volume-10

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Moretti Gennaro, O.M., Postulatore generale dell'Ordine - Roma.
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Morin Corrado, O.F.M., Prof. di Storia religiosa nell'Univ. di Montréal (Canadà).
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Moscati Sabatino, Incaricato di Epigrafia e Antichità semitiche nell'Univ. di Roma e di Storia delle religioni nell'Univ. di Firenze - Roma.
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Romani Romano, Pubblicista - Roma.
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Siffrin Pietro, O.S.B., Prof. di Liturgia nel Pont. Ateneo di S. Anselmo - Roma.
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Simeone Lorenzo, O.F.M. Conv., Prof. di Teologia morale e pastorale nella Pont. Facoltà teologica dell'Ordine - Roma.
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Spadafora Francesco, Sac., Prof. di Scienze bibliche nel Collegio S. Alessio Falconieri - Roma.
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Sticco Maria, Docente di Storia della Letteratura italiana - Milano.
Stickler Alfonso Maria, S.D.B., Ordinario di Storia del diritto canonico nel Pont. Ateneo Salesiano Torino.
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Tentori Tullio, Prof., Ispettore nel Museo preistorico "Luigi Pigorini", Assistente di Etnologia nell'Univ. di Roma.
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Teodorico da Castel San Pietro, O.F.M. Cap., Dott. in Teologia e in Scienze bibliche, Provinciale - Bologna.

Testini Pasquale, Assistente di Archeologia cristiana nell'Univ. di Roma.
Testore Celestino, S.J., Scrittore della Civiltà Cattolica - Roma.
Thum Beda, O.S.B., Prof. di Filosofia nel Pont. Ateneo di S. Anselmo - Roma.
Toffanin Giuseppe, Ordinario di Letteratura italiana nell'Univ. di Napoli.
Toschi Paolo, Docente di Letteratura delle tradizioni popolari nell'Univ. di Roma.
Toth Giulio, Sac., Licenziato in Diritto canonico Roma.
Tragella Giovanni Battista, P.I.M.E., Archivista nel Pont. Ist. delle Missioni Estere di Milano - Roma.
Tribout de Morembert Enrico, Archivista della città di Metz.
Turchi Nicola, Sac., Docente di Storia delle religioni nell'Univ. di Roma.
Tyszkizwicz Stanislao, S.J., Prof. di Teologia dogmatica nel Pont. Ist. Orientale - Roma.
Vagaggini Cipriano, O.S.B., Prof. di Teologia dogmatica nel Pont. Ateneo di S. Anselmo - Roma.
Vălimăreanu Petre, Dott. in Studi orientali - Roma.
Vallese Giulio, Docente di Letteratura italiana nell'Univ. di Napoli.
Vannicelli Luigi, O.F.M., Incaricato di Etnologia nell'Univ. di Bologna.
Vannini Enrico, Prof. di Anatomia comparata nell'Univ. di Modena.

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Vanni Rovighi Sofia, Docente di Storia della filosofia, incaricata di Filosofia morale dell'Univ. di Milano.
Van den Baar Pietro, Sac., Licenziato in Storia ecclesiastica - Roma.
Vian Agostino, Dott. - Roma.
Vian Nello, Dott., Segretario della Biblioteca Apostolica Vaticana - Città del Vaticano.
Vieujean Giovanni, Can., Prof. nella Facoltà teologica dell'Univ. Cattolica di Lovanio.
Viglino Ugo, I.M.C., Ordinario di Critica, Logica e Filosofia dell'Arte nella Pont. Univ. di Propaganda Fide - Roma.
Vignola Bruno, Docente nell'Univ. di Bologna S. Massimo all'Adige (Verona).

Vitezic Ivan, Licenziato in Storia ecclesiastica - Roma.
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Voelkl Lodovico, Sac., Licenziato in Archeologia cristiana - Roma.
Vogel Cirillo, Sac., Dott. in Teologia - Strasburgo.
Vogt Ernesto, S.J., Rettore del Pont. Ist. Biblico Roma.
Volk Paolo, O.S.B., dell'abbazia di Maria Laach (Andernach).
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Wüstenberg Bruno, Mons., della Segreteria di Stato Città del Vaticano.
Xiberta Bartolomeo Maria, O. Carm., Prof. di Teologia nel Collegio internazionale dell'Ordine Roma.
Zaccaria da San Mauro, O.F.M. Cap., Provinciale dell'Ordine - Mestre (Venezia).
Zampetti Piero, Soprintendente alle Gallerie delle Marche - Urbino.
Zanini Lino, Mons., Consigliere di Nunziatura Bruxelles.
Zedda Silverio, S.J., Prof. di S. Scrittura nel Collegio «Massimo - - Chieri (Torino).
Zocca Emma, Prof., della Direzione generale dell'Antichità e Belle Arti del Ministero della pubblica istruzione - Roma.
Zocca Mario, Incaricato di Urbanistica nell'Univ. di Bari - Roma.
Zolli Eugenio, Incaricato di Ebraico e Lingue semitiche comparate nell'Univ. di Roma.
Zollini Vito, Sac., Dott., Postulatore generale dei Servi della Carità - Roma.
Zunini Giorgio, Sac., Incaricato di Psicologia nell'Univ. del Sacro Cuore di Milano.

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PRIE, René de. - Cardinale, n. in Touraine nel 1451, m. il 9 sett. 1519 nell'abbazia di Notre-Dame de Lyre (Evreux). Cugino del card. Giorgio d'Amboise, ministro del re di Francia Luigi XII, deve alla sua protezione le numerose cariche. Fu abate di varie abbazie, grande arcidiacono di Bourges, protonotario apostolico, elemosiniere del Re, vescovo di Bayeux (1499-1515) e di Limoges (1510), cardinale ( 18 dic. 1506, pubbl. 17 maggio 1507). Seguì Luigi XII nelle spedizioni di Genova e Savona, poi lo raggiunse a Milano (ott. 1510), mentre era in guerra con il Papa, disobbedendo all'espresso divieto di questo. Fu uno dei promotori del Concilabolo di Pisa (v.) del 1511. Fu perciò scomunicato e deposto da ogni dignità (ir ott. 1511). Avendo poi fatta con gli altri ampia ammenda dei suoi errori, fu da Leone X reintegrato nelle sue cariche.

