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pero, richiede rinunce e limitazioni nei consumi : le quali però, oltre un certo limite, incidono sulla produttivita stessa e annullano il r. Le due forme debbono coesistere, addicendosi la prima piuttosto alle classi
a entrate variabili, e la seconda piuttosto alle classi a entrate fisse: e integrandosi necessariamente, in quanto nessuna delle due ha carattere di norma universale. Né la prima forma (di r. produttivo) riuscirebbe infatti ad attuarsi senza i capitali forniti dalla seconda, né questa (il r. astinenza) potrebbe generalizzarsi senza provocare gravissime crisi come conseguenza della riduzione dei consumi.

La connessione, perciò, che viene d'ordinario stabilita tra i concetti di r. e di sacrificio, è relativa : si tratta di una preferenza data al consumo produttivo (detto anche consumo di r.) nei confronti del consumo di godimento, in base a calcoli di convenienza nei quali entrambi elementi morali, previdenziali e speculativi.

Il risparmiatore, con il "mettere da parte" le cose risparmiate per tesaurizzarle, o per trasformarle in strumenti di nuova produzione (capitali) sia direttamente, se egli è al tempo stesso imprenditore, sia prestandole ad altri contro interesse o reddito, dimostra che le cose medesime costituiscono per lui, attualmente, il "superfluo»; quello che, secondo il Vangelo, deve tornare ai poveri per la via normale dell'impiego produttivo dei capitali, fonte di nuovo lavoro e di nuovo r., oppure per le vie straordinarie della carità (elemosine, donazioni e assistenze varie). L'atto del risparmiatore precisa dunque nella pratica i concetti di necessario e di superfluo, soggettivi e indefiniti in teoria.
II. Trasformazione del n. - La trasformazione del r. in strumenti di nuova produzione e quindi di reddito (case, officine, porti, ferrovie, macchine, materie prime, brevetti ecc.) costituisce una funzione di capitale importanza dell'economia, detta appunto perciò «funzione capitale»: onde le denominazioni di "capitale" data al r. così trasformato, di "capitalista" al risparmiatore che ha compiuta la trasformazione, e di "capitalismo" al sistema economico che riconosce a proprio fondamento la funzione capitale (oggi però tale parola viene usata in senso dispregiativo, per designare forme eccessive e patologiche del sistema, gravanti con i loro effetti economici e morali sulla vita sociale).

Il r., come saldamente legato alla libera scelta tra un consumo immediato di godimento e un consumo produttivo, è un atto di volontà, quindi un atto morale: infatti esso dipende dalla operosità, dall'intraprendenza e generosità (prevalenti nella prima delle forme considerate sopra), dalle virtù della prudenza, dalla temperanza e della rinuncia (prevalenti nella seconda forma). Dovetali qualità e virtù hanno scarso pregio, il r. non si forma nella quantità annualmente necessaria, e la vita economica longue. I popoli forti, che hanno fondate saldamente le loro fortune, furono sempre popoli risparmiatori; e così gli individui, le famiglie e le aziende.
III. Il r. nella sua formazione e impiego. - Il r., nella sua formazione e nel suo impiego, è frutto anche di una cultura specifica e del grado di capacità contrattuale del risparmiatore, manifesti specialmente nella scelta degli investimenti. E in particolare la preoccupazione dei rischi e della svalutazione che tarpa le ali alla iniziativa, e fa preferire i consumi di godimento o la tesaurizzazione, oppure gli impieghi indiretti, a breve scadenza e socialmente meno utili. Ciò è deleterio per la vita economica, la quale può elargire il benessere dovuto al progresso, e mantenere ad alti livelli la domanda di lavoro e la sua remunerazione, unicamente se alimentata annualmente dalle masse di nuovo r. occorrenti almeno ad occupare i nuovi lavoratori (occorrono in media 2 milioni di lire per ogni unità lavorativa), bene distribuite tra capitali fissi e circolanti e tra i vari rami d'industria. Altrimenti si verificano i noti fenomeni di sovraproduzione, con conseguente diminuzione dei salari reali e quindi dei consumi, onde i produttori cessano a poco a poco di produrre e di risparmiare.

Come sempre, anche questa esigenza scientifica e pratica dell'economia è preannunciata in un precetto evangelico, la parabola dei talenti, che fa del buon uso del r. un obbligo morale, collegato con l'altro del ritorno

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del superfluo ai poveri che lo resero possibile con il loro lavoro, pur non essendo essi in condizione di risparmiare.
IV. Onestà del r. - Contrariamente alle teorie collettiviste, l'onesto r. rappresenta una indiscutibile proprietà del risparmiatore: e non c'è ragione che tale criterio muti a seconda che le cose risparmiate vengano usate in un modo o in un altro. Leone XIII nella Iterum novarum scrisse: "Se dunque (l'artigiano) con le sue economie vente a far dei r. e, per meglio assicurarli, li investi in un terreno, questo terreno non è infine altra cosa che la mercede travestita di forma, e conseguentemente proprietà sua né più né meno che la mercede stessa ". L'espropriazione o, peggio, la confisca del capitale è pertanto da respingere come contraria non soltanto alla morale e al diritto, ma alla ragione stessa e al tornaconto generale e particolare. Esistono altri mezzi, legittimi ed efficaci, per far partecipare gli operai alla proprietà dei mezzi di produzione: il r. individuale produttivamente impiegato, i vari tipi di contratto d'associazione con gl'imprenditori, l'azionariato operaio, le società cooperative ecc. Ogni insidia alla proprietà (s spazio vitale della famiglia ", come la definì Pio XII), toglie all'individuo la possibilità di resistere agli attentati alla propria libertà : e significa ristabilire centuplicato lo sfruttamento dal quale si pretende, a parole, di liberarlo. Vuol dire, anche, oltre l'offesa alla persona, deprimere l'intraprendenza, conseguendone una grave diminuzione del rendimento del lavoro, e quindi della produzione e dei consumi. E infatti noto come nei paesi a regime collettivista, o dove impers il capitalismo di Stato, il rendimento del lavoro scenda a livelli estremamente bassi, rivelati sia dagli altissimi prezzi dei prodotti sul mercato internazionale, sia dal compenso cercato nelle varie forme di attivismo e di emulazione, sia infine dalla inusitata estensione del lavoro forzato.
V. Progresso nella genesi del r. - Il progresso nella formazione, raccolta e investimento del r. è orientato verso forme tecniche assicurative realizzanti un sempre più elevato frazionamento del rischio, e verso l'invenzione di contratti e istituti che elevano il grado di commerciabilità dei simboli e, in grado minore, li difendono dalla svalutazione (v. svalutazione monetarila). A una forma assicurativa totale tendono sia i paesi cosiddetti capitalisti con i crediti fondiari e edilizi, le società finanziarie, fiduciarie e mobiliari, le holdings, le trustees e gli stessi titoli di Stato; sia i paesi nei quali lo Stato funziona da organismo economico centralizzato, assorbendo esso tutto il r. e distribuendolo secondo criteri pianificati (v. pianificazione). Ciò che caratterizza su piano economico i due cosiddetti blocchi politici, è soprattutto la via prescelta per la raccolta, l'assicurazione e l'investimento del r. Una concezione media potrebbe essere l'estensione del metodo assicurativo a tutti i simboli del r. di tutti i paesi del mondo ad opera di un organismo economico autonomo, su base di libertà; onde il r. finirebbe per perdere le sue caratteristiche monetarie e nazionali.

