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 l'esercizio di quel potere di comando sui demoni che Cristo le conferi. Quelle stesse opere buone a cui la Chiesa ha annesso l'acquisto di indulgenze per i vivi, non verificano la definizione del CIC, per la ragione che il beneficio dell'indulgenza ai vivi non è effetto dell'impetrazione della Chiesa, ma dalla Chiesa è conferito con l'esercizio di quel potere di giurisdizione, per il quale fu costituita depositaria dei meriti e delle soddisfazioni di Cristo e dei santi.

Precisato questo, si può affermare che la divisione moderna è più scientifica, perché fondata sulle diverse specie di impetrazione, nota essenziale del s.; è inoltre esauriente, perché tutti i s. possono farsi rientrare nei vari membri della medesima; infatti, o l'impetrazione è legata all'uso di una cosa permanente (s.-cose) o consiste in un'azione transitoria (s.-azione). Inoltre, l'impetrazione o riguarda beni positivi (benedizioni o consacrazioni) o riguarda l'allontanamento dei mali (esorcismi). La differenza fra consacrazioni e benedizioni consiste nel fatto che le consacrazioni hanno sempre per effetto di separare in modo stabile un oggetto o una persona dall'uso profano (pertanto in esse le unzioni accompagnano le parole), nelle benedizioni, invece, si usano solo le parole, e soltanto le benedizioni costitutive, a differenza di quelle semplicemente invocative, comportano una separazione stabile dall'uso profano.
III. Efficacia del s. - La questione presenta due aspetti: quale sia la natura di tale efficacia, ossia il modo secondo cui operano i s., e quali siano in particolare gli effetti ottenuti.

1) I s. si possono considerare anzitutto come cerimonie, e come tali posseggono, di loro natura, la virtù di suscitare nell'animo conoscenze e sentimenti religiosi. Inoltre, come atti buoni, hanno un valore meritorio per chi li compie. Finalmente, sono dotati di una speciale efficacia in quanto informati dalla impetrazione della Chiesa. E appunto questa l'efficacia propria dei s., la cui natura è precisata dai seguenti rilievi: a) i s. non sono strumenti di cui Dio si serve per santificare le anime, ma azioni con le quali la Chiesa sollecita da Dio il conferimento di Grazie; b) l'efficacia dei s., in quanto deriva dall'impetrazione della Chiesa, non dipende, come da causa, dalle disposizioni morali del ministro o del soggetto. Pertanto si dice che i s. non agiscono " ex opere operantis ministri vel subiecti ", e in ciò convengono con

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i Sacramenti; da essi però differiscono perché l'efficacia di questi è "ex opere operato ". Si può porre la questione se, oltre a questa efficacia, fondata sull'intercessione della Chiesa, i s. non ne posseggano un'altra "ex opere operato ". Il CIC non ne fa menzione. Parecchi autori (p. es., Michel) l'affermano a proposito di quei s. che hanno per effetto di dedicare cose o persone al servizio divino; infatti, il rito esterno, obiettivamente preso e compiuto secondo le norme prescritte, quando il soggetto non oppone impedimento, produce l'effetto di consacrare la cosa e la persona al servizio divino. Altrettanto si può affermare di quei s. a cui la Chiesa ha annesso una qualche indulgenza. Questi effetti non sono dovuti alla intercessione e ai meriti né del ministro o del soggetto, né della Chiesa, ma alla semplice posizione del rito esterno, ii quale, tuttavia, possiede tale virtù per istituzionedella Chiesa. Si può pertanto ritenere che alcuni s. producono l'effetto della deputazione al culto divino o della remissione della pena temporale "ex opere operato, vi institutionis ipsius Ecclesiae ". Però non si deve dimenticare che, stando alla definizione del CIC, la deputazione al culto divino e l'indulgenza concessa ai viventi non rientrano negli effetti specifici dei s., perché non si conseguono per impetrazione della Chiesa; c) va osservato, infine, che posto il rito, secondo le norme prescritte, ne consegue infallibilmente l'impetrazione della Chiesa, ma il conseguimento degli effetti impetrati è condizionato a tutti i requisiti da cui dipende l'efficacia della preghiera in genere. Nel caso, trattandosi di una impetrazione fatta dalla Chiesa, sposa di Cristo, le condizioni da parte del soggetto che prega si verificano sempre; ma potrebbero mancare i requisiti da parte della cosa impetrata o della persona, per la quale si prega.
a) Il CIC parla in genere di effetti specialmente spirituali. La maggior parte degli autori li distribuisce nelle seguenti categorie: a) grazie attuali che eccitano a compiere atti di fede, di speranza, di carità, di penitenza, ecc.; b) allontanamento o repressione del demonio; c) beni temporali, come la salute, il tempo buono, ecc. sempre però nella misura in cui conducono alla salvezza eterna e rientrano nel piano della Provvidenza ordinaria di Dio.

Incertezze e divergenze esistono fra gli autori riguardo alla questione se ed in qual senso l'efficacia dei s. si estenda alla Grazia santificante, alla remissione dei peccati veniali e della pena temporale. Sembra evidente che la questione proposta si debba risolvere nei termini seguenti : a) come ogni preghiera, così anche quella ecclesiastica incorporata nei s., può avere per oggetto qualunque beneficio, quindi anche la conversione dei peccatori, il conferimento o la conservazione della Grazia santificante, il perdono dei peccati mortali e veniali. le remissione della pena temporale; b) qualora si chieda se questi benefici, dalla Chiesa intesi, possano essere direttamente conferiti da Dio, in modo che il conferimento consegua immediatamente nell'ordine della realtà l'im. petrazione della Chiesa, si deve rispondere che, secondo il comune parere dei teologi, l'infusione della Grazia santificante e quindi anche il perdono dei peccati mortali non si possono conseguire che per la via dei Sacramenti "ex opere operato" e per quella della carità perfetta o delle opere meritorie "ex opere operantis...". Quando, percio, si chiede al Signore la santificazione delle anime, direttamente si ottengono solo le Grazie attuali che dispongono l'individuo all'uso dei Sacramenti o al compimento di quelle opere buone a cui Dio ha connesso la santificazione. Pertanto, l'infusione della Grazia santificante e il perdono dei peccati mortali non possono costituire un effetto immediato dei s. Riguardo ai peccati veniali, per la loro analogia con le colpe gravi, si deve pensare che i s. non ottengono immediatamente il perdono di essi, ma che direttamente ottengono solo quelle Grazie che sono particolarmente indicate a suscitare sentimenti di penitenza, con cui vengono cancellati i peccati veniali.

La questione intorno alla remissione della pena temporale, può riassumersi in tre punti : a) la Chiesa ha il potere di istituire s. che abbiano l'efficacia di condonare
immediatamente la pena temporale; b) anzi, un simile s. esiste di fatto, a vantaggio delle anime purganti, ed è tutta la liturgia dei defunti. Pertanto, se le preghiere della Chiesa possono ottenere immediatamente la remissione della pena temporale per i defunti, non si vede perché non la possano ottenere anche per i viventi; c) ma è probabile che non esista nessun s. ordinato a questo scopo specifico riguardo ai viventi.

