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 titolo di p. l'ebbe anche il capo dei difensori od avvocati (v.) della corte pontificia (primiccrius defensorum). E inoltre si trovano un primiccrius domesticorum et protectorum, un primiccrius cubiculi ed altri catalogati sommariamente dal Du Cange (Glossarium mediae et infimne latinitatis, ed. A. L. Henschel, VI, Parigi 1938, p. 4978 ).

Bitti.: G. Viviano Buonaccorsi, Antichità ed eccellenza del pronunciarista apostolico partecipante, Fiemme 1751; P. L. Calletti, Del p. della S. Sede Apostolica e di altri ufficiali maggiori del S. Palazzo Lateranense, Roma 1776, pp. 1-107; B. Kurtscheid.
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(da M. Gusinde, Die Yamana, Mädling presso Vicnna Diff, fig. II) Primitivi - Forma di abitazione nelle popolazioni appartenenti alle culture originarie. I Vedda generalmente non costruiscono capanne ma si riparano sotto rocce - Isola di Ceylon.
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(Als. A. Eurell)
Primitivi - Coltelli di pietra (a destra e a sinistra), finemente scheggiati e con i margini demolisti, usati per la subreazione, adoperati dagli indigeni Boorungoo di Kimberley, Australia nord-occidentale; al centro : schegge liriche taglienti quasi per circuncidere i giovani, raccolte presso i Peedong, Alto Murchinson, Australia occidentale - Roma, Museo preistorico etnografico - L. Pigorini .
De quibusdam praslatis Romanas Curiae, in Apollinaris, 8 (1935), pp. 64-67; A. van Hove, De rescriptis, Malines-Roma 1936, pp. 13-15, nn. 9-11; H. Leclerco, Primicire, in DACL, XIV, coll. 1179-81. Giuseppe Palazzini

PRIMITIVI. - Fin verso il 1860 era ancora viva la questione del «regresso» o « degenerazione», ossia se i popoli primitivi, che allora si chiamavano «selvaggi», dei quali si avevano ormai documenti cosi abbondanti, si dovessero considerare come resti di popoli decaduti (teoria della degenerazione) oppure come popoli il cui sviluppo culturale aveva subito un arresto (teoria della stasi).

Sossianio: I. Le culture primitive. - II. La cultura originaria. - III. Le culture primarie. - IV. Le culture secondarie. V. Le culture terziarie. - VI. La diffusione delle culture nelle diverse parti del mondo.

I. Le culture primitive. - Da vari decenni J. Boucher de Perthes faceva scavi nella valle della Somme dove aveva trovato resti di manufatti litici (coltelli, asce ed altri utensili) anteriori a qualsiasi in formazione scritta sugli abitanti di quelle regioni, resti che egli considerava appartenenti ad un uomo preistorico.

Visti inutili i tentativi di convincere i geologi francesi dell'importanza dei suoi risultati, nella primavera del 1859 invitò Sir Charles Lyell, che era allora la più grande autorità in geologia, a visitare i suoi scavi. Questi riconobbe l'importanza dei risultati del Boucher de Perthes e si schierò dalla sua parte. Un cosi autorevole appoggio decise l'accettazione nel campo scientifico dei risultati del Boucher de Perthes e diede impulso a numerosi scavi in tutti i paesi d'Europa dai quali usci sempre più confermata l'esistenza dell'uomo preistorico. Cosí era risolta la questione dei p. Essi si dovevano considerare come popoli che avevano subito una stasi nel loro sviluppo. A maggior conferma di tale conclusione, nei numerosi scavi, fatte rare eccezioni, non si sono trovate, tra i p., tracce di culture più elevate. E non poteva nemmeno ammettersi l'obiezione che si trattasse di civiltà regredite per causa di un ambiente geografico poco favorevole, come la mancanza di metalli, di piante adatte alla confezione delle stoffe, di animali domestici, perché spesso l'ambiente sarebbe stato favorevole allo sviluppo.

Più tardi l'archeologia e la linguistica avrebbero ancora confermato l'esistenza dell'uomo preistorico. Anche nelle mi-

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(da M. Gusinde, Die Yamana, Mädling presso Vienna 1937, fig. 12)
Primitivi - Esterno della capanna dove avvengono le iniziazioni - Yamana.
gliori condizioni, i resti di antiche civiltà non risalgono più indietro del v millennio a. C. ma quasi sempre scendono dal III al I e anche più sotto. Al di là di questi limiti cronologici gli scavi forniscono solo una documentazione preistorica.

Si conoscono ora le fasi di sviluppo delle lingue dei popoli giunti ad un alto grado di civiltà (Indo-Europei, Semiti, Camiti, Uralo-Altaici e altri ancora) almeno dai primi documenti della scrittura in poi; ma nessun punto di questo sviluppo può essere posto come base delle lingue dei popoli primitivi. Anche quando si può stabilire una parentela sicura tra lingue dei p. e lingue dei popoli con grande civiltà - come per le lingue camitiche dell'Africa settentrionale e oricotale rispetto all'antica lingua egiziana o come le lingue dei popoli del Tibet e della Birmana, rispetto al cinese - le lingue primitive hanno sempre forme più arcaiche delle più antiche forme delle lingue dei popoli di grandi civiltà, oppure le due forme sono tali che possono essere solo derivate da una forma comune, più antica dell'una e dell'altra. Onde si vede che anche in questi casi il punto di irradiazione delle lingue parenti è anteriore alla formazione delle grandi culture. L'ipotesi delle degenerazioni diventa ancora più insostenibile se si pensa alle molte lingue di popoli primitivi le quali non hanno la più lontana relazione con le lingue dei popoli giunti a una grande civiltà.

I popoli primitivi sono dunque popoli che hanno subito una stasi nel loro sviluppo. Ma ciò non significa che non abbiano avuto uno sviluppo e siano assolutamente senza storia. Anch'essi hanno elementi culturali (utensili, armi, uso del fuoco, lingua, istituzioni familiari, sociali, etiche e religiose) che dimostrano intelligenza, pensiero, sviluppo, forza creatrice, ossia civiltà : i p. sono popoli di scarsa civiltà, poveri di storia, relativamente primitivi, ma non senza civiltà, senza storia, assolutamente primitivi. Nessun popolo è allo stato puramente naturale, tutti hanno avuto una forza creatrice e formato una certa civiltà ma ad un dato punto si sono fermati nel loro sviluppo (per le condizioni che hanno favorito tale arresto, v. etnologia. Per una trattazione più profonda del progresso e regresso dei p., cf. W. Schmidt e W. Koppers, Völker und Kulturen, Ratisbona 1924, p. 41 sgg.).