Bull.: Gallia Christiana, II, Parigi 1750, col. 537; XI, ivi 1739, coll. 383-85; Moroni, LV, pp. 196-97; L. Sandret, Le Concile de Pise (1511), in Rev. des quest. hist., 34 (1883), pp. 425438; J. d'Auton, Chroniques de Louis XII, ed. R. de Maulde la Clavière, 4 voll., Parigi 1889-95, v. indice; Eubel, II, p. 101, III, pp. 12, 239; Pastor, III, v. indice. Renata Orazi Ausenda

PRIGIONIA, epistoie della. - Lettere paoline ai Colossesi (v.), Efesini (v.), Filippesi (v.) e a Filemone (v.), che suppongono Paolo prigioniero (Col. 4, 3. 10. 18; Eph. 3, 1; 4, 1; 6, 20; Phil. 1, 7. 13 sg. 17; Philem. 1. 9 sg. 13). Le prime due, soprattutto, presentano notevoli affinità di forma e di contenuto (v. Efesini, epistola agli, III).

Per la questione d'origine va esclusa la seconda p. romana, durante la quale Paolo - già una volta liberato dalle fauci del leone (II Tim. 4, 17) - vede imminente la propria fine (ibid. 4, 6 sg.) e attende salvezza solo nel Regno celeste (ibid. 4, 18). Nelle c. della p., al contrario, egli manifesta la fiducia di venire dimesso (Eph. 6, 19 sg.; Col. 4, 3 sg.; Phil. 1, 25 sgg.; 2, 24; Philem. 22).

L'opinione corrente fino ai tempi moderni era per la prima p. romana (61-63) : custodia militaris, che consentiva a Paolo di avere una propria casa (Act. 28, 16. 30) e di ricevere visitatori (ibid. 28, 17. 30). Le c. della p. mostrano al fianco di lui collaboratori e discepoli (Phil. 1, 1; 2, 19. 25 sgg.; 4, 21; Col. 1, 1; 4, 7-14; Philem. 1. 23 sg.), nonché lo schiavo fuggitivo Onesimo (Philem. 10-13). Un accenno ai pretoriani, che s'avvicendavano nel far la guardia a Paolo (Act. 28, 16), si è veduto in

Phil. 1, 13. Meno fondata è l'opinione dell'origine cesareense, sostenuta da molti protestanti e da qualche cattolico (H. Lesêtre, La Ste Eglise au siècle des Apôtres, Parigi 1896, pp. 288-306), che argomentano soprattutto dalla maggiore facilità di raggiungere Cesarea. Ma nel quadro che gli Atti hanno tracciato di questa p. (58-60) si verificano meno bene le condizioni supposte dalle lettere. A Cesarea Paolo era sottoposto a custodia militare (nel pretorio di Erode: Act. 23, 35) più severa di quella di Roma. L'ipotesi di una p. efesina, da cui proverebbero le e. della p., è di data ancora più recente. Proposta oralmente da A. Deissmann nel 1897 (cf. Licht vom Osten, $4^{\text {a }}$ ed., Tubinga 1923, p. 201, n. 4), ebbe pubblicità tre anni più tardi da H. Lisco (Vincula sanctorum, Berlino 1900; Roma peregrina, ivi 1901) e ha fatto una certa fortuna. I sostenitori della p. efesina sono elencati da A. Deissmann (Paulus, $2^{\text {a }}$ ed., Tubinga 1925, p. 13, n. 2), J. Schmid (op. cit. in bibl., pp. 3-6), B. Brinkmann (in Verbum Domini, 19 [1939], p. 321, n. 5). Tra i cattolici più recenti si notano B. Brinkmann, ibid., pp. 322-32; P. Göchter, Summa introductionis in Nov. Test., InnsbruckLipsia 1938, p. 205; P. Benoit (Les epitres de st Paul, Parigi 1939, pp. 7-13). Questi però assegnano alla p. efesina la sola Filippesi, come fanno anche i non cattolici M. Albertz, K. Lake, M. Goguel, P. Feine-J. Behm. In favore di una p. efesina non è argomento efficace la cosiddetta prigione di s. Paolo - un rudere di torre romana che sorge all'estremità del Coressus (BulbulDagh) - né il discusso prologo alla Colossesi. Il « combattimento con le fiere» di cui in I Cor. 15, 32 (cf. II Cor. 1, 8 sgg.) sembra metaforico (H. Lietzmann, $A n$ die Korinther I-II, $2^{\text {a }}$ ed., Tubinga 1923, p. 83 sg.), come quello con i dieci leopardi nella lettera di s. Ignazio ai Romani ( 5,1 ); in ogni caso, non importa necessariamente una p. di notevole durata.

In contrario non è decisivo il silenzio degli Atti. II Cor. 11, 23 fa supporre, per il periodo precedente, qualche p. non menzionata negli Atti. Particolarmente significativi sono i testi in cui s. Paolo, dopo il soggiorno efesino, parla di suoi compagni di p. (Rom. 16, 7) o di persone che hanno corso per lui grave pericolo di vita (ibid. 16, 4).

I viaggi supposti dalla Filippesi (2, 25 sg.; cf. 4, 18), anche ridotti al minimo possibile, si comprendono meglio se sono tra Filippi ed Efeso, anziché tra Filippi e Roma. E una delle ragioni per cui va incontrando, anche tra cattolici, un certo favore l'ipotesi «efesina» per questa lettera, mentre si mantiene l'origine romana delle altre.

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Queste suppongono che Marco e Luca si trovino al fianco di Paolo (Col. 4, 10. 14; Philem. 24), mentre del periodo efesino Luca parla in terza persona. Questi, inoltre, ben noto alla comunita di Filippi (Act. 16, 10-40), non è nominato nella Filipposi. E da notare, infine, che, e per il tono generale e per l'accenno ai giudaizzanti (3, 2-11), questa lettera sembra più vicina alle Tessalonicesi e Galati che alle altre tre della p. (v. filippssi, epistola a). La menzione del "pretorio" (Phil. 1, 13) e di "quelli della casa di Cesare" (ibid. 4, 22) non obbliga a pensare a Roma: in ogni grande città dell'Impero c'era un "pretorio" (senso locale) e gente che curava gli interessi dell'imperatore, lavorandone i fondi o le miniere.

