modo.
Ai fedeli che ragionevolmente chiedono l'amministrazione dei S. fuori del caso di necessità, i ministri sono tenuti, generalmente parlando, sub gravi ad amministrarli.
III. Requisiti nel soggetto del S. - Eccetto l'Eucaristia, tutti gli altri S. si attuano con l'applicazione al soggetto.
1) Per ricevere validamente $i S$. si richiede :
a) la capacità del soggetto. Ogni uomo viatore, e solo lui, è soggetto capace dei S. I S. furono istituiti da Cristo per conferire la prima o seconda Grazia. b) Per ricevere altri S. fuori del Battesimo, si richiede il Battesimo valida di acqua. La stessa recezione dell'Eucaristia, senza il Battesimo, sarebbe solo una recezione materiale. c) Per ricevere l'Ordine Sacro si esige il sesso maschile. d) Per il S. della Penitenza si richiede l'uso della ragione. Così pure per la valida recezione del S. del Matrimonio (contratto). e) Per l'Estrema Unzione si richiede, oltre l'uso di ragione, un'infermità grave o la vecchiaia (can. 940). f) Per il S. del Matrimonio si richiede, oltre l'uso di ragione, l'immunità da altro vincolo e la capacità fisica, almeno radicale. Per la valida recezione dei S. non è invece richiesta: a) né la fede né la probità nel soggetto, non entrando questi elementi nella costituzione del S. (cf. S. Congr. del S. Uffizio, 19 sett. 1677). Si eccettua la Penitenza perché alla sua validità si richiede la contrizione perfetta o almeno imperfetta (attrizione) e questa entra nella stessa costituzione del S. Ora la contrizione suppone la fede; b) né alcuna attenzione del soggetto, né interna né esterna; ma è richiesta l'intenzione (ordinariamente abituale implicita). Ma nei fanciulli e nei pazzi abituali, per la valida recezione dei S., di cui sono capaci, come il Battesimo, le Creuma, ecc., non si richiede alcuna intenzione personale (v. intenzione, VII. I. nel soggetto dei Sacramenti).
2) Per la lecita recezione dei S., genericamente parlando, si richiedono due condizioni : che il ricevente sia dotato delle dovute disposizioni; che richieda i S. da un ministro degno. a) Chi consapevolmente, senza le dovute disposizioni riceve il S., commette grave peccato di sacrilegio, perché rende inutile il rito istituito da Cristo come segno efficace della Grazia. In particolare per ricevere i S. dei vivi è richiesto lo stato di Grazia. Perciò, mancando la Grazia, si commette sacrilegio, ricevendo i S. dei vivi (v. sacrilegio; stato di grazia). Accostarsi ai S. dei vivi con il peccato veniale abituale, non costituisce peccato; accostarsi con l'affetto al peccato veniale sarà peccato venuale. Non vi è affatto peccato, se si cerca nel S. il rimedio contro questo affetto al peccato veniale. Per i S. dei morti (Penitenza e Battesimo nel peccatore adulto) la dovuta disposizione è l'attrizione soprannaturale. b) E illecito chiedere e ricevere S. da un ministro certamente indegno, che è cioè peccatore consuetudinario o che versa nell'occasione prossima di peccato o è legato da censura. Ma poiché la richiesta del S. non è una cosa in sé cattiva, è permesso chiedere e ricevere S. da un ministro peccatore, non legato da censura, se vi è una causa grave e proporzionata. Infatti è lecito, per giusta causa, cooperare al peccato di un altro, materialmente, trattandosi non di cosa in sé cattiva e potendo il ministro riacquistare lo stato di Grazia con la contrizione perfetta.
Alcuni autori sostengono che è lecito ricevere i S. da un peccatore occulto, sebbene con certezza si conosca l'indegnità del ministro. Se invece si tratta di ministro colpito da censura, i fedeli possono per qualsiasi motivo giusto chiedere i S. ed i sacramentali dal medesimo, purché non si tratti di scomunicato \& vitando $s$, o di censura comminata per mezzo di sentenza declaratoria o condanna-
toria (cann. 2261 § 2, 2275, 2284). Dallo scomunicato $s$ vitando $s$ o da colui che è sospeso o interdetto, dopo sentenza condannatoria o declaratoria, i fedeli possono in pericolo di morte chiedere l'assoluzione sacramentale, anche se siano presenti altri ministri degni. Se questi mancano, si possono chiedere dal medesimo anche gli altri S. (cann. 2261, 2275 § 2, 2284). Secondo alcuni autori al pericolo di morte è da equipararsi un gravissimo danno da evitare, come lo scandalo, l'infamia ed una grave iattura. Lo stesso deve dirsi del ministro che non è legato da censura, ma da una pena vendicativa, come la sospensione in perpetuo o temporanea. E lecito allora chiedere i S., quando vi è un giusto motivo (can. 2298). Se poi si tratta di un deposto o degradato, con sentenza condannatoria o declaratoria, è lecito solo in pericolo di morte. Se si tratta di un ministro pubblicamente apostata, eretico o scamatico, solo in pericolo di morte è lecito chiedergli i S. Qui si deve tener conto anche dello scandalo e del pericolo di perversiono (S. Congr. S. Uffizio, 7 luglio 1884). - Vedi save, XCVII-XCVIII.
Bibl.: i vari trattati giuridico-morali De Sacramentis; inoltre: G. L. Murphy, Delinquencies and penalties in the administration and reception of the Sacrem., Washington 1923; J. J. King, The administration of the Sacram. to doing non callolics, ivi 1924; anon., Administration of the Sacram. to schismatic children, in The eccles. rev., 73 (1925), p. 196 sgg .; W. Th. Cavanaugh, The reservation of blessed Sacram., Washington 1927; A. Vermeersch, Que iure haereticis et schismaticis Sacramiuto sint disregando, in Per. de re mar. cau. lit., 18 (1929), pp. 97-148; P. C., Peut-an donner les Sacram. aux schismatiques en danger de mort?, in Rev. eccl. de Metz, 37 (1930), pp. 68-72; F. Böhm, Tuclu und Absolutton von der Häresie bei Konversion, in Theol. brald. Quintalrchr., 86 (1933), pp. 781-90; H. De Mewnaucker, De grado intentiunis in ministro et in subiecto ad valorem Sacramentorum requisito, in Coll. Mechl., 21 (1938), pp. 142 sgg ., 253 sgg ., 364 sgg .; R. Baccari, La volontà nei S., Milano 1941; A. Manenti, S. agli scemi, in Palestra del clero, 21 (1942), p. 140 sgg .; F. Lodos, Administracido de Sacram. a un decapitudo, in Sal terrae, 30 (1942), pp. 621 sgg .; Pio XII, Esortaz. ai parroci e auaresimalisti di Roma, in Civ. Catt., 1945, I, pp. 320-22; Pl. De Meerster, Studi sui S. amministrati secondo il rito bizantino, Rome 1947; I. B. Umberg, Sacramenta acatli, nonnisi condicionate conferenda, in Period. de re mar. cau. lit., 37 (1948), pp. 97-102; J. Thomas, Sacrements et vie chrét., in Rev. dioc. de Tournai, 4 (1949), pp. 43-50.
