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i usare lavacri corporali, esclusa qualsiasi circostanza superstiziosa di tempo e di modo; e proibizione ai missionari di usare abluzioni corporali se non per esigenze naturali, escluso qualsiasi altro fine "etiam ad effectum ut existimentur Senias seu Brachmanes"; 15) divieto di segnarsi la fronte con cencri di sterco di vacca e di usare altri distintivi di color bianco o rosso, secondo i superstiziosi usi pagani, e obbligo di attenersi al segno della Croce e alla imposizione delle sacre ceneri; 16) proibizione di leggere i libri superstiziosi dei gentili, sotto pena di scomunica.

I Gesuiti si sottomisero tutti, ma fu loro permesso di destinare alcuni missionari ad uso esclusivo dei paria. Questa disposizione sparì con la soppressione della Compagnia di Gesù. I successori dei Gesuiti nella missione dell'India meridionale, specialmente i missionari del Seminario di Parigi, poterono constatare che le decisioni relative ai r. malabarici erano state eseguite. Fino a tutto il sec. xIx non sorsero difficoltà in materia. Dopo che l'8 dic. 1939 il giuramento relativo ai r. cinesi era stato abolito, il 9 apr. 1940 anche i missionari dell'India furono dispensati dal giuramento relativo ai r. malabarici "fermo rimanendo l'obbligo di osservare nel resto le prescrizioni di Benedetto XIV in quanto non modificate dalla S. Sede». Vedi tav. LIII.

Boll.: I. Bertrand. La Mission du Maduré, 4 voll., Parigi 1847-54; Iuris Pontif. de Prop. Fide, parte 10, II, Roma 1888. pp. 206-27, 448-52, 501-503; III, ivi 1890, pp. 166-82; Collect. S. C. de Prop. Fide, I, ivi 1907, n. 347; E. Amman, Malabares (Bitei), in DThC, IX, II, coll. 1704-45; P. Dommen, Roberts De Nobili S. T. Ein Beitrag zur Gesch. der Missionsoethode und der Indologie, Münster 1924; V. Belgeri, L'aboliz. del giuramento circa i r. malabarici, in Il pensiero mission., 12 (1940. III. pp. 330-34; P. D'Elia, L'abolizione del giuramento contro i r. malabarici in India, in Civ. Catt., 1940, II, pp. 331-40, 424431.

Giovanni Rommerskirchen
RITIRO SPIRITUALE: v. ESERCIZI SPIRITUALI.
RITI, SACRA CONGREGAZIONE dei: v. congregazioni romane, sacre, I. Le C. in generale, VIII. S. C. dei Riti.

RITO. - I. Nella storia delle religioni. - In linea generale applicabile a tutte le religioni, per r. (etimologia incerta) s'intende la norma che guida lo svolgimento di un'azione sacra. Questa norma è fissata dalla tradizione religiosa, che ne ha da principio esperimentato l'efficacia e che esige sia ripetuta fedelmente, affinché la comunicazione tra un individuo o un gruppo e la divinità si attui con efficacia di risultati.

Questo concetto di fissità è indispensabile per l'idea genuina del r. : vitus est mos institutus, religiosis eueremantis consecratus (Servio, Aen., XII 836); perciò tutte
le religioni hanno un proprio rituale dove sono fissate le formole e le rubriche del culto. Varie sono le classificazioni dei r. : positiv, che esaltano il principio coesivo della vita sociale (p. es., i r. sacrificali) o negativic che tendono a separare ciò che è sacro da ciò che è profano (p. es., i r. ascetici, il calendario, i templi; questa classificazione è della scuola sociologica del Durkheim; alla quale si può osservare che in realtà anche questi r. sono positivi perché tendono a potenziare l'elemento sacrale degli individui o del gruppo); r. magici, che hanno clara d'azione privata spesso ostile, e religiosi di carattere sociale e benefico; r. mimetici basati sul principio che il simile agisce nel simile, e simpatici basati sul principio che la parte agisce sul tutto; r. orali che si manifestano con la voce parlata o modulata e manuali che si manifestano con il gesto e con l'azione.

Meglio di queste suddivisioni di carattere teorico e non sempre perspicue e nette vale una suddivisione fatta in base allo scopo pratico che il r. tende a conseguire.

Secondo questo criterio pratico si hanno tre tipi di r.: di passaggio, di partecipazione, di propiziazione.
R. di passaggio. - Sono quelli che presiedono al trapasso da un luogo o momento o stato della vita ad un altro : e sono i r. del limitare, della nascita; dell'iniziazione sia puberale, sia a una particolare società religiosa (v. MISTERI); del matrimonio, della morte. Detti r. comportano tre momenti, talora più o meno bene individuali, che sono di separazione dalla situazione antecedente; di margine, in cui maturano le condizioni che preparano l'individuo alla nuova situazione; di aggregazione al nuovo stato o luogo o condizione sociale.
R. di partecipazione. - Sono quelli che pongono l'individuo o il gruppo in comunicazione con le potenze divine della cui vita, in tal guisa, vengono in qualche modo a partecipare. I tre principali r. di partecipazione sono : la preghiera (v.), il sacrificio (v.), e i r. di consacrazione.

Sono r. di consacrazione quelli mediante i quali una persona, un luogo, un oggetto, dopo essere stati separati dall'uso profano, vengono consacrati alla divinità. Quindi, nella categoria dei r. di passaggio, tutte le cerimonie di aggregazione iniziatica sono in fondo r. di consacrazione. La consacrazione dei sacerdoti, dei re, che avviene attraverso l'unzione sacra e la consegna dei simboli della loro nuova autorità, sono r. consacratori che fanno partecipe, chi li riceve, dell'autorità divina. Presso gli antichi Romani la consacrazione di un tempio importa, oltre alla separazione del luogo dall'uso profano e da ogni diritto di proprietà privata, una positiva dedicazione fatta dal magistrato offerente, mentre il pontefice tiene con la mano lo stipite del tempio, esprimendo con ciò il passaggio del tempio nella categoria delle cose di proprietà della divinità.

Nel sacrificio animale la vittima prima di venire uccisa viene consacrata, cioè investita di santità rituale e fatta quindi partecipe della sacralità divina mediante apposito r. (spalmatura di burro in India, cospersione di orzo in Grecia, di mola salsa, donde "immolazione", in Roma).
R. di propiziazione. - Sono tra i più frequentemente adoperati perché con essi il gruppo umano provvede direttamente a procurarsi ciò che giova alla sua vita, a eliminare ciò che è nocivo, a espiare le colpe legali e morali ristabilendo così la pace tra la divinità e gli uomini. Essi pertanto si dividono in tre categorie : r. agrari, r. lustratori, r. espiatori.

I r. agrari sono quelli connessi con la vicenda annuale della vegetazione. Essi in genere importano il sacrifizio di un animale in cui è sintetizzato lo spirito della vegetazione e la cui morte con preservazione del suo spirito (rappresentato o dalle pelle o da altro oggetto venuto con esso a contatto) garantisce il buon successo del nuovo raccolto. Le cerimonie della mietitura del folclore nordeuropeo sono sopravvivenze di vetusti r. agrari. Circa la sublimazione di un r. agrario a r. misterico v. MISTERT.

