I Damaso afferma che "pastoris meritum numerum gregis ipse tuatur" (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, n. 19); del vescovo Andrea di Formia si dirà che "utque bonus pastor tesit ab hoste gregem" (CIL, X, 6218); del vescovo Celso di Vercelli che fu il "cultor gregis ovium Christi»; del papa Bonifacio II che "adunavit divisum pastor ovile" (G. B. De Rossi, Inscript. christ., I, Roma 1857-61, n. 1029); di Giovanni II che "commissum tibi pascens bonitate magistra, servasti cunctum sub pietate gregem" (ibid., II, p. 126, 5); di Gregorio I: "hoc pastor agebas ut domino offerres plurima lucra gregis" (id., loc. cit., p. 52, 1; 78, 3) : di Giovanni III che "sibi commissas pascere novit oves" (id., loc. cit., p. 65, 19); Sergio I sul sepolcro di Leone I scrisse che "ne lupus vaster ovile Dei, sed dudum ut pastor magnus Leo septa gregemque christicolam servans, ianitor arcis erat" (id., loc. cit., p. 98, 1). Nella stoffa donata dalla regina Ildegarda all'altare di S. Pietro in Vaticano si leggeva "Pastor ovile Dei servans", e nel carme posto nel consignatorio presso S. Michele era scritto: "Pastoris summi dextera signat oves" (id., loc. cit., II, 139, 26). Nel carme ora nel museo Lateranense si ricorda il "grea sacrate Deo" (A. Silvagni, op. cit., I, n. 1485).
Enrico Josi
PECS, diOCESI di: v. CINQUECHIESE, diOCESI di.
PECULATO. - Furto qualificato di chi, essendo pubblico ufficiale o incaricato di un pubblico servizio e avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso di denaro o di altra cosa mobile appartenente alla pubblica amministrazione, se ne appropria ovvero li distrae a profitto proprio o di altri. La caratteristica particolare del p. consiste quindi nella indebita sottrazione di un bene commessa con l'aggravante dell'abuso di potestà e di fiducia.
Come il furto, anche il p. è moralmente condannabile, costituendo in primo luogo un'offesa alla giustizia e alla carità, virtù eminentemente sociali, per cui debbono essere rispettate anche e soprattutto nei confronti
dello Stato, vale a dire della generalità dei cittadini, e in secondo luogo realizzandosi in una violazione del diritto di proprietà altrui (pubblica amministrazione).
I. Cenni storici. - Il p. nell'antichissimo diritto romano, e precisamente in un periodo anteriore all'introduzione della moneta, consisteva nell'impadronirsi del pubblico bestiame e solo più tardi indicò l'ouferve vel intercipere vel in rem suam vertere una cosa pubblica, appartenente al popolo romano, vale a dire allo Stato romano (D. 50. 16. 4 e 178; 48. 13. 5; 50. 16. 15 e 16). Non era elemento essenziale per il reato di p. una particolare qualificazione giuridica del soggetto attivo di esso; ma se tale reato era commesso da un magistrato o suo dipendente, la sanzione si aggravava. Il p. fu più volte oggetto di legislazione; sotto Cesare o Augusto una Lex Iulia de peculiis et de sacrilegis et de residuis riordinò tutta la materia; la pena, dapprima pecuniaria, fu inasprita nel periodo dell'impero assoluto, giungendo fino alla morte o alla deportazione. Molto rigida fu la repressione del p. anche nel nostro diritto internedio. A Venezia (sec. xiv) la condanna era infamante. Per reazione, molto mite, invece, fu in seguito la pena del p. nelle Costituzioni piemontesi del sec. xvili e nelle leggi di Pietro Leopoldo di Toscana e di Giuseppe II.
II. Diritto penale italiano. - Il Diritto penale italiano considera il p. un delitto esclusivo dei pubblici ufficiali o di incaricati di pubblici servizi, commesso a danno della pubblica amministrazione. Gli elementi essenziali del reato sono il possesso di danaro o di altra cosa mobile per ragione dell'ufficio o del servizio e l'appropriazione o la distrazione di quelli. Distrazione sta a significare la devoluzione, compiuta dal soggetto, della cosa mobile o del denaro a uno scopo diverso da quello cui era destinato, per procurare un profitto a sé o ad altri.
Presupposto necessario del p. è che il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio sia competente o autorizzato a ricevere l'affidamento della cosa o del danaro, oggetto materiale del delitto, per ragione del proprio ufficio o servizio. Mancando il principio dell'affidamento, non sussisterà il delitto di p.; ma il fatto criminoso potrà essere imputato come furto aggravato (artt. 625, n. 7 e 61, n. 9 C. P.) o come appropriazione indebita aggravata (artt. 646 e 61, n. 11). Il danaro o altra cosa mobile appartenente alla pubblica amministrazione costituisce l'oggetto materiale del reato, mentre l'oggetto specifico della tutela penale, in relazione a tale delitto, è l'interesse pubblico concernente il normale funzionamento della pubblica amministrazione.
Il vigente Codice penale italiano, ponendo fine a una questione che si dibatteva sotto l'imperio del Codice penale del 1889 (art. 168), disciplina il delitto di p. negli artt. 314 e 316 , mentre nell'art. 315 contempla, come reato distinto, la malversazione a danno di privati. Il p. è punito con la reclusione (fino a dieci anni) e con la multa. La condanna importa, come pena accessoria, l'interdizione perpetua dai pubblici uffici; che può essere, però, temporanea se, per circostanze attenuanti, viene inflitta la reclusione per un tempo inferiore ai tre anni.
III. Nel Diritto penale canonico. - Il p. è un reato mixti fori. Il CIC, infatti, supponendo convenientemente tutelati dai codici penali nazionali il patrimonio pubblico e quello dei privati, si limita a tutelare penalmente il patrimonio ecclesiastico ad esige solo che, firmo onere reparandi damna, pene canoniche si aggiungano a carico dei condannati dai tribunali dello Stato per i delitti più gravi, tra i quali considera anche il furto qualificato. Il can. $2354 \frac{1}{2} 1$ dispone, pertanto, che un laico condannato per furto qualificato è escluso dal porre atti che possano avere un qualche legittimo valore nel fòro canonico e viene privato di qualunque ufficio nella società perfetta della Chiesa. Nel $\S 2$ è detto poi che un chiarico che si fosse reso reo dello stesso delitto potrà essere condannato, a seconda della gravità, con penitenze, censure, privazione di uffici, di benefici e di dignità, non esclusa la deposizione. Anche qui è fondamentale il can. 2198 sulla competenza della giurisdizione penale da parte dell'autorità ecclesiastica e civile che detta la norma generale, secondo la quale un delitto che lede una legge
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delle due società può punirsi da entrambi i poteri; da ciò deriva l'applicabilità dell'altra regola, di natura processualistica, per cui nelle cause mixti fori ha luogo la prevenzione.