SACRAMENTI, SACRA CONGREGATIONE del: v. CONGREGAZIONI ROMANE, SACRE, II. Le singole C. in particolare.
SACRAMENTINE. - Fondate a Bergamo nel 1881 da Gertrude Comensoli e dal sacerdote Francesco Spinelli per l'adorazione continua del S.mo Sacramento e per l'educazione delle fanciulle orfane ed abbandonate.
Sul principio del 1889 l'Istituto fu travolto da un disastro finanziario, con conseguente grave crisi e scia. sione. Passato il periodo di turbamento, la casa di Bergamo continuò sotto la guida della Comensoli, si consolidò ed aprì nuove case in altre diocesi d'Italia. L'Istituto si diffuse anche in luoghi di missione e nelle Americhe. Al presente sono oltre 1000 suore in 115 case.
Bibl.: S. Congr. dei Riti, Inquisizione della Sezione storica (P. Paschini) sulla origine delle S., Città del Vaticano 1941.
SACRAMENTINE DI MARIA AUSILIA. TRICE. - Fondate a Dunkerque nel 1849 da Matilde Maria de Sticker (madre Maria Giuseppe di Gesù).
Approvate lo stesso anno dal card. Régnier, arcivescovo di Parigi, ebbero da Pio IX nel 1857 il decreto di lode. L'approvazione definitiva dell'Istituto e delle Costituzioni è del 1887. Consacrate all'adorazione della S.ma Eucaristia in costante rendimento di grazie, le suore si dedicano anche alla preparazione di giovanetti alla prima Comunione e ai ritiri per signore. L'Istituto conta a case, una in Italia, una nella Svizzera e due in Francia, con 40 religiose.
Bibl.: L'Institut des Sacramentines de Marie Auxiliatrice, Roma 1928.
Slaverio Mattei
SACRAMENTTO, DIOCESI di. - Diocesi e città nello Stato di California (U.S.A.); suffraganza di S. Francisco.
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Copre un territorio di 53.400 mq . con una popolazione totale di 778.625 ab., dei quali 202.475 sono cattolici, 158 sacerdoti dei quali 19 religiosi di 7 diverse congregazioni esercitano il sacro ministero delle 70 parrocchie, 21 cappelle e 72 missioni. Vi sono inoltre 13 congregazioni femminili con 274 suore, 50 seminaristi, 3 orfanotristi, 3 ospedali. La diocesi di S. fu formata dal vicariato apostolico di Marysville. Il vicariato apostolico di Marysville fu eretto nel 1861 con soltanto 4 sacerdoti. I primi cattolici si stabilirono nelle regioni minerarie. Il primo vicario apostolico fu mora. Eugenio O'Connell, originario d'Irlanda, e consacrato vescovo di Plaviopolis a Dublino il 3 febbr. 186r. Grazie al suo lavoro, nel 1866 il vicariato apostolico contava 17 sacerdoti e 35 chiese.
Il 20 marzo 1868, Pio IX elevava il vicariato a diocesi sotto il nome di Grass Valley; Leone XIII ne cambiava i confini il 16 maggio 1886 e la sede veniva trasferita a S.
Biol.: J. H. Ellis, s. v. in Cath. Enc., XIII, pp. 294-95; J. G. Shea, History of the Catholic Church in the United States, IV, Nuova York 1866-93, p. 713 sq.: The Official catholic directory, ivi 1950, pp. 510-13. Gastone Carriere
SACRA RAPPRESENTAZIONE: v. TEATRO.
SACRARIO (piscina, lavacrum). - Piccola cisterna sotterranea coperta da una pietra mobile, collocata in un angolo di un luogo sacro o della sacristia o dietro l'altare, che comunica all'esterno con un tubo di scarico o termina in una buca non cementata per l'assorbimento dell'acqua.
Serve per ricevere l'acqua delle abluzioni, l'acqua batteaimale dopo l'amministrazione del Sacramento, l'acqua in cui si sono lavati i purificatori e i corporali, le sacre centri provenienti da cose sacre bruciate (p. es., dalla bambagia usata nelle sacre unzioni). Tutto questo per la riverenza delle cose una volta benedette o consacrate (Durando, Rat., I. IV, cap. 55). Per l'Oriente si ha in proposito una testimonianza del sec. vi nella seguente risoluzione cononica, data da Giovanni Bar Cursos, vescovo di Tell-Mahrè (519-38): "Aquae ablutionis rerum sacrarum in locum decentem, in fossem profundam posiciantur et occultentur" (testo riportato da Hanssens, op. cit. in bibl., III, p. 533).
Nelle chiese medievali a fianco dell'altare, al lato dell'Epistola, si trovava spessissimo nel muro una nicchia detta piscina, artisticamente fatta con un bacino munito alla base di orifizio per il libero scolo dell'acqua, serviva per l'abbizione delle mani del sacerdote dopo la S. Comunione (cominciando dal sec. xiv s'usa bere l'abbizione), essa è prescritta, p. es., dal Sinodo di Würzburg del 1298, can. 3 e dal Capitolo generale cistercense del 1601.
Con la voce s., nel medioevo, si designò anche la chiesa, il presbiterio, l'armadio a muro, o il luogo per conservare la pisside contenente la S. Eucaristia, la sacrestia o i "patrophoria" del rito orientale (cf. Didemalia et Constitutiones Apostolorum, II, 57, 3; VIII, 13, 17) e talvolta il libro detto Ordinarius.
Biol.: J. M. Hanssens, Instil. liturg. de ritibus oriental., III, Roma 1932, pp. 532-33; J. A. Jungmann, Missarum solemnia, II, Vienna 1949, pp. 506-509; M. Righetti, Mon. di istor. liturg., I, Milano 1950, p. 398.
Pietro Siffrin
## SACRARIO: v. PRESbiterio.
SACRE TEMPORA: v. astinenza; digiuno; QUATtRO TEMPORA.
SACRIFICATI : v. Lapsi.
SACRIFICIO. - Da sacra facere "compiere l'azione sacra", il s. nella sua accezione più generale è quell'atto religioso mediante il quale l'offerente, attraverso l'offerta o la vittima, entra in comunicazione mistica con l'Essere a cui il s. è diretto. Perché si abbia il s. si richiede dunque: 1) un offerente che può essere diverso da chi compie l'azione sacra; 2) un oggetto animato o inanimato da offrire; 3) l'intenzione di entrare mediante l'azione sacrificale in comunicazione con l'Essere a cui è diretta.
