. 17). Dopo ciò, ch'egli trovi a Corinto, dove Pietro non era mai stato, un partito che si vale del nome di Cefa (I Cor. 1, 12), non fa che confermare la grande influenza di Pietro nella Chiesa primitiva; Paolo anzi la suppone per provare la fede nella ricurrezione di Cristo (I Cor. 15, 5) e per giustificare il suo modo di agire (ibid. 9, 5).
II. La perennita del p. - Il p. conferito a s. Pietro non era un titolo d'onore, ma un compito grave e una funzione sociale. Egli è "pietra" fondamentale dell'edificio, è pastore del gregge; il suo p. è sociale, ecclesiologico. Gesù infatti, costituendolo capo, dà un'impronta determinata alla sua Chiesa, una forma gerarchico-monarchica, che le è essenziale, specifica: non potrebbe mutare senza che muti la Chiesa stessa, anzi senza che si dissolva, si disperda senza pastore, crolli mancando il fondamento. Ma Gesù ha promesso l'indefettibilità (v.) alla sua Chiesa, la stabilità, la solidità, la perennità sul fondamento che è Pietro: "e le porte dell'inferno non prevarranno contro di essa" (Mt. 16, 18; cf. ibid. 7, 24-27: la pietra simbolo della stabilità della casa). Con ciò non è promessa l'immortalità a Pietro. Conferendogli il p., Gesù sa bene che Pietro morirà e come morirà (Io. 21, 18), pertanto è chiara la sua intenzione che il p. di Pietro passi ai suoi successori, nei quali egli "fino a oggi, sempre, vive e giudica" (parole dei legati papali al Concilio di Efeso: Denz-U, 112). S. Tommaso (C. Gent., IV, 76) riassume le ragioni della perennità del p.: "Poiché (Cristo) stava per sottrarsi corporalmente alla Chiesa, era necessario (oportuit) che affidasse a qualcuno la cura, al suo posto, di tutta la Chiesa. Per questo disse a Pietro prima dell'ascensione: Pasci i miei agnelli... Ma non si può dire che, avendo dato tale dignità a Pietro, per mezzo suo essa non si trasmetta ad altri. E chiaro infatti che Cristo istituì la Chiesa in modo che durasse fino alla fine del tempo. E manifesto pertanto che costituì i suoi ministri in modo che il loro potere si trasmettesse ai posteri, per l'utilità della Chiesa, fino alla fine dei secoli».
III. Il p. del Romano Pontefice. - Di fatto il successore di Pietro è il Vescovo di Roma. C'è una prova storica: s. Pietro ha esercitato il suo ministero episcopale a Roma e vi è morto (v. PIETRO, APOSTOLO); e una prova teologica che viene qui esposta: la Chiesa cattolica ha sempre riconosciuto il p. del Vescovo di Roma, in quanto successore di Pietro.
Non si può pretendere che il p. del Romano Pontefice si sia imposto ed esercitato subito con la stessa chiarezza e ampiezza di oggi. E sufficiente scoprire alle origini i tratti essenziali, dai quali deriva lo sviluppo omogeneo dello stesso potere conferito a s. Pietro. Questa è una legge comune alla maggior parte delle verità rivelate (v. postici) e alla Chiesa stessa, paragonata da Gesù al seme che si sviluppa. Il progresso, in questo caso, riguarda non l'idea in sé, come ritengono i protestanti, ma la coscienza sempre più chiara che di essa ebbero la Chiesa e i pontefici, e la pienezza sempre maggiore del suo esercizio, sotto la spinta delle circostanze.
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"L'épiphanie de la primauté romaine" (P. Batiffol, L'Eglise naissante et le catholicisme, Parigi 1909, p. 146) è costituita dalla lettera di s. Clemente alla chiesa di Corinto a causa d'uno scisma. "Da lungo tempo gli studiosi cattolici sono d'accordo nel vedere nella lettera di s. Clemente un atto di giurisdizione e nel rilevare che fin dal primo secolo il vescovo di Roma era convinto della sua superiorità sugli altri vescovi" (M. Giraudo, L'ecclesiologia di s. Clemente Romano, Bologna 1943, p. 46). E stata confutata l'opinione di R. Cauwelsert (L'intervention de l'Eglise de Rome à Corinthe vers l'ou 96, in Revue d'hist. ecclés., 31 [1935], pp. 267-306) che vi scorge un semplice gesto di carità e un amichevole invito alla pace. Il fatto stesso che il Vescovo di Roma, e lui solo, sia intervenuto, invocato o no, negli affari interni della Chiesa di Corinto, mentre a Efeso viveva ancora l'apostolo s. Giovanni, e comunque altre Chiese asiatiche avevano relazioni più strette, facili e amichevoli con quella Chiesa, il tono autorevole e l'accoglienza fatta (testimoniata da Dionigi di Corinto verso il 170, in Eusebio, Hist. eccl., IV, 23, 11), sono una prova chiara del p. del vescovo di Roma alla fine del primo secolo.
All'inizio del in sec., s. Ignazio (v.) scrisse ai Romani una lettera ricca d'insoliti elogi (prol.). Riconosce quella Chiesa maestra delle altre ("Non avete invidiato nessuno, avete istruito gli altri. Anch'io voglio conservare quello che voi insegnate e comandate»: 3, 17; ad essi, dopo che a Cristo, affida la cura delle Chiese della Siria: "Solo Gesù Cristo faccia le veci del vescovo e la vostra carità ( $\dot{\alpha} \gamma \dot{\alpha} \pi \eta: 9,1$ ). La "carità " $\dot{\alpha} \gamma \dot{\alpha} \pi \eta$ è per Ignazio la comunità cristiana, la Chiesa (Trall., 13, 1; Smyrn., 12, 1; Philad., 11, 2). In questo senso egli afferma ancora che la Chiesa di Roma "presiede alla carità" ( $\pi \rho \alpha \alpha \alpha \vartheta \eta \mu \varepsilon \nu \eta$ $\tau \hat{\varepsilon} \varsigma \quad \dot{\alpha} \gamma \dot{\alpha} \pi \eta \varsigma$ ) e semplicemente "presiede nella regione dei Romani" ( $\pi \rho \rho \alpha \alpha \dot{\alpha} \vartheta \eta \tau \alpha$ : èv $\tau \dot{\tau} \pi \alpha$ $\chi \alpha \rho i \sigma \omega$ P' $\omega \mu \alpha i \alpha v$ : prol.). Non si presiede a una virtù, ma a una società; qui poi è una comunità che presiede $\pi \rho \alpha \alpha \dot{\alpha} \vartheta \eta \tau \alpha$; in forma assoluta), evidentemente a tutte le altre comunità cristiane. Questo riconoscimento ha tanto più valore, in quanto che s. Ignazio era vescovo di Antiochia, che vantava di essere la prima cattedra di Pietro (cf. Gal. 2, 11; Eusebio, Hist. eccl., III, 36).
Nel secondo secolo il p. di Roma rifulge nella controversia pasquale. Un concilio di vescovi fu adunato in Asia Minore per ordine di papa Vittore, e, non volendo essi adattarsi all'usanza romana (seguita dalla maggior parte delle altre Chiese), il Papa minacciò loro la scomunica, scongiurata dai buoni uffici di Ireneo, che fece rispettosamente osservare le conseguenze più deleterie che vantaggiose di un tale atto (Eusebio, Hist. eccl., V, 24, 9-18).