Una fattispecie identica a quella regolata dal Codice penale italiano non si riscontra nel CIC. Una certa affinità si può trovare nel can. 2408 dove è detto che colui che esige oltre il dovuto per tasse o le aumento, dovrà essere gravemente multato e, se recidiva, sospeso dall'ufficio o rimosso, secondo il caso, fermo l'obbligo di restituire il mal tolto. La detta affinità è suggerita dai seguenti criteri. Il resto previsto dal CIC penale deve essere logicamente perpetrato da chi è preposto ad un ufficio e ha quindi i poteri per amministrarlo, tra cui quelli di esigere i mezzi adatti all'uopo. L'esigere poi tasse in una misura superiore al fissato o il richiederne al di fuori dei casi previsti, fa logicamente pensare all'interno di procurarsi un profitto. L'aumento o la richiesta non legittima è determinato, infine, da un abuso di potere. E ciò è chiaramente dimostrato sia dalla collocazione del canone sotto il titolo XIX, che tratta appunto dell'abuso di potereo di ufficio ecclesiastica, sia dal fatto che il can. 1507 attribuisce soltanto al Concilio provinciale o alla Conferenza episcopale la facoltà di determinare le tasse per i vari atti di giurisdizione ecclesiastica, cui deve aggiungersi l'approvazione delle S. Sede. Il can. 736 aggiunge che oltre i limiti, come sopra fissati, il ministro dei Sacramenti non può esigere né chiedere alcunché, per qualsiasi causa od occasione, direttamente o indirettamente. Pià gravi ancora sono le pene canoniche nei casi in cui si manifesti il pericolo o un fatto di simonia.
Boll.: G. Stocchiero, Diritto penale della Chiesa e dello Stato italiana, Vicenza 1932, passim; G. Maggiore, Diritto penale, II, 1, Bologna 1950, p. 129; V. Manzini, Trattato di Diritto penale italiano, V, Torino 1950, p. 99. Francesco Ercolani

(706. (pub. pot. noz.)
Pecora - Piatto argenteo con croce tra due p. In alto la colomba e la mano di Dio (sec. v) - Tesoro di Canoscio.
Pecora - Piatto argenteo con croce tra due p. In alto la colomba e la mano di Dio (sec. v) - Tesoro di Canoscio.
PEGULIO. - Istituto giuridico molto importante nel Diritto romano, connesso intimamente con la concezione unitaria in materia civile ed economica della famiglia sotto la potestà del pater familias. Passò nel Diritto canonico (cf. c. 1-5, X, tit. 25, 1. III, de peculio clericorum), nel quale oggi ne resta il nome e la dottrina nel diritto dei religiosi e tracce riguardo ai chierici (cf. can. 1473).
1. Cenni storici. - La Chiesa, ad imitazione del Diritto romano, adottò l'Istituto nei riguardi dei chierici parificandoli ai filii familias; solo l'episcopato si sottraeva alla legge. I chierici come persone civili potevano avere il loro p. civile, osservando la legislazione romana; più importante l'applicazione della dottrina al p. ecclesiastico, indicante quei beni mobili o il denaro che il chierico percepisce dalla Chiesa o dai frutti dei beni ecclesiastici, di cui egli, a guisa di figlio di famiglia, non è il proprietario assoluto, ma condizionato, in modo cioè che quanto
sopravvanza al suo onesto sostentamento deve essere erogato ai poveri o restituito alla Chiesa. Mentre il p. civile proviene al chierico dai beni paterni o familiari, il p. ecclesiastico è dato dai beni quasi-patrimoniali (derivati da attività o beni ecclesiastici estranei al beneficio), patrimoniali (derivati da economia personale sui beni del beneficio), e dai beni superflui : è per questi ultimi che vale la disposizione che obbliga il chierico ad erogarli ai poveri. Prima del CIC si disputò se i chierici avessero del p. vero e libero dominio, o non piuttosto l'amministrazione e il semplice uso. Dalla risposta dipendeva la natura dell'obbligazione di erogare i beni superflui, se per giustizia o per religione e obbedienza; per conseguenza, se esista l'obbligo della restituzione, il quale, essendo reale, passa agli eredi. Il CIC (can. 1473) tace in proposito, sancendo solo l'obbligo della erogazione; i commentatori quindi dicono che, non avendo voluto il legislatore specificare una questione grave e ben notà, nel caso si deve vedere soltanto un obbligo ex religione. Coerente alla dottrina romana, il Diritto canonico antico determinava che i chierici non testassero. La consuetudine e vari privilegi pontifici, per evitare difficoltà nella separazione dei beni civili dagli ecclesiastici ed evitare con ciò liti e discordie, legittimarono il testamento, con la restrizione relativa ai beni superflui.
II. P. DEI RELIGIOSI. - D'attualità è la dottrina del p. nel diritto dei religiosi. Essi in materia patrimoniale (in forza del can. 580 , se di voti semplici, e del can. 582 , se di voti solenni), sono parificati ai filii familias del Diritto romano: sono incapaci di possedere, ritenere, disporre, ricevere, donare o usare cosa alcuna senza la licenza dei superiori, anche se la cosa sia data specificatamente per la persona e a titolo personale, dagli stessi parenti o proveniente dai loro beni patrimoniali; inoltre, quanto realizzano con la propria attività o acquistano personalmente rientra nel patrimonio della comunità (cann. cit. e 594), da cui essi hanno il diritto di ricevere il necessario.