I. Il s. nelle religioni non cristiane. - Il s. può essere incruento (oblazione, libazione, offerta), come
si verifica presso i gruppi economicamente e culturalmente più primitivi, e cruento quando, sviluppandosi le occupazioni, anche elementarissime, della vita agricola e pastorale, si offrono animali domestici la cui uccisione serve a rendere effettiva l'offerta sottraendo l'animale all'uso profano e togliendogli quella vita che si vuole offrire alla divinità, in una concezione più profonda e integrale del s. medesimo.
Verso il s. cruento, pertanto, tutti i popoli, in cammino verso condizioni di cultura più complesse e progredite, e fissatisi nelle grandi società politiche ed etniche del mondo antico, si sono orientati; s. inteso non solo come omaggio alla divinità, ma anche come mezzo per entrare con essa in più intima comunione attraverso la vittima appositamente scelta e preconsacrata, il cui sangue, veicolo di vita, serve appunto a stabilire un contatto mistico tra l'offerente e la divinità stessa.
Durante l'epoca imperiale romana, conforme alle tendenze spirituali del tempo, si credeva che il sangue di certi animali sacrificati avesse il potere di divinizzare le anime degli offerenti sottraendole al fato mortale. La credenza della divinizzazione delle anime che Arnobio (II, 62) e Servio (ad Aen., III, 68) attribuiscono ai Libri Acherontici degli Etruschi era però in sostanza già nota (Loror, Manes, Deus parens) alla Roma antichissima (Ribecco).
1. Teorie sull'origine del s. - L'etnologia moderna ha presentato tre diverse ipotesi sull'origine del s. Secondo l'animismo di E. B. Tylor il s. è in sostanza un dono che l'uomo fa alla divinità per ottenerne in ricambio sia l'uso dei frutti della terra, sia altri favori di cui abbia bisogno: egli concepisce queste divinità come dotate delle stesse abitudini, affetti e desideri degli uomini. Secondo la teoria totemistica, oggi tramontata come spiegazione integrale del fatto religioso, il s. sarebbe in origine una comunione: in quanto il gruppo umano, che si ritiene discendente da un animale divino, in certe solenni occasioni, per rinnovare il legame di parentela con il dio e purificare il proprio sangue mediante un'ingestione di sangue divino uccide l'animale sacro (che altrimenti viene sempre rispettato e mai ucciso) e se ne ciba ritualmente. W. Robertson Smith ha teorizzato in maniera seducente, ma non convincente, questa opinione, seguito da F. B. Jevons, S. Reinach, E. Durkheim. Secondo la scuola storico-culturale del p. W. Schmidt infine (ma già il p. Lagrange aveva, basandosi su elementi offerti dalle genti semitiche, sostenuto la medesima tesi) il s. originalmente è il dono di un oggetto che abbia in sé la vita e serva come sostentamento di vita (primizie), offerto dal primitivo alla divinità tutte le volte che debba far uso dei frutti della terra. Questa teoria, integrata con gli elementi offerti dalle religioni superiori a orientamento mistico, spiega meglio i fatti che si riscontrano nel s. presso i gruppi umani primitivi e presso le grandi religioni etniche (Egitto, Assiria, Israele, India, Grecia, Roma, Cina).
Con l'evolversi dello spirito religioso parallelo al progresso della civiltà nell'economia, nella politica e nel pensiero, che portano l'individuo a dar maggior valore alla sua vita interiore di fronte al principio autoritario della religione di Stato, nascono le religioni supernazionali (universali) o dovute all'opera di un riformatore religioso nato e vissuto nella piena luce della storia (Buddha, Maometto) oppure sublimazione religiosa di un primitivo culto, in genere agrario, e riannodate a un fondatore mitico, di natura divina (Dióniso, Osiride, Attis, Mišbra). Son queste le religioni dette di mistero perché suppongono un'iniziazione segreta e una serie di riti nei quali l'iniziando (che vi può accedere, senza tener conto di vincoli di razza, di casta o di nazione) si assimila al dio, nella fiducia di averne beneficio spirituale in vita e di assicurarsi dopo la morte una beata immortalità. In queste religioni il s. assume il suo valore più alto perché esso riproduce e commemora il s. del dio e considera questo s. come un segno di salvezza per quanti ne vorranno lucrare il beneficio.
2. Prassi del s. - Il s. si svolge secondo tre tempi o momenti : la preparazione, l'azione, l'uscita.
a) La preparazione. - Essendo l'atto religioso per eccellenza, il s. deve compiersi in ambiente che già sia
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sacro o che almeno venga reso tale per l'occasione con cerimonie preliminari di consacrazione. Quanto alla forma, bisogna distinguere colui a vantaggio del quale si offre il s. (offerente), che può essere o un singolo individuo o tutto un gruppo sociale, da colui che come esperto compie l'atto sacrificale (sacrificatore, sacerdote, ministro). Tanto l'uno quanto l'altro debbono trovarsi in stato di santità rituale (astensione da contatto venereo, bagno, vesti nuove o bianche, digiuno, emblemi o tatuaggi speciali), e mantenersi in questo stato di separazione dal mondo profano fino a che il s. non sia compiuto.
La vittima poi o è già un animale sacro (totem) o bisogna renderlo sacro mediante riti e cerimonie speciali. Innanzi tutto deve essere senza nessun difetto fisico; poi, scelta e lavata, ornata, incoronata, viene invitata a procedere spontanea verso il luogo del sacrificio, talora anche lodata per esaltare il valore, ravvicinarla alla divinità e renderla così più acconcio veicolo di partecipazione di vita tra l'offerente e la divinità. Questa consacrazione della vittima è conchiusa da una cerimonia speciale: spalmatura di burro (India), di olio (Israele) o da una cospersione di farro e sale (mola salsa, Roma) o di orzo (vùlai, Grecia).
b) L'azione. - Consacrata la vittima, si procede all'uccisione, la quale libera il principio di vita chiuso nell'animale che diviene così, mediante il suo sangue, efficace mezzo di comunione. Essa viene avvicinata all'ara, orientata sia verso taluno dei punti cardinali sia verso la presunta dimora degli dèi, e in mezzo a un silenzio profondo, rotto solo dal suono di uno strumento rituale o dal momento di formole sacre, viene abbattuta, e iugulata o soffocata, secondo i vari rituali e la specie dell'animale. Una volta a terra viene squartata, se ne estraggono i visceri o l'omenio che sono la porzione riservata agli dèi, mentre il resto viene desecrato e gustato dall'offerente e da quelli che hanno partecipato al s.
c) L'uscita. - Compiuta l'azione sacrificale, i partecipanti prima di rientrare nella vita comune, si debbono scaricare della sacralità accumulata su loro dal s., mediante abluzioni, la deposizione delle vesti sacre e la "purificazione" ossia desecrazione degli utensili che hanno servito al s.
