volume-10
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a b. Colomba da Rieti, la b. Caterina da Racconigi, la b. Maddalena del Paradiso. Di una canonizzazione del S. si parlò sotto Clemente VIII, che pur molto gli era devoto; tanto che il generale dell'Ordine, Sisto Fabbri, ne fece comporre tre diversi Uffici propri. Negli Acta Sanctorum il suo nome è incluso fra i proetermissi del 23 maggio.
Necessariamente le drammatiche vicende della sua vita, la stessa ingiustizia da lui sofferta, la qualità dei tempi, i salutari rigori della Controriforma prolungarono oltre il rogo la guerra intorno al S. La sua dottrina, rigorosamente disaminata nel Sinodo fiorentino del 1516, nel V Concilio lateranense, nella Congregazione dell'In-
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dice (1558), ne usci sempre inconcussa. In questa ultima sede furono bensì sospese poche cose, non perché contenessero errore, ma perché bisognose, per essere volgarmente intese, di alcuna dichiarazione. In verità tale dottrina, imbevuta di tomismo, non potrebbe essere più immacolatamente cattolica; e ciò oggi è riconosciuta senza contrasto anche da quei protestanti che con manifesta stortura avevano dapprima tentato di appropriarsi del grande nome del S.; né si poteva fare un'ingiuria maggiore a chi per la fede cattolica operosamente visse ed in essa esemplarmente mori. Se vi furono contrasti fra il S. e il Borgia, la sua posizione verso il Romano Pontefice fu sempre devota e reverente; né tale devozione e reverenza si stanco di professare fino ai suoi ultimi istanti.
Di ciò rendono testimonianza, oltre che la sua vita, la sua predicazione e le sue opere. La principale di esse è il Triumphus Crucis, da lui scritto in latino e subito riscritto in volgare: lucido e serrato trattato apologetico della fede cristiana, che fu in uso fino al cadere del sec. xvir nelle scuole di Propaganda Fide, a cura della quale fu ristampato in esecuzione del testamento del cardinale Antonio Barberini, fratello di Urbano VIII. Né può essere trascurato il De simplicitate christianae vitae, in cinque libri, di cui il primo tratta della dottrina cattolica, gli altri della semplicità del cuore e della semplicità esteriore. Delle altre opere, alcune sono di carattere esegetico, alcune di argomento ascetico : nitido specchio, nella cornice di un candido dettato, di quella perfezione spirituale che aveva saputo in sé edificare. Delle sue canzoni generali e è detto; le altre sue poesie sono per lo più laudi, che per forza di sentimento e per originalità stanno fra le migliori del tempo. Vieti pregiudizi umanistici bollarono il S. come nemico della poesia; forse è vero invece che sentendosene troppo attratto, e reputandola inutile, se non dannosa, al conseguimento dell'ultimo fine, giusta quanto espose nel suo Apologeticus de ratione poeticae artis, cercò di reprimerla nel cuore suo, come prima rigidamente vi aveva repressi gli affetti familiari. La chiarezza, la semplicità, l'efficacia furono le principali qualità del S. scrittore; e altrettanto può ripetersi per quelle del predicatore. Le sue prediche hanno squarci di grande efficacia e bellezza, anche nel testo che ce n'è pervenuto, certamente molto imperfetto (cfr. R. Ridolfi, Studi savonaroliani, Firenze 1935), anche spogliate del fascino della voce e della persona, che fu senza dubbio grandissimo. Pregiudizi della stessa sorte di quelli che lo dipinsero come nemico della poesia, vollero farlo credere nemico dell'arte, di cui nobilmente sentì; ma né i troppo retoricamente diffamati "bruciamenti delle vanità ", né le cose da lui dette contro certe deviazioni pagane, possono cancellare il debito che l'arte ha con chi ispirò un Michelangiolo, un Botticelli, un Simone del Pollaiolo.
