volume-10

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aolo (cf. I Thess. 2, 13; I Cor. 2, 10-16; Gal. 1, 12-13; Eph. 3, 1-9). L'autore della lettera agli Ebrei riassume il pensiero comune: "A più riprese e in più modi, fin dall'antico, Dio ha parlato ai padri nei profeti; da ultimo, in questi giorni, parlò a noi nel Figlio" (Hebr. 1, 1).

Dall'insegnamento biblico si può ricavare una descrizione della natura della R. : a) Dio è per natura "nascosto " agli uomini (Io. 1, 18; I Cor. 2, 10-11; I Tim. 6, 16); essi lo possono conoscere com'egli è veramente in se stesso soltanto se si manifesta, cioè si rivela a loro in modo soprannaturale (Mt. 11, 27; I Cor. 2, 11-14); b) la R. soprannaturale comunica agli uomini una partecipazione alla conoscenza che Dio ha di se stesso (I Cor. 2, 10-14: infatti il Figlio e lo Spirito Santo, che rivelano Dio, sono Dio); c) questa manifestazione di Dio non è qualcosa a cui Dio sia tenuto, ma una libera iniziativa d'amore, un atto d'amicizia da parte sua ( $I o .3,16$ con 1, 18; ibid. 15, 15); d) la partecipazione alla conoscenza, che Dio ha di se stesso, e in genere si misteri di Dio non può avvenire con la sola intelligenza naturale, ma suppone un influsso interiore di Dio, la comunicazione di un nuovo principio conoscitivo (I Cor. 2, 16: il "vó́s " di Cristo; cf. Mt. 16, 17; Eph. 1, 17-18; 3, 14-19).
2. Tradizione. - Guidata da insegnamento così chiaro della Scrittura, la Tradizione cristiana ha costantemente affermato l'esistenza di una R. soprannaturale; è sufficiente ricordare l'importanza attribuita alle rivelazioni divine dai profeti del Vecchio Testamento, e soprattutto la chiara affermazione del valore divino di ogni parola di Gesù Cristo. Tale esistenza non ha mai incontrato oppositori nel mondo propriamente cristiano fino al sec. XVII: tutte infatti le comunità cristiane, che si sono separate dalla Chiesa cattolica dal sec. V al XVII, si richiamano alla R. soprannaturale di Gesù Cristo. La negazione di una R. soprannaturale, anche da parte di chi ammette l'esistenza di Dio, cominciò nel sec. xvin con il deismo (v.) e proseguì nelle varie forme di razionalismo succedutesi : illuminismo (v.), protestantesimo liberale (v.), modernismo (v.).
3. Dottrina della Chiesa. - Di fronte a queste negazioni la Chiesa cattolica ha definito la sua dottrina, specialmente nel Concilio Vaticano (sess. III, capp. 2, 3 e 4), dove si afferma: a) l'esistenza di un duplice ordine di conoscenze religiose : le conoscenze che, come l'esistenza di Dio, possono essere e sono anche spesso frutto della sola intelligenza naturale (cf. Denz-U, nn. 1785, 1806); accanto a queste, "la santa Madre Chiesa ritiene e insegna... esser piaciuto alla sapienza e bontà di Dio di rivelare se stesso e gli eterni decreti della sua volontà per una via diversa (dalla natura) e soprannaturale, secondo le parole dell'Apostolo" (Hebr. 1, 1; Denz-U, nn. 1786, 1807); b) a questa R. divina è dovuto il fatto che le verità religiose, per sé accessibili all'intelligenza umana, anche nell'attuale stato di natura decaduta possono essere conosciute da tutti con certezza e senza errore. Tuttavia la R. non è necessaria per questo motivo, ma perché Dio nella sua bontà infinita ha destinato l'uomo al fine so-
prannaturale, a partecipare, cioè, ai beni che superano completamente l'intelligenza dell'uomo (cita $/$ Cor. 2, 9; Denz-U, n. 1786). Oggetto della R. sono quindi non soltanto verità religiose naturalmente accessibili all'intelligenza umana, ma anche misteri propriamente detti (Denz-U, nn. 1795-96, 1808, 1816); c) la R. divina, contenuta nella Scrittura divinamente ispirato e nelle tradizioni derivanti dagli Apostoli, è stata affidata alla Chiesa che la custodisce fedelmente e la interpreta infallibilmente (Denz-U, nn. 1787-88, 1800); d) alla R. divina è dovuto il pieno ossequio dell'intelligenza e della volontà, che si esercita nella fede (Denz-U, nn. 1789, 1810-11); e) per rendere conoscibile la R. divina e ragionevole l'ossequio di fede che le è dovuto. Dio concede aiuti interni di Grazia, ed ha munito la R. stessa di argomenti esterni, in primo luogo miracoli e profezie, che "son segni certissimi e adatti a tutte le intelligenze della R. divina" (Denz-U, nn. 1789-90).

Questa dottrina rappresenta un riassunto completo dell'insegnamento tradizionale della Chiesa circa la R. Per questo l'uno e l'altro punto sono stati ripresi anche recentemente, di fronte al risorgere di antichi errori, nel giuramento antimodernistico (Denz-U, n. 2145) e nella recente encicl. Humani generis (12 ag. 1950).
II. Scrtura della R. - La teologia ha approfondito la natura della R. soprannaturale, utilizzando le analogie offerte dalla esperienza umana.
1. R. attiva e passiva. - La R. è una "parola di Dio all'uomo ", comporta quindi un atto in Dio, con cui egli comunica il suo pensiero, e implica nell'uomo un effetto corrispondente a questo atto, analogamente a quanto avviene quando un uomo vuol comunicare il proprio pensiero a un altro. L'atto di Dio viene chiamato R. attiva; l'effetto nell'uomo R. passiva o R. ricevuta. La R. attiva in Dio non è altro che l'atto eterno di intelligenza, nel quale è contenuta la verità da comunicare, il modo di comunicarla e il destinatario della verità stessa; l'atto eterno di volontà con cui Dio vuole liberamente che, nel corso del tempo, al momento e nella persona da lui prescelta, si presenti la verità rivelata nel modo da lui voluto e si formi in essa un giudizio certo dell'origine immediatamente divina di tale verità. L'attuazione nel tempo di questo atto di volontà divina costituisce la R. passiva.
2. Le forme e il contenuto della R. passiva. - Storicamente consta che Dio ha scelto modi diversi per comunicare le verità, come la parola rivolta a Mosè dal roveto ardente (Ex. 3, 1 sgg.), o quelle udite dai discepoli alla Trasfigurazione (Mt. 17, 5), oppure per mezzo di visioni, come quella di Pietro (Act. 10, 19-23), oppure semplicemente attraverso la comunicazione di idee che il destinatario ha coscienza di ricevere direttamente da Dio (così probabilmente si devono intendere la maggior parte delle "rivelazioni" avute da s. Paolo: cf. Gal. 1, 12; Eph. 3, 3). L'elemento essenziale della R. passiva è la coscienza certa che il destinatario acquista che quella verità gli è comunicata direttamente da Dio. Senza questa coscienza certa si avrebbe una verità comunicata da Dio (scienza infusa), ma non si avrebbe R. in senso proprio, poiché non si sarebbe in possesso di una verità garantita da Dio.