Nel caso dei religiosi p. indica qualunque bene temporale, stimabile di prezzo, separato dalla massa comune, che il suddito tiene e usa di propria autorità per i propri desideri o bisogni personali non presenti. Quanto il Superiore dà per un determinato scopo, anche se futuro, non è p., perché designando il fine, in effetto viene tolto un elemento indispensabile per il p. (l'uso di propria autorità); cosi quel denaro che una volta tanto il Superiore dia a un religioso che deve uscire frequentemente e servirsi di tram, ecc., non è p. Similmente le vesti, i libri, la suppellettile, gli arnesi ecc. concessi al singolo religioso, non costituiscono p., sia che provengono dal Superiore direttamente sia che siano donati da estranei, purché si intendano ricevuti per la comunità e il Superiore possa concedere o negare l'uso. Il patrimonio che deve conservare il religioso di voti semplici con dominio radicale senza il diritto ad averne personalmente i frutti, il denaro dato
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al religioso da estranei per fini onesti e caritativi non personali anche se custodito dallo stesso, lo spendere denaro o roba ricavati dal proprio lavoro per un fine specifico personale o di terzi con la licenza del superiore, ecc. non costituiscono p. Si ha p. nei vitalizi, pensioni e simili costituite e date da parenti o terzi, se questi beni non entrano nella massa comune e il religioso possa avere il diritto di disporne (non se il Superiore per una certa equità tenga prima conto delle necessità del religioso); nel denaro deposto presso il Superiore allo scopo diretto di provvedere il vitto, il vestito ecc. per un religioso particolare; nel fatto che il religioso possa procurarsi con il ricavato del lavoro i vestimenti, i libri ecc.
Il p. religioso può essere perfetto o proprio e imperfetto o improprio, secondo che l'individuo possa tenere ed usare le cose indipendentemente dal superiore, oppure con il suo consenso e alle sue dipendenze, in modo che il Superiore possa limitarne o revocarne l'uso. Il p. proprio è contro la sostanza del voto di povertà (v.), non solo contro la vita comune; quindi non può essere introdotto neppure dai religiosi di voti semplici (cf. can. 27); e in materia notabile vale il can. 2389. Il p. improprio non distrugge per sé il voto di povertà; ma è contrario alla perfetta vita comune e alla volontà della Chiesa. I cann. 580 § 2, 582, 594, usano termini che importano totalità (quidquid, omnia bona, quovis modo), impongono l'osservanza accurata della vita comune nelle cose riguardanti il vitto, il vestito ecc., anche da parte dei Superiori; questi devono porre nella cassa comune quanto ricevono. E chiaro che non si tratta di pura collocazione materiale, ma giuridica. Gli autori vedono nell'eccessivo rigore e severità da parte del Superiore nel procurare le cose convenienti al decoroso sostentamento dei religiosi una causa principale del p.; necessaria diriene la linea di mezzo. La convenienza tiene conto della rigidezza delle singole religioni, dei bisogni dei singoli, delle condizioni di clima, di regione, di condizioni economico-sociali e delle possibilità della cassa comune. Prima del Concilio Tridentino il p. improprio non era né proibito né concesso espressamente. Una proibizione diretta implicita si ebbe nel Tridentino (sess. XXV, de regularibus, c. I s.); più energica venne da Clemente VIII ( 45 luglio 1599), da altri papi e da vari decreti della S. Congregazione dei vescovi e regolari.
Di fronte a dichiarazioni chiare e a fatti non meno chiari e non sporadici, gli autori si chiedevano se per consuetudine poteva introdursi il p. improprio. Alcuni negavano, partendo dal principio che nessuna consuetudine poteva derogare al Tridentino e che dalla pubblica lettura obbligatoria del decreto di Clemente VIII veniva a mancare il consenso legale necessario del legislatore. Tuttavia s. Alfonso ritiene fondata l'opinione affermativa. In alcuni istituti era ufficialmente lecito il p., a condizione che fosse posto nella cassa comune, che vi fosse il consenso del Superiore per procurare determinate cose e che l'individuo fosse disposto a rinunziare appena il Superiore avesse creduto opportuno disporre diversamente.
Il can. 594, e conseguentemente tutte le Costituzioni, inculcano la perfetta vita comune e l'osservanza della povertà. Perciò se nel 1918 vigeva la consuetudine ab immemorabili del p. in alcuni istituti, a norma del can. 5 , l'Ordinario poteva tollerarla, se giudicava non potesse prudentemente essere levata. Nelle altre religioni (province, monasteri, ecc.) per l'avvenire potrebbe essere introdotta a norma del can. 27, se i Superiori non contraddicono.
E chiaro che nel suo concetto il p. importa: a) la piccola quantità, b) l'uso per fini consentanei allo stato religioso, c) la effettiva dipendenza dal Superiore. L'esperienza insegna che il p. porta grave nocumento alla disciplina e carità religiosa. I Superiori hanno l'obbligo grave di levarlo, se gravi cause non sconsigliano; molto più devono impedire che si introduca, e quindi hanno da provvedere convenientemente alle necessità dei sudditi. Cause gravi di permetterne la continuazione sono, p. es., impedire che si introduca il p. proprio, l'indigenza della casa religiosa, la trascuratezza grave e diuturna dei Superiori nel provvedere ai religioni.
Bias.: G. Devoti, Institut. canon. libri IV. II, Napoli 1852, pp. 447-51; G. C. Ferrari, Summa institut. canon., II, $3^{2}$ ed.,
Genova 1877, nn. 717-27; A. Vermcersch, De religiosis, I, $2^{2}$ ed., Bruges 1907, nn. 273-81; F. X. Wernz, Zus decretalium, III, 2* ed., Roma 1908, nn. 175-86; S. A. Losano, Instis. theol. nar., III, Torino 1957, nn. 39, 705; T. Schaefer, De religiosis, $4^{2}$ ed., Roma 1947, nn. 1138-41; H. Jone, Comment. in CIC, I, Paderborn 1950, p. 324 ed.
Sussio da Ramallo
PEDAGOGIA. - Da $\pi \alpha i \zeta=$ fanciullo e $\dot{\varepsilon} \gamma \alpha \gamma \xi$ $=$ l'azione del condurre per mano (lat. manuductio), è la scienza e l'arte della educazione.
I. La P. COME SCIENZA. - Ora l'educazione è prima di tutto un fatto; meglio: un complesso di fatti e di procedimenti, che implicano un divenire, un continuo attuarsi, un muoversi verso una meta, che è lo sviluppo nell'uomo di tutta quella perfezione, che comportano la sua natura ragionevole, le sue potenze e facoltà; e perciò riguarda tutte le attività, per mezzo delle quali questo sviluppo può attuarsi, e soprattutto l'azione dell'individuo educatore sull'individuo educando. Questa nota del divenire, del processo o sviluppo, è propria di ogni forma del momento educativo: per l'intelligenza si avrà lo svolgersi della mente, cioè del sapere, della cultura e istruzione; per la volontà si avrà l'acquisto dell'autodominio, degli abiti buoni, delle energie intime; per l'estetica il formarsi del senso e del gusto artistico e poetico; per il corpo lo sviluppo armonico dell'organismo.
