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 salgono al trono minorenni con possibilità limitate. Nel 1496 un nuovo ramo della famiglia sale al potere: Filiberto II detto il Senza Terra, figlio cadetto di Ludovico. Anni tristi per l'Italia e per i S.

Nel 1536 Francesco I risolutamente decise l'occupazione del Ducato sabaudo si da far equilibrio alla occupazione asburgica del Ducato inilanese. Per chiudere alla Francia la porta d'accesso all'Italia più che per affetto verso il nipote di S., Carlo V ospita il giovane erede della Casa, Emanuele Filiberto, e ne sostiene i diritti. Solo però dopo la battaglia di S. Quintino, riconciliatesi Francia e Spagna, il grande capitano riottiene i suoi Stati, a condizione di sposare la sorella di Enrico II, l'annosa Margherita di Valois. Contrariamente all'aspettativa, dall'unione nacque il continuatore della dinastia, Carlo Emanuele. Solo allora i S. furono sicuri del possesso dei domini aviti. La pace che dopo il Trattato di Catesu-Cambrésis regnò per alcuni decenni diede ad Emanuele Filiberto la possibilità di attendere alla ricostruzione dello Stato.

Tra gli Stati italiani, i S. ora si affermano con una autorità e con una forza militare quale nessuno aveva.

Le guerre di religione di Francia diedero a Carlo Emanuele I il modo di risolvere il problema di Saluzzo con lo scambio della Bresse stabilito nel Trattato di Lione (1601). Fu questo il primo esempio della politica di scambi territoriali con la Francia per avere ingrandimenti in Italia. Non riusci invece Carlo Emanuele a risolvere il problema del Monferrato, sebbene non esitasse ad entrare in guerra con la Spagna senza avere aiuto alcuno. Vittorio Amedeo I, suo erede, chiuse il grande conflitto con una soluzione infelice, sebbene provvisoria; con il Trattato di Cherasco (1631) ebbe parte del Monferrato - Alba e Trino - ma dovette abbandonare alla Francia il possesso di Pinerolo. I Francesi cosi ricuperarono la porta di entrata nella penisola ed i S. dovettero mordere il freno. Cosl avvenne durante i due regni di Vittorio Amedeo I (1630-37) e di Carlo Emanuele II (1638-75), età in cui i conflitti europei sfiorarono appena la penisola italiana. Ma le grandi guerre che si iniziarono nell'ultimo decennio del secolo rimisero in prima linea le questioni italiane. Vittorio Amedeo II cercò di sfruttare le possibilità per ricuperare l'indipendenza e riprendere i progetti di espansione destreggiandosi tra le parti in lotta. Dalla guerra di successione di Spagna egli trasse Alessandria e quella parte del Monferrato che alla Pace di Cherasco non aveva avuto l'avo Vittorio Amedeo I; la Lomellina e la Valsesia si da completare il territorio di Vercelli; la Sicilia con il titolo regio. Fu poi costretto a scambiare la Sicilia con la Sardegna, più facile da governare e da inquadrare nei domini sabaudi. Ed anche il titolo regio aveva la sua importanza.

Carlo Emanuele III continuò l'opera di suo padre. Le guerre di successione di Polonia e di Austria lo portarono alla conquista di tutti i territori sino al Lago Maggiore ed al Ticino; a sud del Po il possesso dell'Oltrepo pavesc gli permise di prendere contatto con i Ducati emiliani. Grande Stato era dunque questo complesso di terre che si chiamava Piemonte, con il vecchio nome, partito nel sec. xil dalle Alpi Cozie, cui si imponeva più che mai il problema dei rapporti con Genova. Equilibrio instabile quello dello Stato sabaudo dopo la Pace di Aquisgrana: il movimento di idee che si manifestava a Torino alla metà del sec. xvili esprimera questa situazione d'incertezza, di contrasto tra le aspirazioni e le difficoltà presenti, il timore che le forze reali del paese non fossero tali da sostenere l'edificio che la diplomazia e le armi dei principi sabaudi avevano costruito. E dopo il 1748 i S. si racchiusero nella neutralità sotto il peso della unione borbonico-asburgica e quando questa si ruppe, nel periodo della Rivoluzione Francese, i S. furono sacrificati tra le cupidigie dell'espansionismo rivoluzionario ed i calcoli della politica austriaca desiderosa di ricuperare quanto i S. avevano ottenuto durante il sec. xviII. Vittorio Amedeo III preferi l'alleanza di Vienna alla sottomissione alla Francia: ne derivò, dopo l'croica difeso sulle Alpi, l'armistizio di Cherasco, poi l'abbandono di Torino ed il ritiro nella fedele Sardegna.

Nel 1814 Vittorio Emanuele I, ritornato a Torino, volle rifare la tradizione dinastica. Ma i problemi del Settecento ricomparvero. Anche accresciuto della Liguria, lo Stato sabaudo non poteva rimanere anco-
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Savola, casa di - Ritratto di Vittorio Amedeo III re di Sardegna, Stampa di Porporati - Roma, Museo del Risorgimento.

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(Int. Monot.)
Savola, casa di - Ritratto del card. Maurizio di S. (sec. xvir) - Torino. Pinacoteca.
rato al passato. Dopo la politica conservatrice di Carlo l'elice (1821-31), il nuovo ramo dei S.Carignano, arrivato al trono con Carlo Alberto, tornò a far proprio quel programma di espansione lungo la valle Padana già disegnato dai politici subalpini del Settecento. L'idea della confederazione italianaveva già mostrata la sua fralezza quando era comparsa a Torino alla vigilia della Rivoluzione; nelle discussioni risorgimentali, appunto perché moveva da
Napoli e specialmente da Roma, era destinata a trovare e trovò a Torino tutti i possibili ostacoli per evidenti ragioni dinastiche e di prestigio. I S. vennero, cosi, sempre più immedesimando nella loro politica il programma liberale unitario indipendentista che almeno apparentemente collimava con le tendenze espansionistiche dei due secoli precedenti, sin da quando Carlo Emanuele I aveva fatto appello a tutte le forze italiane contro lo straniero. La politica di Carlo Alberto e poi quella di Vittorio Emanuele II (v.) apparve, quindi, più di quanto in realtà non fosse, come lo svolgimento rettilineo di un programma che si conchiuse con la costruzione del Regno d'Italia; sicché dopo il 1870 i S. a capo dello Stato italiano dedicarono le loro cure alla sistemazione delle forze politiche e sociali della nazione, esplicando per quanto era possibile il contenuto della Carta costituzionale stabilita nel 1848 dal re Carlo Alberto. - Vedi tavv. CXXXI-CXXXII.