Il concetto di p. assume cosi un valore molto diverso da quello che gli è attribuito comunemente. Non è facile, anzi è impossibile, formulare un criterio assoluto in base al quale si possa includere una popolazione o una cultura nel concetto di "p. ". Però forse nessuna invenzione ha avuto un'influenza cosi profonda sul pensiero dell'uomo e sullo sviluppo della civiltà come la scrittura (v.). Questa invenzione ha avuto un'influenza decisiva nella storia dell'umanità ed ha portato le culture ancora povere al grado di grandi culture. Perciò la scrittura è la divisione più comprensiva che si possa fare della civiltà umana. Al primo periodo appartengono i popoli senza la scrittura, che chiameremo "p.", caratterizzati da un
pensiero ancora ingenuo; al secondo i popoli con la scrittura, caratterizzati da un pensiero critico e riflessivo (v. etnologia).

Prima di esporre le caratteristiche delle varie culture si ricordi che il concetto base dell'etnologia moderna è il metodo storico, il quale cerca in un primo tempo di raccogliere il maggior numero di informazioni sui p., raggruppa quindi le popolazioni che hanno un fondo culturale uguale in aree o cieli culturali che sono chiamati culture e finalmente si domanda se popolazioni spesso separate da grandi distanze ma con un fondo culturale simile non siano state una volta unite. Le somiglianze non sono più spiegate accettando senz'altro la convergenza, per cui oggetti o istituzioni uguali sarebbero sorti indipendentemente in diverse parti del mondo, ma si cerca di scoprire se non ci siano state emigrazioni dei diversi popoli o almeno degli elementi culturali che presentano somiglianze. Difatti il metodo storico ha dimostrato che anche nelle società primitive molti mutamenti sono avvenuti in seguito a immigrazione e non per uno sviluppo intrinseco. Il contatto fra tribù diverse ha dato origine a mescolanze diverse di culture (v. etnologia).
II. La cultura originaria. - La denominazione di "cultura originaria" va intesa non nel senso assoluto di cultura primordiale - cultura che non è accessibile direttamente ma solo per induzione - ma nel senso della cultura più arcaica etnologicamente constatabile. A questa appartengono i popoli che vivono per lo più in regioni difficilmente accessibili, come i Pigmei che abitano ai margini delle foreste del Congo.

Vivono in piccoli gruppi, lontani gli uni dagli altri, con ciò che offre loro la natura: caccia e raccolta. Non praticano l'agricoltura e non allevano il bestiame; si riparano dalle intemperie costruendo capanne oppure semplici paraventi o ripari di frasche. Il vestito si riduce a
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(da M. Gusinde, Die Yamana, Mädling presso Vienna 1937, p. 261) Primitivi - Iniziandi con il volto dipinto - Yamana.

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un perizoma. L'arco a sesione trasversale rotonda è la loro arma; vivendo nella foresta utilizzano il legno per fabbricare gli utensili che servono alla loro vita quotidiana; onde si può parlare di un'età del legno anteriore all'età della pietra. Riconoscono un Essere Supremo creatore del mondo, concepito come padre e protettore della morale. Questo Dio abita generalmente in cielo e riceve sacrifici di primizie. La magia, l'animismo e il culto dei morti sono poco sviluppati. La famiglia è fondata sulla monogamia, con parità di diritti tra l'uomo e la donna. Riconoscono la proprietà privata degli utensili, delle armi, degli ornamenti e degli attrezzi, ossia di tutto ciò che è frutto del lavoro individuale. Il terreno su cui vanno a caccia, pescano e raccolgono appartiene invece al gruppo. Non hanno capi tribù, non tirannia; la vera autorità è quella del padre di famiglia; c'è già una forma di Stato, ma ancora molto debole, tanto che in caso di omicidio, se le famiglie non giungono ad un accordo, la vendetta di sangue spetta ai parenti dell'ucciso e non allo Stato.
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Pansrtivi - Feticei in pietra raffiguranti la divinità della caccia: Kalive il Piccolo cacciatore - Missione francescana di Lulus-Autanga, Congo belga.
[^0]la mitologia lunare, il culto dei teschi e dei morti, i balli durante i quali sono portate maschere e la sepoltura a due fasi. Sempre dalle culture originarie si sviluppano due altre culture nelle quali predomina il patriarcato.

Nel totemismo la caratteristica sociologica essenziale è che la tribù deriva da un animale (questo è il caso più comune) o da una pianta, talvolta anche da un corpo (luna, acqua) il quale perciò diventa tobu. Nella tribù totemista la caccia è molto più sviluppata che nelle culture originarie, si organizzano grandi cacce alle quali partecipa tutta la tribù e le armi sono molto più perfezionate. Esse sono soprattutto a punta (lance, spade, pugnali). La lancia è gettata con una frombola, la casa è rotonda con il tetto a comignolo. Il vestito consiste in una cintura larga e dura e in un fodero attorno al pene. I totemisti si colorano tutto il corpo o almeno alcune parti di rosso e portano molti ornamenti, soprattutto collane, orecchini e dischi rotondi. L'ascia è caratterizzata dal fatto che la lama è inserita direttamente nell'estremità più grossa di un ramo. I totemisti lavorano molto il legno facendo piatti ovali, appoggiatesta, su cui scolpiscono figure, specialmente di animali. L'ornamentazione è rettilineare disposta a fasce; il canotto è costruito svuotando un tronco d'albero e i remi sono a forma di luncetta. Come strumento musicale va ricordato il flauto semplice. La sociologia delle popolazioni totemiste è caratterizzata dal legame sociale con il totem e dalla iniziazione nelle tribù riservata solo ai giovani e accompagnata da pratiche dolorose. La discendenza è regolata soltanto in linea patriarcale; i membri dello stesso clan, che hanno quindi lo stesso totem, non possono sposarsi. La religione è soprattutto mitologia solare con un forte sviluppo della magia. Sembra che i morti non siano sepolti ma esposti al sole; con il totemismo incomincia forse la mummificazione.

Anche nella cultura dei nomadi pastori la casa ha originariamente una forma rotonda. La pietra è poco usata e gli oggetti sono soprattutto di legno e di osso. L'economia è fondata sull'allevamento del bestiame; il latte e il sangue costituiscono il nutrimento essenziale di queste popolazioni. I recipienti, e originariamente anche le barche, sono per lo più di cuoio; l'arco è riflesso e viene anche chiamato, dalla sua provenienza, arco asiatico; si adopera anche la lancia con la punta di osso e fornita di uncini. Si formano grandi famiglie in cui si rafforza sempre più l'autorità del capo. Il monoteismo delle culture originarie si mantiene relativamente puro.
IV. Le culture secondarie. - A un terzo gruppo, risultante dalla mescolanza di culture primarie, appartengono le culture secondarie.

L'economia, la sociologia e la religione si svi-


[^0]:    Pransrivi - Feticei in pietra trasformati la divinità della caccia: Kalive il Piccolo cacciatore - Missione francescana di Lulus-Autanga, Congo belga.