I r. lustratori, diretti a preservare o a liberare un luogo, un individuo, un gruppo da influssi malefici, consistono in abluzioni d'acqua, fumigazioni d'incenso, contatto di erbe spotropaiche, chiusura dell'oggetto entro un circolo magico determinato o dalla cintura, mediante un

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Ido P. A. Aigoditi, It cimitire di Commodillo, Citio del Vaticano 1606, p. 26; RITRATTO - R. di defunta inciso nel marmo-Roma, cimitero di Commodilla.
filo, o dalla circumambulazione di animali destinati al sacrificio (p. es., in Roma il nuovetaurile nelle ambarval, la lustrazione del popolo e dell'esercito ecc.). La lustrazione si adopera anche per restituire all'uso comune una persona o un oggetto, investiti di sacralità per il loro contatto con una cosa sacra (p. es., offerente, sacrificante) e oggetti che abbiano partecipato a un sacrificio).

I r. di espiazione sono quelli che tendono a rimuovere da un gruppo gli effetti di una colpa nella quale è caduto, e che sovente si manifestano con segni dell'ira divina (terremoti, fenomeni meteorici, epidemie, ecc.). Il loro meccanismo consiste essenzialmente nell'accumulare sopra una vittima (animale o umana) i peccati o le impurità fisiche e legali della comunità facendole asportare e consumare dalla vittima stessa. Caso tipico di r. espiatorio era quello del capro emissario (v.) presso gli Ebrei e quello dei due condannati, detti $\varphi \alpha_{3} \mu \alpha \times o i$ nelle Targhelie (v.) in Atene.

Bibl.: P. Pfister, Kultur, in Paul-Wissowa, XI, coll. 2106-90; W. Mannhardt, Wald-und Feldhulte, $2^{2}$ ed., 2 voll., Berlino 1902; A. Dieterich, Mutter Erde, Lipsia 1905; H. Webster, Primitive secret Societies, Nuova York 1908 (trad. it., Bologna 1922); A. van Gennep, Les rites de passage, Parigi 1909; E. Samter, Geburt, Hochzeit und Tod, Berlino 1911; S. Eitrem, Opferritus und Voragler der Griechen und Rimer, Crottianis 1912; R. Hertz, Melanges de sociologie religieuse et folklore, Parigi 1928; R. Will, La culte, 3 voll., ivi 1925-29, 1935; G. van der Leeuw, Phänomenologie der Religion, Tubinga 1933. pp. 319-425; M. Eliade, Traité d'histoire des religions, Parigi 1949. pp. 232-314. Nicola Turchi
II. Nella liturgia cattolica. - R., nel senso proprio, si dice il modo o l'ordine con cui si eseguiscono le varie funzioni sacre, cioè le cerimonie della s. Messa, dell'Ufficio, dell'amministrazione dei Sacramenti e sacramentali; così si parla del «ritus celebrandi missam ", del "ritus baptizandi ", del "ritus consecrationis altaris ", ecc.

La voce r. indica la maggiore o minore solennità con cui si celebrano la Messa, l'Ufficio, le feste; vuol dire, ad es., "sub ritu duplici, semiduplici, simplici " o "primae vel secundae classis", "sub ritu pontificali", ecc. R., nel senso ampio, indica il complesso, l'insieme delle cerimonie e delle funzioni di un determinato culto o il modo diverso con cui sono fatti alcuni atti di culto: r. di una particolare Chiesa (di Lione, di Toledo) o di una comunità religiosa (carmelitano, domenicano, premostratense), o di un territorio più o meno grande (romano, ambrosiano, gallicano, mozarabico, orientale, greco, melchita, etiopico, caldeo). In quest'ultimo senso la voce r. è equivalente a liturgia e designa non soltanto le proprietà della liturgia stessa, ma nel diritto canonico o nella vita ecclesiastica la si usa quando si parla dei fedeli dei r. orientali in contrapposto ai fedeli del r. latino. La Chiesa non solo tollera tutti questi r. diversi, ma nel CIC, can. $98 \$ 3$ protegge e conserva le loro particolarità; ad es., senz'autorizzazione della Sede Apostolica non è permesso di cambiare il r. nel quale si è stati battezzati e nemmeno di tornare al r. una volta legittimamente cambiato. Tutti i r. ed i relativi libri liturgici sono di competenza della S. Congreg. dei Riti; fatta eccezione di quelli
orientali che sono riservati alla Congreg. Pro Ecclesia Orientali, riordinata nel 1938 da Pio XI.

Bibl.: cf. voce Rites, in Cath. Enc., XIII, 64-78; inoltre: L. Eisenhofer, Handbuch der hathal. Liturgik, I, Friburgo 1932. pp. 4-5; M. Righetti, Man. di stor. liturg., I, Milano 1950. pp. 19, 40-41. Per il significato di "ritus et sacrenomiae" nel CIC, can. 2, cf. G. Michiele, Normae generales iuris canon., I, Lublino 1929, p. 47 sg.; Kl. Morsdorf, Die Rechtssprache des Cad. fur. Can. Eine kritische Untersuchung, Paderborn 1937, p. 244 sg.; Ph. Oppenheim, Tractatus de iure liturgica, parte $2^{2}$. Tormo-Roma 1939. pp. 40-42. Pietro Siffrin
RITRATTO. - I. Archeologia. - Il r. fu una caratteristica dell'arte romana. I cristiani non ebbero r. né del Salvatore, né della B. Vergine; degli Apostoli solo Pietro (v.), Paolo (v.) e Andrea (v.) ebbero caratteri somatici tipici.

Nelle pitture cimiteriali, eseguite rapidamente, non si riscontrano veri e propri r.; in Domitilla c'é un busto in una specie di trittico (Wilpert, Pitture, tav. 134). In Callisto la proprietaria di un cubicolo fece fissare nella vidta sopra l'ingresso il suo volto su tela, mentre il busto venne eseguito ad affresco (ibid., tav. 134, 1). Nello stesso cimitero è un vero r., quello della defunta Dionysias nel cubicolo detto dei cinque santi (ibid., tav. 111). Qualche r. si ha in alcuni affreschi cimiteriali di Napoli (H. Achelis, Die Katakomben von Neapel, Lipsia 1936, passim) e in alcuni vetri dorati come il medaglione di Brescia (v.) uno anche nel Museo Sacro della Biblioteca Vaticana (W. De Grüneisen, Le portrait, Roma 1911, p. 76, figg. 87-88). Un buon r. è quello della defunta Turrura in abito vedovile, in Commodilla del sec. viI (B. Bagatti, Il cimitero di Commodilla, Citti del Vaticano 1936. p. 109, fig. 96). Alcuni santi sono rappresentati assai presto, come s. Agnese dall'esperto di paella, secondo i testi (v. AONERE, fig., vol. I, col. 468); s. Ambrogio (v. fig. vol. I, col. 985) e s. Agostino (G. Wilpert, Il più antico r. di s. Agostino, in Misc. Agostiniano, II, Roma 1931. pp. 1-3; v. agostino, fig., vol. I, tav. 39). Mentre sembrano tipi ideali quelli degli altri santi rappresentati negli
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(da R. Delbrück, Antike Porträts, Bonn 1918, ton. 42 B; RITRATTO - R. di Alina, figlia di Erode. Tela dipinta a tempera del sec. II d. C., proveniente da Hawara Payyûm - Berlino, Museo archeologico.