Ma l'abbandonare tutta questa serie di attività a se stesse e alla spontaneità degli istinti o delle inclinazioni equivarrebbe a seminare la confusione là dove dovrebbe esservi l'armonia, ad accatastare fatti di ogni sorta, senza collegarli in modo da dedurne conseguenze e leggi che orientino nella scelta dei mezzi cosi molteplici, che si possono offrire all'attuazione; anzi equivarrebbe a rinnegare la stessa tendenza innata della ragione, che è di stabilire un fine e poi studiare i mezzi e i metodi più adatti per conseguirlo. E pertanto necessaria anche nel campo educativo una teoria che raccolga e precisi scientificamente, paragoni nei loro aspetti, rintileghi insieme, in una serie continua, i dati di fatto storici e psicologici e gli altri elementi concernenti l'educazione; ricavi le leggi intrinseche ai fatti e le superiori esigenze alle quali i fatti sottostanno, in ordine a dirigere lo sforzo educativo verso la meta che si vuole raggiungere, cioè la perfezione completa dell'uomo in quanto uomo. Si avrà cosi una teoria ben organizzata, cioè una scienza.
Inoltre l'individuo umano è un essere ragionevole; quindi la sua attività, qualunque essa sia, può sempre ridursi a principi razionali; lo stesso si dice degli abiti intellettuali e pratici; perciò il fatto educativo, in tutta la sua estensione e il suo valore, può essere studiato in maniera razionale e sistematica e perciò costituire una scienza della educazione.
La quale, nella spiegazione e nell'applicazione delle sue teorie e norme, dovrà tenere conto dei vari fattori che concorrono ad esercitare un influsso sullo sviluppo e sulla formazione del fanciullo e del giovane, fattori riducibili a cinque, costituenti altrettante parti o suddivisioni della p.: 1) l'educatore, con le sue qualità, i suoi diritti e doveri, la sua formazione e maturità; 2) l'educando, con le sue disposizioni naturali fisiche, intellettuali e morali, con le leggi particolari secondo cui si svolgono le singole facoltà nei diversi periodi della sua vita, con la più o meno fattiva volontarietà della sua cooperazione, con le sue carenze e difetti fisici e morali; 3) il fine, che muove l'educatore alla sua opera ed è costituito da un elemento fisso, morale (far sì che l'educando riesca ad essere buono, colto e felice; la $\times x \lambda 0 \times x y x B i x$ dei Greci) e da un elemento variabile secondo i diversi tipi e stadi di cultura (ideale della forza fisica, del valore personale, dell'arte politica, ecc.). Dove è pure da notare che nel presente ordine di Provvidenza il fine o ideale non si può restringere all'ordine naturale, ma lo trasconde e sale all'ordine soprannaturale; non basta più, quindi, soltanto abbellire e ingentilire l'anima con la cultura, ma bisogna
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anche salvarla per la vita eterna e la visione beatifica di Dio; 4) l'ombiente : geografico e domestico (ereditarietà, esempio, anormalità, ecc.); sociale (grado di civiltà, legislazione, ecc.); scolastico (esternato, internato, università, ecc.); i compagni e le relazioni (scuole miste o coeducazione, ecc.); 5) l'attisità educativa: in generale (corpo, vita sensitiva, intellettiva, volitiva); in particolare (lettura, composizione, calcolo); mezzi ed espedienti speciali (premi, castighi, emulazione, stimolanti, ecc.).
Si fa questione a quale genere di scienza appartenga la p. Vi sono, infatti, scienze teoriche o speculative che sottopongono il loro oggetto solo allo studio intellettivo (p. es., la matematica) e scienze pratiche ed operative, che nel sottoporre il loro oggetto allo studio, mirano inoltre a produrre in esso effetti determinati (p. es., l'ingegneria, la medicina, nelle quali il processo speculativo mira a costruire un ponte, una casa, o a guarire un ammalato). Ora la p. è precisamente una scienza pratica e poietica perché vuole produrre nell'educando determinati abiti intellettivi e pratici, che si esternano in determinati atteggiamenti.
II. La p. come arte. - La p. non è soltanto scienza, ma anche essenzialmente un'arte. Dell'arte, infatti, ha gli elementi: 1) la formazione nella mente dell'artista di un'idea; nel caso specifico: la formazione nella mente dell'educatore dell'idea della moralità o della scienza, a cui vuole condurre l'educando; 2) l'attuazione di questa idea, traducendola in abiti e atti determinati. E in questo possano giocare, oltre il lungo studio, le ampie esperienze e magari la meese più o meno larga di errori, l'intuizione geniale (l'occhio clinico) dell'educatore, rapido e sicuro nel cogliere una situazione di fatto e nel giudicarne il valore; accorgimenti e mezzi che variamente ne plasmano la personalità e variamente si adattano alla sempre varia personalità dell'educando, più o meno recettivo, più o meno attivo nello sfruttare le recedioni. Come avviene nell'artista, architetto, pittore, poeta, di fronte a una villa da edificare, una scena da ritrarre, un avvenimento o un sentimento da cantare; così nell'educatore, che deve cooperare a plasmare un carattere, a formare un uomo, un padre di famiglia, un cittadino. Chi poi rifletta al valore e all'importanza del termine finale di tutto il processo educativo e come il sapere possa tornare inutile e nocive quando non riesca a produrre il bene e a far progredire nella perfezione, non può mancare di ammettere che la p. è essenzialmente un'arte. Si dirà, pertanto, che, come scienza, la p. studia e codifica i processi educativi; mentre, come arte, li traduce in atto in ordine al suo fine.
III. Relazioni tra p. e filosofia. - Da quanto si è accennato si deduce che la p. non può affatto ignorare o trascurare la filosofia. L'educando, infatti, non è soltanto l'oggetto intorno a cui lavorare, ma anche e soprattutto il soggetto su cui esercitare l'attività educatrice, in quanto si deve suscitare in lui l'attivismo spirituale della intelligenza e della volontà, dell'autocoscienza e dell'autodominio; il mondo, in cui esso vive, le sue relazioni sociali e religiose, il livello morale della sua coscienza, il fine da conseguire, toccano e richiamano una molteplicità di problemi che sono propri della filosofia: il problema dell'essere e del conoscere, di Dio, del mondo, dei viventi, dell'anima, della condotta, della socialità. La p. dovrà quindi mutuare dalla metafisica, dalla gnoseologia, dall'estetica, della deontologia e dall'etica, e soprattutto dalla psicologia razionale e sperimentale, tutte quelle nozioni e spiegazioni che le permettono di applicare i mezzi necessari ad attuare i suoi particolari processi educativi.