IV. L'istituzione dei s. - Che la Chiesa, ed essa sola, abbia il potere di istituire i s., risulta dalla sua prassi costante, dalla decisione del CIC (can. 1145) e dalla natura stessa delle cose. E evidente, infatti, che il potere sacerdotale di santificazione di cui essa è dotata comporta anche il diritto e il dovere, come di regolare il culto in genere così anche di istituire riti e cerimonie con valore impetratorio. E altrettanto evidente che un rito avente il valore di esprimere i voti e le aspirazioni della Chiesa non possa provenire che da essa. Nella tradizione ecclesiastica, mentre si trova inculcato, con insistenza, il principio che la Chiesa non può mutare la sostanza dei Sacramenti perché di origine divina, si è sempre riconosciuto, e dal Concilio di Trento definito, che la Chiesa può mutare a piacimento le cerimonie del culto; il CIC esplicitamente attribuisce alla S. Sede il diritto di istituire nuovi s. e di mutare, abrogare, autenticamente interpretare quelli vecchi (can. 1145); ciò equivale ad ammettere che tutti i s. sono d'istituzione ecclesiastica.

V. Amministrazione dei s. - 1) Il rito esterno. Ci si deve attenere scrupolosamente alle norme liturgiche (can. 1148 § 1); le benedizioni e le consacrazioni sono invalide se non si usa la formula prescritta (ibid. § 2). In genere i s. vanno trattati con riverenza; in particolare, poi, le cose consacrate o benedette, con benedizione costitutiva, non possono essere volte ad uso profano o diverso dal loro, nemmeno se si trovano in possesso di persone private (can. 1150); cosi, p. es., non è lecito servirsi dell'acqua benedetta per dissetarsi. 2) Il ministro. Fissato il principio generale che legittimo ministro è soltanto il chierico, il quale ne abbia ricevuto il potere e non sia impedito di esercitarlo dalla competente autorità (can. 1146), il CIC scende ai casi particolari. Per le consacrazioni, ministro valido è solo il vescovo e chi ne ha l'autorizzazione per diritto (come i cardinali) o per indulto apostolico (can. 1147 § 1). Le benedizioni che non siano riservate al romano pontefice, o ai vescovi, o ad altri possono essere date da qualunque sacerdote (ibid. § 2); ma anche le benedizioni riservate, quando sono impartite da un semplice sacerdote senza la necessaria autorizzazione, restano valide sebbene illecite, a meno che la S. Sede, promulgandone la riserva, non abbia deciso diversamente (ibid. § 3). I diaconi e i lettori possono dare validamente e lecitamente soltanto le benedizioni che a loro sono espressamente concesse dal diritto (ibid. § 4). Per gli esorcismi v. la voce relativa. 3) Il soggetto. - Le benedizioni devono essere impartite dapprima ai cattolici, per ottenere loro il lume della fede o. con esso, la salute del corpo (can. 1149). Gli esorcismi possono essere fatti anche sui non cattolici e sugli scomunicati (can. 1152).

BibL.: oltre ai trattati di teologia sacramentaria, cf. F. Probst, Sabramente und Sakramentalien in den drei ersten christ. Jahrh., Tubingen 1872; F. Schmid, Die Sakramentalien der biahoi. Kirche in ihrer Eigenart beleuchter, Bressanone 1896; G. Arendt, De sacramental. disputatio schal.-daps., Rcmo 1900; A. Franz, Die birchl. Benediktionen im Mittelalter, 2 voll., Friburgo in Br. 1909; I. L. Poschang, The Sacramentals according to the CIC, Washington 1923; A. C. Gasquet, Sacramentalien, S. Paolo (Minnesota) 1928; A. Michel, Sacramentaux, in DThC, XIV, coll. 462-82; G. Lefebvre, Liturgie, 3a ed., Parigi-Roma 1936, pp. 81-90; A. D. Sertiflanges, La Chiesa, II, trad. it., Alba ro49, pp. 7-13. Antonio Gaboardi

SACRAMENTARIO. - Nome che nell'alto medioevo indicò il libro che conteneva le formule usate dal vescovo o dal sacerdote nella celebrazione eucaristica e nell'amministrazione dei Sacramenti: colletta, oratio super oblata (segreta), prefazio, canone, oratio ad complendum (postcommunio), oratio super populum.

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Sacramentario - Il cosiddetto S. Iconiano: "explicit" del "postcommunio" della $3^{a}$ messa di Pentecoste e le due prime orazioni delle Tempora di Pentecoste (ed. C. L. Pelton, Cambridge 1896, pp. 27-28) - Verona, Biblioteca capitolare, cod. LXXXIV, f. 21 (seconda metà sec. vi).

Sommario: I. Origini. - II. Il cosiddetto S. Iconiano. III. S. gelasiano. - IV. S. gregoriano.
I. Origini. - 1. Nomenclatura. - Il termine deriva da sacramentum, che nel latino cristiano antico ha parecchi significati, ma direttamente designa il Sacramento per eccellenza, l'Eucaristia. Con lo stesso significato di sacramentum si usa talora mysterium e ciò spiega perché si trovi alle volte liber mysteriorum per liber sacramentorum. Da sacramentum si è fatto sacramentarium e liber sacramentorum. Il primo titolo è il più comune; il secondo è usato da papa Adriano a Carfomagno (Jaffé-Wattenbach, I, p. 303). Questi termini in sé generici, corrispondevano perfettamente al contenuto del volume.
2. Le prime raccolte eucologiche. - Nelle primitive assemblee cristiane non c'erano libri di sorta, tranne il Vecchio Testamento, cioè salmi, legge, profeti. Più tardi si aggiunsero le Lettere di s. Paolo, i Vangeli, gli Atti e gli altri libri del Nuovo Testamento. Le sinassi incominciavano con una lettura, prima continua, poi scelta secondo le circostanze o le ricorrenze. Ad un certo punto la lettura veniva interrotta da chi presiedeva, il quale, sotto la spinta dell'ispirazione, formulava una preghiera di lode e di ringraziamento a Dio, raccogliendo i voti dei presenti (I Cor. 14, 16; Giustino, I Apol., cap. 67). Lo schema iniziale di questa oratio dovette essere molto semplice. Derivava direttamente dalla tradizione apostolica, che a sua volta ne aveva desunto gli elementi fondamentali dall'ambiente giudalco. Tali elementi arricchiti del pensiero cristiano, si svilupparono man mano secondo il talento, la sensibilità e il temperamento del celebrante.

Accanto alla S. Scrittura s'incominciò così a fissare le formule eucologiche più frequenti e più belle, tra le quali in primo luogo le dossologie: la lettera di s. Clemente (m. nel 101 [?]; S. Colombo, SS. Patrum Apostoliorum opera, Roma 1938, pp. 135-41) ha certamente una ispirazione eucaristica; la preghiera di s. Policarpo (m. nel 156; ibid., pp. 452-53) riflette probabilmente l'improvvisazione liturgica dell'epoca. Le opere dei Padri e degli scrittori ecclesiastici dei primi secoli (Origene [m. nel 255], Novaziano [m. nel 258 ?], s. Cirillo di Gerusalemme [m. nel 386], s. Giovanni Crisostomo [m. nel 407], s. Agostino [m. nel 430]) gli scritti gnostici, gli Atti degli Apostoli apocrifi, le stesse epigrafi funerarie contengono numerose formole eucaristiche liturgiche, con ogni probabilità usate o composte per le ordinarie sinassi (v. libri litUrgici).