3. Varie specie di s. - Conforme alla classificazione adottata a proposito delle varie specie di riti (v.), i s. sono o connessi con i riti di passaggio, o s. di oblazione, o s. di propiziazione.
a) S. nei riti di passaggio. - Rientrano in questa categoria i s. che si hanno nelle più importanti circostanze del culto domestico, nascita, nome, morte; i s. dell'iniziazione (v.) puberale, i s. connessi con l'iniziazione ai culti di mistero (v.), i s. della soglia, del confine, dell'ospitalità, i s. funerari.
b) S. di ablazione. - Sono i più numerosi perché offerti per mantenere la pace con gli dèi, riconoscere il dominio e ringraziarli dei benefici ricevuti. Le grandi civiltà del mondo antico hanno praticato soprattutto questa forma di s.
c) S. di propiziazione. - Si suddividono in tre categorie principali: s. agrari, s. espiatori, s. di fondazione.
Il s. agrario parte dal postulato, proprio della mentalità a mistica e del primitivo, che l'uomo deve contribuire con la sua azione al ritmo delle stagioni affinché la terra produca il suo frutto. Esso suppone anche la credenza animistica che il campo coltivato abbia un proprio principio di vita, sintetizzato in uno spirito (spirito della vegetazione) che può essere incorporato in un essere inanimato (pietra, fantoccio), in un animale (volpe, cane, gallo) o in un uomo. A questo spirito bisogna offrire una parte del raccolto che è suo, per poter usare impunemente del raccolto stesso. Questo spirito, che si spegnerebbe dopo il raccolto, bisogna incorporarlo in qualche oggetto o animale e mantenerlo vivo mediante l'azione sacrificale. Il s. agrario, pertanto, consta di due momenti : a) espulsione del vecchio spirito della vegetazione sotto le spoglie di un uomo o di un animale; b) introduzione di un nuovo principio di vita.
Dal s. agrario è facile il passaggio al s. del dio quando la vittima umana si sostituisce, come spirito della vegetazione, all'offerta vegetale, perché perdendo il contatto con l'elemento vegetale lo spirito di vegetazione perde
la sua autonomia a favore della individualità umana e ne assume il nome, la personalità morale e infine anche la leggenda. Creata questa leggenda mitica, è fissata anche la figura del dio e il s. agrario periodico diviene la ripetizione salutare della vicenda sacrificale avvenuta al dio in origine e la cui iterazione serve ad assicurare agli uomini i benefici (che non sono più agrari, ma religiosi) di quella immolazione primordiale. In talune religioni di mistero (misteri di Attia, Adone, Quiride) è possibile riconoscere la sublimazione di un antico rito agrario (v. MISTERI).
Il s. espiatorio muove dal concetto sacro-magico che si possa trasferire il male (fisico o morale) da un oggetto sopra un altro che poi viene allontanato o ucciso. Tipico caso di s. espiatorio era, in Israele, quello del capro sul quale il sommo sacerdote, vestito di lino e dopo opportune lustrazioni, accumulava, posandogli anche le mani sul capo, tutti i peccati del popolo e che poi faceva subito condurre via da un uomo che doveva abbandonarlo in un luogo deserto. La vittima di un s. espiatorio poteva anche essere umana, come avveniva nell'antichità: a Marsiglia in caso di pestilenza (Serv., Ad. Aen., III, 57) e annualmente in Atene nella festa delle Targhelie (v.). Ai s. espiatori appartengono anche quelli lustratori (v. lustrazione).
Il s. di fondazione partecipa dell'elemento consacratorio e di quello espiatorio e parte dal concetto di porre lo spirito dell'animale (o dell'uomo) sacrificato a protettore dell'edifizio da costruire. Così i Batak di Sumatra pongono i cadaveri sulle tre i angolari delle loro abitazioni, i beduini del paese di Moab uccidono l'animale nel punto dove piantano il piuolo principale della tenda, nell'antico Canaan lo scavo ha dato numerosi resti di s. di fondazione; in Roma sotto l'abside della basilica di Porta Maggiore sono stati trovati i resti di ossa di un cane e di un porco.
4. Il simbolismo sacrificale. - Il s. è un'azione, come risulta dalla terminologia cultuale (sacro facere, o semplicemente facere presso i Latini; $\pi \mathrm{sc} \varepsilon \tilde{\varepsilon} \nu$, $\dot{\varepsilon} \varepsilon \tilde{\varepsilon} \varepsilon \varepsilon \nu$, $\delta \rho \tilde{\alpha} v$, presso i Greci; 'dīdh, presso gli Ebrei) ed è un'azione rappresentativa che intende effettuare quello che riproduce. Questo risulta evidentissimo nei riti agrari dove lo spirito della vegetazione è inteso come un essere vivente (animale o umano) che muore e risorge. Quest'azione rappresentativa acquista maggior valore perché conserva e intensifica il legame sociale, in quanto il gruppo umano che compie il s. sa di compierlo ad imitazione degli antenati e abbidento alla tradizione che essi hanno fondato e tutti i predecessori del gruppo hanno ripetuto. Questo senso sociale, quando i motivi di simbolismo magico tromontano in seguito allo sviluppo culturale, resta appunto come rappresentativo della vita collettiva, che grazie ad esso si è mantenuta e accresciuta, ma sublima il suo significato in senso altamente morale.
Bibs.: F. Kleinert, Religionsgeschicht. Studien zur Theorie des Opfers, in Theolog. Studien und Kritiken, 1874; W. Ro-bertson-Smith, The religion of the Semites, Londra 1889; E. B. Tyler, Primitive culture, ivi 1891; J. B. Jenson, Introduction to the history of religion, ivi 1896; S. Reinsch, La théorie du sacrifice, in Cultes, mythes, religion, I. Parigi 1909, p. 96 sgg.; H. Hubert - M. Mauss, Essai sur la nature et la fonction du sacrifice, in Aude sociologique, 2 (1899), ristampato in Mélanges d'hist. des religions, Parigi 1909; E. Durkheim, Les formes élémentaires de la vie religieuse, ivi 1912; W. Wundt, Fï̈̈berpsychologie, VI, Mythos und Religion, parte 3*, Lipsia 1913, p. 459 sgg.; G. van der Leeuw, Die do-nt-des-Forsel in der Opfertheorie, in Archiv für Religionswissenschaft, 20 (1920-21), p. 241 sgg.; A. Loize, Essai historique sur le sacrifice, Parigi 1920; A. Lods, Examens de quelques hypachèses modernes sur les origines du sacrifice, in Revue d'hist. et de litt. religieuses, 1921, p. 483 sgg.; W. Schmidt, Ethnologische Bemerkungen zu theologisch. Opfertheorien, S. Gabriel-Möbling 1922; id., Notions générales sur le sacrifice dans les cycles culturels, in Sémaine d'ethnologie religieuse, 3 e sess., Tilburg 1923; R. Will, Le culte, I. Strasbourgs 1923; M. Mauss, Essai sur le don, in Année sociologique, nuova serie, I (1923); Fr. Rüsche, Blut, Leben und Seele, Paderborn 1930; G. van der Loeuw, Phänomenologie der Religion, Tubinga 1933, p. 327 sgg.; A. Bertholet, Der Sinn des kulturelen Opfers, in Abhandl. prensl. Akad. Wiss., Phil. Hist. Kl., 1942, II, p. 47 sgg.; F. Ribezzo, I s. di sangue e le parole-chiavi della colonna $X$ del testo, strusca della mammia, in Rend. Arc. Lincei, 6* serie, VI (1952), fasc. xI-xII, pp. 527-72.