Lo stesso Ireneo ha lasciato la testimonianza più chiara del p. della Chiesa di Roma. Avendo dimostrato che la verità cattolica si trova genuinamente nelle tradizioni delle Chiese fondate dagli Apostoli, prosegue : "Ma poiché sarebbe troppo lungo enumerare i successori degli Apostoli in tutte le Chiese, noi non ci occuperemo che d'una Chiesa, la più grande e la più antica (maximae et antiquissimae), a tutti nota, fondata e costituita dai due gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo. Noi mostreremo che la tradizione apostolica che essa tiene e la fede ch'essa ha comunicato agli uomini sono giunte a noi attraverso la regolare successione dei vescovi, confondendo così tutti quelli che, in qualunque modo, per cecità o per errore, per compiacenza di sé o per vanagloria, vogliono cercare la verità dove non si può trovare (praeterquam oportet colligunt). Su questa Chiesa infatti, per la sua autorità superiore (propter po[ten]tiorem principolitatem) deve necessariamente regolarsi (convenire $=$ esser d'accordo) ogni Chiesa, cioè tutti i fedeli del mondo. In essa (ab his qui sunt undique) è sempre stata conservata la tradizione degli Apostoli» (Adv. Haeres., III, 3, 2: PG 7, 848-49). L'inciso *ab his qui sunt undique" è oggetto di diversa interpretazione. G. Morin (Revue bénédictine, 25 [1908], pp. 515-20) seguito da P. Batiffol (L'Eglise naissante, cit., pp. 249-52) e da M. Jugie (Le schisme byzantin, Parigi 1941, p. 51) lo ritiene un errore del copista, da sostituire
con un vocabolo che indichi i presbiteri che presiedono a Roma, ad es., "ab his qui praesunt ecclesiis ". R. Jaquin (L'année théologique, 1948, p. 95 sgg.), seguito da Ch. Mohrmann ( $A$ propos de Irenaeus, Adv. Haer., 3, 3, 1, in Vigiliae Christianae, 3 [1949], pp. 56-61) propone di tradurre: "meglio che in tutti gli altri luoghi (Chiese)", prendendo "ab" nel senso di "prae" (gr. $\pi \alpha \rho \varepsilon$ ), non mancando esempi nella latinità di quel tempo, specialmente nella versione latina del Vecchio Testamento. Per altri "ab" ha senso causale: per merito della Chiesa di Roma si è conservata la tradizione in tutte le Chiese (J. Forget, St Irénée et la primauté romaine, in Ephem. Theol. Lucan., 5 [1928], pp. 437-61; per altre interpretazioni cf. R. Forni, Problemi della Tradizione, S. Ireneo di Lione, Milano 1939). Comunque "è difficile, rileva L. Duchesne (Eglises séparées, Parigi 1896, p. 119), trovare una espressione più netta: della unità dottrinale nella Chiesa universale; della importanza suprema, unica della Chiesa romana, come testimone, custode e organo della tradizione apostolica; della sua superiorità nell'insieme della cristianità ".
Tertulliano, quando era cattolico, dimostrò grande venerazione per Roma, norma della verità (De praescrip. 36, 4: PL 2, 58-61), arbitra della "comunione" (Adv. Prax., 1, 6: PL 2, 178), dove era vissuto e morto l'apostolo Pietro (De praescrip., 36, 3: PL 2, 61). Riconosce che Pietro è stato costituito fondamento della Chiesa, con poteri singolari e supremi, che Cristo volle trasmessi alla Chiesa (Scorpiace, 10, 12: PL 2, 164-65). Ma divenuto montanista sostenne che questi erano strettamente personali ( $D e$ pedic., 21, 10: PL 2, 1078-79). Con ciò stesso attenta che il vescovo di Roma si riteneva investito dei supremi poteri come successore di Pietro. Nello stesso luogo afferma che il vescovo di Cartagine, contro cui probabilmente polemizza, si attribuiva il potere di legare e sciogliere per la sua comunione con il vescovo di Roma "ad omnem Ecclesiam Petri propinquam ".
S. Cipriano, spiritualmente discepolo di Tertulliano, fa un passo avanti: ritiene la Chiesa di Roma la legittima erede dei poteri di Pietro, anzi la "cattedra di Pietro" (Ep., 55, 14: PL 3, 843-49; De unit. Eccl., c. 4: PL 4, 513-16). Ma non è chiaro quale p. attribuisca a s. Pietro e rispettivamente alla Chiesa di Roma. Il testo principale è il c. 4 del De unitate Ecclesiae, che è trasmesso in due recensioni leggermente diverse (una esprime più nettamente dell'altra il p. di Pietro), ma ambedue autentiche (cf. J. Chapman, Les interpolations dans le traité de si Cyprien sur l'Unité de l'Eglise, in Revue bénédictine, 19 [1902], pp. 246-54; 20 [1903], pp. 26-51, cui aderirono studiosi cattolici e protestanti).
Le più esplicite affermazioni del p. di Pietro sono attenuate dal riconoscimento di eguali poteri negli altri Apostoli. A Pietro non resta che un p. molto generico che s. Cipriano intende in funzione della unità della cristianità. Roma poi è la "cattedra di Pietro, la chiesa principale, donde è sorta l'unità sacerdotale ( $=$ dei vescovi)" (Ep., 55, 14: PL 3, 843-49, cf. R. Poschmann, Ecclesia principalla. Ein kritischer Beitrag zur Frage des Primats bei Cyprian, Breslavia 1933). Di fatto però nella controversia con papa Stefano per il Battesimo degli eretici, egli ridusse a ben poco il potere di questa funzione, rifiutando di sottomettersi. Il suo atteggiamento di fronte al vescovo di Roma è più da collega che da inferiore. Tuttavia essendosi reso indegno per eresia il vescovo di Arles, s. Cipriano consultato dal vescovo di Lione, non rimandò ai vescovi della provincia, ma invitò lo stesso papa Stefano a intervenire con la sua autorità (Ep., 65: PL 3, 1023), dimostrandosi convinto che il vescovo di Roma, e lui solo, poteva giudicare e deporre gli altri vescovi. Qualunque sia il suo pensiero, egli attesta che i vescovi deposti e gli scismatici si recavano a Roma per giustificarsi ( $E p$., 55 e 67: PL 3, 843, 1023).
Una testimonianza quasi contemporanea alla precedente viene dall'Egitto. S. Dionigi, vescovo di Alessandria (m. nel 268), denunciato per dottrine sospette da alcuni suoi fedeli, fu invitato dal papa Dionisio a giustificarsi : il che fece senza difficoltà, anzi assicurandolo che lo avrebbe consultato in tutte le questioni dottrinali
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e disciplinari più difficili (s. Atanasio, De sent. Dion., 13 e 18: PG 25, 461 e 500-505; cf. Eusebio, Hist. eccl., VII, 26, 1).