Il principio dell'unicità di formulario, redatto per tutte le Chiese secondo uno schema comune e tradizionale, era stato nei primi tre secoli legge inderogabile. Al sec. Iv si verificò in tutto l'Occidente un fenomeno singolare: quasi improvvisamente venne abbandonato il principio dell'unicità ed ogni messa del Temporale e del Santorale fu dotata d'un formulario proprio.

C'è chi ha visto in questo movimento una naturale evoluzione. Intorno all'anafora invariabile si sarebbero cristallizzate a poco a poco un certo numero di parti
variabili a carattere impreciso. Col tempo alcune sarebbero decadute, altre spostate e si sarebbe formato lo schema della messa romana dei sec. v (cf. A. Paredi, I Prefazi ambrosiani, Milano 1937, pp. 7-8). Altri autori, invece, ritengono che si tratti di una vera e propria rivoluzione liturgica compiutasi a Roma tra il 380 e il 420 , ma presumibilmente ad opera di papa Damaso (366384; Bourque, op. cit. in bibl., p. 37), il quale con l'assegnare le formole variabili alle messe avrebbe completato l'opera di restaurazione e di abbellimento dei cimiteri cristiani e del culto dei martiri. Le generazioni posteriori avrebbero conservato un vago ricordo della riforma damasiana, dimenticandone l'oggetto preciso. A questo si riferirebbe l'attività liturgica che le fonti del sec. vi-vii gli attribuiscono (MGH. Gesta Pontificum Bannavorum, I, pp. 83-84).
3. I «libelli missarum». - Il s. è un libro composto di vari libelli missarum, di cui ogni Chiesa era provvista per il normale svolgimento del culto. Caratteristico è l'episodio di Sidonio Apolinare, il quale, invitato a celebrare in occasione di una grande festa, ed essendogli stato portato via il proprio libellus, improvvisò con tanta eloquenza che i fedeli credettero di sentire un angelo (s. Gregorio di Tours, Historia Francorum, II, 22).

L'episodio dice che il libellus era usato comunemente anche per le messe solenni, e non solo per la celebrazione privata, come ha sostenuto qualche studioso (A. Ebner, Iter Italicum, Friburgo in Br. 1896, p. 359). Dapprincipio il libellus tiene il posto di ogni altro libro liturgico, riunendo i formulari necessari ad una data Chiesa. Più tardi, in pieno periodo di s., i libelli sostituiscono i s. per i sacerdoti missionari o itineranti, e contengono l'ordinario, un certo numero di messe votive e comuni, e il rituale di taluni Sacramenti.

La prima specie di libelli dovette fiorire particolarmente a Roma. La storia liturgica della Città eterna, fino alla seconda metà del sec. iv, mostra che nei tituli si celebrava solo quello che oggi si direbbe il Temporale, per altro assai ridotto. Il culto dei santi è esclusivamente locale, e si svolge intorno alle tombe dei martiri. Per questo la depositio martyrum e la depositio episcoparum aggiungono ad ogni festa l'indicazione topografica. Al di fuori di queste feste, i due documenti non ricordano che il Natale Domini, festa comune a tutti i tituli, e il Natale Petri de cathedra, che per i contemporanei non aveva bisogno di altra precisazione. Infine ogni titulus celebrava la Dedicatio. Da ciò si può facilmente ricostruire quel che poteva contenere il libellus missarum di un titulus: un temporale embrionale, una o due messe del Santorale e alcune benedictionae. Il libellus di una chiesa cimiteriale comprendeva le messe dei martiri ivi onorati.

L'eccezione finì per diventare regola durante il sec. v. I sermones di s. Leone mostrano un forte sviluppo nel culto liturgico con la partecipazione sempre più frequente del pontefice. Si generalizzò l'uso che uno stesso santo fosse celebrato contemporaneamente in tutti i tituli. Un libro con i formulari delle messe eguale per tutti divenne necessario. Si giunge così alla fine del sec. v, epoca delle prime grandi raccolte note sotto il nome di s., che soppiantarono i libelli.

Bibl.: H. Leclercq, Sacramentaire, in DACL. XV, coll. 242-85 (con qualche aggiornam. bibliogr. fino al 1949); E. Bishop Liturgicalniter., Oxford 1918, pp. 39-61; V. Lernouais, Les sacramentaires et les missels mss. des bibl. de France, I, Parigi 1924, pp. vixviI; M. Andrieu, Les messes des jeudis de carbone et les anciens sacramentaires, in Rev. des sc. relig., 9 (1929), pp. 346-51; id., Quelques remarques sur le classement des s., in Jahrbuch f. Liturgienztsensch., 11 (1931), pp. 46-66; E. Bourque, Etude sur les s. remains, I, Les textes primitifs, Roma 1948 (fondamentale, bibl. aggiornata fino al 1938); M. Righatti, Man. i star. litur., I, Milano 1930, pp. 223-43. I repertori con descrizione dei codici sono segnalati nella bibl. della v. messale.
II. Il cosiddetto S. leoniano. - 1. Il manoscritto. Il manoscritto conservato tuttora alla Capitolare di Ve-

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rona è in lettere onciali e si compone di 138 fogli. La maggior parte degli studiosi (Delisle, Thompson, Duchesne, Feltoe) lo ritengono del principio del sec. vir. E. A. Lowe precisa : seconda metà del sec. vi (cf. Codices latini antiquiores, IV. Italy: Perugia-Verona, Oxford 1947, p. 32). Solo quest'ultimo autore lo dice eseguito alla scuola di Verona: altri (Beer, Traube, Bishop, Cabrol) propendono per la Spagna, l'Africa, Bobbio e Luxeali.
2. Contenuto. - Il Leoniano è una raccolta di un migliaio di formole eucologiche composte per le varie esigenze del culto liturgico. Alcune elegantissime nel concetto e nella forma, altre scadenti e povere di pensiero. Tutte sono caratteristiche per il tecnico cursus. Su 1030 finali sono state rilevate 927 cadenze metriche. Particolarità artistica che tende a scomparire in s. posteriori. Formole leoniane si ritrovano negli altri s. : cosi il Gelasiano ne ha 107, il Gregoriano 118, il Missale Romanum 35.

Le formole sono raggruppate secondo le varie occorrenze liturgiche, ma non senza confusioni. Ogni gruppo (sezione) consta di collette, segrete, postcommuni, orazioni super populum; inoltre uno o due prefasi; caratteristica del Leoniano, che ne conta 167. Le sezioni sono precedute da un titolo, che sembra riferirsi alla circostanza eortologica; oppure sono introdotte dalla semplice parola item aliis (miisio?). Sono sistemate secondo l'ordine dell'anno civile, cioè per mesi, cosa affatto originale, giacché gli altri s. hanno la tradizionale disposizione dell'anno ecclesiastico.