L'origine psicologica di tale coscienza può essere pure varia. Può nascere da una esperienza immediata come appare nei profeti del Vecchio Testamento; può sorgere da una riflessione illuminata da una particolare luce divina (così, probabilmente, per la confessione di Pietro [Mt. 16, 16-17] e per le rivelazioni di Paolo); può nascere da un ragionamento: quando gli Apostoli compresero e credettero definitivamente che Gesù era veramente il Figlio di Dio, ed era tale fin dalla nascita, allora tutta la vita, i gesti, le parole del Maestro acquistarono ai loro occhi un valore nuovo: tutto in lui diventava per essi R. divina. Tracce di queste riflessioni sono evidenti nel Vangelo di Giovanni (2, 21-22. 25-25; 6, 65; 7, 39). Anche in quest'ultimo caso, tuttavia, la formazione del giudizio certo circa l'origine immediatamente divina della verità ricevuta non deve ritenersi d'origine puramente naturale. Secondo la dottrina tomista, perfettamente conforme in questo all'insegnamento biblico, all'origine della coscienza certa della R. sta sempre una illuminazione soprannaturale della

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intelligenza (cf. R. Garrigou-Lagrange, De Revelatione, I, $3^{a}$ ed., Roma 1931, pp. 159-62).
3. Rivelazione, ispirazione, assistenza. - Alla luce di questa dottrina si comprende esattamente la differenza e i rapporti tra la R. e altri fatti soprannaturali, come l'ispirazione profetica o biblica e l'assistenza promessa alla Chiesa per la conservazione infallibile della verità rivelata: a) l'ispirazione profetica è una conoscenza che il profeta acquista ed esprime su fatti o realtà remote dalla sua intelligenza naturale per un particolare influsso divino; del quale però egli può non essere consapevole; cosí che il profeta non sempre, o almeno non necessariamente, propone agli altri la sua parola come parola di Dio, come verità d'origine divina. Quando acquistasse consapevolezza certa dell'origine divina di questa sua conoscenza si avrebbe una R. vera e propria; b) dall'ispirazione biblica la R. si distingue perché la prima non importa per sé la comunicazione di verità nuove da conservare nei libri sacri, ma soltanto un particolare influsso divino perché la verità conosciuta ed espressa nel libro, per qualunque via sia stata conosciuta, risponda veramente al pensiero che Dio vuole comunicare agli uomini attraverso il libro sacro. Inoltre lo scrittore ispirato può non essere consapevole dell'influsso divino che lo guida nello scomposizione del libro. Una volta però che il libro sacro sia composto o sia riconosciuto come tale, ogni affermazione dell'agingrafo, essendo da Dio ispirata, diventa perciò stesso verità comunicata da Dio agli uomini e garantita dalla sua autorità, diventa verità rivelata. Per questo la Scrittura è la prima "fonte della R. n; c) la r. divina si distingue dall'assistenza divina promessa alla Chiesa: perché la R. è la prima comunicazione soprannaturale della verità, mentre l'assistenza promessa è un dono di comprensione e di insegnamento esatto di una verità già ricevuta. R. e assistenza infallibile stanno tra loro come la creazione e la conservazione in generale.
4. Concezione cattolica e concezione razionalistica della R. - Per la dottrina cattolica la R. è un atto di Dio trascendente e personale, che in virtù del dominio supremo ch'egli possiede su tutte le creature intelligenti entra nella vita conoscitiva di queste al di fuori di ogni legge psicologica puramente naturale. E Dio che diventa maestro e testimone immediato della verità che comunica; e l'uomo non fa che prendere coscienza di questo oggettivo intervento divino soprannaturale.