Si deve anzi affermare che la p. è un frutto che spunta sul ramo di un sistema filosofico; e che perciò è assurdo voler intraprendere l'esame critico dei diversi orientamenti pedagogici prescindendo dai diversi sistemi filosofici da cui prendono le mosse; né si può comprendere il pensiero pedagogico di un pensatore, se non in funzione della sua filosofia. A seconda, infatti, delle risposte che daremo a queste domande: la vita è tutta chiusa nell'àmbito della materia e della terra? Esistono valori più alti, i valori dello spirito? L'anima è immorale? V'è al di sopra delle creature, che sono esseri contingenti,
un Essere assoluto, un Trascendente, da cui tutto procede e a cui tutto converge!, diverso sarà il sostrato dell'opera educativa e diversi i suoi orientamenti e le sue applicazioni; si parla, infatti, di una p. positiva, idealista, attualista, pragmatista, ecc.
Tutto questo, però, non può affatto condurre, come vorrebbe la teoria attualista, alla identità di filosofia e p., che hanno invece un oggetto formale proprio e nettamente distinto. La filosofia attese da ogni oggetto e fatte particolare e considera soltanto ciò che è proprio della realà in quanto tale, l'ente in quanto ente; considera le proprietà trascendentali dell'essere (il vero, il bello, il buono) o gli oggetti che costituiscono il reale (la natura, lo spirito, Dio). La p., invece, considera l'individuo concreto; studia come esso possa conquistare il sapere, formare la propria personalità, sviluppando le esigenze della sua natura umana universale e nello stesso tempo individua, superando le difficoltà e gli ostacoli connessi con la sua particolare struttura psicofisica, con la diversa età, le varie forme storiche della cultura e le esigenze delle diverse comunità sociali a cui appartiene (famiglia, Stato, Chiesa). Confondere e identificare l'educazione - con il processo dialettico del divenire (che non si sa neppure se sia sviluppo e tanto meno progresso) dello Spirito assoluto, inghiotte e fa svanire il ricco e molteplice contenuto dell'opera educativa in un atto mistico e perennemente identico di identificazione, non dico dell'educatore con l'educando, ma dello Spirito con se stesso " (cf. G. Vidari, Elementi di p., II, Milano 1924, p. 4 sgg.).
La p. ha anche relazioni con le altre scienze (p. es., con quelle fisiche e naturali); ma sempre e in tutte le circostanze si impossesserà dei loro contributi, infondendo in essi, ogni qual volta li applicherà, un nuovo soffio di vita, in relazione alle esigenze individuali del soggetto e dei particolari problemi da risolvere; il suo lavoro in questo sarà sempre come raccogliere legna da mettere sul fuoco, senza mai confondere le legna con la scintilla del proprio fuoco, che la tramuterà in fiamma.
IV. Relazioni della p. con la teologia. - Una relazione tutta particolare deve avere la p. con la teologia. Poiché l'anima umana è naturalmente religiosa e la ragione è sufficiente a dimostrare la dipendenza di ogni creatura da Dio e quindi il dovere di far convergere ogni sforzo verso di lui, la p. non potrà ignorare l'elemento religioso, senza cessare di essere la scienza di una educazione totalitaria dell'uomo. E poiché una sola è la religione vera, la cattolica, la quale, oltre a verità di ordine naturale, altre ne contiene, che sono soprarazionali e rivelate (l'elevazione dell'uomo a figlio adottivo di Dio, il peccato originale con tutte le sue conseguenze umilianti e penose, i Sacramenti e la loro efficacia), ne segue che la vera, perfetta e completa p. non può innestarsi che sulle verità e la morale insegnate dalla religione cattolica.
V. Cenni di storia della p. - Anche la p. come tutte le altre arti, ha avuto storicamente uno sviluppo, che per maggiore chiarezza può distinguersi in tre fasi : 1) empirica, quando per l'educazione dell'individuo umano si adottano, senza tanta riflessione, quei mezzi che il buon senso, vero o supposto, l'abitudine e la tradizione suggeriscono; 2) accettistica, quando il progredire e il complicarsi della vita individuale e sociale e la divisione conseguente del lavoro portano alla formazione di individui specializzati (maestri) che esercitano l'arte educativa con la formulazione di massime e precetti, adatti a dirigere l'educatore; 3) scientifica, quando la p. costruisce e organizza in vero sistema scientifico i principi razionali direttivi dell'arte di educare. Queste fasi, però, non sono sempre da intendersi in un senso storico successivo.
1. Epoca primitiva, tradizionale. - Presso i primitivi l'educazione riveste forme molto semplici e utilitarie, circoscritta com'è agli elementi che hanno per oggetto di soddisfare alle necessità materiali : vitto, vestito, alloggio e riparo. Perciò : fabbricazione di utensili, tessitura, maneggio delle armi, custodia e sfruttamento dei greggi, lavori agricoli. Il che, però, mentre prepara alla vita, sviluppa per necessità di difesa e di superamento di avversità e di pericoli una finezza sensoriale straordinaria (occhio, udito, odorato), una grande tenacità di memoria.
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(liste parentali, leggende, tradizioni da tramandare), una immaginazione viva (spiegazioni mitologiche delle forze naturali, appelli a forze misteriose), una grande capacità di riflessione. Non si hanno scuole propriamente dette; ma molto spesso costruzioni speciali, dove possono radunarsi i fanciulli. Per quanto il senso morale possa talora trovarsi smussato, la loro coscienza sente ancora il valore di certi obblighi e di certe norme di buona condotta (culto della divinità, degli antenati, sentimento di onore, fedeltà alla parola data, obbedienza all'autorità). Molto spesso i fanciulli vengono educati al coraggio, al disprezzo del dolore e della morte con esperimenti sanguinosi e crudeli. In particolare il passaggio dalla fanciullezza alla adolescenza è contrassegnato da pratiche e riti speciali (segregazione dal resto della tribù, astinenze da determinati cibi, esperimenti vari, iniziazione alla vita, circoncisione), che mirano alla formazione morale per la vita futura e le future relazioni familiari e sociali (v. famiglia; inIZIAZIONE; PRINITIVI).