Nei mesi più poveri di ricorrenze eortologiche si direbbe che il compilatore abbia riempito i vuoti, inserendovi gruppi di messe per circostanze varie, ma in modo arbitrario. Così si spiega perché in apr. si trovino formole per il comune dei martiri, per il tempo pasquale e la dedicazione delle chiese; in luglio orazioni e preci diurne, mattutine e vespertine; a sett. preghiere per la consacrazione di vescovi, diaconi, presbiteri, vergini. Vi sono poi orazioni e prefazi di carattere assai polemico, p. es., contro i falsi confessores mescolati ai veri, contro avversari (subdoli operarii) dai quali bisogna guardarsi come da lupi.
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(per cartella di c. C. M. 1000 , 11.2.8.)
Sacramentario - S. gregoriano. Codice Padovano (metà sec. IX). Messa in onore di s. Clemente, mutuata poi dal prototipo (sec. 12) del Messale plagalitico di Kiew (gec. 21) - Padova, Biblioteca capitolare, cod. D. 47.
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(fot. Ene. (lat.)
Sacramentario - S. gregoriano adriano con la raccolta Alexiniana delle Frasfationes - Biblioteca Vaticana, cod. Ottob. lat. 313, f. 167 (sec. 12).

Un notevole disordine appare nelle preghiere delle feste. Così in apr., nel comune dei martiri si trova una preghiera a s. Tiburzio, la cui festa cade in ag., due feste de confessoribus, una segreta per s. Lorenzo, festeggiato pure in ag. ed un formulario de apostolic. A maggio, nelle messe di Pentecoste, l'Hanc igitur precede la colletta, invece di seguirla; in nov. due formulari de natali s. Andrese sono messi prima della sua vigilia.

Ma questo disordine secondo A. Chavasse (op. cit. in bibl.), è solo apparente, e nasconderebbe un ordine reale, la cui percezione illuminerebbe singolarmente la composizione e l'origine dell'intera compilazione. Cioè il fatto che i diversi libelli non siano stati smembrati secondo il contenuto, ma siano rimasti intatti e giustapposti, costituisce un ottimo mezzo oggi per individuarli, datarli e assegnarne la paternità ai vari autori.
3. Autore e data. - Le particolarità accennate fanno chiaramente vedere che il Leoniano non è un libro liturgico ufficiale. Certamente non ha mai servito all'altare. E una compilazione privata, fatta da un privato, a scopo privato. Una raccolta di materiali di diversa provenienza e di diverse epoche. Sull'autore e la data di composizione sono state avanzate innumerevoli ipotesi. Ecco le principali : a) autore s. Leone Magno (440-61). Così pensarono i primi editori, seguiti dal Quesnel, dal Tomasi e in parte dal Probst. Certo non mancano espressioni che risentono dello stile e del frasario di s. Leone (C. Callewaert, St-Léon le Grand et les textes du Léonien, in Sacris erudiri, I [1948], pp. 35-122), b) Composizione dopo Simplicio (468-83) e prima di Gelasio (492-96). Così gli autori (Muratori in particolare) che vedono una dipendenza del Gelasiano dal Leoniano. c) M. Rule pensa che il Leoniano abbia avuto tre redazioni differenti : una sotto s. Leone (440-61), la seconda sotto Ilaro (461-68), la terza sotto Simplicio (468-83). d) F. Probst lo fisserebbe tra il 483 e il 492, con gruppi di formole anteriori (s. Leone e s. Damaso). Per alcune orazioni ammette che l'autore

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(per cortesia di dam L. Eisenbäfer, O.S.B.)
Sacramentario - S. di Praga. Le fonti gelasiane e gregoriane sono fuse con un sistema diverso da quello seguito dal compilatore del Gelasiano del sec. VIII. I numeri marginali sono stati aggiunti sulla for. da d. A. Dold - Praga. Biblioteca capitolare. cod. O. 83 (sec. viII-ix).
abbia trascritto libelli separati. e) B. Capelle e C. Coebergh (cit. in bibl.) vedono in più punti la mano di papa Gelasio. f) R. Buckwald ne fa autore s. Gregorio di Tours (sec. vi) e ritiene il Leoniano il canovaccio del Gelasiano. g) A. Chavasse (cit. in bibl.) assegna un buon numero di formulari a papa Vigilio. h) Tra il 537 e il 590 le pone L. Duchesne, basandosi principalmente su alcuni avvenimenti politici di quel periodo. i) C. L. Feltoe, e dopo di lui E. Bourque, con verosimiglianza, ritengono che il manoscritto di Verona sia l'archetipo e l'unico esemplare che sia mai esistito. Le conclusioni del Bourque, oggi in genere ammesse, sono: 1) la raccolta leoniana contiene formulari che vanno dal 440 al 560 , salvo qualche formulario forse più antico. 2) Il manoscritto di Verona è l'archetipo: la fisionomia della raccolta, il disordine, le divisioni false, le trasposizioni, le note marginali e testuali denotano una redazione di primo getto; una copia avrebbe di certo eliminato gli errori più grossolani. 3) Il Leoniano sembra un unicum, anche se alcune formole isolate (mai una serie intera) si ritrovano in altri s. Le formole identiche si spiegano con il fatto che i libelli usati a Roma non erano ignoti agli stranieri (pellegrini) e finirono per essere inserite nei libri liturgici. 4) Primo scopo del compilatore è stato quello di fare una raccolta ridotta, selezionata, scegliendo tra i santi venerati a Roma solo quelli più rappresentativi. Qualcosa di mezzo, dunque, tra i libelli minorum e i s. propriamente detti. Secondo scopo sarebbe stato quello di fare della raccolta una fonte dove attingere in seguito. Una prova si ha nell'uso delle sigle e nelle note tironiane del manoscritto. 5) I materiali usati sono di origine puramente romana (la congettura che il Leoniano sia di origine ravennate, già avanzata da qualche studioso e recentemente riproposta con ricchezza di particolari da G. Lucchesi, Nuove note agiografiche ravennati, Ravenna 1943, p. 71 sgg., non ha incontrato favore). L'anonimo compilatore che li ha messi insieme aveva una grande vene-
razione per la liturgia romana. Non si potrebbe pensare ad uno dei quei pellegrini dei quali restano altri lavori come le sillogi epigrafiche? 6) Il Leoniano non è né un s. né un pre-s., perché composto dopo il 560 quando già a Roma esisteva un s. Ma con tutti i suoi difetti ha un valore immenso perché ha conservato veri gioielli dell'antica liturgia romana e costituisce il termine di passaggio tra i libelli e i s.