Edizioni. - Delle opere del S., molte volte ristampate nei secc. xv-xvi, ma sempre separatamente (molti opuscoli ascetici furono raccolti nelle Additiones del Quétif a G. F. Pico, Vita..., H. Savonarolae, Parigi 1674), manca un'edizione moderna complessiva; alla mancanza vuole ovviare l'Edizione nazionale, di cui i 2 primi voll. (Prediche sopra Ezechiele, a cura di R. Ridolfi) sono in stampa. Neppure delle singole opere si hanno moderne edizioni critiche, tranne che dell'Epistolario (Le Lettere di G. S., a cura di R. Ridolfi, Firenze 1933). Nella raccolta, poco felicemente condotta, Prediche italiane ai Fiorentini, Firenze 1930-35, furono pubblicate le prediche sopra Aggeo (vol. I) e sopra i Salmi (vol. II) a cura del Cognasso (con molti errori); le prediche sopra Amos a cura del Palmarocchi (voll. III-IV). Di tutte le altre prediche ed opere si hanno solo edizioni antiche, o moderne affatto trascurabili.
Bibl.: bibliografie delle opere del S. : Audin de Rians, in appendice alle Poesie del S., Firenze 1847, limitata alle edd. del sec. xv e alcune del sec. xvi; Catalogo della Collezione guicciardiniana nella Biblioteca nazionale di Firenze, Firenze 1869; Bibliografia delle opere del S., vol. I : Cronologia e bibliografia delle prediche, a cura di R. Ridolfi, ivi 1939. - Bibliografie di opere del S. : A. Gherardi, Nuomi documenti e studi intorno a G. S., $2^{2}$ ed., ivi 1887; M. Ferrara, S., ivi 1952, 2 voll. (ottima antologia, contenente nel II vol. una ricchissima e quasi completa
bibliografia). - Fonti storiche e documentarie: A. Gherardi, op. cit.; I. Del Lungo, Fra G. S., in Arch. itur. ital., nuova serie, 18 (1863, 1), pp. 3-18; 19 (1863, 11), pp. 3-41; C. Lupi, Fra G. S., ibid., $2^{2}$ serie, 3 (1866, 1), pp. 3-77; J. Schnitzer, Quellen und Forschungen zur Gesch. Savonarolus, 4 voll., Monaco e Lipsia 1902-10. - Biografie: F. Villari, La storia di G. S. e de' suoi tempi, $4^{2}$ ed., Firenze 1926; G. Schnitzer, S., Milano 1931 (questa è l'edizione definitiva: l'ediz. orig. tedesca: 2 voll., Monaco 1924); R. Ridolfi, Vita di G. S., 2 voll., Roma 1952; $2^{2}$ ed., ivi 1952.
Roberto Ridolfi

(du A. Meriin, l'ornu et calises de Nablivha, Parvil Eill. cur. S. 89. II. Sinctlla - Epitafio del vescovo Bellator (sec. v).
SAXO GRAMMATICUS. - Storiografo medievale danese, n. probabilmente nella $2^{a}$ metà del sec. xir.
Fu al seguito del vescovo Absalon, che l'esorto a scrivere la monumentale storia della Danimarca (Gesta Danorum); la compi in 16 voll., tra il 1216 e il 1219, in un latino ricalcato su quello di Valerio Massimo, di Giustino e di Curzio Rufo (né inancano, nelle parti poetiche dell'opera, reminiscenze oraziane e virgiliane). Vi narra la storia dall'età biblica al 1187 d. C. (sottomissione dei Vendi ai Danesi), con il duplice scopo di infiammare i giovani con il racconto delle imprese dei padri e di far conoscere al mondo la Danimarca. Per i primi 9 libri S. attinge largamente al patrimonio di saghe comuni al mondo germanico e alla sua fantasia; per gli ultimi libri si serve della tradizione orale e di tutte le notizie che riesce a raccogliere. Al centro dell'opera è la figura di Absalon, vichingo e vescovo, guerriero e servo del Signore; S. è più un narratore che storico nel senso moderno della parola; romano, o almeno classico, il suo senso dello Stato, che si fonde con il leaismo al re, in lui innato. Si è voluto vedere in lui un personale atteggiamento antiecclesiastico, invece la sua opera non fa che rispecchiare il libero atteggiamento aristocratico dell'alto clero danese all'epoca di Valdemaro, quando si poteva - altrettanto bene onorare Dio combattendo i nemici della fede che occupandosi del servizio divino s. L'opera ha avuto fortuna presso i contemporanei ed i posteri.