BibL.: cattolici: H. Coppieters, St Paul fut-il captif à Ephèse pendant son troisième voyage apostolique?, in Revue biblique, 16 (1919), pp. 404-18; J. Schmid, Zeit und Ort der paulinischen Gefangenschaftsbriefe, Friburgo 1931; M. Meinertz, Die Gefangenschaftsbriefe des Heiligen Paulus, in Die Heilige Schrift des Neuen Test., VII, $4^{a}$ ed., Bonn 1931, pp. 1-9; B. Brinkmann, Num 2. Paulus Ephesi fuerit captivus, in Verbum Domini, 19 (1939), pp. 321-32; id., Epistolas captivitatis 2, Pauls num Ephesi scriptos sint, ibid., 21 (1941), pp. 9-21. Non cattolici: oltre i lavori di Deissmann e di Lisco citati sopra: B. W. Robinson, $A n$ ephesian imprisonment of Paul, in Journal of biblical literature, 29 (1910), pp. 181-89; M. Goguel, La date et le lieu de compasition de l'Epltre aux Philippiens, in Revue de l'histoire des religions, 66 (1912), pp. 330-42; P. Feine, Die Abfassung des Philippperbriefer in Ephesus, Gütersloh 1916; C. R. Bowen, Are Paul's prison letters from Ephesus?, in The american journal of theology, 24 (1920), pp. 112-33, 277-87; G. S. Duncan, St. Paul's ephesian ministry, Londra 1929; W. Michaelis, Der Brief des Paulus an die Philipper, in Theologischer Handbommentar zum Neuen Test., XI, Lipsia 1933, pp. 2-6 (con ricca bibl. a p. 7 sg., tra cui altri scritti del medesimo autore sull'argomento a p. 8); P. Feine J. Bebm, Einditung in das Neuen Test., $8^{2}$ ed., ivi 1936, pp. 174 180; T. W. Manson, St. Paul in Ephesus. The date of the Epistle to the Philippians, in Bulletin of the John Relands Library, 23 (1939), pp. 182-200; P. Bonnard, L'Epltre de st Paul aux Philippiens, in Commentaire du Nouv. Test., X, Neuchâtel-Pacigi 1950, p. 10.

Teodorico da Castel S. Pietro
PRIMA. - Ora canonica che si recita all'inizio del giorno. Si compone di due parti distinte, P. propriamente detta (ufficio del Coro) e ufficio del Capitolo; l'una si diceva in coro, l'altra invece nella sala del Capitolo.

La prima parte è sul modello delle altre 3 Ore minori più antiche. Precedono Pater, Ave (dopo Pio V) e Credo (a ricordo del Battesimo); seguono dopo il a Deus, in adiutorium e l'inno a lam lucis orto sidere ", tre salmi (prima della riforma di Pio X, 5). Il testo del Capitolo come quello del versetto è caratteristico di P. (un doppio Capitolo, l'uno per le domeniche e le feste, l'altro per le ferie); la supplica finale, anche essa caratteristica, indicata già nel Sacramentario di Gellone, sec. viii, non si cambia mai, come la conclusione finale delle altre Ore canoniche, meno la Compieta. Negli Uffici feriali, nei semplici e nei semidoppi, fra il Capitolo e la supplica s'inseriscono preghiere speciali ( 4 preces dominicales $x$, sostanzialmente del sec. viII, e a feriales * del sec. x-xi), chiuse dal - Confiteor * (che era anticamente nella seconda parte di P.). La seconda parte, l'ufficio del Capitolo, di cui si trova già menzione nell'Ordo XVIII ( $3^{\circ}$, Andrieu) e nella Regola di Crodegango di Metz (m. nel 760) è un complesso di lezioni, esortazioni, preghiere e benedizioni che non si trovano nelle altre Ore canoniche. Era in principio l'adunanza dei monaci per ricevere dall'abate le disposizioni per la giornata. Si faceva la confessione dei peccati (come adesso nella prima parte), poi si assegnavano le varie occupazioni: alla cucina, alla biblioteca, ai campi, ecc.; seguivano preghiere appropriate, si leggeva un capitolo della Regola (donde il nome dell'atto stesso e del luogo dell'adunanza) seguito da un'esortazione e dalla benedizione dell'abate. Quest'ufficiatura monastica si trasportò in seguito anche nei Capitoli cattedrali o secolari. Col tempo si stabili quest'ordine: 1) il martirologio del giorno seguente, talvolta anche il necrologio (rassegna dei nomi dei confratelli, degli associati e dei benedettori defunti); 2) le preghiere appropriate per la santificazione dei lavori; 3) un'istruzione e una benedizione seguita dalla lettura
di un capitolo della Regola (nell'Ufficio secolare una breve lezione scritturale). Nell'Ufficio monastico si aggiunse una commemorazione e preghiera per i defunti.

Si credeva che P. traesse origine da un monastero di Betlemme verso la fine del sec. iv dove, secondo un racconto di Cassiano, alcuni monaci iniziavano il lavoro quotidiano dopo le Lodi, altri invece dopo un periodo di riposo prolungato fino a Terzo. Per abbreviare questo intervallo s'introdusse una nuova ora di preghiera, detta "novella sollemnitas" (la nostra P.), che si diffuse con i libri di Cassiano dappertutto nei monasteri. Recentemente J. Froger ha sostenuto che quest'innovazione non è la P. attuale, perché i salmi recitati erano gli stessi delle Lodi. Al contrario P. ebbe origine in Occidente, e se ne ha notizia solo nel sec. vi : si trova per la prima volta nella Regola di s. Cesario d'Arles e più sviluppata ed estesa già a tutti i giorni d'inverno in quella di s. Aureliano. Non è conosciuta da Cassiodoro, ma ebbe la sua definitiva organizzazione da s. Benedetto e divenne una Ora canonica.