In base all'epistolario di Dionigi, conservato da Eusebio (Hist. eccl., VII, 3-9) e altri dati storici, L. Duchesne ha potuto concludere che "tutte le Chiese del mondo, dall'Arabia, l'Osroene, la Cappadocia, fino all'estremità dell'Occidente, sentono in tutte le cose, nella fede, nella disciplina, nel governo, nei riti, nelle opere di carità, l'incessante azione della Chiesa romana. Essa è conosciuta ovunque, come dice Ireneo, presente da per tutto. Davanti ad essa nessuna concorrenza, nessuna rivalità. Nessuno ha l'idea di mettersi alla pari di essa. Più tardi si avranno i patriarcati e primasie locali; ma a mala pena, nel corso del sec. III, se ne possono scorgere i primi lineamenti, più o meno vaghi. Al di sopra di questi organismi in formazione, come al di sopra dell'insieme della Chiese, si eleva la Chiesa di Roma nella sua maestà sovrana, rappresentata dai suoi vescovi la cui lunga serie si riallaccia ai due carifei del coro apostolico; che si sente, si afferma, è ritenuta in tutto il mondo come il centro e l'organo dell'unità " (Eglises séparées, Parigi 1896, pp. 155-56). Ciò non sfuggiva agli stessi pagani. Nel 272 l'imperatore Aureliano decise a favore del vescovo unito con Roma una controversia sorta in Antiochia per causa di Paolo di Samosata (Eusebio, Hist. eccl., VII, 30, 18-19).
E inoltre da rilevare che uomini come s. Policarpo, Egezippo, s. Giustino, Abercio, s. Ireneo, Origene, si siano mossi dall'Asia e dall'Egitto per recarsi a Roma, anzi, fin dal sec. II, come attestano Ireneo, Tertulliano e s. Cipriano, vi si recavano gli eretici stessi (Valentino, Cerdone, Marcione, Apelle, Prassea, Florino, Teodoto bizantino) per ottenere una conferma alle loro dottrine.
Il Concilio di Nicea (325), convocato da Costantino con il consenso del vescovo di Roma e presieduto dal suo legato Osio di Cordova con i preti romani Vito e Vincenzo, espresse la convinzione generale del p. del Papa nel fatto che questi sottoscrissero gli atti del concilio primo di tutti, anche dei vescovi di Alessandria, Antiochia e Palestina (cf. P. Batiffol, La paix contaminienne et le catholicisme, $4^{a}$ ed., Parigi 1929, p. 330 sgg.), e nel risolvere secondo la sentenza romana le vecchie questioni della Pasqua e del Batteaimo degli eretici. Più evidente il p. del Papa apparve nelle controversie, che seguirono il Concilio, nelle quali ortodossi e ariani riconobbero Roma, come supremo tribunale di appello (cf. P. Bernardolio, Les appels au pape dans l'Eglise grecque jusqu'à Photius, in Echos d'Orient, 6 [1903], pp. 30-42, 118-26, 248-57; P. Batiffol, Cathedra Petri, Parigi 1938, pp. 213-48; Les recours à Rome en Orient avant le Concile de Chalcédaïe). Essendosi gli eretici eusebiani rivolti al Papa per far approvare la deposizione di s. Atanasio, papa Giulio I invitò a Roma accusatori e accusati, e rese loro giustizia (cf. La Scuola cattolica, 1928, pp. 301306). Il suo successore Liberio fu mandato in esilio dall'Imperatore per aver rifiutato di approvare la condanna di Eustazio di Sebaste. Il diritto di appello non fu invocato allora per la prima volta. Giulio I lo chiama una consuetudine ( $\varepsilon \theta \circ \varsigma$ 今̂v: s. Atanasio, Apologia c. Arian., 25) e di lui Teodoreto afferma che agì secondo la norma ecclesiastica ( $\tau \hat{\omega}$ v $\tilde{\eta} \varsigma$ E $\alpha \alpha \lambda \eta \sigma i \alpha \varsigma \varepsilon \dot{\varepsilon} \sigma \omega \varsigma$ vó $\mu \omega$ : Hist. eccl., II, 4: PG 82, 1219); e lo storico Socrate parla in questo senso di una regola ecclesiastica ( $\tau \circ \hat{\omega} \dot{\varepsilon} \varepsilon \alpha \lambda \eta \sigma \sigma \sigma \tau \iota \alpha \circ \hat{\jmath} \alpha \sigma \nu \hat{\nu} \nu \varsigma$ : Hist. eccl., II, 17). La stessa "regola ecclesiastica" secondo Sozomeno, contemporaneo di Socrate, imponeva che nulla d'importante e definitivo fosse trattato senza il consenso del vescovo di Roma (Hist. eccl., III, 10; cf. P. Batiffol, Le siège apostolique, Parigi 1924, pp. 411-16). Il diritto d'appello a Roma fu sanzionato a Sardica (343) nei famosi canoni 3-5 (Hefele-Leclercq, I, pp. 763-77): "per onorare la memoria dell'apostolo Pietro e la sua sede, capo dell'umanità ". In Occidente non si pensava diversamente. I Concil di Efrira (306) e di Arles (314) infermano prima di tutto Roma delle loro decisioni perché Roma è il centro della cattolicità, "cathedra Petri, ecclesia principalis"
(P. Batiffol, Cathedra Petri, cit., p. 105 sgg.), Ottato di Milevi riflette queste idee quando, mezzo secolo dopo, scrive contro i donatisti che Roma è la sede di Pietro, capo (caput) di tutti gli Apostoli (II, 2: PL 11, 946947) e il centro della comunità cattolica (II, 3: PL 11, 947 -50).
Nelle intricate questioni suscitate dagli eretici (nel 377 c'erano ad Antiochia tre vescovi contemporaneamente), s. Girolamo chiese a papa Damaso quale dei tre vescovi comunicasse realmente con lui (tutti e tre pretendevano di essere con Roma) per sapersi regolare: "Io sono in comunione con la tua Bescitudine, cioè con la catodra di Pietro. So che la Chiesa è edificata su quella pietra... Chi non raccoglie con te disperde, cioè chi non è di Cristo è dell'Antieristo" (Ep. 15 ad Dam.: PL 22, 355-56). Nel 402 (Contra Rufus., 1, 4: PL 25, 418-19) e nel 414 (Ep., 130, 16: PL 22, 1120) fu sempre del parere che la dottrina della Chiesa romana è il criterio dell'ortodossia. Nel tempo che fu a Roma presso papa Damaso ( $380-84$ ), egli ricorda innumerevoli conculti sinodali che giungevano a Roma dall'Occidente e dall'Oriente.
E noto pure che s. Basilio Magno invocò l'intervento di s. Damaso nella Chiesa di Antiochia (Ep. 70 ad Dam.: PG 32, 453). Il Papa non poté rispondere come avrebbe voluto, essendo la sua sede travagliata dalle pretese di Ursino, che espulso da Valentiniano, tentò più volte di ritornare. Contro di lui s. Ambrogio scrisse all'imperatore Graziano "perché non lasciasse turbare la Chiesa romana, dalla quale vengono a tutti i diritti della veneranda comunione: inde enim in omnes venerandae communisis jura dimanant" (Ep., 11, 4: PL 16, 986). Ciò indica che non ci potrebbe essere la comunione delle varie Chiese, l'unità cattolica, senza la Chiesa romana, che ne è il centro. S. Cipriano aveva detto: "Roma è la Chiesa principale donde è sorta (exorta est) l'unità sacerdotale "; s. Ambrogio invece: "da essa dimanano (dimanant: attualmente, continuamente) i diritti della comunione". Del resto papa Damaso era ben consapevole della sua autorità : detto una formola di fede, cui dovevano aderire tutti "coloro che volevano conservare la tradizione apostolica" (Teodoreto, Hist. eccl., V, 10 : PG 82, 1219-22), sottoscritta di fatto da 146 vescovi orientali nel Concilio di Antiochia del 379; ristabili Eustazio di Sebaste nella sua sede (s. Basilio, Ep. 263 ad Dam.: PG 32, 979), depose Aussenzio di Milano (Mansi, III, 459), respinse l'elezione di Massimo Cinico alla sede di Costantinopoli (Mansi, VIII, 749), confermò Pietro di Alessandria, deposto dagli ariani (Jaffé-Wattenbach, I, 236).