Particolarmente felice per congenialità spirituale, anche se non per fedeltà al testo, la traduzione di Grundtvig (1783-1872); la prima traduzione in danese, per opera di A. S. Vedel, è del 1575 . Tutte le edizioni derivano da quella principe, pubblicata a Parigi nel 1514 da Christiern Pedersen, essendo andato perduto il manoscritto più completo (gran parte del testo si ha in un manoscritto trovato ad Angers nel 1863, ora a Copenaghen; altri frammenti in un manoscritto del sec. xiv, al Rigsarkivet di Copenaghen).
Bibl.: ed. a cura di Waitz, in MGH, Script., XXIX, Berlino 1892; Sceensis Gesta Danorum, a cura di J. Ollrik - H. Raeder, Copenaghen 1931. Buona scelta, in danese, in Fra S. til Paul Helgesen, a cura di K. Fabricius, ivi 1930. Trad. ted. a cura di F. Herrmann, 2 voll., Lipsia 1921-22. Studi: V. Madsen, Et S. problem, Copenaghen 1930; Manitius, III, pp. 503-507; E. Jørgensen, Historieshriuning i Danmark indtil Aar vhve, Copenaghen 1931.
Alda Manghi
SAY, famiGlia. - Economisti francesi, il più noto dei quali, Jean-Baptiste, n. a Lione il 5 genn. 1767, m. a Parigi il 15 nov. 1832. Alla caduta di Napoleone, di cui era stato prima seguace e poi avversario, ebbe vari uffici dai Borboni, sebbene non fosse loro favorevole, e infine, nel 1831, fu chiamato dal governo di Luigi Filippo alla prima cattedra di economia politica nel Collegio di Francia.
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La sua opera principale è il Traité d'économie politique, stampato la prima volta nel 1803, e ristampato soltanto nel 1814, dopo che Napoleone l'aveva fatto sequestrare per il suo spirito liberale e contrario ad ogni intervento dello Stato nell'attività economica. In questo trattato, egli non esprime soltanto i principi della dottrina di Adamo Smith, di cui fu un geniale divulgatore in Francia, ma ne approfondisce, completa e talvolta corregge alcune teorie. Rifiutando il concetto sia fisiocratico sia smithiano dell'ordine naturale e spontaneo dell'attività economica e della scienza, intesa come scienza normativa della condotta umana, esige che la scienza economica sia puramente teorica e descrittiva come le scienze naturalistiche, esatte. Completa inoltre il concetto della scienza economica includendovi i beni non materiali, i cosiddetti servizi personali, ritenuti improduttivi dallo Smith. Soprattutto famosa è la sua "teoria degli sbocchi ", per la quale, in contrasto con il Malthus e il Sismondi, timorosi dei danni della superproduzione, egli sostiene che, poiché "i prodotti si scambiano contro i prodotti", "quanto più numerosi siano i produttori e moltiplicate le produzioni, tanto più gli sbocchi sono facili, variati e vasti". Cadono così anche le preoccupazioni dei mercantilisti e in genere dei protezionisti sulla bilancia del commercio, e cioè sul pericolo dell'impoverirsi di una nazione per l'eccesso di importazioni. Per tale visione dell'organizzazione economica della società, la scuola classica francese, iniziata dal S., è detta "scuola ottimistica". Quella scuola ottimistica che troverà poi il più eloquente assertore in Federico Bastiat. Altre opere del S. sono: Catéchisme d'économie politique (1815); Cours complet d'économie politique pratique (1828-29), ecc.
Minore importanza hanno gli altri membri della famiglia. Il fratello Louis-Auguste (n. a Lione nel 1774, m. a Parigi nel 1840) scrisse: Principales causes de la richesse ou de la misère des peuples et des particuliers (1808); Traité élémentaire de la richesse individuelle et de la richesse publique (1827); Etudes sur la richesse des nations (1836), ecc. Il figlio Horace-Emile (n. a Noisy I'II marzo 1794, m. a Parigi nell'ag. 1860), scrisse: Histoire des relations commerciales entre la France et le Brésil (1830), ecc.
Bibl.: V. Fallon, Principi di economia sociale, trad. it. di A. Cantano, Torino-Roma 1926, pp. 424-25; A. Bazzanti, s. v. in Eur. Ital., XXX, p. 978 .