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(da Report of the fifth Thule Expedition 1921-21, V. Copernophen 1929, p. 201, fig. 112) Prinitivi - Forme di sepoltura e riti funebri. Il cadavere è deposto nel suolo circondato da un anello di pietre e ripoperto da una pelle. Eschinesi Caribou - Baia di Hudson.
luppano e si trasformano. Nel matriarcato, a contatto con altre culture, sorgono grandi famiglie ma la discendenza resta in linea matriarcale. La casa è ancora rettangolare ma assume dimensioni più grandi per raccogliere tutta la discendenza; spesso è appoggiata su pali (palafitte). Le armi di questa cultura sono l'arco a sezione trasversale piatta e lo scudo che è appeso alla spalla; si usano anche piccoli archi e piccole frecce per estrarre sangue dalle bestie. Comincia l'uso del tabacco e del betel. Il canotto, sempre costruito con assi, si perfeziona; si usano remi che somigliano a grucce; per passare da un posto all'altro delle palafitte, si costruiscono ponti pensili. In questa cultura sono caratteristici piccoli tamburi di legno che hanno la forma di un orologio a polvere, e pettini; nel tatuaggio si usano sostanze colorate. Si formano regolari ginecocrazie. Alla prima mestruazione le ragazze sono iniziate dalla madre. Si sviluppano sempre più la magia e il feticismo; gli antenati e gli spiriti sono rappresentati in posizione rannicchiata.

Le culture patriarcali sembrano più portate alla specializzazione e, almeno nelle manifestazioni della loro cultura materiale, sono spesso differenti. Si ricorda specialmente il ciclo culturale austronesiano o malese-polinesiano e il sudanese. Hanno in comune la formazione di classi sociali, la tendenza a una monarchia assoluta e al politeismo. La cultura materiale invece è molto diversa poiché i malesi-polinesiani abitano su isole e sono quindi navigatori mentre i sudanesi abitano all'interno di un continente.

I nomadi pastori hanno la tendenza a sovrapporsi ad altri popoli e dominarli.
V. Le culture terziarie. - Base delle grandi civiltà svoltesi nelle diverse parti del mondo, sono dovute a mescolanze di culture primarie e secondarie e si differenziano da queste perché hanno sviluppato la scrittura e la letteratura. Si possono distinguere tre grandi complessi culturali : l'asiatico, l'americano e l'europeo. Il primo comprende il ciclo culturale cinese, giapponese e indiano, il secondo le culture dell'America centrale (Nahua e Maya) e meridionale (Cauca, Chibcha, Juha, Aymara). Il terzo sta all'inizio della nostra civiltà e si spinge anche in tempi storici.
VI. La diffusione delle culture nelle diverse parti del mondo. - 1. Regioni artiche. - Il ciclo culturale artico è diffuso nell'America (Groenlandia) e nell'Asia settentrionale. Era in origine una cultura originaria alla quale si sono mescolati molti elementi estranei. L'am-
biente richiede una larga utilizzazione delle ossa nella fabbricazione delle armi e degli utensili (v. etnologia).
2. America. - Solo nella California ci sono ancora culture originarie, mentre tutta l'America settentrionale è il risultato di una mescolanza di matriarcato e di totemismo che è forte specialmente a nord-ovest. A sud comincia a farsi sentire l'influenza della cultura messicana che si è sviluppata nell'America centrale, mentre nelle isole accanto si è fatto sentire fortemente il matriarcato posteriore. Nella parte più meridionale dell'America del sud sono gli abitanti della Terra del Fuoco i quali appartengono ancora a una cultura originaria. Procedendo verso il nord, seguono culture del matriarcato anteriore e del totemismo, e, a nord-est, del matriarcato posteriore. A nord e a nord-ovest, si estendono le grandi culture del Perù e della Colombia.
3. Melanesia. - Nella Melanesia è una grande mescolanza di culture. La maggior parte della Melanesia settentrionale è occupata da popolazioni con matriarcato posteriore. Nel sud ci sono culture totemiste in mezzo alle quali si sono incuneate culture matriarcali anteriori.
4. Polinesia, Micronesia e Indonesia. - Queste isole formano in un certo senso un complesso culturale unico, che è chiamato austronese ed è il risultato della fusione di culture patriarcali e matriarcali.
5. Australia e Tasmania. - Nel sud-est dell'Australia ci sono culture originarie o almeno ad esse molto vicine; nella parte orientale una cultura del matriarcato anteriore e a nord il totemismo. I Tasmaniani sono scomparsi da parecchi decenni; sembra che la loro cultura fosse molto vicina alle culture originarie.
6. Africa. - Nell'Africa ci sono diversi gruppi di popolazioni che hanno conservato molti elementi arcaici ; i Figmei ai margini delle foreste dell'Africa centrale i qualif sono i rappresentanti più genuini della cultura originaria; a sud (regione Kalabari) i Boscimani che rappresentano già una fase più evoluta. Le popolazioni situate lungo il Nilo (Nilotici) e altre ancora hanno conservato elementi culturali arcaici. Il matriarcato ha una parte preponderante nel Congo e nell'Africa occidentale. A nord-est ci sono nomadi pastori (Somali, Galla e altre tribù) mentre a nord ci sono lineamenti di matriarcato. Nel Sudan e nell'Abissinia si sono sviluppate grandi culture.
7. Asia. - Come in tutte le altre parti del mondo a sud ci sono culture originarie (i Semang di Malacca e gli abitanti delle isole Andamane). Nell'India ulteriore e anteriore e nella Cina meridionale ci sono popolazioni matriarcali; nel centro e ad occidente culture di pastori. Il resto del grande continente, fuorché le popolazioni artiche già ricordate, è occupato da popoli che hanno sviluppato grandi culture (India, Cina, Giappone).

Bipl.: si rimanda alla copiosa bibliografia di esogamia; etnologia; famiglia, II. Nell'etnologia, e in modo particolare alle opere ricordate nel sotto paragrafi "Autori storico-culturali" e "Monografie, manuali, trattati, enciclopedie". Cf. anche: G. Schmidt, Critères pour étalier la position ethnologique des cercles culturels les plus anciens, in Settimana internazionale di etnologia religiosa (IV Sess., Milano 1923), Parigi 1926, p. 126 sgg. e la buona appendice: Les cercles culturels (con carte) nella stessa Settimana, p. 341 sgg. Per un'illustrazione più particolareggiata degli elementi culturali che si riferiscono prevalentemente all'economia e all'arte v.: R. Buccassino, Il Repio Museo preistorico-etnografico Luigi Pigorini di Roma (con 162 illustrazioni), in collaborazione con P. Barocelli e M. Cardli, Roma 1937. La diffusione delle culture etnologiche e preistoriche è tracciata nell'Atiante che correda l'opera del p. W. Schmidt, Die Sprachfamilien und Sprachenkreise der Erde, Heidelberg 1926 (carta VIII, Die ethnologischen Kulturbreise). Come carta storico-culturale è ancora la migliore benché in vari punti dovrebbe essere rivista ed aggiornata. La distribuzione geografica delle tribù è indicata nelle carte etnografiche dell'Africa, dell'America e dell'Asia alle voci corrispondenti dell'Euc. Ital. (I e II). Le carte furono delineate da R. Bissutti, Per l'Australia v. la carta riprodotta da R. Pettazzoni, Miti e leggende, Torino

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1948, p. 405. Si vedano ancora le voci e le carte etnografiche dell'Enc. Ital.