A lui contemporaneo, il I Concilio di Costantinopoli (381) dichiarò: "Il vescovo di Costantinopoli ha il p. di enore ( $\tau \dot{\alpha} \pi \rho \varepsilon \xi \varepsilon i \alpha$ v $\eta \varsigma$ v $\eta \iota \eta \varsigma$ ) subito dopo quello di Roma, perché Costantinopoli è la nuova Roma" (can. 3). Mentre si riconosceva il p. di Roma, se ne negava l'origine divina; ma era solo un pretesto per poter avanzare i diritti di Costantinopoli. Roma infatti non s'era mai richiamata alla sua posizione politica per far valere il suo p., ma solo alla sua origine apostolica. Occorre ricordare che quel Concilio di Costantinopoli non fu ritenuto ecumenico riguardo alla divinità dello Spirito Santo che molto più tardi; né gli stessi Orientali (l'occidente ignorava questo particolare) si valsero del can. 3 se non nel Concilio di Calcedonia (451).
Di fatto, Costantinopoli non cessava di ricorrere a Roma nei momenti più difficili. S. Giovanni Crisostomo, partendo per l'esilio la seconda volta (404), appellò ai vescovi occidentali, soprattutto a papa Innocenzo. In realtà fu solo il Papa che agì energicamente a sua difesa. Non esitò a scomunicare i vescovi di Costantinopoli, Antiochia e Alessandria perché non volevano riconoscere l'innocenza del Crisostomo; alla fine dovettero piegare alle regioni di Roma (P. Batiffol, Le siège apostolique, cit., pp. 267-326).
In Occidente il p. di Roma al principio del sec. v è fuori discussione, manifestandosi nei numerosi interventi dottrinali contro i donatisti, i pelagiani, gli origenisti, e nella sollecitudine pastorale di tutte le Chiese: «Portiamo i pesi di tutti, anzi li porta in noi il beato
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apostolo Pietro, che in tutte le cose, confidiamo, ci protegge come eredi della sua amministrazione " scriveva papa Siricio (Denz-U, 87). Più chiaramente papa Innocenzo I, nel 417 scriveva ai vescovi africani che, secondo l'antica tradizione da essi fedelmente seguita, nessuna causa ecclesiastica, anche nelle regioni più remote, si deve considerare finita finché non si è pronunciata la Sede apostolica (Denz-U, 100). Con quella lettera il Papa approvava la condanna del pelagianesimo fatta dai Concili africani. Fu allora che s. Agostino esclamò: «Di questo affare (causa) già sono stati mandati (gli atti di) due concili alla Sede apostolica, e di là sono venuti i rescritti. La causa è finita: finisca anche l'errore" (Serm., 131, 10: PL 38, 754; di qui il noto aforismo: Roma locuta, causa finita). E al papa Bonifacio (nel 420) ripete : * Le lettere di papa Innocenzo di beata memoria hanno tolto ogni dubbio in questo affare" (Contra duos epist. pelag., II, 5: PL 44, 574). In quell'occasione sottoponeva al giudizio del Papa (" per esaminare e, caso mai, correggere e) la confutazione delle accuse di eresia mossegli dai pelagiani.
Nella precedente polemica antidonatista, s. Agostino aveva ereditato da Ottato di Milevi due grandi argomenti, criteri di ortodossia: la cattolicità della Chiesa e l'unione con la cattedra Petri : ha la vera fede chi è in unione con Roma, la quale ha sempre goduto del p. come sede apostolica ( $E p ., 43$, c. 7, 7: PL 33, 169), cattedra di Pietro, nel quale risplendette in modo eminente la grazia del p. (De bapt., lib. 2, c. 1, 2: PL 43, 127; cf. P. Batiffol, Le catholicisme de st Augustin, $4^{2}$ ed., Parigi 1929, pp. 192-209).
In pieno Concilio efesino (431) il legato romano Filippo dichiarò indubitato e notissimo che il beato Pietro, principe e capo ( $\varepsilon \xi \varepsilon \rho \chi o s$ xal $\varkappa \varepsilon \rho \chi \lambda \lambda$ ) degli Apostoli, e fondamento della Chiesa, vive e giudica nei suoi successori a Roma (Denz-U, i12). Cirillo stesso aveva affermato di non agire che in nome del vescovo di Roma e "costretto dai canoni e dalla lettera del s. padre e collega nostro Celestino, vescovo di Roma" (Manu, IV, 1124). Appena ricevuti gli Atti del Concilio, Celestino li approva per quanto riguardano la condanna di Nestorio, ma li respinge per quanto riguardano la condanna di Giovanni di Antiochia, fatta senza il suo consenso. Cirillo e i suoi, due anni dopo vengono ad un accordo con gli «Orientali» e Giovanni d'Antiochia.
Giovanni di Antiochia aveva cercato di evitare la condanna di Nestorio, invitandolo nel 430 a sottomettersi alla sentenza di Roma. Due amici di Giovanni, Euterio di Tiana ed Elladio di Tarso ricorsero a Roma per giustificare il rifiuto di sottoscrivere la formula d'unione del 433 con una lettera "che è una testimonianza irrefragabile della loro credenza nel p. romano" (M. Jugie, op. cit., p. 68; cf. P. Batiffol, Les recours à Rome, in Cathodra Petri, cit., pp. 242-43). Anche Teodoreto di Ciro, il più grande teologo del gruppo degli « Orientali », deposto dal Conciliobolo di Efeso (449) presieduto da Dioscoro (v.), appellò al vescovo di Roma: "Noi ricorriamo alla vostra sede apostolica per ricevere da voi i rimedi alle ferite delle nostre Chiese. A voi, infatti, spetta il p. [ $\varepsilon \rho \omega-$ $\tau \varepsilon \iota \varepsilon \hat{\imath} v$; altrove parla di $\eta \gamma \gamma \mu o v i s:$ Ep. 117: PG 83, 1324) per tutti i titoli. Io attendo la sentenza della vostra sede apostolica" (Ep., 113: PG 83, 1316).
Il papa s. Leone condannò il Concilio definendolo - il brigantaggio di Efeso" (Iatrocinium Ephesinum), e chiese all'imperatore Teodosio la convocazione di un vero concilio ecumenico in Italia; ma non la ottenne che dal successore Marciano e in Oriente, quando già l'aveva giudicata superflua, avendo la maggior parte dei vescovi orientali accettato la formula di fede da lui composta contro l'eresia eutichiana. E il famoso Tomus ad Flavianum. Flaviano poi, vescovo di Costantinopoli, era stato deposto nel "brigantaggio di Efeso" e, sostituito da Anatolio, era morto poco dopo. Anatolio s'era affrettato a partecipare la sua nomina a papa Leone, il quale però chiese la sottoscrizione del Tomus per accettarlo nella sua comunione. Anatolio sottoscrisse prontamente (M. Jugie, op. cit., p. 70; ivi altri interventi di papa Leone nella Chiesa di Costantinopoli).