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affreschi cimiteriali, come Cecilia, Sebastiano, Quirino e Policamo, Sisto II, Cornelio, Cipriano e Ottato in Callisto, Marcellino, Pietro, Tiburzio e Gorgonio nel cimitero "inter duas lauros", Abdon, Sennen, Pollione, Pimenio e Milix in Ponziano; Simplicio, Faustino in Generosa; i ss. Felice, Adautto, Merita, Stefano e Luca in Commodilla, Callisto, Sisto, Lorenzo, Ippolito in vetri dorati, ecc.

Un certo numero di r. veramente artistici sono quelli offertici da alcuni copercbi di mummie del Fayyûm (G. Wilpert, La nimbe carré, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, xh [1908]; W. De Grüneisen, Le portrait, Roma 1911, passim). Più rifinito e più artistico si presenta il r. dei defunti nei sarcofagi cristiani, dove si continuano i modelli in uso sia col tipo della "imago clipeata " nel centro del sarcofago, o dove il busto di uno o più defunti, spesso i due coniugi, sono scolpiti in una superficie circolare convessa come un clipeus, ovvero detta immagine viene scolpita come racchiusa in una valva di conchiglia. Un'altra foggia, pure di tradizione romana, è quella del defunto rappresentato in busto o stante, spesso stringendo il volume della "les christiana", sullo sfondo di un drappeggio o di un tendaggio distinto col nome di parapetasma, antipendium, cortina, velum, al quale si è cercato anche di attribuire un valore simbolico, mentre sembra più verosimile riconoscervi un semplice ornamento (G. Bovini, I sarcofagi paleocristiani. Determinaz. della loro cronologia mediante l'analisi dei r., Città del Vaticano 1949).

Enrico Josi
II. ARTS. - Durante i secoli del medioevo e quindi del Rinascimento, dell'età barocca e moderna il r. ha subito una evoluzione strettamente connessa a quella del modi stilistici e dei concetti informativi delle estrtiche successive. Cosi ai modi stilizzati od espressionistici propri della cultura figurativa medievale, succedono quelli improntati ai vari gradi del naturalismo e del verismo, dal Rinascimento all'età moderna, sino a giungere a quelli propri dell'arte contemporanea. Questa, in alcune sue correnti, talora nega, attraverso la individuale scomposizione della figura umana perseguita dall'artista, la stessa sembianza delle cose. Da ciò deriva come della stessa immagine umana, e in particolare di quella di un determinato individuo, possano essere oggi date rappresentazioni apparentemente del tutto arbitrarie (v. cribismo; espressionismo; futurismo; moderna, arte). - Vedi tav. LIV.

Emilio Lavagnino
RITSCHL, AlbRecht. - Teologo protestante, n. a Berlino nel 1822 e m. a Gottinga il 20 marzo 1889. Tenne cattedra di teologia a Bonn dal 1859 , passò a Gottinga nel 1864, dove rimase rifiutando le offerte di Strasburgo e di Berlino.

Opere principali : Die christliche Lehre von der Rechtfertigung und Versöhnung (3 voll., $3^{a}$ ed., Bonn 1888-89); Geschichte des Pietismus ( 3 voll., ivi 1880-86); Unterricht in der christlichen Religion (4a ed., ivi 1890); Theologie und Metaphysik ( $2^{a}$ ed., ivi 1887); Uber das Gewissen (ivi 1887); "Fides implicita", Eine Untersuchung über Köhlerglauben, Wissen und Glauben, Glauben und Kirche (Bonn 1890); Die christliche Vollkommenheit ( $2^{a}$ ed., Gottinga 1889 ).

La teologia di R. subl molteplici influssi che egli cercò di fondere in una concezione del dogma cristiano che elimina ogni carattere strettamente soprannaturale della Rivelazione. Dall'aristotelico A. Trendelenburg egli attinge la dimostrazione rigorosamente scientifica dell'esistenza di Dio in quanto il nostro pensiero è sempre finito ed ha contro di sé sempre il limite della cosa in sé, eppure ciò non impedisce che il nostro pensiero non comunichi con le cose ed in certo qual modo le possieda: questa "fiducia" (Zuversicht) che l'intelletto porta al reale sarebbe una contraddizione se tanto le cose come il pensiero non avessero un medesimo fondamento (Grund), che è Dio, ed è questa l'unica prova scientifica dall'esistenza di Dio. Nell'interpretazione della religione e del cristianesimo egli subl l'influsso convergente di Kant, faunee della "religione naturale", e di Schleiermacher che aveva indicato nel "sentimento di dipendenza"
(Abhängigheitsgefühl) il contenuto di ogni religione ed il criterio per l'accettazione della stessa Rivelazione. In questo senso R. sostiene la necessità di una "filosofia cristiana" e di una dipendenza della teologia dalla metafisica o di una collaborazione diretta con quest'ultima: perciò egli respinge la criotologia della Chiesa antica fondata sulla dottrina dell'unione (postatice, sul dogma del peccato originale, sulla dottrina della Redenzione espiatoria di Cristo e della "unio mystica" dell'anima con Cristo perché Lutero ha insegnato che non c'è unione più intima di quella che il cristiano ottiene con la fede (cf. Theologie und Metaphysik, ed. cit., p. 48 sgg.). La redenzione o "riconciliazione" (Versöhnung) per R. non è altro che l'ideale etico della vita umana realizzato e consiste in questo: che il cristiano consideri Dio come Padre, gli mostri fiducia filiale e collabori all'avvento del "Regno di Dio" sulla terra. Questo stato costituisce la "cristiana perfezione" che si esaurisce pertanto nella fede nella divina Provvidenza, nella pazienza, nella preghiera e nell'adempimento della propria "vocazione" (Beruf) secondo il precetto di Lutero; soltanto a questo modo l'uomo si redime e ottiene la "giustificazione" (Rechtfertigung): la "redenzione" e un evento che si compie perciò nella " comunità " intesa come " comunità dei fedeli ", mentre il peccato è la "ricerca di sé " e quindi cupidigia dei beni inferiori. Conseguenza del peccato è la perdita della "divina filiazione" rispetto a Dio e dell'esercizio stesso della libertà naturale. R. riduce il peccato nella sua radice a "ignoranza" (Unsissenheit), intensificata a contatto dell'agire peccaminoso degli altri uomini, che si contaminano scambievolmente, ed in questa solidarietà sociale di negatività morale consiste, secondo il R., il peccato originale (cf. Rechtfertigung und Versöhnung, cit., III, 99-41-43). La caratteristica e la superiorità del cristianesimo rispetto alle altre religioni è di considerare Dio come l'"amore" e di essere come tale il proprio fine dell'uomo, il quale vi deve tendere con aspirazione incessante secondo il compito che gli compete nella comunità dei fedeli.

