l'audacia, l'invidia, il gaudio, l'amicizia, l'odio, lo zelo, la misericordia e in generale tutto ciò che può causare gioia o dolore (Ethic. Nic., II, 4, 1105 b 22). S. Tommaso, richiamandosi a s. Agostino, precisa il carattere tendenziale della p.: "Afferma Agostino nel 1. IX del De civitate Dei (cap. 4) che i movimenti dell'animo, detti dai Greci $\pi \dot{\alpha} \vartheta \varsigma$, alcuni fra i latini, come Cicerone, chiamano perturbationes, altri affectiones o affectus, altri infine più espressamente, come nel greco, passiones. E chiaro pertanto che le p. dell'anima altro non sono che affezioni. E poiché le affezioni son proprie più della parte affettiva che non della apprensiva, le p. appartengono maggiormente alla sfera appetitiva che non a quella conoscitiva " (Sum. Theol., $1^{2-20^{\circ}}$, q. 22, s. 2). Nella p. così intesa, l'elemento caratteristico è la commozione o perturbazione corporea (transmutatio corporalis) specialmente nella funzione circolatoria, ad es., nell'ira che " riscalda il sangue attorno al cuore" (Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 1. II, cap. 16 : PG 94, 932). Di qui la definizione

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della p., presa ancora dal Damasceno: a Passio est motus appetitivae virtutis sensibilis in imaginatione boni vel moli» (op. cit., cap. 22 : PG 94, 941, citato in Sum. Theol., $1^{2}-2^{20}$, q. 22, a. 3 ad contra). In questo senso nella parte superiore dell'anima, negli angeli e in Dio, non si può parlare propriamente di p. se non per metafora e analogia (ibid., a. 2 ad 1 e 3 ad 3 ).

Le p. si dividono pertanto secondo le due specie di tendenze appetitive. Nell's appetito concupiscibile s il bene si considera o assente, o futuro o presente e così c'è l'amore, il desiderio o il gaudio; rispetto al male si ha invece rispettivamente l'odio, la fuga o la tristezza. L's appetito irascibile s che ha per oggetto il bene arduo contiene invece soltanto cinque p.: rispetto al bene non ancora ottenuto ma raggiungibile c'è la speranza o se è considerato irraggiungibile, la disperazione. Rispetto al male non ancora incombente si hanno il timore e l'av. dacia e quando il male già incombe l'ira che rimane sola nel suo genere poiché la mansuetudine ( $\tau \rho \alpha \dot{\alpha} \tau \gamma \zeta$ ) per Aristotele è un difetto e non l'opposto dell'ira (Rhe. Ior., 1125 b 28). In tutto sono quindi undici p. secondo le quali si attua l'intero comportamento affettivo della sfera sensibile (cf. Sum. Theol., $1^{2}-2^{20}$, q. 23, aa. 1-4). Si può quindi comprendere che la p., se ha un primo momento di passività del soggetto rispetto a qualcosa di estrinseco, esprime poi il comportamento attivo del soggetto verso il bene e il male nella loro effettiva realtà (cf. ibid., q. 22, a. 2 ad 2).

## II. Moralita belle p. - Fin quando sono con-

siderate come movimenti delle tendenze appetitive sensibili e operano senza alcun influsso della ragione, le p. esulano dalla moralità : nella prima infanzia, nei dementi e in certe categorie più gravi di tarati costituzionali (manie invincibili di suicidio, di omicidio, di alcoolismo, di eccessi erotici, di eleptomania, ecc.). Ma nell'uomo che ha raggiunto lo sviluppo normale della ragione e mantiene l'esercizio della libertà nell'unità di coscienza, le p. vengono a trovarsi sotto la guida e l'impero della ragione e diventano buone o cattive e quindi soggetto di virtù e vizio, di merito e colpa, a seconda che si conformano alla ragione o la contrastano (cf. Sum. Theol., $1^{2}-2^{20}$, q. 56 , a. 4 e ad 1 ; ibid., q. 24, I che rimanda ad Aristotele, Ethic. Nic., I, 13, 1103 b 13; v. anche II, 4, 1105 b 32).

La ragione esercita il suo influsso sulle p. assoggettandole alla sua regola di mantenere il "giusto mezzo" ( $\tau \dot{\alpha} \mu \varepsilon \dot{\varepsilon} \sigma \nu \nu, \mu \varepsilon \sigma \dot{\alpha} \tau \gamma \zeta$ ) contro gli estremi, per eccesso e per difetto, ed è questo medium rationis che permette di definire la virtù morale (Ethic. Nic., II, 6, 1106 b 14 sgg.; v. anche ibid., 9, 1109 a 19 sgg.). Lungi quindi dall'essere intrinsecamente cattive e immorali, le p. sono diventate validi stimoli e sostegni della virtù e sono indispensabili perché l'uomo affronti i rischi e i pericoli che s'incontrano nel tendere a opere egregie e alla virtù. La p. improvvisa che spinge ad agire (la p. antecedens) diminuisce la libertà e può toglierla del tutto quand'è cosi veemente da oscurare la ragione stessa (Sum. Theol., $1^{2}-2^{20}$, q. 24, a. 3 e ad 1). Nella teologia protestante invece la p. è essenzialmente l'inclinazione della natura corrotta all'errore e alle brame sregolate (cf. R. Rothe, Theol. Ethik, III, § 493, Wittenberg 1870, p. 63 ).
III. Psicologia e fisiologia. - Il predominio della filosofia moderna, orientata prevalentemente verso le strutture della soggettività, da una parte, e dall'altra lo sviluppo delle scienze sperimentali le quali tendono alla conoscenza delle leggi e dei comportamenti dei processi singoli (fisici, biologici, psicologici, sociali...) hanno rinnovato completamente lo studio delle p. Dal piano fisico-etico e ontologico-etico in cui si muovevano le concezioni dell'antichità e del medioevo, la psicologia moderna è passata alla considerazione fisiologico-fenomenologica ovvero analitica.

Le p. hanno una ripercussione diretta sul comportamento fisiologico dell'organismo, come risulta sia dall'esperienza immediata come dall'indagine scientifica: accelerazione o diminuzione del ritmo cardiaco, vaso-costrizione periferica, modificazione dei movimenti respiratori, iperglobulia, iperglicemia o glicosuria, modificazioni del diametro della pupilla ecc. Recenti indagini sperimentali dovute specialmente al Cannon (1925) e proseguite dalla scuola behaviorista del Watson hanno confermato il sostrato fisiolo