Il Concilio ecumenico fu tenuto dall' 8 ott. al $1^{\circ} \mathrm{nov}$.
451 a Calcedonia, presso Costantinopoli, sotto la presidenza dei legati papali. Essi ottennero fin dal principio che Dioscoro fosse ammesso solo come accusato a Teodoreto invece come membro, perché riabilitato da papa Leone. La lettera del Papa a Flaviano fu accolta come la fede dei Padri e degli Apostoli. "Noi tutti, acclamarono, erediamo così... Anotema chi non crede così. Pietro ha parlato per mezzo di Leone" (Petrus per Leonem locutus est: sess. II). Fu solo in seguito a ripetute istanze dei legati imperiali che i padri del Concilio si decisero a stendere una formula di fede più breve e compendiosa della lettera del Papa.
Dioscoro fu condannato, scrisse il Concilio all'Imperatore, perché non permise di leggere la lettera (il Tomus) del santissimo arcivescovo dell'antica (veneranda) Roma, Leone, nel Concilio di Efeso (sul p. del Papa a Calcedonia è da segnalare l'obiettivo e nuoteternale esposizione di Pio XII, nell'encicl. Sempiternus Rex dell'8 sett. 1951, in AAS, 43 [1951], pp. 629-32). Si deve riconoscere che s. Leone ha portato al suo apogeo l'unità della Chiesa universale e del papato che ne è il capo (P. Batiffol, Léon I, in DThC, IX, col. 292). "La nostra sollecitudine, scriveva al metropolita dell'Illirico orientale ( $E p ., 5,2$ ), si estende a tutte le Chiese; perché così esige da noi il Signore (cf. "ex divina istinzione": Ep., 12, 1), che consegnò al beatissimo apostolo Pietro il p. dell'apostolica dignità in premio della sua fede, coscinando nella solidità dello stesso fondamento tutta la Chiesa ". La coscienza che egli aveva del suo p. nella Chiesa, come successore di Pietro, è evidente nei suoi discorsi e nei continui interventi dettrinali e disciplinari in tutte le Chiese. Qualcuno ne ha voluto fare il primo papa; ma egli non creò niente, tutto ricevette dalla tradizione: non fu che pienamente papa, come nessuno prima di lui lo era stato (cf. P. Santini, op. cit. in bibl.; V. Monachino, Genesi storica del can. $28^{\circ}$ di Calcedonia, in Gregorianum, 33 [1952], pp. 261-91].
Ma il can. 28 del Concilio di Calcedonia indicava che il processo di emancipazione da Roma era molto avanzato in Oriente. Senza negare apertamente il p. romano, Costantinopoli se ne staccava sempre più, mal tollerando la sua ingerenza nelle Chiese orientali. In ciò ebbe una gran parte il cesaropapismo. Altre cause, ambizione dei patriarchi, orgoglio nazionale e rivalità politiche, evoluzione autonoma e ignoranza reciproca (cf. M. Jugie, op. cit., pp. 3-45) favorirono lo scisma definitivo. Tra il 325 (Concilio di Niccol) e l'830 (fine dell'iconoclastia) si ebbero non meno di sette scismi, con una somma di 217 anni di aperta separazione da Roma (cf. I. Pargoire, L'Eglise byzantine de 527 à $847,5^{\circ}$ ed., Parigi 1923, pp. 196197). Tuttavia Fozio (v.) fu il primo a combattere con scritti il p. del vescovo di Roma: "Contro coloro che dicono che Roma è la prima sede». Egli sfruttò la lettera del can. 28 e giunse a pretendere per sé il p. nella Chiesa (M. Jugie, op. cit., pp. 136-38). Ciò nonostante l'unione con Roma fu ricostituita quando Fozio perdette il favore del nuovo Imperatore e fu deposto. Ma non poté più essere ricostituita da quando Michele Cerulario (v.) si separò definitivamente da Roma dichiarandola caduta nell'eresia per motivo del "Filioque" (v.), dell'uso di pane azimo, del digiuno in giorno di sabato, dell'anello portato dai vescovi, e per altri pretesti.
Contemporaneo di Fozio, Ratramno di Corbia (v.) così espresse il pensiero dei teologi occidentali al papa Niccolò I nell'867: "Pensiamo fermamente che l'autorità del Romano Pontefice eccelle (praeminet) sopra tutte le Chiese di Cristo, cosicché tutti devono ritenerlo come capo e dal suo giudizio deve dipendere tutto ciò che si dispone negli affari ecclesiastici; di modo che a suo arbitrio rimanga stabilito o sia corretto l'errore o sia sancito tutto ciò che si deve innovare (Contra Graec. opposita, IV, c. 8: PL 121, 336). Gli autori dell'età gregoriana e gli scolastici iniziarono una theologia papalis, breve e concettosa. S. Tommaso (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}-4^{\mathrm{al}}}, 9,89,2,9,2 \mathrm{ad} 3$ ) afferma che il Papa ha la pienezza di potere negli affari ecclesiastici e la cura di tutta la Chiesa. In C. Gent. $(4,76)$ dimostra la necessità di un unico capo nella Chiesa e che tale è il Romano Pontefice in virtù delle parole di Cristo a Pietro. Più
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ampinmente nell'opuscolo: Contra errores Graecorum. Similmente s. Bonaventura: Utrum christianae religionis sit quod omnes oboedient uni (in De perfectione evang., q. disp. 4, a. 3: Opera s. Bonaventurae, V, Quaracchi, p. 189). L'inizio del sec. xiv vide le prepotenze del Re di Francia e dell'Imperatore. Allora Egidio Romano (v.) scrisse il De ecclesinstion potestate e Giacomo da Viterbo (v.) De regimine christiano, i primi trattati della Chiesa (cf. M. Maccarrone, Il papa "scavina Christi": testi e dottrina dal sec. XII al principio del XIV, in Miscellanea Paschini, I, Roma 1949, pp. 466-70). La riforma protestante e il gallicanesimo provocarono un approfondimento della dottrina del p. di Roma che portò alle definizioni dogmatiche del Concilio Vaticano.
IV. La dottrina della Chiesa. - La dottrina cattolica sul p. di Pietro e del Romano Pontefice fu esposta chiaramente nel II Concilio di Lione del 1274 (Denz-U, 466), nel Concilio Florentino del 1439 (Denz-U, 694), due Concili per l'unione dei Greci con Roma, nella Professio fidei Tridentina (Denz-U, 999); e infine fu solennemente definita nel Concilio Vaticano con la cost. apost. Pastor Aeternus approvata nella sessione quarta ( 18 luglio 1870). Essa consta di quattro capitoli, con quattro canoni che esprimono la definizione vera e propria; è preceduta da una breve introduzione. "Il Pastore Eterno e Vescovo delle anime nostre (Gesù Cristo), per rendere perenne l'opera salutare della Redenzione, stabilì di edificare la S. Chiesa" e per assicurarle "l'unità della fede e della comunione, mettendo a capo (praepanem) degli altri Apostoli il beato Pietro, istituì in lui il perenne principio e il visibile fondamento di ogni unità ".