Bim.. per le oricicí della dinastia, C. W. Previté-Orton, The carly history of the Ilause of Savoy, Londra 1912; F. Cognasso, L'uderta Binaesmamo, Torino 1937 (discussione delle teorie). Per il periodo medievale, I.. Cibrorio, Storia della Monarchia di S., Torino 1840 e V. Cognasso, Amedeo V, VI, VII, VIII, in Enc. Cart., I, coll. 1023-26. Per il periodo moderno (secr. xvixviI, E. Ricotti, Storia della monarchia piemontese, Firenze 1861-69. Per la politica estera sabauda, F. Cognasso, I S. nella politica europea, Milano 1941, e più ampiamente, D. Cerutti, Storia della diplomazia della Corte di S. dal 1494 al 1773, Torino 1875-80. Ampic notizie bibliografiche in R. Moscati, Direttive della politica estera sabauda da Vittorio Amedeo II a Carlo Emanuele III, Milano 1941. Per il periodn posteriore al 1814 v. l'opera di N. Rodolfo oo Carlo Alberto (Firenze 1930-43) e quella di V. Cognasso su Vittorio Emanuele II (Torino 1942). Da vedere le conferenze di vari autori, in La Monarchia Piemontese, Roma 1952. Per una bibl. sistematica sui S. cf. A. Manno-V. Promis, Bibl. stor. degli Stati della Monarchia di S., I. Torino 1884. Per la sfragistica e l'oraldica dei S., cf. L. Cibrario-C. Promis, Sizilli de' principi di S. raccolti e illustrati, Torino 1834: L. Rangoni Machiavelli, Stemmi della R. Casa di S., estr. dal Bull. Uff. della Consulta araldica, 1931; id., Titulatura dei conti di S., Roma 1931.

Eugenio. - Appartiene al ramo cadetto di S.Carignano, iniziato da Tommaso principe di Carignano, figlio di Carlo Emanuele I. N. a Parigi il 18 ott. 1663, da Maurizio di S. conte di Soissons e da Olimpia Mancini, nipote del card. Mazzarino.

Destinato, come cadetto, alla vita ecclesiastica, nel 1683 si decise per la carriera delle armi e di fronte alla esitazione di Luigi XIV, partí da Parigi e raggiunse l'esercito imperiale in tempo per partecipare alla liberazione di Vienna dai Turchi: non lasciò più il servizio dell'Imperatore. Le sue doti di fredda calma, di lucida visione delle situazioni militari gli procurarono la stima e la fiducia dei capi. La sua carriera fu rapidissima : nel 1694 ebbe il comando delle forze imperiali d'Italia nella guerra della Lega di Augusta ed intervenne in Piemonte in aiuto
del cugino Vittorio Amedeo II duca di S.; nel 1697 assunse il comando supremo delle forze imperiali d'Ungheria contro i Turchi e la strepitosa vittoria di Zenta (ir sett. 1697) consacrò la sua fama. Nella guerra della successione di Spagna comandò gli eserciti imperiali d'Italia dove riportò la vittoria di Torino ( 7 sett. 1706) e delle Fiandre dove vinse ripetutamente ad Audenarde, a Malplaquet e a Höchstää in Baviera. Prese parte poi alle trattative di pace ad Utrecht dimostrando le stesse doti di chiarezza e di fermezza. Fu suo merito particolare il Trastato di Rastadt del 1714. La ripresa della guerra con i Turchi richiamò il principe sul Danubio : nel 1716 vinse a Petervaradino, nel 1717 conquistò Belgrado, nel 1718 fece la Pace di Passarowitz. Dopo il 1720 visse a Vienna occupato nei più alti uffici di governo e dedicò i riposi a creare nel suo palazzo del Belvedere una grande biblioteca ed una mirabile raccolta di quadri, poiché il suo spirito era aperto al godimento delle lettere e delle arti. Nel 1733, scoppiata la guerra di Polonia, nonostante l'età avanzata riprese il comando dell'esercito. M. a Vienna il 21 apr. 1736 e fu sepolto in S. Stefano. Lasciò grande fama di sé presso amici e nemici per la sua rettitudine e il suo spirito di Fede. Non volle famiglia ed evitò i turbini delle passioni; perché in tutta la vita conobbe solo l'amore del dovere.

Biel.: A. von Arneth, Prinz Eugen von Savoyen, 3 voll., Vienna 1838-64; I. Jori, Eugenio di S., 2 voll., Torino 1934; H. von Srbik, Aus Österreichs V'ergaugenheit, Salisburgo 1949, pp. 7-42.

Maurizio di S. - Cardinale, terzogenito di Carlo Emanuele I duca di S., e di Caterina d'Austria (Spagna), n. a Torino il 10 genn. 1595, m. il 4 ott. 1657 .

Destinato alla vita ecclesiastica, ottenne il cappello come cardinale diacono da Paolo V nel 1607 . Rimase
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(Int. Edit)
Savona e Noli, diocesi di - Facciata del santuario di N. Sigmora della Misericordia, iniziato nel 1536, su disegno di Pace A. Sor-

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però alla corte di Torino; nel 1615 durante la guerra di Monferrato fu luogotenente per il padre in Piemonte; nel 1618 andò a Parigi a contrarre in nome del fratello Vittorio Amedeo le nozze con Cristina di Francia. Nel 1622 si stabili a Roma dove assunse la dignità politica di cardinale comprotettore di Francia e di nuovo andò nel 1630 a Parigi a perfezionare gli accordi di pace. Nel 1635 egli passò però al partito di Spagna. Dopo la morte del fratello Vittorio Amedeo I, iniziò d'accordo con il fratello Tommaso, principe di Carignano, la lotta per strappare alla cognata Cristina la tutela e la reggenza del nuovo duca Carlo Emanuele II ancora fanciullo. Contrasse a questo scopo accordi con la Spagna e con l'Impero. La lunga lotta civile in Piemonte terminò con un accordo nel 1642 : lasciata la dignità cardinalizia, sposò la giovane nipote Ludovica, sorella di Carlo Emanuele II, ed ebbe la carica di governatore di Nizza. Non ebbe figli. A Torino aveva costruito sulla collina una magnifica villa (la cosiddetta villa della Regina, ora Istituto delle figlie dei militari) dove aveva creato l'accademia dei Solinghi.

I beati e i venerabili di Casa S. hanno trattazione propria sotto i rispettivi nomi.

Biss.: G. Claretta, La reggenza di Maria Cristina di Francia, Torino 1868-69; R. Bergadoni, Carlo Emanuele I (Collana Storica Sabauda), ivi 1930; S. Foa, Vittorio Amedeo I, ibid., ivi 1930, Francesco Cognasso

SAVONA E NOLI, diOcesi di, - Diocesi unite "aeque principaliter", nella provincia ecclesiastica ligure.