Bim., P. Lerer-Bezulieu, Trattato teorico-pratico di economia politica, I, Torino 1898, pp. 155 sgg., 191 sgg., 383 sgg.; E. Barone, Principi di economia politica, Roma 1929, p. 33 sgg.; G. De Schepper, Consportus generalis economiae socialis, ivi 1234, n. 342 sgg.; J. Ree, Dimostrazione di taluni nuovi principi sull'ec. pol. (Ibid. econ., 1^serie, vol. XII, Torino 1938; A. Graziadei, Itv., lo sconto bancario e il debito pubblico, Milano 1941; P. Saraceno, Spesa pubblica, risparmio nazionale e prestiti esteri in una politica di sviluppo economico dell'Italia meridionale (relazione al II Conv. di ingegneri ind. it., 5-6 nov. 1949), ivi 1949.

RISPETTO UMANO: v. FEDE; FORTEZZA; TIMORE.

RISURREZIONE DEI MORTI. - La Chiesa cattolica crede che, alla fine del mondo, tutti i morti, buoni e cattivi, risorgeranno per essere giudicati da Gesù Cristo e ricevere il premio o il castigo eterno. Questa dogma è comunemente enunciato con l'espressione "carnis resurrectio" per indicare che la parte inferiore del composto umano, per virtù divina, si ricongiungerà con l'anima immortale.
I. Verità della s. del m. - 1. Scrittura. - Nel Vecchio Testamento la rivelazione di questa verità fu progressiva, in armonia con lente preparazioni divine (Jahweh, Dio della vita: Gen. 5, 24; Dent. 32, 39; I Reg. 17; II Reg. 2, 3, 11-12; 4. 33-36; 13. 21; Ps. 9, 2; Sap. 2, 24; 16, 13) e con profunde aspirazioni del cuore umano (permanente familiarità con Dio: Gen. 3, 8; Is. 38, 18; Ps. 6, 5-6; 73, 25; giustizia ultraterrena come opera di Jahweh: Isr. 31, 49; Ez. 18). Il primo accenno appare al sec. viII, sotto il velo del simbolismo in $O_{2}$. 6, 1-2: "Venite, ritorniamo a Dio, poiché è lui che ci ha feriti e ci guarirà : ci ha peccossi e ci ridonerà la salute; dopo due giorni ci farà rivivere e nel terzo giorno ci risusciterà e vivremo alla sua presenza" (cf. Os. 13, 14). La risurrezione spirituale del popolo eletto viene promessa a Ezechiele ( 37 , 1-10) sotto l'immiagine grandiosa di un ossario (icon arida), che al soffio dello spirito di Dio, diviene un esercito vivente "grandis nimis valde ". Isaia annunzia la scomparsa definitiva della morte ( 25,8 ) e la restaurazione trionfale del popolo eletto, quasi reduce dall'esilio come dal sepolcro con termini che spontaneamente evocano il concetto della r. dei corpi (26, 19; cf. F. Notscher, Altorientalischer und alttestamentlicher - Auferstehunggsglauben, Würzburg 1926, p. 159). Il celebre testo di Giobbe (19, 23-27) è oggi fortemente discusso; la versione della Vulgata, di cui la Chiesa fa largo uso nella liturgia dei morti, esprime chiaramente la fede nella r.: "Scio enim quod Redemptor meus vivit et in novissimo die de terra surrecturos sum et rursus circumdabor pelle mea et in carne mea videbo Deum. Quem visurus sum ego ipse et oculi mei conspecturi sunt et non alius"; il testo masoretico è meno esplicito e in qualche punto probabilmente corretto. L'oscuro, che scriverà in un periodo di persecuzioni, annuncia la r. individuale dei buoni e dei cattivi in vista del giudizio, come moniti agli empi soggetti ad una giustizia ultraterrena. I sette fratelli Maccabei, martirizzati ad uno ad uno, fecero solenne professione di fede nella r. futura: "Tu, o scellerato, ci uccidi nella vita presente, ma il Signore dell'universo esalterà noi, morti per l'osservismo delle sue leggi, risuscitandoci per la vita eterna" (II Moch. 7, 9; cf. 7, 14. 17; 12, 43-45 [oblazione per i defunti: v. purgatorio]; 14, 46 [episodio di Razia]).

Questa dottrina, accolta soltanto dalle anime più elevate d'Israele e respinta dall'intera setta sadducea (cf. Mt. 22, 23; Lc. 22, 27; Act. 4, 1-2; 23, 8), divenne insegnamento universale nel cristianesimo. Gesù, confutato l'errore dei sadducei (Mt. 22, 23-33), confermò ampiamente l'insegnamento dei farisei (cf. IV Esd. 7. 32) e dei migliori israeliti (Mt. 10, 28; 14, 2; Lc. 9, 8; 14, 14) soprattutto nel colloquio con Marta: "Tuo fratello risorgerà. Marta rispose: so che risorgerà all'ultimo giorno. Gesù le disse: io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se sarà morto, vivrà" (Io. 11, 23-25). Precedentemente Cristo aveva affermata la propria divinità appellandosi al suo potere, comune al Padre, di far risorgere i morti: "... In verità, in verità vi dico che è giunta l'ora, ed è questa, in cui i morti udiranno la voce del Figlio di Dio e coloro che l'avranno udita vivranno..." (Io. 5, 21. 25. 28-29). Nel discorso tenuto nella Sinagoga di Cafarnao Gesù pose un intimo rapporto tra la sua carne eucaristica e la r. somatica (ibid. 6, 39-40) e di nuovo si attribuì il potere divino di far risorgere i morti (ibid. 6, 55). Le categorie affermazioni di Gesù ebbero la folgorante prova dei fatti, soprattutto nella sua Risurrezione (v. Gesù Cristo).