BibL. : P. Schepens, L'Oftre du chapitre à Prime, in Rech. de se. relig., 11 (1921), pp. 222-27; J. A. Jungmann, Pater Noster und Credo im Breviergebet; eine altchristl. Taufcrinnerung, in Gesandere Liturgie, Innsbruck 1941, pp. 163-72; P. Allergr, Sacra liturgia, L'craz. pubblica, Vicenza 1942, pp. 90, 433-38; M. Righetti, Man. di star. liturg., II, Milano 1946, pp. 580-84; J. Froger, Les origines de Prime, Roma 1946; T. Masai, Les noms des heures et les textes de Cussien intéressant: l'hist. de Prime, in Arch. Latinitatis medii soci, 19 (1948), pp. 23-37; E. Diebold, Les origines de Prime et le droit liturgique, in Eph. liturg., 68 (1949), pp. 219-21.

Pietro Siffrin
PRIMARIE, QUALITÀ. - Sono, secondo l'accezione comune dopo Locke (v.), le qualità (v.) dei corpi senza le quali sarebbe inconcepibile il corpo stesso e che si ritengono perciò realmente e fisicamente esistenti nelle realtà materiale. Sono q. p. la estensione, la figura, il numero, il modo locale e ad esse si contrappongono le secondarie, come colori, suoni, sapori, odori, che si ritengono "soggettive".

Della distinzione fra q. p. e secondarie si può già trovare il principio in Democrito (v.) il quale affermava: "Opinione è il colore, opinione il dolce, opinione l'amare, verità gli atomi e il vuoto" (frg. 49). Nell'epoca moderna Galileo, nel famoso passo del Saggiatore (Opere, ed. naz., VI, p. 348) afferma che figura, grandezza, numero e moto locale appartengono necessariamente al corpo (e sono quelle che Locke, nell'Essay, II, cap. 8, §9, chiamerà q. p.), mentre colore, suono, sapore, odore "tengono la lor residenza nel corpo sensitivo ". Anche per Cartesio (Medii, II, ed. Adam-Tannery, VII, p. 30 sgg.) l'unica qualità reale dei corpi è l'estensione. Tale dottrina è accettata da quanti professano il cosiddetto realismo critico (v. FRECEZIONISMO), REALISMO).

BibL.: Cl. Baeumker, Primäre und schundäre Qualitäten, Berlino 1909; E. Amadeo, Il fondamento e il valore della distinzione tra q. p. e secondaria, Milano 1920. V. anche bibl. delle voci conoscenze, sensazione.

Sofia Vanni Rovighi
PRIMASIO. - Vescovo di Adrumeto (Bizacena), vissuto nel sec. vi, m. poco dopo il 552 . Seguì nella "causa dei tre Capitoli» le decisioni contrastanti di papa Vigilio di Roma, condannando e poi accettando l'editto dell'imperatore Giustiniano de tribus capitulis (544). Relegato perciò in un monastero, fu premiato, dopo che vi ebbe aderito, con la dignità di primate della Bizacena (Vittore di Tunnuna, Chron. ad ann. 552, ed. Mommsen, in MGH, Chronica minora, II, p. 203). P. incontrò a Costantinopoli il suo compatriota Giunilio, che l'interessò per l'esegesi greca.

Così, per mezzo della traduzione fatta da Giunilio (v.) dell'introduzione biblica di Paolo di Nisibi, P. venne a conoscenza della esegesi antiochena. P. è autore di un commentario sull'Apocalisse, che è basato sull'esegesi di s. Agostino e di Ticonio. Accanto a Beato la sua opera è una delle fonti principali per la ricostruzione del per-

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duto commentario di Ticonio (v.) sull'Apocalisse. P. completò inoltre l'opera di s. Agostino De hacresibus (Cassiodoro, Instit. div. litt., 9; Isidoro di Siviglia, De vir. ill., 22), ma questo lavoro non è conservato.

Bibl.: J. Haussleiter, Leben und Werke der Bischafs P. von Hadrometern, Progr., Erlangen 1887; id., in Hauch. RealEncycl., 16 (1905), pp. 33 sg. Il testo del commentario in PL 68. 793-936; J. Haussleiter, Die lateinische Apokalypse der alten afrikanischen Kirche, in Th. Zalm, Forschungen zur Geschichte des unsterzungsatischen Könnens, IV, Erlangen 1891, pp. 1-224; H. J. Vogels, Untersuchungen zur Geschichte der lateinischen Apokalypse-Gebrischung, Düsseldorf 1920, pp. 19-36. 123-64. Il commentario sull'Apocalisse si trovò nella biblioteca di Cessiodoro, v. P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident, Parigi 1943. p. 354. Sul De hacresibus v. Dziolowskii, Isidor und Ildefoni als Literaturhistoriker, Münster in V. 1898, pp. 37-39. Il commentario sulle Epistole psoline attribuito in PL 68. 413 sc. a P. non è opera sua, ma una recensione ortodossa del commentario di Pelagio.

Erik Peterson
PRIMATO DI GESU CRISTO. - Il p. di G. C. nella storia dell'umanità è un fatto, testimoniato dalla cronologia. La comparsa di lui nel mondo ha segnato il capovolgimento del corso dei secoli; il mondo intero, si può dire, fa datare dalla sua venuta quella che considera come la tappa definitiva della sua esistenza. Le civiltà più antiche si sono fuse o stanno fondendosi ogni giorno di più in quella che porta il suo nome e che, senza talora neppure avvedersene, porta l'impronta della «buona novella» proclamata a tutti i popoli dalla sua nascita a Betlemme.