Michele Lecce
SBARAGLIA (Sbaralea), Giovanni Giacinto. Storico e bibliografo dei Francescani Conventuali, n. a S. Niccolò della Rotta (Forlì) il 13 marzo 1687, m. a Roma, ai SS. Apostoli, il 2 giugno 1764.
Religioso dal 4 ag. 1703, fu ordinato sacerdote il 2 apr. 1710. Nel 1715 fu inviato in Roma dove nel 1718 ottenne il dottorato e magistero in teologia. Tornato a Ferrara, si diede agli studi storici e bibliografici. Passò poi a Firenze, Assisi, a Roma (nov. 1751), dove rimase fino alla morte. Il suo ideale scientifico: «Non nova cudere,

(da A. Merlin, Forum et églises de Suétville, Perigi III, tav. 1) Sbrifla - Veduta d'insieme della basilica di Bellator (sec. v).
sed aliena cribrare... meliora facere $»$, si manifesta in tutta la sua produzione scientifica edita e inedita.
È sufficente ricordare fra le opere inedite: la Chronotaxis Romanorum Pontificum; l'Opus miscellaneum in revisione della Collectio Conciliorum del Labbe; la Critica Pagii in Annales Baronii; il Supplementum ad Italiam Sacram Ughelli (conservate nell'Arch. Gener. dei Conventuali ai SS. Apostoli in Roma). Fra le opere edite sono da notare inoltre: Disputatio de sacris pravorum Ordinationibus... (Firenze 1750) con varie appendici; la monumentale edizione del Bullarium Franciscanum dal 1218 al 1303 (4 voll., Roma 1759-68) e il Supplementum et castigatio ad scriptores Trium Ordinum S. Francisci a Waddingo aliisque descriptos, che, oltre a correggere, raddoppia la raccolta portandone i nomi da 2249 a 5267 ( $1^{\text {a }}$ ed., postuma, Roma 1806; $2^{\text {a }}$ ed., 3 voll., ivi 1908-36). Queste due ultime opere, indispensabili per la storia francescana, lo fanno ritenere il principale rappresentante della storiografia critica francescana.
Bibl.: F. A. Mattei, Elogio del p. m. fra G. S. Min. Conc., in Nocelle letterarie di Firenze, 26 (1762), pp. 36, 36, 71, 98 112. 132; Sbaralea-Rinaldi, Supplementum, III, pp. 124-25; Hurter, IV, coll. 1287-89; D. Sparacio, Gli studi di storia e i Minori Conventuali, in Miscell. Franc. 20 (1919), pp. 113-23 con completa bibl.; id., Frammenti biobibliogr. di scrittori O.F.M. Conc., ibid., 30 (1930), pp. 36-37; A. Tsetaert, s. v. in DThC, XIV, coll. 1242-46.
Giovanni Odoardi
SBEITLA. - Sufetula nella Bizacena, oggi S. nella Tunisia, fu una notevole città romana che appare fin dal tempo di Vespasiano (CIL, VIII, n. 23216); divenuta in seguito municipio e colonia (ibid., n. 11340), cominciò a decadere sotto la dominazione vandalica.
Fu conquistata ai bizantini per opera di Belisario nel 533; governata da Giovanni Troglita nel 546; scelta nel secolo seguente dal patrizio Gregorio a sua capitale: ma fu assediata, presa e saccheggiata dagli Arabi nel 647 (Ch. Diehl, L'Afrique byzantine, Parigi 1896, pp. 370. 557 sgg.). Ben sette strade romane portavano o terminavano a S.; di esse, due comunicavano con Cartagine, due con Tebessa, una con Thysdrus (oggi el-Djem), una con Thenac (oggi Thina), una con Tacape (oggi Gabes). Tra i vescovi di S. sono noti Privaziano nel 236, ricordato anche nel Martirologio geronimiano al 7 maggio; Giocondo che fu presente a Cartagine nella Conferenza del 4 II e nel Concilio del 419; Presidio che è ricordato nel 484 da Vittore di Vita (Persecut. Vandal., II, 16).