Per il razionalismo la R. religiosa è un fenomeno analogo a qualsiasi altra scoperta di verità naturalmente conoscibili: è una intuizione soggettiva d'uomini, particolarmente dotati, che attribuiscono alla divinità il frutto delle loro esperienze, che riesce loro difficile di spiegare psicologicamente in modo del tutto naturale. Per il modernismo (v.) la R. non è che la presa di coscienza dell'esperienza o del sentimento religioso, e quando cerca di esprimersi per mezzo di concetti, come qualsiasi altro fenomeno di coscienza, dà origine alla dottrina religiosa, o R. oggettiva. Perciò non vi è luogo per nessuna oggettiva comunicazione di verità da parte di Dio: tutto ha origine dalla coscienza e dall'illusione soggettiva.
III. La Fasi della R. - In questa immensa opera di insegnamento da parte di Dio si devono distinguere diverse fasi : la R. primitiva; la R. ebraica; la R. cristiana.
r. La R. primitiva. - Non si può conoscere con sicurezza assoluta il contenuto di verità comunicate da Dio ai progenitori e il modo con cui sono state comunicate. La narrazione delle origini dell'umanità, della prova, della caduta e delle sue conseguenze, contenuta nei primi tre capitoli del Genesi (v.), riproduce certamente realtà storiche, ma non ci permette di ricostruire con tutti i particolari il modo in cui storicamente si sono effettuate. L'insegnamento teologico comune ritiene certa l'esistenza di una R. primitiva alle origini dell'umanità. E questo insegnamento appare confermato dai risultati della storia comparata delle religioni (v.).
2. La R. ebraica. - L'esistenza di una R. divina al popolo ebraico è uno degli insegnamenti fondamentali del cristianesimo; ad essa si richiamano esplicitamente Gesù e gli Apostoli (Mt. 5, 18.21 sgg.; 22, 31; Act. 1, 16; 28, 25; Rom. 1, 2; Hebr. 1, 1; 3, 7). La stessa R.
cristiana è il compimento della R. ebraica che l'ha preparata (cf. Mt. 5, 18). Ecco alcune caratteristiche : a) progressività : ebbe inizio con la vocazione di Abramo (Gen. 12, 1 sgg.), ma la Scrittura stessa attesta che Dio non si è manifestato completamente ad Abramo (Ex. 6, 3). Gli storici della religione ebraica fanno rilevare i successivi sviluppi che essa ebbe su tre idee fondamentali : il monoteismo, il messianismo, la concezione della vita futura. Questo sviluppo è dovuto certamente in parte ad un approfondimento della riflessione religiosa degli ebrei, ma in large parte, specialmente per quanto riguarda le prime due idee, è dovuto a una progressiva illuminazione della R. divina; b) strumenti per questa R. furono alcuni uomini (patriarchi, profeti, agiografi), che Dio liberamente scelse. La R. ebraica non fu una R. continua e nel popolo ebraico non v'era un organo che fosse il portatore ufficiale della R. divina, come è ora nella Chiesa il magistero, vi era però un mezzo di trasmissione della R. : libri sacri. Per questo nella religione ebraica è possibile constatare diversità notevoli di sviluppo nei diversi periodi, e talvolta anche momentanei oscuramenti, correnti parallele non perfettamente amalgamate tra loro. Appare però tanto più evidente l'azione divina che, guidando e utilizzando tutte le diversità naturali, portò il popolo ebreo a quel grado di conoscenza religiosa che ha reso possibile l'inserzione, senza scosse violente, della R. cristiana; c) La R. ebraica fu infatti una R. preparatoria che non fu scopo a se stessa; la sua funzione fu di preparare la R. cristiana nella quale ha trovato il suo compimento (cf. Mt. 5, 18; Gal. 3, 24). Per questo la R. ebraica ha cessato la sua funzione col sopraggiungere della R. cristiana; o, meglio, tutto il contenuto di verità che essa possedeva è stato fatto proprio della R. cristiana.
3. La R. cristiana. - I discepoli di Cristo hanno avuto vivissimo il senso della novità della R. cristiana rispetto alla r. ebraica (cf. Jo. 1, 18; Eph. 3, 1 sgg.; Hebr. 1, 2). Gesù stesso sottolineò la novità del suo insegnamento, particolarmente per quanto riguarda il mistero della Trinità (Jo. 15, 15), il mistero della Chiesa (Mt. 13, 11), la perfezione della legge cristiana (ibid. 5, 21 sgg.). Ma l'insegnamento di Gesù Cristo non è consolito soltanto in parole : ogni suo gesto, ogni suo sentimento interiore, conosciuto al di fuori, era manifestazione oggettiva del pensiero e dell'amore di Dio. La prima e grande R. di Dio è la Persona stessa del Verbo Incarnato (cf. Il Cor. 4, 4-6). Alla luce dell'insegnamento di Gesù Cristo e sotto l'illuminazione dello Spirito Santo da lui promesso (Jo. 14, 26; 15, 26; 16, 12-15), gli Apostoli compresero sempre più completamente il mistero di Cristo e della nostra solidarietà con lui, il mistero della Redenzione e della nostra partecipazione alla vita divina per mezzo di Gesù Cristo, il mistero di Cristo che è la Chiesa, i disegni divini circa la vita futura della Chiesa. Tutto questo patrimonio di verità costituisce la R. cristiana. Essa si è condusa con la morte dell'ultimo Apostolo ed è stata consegnata alla Chiesa o sotto forma di documenti scritti (libri ispirati del Nuovo Testamento), o sotto forma di tradizioni fedelmente conservate e trasmesse dal corpo episcopale. Dopo la morte dell'ultimo Apostolo la Chiesa non ha nuove rivelazioni pubbliche, ma comprende, interpreta e spiega in una luce sempre più chiara e con una completezza sempre maggiore il contenuto della R. ricevuta dagli Apostoli. In questo consiste lo sviluppo del dogma (v.).
IV. Possibilità della R. - Le difficoltà contro la possibilità della R. vengono dedotte dalla sua superflutá, dalla incompatibilità con la sapienza divina, dal suo preteso antropomorfismo, dalla incomunicabilità della scienza divina o, per quanto riguarda la r. mediea, dall'intervento di strumenti umani soggetti ad errore.

La prima difficoltà viene dedotta dalla autosufficienza e autonomia dell'intelligenza umana. L'uomo deve bastare a se stesso nella conoscenza della verità anche morale religiosa: nulla può essere accettato come vero se non è riconosciuto come vero dalla ragione; l'uomo contraddirebbe la più intima esigenza della sua natura se accettasse una verità dall'esterno, sia pure da Dio. Si risponde: la supposizione immanentistica dell'autosufficienza dell'intelligenza umana cade, però, facilmente di fronte

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a due fatti. La constatazione storica della difficoltà enorme, per gli uomini, di conoscere le fondamentali verità morali e religiose al di fuori dell'influenza della R. ebraicocristiana. E sufficiente ricordare le difficoltà, le contraddizioni, gli errori della filosofia, le puerilità e, talvolta, le grossolane deviazioni delle concezioni religiose. In secondo luogo, si potrebbe negare l'esistenza di verità inaccessibili all'intelligenza umana soltanto supponendo che l'uomo possa con la sua intelligenza naturale esaurire la realtà e i disegni di Dio. Un simile postulato però contraddirebbe evidentemente l'infinità dell'Essere divino: se Dio è veramente infinito non può non avere qualcosa di inattingibile all'intelligenza finita dell'uomo. D'altra parte per l'uomo non costituisce nessuna diminuzione il fatto di ricevere da Dio qualche illuminazione sul mistero della sua vita e della sua azione nell'universo. La R. non può apparire contradditoria alla dignità dell'uomo se non a chi suppone che l'uomo sia lo stesso assoluto.

La seconda difficoltà si potrebbe formulare cosi perché la R. appaia intelligibile e quindi possibile non è sufficiente che Dio abbia verità sconosciute da comunicare, occorre vi sia una ragione intelligibile per far questo. Non si vede a che possa servire la R. di verità sconosciute. Si risponde : secondo la dottrina cattolica (v. sopra: Conc. Vat.) la R. ha una duplice finalità : supplisce alle deficienze dell'intelligenza naturale per la conoscenza delle verità religiose e morali, completando le capacita limitate dell'intelligenza decaduta con la luce superiore che viene dall'insegnamento divino; introduce inoltre gli uomini alla conoscenza delle realtà soprannaturali che costituiscono il mondo reale nel quale si svolge ora la vita dell'umanità. La R. non è fine a se stessa; non rappresenta il rto ultimo e definitivo tra l'uomo e Dio; ma è il di un'altra conoscenza, la visione beatifica, nella quale l'attuale imperfetta conoscenza delle realtà soprannaturali comunicata dalla R. diventerà una conoscenza perfettamente chiara e autotrasparente. La R. perciò ha una funzione essenzialmente pedagogica: lo scopo immediato della R. è di rendere possibile l'amore delle realtà soprannaturali, quell'amore che si chiama carità soprannaturale; perché la carità è la condizione indispensabile e la preparazione alla visione.