Ad un'epoca non più primitiva, ma ancora tradizionale, possono riferirsi gli antichi popoli orientali, i quali cercano di tramandare una somma di cognizioni, costituenti come una specie di tesoro scientifico, considerato generalmente come ricevuto per rivelazione dalla divinità, nel quale si vedono la sapienza e il fondamento della felicità individuale e sociale. Entro questa cornice comune si notano profonde divergenze: nel popolo ebraico vige un tradizionalismo religioso, che considera come tesoro di ogni scienza e virtù morale i libri sacri della Bibbia; nell'India braminica si ha un tradizionalismo, per dir così, filologico, in possesso di un nucleo religioso di cognizioni che viene elaborato letterariamente; nell'Egitto vige una tradizionalismo scientifico, il quale, intorno ai libri ermetici, che formano la sua tradizione religiosa, costruisce una enciclopedia scientifica; la Cina, che non ammette nel complesso delle sue tradizioni il carattere della rivelazione, fonda su di esso il suo insegnamento e la sua organizzazione politica. Da quest'epoca abbiamo ereditato i libri sacri degli Ebrei, che con il Nuovo Testamento formano la materia fondamentale del nostro insegnamento religioso; gli elementi grammaticali dell'India, ispiratori delle grammatiche moderne; la numerazione, origine di quella chiamata poi araba; la scrittura dei Fenici, la matematica degli Egiziani, l'astronomia dei Babilonesi.
2. Epoca umanistica greco-romana. - Però la p. come scienza non compare che nel mondo greco romano. Caratteristica della ma:Scia greca era l'armonica cultura intellettuale, morale e fisica dell'individuo in vista di un progresso continuo per il bene della città-Stato e misura a formare un corpo perfetto (armonia di forme, agilità, forza) e una mente colta in tutte le materie concernenti le Muse (donde il nome di «musica»). Per l'educazione fisica si avevano le palestre e i giochi pubblici (olimpionici, istmici, pitici e nemei), ai quali accorreva il fior fiore della Grecia a premiare e celebrare con canti quello che si considerava un frutto squisito della maifcia; per l'educazione intellettuale e morale si avevano la poesia (specialmente Omero ed Esiodo), il dramma, la danza, l'elo. quenza, la musica propriamente detta. A Sparta, l'educazione più improntata alla rigida disciplina, alla forza e all'arditezza, era funzione dello Stato, che la esercitava per mezzo di un "pedonomo», coadiuvato da correttori o mastigofori ( $=$ armati di staffile); ad Atene, invece, l'educazione più libera, aristocratica, ampia e serena, era lasciata alla iniziativa privata. Là sorse appunto la p. scientifica; dapprima trattata nelle scuole filosofiche come parte della scienza politica (másteia); poi nei ginnasi, governati da un ginnasiarca, che da palestre per ginnastica, canto, declamazioni di poemi e conferenze si tramutarono in vere accademie e centri di ogni specie di cultura. Tra i pedagogisti celebri si possono ricordare: Pitagora con il suo insegnamento essoterico ed esoterico e la sua tavola delle operazioni; Socrate che diede il suo nome al metodo euristico (o socratico) atto a tener desta l'attenzione e acuire l'attività della intelligenza, e che egli paragonava ad una "maieutica" (arte della levatrice) spirituale, perché stimolava l'alunno a scoprire i tesori nascosti nelle profondità della mente; Platone, discepolo di Socrate,
che partendo dal concetto unitario della società politica vuole che l'educazione sia nelle mani del pubblico potere e traccia un programma di studi, seguito poi fino al medioevo, e, quanto alla sostanza, fino ai nostri giorni; Senofonte, altro discepolo di Socrate, che nel suo Economico lasciò il primo trattato di educazione femminile; Aristotele, educatore di Alessandro Magno e sommo filosofo, che nella sua Politica limita l'intervento della Steta nella educazione e vuole un programma che abbracci la letteratura, la musica, la grammatica, la ginnastica, il disegno. Nasque pure in Grecia la enciclopedia ( $=$ circolo della cultura generale) che comprendeva nel suo sviluppo completo le scienze filosofiche (grammatica, retorica e dialettica), le matematiche (aritmetica, geometria, musica, astronomia) e le filosofiche (metafisica, psicologia e teologia). Gli antichi Romani tennero sempre in grande pregio l'educazione familiare; Catone il Censore stimava cosa più importante badare in cosa alla educazione del figlio che non partecipare alle sedute in Senato (Plutarco, Cato maior, cap. 20) e della matrona romana il più bell'elogio era: "casta fuit, domum servavit, lanam fecit». L'ideale era dominato dal mos maiorum, lo scopo era la virtus romana; minor peso aveva l'istruzione e come oggetto di studio bastavano le leggi delle NII Tavole. Tuttavia fin dai primi tempi si praticò il principio della educazione in comune; ma la scuola era tenuta in una qualche stanza o bottega, o anche all'aperto, sotto qualche portico poco frequentato o ai crocicchi delle strade (in trivia, donde il nome di scholae triviales), e l'insegnamento era affidato a maestri (ludimagistri o litteratores), generalmente schiavi o liberti. Il loro basso stato non impedì affatto che alcuni di essi diventassero degni di memoria (cf. Svetonio, De claris grammaticis) e percepissero notevoli retribuzioni. Però, durante il periodo della Repubblica, la p. romana non uscì dalla fase empirica; anzi Senato e censori si opposero alla introduzione delle scuole greche (cf. Svetonio, De claris rethoribus, cap. 1), e bisogna scendere fino a Quintiliano per salutare il primo professore ufficiale. Si hanno tuttavia anche prima di lui figure di insigni pedagogisti: Catone scrisse una specie di enciclopedia, Origines, per suo figlio; Cicerone, pure per suo figlio, i tre libri De officiis; Varrone lasciò un'enciclopedia scolastica, Disciplinae; Seneca molti opuscoli di filosofia morale e pratica: De ira, De clementia, De vita beata e Le Lettere a Lucilio. Vero testo di p. è quello di Quintiliano, De institutione oratoria, dove con la celebre definizione dell'oratore: Vir bonus dicendi peritus, dimostra di voler porre l'educazione morale a base di quella professionale. Si possono citare ancora: Epitteto, Marco Aurelio, Plutarco che, quantunque greco, esercitò grandissimo influsso sui Romani con il suo trattato Sull'educazione e le Vite parallele; e Marciano Capella, il quale nel De nuptiis philologiae et Mercurii tracciò il programma di studi, seguito in tutto il medioevo, del trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del quadrivio (aritmetica, musica, geometria, astronomia).