La teologia di R. raccoglie ed esplicita a questo modo la negazione implicita dell'origine soprannaturale della Rivelazione cristiana, preparata dall'illuminismo (v.) e dall'idealismo (v.) ed abbassa il dogma a mera situazione dell'attività pratica orientata dentro la "situazione storica" che il cristianesimo pone all'uomo a seconda dei tempi e delle forme di cultura. La teologia di R. è rigidamente ostile ad ogni forma di "mistica", cattolica o protestante (pietismo); perciò essa è stata chiamata una forma di "positivismo della Rivelazione" (Offenbarungspositivismus). Le idee di R. ebbero largo seguito nella "Scuola di Gottinga" da lui fondata alla fine del secolo scorso; ma, col sorgere della "teologia dialettica" (Tillich, Gogarten, K. Barth), si vuol ritornare anche nel protestantesimo ai concetti tradizionali di Rivelazione e Redenzione, che R. aveva polverizzati. Il R. può essere considerato, a distanza, uno dei precursori del modernismo (v.).

Bibl.: G. Ecke, Die theol. Schule A. Ritschls und die evangel. Kirche der Gegenc., Berlino 1904: Fr. Overbeck, Christentum und Kultur. Gedanken und Anmerkungen z. modernen Theol., pubbl. da C. A. Bernoulli, Basilea 1919, p. 139 sgg.; H. Stephan, s. v. in Religion in Gesch. und Gegencart, IV (1930), pp. 3043-46; G. Hök, Die elliptische Theol. A. Ritschls, Uppsels-Lipnis 1942 (monografia completa con vasta bibl., ragionata [pp. 30v-222v] che contiene anche gli inediti di R.); K. Barth, Die protestant. Theol. im 19. 2abrh. 3ere Vorgeach. u. der Gesch., Zurigo 1947, pp. 398-603; E. Brunner, Religionsphilns. evangelisch. Theol., $2^{2}$ ed., Monaco 1948, p. 20 sg.

Cornelio Fabro
RITUALE ROMANO. - Libro liturgico della Chiesa latina per i sacerdoti, contenente le cerimonie per l'amministrazione dei Sacramenti, per l'assistenza degli infermi e i formulari delle numerose benedizioni (v. libRI LITURGICI).

I. Inquadratura storica. - Soltanto dal sec. vi-viI si è in grado di accertare l'esistenza di appositi libelli a scopo rituale, sacramentario e sacramentale. Il IV Concilio Toletano (633) ordinò nel can. 26 (Mansi, X, 627) che il vescovo provvedesse ogni sacerdote che mandava alla

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(per cortesia del p. Monachino, S. J., archivista della Pont. Unis. Gregoriana)
RITUALE ROMANO - Schema del R. Romannm Panti V Pont. Max. russi edisum, con annotazioni autografe di s. Roberto Bellarmino. Il capitolo qui riprodotto contiene il - Ritus reconciliaadi ecclesiam violentam, ai nondum erat ab episcopo consecrata - - Roma. Archivio della Pontificia Universita Gregoriana, cod. 8no. f. $73^{\circ}$.
cura parrocchiale di un libellus officialis che non poteva essere altro che un piccolo $R$. Un Capitolare del 742 (ed. Et. Baluze, I, 824) raccomanda ugualmente il libellus ordinis, che è la stessa cosa. Però le notizie rituali erano piuttosto comprese nel Liber Sacramentorum, che serviva al sacerdote in primo luogo per la Messa ma conteneva, ordinariamente, anche le formule per l'amministrazione dei Sacramenti, per la cura delle anime (infermità, morte, sepultura) e per la benedizione delle cose più occorrenti. Con i secc. viII-IX i riti e le cerimonie riservate ai vescovi passano nei primi tentativi di pontificali (v.), mentre i riti e le formule comuni ai sacerdoti passano lentamente in raccolte proprie che portano le più svariate denominazioni: manuale, obsequiale, ordinarius, pastorale, ecc.

Il $R$. più antico conservato, per quanto si sappia, è quello scritto per uso dei Canonici Regolari di S. Agostino, nel monastero di Sankt Florian (Austria sup.), ed ivi esistente (CFI, XI, 467), libello pergamenaceo, che incomincia con la benedizione dei ceri nella festa della Purificazione. Dal sec. XII si sono conservate notizie certe di R. in uso presso varie chiese. Il domenicano Anselmo di Ermland, primo vescovo di Varmia (1230-77), portò in diocesi un $R$. domenicano, adattandolo per il clero secolare : si tratta del primo $R$. ufficiale diocesano. Da quest'epoca anche i sinodi diocesani e provinciali incominciano ad interessarsi del $R$., soprattutto per procurarne una certa uniformità entro la diocesi o la provincia ecclesiastica e per ovviare all'inserzione di testi e formule superstiziose e sospette. Al Concilio provinciale di Salisburgo (14 apr. 1465), sotto l'arcivescovo Sigismondo di Volkersdorf, tutti i suffraganei insistettero per la compilazione di un $R$. comune.

Fra i primi libri stampati si trovano spesso i R., e da allora le edizioni vengono controllate dalle autorità diocesane. Notevole importanza ebbe il Sacerdotale seu Liber sacerdotalis collectus (Roma 1523) pubblicato dal do-
menicano A. Castellani, alla cui compilazione si era interessato Leone X; Pio IV, poi, dopo la morte dell'autore, fece esaminare e correggere l'opera che ebbe non poche edizioni, fra cui, ad es., quella del 1596 con il titolo: Sacerdotale ad consuetudinem S. R. Ecclesiae aliarumque Ecclesiarum. Il Castellani, seguendo la prassi di questi libri, vi aveva introdotto, oltre i testi strettamente liturgiorituali, anche molti trattati pastorali, in base agli scritti dei Padri, degli scolastici o canonisti; nelle edizioni posteriori furono anche introdotti i canoni del Concilio di Trento. Si era formato cosi un vero compendio ri-tuale-pastorale.

Il Concilio di Trento, trattando nella sess. VII dei Sacramenti in genere, condannò ogni arbitrio personale quanto ai riti; però nella sess. XXIV (De reformatione matrimonii, cap. 1) prese la difesa anche di riti e di cerimonie particolari ragionevoli. Questa disposizione possb poi e resta ancora nel R. r. (ed. 1952. tit. VIII [olim VII], cap. 2, 6). Dopo il Conc. Tridentino il canonico lateranense Franc. Samarino preparò e pubblicò un nuovo Sacerdotale sice sacerdotum thesaurus ad consuetudinem S.R.E. aliarumque Ecclesiarum collectus iuxta Tridentini Concilii sanctiones. Venezia 1579, di cui A. Rocca (v.) curò le tre edd. del 1583,1587 e 1597. Intanto il card. A. Santoro, incoraggiato da Gregorio XIII e Gregorio XIV, aveva messo mano ad un nuovo $R$. e l'opera era già in stampa quando l'autore mori nel 1602, e la pubblicazione fu interrotta. Ne esistono 26 copie con un frontespizio aggiunto (v. B. Löwenberg, Das R. des Kard. 7ul. Ant. Sanctorius. Ein Beitrage zur Entstehungsgeschichte des R. R.. Monaco 1937). Lo stampato comprende 712 pagine ed è una vera miniera di riti e di trattati, raccolti da una quantità notevolissima di fonti, italiane ed estere. Anzi, il Santori fece sperimentare certi riti per alcuni anni, per controllare la loro efficacia pastorale. Intanto furono stampati diversi estratti dal suo Sacerdotale che ebbero enorme