La terza e la quarta difficoltà sono state particolarmente sottolineate nel periodo modernistico sotto forma di un dilemma : o si concepisce la R. come la comunicazione di una "parola» o di un concetto divino nel significato usuale del termine, allora si cade nell'antropomorfismo; o si mantiene la trascendenza infinito del conoscere divino, e allora non si comprende come esso possa essere comunicato all'uomo. La risposta è questa : la difficoltà riproduce, nel settore particolare della R., il problema generale dei rapporti tra l'infinito divino e il finito umano. Il pensiero teologico aveva già formulato la soluzione di principio con la dottrina della analogia (v.). La verità divina è comunicata agli uomini per mezzo di concetti che pur non esprimendola com'essa è in Dio, e quindi non esprimendola adeguatamente, sono però capaci di riprodurne davvero, in una certa misura, il contenuto. Si potrebbe ricorrere per illustrare questa risposta alla conoscenza e all'insegnamento di Gesù Cristo. Secondo la dottrina teologica comune e certa, Gesù possedeva durante la sua vita terrena la visione immediata dell'Essere e dei disegni di Dio: vedeva la Trinità e nella Trinità tutta la realtà avente un qualche rapporto con lui. Egli stesso attestò questo (Ja. 16, 14-15). Tale conoscenza era un atto unico, semplicissimo, intuitivo, che abbracciava tutto. Gesù parlò ai discepoli per comunicare ad essi una partecipazione alla propria conoscenza di Dio (ibid. 13, 15) : e parlò un linguaggio umano, fatto di concetti e parole accessibili alla intelligenza umana finita. Nella sua intelligenza avvenne il passaggio dalla semplicità della conoscenza divina alla molteplicità imperfetta, ma non ingannatrice, dei concetti umani. Quello che è avvenuto in lui come conseguenza del suo essere di Verbo Incarnato, Dio lo può miracolosamente ripetere negli altri uomini, ch'egli sceglie per rivelare.

L'ultima difficoltà riguarda la razionalità di una R. mediata: sia pure che la R. è possibile e conoscibile
da chi immediatamente la riceve; ma quando essa viene comunicata agli uomini, allora perde la garanzia della sua origine divina. Gli uomini che l'hanno ricevuta, se si prescinde da Gesù Cristo, erano tutti fallibili e limitati, e inevitabilmente, anche senza accorgersi, poterono trasmettere, con la verità d'origine divina, la loro limitata, personale o magari erronea interpretazione della verità ricevuta. Si risponde che appartiene alla essenza della R. che chi la riceve abbia una conoscenza chiara e certa di ciò che riceve da Dio e la distingua dalle proprie personali riflessioni, e l'esperienza stessa dei destinatari della R. ci assicura di questo: è sufficiente ricordare il modo con cui Paolo parla della verginità e del matrimonio (I Cor. 7, 10-12). Inoltre occorre ricordare che non ci troviamo qui di fronte a fenomeni spiegabili con cause puramente naturali; se Dio ha voluto che la verità da lui rivelata giungesse a tutti gli uomini proprio come egli l'ha rivelata, non gli manca certamente la possibilità di ottenere questo: ed è quanto ci garantisce l'assistenza dello Spirito Santo promesso prima agli Apostoli, poi alla Chiesa.
V. Conoscibilità. - Questa riflessione apre la strada a risolvere anche le ultime difficoltà, riguardanti la conoscibilità della R. divina. La difficoltà prende due forme: non si vede come colui che riceve la R. possa acquistare la certezza di non essere vittima di una illusione. Inoltre non è chiara come possano gli altri, che non hanno l'esperienza di un contatto immediato con Dio, acquistare la certezza ch'egli non è vittima di una illusione.

Si è già detto (v. sopra, III, 2) che la coscienza certa di ricevere una verità da Dio può avere origini psicologiche diverse: questa certezza non può formarsi, come qualsiasi altra certezza, che per una via puramente interiore. Spesso però si nota che il destinatario della R. dubita della sua origine divina e vuol sottrarsi agli impegni che la parola di Dio impone; allora Dio interviene con segni straordinari, che eliminano ogni dubbio, per es., nella visione di Zaccaria (Lc. 1, 18-20), o nella conversione di Paolo (Act. 9, 1-19). Ma soprattutto occorre ricordare che nei formarsi questo giudizio l'intelligenza umana è illuminata dallo Spirito Santo, che è Spirito di verità : la Scrittura considera coloro che ricevono una qualche R. da Dio e che parlano a nome di Dio come "pieni di Spirito Santo", cioè come illuminati da lui in un modo soprannaturale. Per questo possono avere certezze inspiegabili naturalmente agli altri (cf. I Cor. 2, 12-16). Si pone allora la domanda come gli altri, che non hanno questa loro esperienza immediata, possano distinguere gli uomini veramente illuminati dallo Spirito Santo dagli illusi o dai mentitori; i veri doi falsi profeti. La R. stessa suggerisce vari criteri o segni, che costituiscono tanti motivi per riconoscere la vera R.: la qualità morale del profeta, il contenuto della sua dottrina, i frutti di questa dottrina e infine - criterio decisivo - lo opere che egli compie per garantire con l'intervento di Dio l'origine divina di quanto asserisce: profetce e miracoli (cf. Is. 15, 22 - 24). Quando Dio parla, e vuole che la sua R. giunga a tutti gli uomini, sa bene accompagnarla da "segni", tali che ne garantiscano l'origine divina ad ogni uomo disposto ad accoglierla (cf. Mc. 16, 20).
VI. Conseguenze morali della R. - La ragione della garanzia divina sta nelle conseguenze d'ordine morale che derivano dal fatto della R.: a Dio che parla, l'uomo è tenuto a credere. Deve cioè accettare come vero tutto quanto Dio dice, anche se appare difficile e inspiegabile alla sua intelligenza e, nell'ordine morale, deve assumere come norma della propria condotta le norme rivelate da Dio (per es., le beatitudini). Con l'esistenza di una R. divina l'intelligenza umana cessa di essere la norma unica della verità religiosa e morale e deve accertare una verità che le trascende. Inoltre, anche quando non avesse la certezza di una R. divina, se soltanto si presenta a lui l'ipotesi della sua esistenza, l'uomo è tenuto a cercarla, appena percepisce come possibile che Dio abbia parlato, ha il dovere di cercare se ciò è veramente avvenuto e di non formarsi fin quando non si è reso conto dove si trovi davvero la R. divina. La ricerca può essere lunga e difficile, ma se egli ha buona volontà la Grazia lo guida infallibilmente verso la luce: a incontrare Dio.