Micola Turchi
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II. Il. s. PRESSO I POPOLI PRIMITIVI. - 1. Il s. delle primizie nelle culture originarie. - E una caratteristica spiccata delle culture originarie e consiste nell'offrire all'Essere Supremo le primizie dei mezzi di sussistenza che l'uomo riceva dalla caccia e la donna dalla raccolta. L'offerta è fatta prima che il resto sia consumato. I Pigmei offrono una piccola parte, scelta generalmente tra le migliori e più vitali (cuore, fegato, polmoni, stomaco, grasso). Il s. delle primizie è praticato da quasi tutte le popolazioni veramente pigmee, da parecchie Pigmoidi, dai Boscimani e dai Vedda. Nella cultura artica americana è fatto solo dalle popolazioni eschimesi che appartengono allo strato più arcaico della cultura artica, dagli Algonchini, da alcune popolazioni molto primitive della California, e dai Selknam, i quali sono i meno primitivi fra le tre popolazioni della Terra del Fuoco. Manca in tutta la cultura primitiva meridionale (Australia sud-orientale e Tasmania).
La diffusione del s. delle primizie nelle culture originarie indica che esso è sorto probabilmente in condizioni che si trovano di più tra i Pigmei che nella cultura artica americana. Ciò è confermato anche dalla varietà delle offerte che fanno i Pigmei e i Negriii : selvaggina, uccelli, pesci, termiti, bruchi commestibili, frutta, miele ecc. I Pigmei di Gabun sacrificano anche un animale che deve essere preso vivo a caccia. Un'altra variante fra i Pigmei di Gabun consiste nell'offerta della parte destra della testa dell'animale (ossia della parte più pregiata). I Pigmei Baghiclli offrono solo vegetali e bevande. Nelle culture artiche invece sono frequenti le offerte di carne ma manca quasi completamente il s. delle primizie vegetali. Questa mancanza è spiegabile con il clima e con l'economia delle popolazioni artiche le quali si nutrono prevalentemente di carne.
Ci sono ancora altre caratteristiche che differenziano il s. dei Pigmei da quello delle popolazioni artiche americane: i Pigmei offrono generalmente le parti interne della selvaggina; i popoli artici americani offrono invece la testa non aperta oppure le ossa lunghe, anch'esse non aperte. Perciò la materia offerta è il cervello o il midollo : la testa e le ossa sono piuttosto il recipiente che contiene l'offerta. Varia anche il modo di presentare l'offerta. I Pigmei gettano le primizie vegetali nella foresta; solo i Baghiclli le buttano nel fuoco. L'offerta della carne varia nei diversi gruppi dei Pigmei : alcuni la buttano a terra, altri nel fuoco, altri ancora, per preservarla dalle termiti e dai bruchi, l'avvolgono in una foglia e la mettono cerimonialmente nella cavità di un albero. Talvolta, per avvolgere l'offerta, scelgono una foglia che non sia stata ancora toccata, quasi per intensificare la polmizia del s.
Nella cultura artica americana le poche offerte di vegetali sono gettate nel fuoco o posate per terra. Una delle forme più caratteristiche del s. delle primizie di questa cultura consiste nell'ammucchiare sopra un altare le teste e le ossa lunghe offerte. Cosi facevano anche i cacciatori del Paleolitico inferiore, come ha rivelato l'esplorazione di varie grotte della Baviera e della Svizzera.
Il s. delle primizie è sorto dalle concezioni economiche, sociali e religiose delle culture originarie ed esprime un omaggio, un ringraziamento e una domanda all'Essere Supremo. In queste culture l'uomo non produce ancora i mezzi necessari al suo sostentamento, ma si limita a prenderli dalla natura. L'Essere Supremo è considerato l'elargitore della vita non solo in antico, ma continuamente, perché dà i mezzi di sussistenza, animali e piante, li fa crescere e ne concede l'uso a condizione che non siano distrutti inutilmente e negati a coloro che non possono procurarseli. Perciò il sostentamento dei vecchi, degl'infermi e dei bambini ha pure un valore religioso e come tale è inculcato anche nelle iniziazioni (v.) dei giovani. La mitologia di questi popoli attribuisce la creazione del mondo all'Essere Supremo, il quale è considerato anche il primo proprietario. Questi motivi sono chiari nella mitologia dei Pigmei, degli Indiani della California cen-
trale e della Terra del Fuoco e si mantengono ancora vivi tra popolazioni appartenenti a culture più recenti.
Il s. delle primizie riconosce anzitutto la creazione, la conservazione, il potere e la proprietà dell'Essere Supremo sulle cose del mondo ed esprime tali sentimenti rendendogli sotto forma di offerta una piccola parte dei beni ricevuti. "Nel s. delle primizie l'offerente non vuole tanto dare, quanto dire, esprimere qualche cosa " (Schmidt), ossia la sua sudditanza, la sua dipendenza dall'Essere Supremo. Può darsi che voglia esprimere anche altri sentimenti : domandargli perdono di aver ucciso animali o distrutto piante da lui create, invitarlo al pasto per entrare con lui in un'unione più stretta (idea molto probabile data la liberalità con cui nelle culture originarie è uso invitarsi a vicenda a consumare insieme il bottino della caccia e il frutto della raccolta), ringraziarlo dei beni avuti e chiedergli che continui la sua protezione, ma il pensiero centrale è l'espressione del sentimento di dipendenza che la creatura sente di fronte al Creatore (Schmidt). Che la quantità offerta sia spesso molto piccola, indica che il sacrificante non intende dare all'Essere Supremo qualche cosa di cui egli abbia realmente bisogno e meno ancora voglia offrirgli cibo perché mangi. Un'offerta così concepita sarebbe in opposizione con il concetto di spirito che diverse popolazioni attribuiscono all'Essere Supremo. Un'offerta, scelta dalle parti migliori del bottino, ha un valore simbolico. Anche le formule che l'accompagnano esprimono questi sentimenti : «Ecco la tua parte affinché tu sia generoso con me quando vado in cerca di selvaggina la quale è sotto la tua protezione ".