Bibl.: 1. Edizioni: Nel 1713 Scipione Maffei scoprì nella Biblot, capit. di Verona un ms. conrensegnato LXXXV (già 80), mutilo al principio, contenente formole liturgiche antichissime. L'anno dopo Fr. Bianchini ( 1662 -1729) lo ricoprì, e il nipote Gian. Bianchini (1704-64) lo pubblicò nel 1733 nel t. IV delle Vitae Romanorum pontificum. Ritenendolo opera di s. Leone I (440-61) lo chiamò Sacramentarium Leonianum. Denominazione doppiamente impropria, non essendo né un s. né opera di s. Leone. L'ediz. bianchiniana fu ripresa, senza cambiamenti, da L. A. Muratori (Liturgia Romana setur, I. Venezia 1748, pp. 203-484), che ci vide una compilazione del tempo di Felice III (483-92), e da G. A. Abonnani (Codice liturgicus Ecelasian unicorum, t. IV, Roma 1734, pp. 1-180). Puchi anni dopo i fratelli Bollerini fecero una revisione del testo e la inserirono nelle opere di s. Leone (S. Lconis Miseri Romani Pontificis opera, II, Venezia 1736, pp. 1-160), riprodotta in PL 25. 22-126. Nel 1806 C. L. Feltoe ne diede una accurata ed. critica (Cimderidge), rimasta finora l'ultima, 2. Studi: F. Cabrol, Lconien (Sacramentaire), in DACL. VIII (1029), 2552-73; C. Mohlberg, Nuove consideras, sul cosiddetto S. Leonianum, in Eplem. lit., 47 (1033), pp. 3-12; B. Capelle, Messer du Pape et Gélase dans le S. lconien, in Rev. bénéd., 56 (1945-46), pp. 1241; id., Retouches splaniennes dans le S. lconien, ibid., 61 (1951), pp. 3-14; P. Bruelants, Concordance verbale du S. lionien, in Arch. latinit. medii aevi, 18-19. Bruxelles 1945-48; L. Brou, Un passage de et Augustin dans une oramen du S. lionien, in Dovoside Rev., 1946, pp. 39-42; E. Bourque (citato sopra), pp. 63-170; C. Callewaert, St Léon le Grand et les textes du Lconien in Sacres erudiri, 1 (1948), pp. 35-122; A. Stutber, Libelli sacramentorum Romani, Bonn 1950 (cf. Eplem. lit., 64 [1950], pp. 83-87 = C. Mohlberg); A. Chavasse, Messer du Pape Vigile (317-33) dans le S. lionien, in Eplem. lit., 64 (1950), pp. 161-213 (prova liturgica e storica); 56 (1952), pp. 145-219 (prova letteraria); C. Coebergh, St Gélase Ire antcur principal du soi-disant S. lconien, in Eplem. lit., 64 (1950), pp. 214-37; 65 (1951), pp. 171-81; id., Le pape et Gélase Ire antcur de plusieurs messes et préfaces du soi-disant S. lénnien, in Sacres erudiri, 4 (1952), pp. 46-102.
III. S. Gelasiano. - 1. Contemto. - Il Gelasiano è un libro ufficiale, il primo s. romano; il Reg. 316 ne è il manoscritto più conpicuo (v. illust. alle voci cornice e merovingica scrittura). E diviso in 3 ll. Il I contiene il Temporale, cioè le messe dalla vigilia di Natale all'ottava di Pentecoste, i riti delle Ordinazioni, del catecumenato, della benedizione degli olii, del fonte e della consacrazione delle vergini. Il II raccoglie le messe del Santorale da s. Felice confessore ( 15 genn.) a s. Tommaso ( 21 dic.), otto schemi di messe in natal. plurimorum sanctorum, e s de adventum (!) Domini. Nel III si trovano 16 orationes et preces cum canone per dominicis diebus, il Canone, una raccolta di benedictiones super populum post communionem, messe notive, benedizioni varie (aquae spargendae in domo, aquae exorcizatue ad fulgura, pomorum, arboris) e diversi schemi di orazioni per i defunti.
2. Autore e data. - Spogliato di tutte le sovrastrutture, per lo più gallicane, dei secc. vi-viI nel Reg. 316 si ritrova sostanzialmente il s. originale composto alla fine del sec. v. Ciò è chiaro dai dati storici, dalle peculiarità lessicali e dal contenuto. Talune espressioni come consignatio, per indicare la confermazione, la formola speciale della Comunione, gli Hanc igitur senza diesque nostros, la mancanza di un numero determinato di domeniche dopo l'Epifania e la Pentecoste, espressioni parallele e analogie tra il Gelasiano e la Regola di s. Benedetto (scritta probabilmente tra il 535 e il 547) sono indizi d'una liturgia pregregoriana. Inoltre la liturgia del Gelasiano antico corrisponde perfettamente all'organizzazione, alla disciplina e alle istituzioni in vigore a Roma nel sec. vi. Così le messe degli scrutini di Quaresima, le tre messe del Giovedi Santo, la messa in reconciliatione poenitentis, la missa chrismatis e la missa ad vesperum, ridotte ad una sela al tempo di s. Gregorio, le due orazioni prima della secreta (la prima soppressa nel sec. vi), le cinque messe dell'Avvento introdotte nella seconda metà del sec. vi.

Le aggiunte o variazioni fatte al Gelasiano antico

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sono: nel 1. I, la preguaresima, alcuni ritocchi dei riti penitenziali, la denuntiatio pro scrutinio al lunedi della III settimana di quaresima, qualche ritocco all'ordo baptismi della vigilia di Pentecoste, nel rito delle ordinazioni, dove c'è tutta una serie di rubriche gallicane, infine ritocchi alla missa chrismolis del Giovedi Santo. l'ordo per la benedizione del cero pasquale e il rito della dedicatio ecclesiae. Nel 1. II, che è la parte restata più pura, il santorale è quasi intatto: vi sono state aggiunte soltanto le quattro feste della Vergine e le due feste della s. Croce. Nel 1. III è stato inserito il Canone, che è quello rifornato da s. Gregorio, e qualche formola di benedizionc.

Queste interpolazioni hanno tutte un carattere gallicano e sono state fatte a più riprese. Una prima revisione si può porre verso il 550 , cioè dopo l'arrivo in Gallia del s. Sono di quell'epoca le messe dell'Avvento e i riti degli Ordini minori. Una seconda revisione deve aver avuto luogo dopo s. Gregorio ( 590 -604) e prima di papa Sergio ( $687-701$ ), quando furono introdotti il Canone e le feste mariane e della Croce. Terza revisione verso il 700, appena un mezzo secolo prima che fosse scritto il Reg. 316.