Renato Boccassino
PRIMIZIE (DIRITTO) : v. DECIME; OBLAZIONI.

PRIMIZIE. - Prelevamento fatto sui primi frutti del suolo, sacri al Signore come i primogeniti, da offrire al Tempio, dopo l'entrata in Canaan, in segno di grato riconoscimento del supremo dominio e protezione di Jahweh sul paese.

L'ebraico specifica: bihhürîm (Volg. primitiae) i primi frutti maturi dei campi e degli alberi; e ré'êth bihhürê ha-'âdhûmöh ( $=$ l'accadico réêth), in greco $\dot{\pi} \pi \eta \chi \alpha i$ тüv $\pi \rho \varepsilon \varepsilon \tau \eta \chi \nu \nu \chi \mu \dot{\alpha} \tau \omega \nu \tau \hat{\eta} \varsigma \gamma \hat{\eta} \varsigma$ : Ez. 23, 19; Ez. 44, 30; ecc., il meglio di tali frutti.

Il popolo in quanto tale doveva offrire le prime spighe nella Pasqua (Lec. 23, 10-14), nella Pentecoste due pani formati con pasta lievitata delle nuove spighe da bruciare sull'altare con due agnelli (ibid. 23, 15-20). Per le offerte delle p. da parte dei singoli Israeliti, nessuna determinazione circa la quantita e il tempo. La legge si riferiva in genere a tutti i primi frutti del campo e degli alberi del paese d'Israele, cui si aggiungevano gli antichi territori di Seton (Deut. 2, 32-37), di Og (ibid., 3, 8 sgg.) e più tardi della Siria conquistata da David. Si estese quindi ai frutti dei nuovi alberi: nel quarto anno essi dovevano essere consacrati interamente a Jahweh, solo al quinto anno l'Israelita poteva goderne (Lec. 19, 23 sg.); ai primi pani di ogni nuova pasta (Num. 15, 20 sg.; Ez. 44, 30; cf. il trattato Holláh della Mišnäh); alla prima tosatura d'ogni pecora (Deut. 18, 4).

Tutte le p. spettarono sempre ai sacerdoti (Num. 18, 13.19; Deut. 18, 4; Neh. 10, 36[37]; Ez. 44, 30). Nessuna offerta è cosi attestata e raccomandata come questa delle p. (I Sam. 2, 29; II Par. 31, 5: Ezechia la rimette in onore; Neh. 10, 36 : è ripresa dopo l'esilio; Ez. 44, 30; Mel. 5, 8; Tob. 1, 6; Prov. 3, 9; Eceli. 7, 34 [31]; 35, 10; I Mach. 3, 49). I rabbini posteriori, basandosi su Deut. 8,8 , determinarono l'offerta delle p. nei sette frutti comuni della Palestina: frumento, orzo, uva, fichi, melograno, olio e miele. Dovevano essere di prima scelta e freschissimi, salvo l'uva e i fichi, che potevano essere anche secchi, se portati da lontano. E fissarono la quantita dell'offerta, tra 1/40 e 1/60 (s. Girolamo, In Ezechielon, 45, 13 sg.: PL 25, 451). L'offerta al Tempio (Deut. 12, 6 sgg.) aveva un suo rito (ibid., 26, 1-11); le p. disposte in un cesto erano deposte dinanzi a Jahweh. Determinazioni accurate si trovano nel trattato Bihhürîm della Mišnäh sulla materia del cesto e sulla disposizione in esso delle p. Ordinariamente si formavano delle schiere; il capo della comitiva dava il segno della partenza recitando Ier. 31, 6; per via si recitava Ps. 122 (121); all'ingresso del Tempio, ciascuno prendeva il suo cesto e lo portava dentro cantando Ps. 150, cui rispondevano i leviti con Ps. 30 (29). Nell'atrio dei sacerdoti, un movimento a bilancia innanzi ed indietro verso l'altare simboleggiava l'offerta del cesto a Jahweh, mentre si recitava la formula prescritta (Deut. 26, 3-10).

In senso traslato, Israele è detto "p. di Jahweh" (Jer. 2, 5). Nel Nuovo Testamento, son detti p. i primi convertiti (Rom. 16, 5; I Cor. 16, 15; Iac. 1, 18); i vergini che seguono l'agnello (Apoc. 14, 4). Lo stesso Cristo è «p. dei dormienti» (I Cor. 15, 20, 23). I cristiani passiedono «le p. dello Spirito» (Rom. 8, 23), in quanto la vita della Grazia è la stessa vita della gloria incominciata qui in terra, per perpetuarsi in cielo.

Bibl.: E. de Hummelaue, Deutermanium, Parigi 1901, p. 421 sgg.; G. B. Gray, Numbers, Edimburgo 1903, pp. 224-29; O. Einsfeld, Erstlinge und Zehnten im Alten Testament, Lipsia 1917; K. Albrecht, Bihhürim-(Erstlinge), Text, Übersetzung und Erklärung, Giessen 1922; A. Miller, Erstlinge, in LThK, III, col.
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(fol. Gob. Int. 002.)
Primo e Feliciano, santi, martiri - Decorazione musiva dell'abside dove papa Teodoro ( $642-40$ ) dispone i corpi dei due Martiri - Roma, chiesa di S. Stefano Rotondo.

773 sg.; A. Clamer, in La Ste Bible (ed. L. Pirot, 2), Parigi 1940, pp. 39 sg., 71, 130, 169-72, 352 sg., 674 sgg.

Francesco Spadafora
" PRIMO DIE QUO TRINITAS". - Inno del Mattutino dell'ufficiatura ordinaria della domenica; di autore ignoto; s'incontra in manoscritti del sec. IX (C. Dreves - C. Blume, Anal. hymn., LI, Lipsia 1908, pp. 24-26).

Celebra le grandezze del giorno consacrato al Signore. Poiché l'inno era destinato all'Ufficio della notte esso invita i fedeli ad interrompere il sonno per innalzare la lode al Signore affinché sia più propizio alle nostre suppliche, ci purifichi dalle impurità e ci renda degni della patria celeste.

Bibl.: S. G. Pimont, Les hymnes du Breciaire, Parigi 1874, I, pp. 21-38; C. Albin, La poctia du Breciaire, Lione s. 2., pp. 1-6; F. Vanderstuit, Les hymnes de l'Ordinaire du Breciaire romain, Parigi 1912; p. 26; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 32.

Silverio Mattei
PRIMO e FELICIANO, santi, martiri. - Sono commemorati nel Martirologio geronimiano il 19 giugno come sepolti in arenario al XV miglio della Via Nomentana. A quel giorno sono ricordati nel Sacramentario gelasiano di S. Gallo (sec. IX).