20 Rituale Welsprimienio.
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Subinde exprefio nomine bapuisandi, Sacerdos dicic:
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Tunc Patrino, vel Marina, vel utroque (fi ambo admis. tanoir) infanem tenente, Sacerdos vafculo, feu urceolo accipis aquam lhapismalem, \& de ea ter fundis fuper caput infan. tis in modum Crucis, \& fimul verba proferens, femel exacam, diliatile, \& adone dicic:
N. Ego te baptizo in Nomine Patris + , fundus prieno; \& Filii + , fundis fecundo; \& Spiritus + Sancti, fundus verba.

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diffusione, come, p. es., l'Ordo baptizandi iuxta ritum S. R. Eccl., 1575, con numerose edd. fino al 1623.
II. It. $R$. r. . - Paolo V ( $1605-2 \mathrm{r}$ ) pensò di terminare la collezione dei libri liturgici romani ufficiali con l'edizione del $R$.; perciò nel 1612 istitui una commissione di cardinali della S. Congregazione dei Riti che prese come base il lavoro del card. Santori che fu distribuito ai membri della Commissione stessa (v. B. Löwenberg, Die Erstausgabe des R. R. von 1614, in Zeitschr. f. hath. Theol., 66 [1942], 141-47; studio pregevole, nel quale sono anche indicate, in base ad un ms. del fondo Barberini della Biblioteca Vaticana [Barb. lat. 1022, ff. 36-68], le fonti che servirono per la compilazione definitiva del R. R. Si può constatare la preoccupazione della Commissione di cercare i riti più antichi e prettamente romani; cf. anche G. Mercati, Ancora sul R. del card. Santori, in Russ. gregoriana, 5 [1906], 443-46). Finalmente, con bolla del 17 giugno 1614, usci la prima edizione ufficiale del $R . r$.; ma a differenza degli altri libri liturgici romani ufficiali, esso non venne prescritto ma soltanto raccomandato. Con le prime edizioni (v. l'elenco in Zaccaria, op. cit. in bibl.), il $R . r$., come era da prevedere, si diffuse rapidamente in tutto il mondo cattolico. Ma appunto perché il suo uso cra stato soltanto raccomandato, continuarono dovunque a circolare libri rituali propri, a volte accomodati in diversi modi al $R$. $r$. e anche quando gli Ordinari introdussero nelle loro diocesi il $R . r$., perdurarono spesso i $R$. particolari, almeno in parte. Benedetto XIV, fece curare anche una edizione nuova e riveduta del $R . r$., con aggiunte, che fu da lui approvata con il breve Quam ardeuti studio del 25 marzo 1732. Finalmente Leone XIII ne pubblicò nel 1884 la prima edizione "tipica". Un'altra ne uscì sotto il b. Pio X. approvata dalla S. Congr. dei Riti l'vi giugno 1913 (v. L. Barin, Le tentazioni al R. r. secondo l'edizione tipica, Roma-Rovigo 1915).

La pubblicazione del CIC, nel 1917, rese necessaria una completa revisione del $R . r$., la quale usci con l'approvazione della S. Congr. dei Riti il 10 giugno (v. anche AAS, 17 [1925], p. 326), ma non come edizione "tipica" (v. anon., Il nuovo R., in Il Monitore ecclesiastico, 37 [1925], p. 293 sgg.; Fr. Schubert, Das neue R. r., in Liturgische Zeitschr., 2 [1930], pp. 161-74; e soprattutto Fr. Battistini, De novo R. R. ed. Vaticana, in Eph. lit., 38 [1925], pp. 221, 246, 287, 308, 341, 387 sgg.). Nel 1952, finalmente, con approvazione della S. Congr. dei Riti ( 25 genn.) usci la nuova edizione tipica con disposizione completamente rifatta, con qualche ritocco rubricale e le necessarie aggiunte (cf. M. Brandys - I. Pizzoni, in Ephemerides lit., 66 [1952], pp. 220-24; H. Schmidt, Editio typica 1952 Ritualis Romani, in Periodica de re morali. canonica, liturgica, 41 [1952], pp. 157-82; l'autore vi fa interessanti rilievi).
III. It. - R. r. "attuale: obbligo. - li R. r., come risulta dal documento pontificio di Paolo V che ne è rimasto in testa, era soltanto raccomandato per l'uso a tutti coloro cui spetta; ma più tardi la S. Congr. dei Riti lo dichiarò obbligatorio per tutte le funzioni parrocechiali (Decr. auth., 1642, ad 7); inoltre l'Ordinario può obbligare tutti i parroci e tutti gli altri sacerdoti ad Ritualis Romani pruescripta omnia servanda, nonostante qualunque consuetudine contraria, anche immemorabile (Decr. auth., 3276, ad 6); d'altra parte la S. Congr. ha stabilito che licet ubique adliberi et in quibuscumque functionibus il $R . r$., anche quando esiste un $R$. diocesano approvato discordante (Decr. auth., 3792 dub. IX). Ma ormai tutte le diocesi hanno adottato il $R . r$., e per quanto conservino ancora riti e funzioni proprie. li sottopongono all'approvazione della S. Congr. dei Riti. Praticamente dunque si può dire che il $R . r$. nella sua sostanza vige in tutto il mondo cattolico romano e che la S. Congr. dei Riti continua ad approvare i riti particolari esistenti in diocesi antiche, fedele al desiderio del Concilio di Trento che si conservino pure i riti e le cerimonie degne di essere mantenute.
IV. "R. r. particolari non romani e la questione della Lingua. - Non esiste uno studio sistematico intorno ai $R$. antichi particolari, manoscritti e stampati. Lo Zaccaria (v. bibl.) pubblicò un elenco di stampati per il suo
![img-32.jpeg](img-32.jpeg)
(ftol. Eur. Catt. 1
Rituale romano - Frontespizio del Ritual Rimski, Mlemmi ( - in Venezia) 1827 - Città del Vaticano, esemplare dell'Archivio della S. Congregazione dei Riti.
tempo, molto ragguardevole; il Franz (v. bibl.) lo supera di molto benché lontano dall'essere completo.