Hanno una superficie di 400 kmq ., con 130.978 ab. di cui 699 non cattolici. Contano 65 parrocchie e vicarie autonome, 15 chiese pubbliche non parrocchiali, 144 oratòri pubblici, 5 santuari, 4 basiliche, 3 collegate, 164 sacerdoti diocesani e 127 regolari; hanno 1 seminario, 17 case religiose maschili con 154 religiosi professi e 51 case religiose femminili con 870 religiose professe, 5 case generalizie femminili, di cui 3 di diritto pontificio, 3 collegi e scuole maschili con 1120 alunni, 5 collegi e scuole femminili con 870 alunne, 5 istituti di carità con 358 ricoverati.
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(Ist. Alinarî)
Savona e Noli, diocesi di - L'Assunzione della Vergine. A sinistra la Natività, a destra Spassitizia di I. Caterina. Tavola di L. Brea (1495) - Savona, Cattedrale.
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(Ist. Enit)
Savona e Noli, diocesi di - La torre Pancaldo (avanza della cinta muraria del sec. xiv) - Savona.
I. Origine e sviluppo delle due diocesi. - Quando i Romani consolidarono il loro dominio sulla Liguria, "Vada Sabatia" ("Sabata") fu stazione terminale della Via Emilia di Scauro, continuata successivamente verso Occidente dalla Via "Iulia Augusta". A qualche chilometro, Savo era il porto della città (cf. E. Forcellini, Lexicon totius latinitatis, VI, Padova 1940, p. 598). Sull'evangelizzazione cristiana non si hanno particolari oltre quanto si può dire in generale della Liguria (v.). La sede vescovile del paese doveva trovarsi a Vado, ma non è nominata nell'antichità cristiana; forse subì distruzione durante l'invasione del re Rotari in Liguria, nel sec. viI. Vado doveva avere importanza quando l'imperatore Lotario la ricorda in occasione dell'Editto a proposito delle scuole (828). Il vescovo dovette estendere la propria giurisdizione a tutto il territorio vadense, press'a poco negli attuali confini della diocesi di S.; tuttavia notizie certe si hanno solo dalla seconda metà del sec. ix e, mentre per tutto il sec. x il vescovo si intitola ora "vadese ", ora "savonese", con l'inizio del sec. xi la sede è definitivamente stabilita nel castello di S., venuto in possesso dei vescovi e posto in località più salubre e sicura. Nel periodo degli Ottoni i vescovi di S. esercitano il loro dominio anche temporale non solo sulla città, ma su un vasto territorio e lo conservano anche quando nella regione si consolida il potere degli aleramici marchesi Del Carretto, talché sotto l'egida dei vescovi gli uomini di S. preparano l'avvento del libero Comune. Ma subito si inizia un periodo di aspre lotte con Genova, che pretende l'egemonia su tutta la Liguria; e poiché Genova era guelfa, S. militò sempre con i ghibellini. Per intervento di Genova sorse la diocesi di N., costituita nel 1239, a danno di quella di S. Anche gli uomini di N., arricchitisi nei traffici d'oltremare, s'erano costituiti a libero Comune, ma, in opposizione ai Savonesi, si erano nel 1202 messi con Genova, ricevendone in cambio protezione e franchigie. Unita dapprima a quella di Brugnato, la sede di N. ebbe totale autonomia da Innocenzo IV nel 1245; per dotare la mensa le fu annessa l'abbazia di S. Eugenio dell'isola di Bergeggi, fondata nel 992 da Bernardo vescovo di S. La diocesi

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di N. fu suffraganea dell'arcivescovo di Genova, mentre quella di S. rimase fino al 1806 suffraganea di Milano. Come tardo compenso Sisto IV annetteva a S. l'abbazia di S. Quintino di Spigno, con un esteso feudo, l'ultimo residuo del quale, il borgo di Lodoio, fu nel 1784 ceduto al re di Sardegna in compenso di un assegno e del titolo di principe al vescovo di S.

Dal 1809 al 1812 e nuovamente nel 1814 a S. fu relegato Pio VII prigioniero di Napoleone. Nel vescovado di S. si conserva ancora l'appartamento che ospitò il Pontefice. In memoria di questa vicenda, Benedetto XV concesse ai vescovi di S. il privilegio del pallio. Cessate le ragioni politiche da cui era nata la diocesi di N., Pio VII, con bolla del 9 ott. 1820, la uni a aeque principaliter a quella di S.: in questa città hanno ora sede la Curia e il Seminario per le due diocesi, mentre a N. è rimasto il Capitolo cattedrale.
II. Vescovi e personaggi insigni. - Nella lunga serie dei vescovi savonesi è tuttora oggetto di viva venerazione popolare il b. Ottaviano (1119-28), monaco benedettino, che sorresse i Savonesi con eroica carità e ispirò i primi liberi ordinamenti comunali. Dopo la rovina della città, caduta in potere dei Genovesi nel 1528 e distrutta in gran parte, si rese particolarmente benemerito mons. Pietro Francesco Costa ( $1587-1624$ ), al quale si deve la costruzione della nuova grandiosa Cattedrale. Nel secolo scorso lasciò un'orma profonda mons. Agostino M. De Mari ( $1833-40$ ), promotore della Cassa di risparmio e della Società di incoraggiamento all'industria, fondatore della Biblioteca civica, ispiratore della Congregazione degli operai evangelici e di tre congregazioni religiose femminili tra cui quella delle Figlie di N. Signora della Misericordia, fondata nel 1837 da s. Maria Giuseppe Rossello e rapidamente diffusa in Italia e nelle due Americhe. La Rossello fu poi particolarmente sostenuta da mons. Ottaviano Alessandro Riccardi di Netro (1842-67), prelato di singolare intelligenza e di sentimenti sanamente patriottici, che il Gioberti inviò nel 1848 ambasciatore straordinario a Pio IX, esule in Gaeta, per offrirgli la mediazione del Piemonte. Gli ultimi vescovi, mons. Giuseppe Salvatore Scatti (1898-1926) e mons. Pasquale Righetti (1926-48), diedero fulgido esempio di carità e di virtù pastorali in tempi difficilissimi. Tra i vescovi di N. meritano menzione mons. Antonio M. Arduini (1746-77), che dotò la città di ospedale e acquedotto, e mons. Benedetto Solari (1778-1814), il cui nome è legato alle vicende del Sinodo di Pistoia e del vescovo Scipione de' Ricci. S. diede alla Chiesa due papi, Sisto IV e Giulio II, intorno ai quali fiorì una pleiade di cardinali, prelati, principi e capitani della loro famiglia. Nacque e visse quasi sempre in S. il poeta Gabriello Chiabrera, caro a Urbano VIII. Nel secolo scorso S. fu teatro dell'operosa carità di s. Maria Giuseppe Rossello.
III. Santuani e monumenti più insigni. - Nella diocesi savonese è il santuario di N. Signora della Misericordia, che deve l'origine all'apparizione della Vergine al contadine Antonio Botta ( 18 marzo 1536) ed attrasse folle di pellegrini al venerato Santuario, immediatamente soggetto alla S. Sede, ricco di opere d'arte, affiancato da ospizi per i pellegrini, gli orfani, i poveri. Pio VII prigioniero implorò ai piedi della Vergine la liberazione e il 10 maggio 1815 scioglieva il voto, incoronandone con le sue mani il simulacro. Pio X nel 1904 concesse al Santuario la dignità di Basilica.