Sul loro sepolcro fu costruita una basilica di cui A. Bosio vide le rovine. Il papa Teodoro ( $642-49$ ) trasferì i loro corpi nella chiesa di S. Stefano Rotondo sul Calio dove fu eseguito il musaico che li rappresenta in abito militare. Secondo la Passio, leggendaria, scritta prima della traslazione di Teodoro, P. e F. sarebbero stati arrestati e decapitati durante la persecuzione di Diocleziano.

Bibl.: Lib. Pont., I, p. 332; Acta SS. Junii, II, Parigi 1867, pp. 148-53; Martyr. Hierosymianum, p. 311; Martyr. Romanum, p. 230; R. Valentini - G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, ivi 1942, p. 152 sg.

Agostino Amore
PRIMOGENITO. - Ogni maschio che era il primo parto (ebr. békhôr, che ha come sinonimo péter rébem, reso esattamente dalla Volgata "qui aperit vulvam"), uomo o animale, era sacro al Signore nella Legge mosaica (Ex. 13, 2. 12. 15; 22, 29 sg.; 34, 19 sg.). Tale consacrazione era legata alla distruzione dei p. egiziani (ibid. 13, 14 sg.; Num. 3, 13; 8, 17).

L'Etodo contempla la possibilità del riscatto del p. dell'asino, mediante il sacrificio di un agnello (Ex. 13, 12 sg.; 34, 20). Il Levitico (27, 27) prescrive il riscatto di ogni animale impuro secondo l'apprezzamento del sacerdote; il prezzo è devoluto al santuario. In Num. 18, 15-19 Jahweh trasmette tutti i suoi diritti sui p. ai sacerdoti, cui spettano integralmente; adattazione, sembra,

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posteriore allo stesso Deut. 15, 19-23, dove le carni dei p. offerti in sacrificio pacifico erano consumate, per la parte loro spettante, dagli stessi offerenti. Il Deuteronomio (ibid.) adatta la legislazione del deserto alla nuova condizione di Israele in Canaan. Così, mentre in Ex. 22,29 l'immolazione dei p. era prescritta per l'ottavo giorno dalla nascita, nel Deuteronomio deve compiersi durante il primo anno, p. es., in occasione di un pellegrinaggio all'unico santuario. I p., essendo sacri a Jahweh, non possono nel frattempo essere adibiti per i lavori dei campi o sottoposti alla tosatura. Il trattato miànico Béhhörôth offre le interpretazioni e determinazioni giudaiche su questa legge.

Per i p. dell'uomo Jahweh sancì il riscatto (Ex. 13, 13; 34, 20) fissato in 5 sicli d'argento (Num. 3, 47; 18, 15 sg .); la sostituzione dei leviti, al momento della loro costituzione, tenne luogo del riscatto per altrettanti p . israeliti (Num. 3, 11 sgg. 41-51). In tale occasione, il Signore devolvette la somma del riscatto ai sacerdoti, che con i leviti erano esenti da tal legge. I p. degli animali dovevano essere immolati a Jahweh se puri, uccisi se impuri.

Non c'è nella Tôrâh alcun obbligo di presentare al Tempio il p. degli uomini, per il riscatto; quest'uso prevalse dopo l'esilio (Neh. 10, 36); e si approfittava della visita al Tempio che la madre doveva fare (Lev. 12, 2-8), per l'altra legge della purificazione. La S.ma Vergine si conformò al pio uso vigente (Lc. 2, 22). I Giudei rimasero fedeli alla prescrizione del riscatto del p. anche dopo la distruzione del Tempio. Al $31^{\circ}$ giorno dopo la nascita, i genitori invitavano un sacerdote al banchetto e gli davano i 5 sicli. Gesù è detto p. di Maria (ibid. a, 7) secondo l'uso ebraico, che prescinde affatto dalla nascita di altri figli (cf. s. Girolamo, Contra Helvidium, 101); ciò è comprovato dall'uso di $\tau \rho \omega \tau \dot{\tau} \tau o \kappa \varsigma$ nell'iscrizione trovata nel 1922 presso Tell el-Jehudijieh in Egitto. Nella poligamia potevano darsi più p.; il p., in rapporto al padre, "primizia della sua forza" (Gen. 49, 3 ; Deut. 21, 17), nelle antiche famiglie aveva un posto di privilegio sui fratelli; ereditava una doppia porzione e il posto del padre a capo della stirpe; privilegio che poteva essere perduto (Esau, Ruben) o trasferito dal padre su altro figlio (Deut. 21, 15 sgg.). Per tale diritto (ebr. béhhôrôh) cf. Gen. 25, 31-34; 27, 36; 43, 33, ecc.; Hebr. 12, 16: тà $\pi \rho \omega \tau \sigma \tau o ́ \pi \iota$. I p. erano oggetto del più grande affetto (cf. Gen. 22, 2. 12. 16; Ios. 6, 26; II Reg. 3, 27; Zach. 12, 10). Dio pertanto chiama Israele "suo p." (Ex. 4, 22 sg.; Eccli. 36, 14; cf. Ier. 31, 9). E a figlio prediletto" (Lc. 20, 13: $\dot{\alpha} \tau \varepsilon \tau \eta \tau o ́ c$ ) equivale a figlio unico (Mz. 12, 6 : cf. M.-J. Lagrange, Ev. selon st Luc, $3^{\circ}$ ed., Parigi 1927, p. 509).

Bibl.: E. Schürer, Geschichte des iudischen Volkes, II, $2^{4}$ ed., Lipsia 1898, p. 253 sgg.; L. Desnoyers, Histoire du peuple hébreu, I, Parigi 1922, p. 342 sg.; III, ivi 1930, pp. 215-23; J. B. Frey, La signification du terme $\pi \rho \omega \tau o ́ \tau o \kappa \varsigma$ d'après une inscription iuise, in Biblica, 11 (1930), pp. 373-90; A. Clamer, La Ste Bible (ed. L. Pirot, 2), Parigi 1940, pp. 203, 205, 250 sg., 253 sgg., 253, 590 sg., 614 sg.

Francesco Spadafora
PRINCE ALBERT, Diocesi di. - Nella provincia di Saskatchewan, Canada. La popolazione cattolica è di 32.475 anime riunite in 44 parrocchie e 78 missioni secondarie: 36 preti diocesani e 70 preti religiosi, fra i quali più di 50 oblati di Maria Immacolata, esercitano il sacro ministero.

La diocesi di P. A. occupa tutto il centro della provincia di Saskatchewan. I primi sacerdoti che passarono sul suo territorio furono, nel 1838, gli abati NorbertFrançois Blanchet e Modeste Demers, della diocesi di Québec. Il 28 maggio 1842 Jean-Baptiste Thibault, pure di Québec, giunse al forte Carlton e vi sostò una settimana in apostolato, a predicare, battezzare e confessare. Appena arrivati nell'Ovest canadese, nel 1845, gli Oblati di Maria Immacolata furono incaricati di questo territorio. Nel 1880 vi ebbero tre residenze: Duck Lake, Saint-Laurent-de-Grandin e Battleford. Nel 1882, il p. André si stabilì definitivamente a P. A.