La predicazione apostolica è concentrata su questo fatto. S. Pietro e s. Giovanni a annunciabant in Iesu resurrectionem ex mortuis " (Act. 4, 2; cf. Apoc. 20, 11 sgg.) e s. Paolo professò la sua fede in questa verità disputando con i filosofi stoici ed epicurei nell'ereopago (ibid. 17, 32), davanti ai sacerdoti e ai sadducei di Gerusalemme (ibid. 23,6 ), al preside romano Felice (ibid. 24, 15), ad Agrippa (ibid. 26, 8, 23); ne rirendicò il significato somatico contro Imenco e Pilato (II Tim. 2, 18); se ne servì come verità indiscutibile per consolare i Tessalonicesi rattristati per la morte dei loro cari (I Thess. 4, 13); ne dimostrò la credibilità dalla Risurrezione di Gesù (I Cor. 15, 12-19),

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Gioi, Roflechi Arraso e Martili. Risurrezione del mORT - La r dei corpi, scultura di Lorenzo Maitani. Faccista del Duomo (inizio del sec. xiv) - Orvieto.
dalla solidarietà delle membra con il capo (ibid. 15, 20-22), dal Battesimo "pro mortuis" (ibid. 15, 29), dall'eroismo dell'apostolato (ibid. 15, 30-32), dalla vittoria perfetta di Cristo sulla morte (ibid. 15, 53-57), dal desiderio posto da Dio nel cuore umano di una reintegrazione perfetta del composto umano (Rom. 8, 22-23), dal carattere e dal dono dello Spirito Santo come divina caparra (Eph. 1, 13-14; 4, 30; II Cor. 5, 4-5), dall'inabitazione dello Spirito Santo (Rom. 8, 11); ne illustrò la possibilità dalla analogia del seme (I Cor. 15, 36). Nella lettera agli Ebrei $(6,1-2)$ pose tra le dottrine fondamentali ( $\left.\partial \varepsilon \varepsilon \varepsilon^{\prime} \lambda \lambda \lambda \lambda \nu\right)$ del cristianesimo quella della r. dei m. (cf. L. Simeoni, Doctrina resurr. iusturum in ep. s. Pauli, Roma 1938, pp. 86-123; L. Cerfaux, La résurr. des morts dans la vie et la pensée de st Paul. in Lumière et vie, I [1952], pp. $61-82)$.
2. Tradizione. - Fin dall'inizio della Chiesa la r. dei m. venne fortemente attaccata dai pagani (cf. s. Agostino, Enarr. in Ps., 88, 2: PL 37, 1134), pertanto i primi apologisti furono particolarmente solleciti di difenderla. Dopo le testimonianze della Didachè ( 16,6 ), dello Ps. Barnaba (5,6; 21, 1), della I Clem. 24, 1-5 (idea paolina del seme) e 25-26 (leggenda dell'araba fenice), di s. Giustino (I Apol., 18-19: PG 6, 316-57: paragone del seme), di Taziano (Adv. Graeco, 6: PG 6, 817-20: Dio può ricomporre il corpo nonostante le più disparate trasformazioni), comparve il primo trattato De resurr. carnis di Atenagora (PG 6, 973-1024) in cui si dimostra la possibilità (chi creò il corpo lo può far risorgere, anche nell'ipotesi dell'antropofagia) e la necessità di questo avvenimento escatologico (destino, natura, fine dell'uomo, giustizia di Dio). Dopo il contrattacco di s. Ireneo alla negazione degli gnostici (Adv. Haeres., IV, 18, 5; V, 2, 2; V, 3, 2: PG 7, 1027-29; 1123-30), Tertulliano adunò tutti gli elementi della Scrittura e della Tradizione nel De resurrectione carnis (PL 2, 791-886), di cui sono celebri gli argomenti di convenienza, desunti dalle mutazioni del creato (cap. 12 : ibid., 8ro; cf. Minocio Felice, Octavius, 34 : PL 3, 347), dalla dignità della carne umana (cap. 9, ibid. 2,807), dalla giustizia divina (cap. 8: ibid. 806), dalla perfezione della salvezza (cap. 34: ibid. 842; cf. H. I. Marrou, La résurr. des morts et les Apologistes des prem. siècles, in Lumière et vie, I [1952], pp. 83-91). Origene nel De principiis, II, 3, 7 e III, 54 sembra mettere in dubbio se gli eletti avranno il corpo nell'altra vita, ma questo non è il suo pensiero esatto o definitivo, poiché altrove condanna apertamente gli gnostici, che ammettevano la salvezza soltanto dell'anima; cf. P. Prat, Origène, Parigi 1907, pp. 88-89; egli negò solo l'identità materiale del corpo risorto (cf. s. Girolamo, Ep. ad Pammachium: PG 11, 95-96), tentando però di salvare l'identità essenziale con l'uso di concetti aristotelici (cf. A. Michel, art. cit. in bibl., coll. 2530-31).

Giustiniano (Ep. ad patriarcham Menam: Mansi, IX, 516 e 533) attribuì ad Origene l'idea che i corpi risorgeranno in forma sferica, ma di ciò nessuna traccia si trova nelle opere rimaste. Origene male interpretato diede occasione ad una polemica, in cui il modo della r. dei m. fu variamente discusso e la verità sempre più asserita (s. Metodio d'Olimpo, De resurrectione, 12: PG 18, 317 sgg.; s. Epifanio, Haeres., 64 : PG 51, 1188). Nei secc. iv e v la tradizione segui il suo corso normale attraverso gli scritti dei grandi Padri sirisci (Afraste, Demostr., 7; s. Efrem, Sermo in II dom. Adv., ed. Assemani, II, Roma 1743, p. 213), greci (s. Cirillo di Gerusalemme, Cutech., 18: PG 53, 1040; s. Giovanni Crisostomo, Hom. in resurr. mort., 7 : PG 50, 429; s. Basilio, In Ps., 44, 1: PG 29, 388; s. Gregorio Nisseno, De hominis apificio, 27 : PG 44, 225-28; e latini (s. Ilario, In Ps., 2, 9: PL 9, 285; s. Ambrogio, De excessu fratris Satyri, II, 60-64: PL 16, 1332-33; s. Girolamo, Ep., 108, 31 : PL 22, 902; s. Agostino, Serm., 361 e 362 : PL 39, 1599, 1611; Enchiridion. capp. 84-92: PL 50, 272-75; De Civitate. 361, 21-22: PL 41, 782-83). La Scolastica si occupò soprattutto dei problemi speculativi che questa verità solleva (cf. s. Tommaso, Contra Gentes. IV. 80-89).
3. Dottrina della Chiesa. - Il magistero fin da principio espresse la dottrina rivelata in un articolo inserito poi nelle varie professioni di fede: "Credo... carnis resurrectionem" (Simbolo Apostolico, Denz-U. 2, 6, 8); "Exspectamus resurrectionem mortuerum" (Simbolo NicenoCostantinop., ibid., 86) : cf. Simbolo di s. Epifanio (ibid., 14); Fides Damasi (ibid., 16), Simbolo Atanasiano (ibid., 40), Concilio di Braga (del 561 ; ibid., 242), Simbolo di Leone IX del 1053 (ibid., 347), Professione di Michele Paleologo del 1247 (ibid., 464), bolla Benedictus Deus, di Bene-
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(fol. Eac. Catt.)
Risurrezione del mORT - L'angolo suona la tromba e un morto risorge. Iniziale miniata del cod. Urb. lat. 564. L. II (sec. xv), contenente la versione italiana dell'Abeydion, con glosse di Nicola di Lira - Biblioteca Vaticana.