Il Gelasiano è un s. papale. Un esame attento del contenuto e delle fonti ne portano la composizione alla fine del sec. vi. Dal Liber Pontificalis (scritto verso il 530) si sa che Gelasio (492-96) fecit... sacramentorum praefationes et orationes cauto sermone (Lib. Pont., I, p. 255). Si tratta con molta probabilità della collezione sistematica di formole liturgiche, che papa Gelasio ha compilato sulla scorta dei numerosi libelli missarum dei santuari romani e delle collezioni lateranensi, alla quale la tradizione e la storia liturgica ha conservato senza mentire il nome del suo autore.
3. $i=$ Gelasiani del sec. VIII s. - Entrato in Gallia poco prima della metà del sec. vi (Bourque, cit. in bibl. p. 199), il S. gelasiano vi ebbe una grande diffusione. soppiantando i libri del vecchio rito gallicano. Però il testo genuino romano dovette subire adattamenti per le Chiese francesi. Verso il 750 , probabilmente per impulso del re Pipino, fu redatto un s. sincretista, che tenne per base il Gelasiano, ma con aggiunta di elementi tratti dal Gregoriano, già penetrato in Francia e da altri s. locali. A questo tipo composito di s. i liturgisti dànno di solito, dopo il Bishop, il nome di "Gelasiani del sec. VIII", altri preferiscono la denominazione "vecchi Gelasiani" per quelli antichi e "tardi Gelasiani" per questo nuovo tipo che continuò a restare e riprodursi anche dopo il sec. viI. Si è tipo gelasiano si riconnette il Missale Francorum (cod. Reg. Vat. 257), scritto presso Liegi alla fine del sec. viI, edito dal Tomasi (Opera, VI, pp. 341-68) e dal Muratori (Lit. Rom. vet., II, pp. 661-758). Il Wilmart lo ritiene dell'inizio del sec. viII. Inizialmente (sec. vi) era un pontificale col rito delle ordinazioni, più tardi furono aggiunti alcuni formulari di messe e il Canone pregregoriano. Non mancano neppure elementi gallicani.

Bib.: 1. Edizioni del Gelasiano antico. Fu individuato un secolo prima del Laoniano. Nel 1651 l'uratoriano Gore, Morin inseriva nell'appendice del suo De poenitentia (pp. 51-52) un estratto d'un antico manoscritto trovato a Parigi nella Bibliot. dell'avv. Alessandro Petau, acquistato l'anno prima dalla regina Cristina di Svezia. Anche il card. Bona (Opera omnia, ed. Sala, Torino 1723. III, p. 99) aveva studiato quel manosc. nella Bibl. del Petau. Questi studiosi vi riconobbero il s., che la tradizione ab antiano aveva attribuito a papa Gelasio (492-96). Il manosc. oncialc della metà del sec. viII, proveniente dall'ambiente di Corbie e appartemuto, come sembra, all'abbazia di St-Denis, passò poi con tutta la collca. della regina Cristina alla Bibliot. Vatic., da cui la designaz. di Cod. Vat. Reginensis 316. Il card. Tomasi lo pubblicò, per primo, nell'opera Codices sacramentorum nongentis annis vetustiores. Roma 1680, pp. 1-262, sotto il titolo Libri tres sacramentorum Romanae ecclesiae (nuova ed. di A. F. Vezzosi, nella Opera del Tomasi, ivi 1751, t. VI, pp. 1-229). Il nome di S. Gelasiano gli fu dato da L. A. Muratori, che lo incluse nella sua Liturgia Romana vetus (Venezia 1748), e l'edizione muratoriana, ristampata nel 1760 e nel 1772 , passò nel Migne, PL 74, 10231244. Questa stessa edizione si ritrova nel Codex liturgicus Ecclesiae universae di G. A. Assemani, IV, parte $2^{4}$, Roma 1751, pp. 1-216, che fu chiama Missale Romanum vetus, Finalmente H. A. Wilson (The Gelasian sacramentary, Oxford 1894) ne ha dato un'ediz. critica con larga introd. e note. 2. Manuscritti e alcune edizioni del Gelasiano del sec. VIII. 1) Gellone, Parigi, Bibliot.
![img-21.jpeg](img-21.jpeg)
(per cortesia di d. C. Mohlberg, 0.2.11.) Sacramentario - S. gelasiano del sec. VIII. "Incipit" del S. contenuto nel ms. 348 di S. Gallo (sec. IX).
naz. ms. lat. 12048, composto nel 770 -80, inedito. Studio comparativo di P. de Puniet in Ephem. lit. 1934-38. 2) Angoulême, Bibliot. naz., ms. lat. 816, fine sec. viII o inizio 1s. ed. P. Cagin, Angoulême 1920; indice anal. di F. Combaluzier, in Ephem. lit., suppl. al fasc. III, 1932. 3) S. Gallo, ms. 348, verso 800-20, ed. C. Mohlberg, Münster in V. 1930. 4) Rbeinau Bibliot. di Zurigo, ms. 20, iniz. sec. ix, utilizzato da Gerbe, t. Monem. vet. lit. alem., I, Sankt Blasien 1779, pp. 362-99. 5) Fuldense, sec. x, ed. O. RichterA. Schönfelder, Fulda 1012. 6) Rossianum, Bibl. Vat., Ross. lat. 204, sec. xi, ed. G. Brinktrine, Friburgo in Br. 1930. 7) S. triplex (Gelasiano, Gregoriano, Ambrosiano) (Bibliot. di Zurigo C. 43), ed. Gerbert, op. cit., I, pp. 1-240; analisi e storia in DACL. VIII, 233 sgg. 8) S. di Berlino 123 (Phill. 1667), fine sec. viIt o iniz. 1s. inedito, studio di P. de Puniet in Ephem. lit., 43 (1929), pp. 91-1900, 280-303; 46 (1932), pp. 379-95. 9) S. galimesta (Roma, Bibliot. Angelica), sec. viII, descris. C. Mohlberg, Roma 1925. 10) Echternach, Parigi, Bibliot. naz., ms. lat. 9433, fine sec. ix. 11) Montecassino, ms. 271, datato 760-70. 12) Praga, Bibliot. cap. O. LXXXIII, sec. viII-ix, ed. A. Dold-L. Eirenhöfer, Beuron 1949. 3. Studi: E. Bourque (cit. sopra), pp. 171298; DACL. VI, coll. 747-77; C. Mohlberg, Note liturgiche. Elementi per precisare l'origine del S. Gel. del sec. VIII, in Rend. Pont. Av. Rom. Arch., 7 (1931), pp. 19-33; id., Note su alcuni S., ibid., 14 (1940), pp. 131-79; B. Capelle, Le pape Gelase et la Meste romaine, in Rev. d'hist. ecclés., 40 (1939), 22-34; A. Chavasse, Les Messes goudragésimales du Gelasien, in Ephem. lit., 63 (1949), pp. 257-73.
IV. S. gregoriano. - 1. Contenuto. - Varia secondo i diversi manoscritti, ma sostanzialmente ha questa disposizione : temporale e santorale sono fusi insieme e incominciano con la vigilia di Natale. Seguono le feste di s. Stefano, s. Giovanni, i ss. Innocenti, l'Epifania, la Purificazione (2 febbr.), l'Annunciazione ( 25 marzo), le domeniche della prequaresima, quelle di Quaresima, Settimana Santa con alcune benedizioni per i catecumeni, sei lezioni al Sabato Santo e la benedizione del fonte, l'ottava di Pasqua, le litanie maggiori al 25 apr., l'Ascensione, la Pentecoste con l'ottava, le quattro tempora del quarto mese, la festa di s. Giovanni Battista, dei ss. Pie-

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![img-22.jpeg](img-22.jpeg)
(per cortesia di d. L. Mohlberg, 0.8.B.)
Sacramentario - Sacramentarium triplex. Messe delle ferie it e 111 della $4^{a}$ settimana di Quaresima, con formole provenienti dal S. gregoriano, androniano e gelasiano - Zurigo, Biblioteca della città, C. 43 (1020-30).
tro e Paolo, di s. Lorenzo, l'Assunzione, Natività della Vergine l' 8 sett., le quattro tempora del settimo mese, le quattro domeniche d'Avvento con le quattro tempora del decimo mese, preghiere di dedicazione, d'ordinazione, d'anniversari, preghiere e benedizioni varie.
2. Autore e data. - Dal sec. ix la tradizione è costante nel ritenere il Gregoriano opera di s. Gregorio (590-604). Questa paternità è oggi ammessa universalmente, dopo che le tesi contrarie di A. Gevaert e di G. Eckhart sono state respinte.