2. Il s. espiatorio nelle culture originarie. - Quando i Pigmei di Gabun ritengono che il continuo insuccesso a caccia sia da attribuirsi a qualche colpa, fanno un s. espiatorio. Un s. analogo praticano anche i Semang. In tutti e due i casi l'offerente si fa una ferita in un braccio o in una gamba (Pigmei di Gabun) o vicino al ginocchio (Semang), mescola per lo più il sangue che ne esce con acqua ed offre il tutto in espiazione. E probabile che questo s. intenda sostituire l'offerta della vita. Indizi di un s. espiatorio del proprio sangue si trovano anche in altre popolazioni pigmee. Il concetto della colpa morale che l'Essere Supremo può punire, sia colpendo direttamente con la morte il colpevole, sia negandogli i mezzi di sussistenza, è una caratteristica delle culture originarie. Altrettanto vivo è il sentimento del pentimento e dell'espiazione verso la divinità offesa. Perciò è probabile che anche il s. espiatorio appartenga a queste culture. Ricerche recenti confermano questa tesi.
Alcune popolazioni pigmee e algonchine fanno anche s. con offerte ai defunti, le quali sono il risultato di influenze di culture matriarcali. Nessuna popolazione appartenente alle culture originarie pratica il s. umano.
3. Il s. delle primizie nei popoli nomadi pastori del. l'Asia. - Il s. caratteristico di questo ciclo culturale è il grande s. annuale del cavallo in ringraziamento a Dio il quale dà, sia agli uomini sia agli animali, il potere di riprodursi.
Perciò il s. è fatto in primavera, quando nascono i puledri e i vitelli. Tutte le famiglie che compongono una parentela si riuniscono e ciascuna porta uno o più animali. Offrono di preferenza un cavallo. Questo s. ha una solennità particolare anche per il modo con cui è fatto: fra l'altro il cavallo è ornato e messo in posizione come se dovesse saltare verso il cielo. Segue una specie di pasto sacro accompagnato da varie offerte. Nel s. principale dei popoli pastori sono espressi ancora di più che in quello delle culture originarie il riconoscimento dell'autorità suprema del Cielo sul bestiame e il ringraziamento al Cielo che ha concesso gli armenti. Il concetto religioso di questi popoli è molto elevato come dimostra anche il fatto che i s. di domanda hanno un'importanza assai secondaria.
Un'altra caratteristica di questa cultura è il s. del latte, elemento importante per la nutrizione di quei popoli. I nomadi pastori dell'Asia centrale non hanno s. espiatori.
4. Il s. espiatorio. - Varie popolazioni pastorali del-
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l'Africa e altre appartenenti al gruppo nilotico fanno s. espiatori, che rivelano un senso religioso elevato e un chiaro concetto della colpa morale e della necessità dell'espiazione. Nella religione dei Galla, Waka, che significa "Cielo", è il Creatore, il Signore assoluto di tutto il mondo e il centro regolatore della vita individuale e sociale. La religione dei Galla è viva e ricchissima di preghiere, canti religiosi, s., feste e cerimonie per tutte le circostanze della vita umana. Celebrano con particolare solennità una festa chiamata Wadagià, per ottenere da Dio le benedizione sulle famiglie, sui villaggi e sul territorio.
Durante questa cerimonia, la quale è diretta da un capo sacerdote e da due "disconi", i convenuti fanno un s. che ha carattere di domanda e di espiazione, come risulta dalle invocazioni che lo accompagnano. Quando tutto è pronto, il capo sacerdote pronuncia le invocazioni ( "Oh Waka abbi pietà di noi! " ecc.) alle quali rispondono tutti in coro: "Sì, abbi pietà di noi ", ecc.
Ancora i Galla affrono un toro o un montone sulla tomba di un defunto. Ma questo s. è rivolto a Dio per impetrare la felicità e il perdono delle colpe del defunto.
Gli Acioli dell'Uganda temono in modo particolare l'anima di uno "morto con ira ", perché questa torna a fare le sue vendette. Quest'anima si chiama lacèn ( $=$ che ritorna): può diventare lacèn chiunque sia stato ucciso volontariamente o involontariamente (p. es., a caccia), se non si paga l'indennità dovuta e non si fa il s. espiatorio. Ma nessuna anima può tornare come lacèn se non le fu fatto del male. Sono particolarmente temute: l'anima del figlio al quale il padre ha negato la dote per il matrimonio, quella dello schiavo ucciso per futili motivi, quella del padre o di un vecchio o di un ammalato della famiglia a cui fu negato il pane, quella di chi fu lasciato morire di fame sulla porta della capanna anche se di un'altra tribù, quella della madre alla quale il figlio ha impedito di risposarsi dopo la morte del padre o alla quale il figlio ha negato la carne, quella di chi fu ucciso in casa altrui senza che il padrone di casa si sia curato di vendicarlo, quella di chi è stato vittima di una grave vendetta che non ha meritato o ha avuto una punizione superiore alla colpa o anche una punizione meritata ma grave, quella della moglie uccisa mentre fuggiva per rifugiarsi da un altro uomo perché il marito la batteva. Anche l'anima del cane, ucciso in determinate circostanze, torna come lacèn. Quando il lacèn viene per uccidere e comincia a rendere malato qualcuno della famiglia o a compartirgli in sogno e a renderlo vagabondo, si chiama lo stregone, il quale ha il compito di mandarlo via con una cerimonia speciale, essenzialmente espiatoria, rivolta all'Essere Supremo, durante la quale si sacrifica una pecora. A questa cerimonia sono uniti anche elementi accessori di carattere magico. Non sempre però lo stregone riesce nel suo intento: talvolta il lacèn è così adirato che uccide non solo la persona che gli ha fatto del male, ma tutta la parentela, anche la madre, il padre o il figlio e talvolta persino lo stregone che è venuto per mandarlo via. Ciò avviene perché Lubanga (l'Essere Supremo) è dolente se fu ucciso qualcuno, perché questi era uno dei suoi, generato da lui e quindi acconsente che l'anima del morto venga e uccida chi lo ha ucciso. Anche certe bestie feroci possono venire come lacèn: esse sono i cani di Lubanga.
S. espiatori hanno anche i Baria dell'Eritrea e altre popolazioni camitiche, nilotiche e affini. E pure praticato il s. espiatorio collettivo di un animale preso vivo a caccia.