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(Int. del Musco)
Risurrezione di Gesù Cristo - Cristo risorto. Scultura in legno policromato proveniente dal monastero di Wienhausen (ca. 1300). Hannover, Landesmuseum.
detto XII del 1336 (ibid., 532). Professione di fede di Pio IV (ibid., 994).
II. L'identità dei corpi risorti. - E esplicitamente rivelata in I Cor. 15, 53 "Oportet enim corruptibile hoc ( $\tau \circ \hat{\sigma} \tau \mathrm{s}$ ) induere immortalitatem", ed espressa da Tertulliano: "Resurget caro et quidem omnis, et quidem ipsa, et quidem integra" (De resurrectione carnis, 63 : PL 2, 933); da s. Girolamo (Contra Iohannem Hieros., 30: PL 23, 398), da s. Agostino (Sermo, 264, 6: PL 38, 1217; "Iste caro resurget, ista ipsa quae sepelitur, quae moritur "), e da Teodoreto (In I Cor., 15, 53: PG 82, 367) e solennemente definita nel Simbolo di Leone IX: "Credo etiam veram resurrectionem eiusdem carnis quam nunc gesto" (Denz-U, 347) e nei Concili ecumenici Lateranense IV (ibid., 429) e Lugdunense II (ibid., 464).

Quando ci si chiede come un corpo umano divenuto polvere, confusa con i più disparati elementi cosmici, possa essere ricomposto nella sua identità numerica, si deve confessare che si è di fronte al mistero comune a tutti gli aspetti dell'economia della salvezza (cf. L. Billot, De novissimis, Roma 1938, p. 154). Si spiegano pertanto le divergenze dei teologi nel modo di concepire l'identità dei corpi risorti. Sorvolando sulla discussa opinione di Carlo Bonnet (m. nel 1799: riteneva che un corpo spirituale, come germe, rimarrebbe aderente all'anima, da cui poi si svilupperebbe naturalmente il corpo; fu confutato a fondo da A. Muzzarelli, Il buon uso della logica, Foligno 1788, capp. I e 4), occorre ricordare il tentativo del Durando, secondo il quale per avere l'identità del corpo risorto è sufficiente l'identità della forma (l'anima), qualunque sia la materia a cui si unirà per virtù divina (IV Sent., d. 44, q. 1). Sebbene questa spiegazione sia piaciuta al Billot (De novissimis, Roma 1838, pp. 154-62, seguito da' Hugueny, Michel, Feuling), non pare tuttavia accettabile, soprattutto perché non sembra salvare perfettamente quanto i documenti della fede richiedono per l'identità numerica del corpo risorto. Pertanto la dot-
trina di s. Tommaso, anche in questo punto è da preferirsi; cioè che "ex coniunctione eiusdem animae numero ad eamdem materiam numero homo unus numero reparabitur" (Contra Gent., IV, 81; cf. Compendium theologiae, cap. 153; Sum. Theol., suppl., q. 79, a. 1, ad 3); principio applicato con grande moderazione, per cui non si richiede che tutta la materia informata successivamente dall'anima, nel corso della vita umana, sia ripresa, ma "praccipue illud resumendum videtur, quod perfectius fuit sub forma et specie humanitatis consistens" (Contra Gent., IV, 81). Cosi respinge la difficoltà dell'antropofagia (ibid.), affiorata dai primi tempi del cristianesimo.
III. Proprietà e doti dei corpi risorti. - I corpi di coloro che risorgeranno godranno di prerogative naturali e preternaturali, dette proprietates: a) l'immortalita (prerogativa preternaturale), esplicitamente asserita in I Cor. 15, 53; Lc. 20, 55; Apoc. 21, 4; anche ai corpi dei dannati; b) l'integrità (prerogativa naturale), che implica la restituzione delle membra (cf. Denz-U, 207), la distinzione dei sessi (cf. s. Girolamo, Epitaphium Paulae, 22: PL 22, 900; s. Agostino, De Civitate Dei, XXII, 17: PL 41, 778) e la perfezione dei sensi (cf. L. Lessio, De summo bono, I. III, cap. 8); c) la bellezza e prestanza fisica (proprietà naturale), di cui tratta ampiamente s. Agostino: "Nihil tunc vitii in corporibus existet" (De Civitate Dei, XXII, 19: PL 41, 781).

I corpi gloriosi inoltre avranno quattro doni totalmente soprannaturali, chiamati dotes, di cui parla s. Paolo in I Cor. 15, 42-44; a) l'impassibilità o incorruttibilità ( $\dot{\alpha} \sigma \tau \alpha \rho \varepsilon i ́ s$ ) derivato dalla perfetta sottomissione del corpo all'anima (cf. s. Tommaso, Sum. Theol., suppl., q. 82, a. 1) per cui saranno preservati da qualunque dolore (cf. Is. 25 , 8; 49, 10; Apoc. 7, 16-17; 21, 4); b) la chiarezza ( $\delta \dot{\omega} \zeta \alpha$ ), che rifletterà sui corpi dei Santi lo splendore interiore dell'anima (Sum. Theol., suppl., q. 85, a. 1) rendendoli conformi, anche nel corpo, al Verbo Incarnato: (Phil. 3, 21) onde "tunc fulgebunt iusti sicut sol in regno Patris mei" (Mt. 13, 45; cf. Sap. 3, 7; Dan. 12, 3); c) l'agilità ( $\delta \hat{\omega} v \alpha \mu \iota \varsigma$ ), per cui i corpi, liberi dalla naturale pesantezza, potranno rapidamente trasferirsi da un punto all'altro (cf. Is. 40, 31; s. Agostino, Serm., 242, 3: PL 38, 1149) : ciò avverrà per la completa sottomissione del corpo all'anima non come forma ma come motor (Sum. Theol., suppl., q. 84, a. 3); d) la sottigliezza ( $\sigma \dot{\omega} \mu \mathrm{s}$ тvсı $\mu \alpha \tau \iota \alpha \dot{\omega}$ ), che, diversamente intesa, s. Tommaso (ibid., q. 83, aa. 1 e 6; Contra Gent., IV, 86) ritiene sia quella dote per cui il corpo serve perfettamente come strumento di qualunque azione; comunemente oggi è interpretato dal potere dei corpi gloriosi di penetrare, senza difficoltà e senza mutua lesione, gli altri corpi dell'universo. S.Tommaso, del resto, concede ai corpi degli eletti anche questa prerogativa (IV Sent., d. 49, q. 4, a. 2, 90, 6, sol. 2; Sum. Theol., suppl., q. 83, a. 2); cf. A. Lópicier, De novissimis, Roma 1921, pp. 463-65).