Nella cattedrale-basilica di S. è veneratissima l'immagine di N. Signora della Colonna, affresco staccatosi il 14 marzo 1601 da una colonna in demolizione. La primitiva cattedrale di N. conserva un miracoloso Volto Santo ed è dedicata al concittadino s. Paragorio, martire, come si vuole, con tre compagni nella legione Tebea. Abbandonata nel 1572 perché posta in luogo malicuro fuori le mura della città, fu sostituita dall'attuale cattedrale di S. Pietro, nella quale si venerano le spoglie di s. Eugenio, vescovo africano esiliato dai Vandali e morto nell'isola di Bergeggi.

A Finalmarina furono di recente scoperti i resti dell'antica pieve del sec. v. A Finalpia, accanto a un venerato
santuario mariano, prospera l'abbazia benedettina di S. Maria, centro di studi e di propaganda liturgica.

Notevoli a Varazze i resti della collegiata di S. Ambrogio del sec. x e del monastero cistercense di S. Maria dell'Areneto in regione Invrea.

Bibl.: A. De Monti, Mem. histor. della città di S., Roma 1697; G. M. Giudici, Notizie titur. di s. Eugenio, Ancona 1844; T. Torteroli, Stor. del Comune di S., Savona 1849; Cappelletti, XIII, p. 487; F. Brunengo, Sulla città di S., disertace, storica, Savona 1869; G. V. Verzellino, Delle memorie della città di S., ivi 1885 ; Eubel, I, p. 433; II, p. 233; III, p. 310; IV, p. 305 ; B. Gandoglia, La città di Noli, Savona 1886; id., Docum. milesi ivi 1888; V. Pongiglioro, Le carte dell'Arch. capitolare di S., Pinerolo 1013; F. Noberasco, Il b. Ottaviano vesc. di S., Bologna 1915; L. Descalzi, Stor. di N., $3^{2}$ ed., Finalborgo 1923; I. Scovazzi-F. Noberasco, Stor. di S., Savona 1926-28; id., S., Roma 1930; B. Gandoglia, In repubblica, Finalborgo 1927; C. Borzate, Giulio II e il vescovato di N., Genova 1928; F. Noberasco, La Madonna di S., Savona 1936; A. L. Guibissi, Iconografia di N. Signora di Misericordia, ivi 1936; id., Pio VII nei pittori savonesi, ivi 1938; F. Noberasco, Sisto IV e Savona, ivi 1938; L. Vivaldo, Mem. voleri di mons. S. Solari, ivi 1944; id., Docum. savonesi del 1648-49, ivi 1949.

Lorenzo Vivaldo
SAVONAROLA, Girolamo. - N. a Ferrara il 21 sett. 1452, da Niccolò di Michele Savonarola e da Elena Bonacossi, discendente forse dai Bonacolsi, signori di Mantova. I Savonarola erano oriundi da Padova, donde questo ramo della famiglia s'era trapiantato a Ferrara nel 1440, quando Michele, medico ai suoi tempi celebratissimo, vi fu chiamato da Niccolò III. Fu questo Michele che ebbe cura dell'educazione di G.; né v'è dubbio che il vecchio scienziato, formatosi nel sec. xiv, e quindi partecipue dell'età di mezzo, uomo di esemplare pietà e di rigidi costumi, ebbe una grande influenza sulla formazione e sulla vita del nipote. Circa gli studi del S. si sa che, seguiti quelli umanistici fino all'età di 17
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Ifts. Alinarti
Savonarola, Girolamo - Ritratto dipinto dal contemporaneo Fra' Bartolomeo della Porta - Firenze, Museo di S. Marco.

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anni, forse alla scuola di Battista Guarino, attese alle "arti liberali». Da platonico divenne tosto aristotelico, ma "aristotelico in quanto tomista ", come fu detto. Il lungo studio e il grande amore che gli fecero cercare i volumi dell'Aquinate facevano parte dell'eredità lasciatagli dall'avo, come il culto della S. Scrittura, che presto ebbe imparata, secondo si dice, tutta a memoria.

Addottorato nelle arti liberali, e iniziati gli studi medici, poco perseverò in essi. Nel S. adolescente si ritrovano intieri e perfetti i sentimenti e i pensieri che lo faranno "vir risse et discordiae in universa terra". Il paganesimo umanistico, che contaminava la vita, l'arte e la stessa religione, gli era insopportabile, insopportabile la corruzione dilagante in ogni stato di uomini; e ne vedeva la causa prima nei cattivi pastori della Chiesa. Questa idea lo prostrava e lo esaltava a un tempo indicibilmente; nei suoi scritti giovanili, in prosa e in verso, già si vede tutto armato il futuro riformatore; la canzone De roina mundi (1472) si direbbe uscita dalla penna del S. di venticinque anni dopo. E poiché "non potea patire la gran malizia de'cecati popoli d'Italia" (come scriverà al padre suo), "faceva continuamente orazione piccolina, a Dio dicendo: Notam fac mihi viam in qua ambulem quia ad te leveri animam meam". La via fu quella da lui presa il 24 apr. 1473, quando, lasciata senza commiato la casa paterna, andò a vestire le lane del Guzman in S. Domenico di Bologna. Entrando nel chiostro non avrebbe voluto ordinarsi sacerdote, ma attendere ai lavori più umili del convento; pure si accomodò alla volontà dei superiori, che non vollero lasciarne inoperoso l'ingegno. Seguì gli studi teologici, prima a Bologna e poi a Ferrara, essendo tornato nella città natale nel ' 79. Vi si trovava ancora nell'82, quando nel Capitolo di Reggio gli fu affidato l'ufficio di lettore in S. Marco di Firenze. Qui si conquistò presto l'animo dei confratelli e dei discepoli, così per le sue mirabili esposizioni della Scrittura, come per la perfezione della vita. Chi lo ebbe a compagno rese testimonianza delle sue più che umane virtù, del frutto grande che fece con la parola e con l'esempio. Il b. Sebastiano Maggi narrò di averlo confessato infinite volte senza trovargli un peccato veniale. Minor successo ebbero, nell'82 e nell'83 alle Murate, nell'84 in S. Lorenzo, i suoi primi saggi di predicazione; sebbene l'infelicità di questi esordi sia stata amplificata dagli antichi apologisti per far parere più miracolosi i posteriori trionfi di lui.