La testimonianza più antica risale alla fine del sec. vir. S. Adelmo (m. nel 709) vescovo di Sherbourne, che visse dal 687 al 701 a Roma, riferisce che s. Gregorio ha posto nel Canone vicini i nomi di s. Agata e s. Lucia (De laud. virg., 42 : PL 39, 142). L'arcivescovo di York, Egberto, è ancora più esplicito quando in uno scritto del 735-36 attribuisce a s. Gregorio la composizione d'un antifonario e d'un messale (PL 89, 44I), da lui visti a S. Pietro. Abbondanti sono le testimonianze dei secoli successivi.

La critica interna conferma questi dati ormai acquisiti alla storia. La data di Pasqua al 3 apr. e della Pentecoste al 22 maggio e la disposizione generale dell'anno del calendario nel Gregoriano, assicurano che il S. è stato composto per il 595. In quell'anno Gregorio riunì in sinodo 23 vescovi e 35 presbiteri dei tituli urbani nei quali erano state compiute importanti riforme liturgiche.
3. Carattere. - Un semplice raffronto tra il Gelasiano e il Gregoriano mostra che la riforma, pur restando in una linea perfettamente romana, è profonda e completa. Non s'è limitata alla parte formale del messale, ma si è spinta fino agli schemi dei formulari e alla sostanza dei formulari stessi. Probabilmente, come Gelasio, il Papa si fece raccogliere i libelli missarum dei vari tituli e su questi lavorò. Una delle preoccupazioni principali fu di abbreviare e fare una cosa pratica. Per questo inserì il santorale nel temporale, ridusse sensibilmente il numero dei prefazi ( 267 nel Leoniano, 54 nel Gelasiano, 25 nel Pa-
duensis, ro nell'Hadrianum), e degli embolismi festivi del Canone. S. Gregorio non esitò a derogare pure alla tradizione, quando lo scopo che voleva raggiungere col suo ordinamento lo richiedeva. Così nella serie dei communio di Quaresima, sostituì cinque antifone prese dai salmi con altrettante prese dal Vangelo del giorno, per sottolineare l'idea battesimale.

Alle orazioni super populum diede la forma di collette ordinarie, modificando il carattere originario di benedizione.

Le feste comuni al Gelasiano e al Gregoriano sono 35, quelle proprie del Gregoriano 28, delle quali una diecina sono gli eponimi dei tituli romani; is feste del Gelasiano non si ritrovano nel Gregoriano.

Il lavoro di s. Gregorio non fu dunque una pura compilazione. Ma le idee e lo stile del grande riformatore si ritrovano in tutto l'insieme come anche in taluni formulari, ad es. nella messa di s. Agata, del venerdì di Passione, nel prefazio di Natale, nel communicantes dell'Ascensione e dell'Epifania.
4. L'Adrianes. - Nei sec. viI-viII il Gregoriano originale (A) sulsì aggiunte, accorciamenti e rimanipolazioni. Verso la fine del sec. vir Carlomagno (v.), nell'intento di introdurre in tutto l'Impero la liturgia romana chiese a papa Adriano (771-95) un s. che servisse di norma. Il Papa, tra il 784 e il 791 , gli mandò il Liber sacramentorum a sancto dispositus praedecessore nostro deifluo Gregorio papa. Il codice rimase come esemplare tipico nella Biblioteca imperiale di Aquisgrano e ne furono fatte numerose copie (B). Il nuovo $S$. adrianeo-gregoriano, o più semplicemente franco, s'introdusse nelle Gallie, sostituendo a poco a poco i s. gelasiani e gregoriani preesistenti. Ma il nuovo arrivato non corrispondeva appieno alle esigenze gallicane. Perciò il consigliere imperiale Alcuino (m. nell'804) dai s. usati fino allora estrasse alcuni formulari, formandone un supplemento, che aggiunse al manoscritto venuto da Roma. Al supplemento premise un prologo (la "praefatiuncula - : Hucusque) nel quale Alcuino espose i criteri usati nella compilazione. Il s. franco munito del supplemento alcuiniano si diffuse rapidamente (C); però alcune Chiese per maggior comodità composero propri supplementi (D), mentre altre, per rendere il libro ancora più pratico, incominciarono a scrivere i formulari in margine o ad inserirli nel testo (E) finché nel sec. x l'inserzione fu completa, e il s. col supplemento formarono un tutto organico (F).

A questo punto (sporadicamente era apparso già dal sec. viI) va affermandosi quest'ultimo tipo. Alle formule ad uso del celebrante si aggiungono le letture e i canti, formando un libro composito che abbina la completezza alla praticità. Esso segna il declino, poi il tramonto definitivo del s., per lasciare passo libero, nel sec. xir, al messale plenario, antesignano del nostro Missale romainum (v. messale). - Vedi tav. XCVI.

BibL.: i. Edizioni: Fu pubblicato nel sec. xvı da G. Pamelio e A. Rocca su manosc. tardi (sec. xI-xII). Ugo Ménard ne fece un'altra ed., (Divu Gregorii Papae I Liber sacramentorum, Parigi 1642), servendosi del manosc. di St-Eloi (ivi, Biblot. nza., ms. 1205), mentre G. M. Tomasi aveva incominciato un'eccellente ediz., rimasta incompiuta, sulla base dei mss. Reg. 337 e Dttob. 313. La sua idea fu ripresa da L. A. Muratori (Liturgia Romana vetus, II, Venezia 1748, pp. 2-390). Su un piano scientificamente più sicuro si mise L. Duchesne (Origines du culte chrétien, Parigi 1889, pp. 119-16) quando designò i mss. gregoriano-catolingi col qualificativo di +s. d'Adriano +, cioè s. rappresentanti lo stato della liturgia romana al tempo di papa Adriono (772-95). E. Bishop nel 1895 scoprì esemplari dell'Hadrianum copiati direttamente sul prototipo mandato da Roma. Nel 1912 H. A. Wilson pubblicava il s. di Adriano col supplemento di Alcuino. Sei anni dopo (1921) H. Lietzmann faceva conoscere un s. gregoriano senza il supplemento di Alcuino secondo l' a ex authentico + di Aquisgrano. Infine, nel 1927, C. Mohlberg dava l'edizione del Gregoriano puro, quale era uscito dalle mani di s. Gregorio, con la pubblicaz. del Cod. pad. D. 47 della Biblot. capicolare di Padova, scritto a metà del sec. Ix per una chiesa della regione di Liegi e trasmigrato a Padova nel sec. x. s. Principali mss. dei vari tipi con le relative ediz.: A) Gregoriano preadrianeo: Padova, Biblioteca capitolare, D. 47 (sec. Ix), ed. C. Mohlberg (Münster in V. 1928). Dal Paduensis dipende direttamente il Messale glagolitico di Kiev (sec. IX), ed. C. Mohlberg (Roma 1928). I frammenti di Salzburg (sec. viI-ix) e Reichenau (sec. Ix), ed. A. Dold, Beuron 1922, 1934, 1936). R.)