Imponenti sono le rovine del Capitolium di S. con i suoi tre templi (A. Merlin, Forum et églises de Sufetula, Parigi 1912), dell'arco di trionfo e delle insulae della città. Fin dal 1883 apparvero resti di edifici cristiani; in un frammento architettonico allora scoperto si legge: - Hic domus + oratio[nid] + (CIL, VIII, n. 11414) : esso doveva essere all'ingresso della basilica detta del presbitero «Serbus», a tre navate divise da colonne, le cui rovine furono identificate da A. Merlin tra il 1907-1909; nel presbiterio furono trovati sepolcri e quattro sarcofagi in pietra locale con frammenti epigrafici (CIL, VIII, n. 23230, b); un altro frammento si riferisce a un presbitero " [qui fuit in preobi]teriu anis X" (ibid., n. 23230, c), una terza epigrafe appartenne ad un "Natalika fidelis".
Notevole è l'iscrizione del presbitero Serbus preceduta dalla croce monogrammatica inserita dentro un festone (A. Merlin, op. cit., p. 30, fig. 4). Si rinvennero anche i resti dell'altare e dei cancelli marmorei che lo circondavano. Annesso all'edificio era il battistero quadrilatero con interno esagonale; due scale con due gradini immettevano inferiormente ad una piattaforma donde, mediante quattro gradini disposti a croce, si scendeva nella vasca circolare; a nord-ovest si trovava un'altra costruzione, forse il consignatorium.
A nord-est dei tre templi capitolini A. Merlin scoprì nel 1907 una chiesa divisa da doppie colonne in tre navate (m. $35 \times 15,60$ ), colonne erano pure disposte contro le pareti perimetrali; i molti avanzi rinvenuti mostrarono che essa era coperta da tetto a tegole, mentre il pavimento nel presbiterio era a musaico; gli ingressi
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erano uno sul lato destro, con porte che si aprivano su un piccolo portico, e l'altro sul sinistro. A. Merlin la chiamò del vescovo Bellator, per l'iscrizione di a Bellator ep(is)c(opu)s » ivi trovata (op. cit., p. 39, fig. 8). L'abside opposta al presbiterio fu aggiunta dopo, per contenere sepolcri. Nel portico fu trovata l'iscrizione mutila di un Adeodato (A. Merlin, op. cit., p. 40). A nord della chiesa si trovò un frammento d'iscrizione metrica (A. Merlin, in Bull. archéol. du Comité, 1909, p. 168). A nord-ovest si rinvenne nel 1908 un sacello sterrato nel 1911, che fu detto del vescovo Giocondo per la seguente epigrafe incisa sopra una lastra di chiusura di un sarcofago in pietra calcare : " 7 hic inventa est D(e)p(ositio) s(an)c(t)i Iucundi ep(i)sc(opi) per inquisitione(m) Amaci ep(i)sc(o)pi ». Nel 1911 A. Merlin rinvenne a nord-est di questo sacello una altra basilca (id., L'église du prêtre Vitalis à Sufetula, Tunisi 1917). Essa era a cinque navate con colonne binate, con pavimento a musaico; la nave centrale era in parte separata dalle altre da cancelli marmorei. L'abside aveva intorno un sedile e la sua vòlta era alleggerita da condotti fittili. Il Battistero, a forma di barca, con due scale a tre gradini, era rivestito di musaico. A tessere nere è l'iscrizione "Vitalis et Cardela votum s(olveru)nt ". Ma all'edificio è stato dato il nome di Vitale per la singolare iscrizione in musaico di detto presbitero morto nel $28^{\circ}$ anno del regno di Genserico, il 12 sett. del 455 o del 466 . L'epigrafe è oggi a Tunisi nel Museo del Bardo. E preceduta dalla 千 e segue con la formola "in nomine Patris et Fili et Sp(iritu)s s(an)c(ti) Amen »; quindi si legge : "spes mihi multa manet nam venturum spero D(omi)$n(u) m$ qui cuncta creasti tibi ut cineres istos suscites ipse potens (reminiscenze della I Cor. 4, 13; 13, 13, e Hebr. 10, 37; 11, 19), h(a)ec est speciosior sole et super omnem stellarum dispositionem luci comparata inbenitur prior (Sap. 7, 29), dum sit una omnium potens et in se permanens omnia innodans (Sap. 7, 27 con innodans in luogo di innovat della Volgata) natus anno XXVIII regis Ge(n)sirici pridie idus septembres Vitalis pr(e)sb(yter) vidi annis XXXVIII requi(esco) ho(die) hic positus placida in pace reserbor pulberi pulbis" (reminiscenza del Gen. 3, 19).