5. Il s. del sangue nella cultura matriarcale e il s. umano. - Le concezioni spirituali proprie di questo ciclo culturale, molto diffuso, sono: la mitologia lunare, la figura di una divinità femminile, concepita come divinità terrestre (dea madre), la quale si sostituisce gradatamente al culto dell'Essere Supremo. Un altro elemento caratteristico è il culto del sangue, concepito come la sede della forza vitale e in stretta
relazione con l'origine stessa della vita perché quando la donna concepisce cessano le mestruazioni.
In questo ciclo culturale il s. delle primizie è fatto alla dea madre o ai defunti. Ma soprattutto si sviluppa il s. cruento prima di animali, poi anche di uomini. Appartiene ancora alla cultura matriarcale tutto un complesso di miti sul potere vitale del sangue, onde il sangue delle vittime è usato per ungere i malati e sparso sulle piante e nei campi. Ma soprattutto al sangue umano ancora caldo è attribuito il potere di rinforzare le forze vitali che si affievoliscono. L'animismo, che popola il mondo di spiriti raramente benèfici e molto più spesso malèfici, i quali possono essere propiziati o placati solo con il sangue, sumenta ancora il numero dei s. Nel matriarcato si sviluppano molto la rievocazione e il culto dei morti e la magia. I defunti ricevono offerte per il viaggio nell'altro mondo: cibo, bevande e anche armi e utensili. Numerose popolazioni fanno una commemorazione periodica dei defunti (per lo più annuale) associata a s. ed offerte.
Gli spiriti che popolano la natura ed i defunti dicono per bocca dello stregone (che è originariamente una donna : infatti spesso lo stregone si camuffa da donna e ne imita la voce) perché hanno mandato una malattia, un'epidemia, la corestia, la sconfitta in guerra e altre disgrazie e chiedono determinati s. Quando sono molto irritati o si tratta di un pericolo pubblico, possono chiedere anche s. umani ed esigere che la vittima sia sottoposta a una morte molto lenta e straziante. Però il s. umano si è sviluppato nelle culture secondarie, ossia dove il matriarcato si era già fuso con altre culture. La sua origine non è ancora chiara; probabilmente vi ha contribuito molto la credenza che nel sangue risiede la forza vitale. I primi s. umani sono stati fatti ai defunti con l'accisione di schiavi e di donne affinché accompagnino l'anima del morto nell'altra vita (più tardi si offrirono vittime umane anche agli spiriti che popolano la natura). Talvolta le vittime sono sepolte vive.
Usanze ancora più barbare, perché esigevano un numero maggiore di vittime, si rilevano nell'Africa occidentale, nelle culture del Pacifico, nella religione degli antichi Messicani e in altre parti del mondo.
Il s. umano era frequente a Benin. Nel febbr. del del 1897 una missione commerciale inglese fu massacrata dalle truppe del re di Benin. L'ammiraglio inglese Rawson organizzò una spedizione punitiva la quale il 17 febbr. prese d'assalto la capitale di Benin. Quando i vincitori entrarono nella città videro il terreno dinanzi agli alberi degli idoli tutto intriso di sangue umano ancora fresco e dovunque giacevano ammucchiate a centinaia le vittime dei s.
Nell'antico Messico i s. umani erano così frequenti che le vittime si contavano a migliaia ogni anno; si sacrificavano schiavi fuggitivi, prigionieri di guerra, bambini, bambine e donne. Le vittime erano spesso torturate in modo orrendo: scuoiate vive, oppure buttate vive in un rogo donde erano estratte moribonde e condotte alla pietra del s. Altre erano sacrificate con lo svisceramento del cuore (fatto con un coltello di ossidiana), che era poi bruciato o mangiato dai sacerdoti, altre affogate nel lago, altre rinchiuse in una caverna e quivi lasciate perire di fame. Alle donne generalmente si apriva il petto. I Peruviani erano meno feroci: tuttavia offrivano al Sole fanciulli e fanciulle e seppellivano con il sovrano alcune sue mogli e alcuni suoi servi, usanza osservata pure coi grandi signori alla loro morte.
Il s. umano è stato soltanto nocivo alla religione : ha distrutto il concetto della paternità di Dio sostituendogli quello di divinità feroci e avide solo di sangue, ha rafforzato il cannibalismo (il quale però è anteriore al s. umano) perché spesso i s. con vittime umane finiscono con un pasto cannibaleseo, ha contribuito alla perdita completa della libertà e del valore della persona umana delle vittime destinate al s. (prigionieri di guerra, schiavi, mogli e talvolta persino figli). L'abbrutimento di queste società (si noti che alcune delle più feroci avevano raggiunto un grande sviluppo tecnico ed artistico, come a Benin, nel Messico e in certe regioni del Pacifico) è ancora più evidente per il fatto che spesso le vittime trovavano naturale la loro condizione miseranda.
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La credenza che nel sangue risieda il principio vitale, associata alla magia, ha fatto sorgere riti magici uniti spesso a pratiche oscene o ad atti di ferocia terrificante. La caccia alle teste, associata spesso all'antropofagia (Nuova Guinea e Isole Salomone) ha anche lo scopo di offrire s. agli spiriti. Gli Aztechi facevano di tanto in tanto guerre "fiorite" o "sacre" con il solo fine di procacciarsi vittime per i s. (v. anche TERMININO).
Bibl.: oltre le opere di carattere generale ricordate alla voce cimologia, cf. per il s. nella preistoria: O. Manghin, Der Nachweis des Opfers im Altpaläolithikum, in Wiener Prälistiorische Zeitschrift, 13 (1926), p. 14 sgg.; id., Weltgeschichte der Steinzeit, Vienna 1931; E. Bachler, Das Alpine Paläolithikum der Schweiz im Wildkirchl., Drachenloch und Wildenmondishch, Basiles 1940 (v. la diffusa relazione di W. Schmidt, in Anthropos, 35-36 [1940-41], p. 426 sgg.). H. Bachler ha esposto in forma più succinta i risultati di suo padre nel vol. Die ersten Bewohner der Schweiz, Berns 1947; W. Schmidt, Völkerkunde und Urgeschichte in gemeinsamer Arbeit an der Aufhellung älterter Menschheitsgeschichte, in Mitteilungen der Naturforschenden Gesellschaft, Berns 1941 (1942), p. 27 sg . V. altra bibl. in R. Boccassino, Introduzione bibliografica e La religione dei primitivi, in Storia delle religioni, diretta da P. Tacchi Venturi, I, $3^{\circ}$ ed., Torino 1949, pp. 45-46, e le note e pp. 119-20. Renato Boccassino
III. Il s. nel Vecchio Testamento. - I primi esempi di s. nel Vecchio Testamento (Gen. 4, 3 sg.; 8, 20) dànno chiaramente a vedere che esso è antico quanto il genere umano. Il suo significato originario secondo la concezione biblica non è l'offerta dei cibi per la divinità, cosa che sarebbe in aperto contrasto con la spiritualità di Jahweh; neppure è la comunità di mensa con Dio, poiché i primi s. biblici (ibid. 4, 3 sg.; 8, 20; 22, 13) sono immolazione totale senza banchetto sacrificale. Il s. nella Bibbia è essenzialmente espressione di adorazione e rendimento di grazie al Signore, a cui si associa facilmente l'intenzione imperativa di altri doni o aiuti e, nel caso di coscienza della colpa, il desiderio di espiazione per propiziare la divinità. Di fatto però il significato espiatorio del s. non è attestato nella Bibbia prima di Mosè. Fino a quel tempo il s. in Israele fu un atto di culto privato e volontario; ma quando Israele fu prescelto per essere il popolo sacerdotale e santo del vero Dio (Ex. 19, 6), divenne fatto perenne ed essenziale del culto ufficiale, e come tale ebbe le sue norme rituali nella legislazione sinaitica. Per mezzo del s., Jahweh suggellò il patto d'alleanza con il suo popolo (ibid. 24, 4-8), ed in segno di gradimento fece discendere un fuoco dal cielo sul primo s. di Aronne, consumandolo (Lev. 9, 24).