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(per curtesia del reo, no p. abate di St. Florian)
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13aptifinale, fine Eabecumenua, furta ritü fcé $\mathfrak{B}$ omanc ecctie, in quo etiam oat cia; $q$ apud egrotoa in extremio laborat, tco; $z$ a vita oecedéteo; fiut ; ptinenter s aliamulta q̆ in bactenue impreffio oetiderabanf; et I tabula pater.
Addiri font eria Ercartind quatio; ad eftugam dos omponez; Sancti A mbrolli: Luciferi: naf Sancti Cyprianizs qui Rome ad columnam legitur.
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(1ut. Eac. Calt.)
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S A C R A M E N T A R I V M
IV I T A M O R E M
Mediolamedia eccteke diligentifi, reaffirm, calligatum, redintegratum, addiriont busque nonnullis neceffa-
tio auctum.
M. D. L X.

In alto a sinistra: RITUALE DI ST. FLORIAN (sec. XII); il ms. comincia con il rito della processione della Candelora. In alto a destra: MANUALE CURATORUM, fatto copiare nel 1540 per la parrocchia di Courmayeur (Aosta) dal parroco Jeninus Ferrem - Aosta, Biblioteca del Seminario maggiore. In basso a sinistra: FRONTESPIZIO DEL BAPTISMALE, edito a Venezia nel 1546 - Esemplare della Biblioteca Vaticana. In basso a destra: FRONTESPIZIO DEL = SACRAMENTARIUM = AMBROSIANO, Milano 1560 - Esemplare della Biblioteca Vaticana.

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(ftd. Alineri)
A sinistra: RIVESTIMENTO IN PIETRA A DUE COLORI, sulla facciata della chiesa di S. Maria in Casale, eretta agli inizi del ' 300 da Filippo d'Angiò Brindisi. A destra: RIVESTIMENTI MARMOREI barocchi su disegno di C. Fontana (sec. xvir). Parete della cappella Cibo con il monumento al card. Alderano Cibo - Roma, chiesa di S. Maria del Popolo.

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Bibl.: per una bibl. completa cf. N. Jung, Révélation, in DThC, XIII, 2500-2618; si segnalano soltanto gli studi fondamentali relativi ai singoli punti svolti nel testo. 1) G. Kittel, 2562/2710, in Theolog. Wivierbuch cum N. T., III, pp. 465-97. 2) A. Vacant, Etudes théolog. sur les constitutions du Cunc. du Vatican. Parigi 1892: H. Thieckmann, De Revolutione christ. tract. philosophico-histor., Friburgo in Br. 1930; B. Bartmann, Man. di teol. dogmatica, I, Alba 1950, cap. 2. 3) J. V. Boinvel, De vera religione et apologetica, Parigi 1014: A. Gardell, Le domé révdée et la thèol., $2^{\circ}$ ed., rei 1927, cap. 2: R. GarrigouLagrange, De Revolutione per Ecclesiam Cath. proposita, I, $3^{\circ}$ ed., Roma 1931, pp. 137-68; H. Niobecker, Wesen und Wirklichkeit der ubernatizt. Offenbarung, Friburgo in Br. 1940. 4) S. de Dietrich, Le dessein de Dieu, Neuchâtel 1948 (protestante ma eccellenze): A. Gellin, Les idées multresses de l'A. T., Parigi 1949: P. Heinisch, Teol. del V. T., Torino 1950; C. Charber, La lecture cinct. de la Bible, Maredaous 1950: E. Galbiat, A Piazza, Pogine difficili dell' A. T., Genova 1951: G. Baroivrea, Teol. del N. T., Torino 1952. 5) R. Garrigou-Lagrange, op. cit., II, Roma 1945, pp. 319-403; S. Tromp, De Revelat. christ., ivi 1950, pp. 70-185.

RIVESTIMENTI. - L'uso di rivestire le strutture murarie con mar-
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RIVESTIMENTI - Interno della Sala della Mercanzia con r. in legno (sec. xiv). Perugia.
mi o stucchi era già diffuso nell'antichità classica e venne subito adottato dal cristianesimo.

Si ha notizia di r. marmorei in luoghi di culto cristiani sin dal sec. III (cubicolo dei papi nelle catacombe di S. Callisto); poi, con il trionfo della Chiesa, il marmo, lavorato appositamente, o più frequentemente proveniente da altri monumenti, viene spesso adoperato come r. nell'interno di edifici sacri, mentre all'esterno è limitato alla decorazione di singoli elementi architettonici.

In epoca costantiniana si introduce l'uso di incrostare le pareti con tarsie di marmi policromi, non solo con
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(Int. Alinari)
Rivestimenti - R. di tarsie in marmo, madreperla e smalto, nella tribuna della chiesa di S. Vitale a Ravenna (sec. vi). Ricostruzione del 1900-1904, compiuta sulla scorta di avanzi originali e documenti.
spartimenti architettonici e con ornati, ma con figurazioni complesse; massimo esempio la basilica civile di Giunio Basso (317), nota attraverso i disegni di G. da Sangallo e dei cui ornati restano frammenti nel Museo Capitolino. Questa tecnica venne usata in edifici religiosi della seconda metà del sec. iv (Basilica Ursiana di Ravenna e primitiva Basilica Ambrosiana di Milano), per quanto può desumersi dalle descrizioni e dai pochi avanzi superstiti, riducendo gli ornati a semplici raffigurazioni simboliche; infine nel sec. v si riduce a motivi geometrici sfruttando la policromia dei materiali (S. Sabina a Roma). La tendenza all'astrazione decorativa si accentua nell'architettura bizantina (S. Vitale di Ravenna, duomo di Parenzo); in seguito questa tecnica, mentre in Italia cede il posto alla decorazione pittorica, si sviluppa e si perfeziona in Oriente, raggiungendo la massima espressione in S. Sofia di Costantinopoli.

Nell'architettura romanica, sul modello del S. Giovanni di Firenze, il r. marmoreo si limita a due soli colori, nell'intento di valorizzare i rapporti spaziali, talora fingendo motivi architettonici : il più notevole esempio è nella basilica di S. Miniano al Monte, dove la decorazione scandisce il ritmo spaziale della facciata. Anche in Sicilia il r. in marmo, associato però al cotto, contribuisce a dare risalto alle linee architettoniche (campanile della Martorana, duomo di Monreale). Nell'architettura gotica invece il r. mormoreo generalmente non ha rapporti con l'organismo strutturale (fianco del duomo di Perugia, S. Maria di Collemaggio all'Aquila, S. Maria Novella di Firenze).