Questo p. deriva senza dubbio dai suoi miracoli, dalla sua dottrina, dall'influsso esercitato dalla Chiesa, stabilita da lui quale "colonna della verita"; ma deriva soprattutto dalla suprema dignità e potenza della sua persona. "Chi è mai costui?", si domandarono per primi coloro che le videro comandare ai venti e ai flutti, guarire i malati, risuscitare i morti. "Chi è costui?" si domandano oggi ancora quelli che sono estranei al suo Vangelo e vedono milioni di uomini, ancora dopo tanti secoli, pronti a fargli il sacrificio della loro vita piuttosto che rinnegare la loro fede in lui. "E il Figlio di Dio", rispondono d'una sola voce tutti i cristiani, e le Chiese, sparse per tutto il mondo, sono unanimi nel confessare che " egli è disceso dal cielo per noi e per la nostra salvezza ". "E fu pure crocifisso per noi ", soggiungono coloro che, cantando il Credo, si sono prostrati al ricordo del mistero della sua Incarnazione.

Dio e Salvatore sono, infatti, i due titoli sui quali si fonda il p. universalmente riconosciuto a Gesù Cristo. Centro e culmine della religione da lui fondata, egli domina e comanda tutto quello che vi è in essa di più grande e di più santo. Infinitamente al di sopra dei suoi Angeli, dei suoi Perfeti e dei suoi Apostoli, infinitamente al di sopra della sua stessa Madre, egli è il solo che venga adorato, il solo che venga creduto e servito per se stesso. La Chiesa con la sua gerarchia, i suoi dogmi e il suo culto è a lui subordinata; non esiste che per mezzo di lui e per lui; il suo compito consiste essenzialmente nel condurre gli uomini a lui, affinché ademiscano alla sua persona e gli rendano un culto fatto di confidenza, di sottomissione e di amore. Gli è stato anche costituito un corpo dai membri ripartiti in cielo e sulla terra, del quale egli è il solo e vero capo. In essi e per mezzo di essi tutto confluisce a lui: "Tutto è vostro ma voi siete del Cristo" (I Cor. 3, 23). Tale, infatti, è il disegno di Dio riguardo a Gesù Cristo, cioè che egli abbia il p. in tutto, e che tutto, nel corso dei secoli, tenda a costituirsi e a conformarsi a lui (Col. 1, 1-18; Eph. 1, 10).

I teologi cattolici hanno gareggiato nel trovare il modo di meglio far comprendere la magnificenza del piano di Dio. Si sono così formate due correnti di pensiero, la cui stessa opposizione contribuisce a far conoscere " l'altezza, la profondità, la larghezza e la sublimità" del disegno di Dio su Cristo. Movendo dal fatto attuale che tutti gli uomini e gli esseri sono subordinati a Gesù Cristo e a Gesù Redentore, ammettendo gli uni e gli
altri che l'Uomo-Dio non ha potuto e non potrebbe in nessuna ipotesi essere voluto da Dio senza essere stabilito come capo dell'umanità, e che questo p., dal momento che l'Uomo-Dio è voluto, gli compete di diritto per la sua personalità divina più ancora che per la sua opera redentrice, essi si pongono la domanda se, in linea di fatto, l'umanità è stata orientata verso di lui fin dall'inizio della sua esistenza. Gli uni, credendo di riconoscere nell'insegnamento tradizionale della Chiesa che Gesù Cristo è stato voluto unicamente per riguardo agli uomini da redimere, non possono per ciò stesso considerarlo come dato fin da principio quale capo a Adamo: il primo uomo non sarebbe stato previsto, voluto e ordinato a lui, se non conseguentemente al suo peccato e come a suo redentore.

Gli altri, ritenendo indegno di Gesù l'essere stato dato quale capo all'umanità e alla creazione solo in occasione e in conseguenza del peccato originale, credono di trovare nella sapienza divina la prova che Adamo, anche prima del suo peccato, si trova nello stato di dipendenza da Gesù Cristo. Per questa affermazione si fondano sull'ordine immutabile che sembra loro abbia dovuto presiedere ai disegni divini, e dicono che per volere, all'infuori di sé, esorti ordinati alla sua gloria, Dio doveva prima volere colui che vedeva potergli dare maggior onore e maggior gloria. Inoltre non si può concepire che Dio, decretando di creare Adamo, non ne abbia prevista la caduta con tutte le sue conseguenze. Se pertanto Dio è passato sopra questa previsione, si è perché nella medesima prospettiva vedeva compreso il rimedio da portare a cosi gran male e che questo rimedio sarebbe stato Gesù Cristo. In breve, l'accettazione della prospettiva del peccato originale non sembra a questi teologi concepibile se non in funzione della volontà determinata di recarvi rimedio. E poiché su quest'ultimo punto sembrano d'accordo con i Padri della Chiesa, che si sono fermati a questa considerazione, ritengono che la conclusione s'imponga da sé, che cioè l'Incarnazione del Figlio di Dio debba essere concepita come voluta per se stessa e come la sola spiegazione del motivo, per cui Dio ha potuto accettare la prospettiva di un primo uomo travolgente nella sua caduta tutta la sua discendenza. In questo senso il p. di Gesù Cristo appare assoluto. Di queste due opinioni, la prima è di s. Tommaso (Sum. Theol. $3^{2}$, q. 1, a. 3) ed è la più insegnata nelle scuole (Gaetano, Toledo, Vasquez, Petavio, Pesch, Billot, Hugon, D'Alès); la seconda, di Scoto (Reportata parisiensia: III Sent., d. 7, q. 4), ha trovato in s. Francesco di Sales un assertore, che un discreto numero di autori segue.

Bibl.: per un confronto delle due opinioni: P. Galtier De Incarnatione ac Redemptione, Parigi 1926, pp. 462-84; A. Michel, Incarnation, in DThC, VII, coll. 1482-1907. Per un tentativo di conciliazione: I. Rocca-G. Roschini, De ratione primaria existentiae Christi et Deiparae, Romi 1942. In senso scontata: P. Risi, Sul motivo primario dell'Incarnaz., 4 voll., Roma 1898; P. Chrysostome, Le motif de l'Incarn., Tours 1921; id., Cur Deus homo, Parigi 1926; L. Bello, De unicors. Christi primatu et regalitate, Roma 1933; U. Lattanzl, Il p. unicors. di Cristo secondo le Scritt., ivi 1937: J.-F. Bonnefoy, La primauté absolue et universelle de N.-S. Yessu-C. et de la Très Ste Vierge, in Bull. de la sec. franç. d'étud. Mariales, Parigi 1938; P. Galtier, Les deux Adams, ivi 1947, pp. 96-124. In senso tomista: E. Hugon, Le motif de l'Incarn., in Rev. thom., 21 (1913), pp. 276296; R. Garrigou-Lagrange, Maticum Incarnat. fuit motivum misericordiae, in Angelicum, 7 (1930), pp. 289-302; P. Parente, De Verbe Incarnato, 7 vol., Torino 1950, pp. 156-62; H. Boursaé, Le Sauveur du monde : la place du Christ dans le plan de Dieu, Chambéry-Leysse 1951.