Le varie specie di s., in particolare l'olocausto, ricorrono quasi con gli stessi nomi nelle tavolette ugaritiche (Rós Samrah), anteriori di qualche secolo a Mosè. Nella stessa Bibbia si fa menzione di vari s. fuori del popolo eletto (il madianita Iethro suocero di Mosè, Ex. 18, 20; Balaam, Num. 23, 1, 13; Giobbe, Job 1, 7; 42, 8) senza parlare dei s. in uso presso i popoli cananei (Lev. 18, 21; 20, 25). Pertanto Mosè regolò e consacrò al culto del vero Dio un cerimoniale già praticato, epurandolo dalle forme superstiziose. D'altra parte non tutte e singole le minuziose prescrizioni relative ai s. devono necessariamente attribuirsi a Mosè: l'elaborazione del rituale poté essere soggetta, come si ammette anche da esegeti cattolici, ad un periodo di evoluzione, che però sfugge al nostro controllo per la scarsità delle fonti. Ma senza dubbio sono d'origine mosaica le prescrizioni essenziali, come pure la differenziazione dei vari s., compreso quello di espiazione (v.).
I s. si distinguono secondo la materia in cruenti, con spargimento di sangue (ebr. zábah, gr. $\delta v \sigma i ́ a$ ), e incruenti, consistenti nell' "offerta" di alimenti o profumi (ebr. minbāh "dono", da mānāh "donare»). Quelli cruenti, che erano i s. per antonomasia, si suddividevano, secondo lo scopo ed il rito, in olocausti, pacifici ed espiatori. Erano pubblici o privati, a seconda che venivano offerti per l'intera comunità (come i s. prescritti nei vari

Sacrificio - Il s. di Isacco, tipo del s. di Gesù Cristo, Tavoletta della Biccherna, dipinta da Bernardino Fungai (1485) - Siena, Archivio di Stato.
tempi liturgici) oppure per devozione o dovere dei singoli israeliti (i s. che venivano offerti per il sommo sacerdote e per gli altri sacerdoti erano virtualmente pubblici).
L'olocausto importava la combustione totale della vittima ed era il s. latreutico per eccellenza. Il s. pacifico o salutare (zabhah bhlimim, o brevemente bhlimim, plur. intensivo) veniva offerto in rendimento di grazie o per impetrazione o anche per adempimento di voto: in tale s. la vittima veniva parzialmente bruciata (solo le parti adipose); un'altra parte (il petto e la coscia, la quale prima doveva essere "agitata" tra l'altare ed il santuario) toccava al sacerdote; il rimanente della carne apparteneva all'offerente, il quale se ne cibava nel recinto sacro e invitava al banchetto i parenti e altre persone, specialmente i poveri (cf. Deut. 12, 12, 18; 16, 11 sgg.; I Sam. 1, 4 sgg.; Ps. 21, 26 sgg.) : per la partecipazione al banchetto sacrificale era necessaria la purità legale. Nel s. espiatorio (hipper, probabilmente da radice accadica che significa "levare via") l'idea fondamentale era l'espiazione o soddisfazione per qualche colpa o infrazione esterna della legge, o anche per qualche macchia e impurità legale più grave (p. es. la lebbra); si distingueva il s. per il peccato (bāṭā̄ah "peccato") e il s. per il delitto ( $d \bar{a} m$ "delitto"); per l'uno e per l'altro vi era diversità di riti e di vittime (il motivo della distinzione è da trovarsi nella minore o maggiore gravità della trasgressione ai sensi della legge); i s. espiatori erano per lo più di carattere privato, e nei singoli casi era prescritta la qualità della vittima; la parte che non era bruciata sull'altare veniva consumata dai sacerdoti; ma se il s. d'espiazione era per il gran sacerdote, per i sacerdoti o per la comunità (come quelli pubblici da offrirsi in occasione del novilunio, Pasqua, Pentecoste, in ciascun giorno della solennità dei Tabernacoli, e soprattutto nel giorno dell'Espiazione), la carne veniva bruciata fuori del santuario. All'epoca dei Maccabei è attestato il s. espiatorio
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per i morti (II Mach. 12, 43); ma si presume che sia più antico. Ai s. cruenti si accompagnavano spesso, con funzione integrativa, is. incruenti: ma questi potevano essere atti di culto indipendenti (come l'incensazione quotidiana, l'olio per le lampade, i pani di proposizione e quelli per la Pentecoste, le spighe per la Pasqua, il s. detto di gelosia, quello per il peccato offerto dai poveri, ecc.). Si distinguevano, oltre quello per l'incenso (per la data dell'introduzione dell'incenso cf. Rev. bibl.. 23 [1914], pp. 161-87), due specie di s. incruenti: offerte di cibi (prop. minbāb) e di bevande (névehh, gr. $\sigma \pi \alpha \nu \tilde{\sigma} \dot{\eta}$ "libazione"). Servivano allo scopo: fior di farina di frumento (quella d'orzo solo nel s. di gelosia [Num. 5, 15]), grano tostato, focacce e pane asimo (Lev. 2), le spighe per la Pasqua e le primizie dei pani per la Pentecoste; tra i liquidi il vino e l'olio. A tutte le oblate si aggiungera sale e olio, e ad alcune anche l'incenso, che a sua volta, massime nel s. quotidiano, veniva cosparso di altre sostanze aromatiche (cf. M. Löhr, Das Rauchopfer im Alten Testament, Halle 1927). I s. incruenti sono an