La piccola città fu scelta come sede del vicariato apostolico di Saskatchewan, fondato nell'ott. 1890 con mons. Albert Pascal, quale primo vicario apostolico; il 3 dic. 1907 il vicariato fu elevato a diocesi suffraganea di Regina. Mons. Pascal (m. nel 1920) ne fu il primo vescovo.

Bibl.: A. G. Morice, Hist. de l'Eglise cathel. dans l'Ouest canadien, 3 voll., Montréal 1912; Le Canada ecclésiastique 1930, ivi 1950, pp. $239-65$.

German Lesage
PRINCE-RUPERT, vicariato apostolicO di. Situato nell'estremo nord-ovest del Canada; è affidato agli Oblati di Maria Immacolata.

Cacciatori e corrieri dei boschi, sposati con indiane, furono i primi a diffondere il cristianesimo al di là delle Montagne Recciose. Nel 1862 il p. Giov. Séguin vi entrò come primo missionario. Attratti dalle scoperte di oro sul Klandike all'inizio del sec. xx, affluirono nel paese immigrati di tutte le razze europee, e anche molti indiani, cinesi e giapponesi. Il 9 marzo 1908 fu fondata la prefettura ap. di Yukon e P.-R., smembrandola dal vicariato ap. del Mackenzie e in parte dalla diocesi di Nuova Westminster (oggi Vancouver). Il 20 nov. 1916 fu elevata a vicariato ap. Il 14 genn. 1944 questo fu diviso in due porti, cioè : il vicariato ap. di Whitehorse a nord e di P.-R. a sud. Il numero dei cattolici del vicariato è di 7683 su 44.758 ab., di cui soltanto 3000 indiani. Gli immigrati appartengono quasi esclusivamente a sètte protestanti. Vi sono anche minoranze curene ed orientali (cattolici ed ortodossi). Pagani nel senso stretto della parola s'incontrano esclusivamente tra gli immigrati asiatici. La principale difficoltà per i 28 missionari oblati sono le enormi distanze in una regione impraticabile.

Bibl.: E. Bunoz, Vicariat des Missions du Yuban, Canaida. in Mission O.M.J., 44 (Roma 1920), pp. 203-301; MC, 1950, pp. 14-15; AAS, 9 (1917), pp. 97-98; 36 (1944), pp. 233-34.

Nicola Kowalsky
PRINCIPIO. - Da primum-capere (caput) è ciò che vien primo, l'origine, l'inizio (initium, exordium, origo); corrisponde al greco ápyh: cominciamento, inizio. Dall'immediato significato etimologico è derivato quello figurato: p. come ciò che è fondamentale, essenziale, principale (princeps). Con questo significato (il riferimento temporale è divenuto, fuori del linguaggio corrente, secondario) il termine ha avuto ampio uso nella storia del pensiero.

Nei filosofi ionici problema essenziale è la determinazione dell'ápyh $\tau \tilde{\eta} \varsigma \varphi \dot{\omega} \sigma \varepsilon \omega \varsigma$, $\dot{\alpha} \rho \gamma \dot{\eta} \pi \alpha \dot{v} \tau \omega v$ (Aristotele, Met., I, 3 sgg.), ossia della realtà "primordiale" (senso temporale) che sta a "fondamento" (significato ideale) degli esseri corporei. In Aristotele il termine assume importanti e più determinate applicazioni logico-metafisiche. "Appartiene a ogni p. esser quel primo ( $\tau \dot{\varepsilon} \pi \rho \omega \tau \omega v$ ) per cui una cosa è o diviene o è conosciuta... Sono quindi p. la natura, gli elementi, il pensiero, la deliberazione, la sostanza, il fine" (op. cit., V, 1; e s. Tommaso in hunc locum; cf. Aristotele, Phys., I, 5, 188 a 27 : "oportet enim principia nec ex se invicem esse, nec ex aliis, et ex ipsis esse omnia»). Di conseguenza tutte le cause sono p.: $\pi \alpha \dot{v} \tau \alpha \gamma \dot{\alpha} \rho \tau \alpha \alpha$ (Met., loc. cit.). Aristotele svolge in particolare la dottrina dei p. logici : "p. della dimostrazione è la proposizione immediata, quella cioè che non deriva da altra proposizione, $\tilde{\eta} \varsigma \mu \tilde{\eta} \dot{\varepsilon} \sigma \tau \iota v \dot{\alpha} \lambda \lambda \eta$ $\pi \rho \circ \tau \varepsilon \varepsilon \alpha$ (Anal. poet., I, 2, 72 a 7). I p. immediati della dimostrazione (assiomi, $\tau \dot{\alpha} \pi \rho \dot{\varepsilon} \tau \varepsilon \rho \alpha, \dot{\alpha} \mu \varepsilon \sigma \alpha$ ) stanno per sé ed è necessario che siano indimostrabili" (ibid., capp. 3 e 2). P. "fra tutti certissimo ", di cui non è possibile la dimostrazione, è quello di contraddizione (v.): "è impossibile che una stessa cosa insieme convenga e non convenga alla stessa cosa». A tale p. si riporta, in fine, ogni dimostrazione: "è infatti esso, di natura sua ( $\varphi$ i $\sigma \alpha$ ) il p. di tutti gli altri assiomi" (Met., IV, 3, 1005 b 19, 32; cf. ibid., 4, e Sum. Theol., $1^{\text {a }}-2^{\text {ad }}$, q. 94, a. 2: "Super hoc principium omnia alia fundantur»). Nell'ordine ontologico sono p. o momenti costitutivi della realtà corporea la materia e la forma (Aristotele, Phys., I, 7 sgg., v. II,

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MORPISMO); e p. supremo del divenire, "da cui dipende il cielo e la natura ", è l'atto "puro", "per se stesso", Dio (Met., XII, capp. 6-7, 9).

Dalla scolastica il termine è ripreso con la ricchezza dei riferimenti aristotelici (definizione in Sum. Theol., 15, q. 33, a. i c.). Viene inoltre precisata, in rapporto al mistero trinitario, la distinzione (incerto in Aristotele) fra causa e p.: mentre la causa implica sempre, nell'effetto, un rapporto di reale dipendenza nell'essere ("causa est per se influenz esse in aliud"), p. può anche indicare un semplice rapporto di origine-conseguenza (cf. s. Tommaso, De potentia, q. 10, a. I ad 10; Sum. Theol., 15, q. 27).