E intanto crescevano le sue chiuse ansie, delle quali si trova un'eco nella canzone Oratio pro Ecclesia. Fu una subita rivelazione del flagello e del rinnovamento incombenti alla Chiesa, avuta nel convento di S. Giorgio (1484), che gli mostrò ancora una volta la via e dette origine alla sua predicazione profetica, iniziata in S. Gimignano nelle quaresime degli aa. 1483 e '86. Nell'87 predicò a Firenze in S. Verdiana, ma dové interrompere il quaresimale, essendo stato eletto Maestro degli studi nello Studium generale di S. Domenico di Bologna. Compiuto l'anno del suo magistero, fu mandato a Ferrara, e di là a predicare "in molti luoghi di Lombardia".

Rimase famosa la predicazione dell'avvento del 1489 a Brescia, dove profetò il sacco che la città avrebbe subito nel 1512. Predicò la quaresima del 1490 a Genova; indi fu nuovamente mandato a Firenze, avendolo richiesto lo stesso Lorenzo de' Medici, per compiacerne Giovanni Pico, innamoratosi dell'anima e dell'ingegno del S. fino dal Capitolo di Reggio, e più nel primo soggiorno fiorentino.

Tornato nella sua città fatale, il S. fu, poco dopo, eletto priore di S. Marco. Mentre attendeva ai doveri del nuovo ufficio e alla predicazione, pubblicò più operette ascetiche, come i trattati Della vita viduale, Della umiltà, Dell'amore di Gesù Cristo e opere di divulgazione filosofica. Ma il suo campo di battaglia preferito era il pulpito. Un ciclo di lezioni cominciato ai frati nell'orto subito dopo il ritorno a Firenze s'ebbe tanto concorso anche di secolari che dovette continuarlo in chiesa, dove prese a esporre l'Apocalisse. Nei quaresimali del

1491 e del '92 la sua voce si alzò ancora di tono, profetando la flagellazione e la rinnovazione della Chiesa non più sul solo fondamento di ragioni naturali, ma anche con l'apertura di qualche visione. Predisse la prossima invasione di eserciti stranieri che prenderebbero le fortezze "con le meluzze", profesia avverata con la facile spedizione di Carlo VIII; come pur allora predisse la sua scomunica, la sua prigionia, il suo martirio. Queste profezie, il suo modo di predicare "all'apostolese", cosi diverso dalla maniera umanistica, gli procacciarono contraddizioni fra i grandi e i dotti, ma sèguito immenso nel popolo. Tonava contro i vizi dei secolari e del clero, contro lo stesso Lorenzo, il quale s'accorse finalmente dell'errore fatto richiamando quell'indomito frate e corse ai ripari, prima con minacce, poi con lusinghe; ma invano: era ormai troppo tardi, la vita sua declinava e il seguito del S. cresceva. Avverando quanto questi aveva oscuramente predetto nella predica del 17 maggio 1492, tre settimane dopo il S. era chiamato da Lorenzo al suo letto di morte. Che gli negasse l'assoluzione sacramentale fu asserito da una leggenda piagnona documentatamente respinta per falsa.

La quaresima del 1493 predicò a Bologna, dove è fama ardisse riprendere aspramente dal pulpito la Bentivoglio, moglie del signore della città; la quaresima del '94, a Firenze, dove, morto Lorenzo, era rimosso l'ostacolo maggiore alla grande opera da lui vagheggiata: fare di S. Marco un modello di vita religiosa in cui rifiorisse il fervore della Chiesa primitiva, onde un gran fuoco di fede e di carità divampasse in Firenze, " cuore d'Italia", quindi si propagasse alla cristianità tutta. Acquistare l'indipendenza dalla Congregazione Lombarda era il primo passo da fare su questa strada e a questo si appuntarono
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(per cortesia dei prof. M. Ferrara)
Savonarola, Girolamo - Illustrazione della predica $48^{\circ}$ Sopra Anna e Zaccaria di G. S. : infedeji e cristiani che si ricoprano la fronte crocesignata, accorrono a rigenerarsi nel fiume che scende dalla Croce. Il cielo è sereno su Gerusalemme mentre grandina su Roma e Firenze. Disegno di S. Botticelli. Incisione in legno dal Trattato di Domenico Benivieni - Firenze, Bonaccorsi, 28 maggio 1496.

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gli sforzi del S. Riuscitogli, e fatto certo cosi che la sua opera non poteva essere impedita né interrotta, si addentrò nella via delle riforme, applicandosi, secondo un cronista, ad introdurre negli studi e nella vita un ordine quasi divino. Calato in Italia Carlo VIII, ne segui la cacciata dei Medici, mentro il S. si trovava a Pisa, mandato dalla Repubblica ambasciatore a Carlo; al quale parlò alto e franco. E altrettanto fece in Firenze, dopo che il Re vi fu entrato con male intenzioni : onde è probabile che a lui la città fu debitrice della salvezza, non meno che ai generosi impeti di Pier Capponi.

Con la separazione di S. Marco (22 maggio '93), costituito poi con altri conventi in congregazione, veniva dunque a coincidere la liberazione della città dalla sionoria medicea; cosi (e parve miracoloso) tutte le porte si spalancarono in un tratto all'opera disegnata dal S. D. Stato non amava impacciarsi, e se si affaticò per instaurare in Firenze non già una ierocrazia o una teocrazia, ma una repubblica cristianamente e civilmente bene ordinata, fu per fare di essa la "città di Dio", cosi che ne uscisse, come diceva, "la reformazione di tutta la Italia". Predicando l'Avvento sopra Aggeo, non solo gli riusci di sopire gli odi faziosi, di fermare gli impeti delle discordie civili, ma mentre la città accennava a ricadere sotto un'oligarchia, di far prevalere un savio ordinamento democratico che assai riteneva del governo veneziano. Fondato il nuovo stato popolare, il S. propose in una predica che si eleggesse Cristo per Re. Proseguendo nel suo apostolato, con le prediche sopra ai Salmi (feste del 1495) e più con quelle sopra Giobbe (quaresima del '95) attese a promuovere il rinnovamento religioso e morale della città, che riusci ancora maggiore dell'operato rinnovamento civile. La scettica e godereccia città del Magnifico apparve presto trasformata; dovunque si vedevano manifestazioni di pietà e di semplicità di vita : cittadini nobili e uomini insigni per dottrina accorrevano in S. Marco a chiedere l'alzito domenicano. Ma la subitaneità e la grandezza del successo, se da una parte crescevano fede al S., da un'altra gli suscitavano odio e sospetti; e quanti ne temevano la potenza formarono quella setta che bene s'ebbe il nome di Arrobbiati, mentre i seguaci del Frate erano chiamati Pinguoni. Anche fuori di Firenze il sèguito grande del S. era inviso a quei potentati che, confederatisi contro i Carlo VIII nella Santa Lega, vedevano in lui il più formidabile strumento a tener fermi i fiorentini nella loro tradizionale amicizia col Re. Ben presto quindi gli Arrobbiati dall'interno, e principi come lo Sforza dall'esterno, cominciarono a aizzare il Papa contro di lui. Sotto tali influenze e in seguito a premure fattegli da Alberto da Orviato, mandato a Firenze per ottenerne l'entrata nella Lega, Alessandro VI scrisse quel singolare breve del 21 luglio 1495 , nel quale, dopo aver colmato il S. delle più rare lodi, gli ordinava di presentarsi a lui, desiderando udire dalla sua stessa voce, per farne profitto, le sue prefezie. L'insidia era troppo scoperta perché il S. vi potesse cadere. Se si fosse mosso, a Roma non sarebbe forse arrivato: certamente a Firenze non sarebbe tornato. Della vita poco gli importava ma molto dell'opera che aveva accarezzato nei suoi sogni di adolescente e vedeva ora miracolosamente fiorire. Diffidato dai medici di astenersi dalla predicazione e fin dagli studi, insidiato dai nemici, rispose che per l'infermità del corpo, per il manifesto pericolo della vita, per il danno che ne sarebbe venuto all'opera sua, chiedeva di poter differire la sua venuta.