Dopo questo esordio il Concilio definisce come articoli di fede le seguenti verità :
I. S. Pietro fu costituito immediatamente da Gesù Cristo principe degli Apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa militante con un primato non di onore, ma di vera e propria giurisdizione (cap. 1, can. 1; DenzU, 26, 1822-23).
2. Poiché l'opera della salvezza doveva perpetuarsi nei secoli, per volontà divina, s. Pietro ebbe ed avrà in perpetuo dei successori, per l'esercizio del p. in tutta la Chiesa, nella persona dei romani pontefici (cap. 2, can. 2; Denz-U, 1824-25).
3. Il p. del Romano Pontefice, unico legittimo successore di s. Pietro, consiste nel potere pieno di pascere, reggere e governare tutta la Chiesa, ossia nella giurisdizione suprema, ordinaria, immediata, universale e indipendente da ogni autorità civile. A questo potere corrisponde in tutti i fedeli, di qualunque rito e dignità, sia singolarmente sia collettivamente considerati, il dovere di vera obbedienza tanto nelle questioni concernenti la fede e la morale, quanto in quelle di disciplina e di regime ecclesiastico. Tale autorità non annulla quella dei vescovi, ma la avvalora e la rivendica, se è necessario (cap. 3, can. 3; Denz-U, 1826-31).
4. Il Romano Pontefice quando parla ex cathedra per personale privilegio (ex sead) è infallibile (cap. 4, can. 4; Denz-U, 1832-40): v. infallibilità.
V. Questioni aperte. - Il magistero ecclesiastico non si è definitivamente pronunciato su due punti : le relazioni tra il p. e Roma, e l'origine del potere dei vescovi. Si chiede quale legame esista tra la sede di Roma e il p. di governo nella Chiesa. E insostenibile che tale legame sia dovuto a un semplice fatto storico e dipenda dall'arbitrio della Chiesa, che potrebbe scioglierlo, riconoscendo il p. a un altro vescovo, anche contro la volontà del Romano Pontefice. Ciò suppone il conciliarismo (v.)
che la Chiesa ha definitivamente condannato. Sembra esagerata l'affermazione di Melchior Cano, Gregorio di Valenza e soprattutto di s. Roberto Bellarmino, secondo cui la scelta della sede di Roma sia stata indicata esplicitamente da Cristo. Con minore probabilita (il Concilio Vaticano si è assunuto dal condannare questa posizione), si è pensato (Paludano, Dom. Soto, Bañez) che s. Pietro abbia scelto Roma come sede definitiva per pura deliberazione personale, onde, con la stessa libertà, il suo successore potrebbe trasferirsi ad altra sede. Comunemente si ritiene che la scelta di Roma non fu senza una speciale provvidenza divina: initiacta Divinitatis (Franzelin, Palmieri, Billot, de Groot, Schultes, d'Herbigny). Pertanto nessuno può mutare tale scelta, neppure il Papa; in qualunque luogo risieda (ad es., ad Avignone) egli è sempre il Vescovo di Roma.
Si chiede inoltre in quale rapporto stia il potere dei vescovi con quello supremo del Papa. Alcuni ritengono che, essendo l'episcopato di diritto divino (cf. can. 108,3), il potere dei vescovi venga loro dalla stessa ordinazione episcopale. Più comune, e ora espressa chiaramente nel magistero ordinario della Chiesa, è la dottrina che il Romano Pontefice è la fonte di ogni potere di giurisdizione nella Chiesa; il Batiffol (Cathedra Petri, op. cit., pp. 95-103) ha dimostrato che l'idea risale molto addietro nella tradizione. Il Concilio Vaticano ha fatto sue le parole di s. Ambrogio : "Di là (da Roma) vengono a tutti i diritti della veneranda comunione". Pio VI scrisse contro i giusueniari di Pistoia : "Da lui (il Romano Pontefice) gli stessi vescovi ricevono la loro autorità, come egli ricevette da Dio il suo supremo potere" (Denz-U, 1300). Pio XII nell'encicl. Mystici Corporis: " (I vescovi) ricevono immediatamente dal Sommo Pontefice la loro ordinaria potestà di giurisdizione" (AAS, 35 [1943], p. 212).
VI. Ercori. - Hanno in comune la negazione del p. del Romano Pontefice, differiscono nei metodi più o meno radicali. Si limitano i poteri del Papa di fronte al potere civile (regaliati del sec. xiv e i sostenitori del "placet» regio) o di fronte al Concilio (v. concilimismo) o di fronte ai vescovi (v. gallicanesimo) o di fronte ai "perfetti" (Beguardi del sec. xiv) o alla Chiesa in genere (Febronio, v. montrelmi), giungendo poi a negare ogni differenza di potere tra i vescovi e il Papa (v. marzilio da Padova) o tra il clero e i laici stessi (v. lutero). Oppure si nega semplicemente il p. e l'infallibilità del Romano Pontefice (vecchi cattolici; chiesa cecoslovacca; dissidenti orientali).
I pretesti di tali negazioni sono vari. Di indole piuttosto dogmatica quelli dei donatisti e degli Orientali separati (la Chiesa sarebbe caduta nell'errore, nell'eresia); lo scandalo dei soggetti appartenenti alla gerarchia; errore ripetuto da tutti coloro che si atteggiarono a rifiornatori : valdesi (sec. xili), fisticelli (sec. xiv), Lutero. Fu ancora il principio, accolto nel Decreto di Graziano del tutto incontrastato per tutto il medioevo (cf. V. Martin, Comment s'est formée la doctrine de la supériorité du concile sur le Pape, in Revue des sciences religieuses, 17 [1937], pp. 121-43, 261-89, 405-26), cioè che il Papa è giudicabile nel caso che cada in eresia, che diede origine alla teoria conciliare. In seguito subentrarono motivi d'ordine politico, come nell'opposizione di Filippo il Bello e Ludovico il Bavaro, a favore del quale Manilio da Padova scrisse il Defensor pacis : non solo vi si negava il p. di Pietro e del Papa, ma si faceva dipendere ogni potere dal volere dell'Imperatore. Motivi più apertamente nazionali sostennero i gallicani e diedero inizio allo scisma anglicano. Nel secolo scorso la critica protestante presentò un apparato scientifico. Fu come un rifiorire di studi sulla Chiesa primitiva. Caratteristica la teoria della scuola di Tubinga (iniziata da F. C. Baur, Paulus, der Apostol fesu Christi, Stoccarda 1845) la quale vedeva nell'episodio di Antiochia (Gal. 2, 11-14) la rivelazione di due correnti opposte nella Chiesa primitiva : il paolinismo e il petrinismo : quest'ultimo sarebbe prevalso dopo qualche secolo con la Chiesa di Roma. La teoria, assolta da alcuni con molto favore, fu fortemente combattuta da altri (F. M. Braun, op. cit., p. 46 sgg.). Alla fine del secolo scorso la critica protestante liberale (Sohm, Har-
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nack, Sabatier) riteneva che la Chiesa era un'idea estranea al pensiero di Gesù che si sarebbe sviluppata, sotto l'influsso della concezione paolina di Corpo Mistico e la pressione delle crisi gnostiche e montaniste del secondo secolo, da cui emerse l'esigenza di un governo e un magistero centrale e forte (cf. P. Batiffol, L'Eglise naissante et le catholicisme [v. bibl.], pp. 172-93). Il testo di Matteo fu ritenuto interpolato dal tutto o in parte (F. M. Braun, op. cit., pp. 80-82). La teologia protestante più recente è meno radicale, ma rifiuta di vedere nel passo un vero p. di Pietro; soprattutto separa Pietro dal Papa, onde, tutt'al più si tratterebbe d'un privilegio strettamente personale (ibid., p. 96). Gli anglicani, come si può rilevare dalle conversazioni di Malines (v. Malines, conversazioni di), pur concedendo al Romano Pontefice il p. in linea di principio, dal punto di vista biblico, storico e dogmatico fanno delle riserve sulla natura di esso.