3. Epoca patristica e monastica. La venuta di Gesù Cristo importò innovazioni salutari ed efficaci nel campo della p. L'idea di Dio come padre, la dignità dell'uomo elevato dalla Grazia allo stato di figlio adottivo di Dio, il significato della vita che non è più soltanto umana, ma diventa divina, l'interiorità che dà il vero valore alle azioni umane, quali che possano apparire all'esterno ed essere giudicate dagli altri, la fratellanza universale che distrugge le barriere innaturali di distinzioni e di privilegi, la famiglia una e indissolubile, e i mezzi soprannaturali largiti, rinnovarono l'educazione nel suo spirito più profondo (v. Gesù cristo, V. Il pedagogo divino). I Padri, specialmente greci, mirarono a incorporare nei tesori del cristianesimo quelli ereditati dalla cultura ellenica. Ad Alessandria, la scuola venne trasformata in una vera università (Didascaleion) scientifica e cristiana, dove Clemente Alessandrino, successore nella direzione del fondatore s. Panteno, scrisse la prima opera di p. cristiana: Il pedagogo. Per Clemente la p. è come una medicina dell'anima, una Moosßsita o religiosità, che insegna il servizio di Dio attraverso l'acquisto e la pratica delle virtù e della cultura intellettuale, anche se fondata sui classici
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In alto a sinistra: CHIOSCO A FORMA DI NAVE NEL GIARDINO IMPERIALE. In alto a destra: VECCHIO PONTE DEL LUKON, in un sobborgo ad occidente di Pechino. Costruito sotto la dinastia degli Tsin (265-420 dell'era cristiana), menzionato da Marco Polo. In basso a sinistra: UNIVERSITA CATTOLICA + FUJEN +. In basso a destra: SEMINARIO DEI PP. LAZZARISTI (1923) - Chals, presso Pechino.
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In alto a sinistra: PELLEGRINAGGIO SHINTOISTA a Tolon. In alto a destra: PELLEGRINAGGIO BUDDHISTA a Konzawea (Giappone, Nagwa) sulle coste del Mar del Giappone. I bensi affiano tra la folla dei fedeli. In basso a sinistra: PELLEGRINAGGIO MUSULMANO nel Pakistan. In basso a destra: PELLEGRINAGGIO INDU. Sfilata dei grandi carri allegorici delle divinità. In primo piano i tipici carri e carreti che servono per raggiungere le località dei pellegrinaggi - Cuttak (India).
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pagani. Va ricordato s. Basilio, per la sua Omelia XXII sull'utilità che si può ricavare dalla lettura degli autori profani; s. Girolamo per le due lettere pedagogiche, l'una a Lata per l'educazione della piccola Paola e l'altra a Gaudonzio per la bimba Pacatula. Un valore tutto particolare hanno le opere pedagogiche di s. Agostino: nel De magistro espone la sua teoria della interiotità del sapere : potrebbe sembrare che senza la parola del maestro non ci sia istruzione; invece la parola non è che un suono, un segno esteriore e uno stimolo per l'alunno a ricercarne dentro di sé la verità, al lume divino del Verbo, che parla al di dentro. Ogni istruzione è quindi essenzialmente autoistruzione. Nel De cathechizandis rudibus l'opera educativa del maestro acquista la sua funzione non di trascurabile rilievo, perché dalle sue doti didattiche dipende il progresso dell'alunno. Nel De ordine giustifica l'insegnamento delle arti liberali, utili alla ricerca della verità e alla difesa del cristianesimo; nel De musica espone l'importanza e l'efficacia educativa dell'arte, in quanto è bellezza e ascesa alla bellezza suprema.
Il monachismo (v.), con la rigogliosa fioritura di monasteri sparsi nell'Oriente e nell'Occidente, si rivelò l'erede e il vigile custode dei tesori culturali dell'antichità, preservandoli di mezzo alle rovine disseminate dalle invasioni barbariche ed erigendosi, in mezzo a quel generale dissolvimento dell'antica civiltà, a centri, se non sempre unici, certo sempre principali e ricercati, della cultura. E monaci furono quelli che si addossarono il compito di istruire e civilizzare gli incolti invasori, che dovecono essere i fondatori delle nuove nazionalità europee. Nei monasteri, oltre alle ore consacrate alla preghiera e al lavoro manuale necessario a provvedere alle necessità di monaci e degli ospiti, c'erano anche le ore consacrate allo studio, alla trascrizione dei codici, alle versioni degli autori; e inoltre scuole interne per i futuri monaci e scuole esterne per i laici, ambedue con l'intero programma delle arti liberali e delle scienze esatte; e inoltre le scuole abbaziali, in cui i migliori, dopo i corsi comuni, si specializzevano in determinate materie. Parallele alle scuole monastiche sorsero, o meglio continuarono le scuole presbiteriali, parrocchiali e vescovili; e anche quelle comunali o corporative, mantenute dai Comuni o da determinate corporazioni.
L'epoca carolingia segnò una vera riforma e una migliore e più ampia e più completa riorganizzazione degli studi, e ne derivò l'«Accademia palatina», alla quale vennero attirati i monaci più dotti e rinomati dell'Italia, della Francia e dell'Inghilterra: Alcuino, Rabano Mauro, Paolo Varnsfrido (soprannominato "Diacono"), Teodulfo, Pietro da Pisa. E a somiglianza della Palatina, altre ne sorsero a Osnabrück per il greco e il latino, a Meta e a Soissona per la musica e il canto. Nello stesso tempo si richiamarono in vita le scuole parrocchiali disorganizzate, si allargò l'istruzione ai liberi e ai servi, senza distinzione, ai rese obbligatoria la frequenza alla scuola.