Sin dai primi $R$. stampati si trovano esempi dell'uso della lingua volgare, in misura più o meno larga fino alla versione completa o quasi di esso. Il $R . r$., fedele alla tradizione e allo spirito della Chiesa di Roma, ha pochissimi cenni alla lingua volgare; cosi nella istruzione generale previa sull'amministrazione dei Sacramenti (tit. I, n. 10), poi più volte nelle istruzioni particolari si ammonisce il sacerdote a spiegare in antecedenza ciò che sta per fare affinché i fedeli lo possano seguire con attenzione. Quando si parla della forma del Battesimo (tit. II, cap. 1, n. 9), si prescrive esplicitamente: Latinus presbyter latina forma semper utatur, la delega, invece, apostolica, per cui un sacerdote possa conferire la S. Cre. sima, lingua vernacula legatur, alta et intelligibile voce; cosi anche la conveniente ammonizione ai confirmandi e padrini. Nel Sacramento del Matrimonio le domande agli sposi sono da farsi, per espresso comando della rubrica, vulgari sermone. Nel 1575, dunque, prima ancora del R. r., usci il Libellus agendorum dell'arcidiocesi di Salisburgo con non pochi testi in lingua volgare (le domande nel Battesimo, preghiere per la cura degli infermi, Matrimonio, ecc., benedizioni) e con un appendice di canti popolari in tedesco. Il Sacerdotale Basileense del 1595, per la diocesi di Basilea, ha i testi relativi in tedesco e in francese; nella Agenda Coloniensis Ecclesiae (Colonia 1614) si trova, oltre il calendario proprio della diocesi, e, nella parte rituale, le domande e preghiere in volgare, anche tutto un piccolo catechismo in tedesco.

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Appena uscito il $R$. r., incominciarono anche le traduzioni nelle lingue volgari; a Roma stessa nel 1621; in albanese nel 1640 , in croato, in francese (Lione); nel 1646 un'altra a Parigi; una versione italiana usci a Lucca nel 1724. Molto più diffuse furono le edizioni ridotte, ossia gli estratti dal $R$. r. per le varie circostanze: Baptismale, Poenitentiale, Exsequiale, Processionale, ecc. spesso anche in versioni volgari, ad es., Le petit Rituel romain (Avignone s. a. del sec. xvir) e molte edizioni similari.

Grande rinomanza ebbe il $R$. di Alet : Rituel romain., a l'usage du diocèse d'Alet, nella Linguadoca, dovuto al vescovo giansenista N. Pavillon (1597-1677), in latino, ma con molti testi in volgare; nelle rubriche e spiegazioni si trovano infiltrazioni erronee giansenistiche, tanto che Clemente IX lo mise all'Indice (1668; v. Pastor, XIV, I, pp. 462 sgg., p. 483); simile sorte toccò nel 1725 al $R$. r., edito con aggiunte da P. Lucatelli a Bergamo. Intanto continuarono indisturbate le edizioni diocesane di $R$. propri, più o meno dipendenti dal $R$. r., e con impiego variamente largo della lingua volgare come il $R$. sacramentorum ac aliarum Ecclesiae carcinomiarum (Braunsberg, 1733) per la diocesi di Warmia, con testi polacchi e tedeschi; quello già citato di Basilea che porta ora il titolo Rituale Basileense inxta R. R. (1700, 1739, 1788); quelli delle diocesi - giuseppine -, erette cioè da Giuseppe II nell'Austria, R. R. usibus dioecesis S. Hippalyti accomodatum (St. Pölten 1787), con testo latino e volgare e cosi molti altri. Notevolissimo ed anche intruttivo per la questione e le difficoltà in regioni di lingua mista è il R. Romanum Zagabriense (Zagabria 1796) che spesso riporta i testi in cinque colonne: latino, croato, sloveno, ungherese e tedesco, cui si deve aggiungere il Ritual Rimski (Venezia 1827); dello stesso tipo è il $R$. Wessprinkense (Ungheria 1801), con testo in quattro colonne: latino, ungherese, tedesco e slovacco, e quello di Strigonia (1859) con lo stesso titolo e le stesse disposizioni.

Nel 1875 usci un Rituel romain-lyonnais con doppio testo, latino e volgare; a Bahia, in Brasile, nel 1869 un $R$. in latino e portoghese; mentre in tutta l'Austria, Ungheria, Polonia, Alsalzia continuarono i $R$. poliglotti. Nel 1906 usci un $R$. in danese per la Danimarca e Islanda. Un $R$. pubblicato a Barcellona (1912) ha nel vol. II (1914) alcuni testi in spagnolo. Con esplicita approvazione della S. Congr. dei Riti usci nel 1927 un R. R.... Ecclesiae Poloniae adaptatum (Katowice) con testi in latino, polacco, tedesco, francese, lituano e russo. Un'edizione completamente in croato ebbe l'approvazione della S. Congr. dei Riti nel 1930, per l'uso dei cattolici della Jugoslavia. Nel 1932 la stessa S. Congregazione permise l'elgendo provinciae ecclesiasticae Moraviae (Olomouc), ove si trova anche un apposito decreto circa usum linguae vulgaris in liturgia in territorio ditionis Csecoilovacae, del 21 maggio 1920. Ancora nel 1936 si pubblicò a Scepusio (Slovacchia) un R. omnium latini ritus dioecesium Slovacchiae, ad instar Appendicis R. R. con testi in latino, slovacco, tedesco, ungherese. Nel 1950 apparve a Toledo un R. R.... cum Appendice Toletana in lingua spagnola. Ma soprattutto S. Congr. di Propaganda è stata molto larga nella concessione nei libri rituali della lingua volgare per le regioni missionarie; cosl l'India, l'Indocina, il Giappone, la Nuova Guinea e l'Africa hanno un $R$. proprio nella lingua volgare per l'uso liturgico.

Importante il R. parvum ad usum dioecesium Gallicae linguae (Tours 1948), approvato dalla S. Congr. dei Riti in data 28 nov. 1947 e con largo impiego della lingua francese, per il cui uso sono date anche norme generali. Nota è la recentissima Collectio rituum ad instar appendicis Ritualis Romani pro omnibus Germaniae dioecesibus (Ratisbona 1950), con approvazione della S. Congr. dei Riti, in data 21 marzo 1950, opera veramente egregia, preparata da anni sotto la direzione dell'episcopato tedesco, tenendo conto degli usi particolari ancora vigenti e con uso largo della lingua volgare. - Vedi tav. LIV.