Anche nel primo Rinascimento lombardo i r. ad intarsio presentano carattere puramente decorativo indipendente dall'architettura (p. es., Certosa di Pavia, ove sono associati il bianco di Candoglia, il rosso di Valcamonica, il verde di Cira; cappella Colleoni a Bergamo in bianco, rosso e giallo); ma a Venezia in S. Maria dei Miracoli le maestranze lombarde dànno nuovamente al r. marmoreo un valore architettonico, facendo di questa chiesa l'esempio forse più tipico del Rinascimento. Più tardi si manifesta una ricerca di effetti di gravità funerea nel calcolato incastonarsi di specchi di porfido entro cornici bianche tra colonnine nere, nella cappella Gondi a S. Maria Novella di G. da Sangallo. All'inizio del Cinquecento scompare ogni ricerca di effetti coloristici all'esterno delle chiese; i progetti di r. marmorei di facciate lasciate grezze dalle epoche precedenti si arrestano agli inizi, tanto sono estranei al nuovo gusto (S. Petronio di Bologna, duomo di Reggio Emilia). Anche il barocco esclude la policromia nelle facciate, mentre accentua all'interno lo sfarzo dei marmi colorati, non più a disegni minuti, ma con applicazioni su vaste superfici (S. Maria

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della Vittoria, Gesù e Maria a Roma, Corpus Domini e S. Lorenzo a Torino; S. Filippo Neri a Napoli).

La concezione della cappella come organismo architettonico a sé stante consente di limitare il r. marmoreo ad uno o pochi ambienti della chiesa : i primi esempi risalgono all'inizio del ' 500 (cappella Chigi in S. Maria del Popolo a Roma) e raggiungono nel secolo successivo la massima ricchezza decorativa nella cappella dei Principi annessa a S. Lorenzo in Firenze, interamente rivestita di marmi rari, pietre dure, gomme e bronzi dorati, con effetti di grande sfarzo, ma di gusto mediocre; di maggiore eleganza la cappella del Monte di Pietà a Roma, fastosamente rivestita di marmi preziosi, alabastri, diaspro di Sicilia. Una tipica espressione del tardo barocco si vede nella cappella Cybo a S. Maria del Popolo in Roma, dove la policromia imprime un carattere di severità, mentre nella cappella della S. Sindone nel duomo di Torino un senso ancor più solenne deriva dall'impiego nel r. parietale di solo marmo nero. La predilezione accordata nel Settecento allo stucco limita la consuetudine dei r. marmorei nell'Italia centrale e settentrionale; mentre nel meridione della penisola ed in Sicilia se ne continua intensissimo l'uso fino alla fine del secolo. Ultima grande applicazione del marmo nel r. delle chiese si trova nella navata del Gesù a Roma dell'inizio dell'Ottocento. Nello stesso secolo venne però adottato nel completamento di facciate rimaste allo stato grezzo, usando marmi di colori armonizzanti col rimanente dell'edificio. Così per il duomo di Firenze vennero impiegati: marmo di Carrara, verde di Prato e rosso di Marenima; per quello di Grosseto: fasce alternate di marmo bianco e rosso di Gualdana; per S. Croce di Firenze solo marmo di Carrara.

Nel nostro secolo i r. marmorei sono in genere limitati a singole cappelle, come quella del Sacramento in S. Carlo al Corso di Roma, rifatta per il giubileo sacerdotale di Pio XI, e l'altra, ancor più recente, di S. Andrea delle Fratte, pure a Roma; esempio di estensione del r. in marmo all'intero interno di una chiesa si trova, sempre in Roma, nella S.ma Addolorata.

Assai raro è l'impiego del legno come r. di pareti : caratteristico esempio la sala del Collegio della Mercanzia a Perugia, decorata con motivi geometrici. Talora invece il r. si estende solo per tratti limitati di parete, specialmente al disopra del coro (SS. Severino e Sossio a Napoli, duomo di Pisa). Anche più raro per r. di pareti è l'uso del cusio, di derivazione orientale, adoperato qualche volta nel Seicento in ambienti di edifici civili, e del tutto escluso da quelli religiosi. - Vedi tav. LVI.

Bibl.: P. Toesca, Stor. dell'arte ital., I e II, Torino 1927. 1930, passim; G. Marchini, L'inconstaz. marmorea della cappella Gondi in S. Maria Novella, in Palladio, 1939, p. 203 sgg.; G. Colzocchi, Restuari esterni del duomo, del campanile e del battistero di Firenze, ibid., 1940, p. 131 sgg.; M. Salmi, Devoraz. romanica in Toscana, in Spazio, febbr. 1931, p. I sgg.; L. Moretti, Trasfiguraz. di strutture marmoree, ibid., 1931, p. 3 sgg. Mario Zocca

RIVET, Louis. - Canonista, n. a Lione il 3 maggio 1871, m. a Neuville-St-Vaast il 9 maggio 1915 .

Avviato per necessità familiari alla carriera militare studiò a St-Cyr e divenne ufficiale dei cacciatori (1891), ma poco dopo (1893) entrò nella Compagnia di Gesù. Ordinato prete nel 1904, fu professore di morale e di diritto canonico a Hastings, indi alla Università Gregoriana a Roma. Fu anche consultore della S. Congr. dei Religiosi. Scoppiata la guerra, nel 1914 riprese il grado di ufficiale. Nominato tenente nella Legione straniera vi esercitò un intenso apostolato e morì eroicamente mentre avanzava alla testa delle sue truppe.

Opere : Quaestiones iuris ecclesiastici publici tractatae in Universitate Gregoriana (Roma 1912); Institutiones iuris ecclesiastici privati (ivi 1914); e l'articolo Duel nel DFC, I, coll. 1196-1220.

Bibl.: A. Valensin, Une âme sacerdotale. Le p. L. R. de la Compagnie de Jésus, Lione-Parigi 1917. Augusto Moreschini

RIVIERE, Jean. - Teologo, n. a Montcabrier (presso Albi) nel 1878, m. ivi il 3 maggio 1946.