Paolo Galtier
PRIMATO DI SAN PIETRO E DEL ROMANO PONTEFICE. - Il p. che la Chiesa Cattolica riconosce a s. Pietro nel collegio degli Apostoli, e ad ogni Romano Pontefice come successore di Pietro fra tutti i vescovi, non è solo uno speciale titolo di onore, né un p. solo "presidenziale" - il presidente riceve i poteri dalla società cui presiede - ma è un p. di vera autorità di governo, di "giurisdizione", che importa poteri propri, supremi e indipendenti,

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diretti e universali su tutti i fedeli. Vicario di Cristo, arbitro supremo della cristianità, il Romano Pontefice non assorbe né pregiudica l'indipendenza del potere civile, né i poteri propri d'ogni vescovo (come l'infallibilità [v.] pontificia non dispensa né supplisce al lavoro umano che prepara le definizioni dogmatiche).

Sommario: 1. Il p. di s. Pietro. - II. La perennità del p. - III. Il p. del Romano Pontefice. - IV. La dottrina della Chiesa. - v. Questioni aperte. - vi. Errori.
I. Il p. di s. Pietro. - Gli Evangelisti riconoscono costantemente a s. Pietro una posizione singolare nel collegio apostolico. Egli è uno dei tre scelti ad assistere alla guarigione della figlia di Giairo (Mc. 5, 37), alla Trasfigurazione (Mt. 17, 1-8; Mc. 9, 1-8; Lc. 9, 28-36) e all'agonia di Gesù (Mt. 26, 37; Mc. 4, 33); è uno dei due mandati a preparare la Pasqua (Lc. 22, 8), anzi è sempre nominato primo tra questi. Così nelle liste degli Apostoli, mentre varia l'ordine degli altri, Pietro resta sempre il primo (Mt. 10, 2; Mc. 3, 16; Lc. 6, 14; Act. 1, 13), Matteo sottolinea espressamente: $\pi \rho \hat{\omega} \tau o \varsigma \quad \Sigma i \mu \omega \nu \quad \delta \lambda \varepsilon \gamma \hat{\eta} \mu \varepsilon \nu o s$ Tí $\varepsilon \gamma \varepsilon o s$. E qualche cosa di più che un semplice numero d'ordine, notava anche A. Loisy (Les Evangiles synoptiques, I, Parigi 1907, p. 529 sg.), poiché in quel caso la numerazione avrebbe dovuto continuare davanti a ciascun Apostolo.

Pietro stesso aveva coscienza della sua posizione, poiché è lui generalmente che parla a nome di tutti (Mt. 14, 28; 15, 15; 16, 16-22; 17, 4; 18, 21; 19, 27; 26, 33; $M c .8,29 ; 10,28 ; 11,21 ; 14,29 ; L c .8,45 ; 9,20 ; 9,33$; 12, 41; 18,28; 22, 31; Io. 6, 68; 13, 6-10, 36). La particolare posizione di Pietro non si può attribuire alla sua anzianità (non c'è motivo per crederlo il più vecchio), né a priorità di vocazione (Io. 1, 35-42; Mc. 1, 16-20 e passi paralleli, chiamata definitiva $M c .3,13-15 ; M t .10,1 ; L c$. 6, 13 con lista degli Apostoli) né alla sua ambizione, poiché se gli Apostoli ebbero a lamentarsi delle pretese dei figli di Zebedeo (Mt. 20, 24), non mai però di quelle di Pietro. L'origine del p. di Pietro va cercata nella condotta e nelle esplicite affermazioni di Gesù. Se Giovanni poté ritenersi l'Apostolo prediletto, Pietro si sentì avvolto da maggiori attenzioni. Gesù scelse la sua casa per abitarvi (Mc. 1, 29 e parall.), la sua barca per predicare ( $L c .5,1$ ), a lui concesse di camminare sulle acque (Mt. 16, 29), pagò per lui il tributo (Mt. 17, 23-29), lo rese partecipe delle rivelazioni più intime ( $M t .17,1 \mathrm{sgg} . ; 26,37$ e parall.), lo assicurò di una particolare preghiera "perché una volta convertito confermi i fratelli nella fede" ( $L c$. 22, 21 sg.), mentre non gli risparmiò i rimproveri ( $M t$. 16, 23; 14, 31; Mc. 14, 37; Mt. 26, 31. 34 : cf. Lc. 22, 61). Il giorno della sua Risurrezione gli apparve singolarmente (Lc. 24, 34; I Cor. 15, 5) e prima di salire al cielo a lui solo predisse il modo della morte (Io. 21, 18). Più importante, in un ambiente orientale ed ebraico, fu il gesto compiuto al primo incontro: il cambiamento del nome (Io. 1, 42). Negli unici casi che la storia ebraica conosceva, quelli di Abramo (Gen. 17, 5) e di Giscobbe (Gen. 39, 29), aveva significato il conferimento di una solenne missione. Il caso di Simone Pietro va spiegato con la promessa del p.

1. Promessa del p. - Verso la metà del secondo anno di predicazione, Gesù prese un giorno con sé i soli Apostoli e s'incamminò verso la regione pagana di Cesarea di Filippo e li interrogò: "Che dice la gente del Figlio dell'Uomo?... E voi chi dite che io sia? Pietro rispose: Tu sei il Messia, Figlio del Dio vivo. E Gesù gli disse: Beato te, Simone figlio di Giovanni, perché né la carne né il sangue (la natura) ti hanno rivelato ciò, ma il Padre mio che è nei cieli. Ora io ti dico: Tu sei Pietro (aram.: Kêphá') e sopra questa pietra (aram.: kêphá') edificherò la mia Chiesa
e le porte dell'inferno non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del Regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli" (Mt. 16, 15-19).