BbR.: le indicazioni più complete e più serie che finora esistono si trovano in F. A. Zaccaria, Biblioth. ritualis, I, Roma 1776 (Rituales libri, p. 137; Rtt. Rom., p. 144 sgg.; Rituales variarum eccles. libri corumque dicersa nomina, p. 147 sgg.; Rituales partes seorsim aut. manus, aut editae, p. 157 sgg .) da cui dipendono stretta-
mente tutti gli autori che si occupano della materia. Fra i moderni, lo studioso più addentro nella materia è A. Franz, il quale, nell'introd. all'ed. del R. di St. Florien (Friburgo 1904), premetto la più completa storia del $R$. , mentre nel grandioso studio Die hirchl. Benediktionen im Mittelal. (2 voll., Friburgo 1909), presenta nell'introd. (pp. xxiv-xxix), un elenco di $R$. manner., e (pp. xxs-xxxiv) uno di $R$. stampati, che servono di base allopera. Sono gli elenchi più completi, che esistano finora. Tra gli altri autori, quello che apportano qualche cosa di proseto sono: H. Baruffaldo, Ad R. R. Commentaria, $1^{\circ}$ ed., Venezia 1731; in 2 voll., Firenze 1847; J. Catalani, R. R. Benedicti Paper XIV intus editum et auctum perpetuis comment. exornatum, $1^{\circ}$ ed., Roma 1727; $2^{\circ}$ ed., Padova 1760 (commentario più autorevole e scientifico); A. Ebner, Quellen u. Forschungen zur Gesch. u. Kunstgesch. des Missale R. im Mittelalter, Tubinga 1896; J. Braun, Subramente, u. Sakramentalien, Ratisbona 1922 (una specie di commento alla parte escramentaria); P. Parsch, Das Buch des Lebens; Lairnrituale (vers. completa commentata del R. R. per i laici); L. Eisenhofer, Handbuch der hath. Liturgik, I, Friburgo 1932. pp. 100-103; Ph. Oppenheim, Traci, de iure liturg. parte $3^{2}$, De libris liturg., Torino 1940, pp. 66-69, 114-15 e passim; id., Introd. lector. in liturati. liturg., $2^{\circ}$ ed., Torino 1945; M. Righetti, Man. di stor. liturg., I, $2^{\circ}$ ed., Milano 1950, pp. 287-89; L. Eisenhofer - J. Lachour, Grundriss der Liturgik des rom. Ritus, $2^{\circ}$ ed., Friburgo 1950, pp. 23-24; E. Vyboukal, s. v. in LThK. VIII, po. 911-13; Moroni, s. v., LVIII, coll. 56-57; A. Forreston, Ritual, in Cuth. Eur., XIII, 68-90; A. Bertholet, Die Ritualbecher, in Die Religion in Gesch. u. Gegeaus, II, tratta dei libri rituali antichi non cristiani.

Giuseppe Lio
RITUALISTI : v. OXFORD, MOVIMENTO di.
RIVA, GIUSEPPE. - Sacerdote, scrittore ascetico, n. a Milano nel 1803 , m. ivi il 7 febbr. 1876.

Penitenziere maggiore della Metropolitana, assai versato nelle scienze ecclesiastiche e nell'agiografia, fu benefico animatore di vocazioni ecclesiastiche e missionarie e predicatore popolare assai ricercato.

La sua fama è legata alla composizione dei Manuale di Filotea (Milano 1834), di cui, vivente, stampò 22 edizioni, sempre accrescendoio e ricolinando l'ampia materia per dare maggior pascolo alla formazione spirituale e alla devozione. Altre opere : Exposizione della dottrina cristiana, Le grandezze di Gesù Cristo, Conferenze sui doveri degli ecclesiastici, Il deoato di Maria. Morendo lasciò la sua Biblioteca e la proprietà delle sue opere al Seminario di S. Calogero per le Missioni Estere a Milano.

RIVADENEIRA (Ribadeneira), Pedro de. Gesuita, scrittore, n. a Toledo il $1^{\circ}$ nov. 1526, m. a Madrid il 22 sett. 1611.
A 13 anni seguì a Roma, come paggio, il card. Alessandro Farrose e vi conobbe s. Ignazio di Loyola che lo protesse e poi lo accolse fra i suoi figli il 18 sett. 1540. Studiò alla Università di Parigi, Lovanio e Padova; sacerdote nel 1553, passò il periodo 1555 -60 nel Paesi Bassi per assicurarsi il riconoscimento ufficiale della Compagnia di Gesù; dal 1560 al 1572 fu in Italia, dove disimpegnò varie cariche : provinciale, commissario, visitatore, assistente; alla morte di s. Francesco Borgia fu allontanato, come spagnolo, da Roma e passò a Toledo, dove attese alla composizione delle sue opere, la più parte in classico castigliano.

Il R. è il primo biografo di s. Ignazio. Cominciò con Vita Ignatii Loiolae (Napoli 1572), sulle cui vicende cf. P. Tacchi Venturi, Della prima edizione della vita di s. Ignazio (Napoli 1901), che, ampliata e corretta, tradusse egli stesso in castigliano (Madrid 1583) e fu poi riprodotta e tradotta in varie lingue fino ai nostri giorni. Il R. è anche il primo biografo della Compagnia con Illustrium scriptorum religionis S. I. (Madrid 1602; $3^{\circ}$ ed. postuma, ivi 1613). Altre opere storiche principali: Vida del p. Diego Laboez (ivi 1594) e del p. Francisco de Borja, aggiunte alla vita ignaziana nell'ed. del 1594; completò questi scritti intorno alla Compagnia con il Tratado con lo qual se dis razón del instituto de la Compañía de Jesús (ivi 1605); Tratado del modo de gobierno que nuestro p. Ignacio ha tenido (ivi 1878). Historia eclesiástica del Scisma del Reyno de Inglaterra (ivi 1588); nuova ed. a cura di E. Rey, Historias de la Constrariforma por el p. R. (ivi 1945). Delle opere ascetiche e morali sono degne di ricordo: Tratado de la tribulación (ivi 1589); Tratado de

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(da Cerdinatiom S.R.E. Imagines ce Calcegrapina Reo. Uemenas Apostilous, IV, t. 741
Rivarola, Agostino - Ritratto.
la Religión y virtudes que deve tener el Príncipe christiano para governar... Contra lo que Nicolas Machiavelo y los politicos deste tiempo enseñan (ivi 1595); Flos Sanctarum e libro de las vidas de los Santos (2 voll., ivi 1599-1601). BibL.: cdd.: Obras escogidas. Madrid 1868; Confessiones, epistolee alinque scripta inedita, 2 voll., ivi 1920-23 (Monum. Hist. S. I.); Sommervogel, VII, 1724-48. Studı: J. M. Prat, Hist. du p. R., disciple de st Ignace, Parigi 1862: A. Astrain, Hist. de la Comp. de S. en la asistencia de España, I-IV, Madrid 1908-13, v. indici: P. Tacchi Venturi, Storia della Comp. di Gesú in Italia, II, $2^{4}$ ed., Roma 1920, pp. 316-23; T. Gonzalez García, Ideas politicas del p. R., in Rev. nacional de educación, 1944, sett., pp. $34-59$.

Cclestino Testore
RIVAROLA, Agostino. - Cardinale, n. a Genova il 14 marzo 1758, m. a Roma il 7 nov. 1842. Entrato giovanissimo nella Curia romana, vi ricoperse importanti cariche. Governatore di Sanseverino nel 1793, protonotario apostolico al Conclave di Venezia del 1800 , delegato di Perugia, prolegato a Macerata, nel 1808 subì sei mesi di prigionia per avere proclamato la sua fedeltà al Pontefice contro l'usurpazione napoleonica.