BibL.: oltre ai trattati di dogmatica concernenti i "Novissimi", cf. L. I. Mierts, De resurrect. corporum, Lovanio 1890; Andrea da Campodarsego, De resurrect. mortuorum, Roma 1914; A. D'Alès, Résurrect. de la chair, in DFC, IV, coll. 982-1004; A. J. Chollet, Corps glorieux, in DThC, III, coll. 1870-1906; F. Segarra, De identitate corporis mortalis et corporis resurgentis, Madrid 1920; E. Schultz, La résurrection des corps devant la raison, in Nouv. rev. théol., 54 (1927), pp. 273-84, 339-60; A. Michel, Résurrect. des morts, in DThC, XIII, coll. 2301-71; H. Leclereq, Résurrect. de la chair, in DACL, XIV, coll, 2303-98; E. Hugueny, Résurrection et identité corporelle, in Rev. des sc. philos. et théol., 23 (1934), pp. 94-106; J.-D. Fulghers-J. Webert, La résurr., Parigi 1938; A. Casamassa, Gli Apologisti greci, Roma 1944, pp. 102-106, 174-81, 209; P. Nautin, Je crois à l'Esprit Saint dans la Ste Egl. pour la résurr. de la chair, Parigi 1947; R. T. Grant, The Resurr. of Body, in Journ. of Relig., 28 (1948), pp. 120-30, 188-208; L. Beaudoin, Ciel et résurrection, in Le mystère de la mort et sa célébration, Parigi 1951, pp. 252-72; D. Dubarle, Résurr. et science, in Lumière et vie, 1 (1952), pp. 93-100; A. Greil, Notes complément. sur la résurrection, ibid., pp. 101-106.

Antonio Piolanti
RISURREZIONE DI GESÙ CRISTO. - Il fatto storico della R. di Cristo e la trattazione dogmatica relativa sono esposti alla v. Gesù Cristo. La commemorazione liturgica della R. è svolta alla

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v. pasqua. Qui la trattazione riguarda soltanto la parte iconografica.

Si usava già raffigurare la R. di Cristo nell'arte paleocristiana, come dimostrano diversi sarcofagi scolpiti, adornati con storie della Passione. La R. però veniva allora raffigurata in modo simbolico, per mezzo di una Croce (Crux nuda) sormontata dal monogramma - Pax e e sotto la quale dormono due guardie; cantano la gloria di Dio alcuni uccelli, messi intorno alla Croce, per alludere all'aura paradisiaca della sacra scena (v. ANASTASI). Ottimi modelli di una tale primitiva raffigurazione simbolica della R. sono offerti da due sarcofagi marmorei del sec. Iv nel Museo cristiano lateranense a Roma (n. 164 e n. 171). E da notare, che ad una tale raffigurazione simbolica della R. spettava sempre nei sarcofagi paleocristiani il posto centrale tra le altre scene della Passione di Nostro Signore. Il medioevo fece uso di un concetto figurativo molto diverso: per mezzo cioè di un sepolcro aperto, ad un lato del quale si vedono due o tre pie donne e all'altro lato uno o due angeli.

Fino al 1300 la figura di Cristo risorto non veniva riprodotta affatto nelle rappresentazioni della R., le quali tutte, quindi, raffiguravano un momento posteriore alla uscita di Nostro Signore dalla tomba vuota. Una delle più antiche testimonianze di tale concetto iconografico è offerta da un affresco del sec. IX, che si trova nella chiesa inferiore di S. Clemente a Roma; un'altra è negli affreschi di S. Angelo in Formis (sec. xi). Secondo il medesimo concetto si usava raffigurare la R. tra le storie del ciclo della Passione, che adornavano i tabelloni laterali della croci dipinte e sagomate : ad es., quella di Enrico di Tedice nel S. Martino a Pisa. Del medesimo concetto figurativo si avvalse ancora Duccio nella Maestà dell'Opera del duomo di Siena. Con una rappresentazione delle pie donne al sepolcro vuoto, custodito da un angelo, è stata pure rappresentata la R. di Cristo da Lorenzo Maitani sui piloni della facciata del duomo di Orvieto. Anche Giotto nella sua R., affrescata poco dopo il 1305 sulle pareti della cappella degli Scrovegni a Padova, si accostò in gran parte allo schema iconografico tradizionale del medioevo, illustrando la sacra scena con un sepolcro vuoto, custodito da due angioii e circondato da guardie addormentate. Egli, tuttavia, intrecciò ad una tale raffigurazione della R. quella del Cristo risorto con la bandiera del Salvatore tra le mani, che appare alla Maddalena.

Un importante cambiamento generico per l'iconografia della R. si opera verso il 1300 , quando si notano le primizie della presentazione della figura di Cristo nella raffigurazione della scena. Questo cambiamento del concetto iconografico è bene illustrato da una miniatura romana dell'ambiente di Pietro Cavallini, databile ca. al 1303, che adorna l'Exultet del cod. n. 78 B. dell'Archivio di S. Pietro a Roma. Ivi la R. è stata raffigurata in due scene successive, insieme raggruppate : la prima di esse offre un concetto nuovo e cioè presenta Cristo uscente dal sarcofago spalancato, mentre le guardie dor-
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(Itel. Alinari)
Risurrezione di Gesù Cristo - Affresco del Beato Angelico. Firenze, Museo di S. Marco.
mono; nella seconda invece si ha una ripetizione del concetto iconografico tradizionale, con le pie donne presso il sepolcro vuoto, custodito da un angelo. L'antico schema iconografico, senza la rappresentazione del Cristo, si perde man mano nel corso del Trecento. Fra le sue ultime riprese si nota il pannello databile a ca. il 1375 , attribuito a Jacopo di Cione, nella Galleria nazionale di Londra.

Il nuovo concetto iconografico della R. viene invece seguito da Pietro Lorenzetti nel Cristo risorto, affrescato verso il 1331 sulle pareti del transetto sinistro della Chiesa inferiore alla basilica di S. Francesco ad Assisi. Nella R., databile a ca. il 1370 , affrescata su una delle vele triangolari della vòlta del cappellone degli Spagnoli presso S. Maria Novella a Firenze, un tardo maestro giottesco, forse Andrea da Firenze, raffigurò nel centro della scena Cristo risorto sulle nubi al disopra del sepolcro vuoto, custodito da due angeli, mentre davanti al sarcofago giuociono sei guardie addormentate e a sinistra si trova un gruppo di tre pie donne; a destra invece si vede, come fece Giotto a Padova, la scena dell'apparizione di Cristo alla Maddalena. La presentazione di Cristo uscente dalla tomba, oppure, per lo meno, la raffigurazione del Salvatore al di sopra del sepolcro al centro dell'immagine, caratterizza tutte le R. quattrocentesche e
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(per cortesia della signorina Ida Bertagna)
Risurrezione di Gesù Cristo - Cristo risorto e le pie donne al sepolcro. Miniatura dell'Exultet B 78 di S. Pietro. Opera di miniature romane, seguace di Pietro Cavallini (1303-1305) - Roma, Archivio della basilica di S. Pietro, cod. 78 B.
quelle posteriori. Fra esse si notano quella di Lorenzo Ghiberti in una formella della porta nord del Battistero fiorentino (1423). Ammirevole è la R. affrescata poco dopo il 1440 in una delle celle del convento di S. Marco a Firenze dal Beato Angelico, con a destra quattro pie donne, a sinistra un angelo, che indica il Cristo risorto, raffigurato al centro dell'affresco; s. Domenico è inginocchiato nell'angolo sinistro in adorazione avanti alla scena. Le pie donne non intervengono nella R. di Luca della Robbia, databile ca. il 1445 , in una lunetta in terracotta nella sacrestia del Duomo fiorentino, raffigurante proprio il momento in cui Cristo, portando la bandiera del Salvatore, esce dal Sepolcro, mentre le guardie dormono sulla terra e le gerarchie angeliche cantano l'inno di gloria nei cieli.