Nella filosofia moderna, mentre sono stati abbandonati, insieme con le dottrine cui si ispiravano, alcuni riferimenti tradizionali, l'uso del termine si è ancora esteso. Si possono distinguere i seguenti significati principali:
a) p. in senso logico. E la premessa della deduzione (v.) o dimostrazione (v.). In un determinato ordine o sistema è indimostrato e indimostrabile: p. primo, immediato. Ma vien preso talora in senso più ampio, come premessa anche non immediata. Oltre l'indicata distinzione ( $p$. immediato-mediato) il p. è universale, se si riferisce all'ordine trascendentale della realtà e quindi vale per ogni campo del sapere (p. es., p. di identità, contraddizione, terzo escluso); particolare o proprio, se è limitato a un determinato campo del reale (p. es., i p. delle matematiche). E razionale, se conoscibile non solo dall'esperienza, ma anche razionalmente (a priori) per intuizione e analisi del puri concetti o valori del pensiero; empirico, se ricavato dall'esperienza (v.). In opposizione agli indirizzi positivistici che ritengono ogni p. esclusivamente fondato e commisurato all'esperienza, o dovuto a una libera scelta per scopi o interessi pratici, va ritenuto che i p. razionali sono frutto di una intuizione intellettiva: sempre rapportati all'esperienza quanto al reale contenuto dei loro termini (soggetto e predicato), dipendono, nel loro significato formale (rapporto di appartenenza dei termini, affermazione-negazione) dalla originaria percezione intellettiva dell'essere e dei suoi valori. Il p. è infine puramente esplicativo o analitico, se in esso il predicato non aggiunge alcunché al soggetto; sintetico, se il predicato (sia a priori che a posteriori) è additivo di una determinazione non formalmente contenuta nel soggetto (cf. E. Kant, Kritik der reinen Vernunft. Transzend. Logik, I. II, cap. 2).
b) P. in senso gnoseologico : indica ciò che nella teoria della conoscenza (v.) si ritiene come per sé evidente e vero, e pertanto come fondamento di un sistema critico del conoscere. Secondo i vari indirizzi tale p. è talora riposto o in un dato immediato di esperienza (autocoscienza, sensazione, esperienza morale, ecc.) o in un p-logico-metafisico-astratto.
c) P. in senso reale-ontologico. E un ente o realtà da cui dipende un'altra realtà. Ogni causa (v.) è p. in questo senso : p. estrinseco, la causa efficiente e finale, p. intrinseco, ossia costitutivo della realtà stessa, la causa materiale e formale. Nel pensiero cristiano Dio è p. efficiente-trascendente, e pertanto non costitutivo, di tutta la realtà. Nel panteismo e monismo (v.) l'Assoluto (v.) è p. immanente, e quindi anche costitutivo, del finito. I p. intrinseco-ontologici, più che "realtà ", vanno intesi come "momenti" metafisici della realtà (principia "ut quibus"). Nel tomismo unica realtà semplicissima, senza composizione alcuna di p. costitutivi, è Dio; ogni ente finito importa invece composizione di p. metafisici (attopotenza, essenza-essere, materia-forma, sostanza-accidenti).
d) P. come "massima». Indica le generali regole direttive dell'azione, espresse in giudizi di valore: p. estetici, etici, giuridici, politici, religiosi, ecc. "Intellectus principiorum» (nel campo etico " sinderesi", [v.]) è detta da s. Tommaso la naturale attitudine e disposizione della mente a formulare i primi p. speculativo-pratici (Sum. Theol., 16, q. 79, a. 12; cf. $1^{6}-2^{20}$, q. 51, a. 1, e In Ethic. ad Nicom., I. VI, lect. $5^{6}$, n. 1178 -79).
e) P. in senso psicologico. E la sorgente o causa delle attività psichiche: la persona (v.) come "principium quod" o soggetto di attribuzione dell'azione; la natura, l'anima, la facoltà (v.) come "principium quo" o radice e condizione ontologica determinante l'azione.
f) P. come legge o ipotesi generale esplicativa (o regola direttivo-metodica di ricerca) dei fatti e fenomeni della natura, p. es.: p. della conservazione dell'energia, p. d'inerzia, p. di indeterminazione, ecc.
g) In senso generale, p. è ciò che fonda, che spiega, che da ragione di una realtà, di un fatto, p. es.: p. vitale, p. di individuazione (v.). Detto di una scienza, di un sistema, di una dottrina, p. vale elemento o verità fondamentale di essa (cf. Cartesio, Principia philosophiae; Berkeley, Principles of human knowledge, ecc.).

Con significato tecnico, nell'idealismo trascendentale fichtiano il p. assolutamente primo esprime "quell'atto, che non si presenta né può presentarsi, tra le determinazioni empiriche della nostra coscienza, ma, piuttosto, sta a base di ogni coscienza e, solo, la rende possibile ". Tale p. è da Fichte riposto nell'Io come autoposizione assoluta (Wissenschaftslehre, parte 15, § i; trad. it. di A. Tilgher, $2^{2}$ ed., Bari 1925, p. 51 sgg.).

Biss.: per indicazioni generali c., oltre le opere citate, R. Eisler, Wörterbuch der philosoph. Begriffe, II, $4^{2}$ ed., Berlino 1929, pp. 493-97; A. Lalande, Vocab. tador, et critique de la philos., $5^{2}$ ed., Parigi 1947, pp. 807-11; v. anche bibl. delle voci conoscenza; logica; giudizio. In particolare, G. Calogero, I fondamenti della logica aristotelica. I, cap. 3, Firenze 1927, pp. 42-90 (sui p. logici); L. Fuetscher, Die ersten Seins- und Denkprincipien, Innsbruck 1930; A. Guzzo, L'io e la ragione, parte $3^{2}$, cap. 6, Brescia 1947, pp. 181-92.

PRIancipi RIfLeSSI. - Sono regole d'indole morale e generale, suppletive dei principi diretti per formarsi la coscienza certa.
I. Prenozioni. - Il passaggio dall'ignoranza o dal dubbio alla certezza morale, formando la coscienza certa, l'unica atta per agire lecitamente, avviene per via diretta o indiretta. Direttamente si cerca la verità morale con lo studio o chiedendo consiglio a competenti (parroco, confessore, sacerdote); queste vie dànno una garanzia obbiettiva. Ma o non sono sempre possibili, specialmente nella necessità di agire, o non dànno sempre una risposta appropriata al caso specifico. Occorre allora trovare la via pratica e sicura per applicare norme varie, spesso discordanti, al caso; a questo servono i p. r.