Nel 1814 gli fu affidato il compito di prendere possesso di Roma e di larga parte del ristabilito Stato pontificio in nome di Pio VII. Assolutista convinto, impresse al suo governo una particolare severità, in contrasto con le istruzioni concilianti che il card. Consalvi gli inviava da Vienna, dove partecipava al Congresso. Esonerato dalle sue funzioni al ritorno del Consalvi, la promozione cardinalizia, seguita il $1^{\circ}$ ott. 1817 , apparve, più che un premio, il termine dell'attività politica del R., che rientrò infatti nell'ombra per ca. un settennio. Leone XII, fermamente deciso a stroncare l'attività settaria nelle Romagne, inviò il R. a Ravenna nel 1824 con pieni poteri per liberare le Legazioni dalle società segrete. Il R. esplicò con inflessibile zelo la missione affidatagli, e il suo nome è rimasto legato al processo che si chiuse il 31 ag. 1825 contro centinaia di imputati delle Legazioni e delle Marche,
proprio quando analoghi processi si celebravano nel Lom-bardo-Veneto contro Federico Confalonieri e i Federati milanesi e bresciani. I condannati furono complessivamente 513, di cui sette alla pena capitale; ma segui immediatamente un provvedimento di clemenza, per il quale tutte le pene irrogate dal tribunale speciale vennero commutate e ridotte.

Ciò non ostante, il R. fu colpito dalla vendetta settaria : il 23 luglio 1826, in Ravenna, venne fatto segno a un attentato, dal quale uscì illeso, mentre cadeva ucciso al suo fianco il canonico Mutí. Questo ed altri fatti di sangue diedero origine al cosiddetto processo Invernizzi, dal prelato che lo diresse, e si conchiuse il 26 apr. 1828 con cinque esecuzioni capitali. Dopo un breve soggiorno a Genova, il R. rientrò a Roma, dove ebbe la nomina di Prefetto della Congregazione delle acque e strade. Michele Rosi formula su di lui il seguente giudizio: «Conservatore convinto, sacerdote piú, dette prova di coraggio non sempre unito a prudenza, fu severo nell'esigere il rispetto delle leggi e degli ordini superiori, ma pure incline a clemenza».

Bial.: M. Perlini, I processi politici del card. R., Mantova 1910; U. Oxilia, Il card. R. e l'attentato del 1816, in Rasc. st. del Risorg., 13 (1926), pp. 273 seg.; M. Rosi, R. (processo), in Diz. del Risorg. nasc., I, p. 873-84; id., Invernizzi (commissione), ibid., I, p. 520 ; id., s. v., ibid., IV, p. 85. Cf. le autobiografie di numerosi liberali implicati nel processo : Fabbri, Fattiboni, Casini, ecc.

Renzo U. Montini
RIVELAZIONE. - Il termine R., dal latino revelare, letteralmente "scoprire", significa la manifestazione di una realtà o verità occulta. In tal senso è stato usato anche nel linguaggio biblico e teologico per designare la manifestazione fatta liberamente da Dio della sua essenza inaccessibile o dei suoi disegni sconosciuti dagli uomini. I termini corrispondenti usati dalla Bibbia sono $\dot{\alpha} \pi \alpha \alpha \dot{\alpha} \lambda \omega \hat{\jmath} \alpha \varsigma$ (Mt. 11, 27), $\varphi \alpha \nu \varepsilon \varepsilon \omega \sigma \varsigma$ e derivati (Rom. 3, 21) con una lieve differenza di significato tra loro.

Ogni religione, essendo un rapporto tra Dio e l'uomo, suppone nell'uomo una conoscenza di Dio, suppone pertanto una manifestazione di Dio all'uomo. Ma per le forme religiose storicamente conosciute, all'infuori della religione ebraico-cristiana, è piuttosto l'uomo che arriva alla conoscenza di Dio, per l'una o per l'altra via, che non Dio che liberamente si manifesta all'uomo come suo Dio, Cristo e Salvatore. L'islamismo che sembra far eccezione, è una religione derivata dalla religione ebraicocristiana. Il parsismo è d'origine ancora troppo oscura per costituire un'eccezione sicura (cf. G. Kittel, op. cit. in bibl., III, pp. 566-73).

La Bibbia e il cristianesimo conoscono una manifestazione di Dio all'umanità attraverso la natura, la quale ha un rapporto di dipendenza e di somiglianza al suo autore, onde l'intelletto umano può risalire da essa a Dio e acquistare una conoscenza certa dell'esistenza ed una certa (aliqualis) conoscenza della natura di lui (Conc. Vaticano, Denz-U, 1785, 1806). Questa prima manifestazione di Dio, chiaramente insegnata in Sap. 13, 1-9, supposta da Rom. 1, 18-21, Act. 14-17; 17, 24-27, viene spesso chiamata R. naturale, o R. di Dio attraverso la natura. E però essenzialmente diversa dalla R. in senso proprio: perché non è un atto di Dio che si manifesta all'uomo, ma un atto dell'uomo che giunge alla conoscenza di Dio.

Oltre a questa, la Bibbia e il cristianesimo affermano l'esistenza di una seconda, più diretta e immediata manifestazione di Dio, il quale ha fatto conoscere se stesso e i suoi disegni con un insegnamento, rivolto immediatamente ad alcuni uomini privilegiati (profeti, Apostoli), ma destinata a tutta l'umanità. E la R. propriamente detta o R. soprannaturale. Accanto alla R. pubblica, della quale soltanto qui si parla, l'insegnamento comune della Chiesa ammette pure l'esistenza di rivelazioni private, cioè non destinate all'umanità intera. Occorre notare che r . fatte a singole persone, ma contenute nella Scrittura, come la visione di Zaccaria (Lc. 1, 8-25) o di Pietro, (Act. 10, 9-16) appartengono alla R. pubblica.

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I. Esistenza. - L'esistenza di questa R. soprannaturale pubblica è un punto fondamentale della dottrina cattolica.
I. Scrittura. - Sono sufficienti alcune testimonianze più caratteristiche della Scrittura: nel Vecchio 'Testamento: la vocazione e le promesse fatte ad Abramo (Gen. 12, 1-3; 15, 1-21; 17, 1-22), la R. del roveto ardente e del Sinai (Ex. 3, 1-17; 19, 1 sgg.; 24, 1), la vocazione e l'insegnamento dei profeti (I Reg. 3, 1-21; Is. 1, 2; 2, 1; Ier. 1, 4-19). Nel Nuovo Testamento l'esistenza di una R. divina è chiaramente insegnata da Gesù Cristo stesso: "Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno (conosce) il Padre se non il Figlio, e quegli a cui il Figlio lo voglia rivelare" (Mt. 11, 27; cf. ibid. 13, 3; Io. 15, 15). E tanto evidente, per i discepoli di Cristo, la novità dell'insegnamento del Maestro a riguardo di Dio che Giovanni, nonostante conoscesse bene tutte le R. contenute nel Vecchio Testamento, scrisse: "Nessuno ha mai visto Dio; il Dio unigenito, essendo nel seno del Padre, egli stesso ha parlato" (Io. 1, 18). La stessa chiara coscienza di una R. divina, riguardante specialmente i disegni di Dio sull'umanità, si trova presso s. Paolo (cf. I Thess. 2, 13; I Cor. 2, 10-16; Gal. 1, 12-13; Eph. 3, 1-9). L'autore della lettera agli Ebrei riassume il pensiero comune: "A più riprese e in più modi, fin dall'antico, Dio ha parlato ai padri nei profeti; da ultimo, in questi giorni, parl