Lo stesso concetto (ma senza la raffigurazione degli angeli in cielo) è stato adottato da

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Risurgezione di Gesù Cristo - Cristo risorto. Affresco di Andrea del Castagno (metà sec. XV) - Firenze, convento di S. Apollonia.
Piero della Francesca nel suo affresco del Palazzo comunale di Borgo S. Sepolcro, ultimato poco prima del 1480 . Lo segue il Perugino nella tavola eseguita nel 1502 ed ora conservata nella Pinacoteca Vaticana, dove Cristo risorto si vede sul fondo di una luminosa mandorla.

L'arte del Cinquecento diede pure rappresentazioni di Cristo risorto circondato da diversi santi. In tale modo dipinse la R. di Cristo nel 1516 Fra' Bartolomeo della Porta in un quadro, ora nel Palazzo Pitti a Firenze, con al centro il Salvatore che domina la sua tomba ed ai lati i quattro santi raggruppati in una conversazione. Si vedano anche le illustrazioni della voce pasqua. - Vedi tav. LII.

Bibl.: K. Künste, Die Ihonographie der christlichen Kunst, Friburgo in Br. 1926, pp. 300-14. Witold Wehr RISURREZIONE e REVIVISCENZA. - La r., ossia il ritorno a piena vita di un organismo sicuramente morto, in ogni tempo è stata invocata quale massima dimostrazione di una potenza superiore ai limiti della natura. Di fatto, la r. appare episodicamente nel Vecchio Testamento, a dimostrazione del mandato divino affidato ai profeti, e nel Nuovo Testamento, quale prova massima data da Gesù Cristo a dimostrazione della propria divinità o da alcuni Apostoli e Santi a suggello della nuova religione da essi predicata.

Così, nel Vecchio Testamento, Elia (I Reg. 17, 17-24) risuscita il figliolo della vedova di Sarephta; Eliseo (II Reg. 4, 28-37) richiama dalla morte il figlio della Sunamitide; dopo morto, le ossa di lui, con il solo contatto, ridanno la vita a un uomo condotto a sepoltura (II Reg. 13, 21). Nel Nuovo Testamento, le tre risurrezioni operate da Gesù : il figlio della vedova di Naim (Lc. 7, 11-16), la figlia dodicenne di Giairo (Mc. 5,

22-24, 25-42), il diletto amico Lazzaro, cadavere da quattro giorni (In. 11, 1-45). Nell'istante in cui Gesù muore, molti corpi di Santi, già morti precedentemente, risorgono apparendo a molti in Gerusalemme (Mt. 27, 52-53). Tra tutte, coronamento e prova schiacciante della zui divinità, la propria gloriosa r. all'alba del terzo giorno dalla morte in croce.

Nei tempi apostolici, Pietro a Ioppe ridà la vita alla defunta Tabitha (Art. 9, 36-42) e Paolo a Troade risuscita il giovanetto Eutiche che, addormentatosi sul davanzale della finestra durante il lungo discorso dell'Apostolo, era precipitato dal terzo piano (ibid. 20, 6-12).
R. da morte ricompaiono poi anche durante la storia della Chiesa. Una prima facile scappatoia ai negatori dei miracoli di r. è il non riconoscerne l'esistenza storica; se il fatto è storicamente ammesso, la critica tenta spiegazioni naturalistiche, giudicando trattarsi di fenomeni di risveglio da stati di letargo (v.) o di letargia (v.), o di reviviscenza da morte (v.) apparente. I casi di r. vengono cosi assimilati a fenomeni ben studiati e conosciuti dalla biologia e dalla medicina, i quali però sono tutt'altra cosa della vera r.

Il letargo è un fenomeno presente soltanto nei mammiferi inferiori, o in specie di animali ancor più basse, sotto forma di estivazione o ibernazione. Dall'apparenza di un sonno profondo, ma ben differente da questo nella sostanza, è costituito da una riduzione al minimo delle principali funzioni della vita vegetativa (respirazione, circolazione, metabolismo basale) e quasi abolizione di quelle della vita di relazione. Sua caratteristica e d'essere legato alle condizioni dell'ambiente e rappresentare un mezzo per permettere all'individuo la sopravvivenza in condizioni in cui una vita normale non sarebbe possibile; in tale stato vengono logorate lentamente le riserve, particolarmente di grasso, accumulate nel corpo dell'animale (v. digiuno). Nell'uomo non si verificano fenomeni di vero e proprio letargo; ma, soltanto eccezionalmente, in particolari condizioni di ambiente e di scarsezza massima di alimentazione, fenomeni di "vita al minimo " in cui il soggetto riduce al massimo grado ogni sorta di attività di vita di relazione e dispersione energetica verso l'ambiente. Esempi di tal genere si possono osservare durante i lunghi periodi d'inedia cui può esser esposto l'uomo per carestie o reclusione in campi di concentramento. In tali condizioni, possono allungarsi fortemente i periodi del sonno giornaliero, durante il quale si attua al massimo grado l'economia del ricambio interno; ma mai vengono a stabilirsi le condizioni proprie del letargo, sia dal punto di vista della vita vegetativa che di quella di relazione. Si dice che, per un'estrema penuria di cibo, i contadini russi e gli esquinesi possano cadere in un particolare sonno letargico, riducendosi le manifestazioni vitali quasi a forma latente (O. Polimanti, Il letargo, Roma 1913).