Criticamente il testo è uno dei più sicuri non mancando in alcun manoscritto o versione antica, per cui è accolto in tutte le edizioni critiche recenti (cf. A. Mede. bielle, Eglise, in DBs, II, col. 613). Gli avversari non possono opporvi che argomenti interni. Ma contro l'ipotesi d'una interpolazione romana insorge il colore vivamente semitico del brano (carne e sangue, pietra fondamento, porte dell'inferno, chiavi del regno, legare e sciogliere) il quale rimanda almeno ad un'antica tradizione palestinese dove Pietro era considerato come fondatore e capo (cf. F. M. Braun, Nuovi aspetti del problema della Chiesa, trad. it., Brescia 1944, p. 83 sg.). Altri si scandalizzano dell'assenza del brano nei passi paralleli di Mc. e Lc. Ma è questa assenza da spiegare piuttosto che la presenza in Matteo, poiché in Marco e Luca il dialogo è interrotto. Gesù infatti non poteva fare quella interrogazione che per disporre gli Apostoli a un importante insegnamento, di cui Matteo riferisce il contenuto: il compito di Pietro nella formazione e nel governo della Chiesa (cf. Braun, op. cit., pp. 86-87, ove sono citati tre protestanti moderni).

Il contenuto teologico del testo è evidente nella chiara trasparenza delle espressioni semitiche. Pietro è costituito fondamento della Chiesa (cf. Mt. 7, 24), cioè causa della sua stabilità e compattezza; egli sarà il detentore delle chiavi, cioè del supremo potere, il sopraintendente di Dio nella Chiesa; pertanto a) a Pietro è promesso un vero p. di giurisdizione b) e a lui personalmente. E infatti una risposta alla sua fede; a lui solo viene mutata il nome, che s'identifica con la sua funzione; a lui singolarmente sono rivolte le parole di Gesù anche se Pietro parlò a nome di tutti: "Beato te... e io ti dico: Tu sei Pietro e sopra questa pietra... a te darò..."; le metafore poi delle chiavi e del potere di legare e di sciogliere indicano il supremo potere di governo e di giudizio nella Chiesa. Chiave infatti nella S. Scrittura è sinonimo d'autorità (cf. Io. 22, 22: «et dolio cla. vem domus David super humerum eius»; Apoc. 1, 7 sgg.; 3, 7; 9, 1; 20, 1; fa eccezione solo Lc. 11, 52: "clavis scientiae»). La facoltà di legare e sciogliere qualunque cosa, indica il potere pieno e perfetto in tutti gli affari religiosi e su tutte le persone che fanno parte del Regno dei cieli.

A ciò non si può obiettare che il Nuovo Testamento non conosce che un unico fondamento della Chiesa (Io. 2, 19; I Cor. 3, 11), poiché Gesù, che si era dichiarato luce del mondo (Io. 8, 12; 9, 5; 12, 46), designò gli Apostoli come luce del mondo (Mt. 5, 14), né si può opporre il rimprovero di Cristo agli Apostoli che discutevano sul p. nel Regno dei cieli (Mt. 20, 25-28), poiché Gesù non nega il potere e la gerarchia nella società, ma solo indica il dovere della carità e dell'umiltà a chi deve comandare: "Non così tra voi...".
2. Conferimento del p. - Il p. fu conferito dopo la Risurrezione, come narra s. Giovanni, testimone oculare (Io. 21, 15-17). "Dopo aver mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: Simone di Giovanni, mi ami tu (più di costoro)? Gli risponde: Sì, o Signore, tu sai che io ti amo; (allora Gesù) gli disse: Pasci i miei agnellí ( $\beta \delta \sigma \sigma \varepsilon$ và $\dot{\alpha} \rho \dot{v} \dot{\alpha} \mu \omega$ )... Pasci le mie pecore" ( $\beta \delta \sigma \sigma \varepsilon$ và $\pi \rho \varepsilon \dot{\beta} \alpha \tau \dot{\alpha} \mu \omega$ ).

Il testo è criticamente certo. Gli avversari negano l'autenticità di tutto il capitolo, ma essa è provata, oltre che dallo stile perfettamente giovanneo, dalle esplicite attestazioni che i primi discepoli apposero al Vangelo (Io. 21, 24). Il significato è chiaro. Con la metafora del pastore Gesù costituisce Pietro capo supremo della Chiesa con i poteri per guidare con sicurezza tutti i fedeli. Più volte i profeti avevano parlato del Messia come pastore del suo popolo (Mi. 2, 13; 4, 6-7; 5, 3; Soph. 3, 19;