Il Papa parve contentarsi di queste ragioni, ma non se ne contentarono i più immediati nemici del Frate; il quale, per prudenza e perché davvero bisognoso di riposo, si astenne dal predicare. A mezzo sett. però, con la data dell'8, arrivò a Firenze un altro breve che rimetteva al Vicario della Congregazione Lombarda la causa del S.: S. Marco era riunito alla detta congregazione; al S. ed alcuni suoi frati si ordinava di trasferirsi a Bologna: ciò sotto pena di scomunica. Il breve era fatto a istigazione di chi aveva interesse a chiudere la bocca al Frate mentre il Medici si apprestava a marciare contro la partita. Senza sgomentarsi, il S. rispose punto per punto, in modo che il Papa dovette riconoscere anche
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(per cortesia del Narchese Ridolf) Savonarola, Girolamo - Schema autografo della terrifica praedicatio della Quaresima 1491 Firenze, Museo di S. Marco, questa volta la bontà delle ragioni addottegli; tanto che il breve dell'8 sett. fu prestamente annullato con un altro del 16 ott., assai raddolcito, che tuttavia ribadiva il S. doversi fino a nuovo avviso astenere dalla predicazione. Il quale, prima che il breve arrivasse, fu a tempo a rianimare la città con tre prediche. Arrivato il breve, obbedendo, si chiuse nel silenzio e nell'orazione.

Tale silenzio però apriva la via agli avversari che forse a questo miravano attraverso i brevi papali; né può quindi stupire che i suoi fautori si adoprassero perché la sua voce potesse suonare liberamente, quanto i nemici si adopravano per farla tacere. La Signoria inatcva perché al S. fosse concesso di predicare l'Avvento, e gli sforzi furono raddoppiati con l'avvicinarsi della Quaresima. Alessandro VI, premuto da suggestioni politiche, resisteva; né si perito di dire candidamente all'ambasciatore fiorentino: la lega non voler ch'egli concedesse al Frate di predicare. Infine però, pur negando una formale revoca del breve del 16 ott., permise verbalmente che il S. ricalisse sul pulpito. Il 17 febbr. ' 96 cominciò così le prediche sopra Amos, che sono fra le sue più belle e più forti. Se s'era sperato in un suo più scudo linguaggio, egli non ne aveva dato però affidamento; non era uomo da scendere a patti o mancare al suo ufficio, né vi mancò. Alcune volte parve alludere alla scandalosa vita del Papa stesso. Il quale cominciò a farne aspre querele; ma ancora una volta era mosso soprattutto da considerazioni politiche. Si minacciavano fulmini. Un consiglio di teologi adunato espressamente nulla poté concludere contro il S. Per ciò, ma più per il timore di una nuova passata del re, le collere curiali si posarono. I frutti di queste prediche furono sovrabbondanti: basta accennare alla riforma dei fanciulli; secondo una testimonianza contemporanea, Firenze pareva divenuta "un'arra di paradiso *. L'8 maggio dette principio alle prediche sopra Micheo, senza che da Roma venisse alcuna lagranza. Ormai la parabola della

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fama del S. ha raggiunto il vertice, e non solo in Firenze. Sono di questo tempo alcune sue lettere ai principi d'Italia, che a lui ricorrevano per consiglio, o ai quali liberamente si rivolgeva per esortarli e correggerli. Anche il Papa cercò allora di cattivarselo, facendogli offrire a certe condizioni il cappello cardinalizio. Rispose nella predica del 20 ag.: "Non voglio cappelli, non mitre grandi né piccole; non voglio se non quello che tu hai dato ai tuoi santi; la morte. Uno cappello rosso, uno cappello di sangue, questo desidero ".

In quei giorni si stampava il suo trattato De simplicitate christianae vitae, e intanto lavorava al Triumphus Crucis. Per attendere a queste opere, e per riposarsi, aveva lasciato il pulpito; ma il 28 ott. dovette risalirvi, essendo i fiorentini atterriti dalla venuta di Massimiliano re dei Romani, che assediava Livorno dalla terra e dal mare. Il S. promise al popolo che Dio lo avrebbe liberato, e grande fu l'entusiasmo della città, quando, rottagli l'armata da una tempesta, Massimiliano abbandonò l'impresa. Ma le vicende politiche d'Italia volgevano a sfavore del S. Alessandro VI era premuto costantemente dalla Lega e dagli Arrabbiati, che lo animavano a finirla col Frate. Il modo migliore sembrò ancor quello di togliere a questo la indipendenza acquistata con la separazione dai Lombardi : e ciò il Papa s'indusse a fare col breve del 7 nov., per il quale molti conventi erano riuniti a quelli di S. Marco in una nuova congregazione, in cui il S. avrebbe perduto ogni autorità. Si asseriva che lo scopo era quello di propagare l'osservanza introdotta dal S., mentre l'effetto sarebbe stato tutto contrario. Lo scopo occulto, palesato del resto in brevi posteriori, era che il S., obbedendo, perdesse sé e la sua opera; non obbedendo incapgasse nella scomunica comminata nel breve a chiunque vi si opponesse; e quindi medesimamente volgesse a certa rovina. Se egli non tacque nella sua Apologia della Congregazione di S. Marco, ciò che sarebbe stato contro la carità, non si può dire che a tal breve disobbedisse o si opponesse; perché nessun superiore si fece vivo con lui per mandare ad esecuzione gli ordini papali, nessuno per rimuoverlo dal suo ufficio di Vicario.