Dietro il Battistero si trovò un'epigrafe con: "Urbanus sacerdos donum fecit \%. Dieci frammenti di marmo bianco di una marzella presentano Adamo ed Eva, la scena di Noè nell'arca, Elia rapito al cielo, David e Golia, la risurrezione di Lazzaro. Presso l'anfitrastro si rinvennero i resti di una piccola chiesa a tre navate e di un'altra maggiore, pure a tre navi con pavimento a musaico con le scene delle stagioni (A. Merlin, in Bull. archéol. du Comité, 1910, pp. 196-98). L. Poinssot rinvenne presso la linea ferroviaria per Henchir-Souatir gli avanzi di una cappella a tre navate con colonne binate; rimanevano le quattro basi di un altare formanti un
rettangolo di m. I $\times 1,30$, con un musaico rappresentante la 千 tra due festoni di fiori. Anche in musaico era il pavimento delle navi; nel coro era in musaico l'iscrizione " Sanctus Honorius episcop(us) vixit in pace an. LXXX, m. v. deposi(t)us die i(dus) o(ct)obr" (L. Poinssot, La chapelle de l'évêque Honorius [environs de S.], in Bull. arch. du Comité, 1932-33, pp. 783-800). Gli scavi hanno offerto nomi di altri vescovi: di S., Amacus, Bellator, Urbano, Onorio. S. aveva ancora il vescovo all'inizio del sec. viri (A. Gelzer, in Byzantinische Zeitschrift, 2 [1893], p. 26); inoltre si sono accertati i nomi dei presbiteri Serbus, Vitale, Cresconio (A. Merlin, Inscriptions latines, ecc., n. 377) e Rustico (ibid., n. 378); di un "Pompeianus magister militum fidelis in Christo" (CIL, VIII, n. 23230), di due militi e di molti fedeli.
Nella parte meridionale della città presso due castelli bizantini, in parte forse adibiti a monasteri, si è trovato un blocco calcareo appartenente alla porta d'uno di detti edifici, su cui si legge la seguente dedica, parte in versi, attribuiti al vi sec.: " $\boldsymbol{\beta}$ qui celat secreta regis quam mundus adorat / hic requies (h)abet et hic pax a(cterna) moretur / $\boldsymbol{\beta} \boldsymbol{\beta}$ Domus D(e)o miserante villatici biri togati pr(a)efactorii Eidor(i) ". Inoltre sono apparsi i resti di una chiesa in cui un'epigrafe marmorea della stessa età della precedente ricorda la deposizione di reliquie (brandea) dei ss. Protasio, Gervasio e Trifone (G.-C. Picard, Rapport sur l'archéologie romaine en Tunisie dans le second semestre 1948, in Bull. archéol. du Comité, 1949, pp. xvxVI; id., S. Fouilles et découvertes, in Fasti archaeol., 3 [1948, edito nel 1950], p. 461 sgg.).
BibL.: J. Mesnage, L'Afrique chrétienne, Parigi 1912, pp. 138140; A. Merlin, Fouilles de S., in Bull. archéol. du Comité, 1913, pp. 184-93; id., Antiquités romaines et chrét., ibid., 1914, pp. 162-73; 1917, pp. 199; 1922, pp. 119-20; 1923, pp. 149-50; 1922-23, pp. 248 e 283.
Enrico Josi
SBIBA. - Poco lontano da Sufetula, la Sufes Colonia o Sufibus dell'Itinerario di Antonino, di cui si conoscono i vescovi Privato che nel 256 era a Cartagine, Massimino presente al Concilio di Cartagine del 419, Eustrazio che intervenne nella stessa città alla Conferenza del 484; da una notizia di Leone il Saggio si ricava che nell'833 ancora esisteva la diocesi.
S. Agostino narra che nel 399 i pagani massacrarono 60 cristiani (Ep., 50). L'attuale moschea di Djemäa Sidi Ocba con 36 colonne si è adattata in un'antica basilica cristiana; di un'altra sono state trovate le vestigia. Una iscrizione cristiana è in CIL, VIII, n. 11447, dove anche sono riportate epigrafi bizantine relative a Salomone prefetto del pretorio (ibid., nn. 259, 11423). Enrico Josi
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