BibL.: 1. Sul p. di s. Pietro: Fr. A. Zaccaria-Y. M. MamachiP. Foggini, De le Petri Apostolorum principis primatu, Romano itinere et episcopatu, Roma 1872; A. Cellini, Il p. di s. Pietro studiato nel dixin libro degli Atti degli Apostoli, ivi 1907; M. Besson, St Pierre et les origines de la primauté romaine, Ginevra 1929; P. De Ambroggi, Il p. di Pietro secondo s. Paolo, in S. Paolo, Conferenice, Roma 1937, pp. 71-97; E. Fiorit, Il p. di s. Pietro negli Atti degli Apostoli, ivi 1942; V. Mac Nabb, Testimonianze del Nuovo Testamento a s. Pietro, Brescia 1942; O. Marucchi, S. Pietro e s. Paolo in Roma, Torino 1943; A. D'Alès, Pierre (saint) à Rome, in DFC, IV, coll. 23-36; I. Lesel, Petros Christi vicarius, in Verbum Domini, 24 (1944), pp. 15-24; 25-61; Y. de la Brière, Primauté de st Pierre dans le Nouveau Testament, in DFC, II, coll. 1355-71; G. De Rosa, Il passo della glorificazione di Pietro nel Vangelo di s. Matteo e la critica demolitrice del prof. Omodeo, in Divus Thomas, Piacenza, 24 (1947), pp. 227-42; R. Grober, Petrus der Fels, Fragen um den Primat, Etial 1930; P. Schindler, Petrus, Vicenza 1931. - 2. Sul p. del Papa nei Padri: G. Rauschen, Textus autenicaeni ad primatum Romanum spectantes, Bonn 1914; A. D'Alès, Papauté. Les origines de la papauté, in DFC, III, coll. 1371-88; N. Marini, Il p. di s. Pietro e dei suoi successori in s. Giovanni Crisostomo, $2^{\circ}$ ed., Roma 1922; P. Batiffol, Catholicisme et Papauté, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1925; id., L'église naissante et le catholicisme, $3^{\circ}$ ed., ivi 1927; id., La paix constantinienne et le catholicisme, $4^{\circ}$ ed., ivi 1929; id., Le catholicisme de st Augustin, $4^{\circ}$ ed., ivi 1920; id., Le siège apostolique ( 230 -231), $5^{\circ}$ ed., ivi 1924; M. Maccarrone, Vicarius Christi e Vicarius Petri nel periodo patristico, in Riv. di St. della Chiesa in Italia, 2 (1948), pp. 1-32; L. Broci-Platsi, De primatu Roman. Pontif. ab Anastasio II ad Pelagium II (106-190), Roma 1930; P. Santini, Il p. e l'infallibilità del Rom. Pontef. in s. Leone Magno e gli scrittori greco-russi, Grottaferrata 1936; C. Silva-Tarouca, Instà, hist. eccles., II, Roma 1940. - 3. Sul p. del Papa nel medioevo: G. Neyron, Rôle historique de la papauté, in DFC, III, coll. 1388-1432; A. Cavallin, S. Niccolò I e Ratromno di Carbia difensori del p. rom. contro Fazio, Venegono Inf. 1940; M. Jugie, L'opuscule contra la primauté rom. attribué à Photius. A propos d'une édition récente, in Etudes de crit. et d'hist. relig., 2 (1948), pp. 43-60; H. X. Arquillière, La signification théol. du pontif. de Grégoire VII, in Rev. Univers. d'Ottawa, 20 (1950), pp. 140161. - Sul p. del Papa: età moderna: R. Bellarmine, De Rom. Pontifice, Venezia 1599; F. Ballerini, De vi ac ratione primatus roman. pontif., Verona 1766 (contro le dichiarazioni gallicane); id., De potestate eccles. summ. pontificum et conciliorum generalium, ivi 1768 (contro Febronio); L. Veuillot, De quelques erreurs sur la papauté, Parigi 1859; S. Azarian, Eccles. armenae traditio de Rom. Pontif primatu iurisdictionis et inerrabili magisterio, Roma 1870; A. Dural, De suprema Rom. Pontif. in Eccles. potestate, Parigi 1877; I. de Maistre, Du Pape, 2 voll., Lione 1928; D. Palmieri, Troct. de Rom. Pontif., $4^{\circ}$ ed., Roma 1931; Tu et Petrus, Encyclop. populaire sur la papauté, diretta da G. Jacquemet, Parigi 1934; I. D. Maes, Le pouvoir pontif. d'après Cajetan, in Eph. Theol. Lovam., 12 (1935), pp. 705-21; A. Lanz, L'autorità e l'infallibilità del Papa nella dottrina locunieuse del sec. XVI, in Gregorianum, 23 (1942), pp. 348-74; T. Facchini, Il papato principio di unità e P. Ballerini di Verona, Padova 1950; D. Grasso, Tu et Petrus. Ouest. sul p., in Civ. Catt., 1951, iv, pp. 637 650. - 2. Sugli errori: * J. Grill, Der Primatus des Petrus, Tubinga 1904; G. Krüger, Das Papsttum, ivi 1907; * Ch. Guignebert, La primauté de Pierre et la venue de Pierre à Rome, Parigi 1909; M. Jugie, Le schisme byzantin, ivi 1941; F. M. Braun, Nuovi aspetti del problema della Chiesa, Brescia 1943 (con ampia bibliografia e un appendice di M. Bendiscioli, sugli studi intorno al problema della chiesa primitiva in Italia); * R. Baumann, Des Petrus Behenntiss und Schlüssel, Stoccarda 1950.
Antonio Piolanti
PRIMAZIALE, SEDE. - E quella chiesa cattedrale cui presiede un vescovo decorato del titolo di
primate sopra una determinata regione. Come tale il primate preccede gli altri metropolitani, arcivescovi e vescovi del paese, compreso nella propria circoscrizione.
Nelle fonti storiche, primates vengono talora chiamati in senso generico i superiori ecclesiastici (Mansi, XXI, 121).
I. Cenni storici. - Il titolo di primate, nel sec. iv, è spesso attribuito al vescovo di Carragine, che estendeva una vera giurisdizione su tutta l'Africa. Infatti il Primas Carthagineanis convocava concili generali in Africa e li presiedeva (cf. i Concili cortaginesi celebrati da 407 in poi); rivedeva in questi concili generali i concili provinciali; indicava agli altri vescovi il giorno della celebrazione della Pasqua; dirimava le liti riguardanti i metropoliti (cf. Hefele-Leclercq, I, pp. 1199-1200). Tale giurisdizione venne a mancare con la decadenza della Chiesa africana e dal 1076 non se ne fa più menzione.