Il S. continuò dunque sulla sua via, la via della carità. Nell'Avvento cominciò le prediche sopra Ezechiele proseguite nella Quaresima 1497: come la scelta di un profeta cosi terribile faceva prevedere, fu una terribile predicazione. Le mene dei suoi nemici, anziché renderlo cauto, accendevano il suo sdegno e lo movevano a gridare più forte, finché Lazzaro, il corpo corrotto della Chiesa, non risorgesse. Ma le sue fortune, che fino ad allora pur fra alterne vicende erano andate crescendo, e avevano avuto un simbolico trionfo il 7 febbr. ' 97 nel primo «bruciamento delle vanità ", cominciano a declinare. La carestia, il prolungarsi della guerra di Pisa, la tregua di Carlo VIII con la Lega, l'addensarsi delle collere papali, erano altrettante cause ad alienargli gli animi dei mutevoli fiorentini. Fra le circostanze sfavorevoli bisogna aggiungere il declinare della sua salute, ridotta al punto da costringerlo ad abbreviare e talvolta a interrompere le prediche. Ma il peggio gli venne da due Signorie a lui avverse. Della prima fu gonfaloniere Bernardo del Nero, capo della fazione medicea, sotto il quale si ebbe l'impresa di Piero de' Medici contro la città, pericolosa per la qualità del gonfaloniere, ma miseramente fallita come il S. aveva predetto. La seconda fu capeggiata da Piero degli Alberti, principale uomo degli Arrabbiati; che cosi per due mesi spadroneggiarono nella città trascorrendo ad eccessi d'ogni sorta. Il giorno dell'Ascensione provocarono un tumulto durante la predica per fare scandalo e, se fosse loro riuscito, uccidere il predicatore. Fallito il disegno, si dettava ad aizzare il Papa perché la scomunica, sollecitata più volte, fosse finalmente promulgata. Principale argomento in quest'opera di sobillazione era ancora, più che la calunnia di dispregio alle Somme Chiavi, il rifiuto dei fiorentini ad entrare nella Lega, imputato al S. Aggiunsero nerbo a tali argomenti i denari di due ricchi fiorentini, che persuasero certi prelati a recidere con suggestioni pessime le ultime resistenze. Cosi Alessandro VI, sebbene suo malgrado, come egli stesso confessò poi,
s'indusse a segnare in data 13 maggio il breve fatale. Il quale, redatto in una forma inconsueta e, a parte l'origine surrettizia, viziato nella sostanza, giunse a Firenze soltanto il 17 giugno, perché il cursore non osava entrare nel dominio fiorentino e infine dette ad altri l'incarico. Il breve fu letto in cinque chiese soltanto, le altre essendosi rifiutate di farlo per la mancanza delle debite forme.

Ad Alessandro era arrivata intanto un'umile lettera che il S., avvertito della spedizione del breve, gli aveva scritto il 20 maggio, protestando di non avere altro fine che quello di risuscitare nei cuori umani la fede cristiana. Ma questa lettera, e quella che il S. gli scrisse il 25 giugno, consolatoria per l'uccisione del figlio ed esortatoria ad aiutare l'opera della fede, altro non potevano ormai se non accrescere il tardivo pentimento del Papa; il quale facendole leggere in Concistoro, le lodò e arrivò a dire che la censura egli dispiaceva ed era omnino procter mentem suam s. Di 11 a poco fu eletta una signoria favorevole al S., che subito si dette a premere per ottenere l'assoluzione : impresa disperata perchċ Alessandro, dopo il primo smarrimento seguito alla tragica morte del figlio, era tornato a far peggio di prima. Frattanto agli altri mali che affliggevano Firenze s'era aggiunta la peste; e in tale occasione rifulsero ancora le cristiane virtù del S. In quegli stessi giorni egli rivedeva le stampe del Triumphus Crucis ed attendeva ad altri scritti minori : il Trattato contro gli astrologi, il dialogo De Veritate prophetica, forse la seconda redazione del Solotium itineris mei. Mentre la Signoria continuava ad insistere presso il Papa per la revoca delle censure, il S. da parte sua, ingiustamente accusato dai posteri di una condotta superba e ostinata, volle fare al Romano Pontefice un solenne atto di sottomissione. E cosi gli scrisse il 13 ott. ' 97 una lettera virilmente umile, chiedendogli l'assoluzione. Ma nulla gli giovò.

Pur sollecitato dal popolo a predicare, perseverò il Frate nel suo doloroso silenzio, in ossequio ai comandamenti papali. Finalmente, come fu chiaro che neppure per intercessioni potenti avrebbe riavuto la predicazione, e che quindi la sua opera era condannata a sizara rovina, egli decise di seguire quella voce che tante volte gli aveva mostrato la via. Raffermò la sua determinazione e il suo sdegno certo il baratto proposto alla Signoria, subordinante l'assoluzione all'entrata dei fiorentini nella Lega. Risaliva dunque sul pulpito del Duomo l'i i febbr. 1498, per dar principio a quelle prediche sopra l'Esodo che dovevano segnare il suo esodo dal pulpito, dalla grande opera sua, dalla vita. Fino dalla prima predica s'intese che il S. era deciso a conseguire o un'ardua vittoria contro le malefiche forze che gli si opponevano o quella corona di sangue che tante volte aveva domandato e che quella mattina invocò ancora, offrendosi in sacrificio. Nello stesso stile continuò nelle prediche successive, reiterando essere stato il Papa circonvenuto, il breve mal fatto: e quindi la scomunica non valere. E, pur continuando la predicazione, componeva a istanza del gonfaloniere Salvisti il Trattato del reggimento e governo della città di Firenze. Il giorno di carnevale si celebrò il secondo bruciamento delle vanità. Ma da Roma si minacciava la città d'interdetto se non consegnava il S. o almeno non lo riduceva al silenzio. E così la Signoria, che, pure essendo in prevalenza contraria al S., aveva con fermezza replicato ai brevi papali, ordinò al Frate, ridottosi frattanto a predicare in S. Marco, di cessare le prediche : ciò che subito fece, dopo un accorato saluto al suo popolo. Cadutagli cosi l'arma più potente, non gli restava altro modo di difendere sé e l'opera sua che un Concilio, dove la sua voce si sarebbe levata ancora una volta, più solenne, a denunziare e ad ammonire. Ma sebbene non mancassero le condizioni per una convocazione, contro la volontà del Papa, sebbene l'idea di un Concilio fosse già largamente diffusa fra i principi e i buoni prelati, all'ultimo il suo gran cuore cristiano non soffrì di sommuovere, sia pure per un fine santo, la Chiesa; ed abbrustò le lettere che aveva già cominciato a scrivere. Questa rinunzia gli chiudeva l'ultima via; altro non gli restava se non la via del martirio. L'intempestivo ardore del suo più fido discepolo, fra' Domenico da Peacia, fece precipitare gli eventi.