Altra cosa, invece, sono le condizioni, particolari all'uomo, della catalessia (v.) e della letargia. Si tratta qui di vere forme morbose, sempre indice di anormalità neuropsichica, trattandosi di soggetti affetti o da malattie organiche del sistema nervoso (encefaliti) o isterismo (v.) o di alcune forme di nevrosi (v.). In tali forme sono principalmente colpite le funzioni della vita di relazione, assumendo il soggetto l'aspetto di persona profondamente addormentata; il polso e il respiro sono lenti e in alcuni casi può giungersi ad arresti di questo, anche protratti per alcune ore, avendosi così l'apparenza di morte; apparenza soltanto, dato che un esame ben condotto sulle altre funzioni (circolazione, reattività nervosa) mostra che l'individuo è tuttora in vita. Si parla da alcuni autori di casi di letargia durati perfino 32 giorni (Krause), per quanto riguarda l'apparenza di sonno, rimanendo però presenti le funzioni della circolazione e della respirazione. In un caso di Pfendler (citato da Binswanger) vi fu arresto del respiro per 48 ore, rimanendo però integra l'attività cardiaca. Non si tratta quindi mai di morte intesa nel senso assoluto della parola, perché sempre persistono le funzioni cardinali della vita vegetativa, sia pure ridotte a un minimo pressoché irrilevante a un esame condotto grossolanamente. Nel caso in cui le ultime manifestazioni della vita si riducono all'attività cardiaca, la reviviscenza è possibile soltanto per l'intervento del medico, tempe-

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stivo, secondo arte e prolungato; è escluso uno spontaneo ritorno alla vita dell'individuo in stato di cosiddetta morte apparente in cui persista la sola attività cardiaca.

La letteratura medica descrive casi di reviviscenza ottenuta, per opera di mezzi straordinari di rianimazione, anche vari minuti dopo il completo arresto del cuore. In tali casi, cessata ogni attività di funzioni vitali, potrebbe sembrare trattarsi di vera r. da morte. Anche qui, però, persistono nel soggetto la vitalità delle cellule muscolari e ganglionari del cuore, se pure in uno stato di momentanea mibizione funzionale; ma ciò perdura solo un tempo brevissimo, dopo il quale anche le cellule più resistenti vengono travolte dalla morte, per la loro asfissia (anossia) e l'accumulo dei prodotti catabolici tossici.

Ancor più rapidi a morire sono gli elementi nervosi di più alta dignità funzionale, propri delle zone corticali e sottocorticali. Passato un certo periodo di tempo, in verità assai breve, dopo la sospensione del respiro e della circolazione, anche se i mezzi straordinari posti in opera riescono a rialtivare e ricondurre alla loro automaticità per un certo tempo le suddette funzioni, l'individuo rimane irremissibilmente morto nella sua attività sensitivococciente e motrice-volontaria. Ogni legame d'intelligenza, di affettività, di volontà con l'ambiente è in lui distrutto: quello che fu un uomo è ridotto alle condizioni di un animale da esperimento cui siano stati distrutti gli emisferi cerebrali (cane di Goltz). Tra gli ultimi casi, ben dimostrativi delle limitate speranze di una piena riviviscenza, vedi quello occorso e illustrato da E. Scavo, La riviviscenza, relazione del 5 maggio 1952 all'Università internazionale G. Marconi in Roma.

Il sistema nervoso, indispensabile strumento di ogni attività di coordinazione interna dell'organismo e di relazione con il mondo esterno, assai velocemente cade nella morte assoluta. Richet vide che dopo soli tre minuti il midollo di un cane, ridotto esangue, muore irremissibilmente; Stewart pone come termine massimo sette minuti primi, Weinberger e compagni hanno affermato che la vita non può esser ripristinata che per poche ore se l'arresto della circolazione dura oltre 8 minuti e 45 secondi (v. M. D. Mercier Fauteux, op. cit. in bibl.). Alla prolungata mancanza di ossigenazione (anossia) resistono i vari elementi del sistema nervoso in relazione inversa al loro grado di dignità funzionale e la morte assoluta irrimediabilmente compie il suo cammino dalle strutture più elevate alle più elementari. L'anossia produce perdita della coscienza in 10 secondi, arresto delle onde elettriche dell'elettroencefalogramma in 20-30 secondi; in 3-5 minuti le strutture nervose più elevate (a cominciare dai neuroni corticali, seguendo i nuclei della base, particolarmente il lenticolare, e il cervelletto) subiscono alterazioni distruttive non più reversibili. Assai più resistenti, ma sempre limitatamente, sono i centri bulbari cardiocircolatori ( $15-20$ minuti primi) e quelli respiratori ( $30-60$ minuti primi). La resistenza è maggiore negli individui giovani (massima nei neonati asfittici) che in quelli adulti e con cervello in piena attività di azione (v. Sidney C. Wiggin, ecc., op. cit. in bibl.). Per tali ragioni i tentativi di rianimazione di un individuo, colpito da semplice arresto respiratorio, cui segue in breve arresto cardiaco, o colpito da contemporaneo arresto cardio-respiratorio, può dare una speranza di riviviscenza tanto maggiore quanto più rapidamente ed energicamente vengono posti in opera i mezzi di rianimazione : respirazione artificiale, manuale o con polmoni meccanici; stimolazione elettrica ritmica del frenico; eccitazione cardiaca con iniezioni intracardioche (adrenalina, cloruro di bario, ecc.); irritazione meccanica del pericardio; massaggio diretto del cuore; iniezioni o perfusioni intervenose di medicamenti o di soluzioni fisiologiche artificiali o di plasma sanguigno o di sangue di donatore; circolazione artificiale con dispositivi esterni meccanici di circolazione e ossigenazione, direttamente sil lacciati alla rete circolatoria del soggetto da rianimare.

Va posto, quindi, bene in evidenza, come, in un individuo colpito da arresto respiratorio e da sincope cardiaca, la reviviscenza rappresenti sempre un'opera complessa e difficile, che richiede organizzazione tecnica di primo ordine, abilità di operatori, massima tempestività d'azione
e che sempre è da considerarsi aleatoria nei suoi ultimi risultati, sia per quanto riguarda il ripristino duraturo dell'attività automatica del respiro e del cuore, ancor più per una piena ripresa dell'attività del sistema nervoso superiore. In tutti i casi, anche i più recenti, in cui la reviviscenza fu ottenuta con mezzi straordinari, dopo un arresto del cuore più lungo di alcuni minuti (tre e mezzo), la morte reale seguì poi a scadenza di poche ore o giorni e in ogni caso, durante un tale periodo di sopravvivenza, l'individuo non manifestò nessun riacquisto delle facoltà neuro-psichiche superiori.

Una particolare forma di sospensione e di ritorno all'attività vitale è quella di cui si parla nei riguardi dei fachiri (v.), capaci, si dice, di mostrarsi come morti, rimanere sepolti per un determinato tempo e poi con adatte manovre ritornare in vita. Simili fatti potrebbero esser invocati per una spiegazione razionalistica del miracolo della r., ma, di fatto, le descrizioni di tali fenomeni fatte dai testimoni oculari (C. Godard, op. cit. in bibl., p. 46; J. De Bonniot, op. cit. in bibl., pp. 172-74) sono incomplete e contraddittorie, per cui non possono valere come prove di valore scientifico e offrono il fianco alla negazione e all'accusa di trucco. Volendo accettare alcuni casi più seriamente documentati, apparendo il fatto di così complete e lunghe sospensioni di ogni manifestazione vitale in stridente contrasto con le caratteristiche biologiche dei tessuti viventi e per il loro manifestarsi nel corso di riti magici, è necessario ammettere esser qui sui confini della natura e pensare all'intervento di una causa preternaturale.