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Ier. 23, 3; 31, 10; Is. 40, 11; 49, 9-10; Ex. 34, 7-24; 37, 23-25; Zach. 11, 7-9) e Gesù stesso s'era presentato come il vero pastore ( $\hat{\alpha} \hat{\varepsilon} t$. 18, 12; Lc. 15, 4; Io. 11, 11-16). Affidando il suo gregge (s i miei agnelli, le mie pecore o) a Pietro, dichiarò equivalentemente di costituirlo suo vicario in terra, con i poteri di capo supremo della Chiesa. Tali poteri sono dati solo a Pietro e non è difficile scorgervi quello che oggi si chiama il p. di giurisdizione. Con questo atto furono perfettamente adempiute le promesse fatte a Cesarea di Filippo.
3. Esercizio del p. - Cominciò ancor prima del solenne conferimento, quando, crocefisso Gesù, gli Apostoli si riunirono spontaneamente intorno a Pietro. A lui per primo riferì la Maddalena del sepolcro vuoto (Io. 20, 2; cf. Mc. 16, 7: «dite ai suoi discepoli e a Pietro»), e nell'entrarvi Giovanni gli diede la precedenza (Io. 20, 6; cf. $L c .24,22$ ). In seguito, la decisione di Pietro di andare a pescare trasse altri sei discepoli (Io. 21, 3). Dopo l'ascensione di Gesù, Pietro si trovò nel pieno possesso cosciente e operante del suo p. Egli presiedette all'elezione di un nuovo apostolo (Act. 1, 15-26); per primo, come capo degli Apostoli predicò (ibid. 2, 14) e come tale fu interpellato dagli uditori (ibid. 2, 37); operò il primo miracolo (ibid. 3,6 ) e altri poi con la sola sua ombra (ibid. 3, 15); fu lui che rispose al Sinodrio (ibid. 4,8) e che come capo del movimento venne incarcerato da Erode (ibid. 12, 3); giudice della comunità punì Anania e Safira (ibid. 5, 1-11). Quanto all'essere stato "mandato" (ibid. 8, 14) in Samaria con Giovanni, ciò indica che gli Apostoli ritenevano insostituibile la sua opera per stabilire la nuova comunità. Dalla narrazione inoltre risulta che egli era il capo anche in confronto a Giovanni (ibid. 8, 20 sgg.). Del resto la sua autorità si esercitava da per tutto, essendo egli in visita continua alle varie comunità cristiane (ibid. 9, 32). La sua autorità fu decisiva per ammettere i gentili alla fede (ibid. 11, 18) e in seguito si manifestò più solennemente nel Concilio di Gerusalemme che egli presiedette (ibid. 15). Il suo discorso decise la controversia (ibid. 15, 12), poiché Giacomo non fece che confermare con l'autorità della Scrittura e indicare il modo pratico di accogliere i gentili (ibid. 15, 13-21). La questione esaminata dal Concilio era stata proposta da Barnaba e Paolo. Quest'ultimo è volentieri opposto a s. Pietro, specialmente dalla scuola protestante di Tubinga. In realtà sembrerebbe che Paolo proclami la sua eguaglianza a Pietro (Gal. 2, 8) e almeno la sua indipendenza (ibid. 1, 1); altrove parrebbe arrogarsi una certa superiorità fino a rimproverarlo pubblicamente (ibid. 2,11); nella stessa lettera lo pospone a Giacomo (ibid. 2, 9) e in I Cor. (1, 12) parla con un certo disprezzo del partito di Cefa.
S. Paolo non tratta esplicitamente del p. di Pietro, anzi lo nomina in due sole lettere: sei volte col nome aramaico Eefa e due con quello greco di Il $\varepsilon$ tpos (Gal. 2, 7 e 8). Già Clemente Alessandrino (presso Eusebio, Hist. eccl., I, 12, 2) aveva pensato a due individui distinti per concludere che Paolo non si sarebbe opposto a Pietro ma a un oscuro giudalzzante. Ma non è necessario spiegare in tal modo l'incidente di Antiochia (Gal. 2, 11-14) per salvare il p. di Pietro, che in esso viene invece pienamente affermato. Infatti l'opposizione aperta di Paolo non fu un atto di ribellione, ma un'osservazione leale e pubblica (pubblica perché lo scandalo era pubblico); Paolo non intacca l'autorità di Pietro, ma rileva la sua incoerenza pratica ("si era dato torto": $\kappa \alpha \tau \varepsilon \gamma \omega \sigma \mu \varepsilon ́ v o s$ $\xi \nu$ ) e le conseguenze del suo agire equivoco ( $\dot{\alpha} \sigma \alpha \alpha \rho i \sigma \alpha$ ); inoltre, osserva argutamente X. Reiron (St Paul témoin de la primauté de st Pierre, in Recherches de science religieuse, 4 [1913], p. 518) "Paolo non era un gallicano: non appello da Pietro al Concilio (di Gerusalemme), ma da Pietro a Pietro». Del resto, l'influsso di Pietro è chiaro dal fatto che il suo esempio trasse perfino Barnaba, che pure aveva difeso con Paolo la libertà dei convertiti dal paganesimo (Act. 15). Da rilevare inoltre che tutto l'episodio è riferito da Paolo per provare con l'autorità di Pietro, che gli avversari gli opponevano, la non necessità delle pratiche giudaiche per la salvezza. Poco prima, aveva detto allo stesso scopo: "Giacomo, Cefa e Giovanni, riconosciuti come colonne, porsero a me e a

Barnaba la destra in segno di comunione..." (Gal. 2, 9). A questo proposito il protestante K. Holl osserva: «Se si deve parlare di un papa in questa gerarchia, questo sarebbe Giacomo, non Pietro "Der Kirchenbegriff der Paulus, Berlino 1921, p. 932). Ma con s. Tommaso è più naturale spiegare: "Prsemititur Jacobus quia erat episcopus Joosobymorum, ubi haec facta sunt" (In Gal. 2,9 ) e pertanto la sua adesione era più adatta a muovere i giudalzzanti che del suo nome si facevano forti (Gal. 2, 12).

Paolo del resto, esclude ogni sua dipendenza da Giacomo, affermando di averlo appena visto ( $\varepsilon$ lō̄o) quando salì a Gerusalemme " per far visita di omaggio a Pietro" (ibid. 1, 18). Tale è infatti il senso del greco i $\sigma \tau \varsigma \varsigma \tilde{\tau} \sigma \alpha$ : K $\varsigma \varsigma \tilde{\alpha} \nu$. Il Crisostomo osserva: "Non disse [ $\delta \varepsilon \hat{\imath} \nu$ П̄̄ $\tau \varsigma \omega \nu$, ma i $\sigma \tau \varsigma \sigma \xi \sigma \alpha$ : П̄̄ $\tau \varsigma \omega \nu$, come dicono quelli che visitano per conoscere le grandi città" (PG 61, 631). Dal contesto risulta che Paolo non salì a Gerusalemme principalmente per conoscere la dottrina, ma la persona di Pietro (cf. M.-J. Lagrange, Epître aux Galaises, Parigi 1918, p. 17). Dopo ciò, ch'egli trovi a Corinto, dove Pietro non era mai stato, un partito che si vale del nome di Cefa (I Cor. 1, 12), non fa che confermare la grande influenza di Pietro nella Chiesa primitiva; Paolo anzi la suppone per provare la fede nella ricurrezione di Cristo (I Cor. 15, 5) e per giustificare il suo modo di agire (ibid. 9, 5).
II.