Naturalmente tutto questo portò alla composizione di numerose opere di testo, di commenti, di estratti, non solo, ma anche di p. propriamente detta, come arte di insegnare e educare. Tra i pedagogisti di questo periodo vanno segnalati: s. Parrizio, fondatore della scuola di Armagh, Magno Aurelio Cassiodoro, fondatore del "Vivarium" presso Squillace e autore di un trattato per lo studio della S. Scrittura e delle sette arti liberali : Institutiones divinarum et saecularium litterarum; s. Benedetto, fondatore dei Benedettini e delle scuole annesse ai monasteri; s. Gregorio Magno per la scuola di canto e di musica sacra; s. Colombano, fondatore, fra gli altri, del monastero di Bobbio; s. Isidoro di Siviglia, suscitatore di scuole per la formazione dei Vandali invasori e autore di un sommario enciclopedico di tutto il sapere : Origines o Ethimologiae; s. Beda Venerabile, con più di 80 scritti sulle arti e le scienze; Alcuino, principale animatore della rinascenza carolingia e autore di testi scolastici, s. Bonifacio, apostolo della Germania e fondatore del monastero di Fulda; Rabano Mauro con la sua enciclopedia De universo.
Né fu trascurata l'educazione della donna, perché accanto alle scuole claustrali maschili sorsero quelle fem-
minili per le fanciulle non destinate al chiostro, nelle quali si insegnavano, oltre alle materie delle scuole elementari, il canto, il ricamo, la musica strumentale, la pittura; per le fanciulle nobili si aggiungevano nozioni di astronomia, di caccia al falcone, di dadi e scacchi, di medicina pratica. In alcuni monasteri si avevano anche gli studi superiori : tutte le monache sapevano il latino e le fanciulle apprendevano le sette arti liberali. La monaca Bertila (sec. vi), del monastero di Chelles, insegnava con plauso la S. Scrittura; s. Lioba era un'autorità nelle materie del settivio; Roswitha compose commedie alla maniera di 'Terenzio; s. Ildegarda lasciò scritti su tutte le materie dalla mistica alla fisica e all'astronomia.
Di quest'epoca è pure l'educazione cavalleresca, scuola di devozione al proprio dovere; virtù principali : la moderazione e il dominio di sé; l'amore verso Dio e la Chiesa; l'amore delicato e rispettoso verso la donna, l'ardire nelle armi, la difesa dei deboli, la fedeltà, un alto sentimento dell'amore. Esteriormente : decoro, nobiltà di tratto, dignità, compendioti nel termine "cortesia».
4. Il periodo dei Comuni e delle Università. - Con i secc. XII e xili il centro della vita e della cultura si sposta assai sensibilmente dai monasteri alla città, che va avviandosi a diventare comune. Negli ambienti cittadini si nota una maggiore curiosità razionale, una maggiore libertà di indagine e di opinioni tra maestri e scolari; le Crociate, gli scambi più ampi tra Oriente e Occidente, la conoscenza più completa dei filosofi greci, attraverso i commenti degli Arabi, accrebbero sempre più la sete del sapere, che le scuole monastiche ed episcopali non bastavano più a soddisfare; ed ecco sorgere le università. La loro origine è varia; per alcune sono le stesse scuole anteriori, che ampliano il campo e il metodo degli studi e prendono una fisionomia indipendente; per altre si tratta di istituzioni nuove. Questi istituti superiori di cultura si chiamarono Studium o Studium generale, ed ebbero le loro corporazioni di docenti e di scolari (universitas magistrorum e universitas scholarium) e "collegi " per gli studenti stranieri, prima sotto forma di ospizi e poi di veri convitti sotto stretta disciplina. In Italia le università più illustri furono quelle di Bologna, Padova, Napoli e Pavia; all'estero: la Sorbona di Parigi e le due inglesi di Oxford e Cambridge. E il loro numero, per interessamento di principi e della Chiesa, crebbe rapidamente; alla fine del sec. xiv se ne contavano più di centoventi. I gradi che vi si potevano conseguire erano tre : baccalaureato, licenza, dottorato; il metodo di insegnamento duplice : la lectio o esposizione della dottcina e la disputatio o difesa e offesa intorno a una questione.
In questo periodo la p. si rivolge in modo particolare o alla educazione dei principi come in Vincenzo di Beauvais, educatore dei figli di Luigi IX (De educatione regalium) e di Egidio Romano (De regimine principum) o all'educazione degli scolari, come in Alessandro de Villa Dei (Doctorate), Eberardo di Bethune (De Graestimii), Giovanni di Garland (Morale scholarium, Dictionarium), lo pseudo Boezio (De disciplina scholarium), Dionigi il Certosino (De vita, moribus et eruditione scholasticorum), Giovanni Gerson (De pueris ad Christum trahendis). L'unico che abbia veramente affrontato un problema pedagogico didattico in piena coscienza è s. Tommaso d'Aquino nel suo De magistro (Quaestiones disputatae; quaestio 110) e nel suo articolo: Utrum unus homo possit alium docere (Sum. theol., 10, q. 117, a. 1). Nella prima opera, richiamando la teoria agostiniana del "lume divino", che è il maestro interiore, lo spiega identificandolo con il "lume della ragione ", dato da Dio all'uomo, per cui in certo modo si può dire che è Dio, che interiormente e principalmente fa da maestro; ma mentre s. Agostino puntava essenzialmente sul momento dell'autoeducazione, s. Tommaso introduce ed esige anche l'eteroeducazione, che è la moderna teoria della bipolarità del fatto educativo. Nel secondo scritto, s. Tommaso risponde alla domanda se per insegnare bene una scienza basti conoscerla bene; e risponde che non basta, ma anche si richiede nel maestro una speciale abilità tecnica per mantenere l'attenzione e soprattutto rendere intelligibile la verità.
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5. Periodo dell' Umanesimo. - Con l'avvento dell'Umanesimo e del Rinascimento il distacco dalla mentalità medievale si fa più profondo. Un vero vento di fronda cerca di spazzare via, sul campo della ragione, il valore "scientifico" della S. Scrittura, della Scolastica, di Aristotele; si sente ripugnanza allo staticismo dell'ipse dixit, che si manteneva nelle scuole; si vuole una cultura non solo cristiana, ma anche, anzi, prevalentemente umano, che faccia rifiorire tutti i valori contenuti nella propria realtà naturale e spirituale; gli autori dell'antichità si vogliono percorrere tutti, e tutti struttare, al di là delle dispute scolastiche, in modo che si senta il contatto con quei grandi che alla bellezza dello stile avevano saputo congiungere e contare le bellezze della vita, l'arte del governo e della conquista; si trattava, insomma, di dare il predominio all's io ", di conquistare maggiore autonomia; e finì con il prevalere nella p. il concetto di una educazione intesa come norma estetica di bella armonia e di ordine euritmico, più che non come norma di disciplina del dovere; l'uomo viene perciò educato più per l'attuazione di un ideale di bellezza e di compostezza artistica, che non per l