Da quanto è stato detto, risulta, quindi, la ben netta differenza tra la vera morte e la semplice apparenza di essa; sia pure là dove la vita dell'individuo è ridotta a un'intensità quasi non percepibile, a livello delle grandi funzioni organiche della respirazione, della circolazione, dell'irritabilità e riflessività del sistema nervoso. D'altra parte l'esperimento biologico e l'osservazione clinica dimostrano bene come il sistema nervoso sia dotato di una estrema labilità e risenta nella maniera più assolutamente letale della mancanza di ossigeno (anossia) : pochi minuti di asfissia bastano a distruggere irrimediabilmente non solo l'organo delle facoltà più umane (zone corticali e sottocorticali), ma anche quei centri nervosi bulbo-spinali indispensabili perché la vita si conservi e si svolga nel consensus partium (Ippocrate) delle strutture e delle funzioni del nostro organismo. Breve quindi e fatale e il posso tra morte apparente e morte reale definitiva, tanto più breve, quanto più divengono confondibili i due stati tra loro. Viceversa, un'insormontabile barriera separa in maniera assoluta il fenomeno della reviviscenza da quello della r.; mentre la prima è risveglio e ripotenziamento di funzioni assopite e affievolite al limite dello spegnimento, la seconda rappresenta una nuova creazione di una vita completamente annullata. Praticamente, dal lato della causalità dei due fatti, osserviamo nel primo evento la complicata attrezzatura, la molteplicità e varietà dei mezzi, l'incalzarsi delle manovre legate al tentativo di ricondurre il soggetto dalle soglie della morte alla vita di nuovo vissuta nella sua integrità e durevolezza: nel secondo la semplicità dei mezzi, la potenza dei risultati propri dell'atto ricreativo della r.!

Esaminati obbiettivamente, allo sguardo d'una critica non preconcetta, le r. del Vecchio e Nuovo Testamento presentano chiaramente una doppia nota: la sicurezza di una morte assolutamente avvenuta, la meravigliosa semplicità e sproporzione umana dei mezzi adoperati per il richiamo in vita.

Il figliolo della vedova di Sarephta, morto per una "gravissima "malattia, e quello della Sunamitide, per una violenta congestione cerebrale, erano certamente morti, se riuscirono a distruggere ogni estrema speranza umana, ogni folle illusione dal trepido cuore delle rispettive madri. Il figlio della vedova di Naim era così sicuramente morto nell'estimazione di tutti, da esser ormai condotto alla sepoltura; la figlia di Giairo, aggravatasi progressivamente nel suo male, al punto da piegare nella disperazione ai piedi di Gesù la superbia d'un capo della Sinagoga, certamente non dormiva nel frastuono dei pianti e delle lamentazioni, ma appariva sicuramente morta a tutti i pre-

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senti scientes quod mortua esset (Lc. 9, 53); Lazzaro, morto e chiuso nella tomba da quattro giorni, è ormai un cadavere in piena putrefazione (iam foetet: ibid. 11, 39).

Una tale crescente sicurezza di morte raggiunge il suo più alto grado per quella di Gesù. Egli, a compimento della sua Passione, subisce un'esecuzione, il tormento della Croce (v.), che sia l'esperienza storica dei casi di crocifissione, sia le indagini scientifiche sperimentali condotte dagli studiosi della Passione e della S. Sindone (v.) dimostrano sicuramente mortale. Il fatto, certo, è stato spiegato in vari modi dal punto di vista del meccanismo patogenetico. Così, i vari autori hanno ammesso come causa determinante la morte: la fame, la sete, l'insolazione, l'ostacolo ai movimenti respiratori per lo stiramento delle braccia crocifisse, l'arresto del cuore per sincope riflessa, l'iperalcalosi sanguigna con texania muscolare e asfissia (Hynek) e varie altre cause ancora. Le ricerche sperimentali (sospensioni di persone per le braccia, essendo oppur no sostenute le gambe) condotte da U. Modder (comunicazione al Convegno internazionale di studi sulla S. Sindone, Roma 1950) darebbero come causa della morte dei crocifissi il "collasso ortostatico", cioè la caduta della pressione arteriosa con progressivo acceleramento del polso per la stasi sanguigna nelle parti inferiori del corpo e lo svuotamento delle parti superiori, rendendosi così impossibile al sangue il ritorno alle cavità destre del cuore.

Quale che sia il meccanismo, è certo, però, che la crocifissione va considerata esecuzione sicuramente mortale. Nel caso del Cristo, poi, in particolare, pur dovendosi tener per certo che la morte avvenne per atto della sua volontà nell'istante predestinato, nel meccanismo delle cause naturali all'effetto dell'esecuzione finale largamente contribuirono le gravi sofferenze morali e fisiche che accompagnarono Gesù dalla Cena al Calvario. Così: l'angoscia della preghiera nell'urto degli ulivi, le lesioni esterne e degli organi interni prodotte dalla flagellazione, gli acutissimi dolori della coronazione di spine, la fatica estenuante, le ripetute emorragie (v. G. Judica-Cordiglia, Cristo: l'Uomo, in Perfice Monus, Medicina e Morale, Torino 15 sett. 1951, n. 18, pp. 164-69). Inoltre, il colpo di lancia del centurione, squarciando, attraverso il quinto spazio intercostale destro, l'emologo atrio del cuore, mentre era la prova legale della morte avvenuta, già da solo sarebbe stato sufficiente a provocarla.

A meno che non si negasse tutta la realtà storica dei Vangeli e la dimostrata obbiettività della loro narrazione, nessuna critica onesta e intelligente potrebbe sostenere che la morte del Cristo fu un caso di letargia o di morte apparente. Rivolgendo l'attenzione all'altra nota caratteristica delle r. del Vecchio e Nuovo Testamento, la semplicità e inadeguatezza umana dei mezzi, usati per il richiamo in vita, mostra il più stridente divario tra l'opera umana della reviviscenza e quella divina della r. Tale nota risulta particolarmente nella r. di Cristo che avviene per virtù stessa di lui che s seipsum suscitavit occisum * (s. Agostino, In Yohannis evangelium tract., XII, nn. 10-11: PL 33, 1489).

Bibl.: J. De Bonniot, Le miracle et ses contrefaçons, Parigi 1842; C. Richet, La mort du coeur dans l'asphyxie, in Arch. de physial., 26 (1894), p. 653 sgg.; C. Godard, Le fohirisme, Parigi 1900; G. N. Stewart e altri, The Resuscitation of the Central Nervous System of Mammals, in 7. Exper. Med., 8 (1906), p. 289; M. Wilke, Hatzioga, Dresda 1926; M. D. Mercier Fauteux, Cardiac Resuscitation, in The Journal of