Gli altri primati in Occidente hanno probabilmente origine dalla nomina fatta dai Pontefici Romani, dal sec. iv in poi, di alcuni metropoliti (specialmente Arles e Tessalonica) come loro vicari. I poteri, concessi in origine alla persona, finirono con essere legati alla sede ed in tal modo, dietro riconoscimento implicito o esplicito dei Romani Pontefici, sono sorte le sedi primaziali di Arles, di Bordeaux, di Lione (sec. vi) nelle Gallie; di Canterbury in Inghilterra (sec. viI); di Armagh in Irlanda (sec. viII); di Magonza, Salisburgo (sec. viII) in Germania, di Toledo in Spagna; di Venezia per la Dalmazia (sec. xII), di Gran (Strigonia) in Ungheria; di Pisa per la Sardegna; di Malunei nel Belgio (sec. xvI). I diritti dei primati, che peraltro non furono sempre e ovunque uniformi, erano quelli di consacrare i metropoliti o i vescovi, di visitare le diocesi, di ricevere appelli, ecc. In Francia, sebbene le s. p. siano state soppresse con il Concordato del 1801, è rimasto tuttavia il titolo di primate all'arcivescovo di Lione. In Oriente al titolo di primate corrisponde quello di esarca (v.).
II. Diritto attuale. - Il Romano Pontefice, che è a capo di tutta la Chiesa, viene pure chiamato patriarca d'Occidente e primate d'Italia (cf. Ann. Pont. 1952, p. 27).
Secondo la vigente disciplina del CIC, quella del primate non è che una prerogativa d'onore, senza vera giurisdizione (can. 271); il primate ha diritto alla precedenza sopra gli arcivescovi, mentre segue i patriarchi (cann. 271, 208). Anche attualmente il Papa nell'inviare le encicliche o lettere apostoliche all'episcopato di tutto il mondo cattolico usa la formula: Ad omnes Patriarcas Primates... Il titolo di primate non è usato ufficialmente nella gerarchia ecclesiastica e nell'Ammario Pontificio non trovasi mai menzionato, se non per il Romano Pontefice.
BibL.: M. Bouchner, Die - Vita Chrodegangi e eine hirhenpolitische Tendenzschrift aus der Mitte des 9. Jahrhunderts zugleich eine Untersuchungen zur Entwicklung der Primatial und Vicariatsidee, in Zeitschrift d. Savigny-St.f. Rechtsgesch., Kan. Abt., 16 (1927), pp. 1-36; H. Schmidt, Trier und Reims in ihrer verfassungsrechtlichen Entwicklung bis zum Primatialstreit des neunten Jahrhunderts, ibid., 18 (1929), pp. 1-111; K. Hilgenreiter, Primas, in LThK, VIII, col. 475; B. Kurtschcid, Historia iuris canonici. Historia institutorum, I, Roma 1941, pp. 124-29. Guglielmo Felici
PRIMICERIO e SEGUNDICERIO. - P. (qui primus carae seu matriculae erat inscripziu), era in inizio colui che occupava l'ufficio più elevato in un determinato ordinamento e perciò era scritto per primo in testa ad una tavoletta cerata. Si conoscono vari che ebbero questo titolo; il più celebre è il p. del collegio dei notai (v.) della Chiesa romana ed era il $1^{\circ}$ dei sette notai regionari; il s., il $2^{\circ}$.
Da distinguersi dal protoscriniarius, che pure presiedeva un collegio di notai, non però pontifici, ma della città di Roma. La prima memoria di una certa attendibilità sulla esistenza del p. si ha sotto Giulio I (341-52), dal Lib. Pont. (I, p. 205). Con tutta certezza poi il collegio dei notai regionari esisteva e vi presiedeva il primicerius notariorum nel sec. vi (il suo nome è ricordato in una iscrizione romana del 365 ; cf. G. B. De Rossi, Inscriptiones christianae urbis Romae,
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I, Roma 1888, n. ro98). La conferma si ha poco dopo, sotto Gregorio I (cf. P. Hinschius, Kirchenrecht, I, Berlino 1869, p. 384, n. 2). S. Agostino dedica il suo Enchiridion de fide, spe et caritate a Lorenzo p. (G. B. De Rossi, De origine scrinii, Roma 1886, p. xxxi, n. 2) e l'opera del poeta Aratore (544) fu da papa Vigilio affidata a Surgenzio p. (PL 68, 55).
Sotto di lui era il secundiccrius, di cui è fatta menzione nel 526 (Epistola de ratione Paschae: PL 67, 512). L'una e l'altra dignità esistevano anche nella Cancelleria imperiale (H. Bresslau, Handbuch der Urkundenlehre, I, $2^{2}$ ed., Lipsia 1912, p. 187 sgg .) e si riscontra non solo nella Chiesa romana, ma anche in altre Chiese, come ad Alessandria, Costantinopoli, Ravenna (Concilio Efesino, a. 431, Calcedonese, a. 451 ; Mansi, IV, 1127; VI, 983; H. Bresslau, op. cit., p. 194 sg.)
Il p. fu anche una dignità o un semplice ufficio capitolare, istituito specialmente per ammaestrare disconi e chierici ( $\mathrm{X}, \mathrm{I}, 25$ de officio primiccrii). Sussiste ancora qua e là anche oggi nei Capitoli, più spesso come dignità, ordinariamente la terza dopo l'arcidiacono e l'arciprete, qualche volta anche la prima a norma delle diverse Costituzioni. Il p. nelle Confraternite o Arciconfraternite è spesso il titolo di chi ha in esse funzioni direttive; anche qui per determinazioni concrete occorre ricorrere alle singole Costituzioni o Regolamenti.
Il p. era una specie di primo ministre dei sommi pontefici (H. Bresslau, op. cit., pp. 194, 209) e nella vacanza reggeva la Chiesa di Roma con l'arcidiacono e l'arciprete (Liber Diurnus Rom. Pontificum, form. 59, 61, 62, 63, ed. Th. v. Siekel, Vienna 1889, pp. 49, 53-57, 58).
Nella Cancelleria apostolica era il prefetto della Cancelleria stessa. Dal tempo di Adriano I (771-95) molti rescritti hanno il Datum del p. o del s. (H. Bresslau, op. cit., p. 209 sg.). Queste funzioni costituiscono l'inizio della Dataria (v.); ma dal sec. Ix in poi passarono ad un ufficiale apposito, che si chiamò bibliotecario e poi cancelliere, quindi vice-cancelliere (v. cancelleria). Da allora in poi decresce l'importanza delle due dignità, che vengono ricordate fino al 1195 . Il titolo di p. l'ebbe anche il capo dei difensori od avvocati (v.) della corte pontificia (primiccrius defensorum). E inoltre si trovano un primiccrius domesticorum et protectorum, un primiccrius cubiculi ed altri catalogati sommariamente dal Du Cange (Glossarium mediae et infimne latinitatis, ed. A. L. Henschel, VI, Parigi 1938, p. 4978 ).
Bitti.: G