Laureatosi all'Institut catholique di Tolosa, dopo un breve insegnamento nel Seminario di Albi fu per 27 anni professore nella Facoltà teologica di Strasburgo. Esaminò con critica severa quanto s'era scritto intorno al dogma della Redenzione, recando precisazioni e chiarimenti, scartando interpretazioni tendenziose (soprattutto contro il Turmo!), tentando sintesi in parte nuove, anche se non definitive: Le dogme de la Redemption devant l'histoire (Parigi 1926); Le dogme de la Redemption chez st Augustin (ivi 1930); Le dogme de la Redemption après st Augustin (ivi 1930); Le dogme de la Redemption au début du moyen âge (ivi 1933); Le dogme de la Redemption. Etude théologique ( $3^{\circ}$ ed., ivi 1931); Le dogme de la Redemption. Etudes critiques et documents (Lovanto 1931); Le dogme de la Redemption dans la théologie contemporaine (postumo, a cura di F. Cavallera e di E. Lombard, Albi 1948) in cui alcune osservazioni e atteggiamenti sono oggetto di riserva. Importante per la storia del pensiero contemporaneo la monografia: Le modernisme dans l'Eglise (Parigi 1929). Oltre il volume Le problème de l'Eglise et de l'Etat au temps de Philippe le Bel (Parigi 1926) e altri notevoli saggi, collaborò al DThC e a vari periodici di cultura religiosa.

Bibl.: onom., Neurologia, in Revue de se. relig., 21 (1947), pp. 5-16; N. Ladonierssky, Essai d'étude sur le dogme de la Redemption dans la thè́d, contemporain, in Eantes docrte, 2 (1949), pp. 221-48; anom., T. R., Bibl. et nouoance, Albi 1922. Antonio Padani

RIVISTA DEI GIOVANI. - Periodico mensile fondato nel 1920 e diretto dal salesiano Antonio Cojazzi, edito dalla SEI (Soc. Ed. Internazionale) in Torino.

Ebbe larga diffusione e benefica efficacia nell'ambiente giovanile delle scuole medie superiori e universitarie, con il programma "per la cultura e la vita cristiana", orientato secondo la tradizione pedagogica di s. Giovanni Bosco. Una figura di primo piano trovò glorificazione in questa rivista: Pier Giorgio Frassati. Con il dilagare di periodici prevalentemente illustrati, persuasa d'aver esaurito il suo compito di formazione soda e riflessiva, spontaneamente, ancor viva e vitale, sospese le pubblicazioni, dopo 29 anni, nel 1949. Un seguito di articoli, scritti dal direttore, fu raccolto nel volume Alla scoperta di re stesso.

Antonio Cojazzi
RIVISTA DEL CLERO ITALIANO. - Periodico mensile sorto a Milano nel 1920 per cura del p. A. Gemelli e dei mons. F. Olgiati e L. Vigna.

Rivolta esclusivamente ai sacerdoti, la pubblicazione è una rivista di azione, di battaglia sacerdotale, che mira alla difesa della fede e degli istituti ecclesiastici e sociali e ad aiutare i confratelli alla formazione e alla preparazione a quest'opera di difesa. Comprende tre parti : articoli di fondo, fatti e commenti o questioni morali e pastorali, armi per l'apostolato (tracce di discorsi e di conferenze, pensieri sulle feste particolari e sulle domeniche del mese).

Celestino Testore
RIVISTA DI ARCHEOLOGIA CRISTIANA. Cessato nel 1922 il Nuovo bullettino di archeologia cristiana, la Pontificia commissione di archeologia sacra iniziò nel 1924 la R. di a. c. destinata a contenere le relazioni di scavo compiute dalla detta Commissione e studi di archeologia cristiana.

Dal 1927 a tutto il 1941 il periodico fu edito a cura di detta Commissione e del Pont. istituto di archeologia cristiana con un comitato di redazione composto da P. Franchi de' Cavalieri, G. P. Kirsch, C. Respighi e A. Silvagni, segretario di redazione G. Belvederi. Dal 1942 a tutto il 1946 la R. fu pubblicata a cura della detta Pont. commissione e del Pont. istituto con segretario G. Belvederi, il quale stampò a sua cura la rivista negli anni 1947-48. Dal 1949 viene edita per cura della Pont. commissione e del Pont. istituto sotto la direzione di L. de Bruyne e un comitato di redazione composto da B. M. Apolloni-Ghetti, A. Ferruz, E. Josi, C. Mohlberg, E. Peterson, A. Silvagni. Di particolare importanza è la bibliografia, curata prima da G. P. Kirsch e dal 1949 da L. de Bruyne.

Enrico Josi

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RIVISTA DI DIRITTO ECCLESIASTICO ITALIANO. - Fondata nel 1890 dall'avv. Serafino Giustiniani all'inizio d'una nuova fase storica nei rapporti tra Chiesa e Stato in Italia.

La legislazione risorgimentale in materia ecclesiastica aveva ormai compiuto tutto il suo ciclo evolutivo e già cominciava a delinearsi il lento movimento che doveva condurre alla nuova regolamentazione instaurata poi con il Concordato del 1929. E ancora prima che esso stabilisse nuovi collegamenti fra l'ordinamento giuridico canonico e quello statuale, allorché la nuova legislazione canonica e la riforma della Curia Romana s'erano imposte all'attenzione del mondo, la R. di d. e. i., per opera del prof. mons. Cesare Badii, che la diresse per molti anni con l'avv. Michele Zacchi, introdusse fra le sue rubriche quella dedicata alla giurisprudenza e alla legislazione canonica e al commento di esse.

La $R$. di d. e. i. assunse nel 1908 il titolo che tuttora conserva. Il diritto ecclesiastico, senza mutare il suo indirizzo scientifico e pratico, accogliendo la voce dei più insigni studiosi, di qualunque tendenza, pur nella sostanziale aderenza e fedeltà al pensiero cattolico. Oggi (1952), edita dalla casa A. Giuffré in fascicoli trimestrali, è diretta dai proff. D'Avack, Petroncelli e Scavo Lombardo, con la cooperazione di quasi tutti i cultori della materia, ecclesiastici e loici, italiani e stranieri. Ermanno Grassini

RIVISTA DI FILOSOFIA NEOSCOLASTICA. - Uscì nel genn. del 1909, diretta da p. Agostino Gemelli e da Giulio Canella (che dopo breve tempo si ritirò dalla redazione), e proseguì ininterrottamente la sua vita, anche durante i due grandi conflitti bellici. Da Firenze, dove apparve il primo fascicolo, passò ben presto a Milano, dove si pubblica a cura della Facoltà di filosofia dell'Università cattolica del S. Cuore.

Nata in epoca in cui il pensiero di s. Tommaso e lo scolastico in genere erano sconosciuti e vilipesi, la rivista si propose di rielaborare le dottrine fondamentali della metafisica classica e di illustrarle, da un punto di vista teoretico e storico, in funzione della cultura moderna e delle attuali esigenze. Di fronte al positivismo prese una netta posizione a proposito dei rapporti tra filosofia e scienza, promuovendo ricerche psicologiche e biologiche. L'idealismo italiano, poi, fu l'occasione di studi accurati, di battaglie e di polemiche serene. Contro le tendenze immanentistiche dell'attualismo gentiliano e dello storicismo creciano la rivista difese il valore della metafisica antica, che ancora propugna contro gli indirizzi dell'irrazionalismo contemporaneo.