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![img-23.jpeg](img-23.jpeg)
(fut. Jaderzon)
(PENITENZA ED EUCARESTIA. Affreschi di P. da Oderisio (sec. xiv)- Napoli, chiesa dell'Incoronata.

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![img-24.jpeg](img-24.jpeg)

ORDINE E MATRIMONIO. Affresco di P. da Oderinio (sec. XIV) - Napoli, chiesa dell'Incoronata.

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Adrianeo senza supplem. : Cambrai, ms. 164 (sec. Ix), ed. H. Lietzmann (Münster in V. 1928). C) Adrianoo con suppl. regnlarc; Var. Ostoli, 313, Rec. 337 (sec. ix), hanno servito di base all'ed. del Muratori e del Wilson; Parigi, Bibliot. naz. 12030 (sec. Ix), ed. U. Ménard, Parigi 1641, riprodotto in PL 76, 26-240. Colonia, Bibliot. capitolare 137 (sec.xi), ed. G. Pamelius, Colonia 1571. D) Adrianoo con suppl. irregolare: Magonza, Bibliot. del Seminario (sec. Ix), ed. A. Dold, Ikorron 1919. Verona, Bibliot. capitolare, cod. LXXXVI (81) e XCI (86) (sec. Ix). E) Adrianoo con fusione insipiente; Firenze, Bibliot. naz. XXXVI, 13 (sec. x), Ivrea, Bibliot. capitolare, 86 (S. di Formondo, fine sec. x), cf. L. Magnani, Le miniature del s. d'Ivrea, Città del Vaticano 1934. Bibliot. Vatic. 3806 (sec. x), ed. A. Rocca, 1296. F) Adrianoo a fusione completa: Bibliot. Vatic. 4770 (sec. x-xi). Montecassino, cod. 339 (sec. xi). Bibliot. Vatic. 3548 (sec. xI), apparentato col S. Poldeuso (sec. x), Milano, Bibliot. Ambros. D. 84 (sec. x); è un messale plenario. 3. Studi. Bourque (citato sopra), pp. 299-394; F. Cabral, Gregorian (Sacramentaire), in DACL. VI, coll. 1776-96 (con ampia bibl. fino al 1925). H. Lietzmann, Auf dem Wege zum Urgregorianum, in Jahrb. für Liturgien/tsztsch., 9 (1929), pp. 132-38; H. Schmidt, De lectionibus variantibus in formalis identicis Sacramentariorum Leoniani, Gelasiani et Gregoriani, in Sacris erudiri, 4 (1952), pp. 103-73.

SACRAMENTI. - Nel Nuovo Testamento sono segni sensibili produttivi della Grazia, istituiti da Gesù Cristo.

La parola sacramentum (che in parte corrisponde al termine greco juox'g̀gav: v. misteri; mistero) presso gli autori profani indicava tanto il denaro deposto nell'aerarium e consacrato alla divinità per la parte che soccombeva nei processi (sacramentum pecunioe) quanto il giuramento militare (sacramentum militine). Tertulliano per primo applicò, con significato nuovo, il termine al Batesimo, alla Cresima e all'Eucaristia (De praescr., 40; De resurr. carnis, 8-9; De Baptismo, 3; Adv. Judaeos, 10; Adv. Marcianem, 1, 14, ecc.), imitato dai principali Padri latini (s. Cipriano, s. Ilario, s. Ambrogio, s. Agostino) finché, acquistando un senso sempre più preciso, nel sec. xir si giunse alla definizione sopra riportata (cf. J. De Ghellinck, E. de Backer, J. Poukens, G. Lebecqz, Pour l'hist. du mot s Sacramentum», I: Les antiniciens. Lovanio 1924; A. Michel, Sacrements, in DThC, XIV, coll. $4^{85-94}$ ).

## I. Teologia dogmatica.

I. Essenza dei S. della Nuova Legge. - Il S., per il suo rito esterno, è il simbolo, la rappresentazione di una realtà non raggiungibile dai sensi; ad es., nel Battesimo il segno esterno (acqua e parole pronunziate dal ministro) simboleggia e rappresenta una realtà interiore e invisibile: la rinnovazione e purificazione dell'anima. Ma il S. per di più è causa della realtà significata, poiché in virtù dell'azione latente di Dio, la produce: è un segno che realizza ciò che rappresenta, un segno efficace. Sono pertanto due gli elementi che concorrono a costituire intrinsecamente i S. della Chiesa; il simbolismo e la causalità (Sum. Theol., $3^{\text {a }}$, q. 62, a. 1, ad 1).

1. Gli elementi costitutivi dei S. considerati sinteticamente. - La classica definizione "Il S. è un segno efficace della Grazia" è frutto di molti secoli di riflessione sugli elementi concreti della Rivelazione. Infatti i S. sono presentati dalla Scrittura in forma concreta in occasione della loro istituzione o del loro uso nella Chiesa nascente. Però da un'analisi dei testi biblici si possono distinguere i due elementi fondamentali: il segno e la causa. Nel Battesimo, p. es., s. Paolo (Rom. 6, 3-11) afferma che l'immersione e l'emersione, mentre riproduce la morte e la risurrezione fisica di Gesù, rappresenta la morte e risurrezione matica del fedele (il segno), e simultaneamente produce ciò che significa, poiché nell'immersione il catecumeno muore al peccato e nell'emersione risorge alla vita nuova della Grazia (la causa).

Le prime generazioni cristiane fecero dei S. il centro pratico della loro vita prima di costruirne la teoria; pertanto i più antichi documenti della Tradizione accennano all'uso dei S. esaltandone con termini biblici gli effetti prodotti dal rito sensibile (cf. Tertulliano, De resurrect. carnis, 8 : PL 2, 852; s. Cirillo di Gerusalemme, Catech.
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(IV. Ambrosi)

Sacramenti - Battesimo. Affresco di R. de Oderisio (sec. xiv). Napoli, chiesa dell'Incoronata.

Myst., 2, 5: PG 33, 1082; s. Ambrogio, De Sacramentis, 2, 7: PL 16, 449; s. Giovanni Crisostomo, In Io. Hom., 25, 2: PG 39, 151). S. Agostino fu il primo che, sulla scorta di Origene (In Io., 6, 17: PG 14, 257), abbozzò una metafi