Essi sono d'indole morale, in quanto regolano l'attività propriamente umana e in quanto manca loro l'assolutezza delle verità metafisiche o fisiche, ammettendo la possibilità del contrario; tuttavia questa possibilità non è tale da obbligare a sospendere il giudizio e l'azione : chi agisce secondo i p. r., nonostante la possibilità del contrario, agisce rettamente, fino a quando non sia provato che non si tratta di sola possibilità del contrario, ma di realtà; sono d'indole generale, in quanto non sciolgono il dubbio concreto con argomenti diretti aventi connessione immediata con la materia sublimita, ma sono norme d'agire seguite di solito dagli uomini; si dicono riflessi in quanto, essendo d'indole generale, nell'applicazione contengono quasi un sillogismo, un ritorno su se stessi, o in quanto riflettono la loro luce sulle oscurità pratiche, dissipandone per il momento le tenebre.
II. Valore morale. - I p. r., usati e applicati rettamente, sono sufficienti a formare una coscienza moralmente certa in mancanza di mezzi diretti. Essi non sono di fatto che norme più o meno insite nella stessa natura umana (cf. D. 30, 17, 1), dettate e regolate dalla prudenza. Rifacendosi ai principi naturali universali, costituiscono non semplici ipotesi, ma norme sicure di moralità. Il diritto romano raccolse alcune di queste verità, fissandole nelle regulae iuris. Il diritto canonico, alla fine del liber VI di Bonifacio VIII, ne imitò l'esempio. Molte di queste regole si riferiscono a materie giuridiche specifiche (benefici, giudizi, ecc.), ma alcune sono d'indole morale e generale. Da esse e da altre fonti i moralisti raccolsero alcuni p. r. Vari sono affini, esprimendo la stessa verità con termini diversi; cosi: In obscuris minimum est sequendum (Regulae iuris, $30^{2}$ in $6^{\circ}$ ) è affine a questi principi : Odia restringi et favores convenit amplian (ibid., 15), In poenis benignior est interpretatio facienda

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![img-10.jpeg](img-10.jpeg)
(Int. Pant. comm. arch. secta)
Priscilla, cimitero di - La cosiddetta Cappella greca (sec. it) - Roma.
(ibid., 49) e Lex dubia non obligat (ibid., 57). Altri si completano a vicenda; cosi il principio: In dubio praesumitur factum quod de iure faciendum erat, è da interpretarsi in armonia con questi altri principi : In dubio iudicandum est ex ordinariis contingentibus (ibid., 45); In dubio amos factum praesumitur recte factum e In dubio standum est pro valore actus; però In dubio factum vel delictum non praesumitur, sed demonstrari debei.

Altri p.r. riferiti comunemente dai moralisti sono: In dubio standum est pro eo pro quo stat praesumptio; In dubio praesumptio stat pro superiore; In dubio melior est conditio possidentis (c. 6, X, 11, 26; cf. Regulae iuris, $65^{\mathrm{a}}$ in $6^{\circ}$ ); In dubio nemo praesumitur malus, nisi probetur; ma: Semel malus, semper praesumitur malus (ibid., 8). Dalla stessa enunciazione generica appare l'importanza che i p. r. abbiano ad essere nei singoli casi intesi nel loro senso genuino; perché altrimenti, partendo da p. r. diversi o magari dallo stesso p. r., inteso in senso diverso, si hanno conclusioni antitetiche.
III. P. n. e sistemi morali. - Avviene infatti che la situazione dubbiosa o perplessa sopra rilevata non si abbia solo nei singoli casi, ma anche riguardo alla legge (esistenza, estensione, cessazione, obbligazione: v. reoBABILITÀ). La soluzione del dubbio investe allora lo stesso problema morale dell'attività umana nel suo presupposto di libertà di fronte all'obbligazione della legge; ora a questo proposito i moralisti si scindono in varie scuole, proponendo sistemi diversi; e per provare le loro affermazioni, partono da vari p. r., non sempre uniformemente interpretati. Nel foro esterno il legislatore ecclesiastico prevede e provvede anch'egli per l'ipotesi, seguendo attualmente in genere il p. r. del minimum tenendum, escluse le materie di favore (cf. cann. 15, 19, 20, 50, 84, 2218, 2219, 2228). Ma mentre egli, nella sua materia, può certo disporre come pensa più conveniente per il bene comune, la stessa uniformità non si è ancora raggiunta tra i moralisti per i diversi principi a cui si richiamano e per le diverse interpretazioni che dànno ad uno stesso p. r.
P. es., il p. r. Lex dubia non obligat è negato dal rigorismo o tuzionismo (v.), probabiliorismo (v.) e compensazionismo (v.), esagerato dal lassismo (v.) che lo ammette senza eccezione neppure dinanzi al dubbio te-
nue, concesso con restrizioni dall'equiprobabilismo (v.) e con eccezioni più verbali che reali, trattandosi piuttosto di applicazioni, dal probabilismo (v.). Cf. SISTEMI MORALI.

IV. I P. R. FONDATI SULLA PRESUNZIONe. - Molti p. r. nella stessa enunciazione si fondano su presunzioni (v.), congetture probabili di cosa incerta; la probabilità (v.) tuttavia ha da intendersi nel senso di verità da ritenersi tale fino a prova contraria. La legge stessa positiva (cf. cann. 1825-28, 1015, 1086, 1747, 1814, 1904, 1972), anche in materia toccante la coscienza e i diritti di terzi, ammette le presunzioni quali mezzi legittimi in mancanza di altri diretti a provare fatti o a creare diritti. Queste presunzioni in sostanza non sono che p. r., applicati a determinati casi. A parità si può dedurre che anche per il foro strettamente interno la presunzione è un p. r. legittimo, il quale non cede se non all'evidenza della verità. Così in caso di dubbio sulla legittimità del comando di un Superiore, disputandosi, p. es., circa l'uso di qualche suo potere, la presunzione sta per il Superiore, in modo che il suddito non possa avanzare eccezioni. La presunzione invece favorisce il suddito, in genere buono, nel caso che il Superiore dubiti della sua onestà: fino a prova contraria. Alcuni autori anzi vorrebbero ridurre tutti i p. r. a quello della presunzione.

Bim.: i moralisti generalmente nel tratt. De conscientia. V. inoltre: I. Gothofredus, De diversis regalis iuris antiqui, Ginevra 1653; I. B. D'Antoine, Les règles du droit can., Lione 1720; I. Manning, Presumption of love in matrimonial procedure, Washington 1935; I. De Mauri, Regulae iuris, Milano 1936; V. Bartoccetti, Le regole cunin. di diritto, Roma 1939; E. A. Mc Carthy, De certitudine morali quae in iudicis animo ad sententiae promontiationem requiritur, ivi 1948.

Sanato da R molto
PRISCA, santa. - A Roma nel sec. viI era commemorata una P. martire il 18 genn., ricordata anche dal Sacramentario gregoriano. Gli Itinerari dello stesso secolo la ricordano sepolta nel cimitero di Priscilla sulla Via Salaria nuova. In alcuni codici del Martirologio geronimiano, invece, alla stessa data è commemorata una Priscilla sepolta sulla stessa Via Salaria, che probabilmente è la eponima di quel cimitero.

La Passio, probabilmente del sec. viII, non è che il rimaneggiamento di quella di Taziona, e com'essa leggendaria. A Roma esisteva già nel sec. v un a titulus Priscae a ricordato in una iscrizione e nel Sinodo del 499; nel sec. vi esso è detto, come in casi simili, «sanctae Priscae»; nel sec. viII la fondatrice fu identificata con P., la moglie di Aquila di cui parlano s. Paolo (Rom. 16, 3; I Cor. 16, 19) e gli Atti degli Apostoli (18, 2; 18). Il titolo perciò fu messo in relazione con lo stesso s. Pietro. Recenti scavi mostrarono che fu costruito sopra un mitreo.

Bibl.: Lib. Pont., I, p. 501, 507; Acta SS. Januarii,