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Savonarola. Girolamo - Il supplizio del S. sulla Piazza della Signoria (23 maggio 1498), dipinto di ignoto contemporaneo - Firenze, Galleria Corsini.

Il giorno 25 marzo il minorita Francesco da Puglia, predicando, sfidava alla prova del fuoco chiunque sostenesse la scomunica del S. non esser valida. Fra' Domenico fu pronto a raccogliere la sfida e la stessa Signoria, nella quale prevalevano ora gli Arrabbiati, cui quella pareva un'ottima occasione per sbarazzarsi del S., fece si che le parti non potessero più tirarsi indietro, invitandole a sottoscrivere, a di 29 , le proposizioni da provarsi col fuoco: le quali riguardavano in somma la flagellazione e la rinnovazione della Chiesa e di Firenze, la invalidità della scomunica del S. Stipulato il 6 apr. alla presenza della Signoria e del vicario dell'arcivescovo l'atto definitivo, che stabiliva intendersi perdente quella parte che avesse ricusato o soltanto tergiversato, la mattina del 7 si venne al cimento. Ma non si fece altra prova che di parole e di discussioni infinite. Vincente ai termini dell'accordo sottoscritto, essendo venute dalla parte avversa le ricusazioni e tergiversazioni, il S. parve tuttavia perdente a gran parte del popolo, soltanto perché contro tutto e contro tutti non aveva fatto il miracolo che si aspettava da lui. Questo la moltitudine non glielo perdonò; di che profittarono gli Arrabbiati per dargli il colpo di grazia. All'indomani, Domenica delle Palme, il S. pronunciava un breve sermone, nel quale, presago della prossima fine, si disse pago che il Signore, nei giorni della sua Passione, volesse fargli a sua similitudine. Quel pomeriggio, accingendosi uno dei suoi frati a predicare nel Duomo, vi fu suscitato un tumulto. A un tratto, come era stato preordinato, tutto fu pieno di popolaccio e di cittadini in arme, manovrati dagli Arrabbiati, accorrenti a S. Marco. Il S. avrebbe voluto impedire ogni difesa e fece per consegnarsi agli assalitori; ma gli fu chiuso il passo dai suoi. Andò a pregare nel coro, dove rimase per sei ore, mentre alcuni cittadini e pochi frati difendevano il convento e la chiesa dagli assedianti. Levatosi dalla preghiera ed essendogli comunicato l'ordine di presentarsi in Palazzo, si consegnò, con fra' Domenico, nelle mani dei suoi nemici.

Esaminato noi giorni seguenti e crudelmente torturato, rispose con fermo coraggio finché, alla lunga, la sua fibra delicata cedette sotto i tormenti, ond'ebbe slogato un arto e aperte le carni; dopo, la tortura gli fu continuata. Fu così possibile in due consecutivi processi, se non fargli dire ciò che volevano, fargli rinnegare almeno la sua missione profetica. Non bastando, dopo la sottoscrizione, interpolarono certe slausole alla fine dei capoversi e introduzsero alcune postille che avvelenavano il contesto. Furono letti questi processi in pubblico, ma non si osò di farvi assistere, come era uso, il presunto
reo; per timore che questi, davanti al suo popolo, proclamasse la verità. Lo stesso gonfaloniere disse in una consulta che il S. non doveva uscire da Firenze per evitare che si ridicesse; essendosi fatti i processi come si sono fatti, per quiete della città a Lasciato tranquillo per alcuni giorni, poté comporre la mirabile meditazione sopra il Misere, nella quale confortò con l'esempio di Pietro la sua tristezza per il rinnegamento estortogli sotto i tormenti; poi cominciò quella sul salmo In te Domine speravi. Ma il 20 maggio ebbe principio un terzo processo, fattogli dai commissari apostolici. Nuovamente torturato, a tratti il suo grande animo vinceva la carne inferma, ritrattando le forzate ritrattazioni e riaffermando con commoventi parole la sua missione profetica.

Anche gli storici avversi al S. sono concordi sulla iniquità e sulla falsità di questo processo, non meno che dei precedenti. Sul quale fu pronunciata dai commissari la sentenza che condannava il S. e i suoi compagni, fra' Domenico e fra' Silvestro Maruffi, «eretici e scismatici», ad essere consegnati al braccio secolare che, come era stato più tempo prima deciso, li avrebbe impiccati e poi arsi. La infame sentenza, comunicata ai condannati il giorno 22 maggio, ultimo del processo, fu eseguita la mattina di poi. Le parole e gli atti del S. furono nella funebre veglia esemplari, né si possono leggere senza una commozione profonda. La sua morte fu un mirabile esempio di virtù cristiane, come n'era stata la vita: né poteva esserne più degno suggello. Comunicandosi prima del supplizio, pronunciò ad alta voce una breve preghiera che è una bella professione di fede cattolica. Altre commoventi parole disse, quando gli fu tolto il suo abito domenicano. Ricevuta dai commissari apostolici la indulgenza plenaria, salì al patibolo recitando il Credo piccolo. Acceso il rogo sotto i corpi degli impiccati, e consunte le salme, ne furono raccolte le ceneri per contrarle alla venerazione popolare e gettate in Arno. Fu verificata cosi la profezia che il S. pronunciò fino dal 1491: «Andranno gli eropi al santuario, con le acure e col fuoco le porte spezzeranno e abbruceranno, e piglieranno gli uomini giusti e nel luogo principale della città li abbruceranno; e quello che non consumerà il fuoco e non porterà via il vento, gitteranno nell'acqua».

Dopo il primo smarrimento che i falsi processi, le persecuzioni degli avversari, i comprensibili rigori dei superiori, avevano cagionato nell'animo di molti devoti, cominciò non solo la riabilitazione, ma il culto del S., entrato ben presto nella liturgia di alcuni conventi toscani, che già nel 1499 ne celebrarono la festa solenne. Lo stesso Alessandro VI è fama ne rimpiangesse la morte, scusandosi col dire di essere stato male informato. Giulio II dichiarò che lo avrebbe volentieri canonizzato. Ai primi del sec. xvi furono compilate tre distinte raccolte di miracoli a lui attribuiti, e nella redazione di una di esse ebbe parte la b. Maria Bagnesi; s. Caterina de' Ricci, che da lui riconobbe due volte la guarigione, gli diceva l'Ufficio e ne celebrava la festa annuale nel suo convento di Prato: le quali pratiche furono oggetto di dispute ma non d'ispedimento nel processo di beatificazione. Né minor devozione ebbero per lui s. Filippo Neri, la b. Colomba da Rieti, la b. Caterina da Racconigi, la b. Maddalena del Paradiso. Di una canonizzazione del S. si parlò sotto Clemente VIII, che pur molto gli era devoto; tanto che il generale dell'Ordine, Sisto Fabbri, ne fece comporre tre diversi Uffici propri. Negli Acta Sanctorum il suo