Bon... Il nostro programma, in R. di f. a., 1 (1909), pp. 1-29; A. Gemelli, Il mio contributo alla filosofia neoccolastica, Milano 1930: autori vari, Indirizzi e conquiste della filosofia neocolastica italiana, Milano 1934 (particolarmente l'articolo di A. Gemelli, Compiti e missione della neosc. italiana, pp. 1-20).

Enzo Maccagnolo
RIVISTA DI LETTURE. - Periodico mensile sorto a Milano nel 1904 con il titolo di Bollettino delle biblioteche cottoliche per cura del sac. G. Casati, organo anche della Federazione italiana delle Biblioteche cattoliche circolanti.

Nel 1914 prese il nome di $R$. di $L$. Mira a dare un succinto ragguaglio o giudizio delle opere di amena lettura, buone o innocue, perché si possano assegnare ai vari gruppi di lettori; e di quelle pericolose o cattive, affinché gli educatori sappiano opportunamente dare ragione della proibizione od esclusione di certi libri. Né le recensioni si limitano alle letture amene, ma abbrac ciano pure il campo della storia, della pedagogia, dell'ascetica, con articoli più ampi su determinati autori o collane. Da essa derivarono i vari manuali di letture, raccoglienti, in pochi cenni, giudizi discussi più ampiamente sulla rivista intorno ai diversi autori. La R. di L. cessò nel 1945, sostituita nel 1946 da Letture (v.).

Celestino Testore

RIVISTA DI STORIA DELLA CHIESA IN ITALIA. - Fu iniziata nel genn. 1947; è uscita regolarmente in fascicoli quadrimestrali, con lo scopo di illustrare gli uomini e gli avvenimenti più importanti della vita ecclesiastica italiana e di coordinare con i mezzi migliori e più aggiornati quanto si viene pubblicando in proposito.

Essa si è proposta di sostituire la Rivista di scienze storiche che si pubblicava a Pavia sotto la direzione di Rodolfo Maiocchi dal 1904 e rimasta interrotta da molti anni. Ne sta a capo un consiglio di direzione e la dirige mons. Michele Maccarrone; editore ne è Luigi De Luca.

Pio Feschini

## RIVISTA INTERNAZIONALE DI SCIENZE

SOCIALI ED AUSILIARIE. - Fondata a Roma dal prof. G. Toniolo (v.) per il mecenatismo di Leone XIII, come preparazione, sul severo piano dell'investigazione scientifica, al rinnovamento in senso cristiano della società.

Il Toniolo non era nuovo a tale progetto : si conserva di lui un programma per una rivista dal titolo L'avvenire della ciuilid. Periodico di scienze sociali ed affini (Roma 1891) che avrebbe dovuto uscire pure a Roma, quale organo dell'Unione cattolica per le scienze sociali a cura del Circolo dell'Immacolata. Difficoltà materiali e personali impedirono la riuscita dell'iniziativa nel 1891, ma ne assunse il programma la R. i. di s. s. ed a. del 1893. Il Toniolo appoggiò la rivista dapprima all'Unione cattolica per gli studi sociali, poi alla Società scientifica generale fra i cattolici d'Italia ed infine all'Associazione internazionale per il progresso della scienza fra i cattolici, che rappresentano i tentativi successivi per creare lo stato maggiore della riconquista sociale della società. Sebbene questi fallissero perché prematuri, il periodico ebbe tuttavia una storia onorata e continua tuttora a cura dell'Università cattolica di Milano, a cui Pio XI lo affidò nel 1931. Condirettore con il Toniolo fu mons. Salvatore Talamo, che, dopo la morte di lui nel 1917, ne assicurò la direzione da solo. La nuova serie milanese èstata successivamente diretta dai proff. Albino Uggé, Amintore Fanfani e Francesco Vito.

Bon... G. Toniolo. Iniziative culturali e di Azione cattolica, in Opera omnia, $4^{\circ}$ serie, III, Città del Vaticano 1951.

Serafino Maierotto

## RIVISTA ROSMINIANA DI FILOSOFIA E

DI CULTURA. - Rivista trimestrale, di ca. 100 pagine ogni fascicolo, con sede a Domodossola. Fondata nel 1906 da Giuseppe Morando, si compone di 3 serie: 1906-14; 1914-23; 1923 sgg. Diretta dal 1914 da Carlo Caviglione, dal 1923 da Damiano Avancini, dal 1930 da Camillo Viglino, nel 1936 da C. C. Ghiglione, dal 1937 ad oggi da Dante Morando, figlio del fondatore.

Suo scopo è difendere e illustrare lo spiritualismo cristiano nel campo della ragione sotto l'ispirazione e la guida di A. Rosmini (v.). E una rivista con carattere di specializzazione: vi si trovano articoli in difesa, critiche, approfondimenti, chiarificazioni, sviluppi, notizie sul pensiero rosminiano senza preconcetti e senza acredine polemica.

Nel 1941 fu pubblicato un "indice generale" della rivista per i suoi primi 35 anni di vita.

Giuseppe Bozzetti
RIVISTA STORICA BENEDETTINA. - Periodico storico benedettino italiano, prima trimestrale, poi (dal 1912) bimestrale, fondato nel 1906 da un collegio di redazione composto di un membro di ogni Congregazione monastica (Cassinese, Sublacense, Cistercense, Camaldolese, Vallombrosano, Olivetano, Silvestrino, Virginiano, Mechitarista), sotto la direzione dell'ab. Placido Lugano.

Sono usciti fino al 1926, con la sola interruzione del 1916-22 a causa della prima guerra mondiale, 17 vol. (69

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fasce.). Il periodico recava, con speciale riguardo alla storia d'Italia, nelle "Memorie ", studi storici dell'Ordine monastico nelle svariate sue manifestazioni religiose, letterarie ed artistiche, possate e presenti; nelle "Varietà", documenti agiografici, letterari e biografici; nella "Letteratura" e "Cronaca dell'Ordine" notizie esatte e complete della vita e degli avvenimenti contemporanei. Tra i collaboratori, oltre il direttore Lugano, si notano i cardd. M. Rampolla del Tindaro, A. Gasquet e I. Schuster; A. Amelli, Br. Albers, E. Caronti, P. Ciampelli, A. Ettinger, G. F. Gamurrini, ecc. Ora (1952) ha ripreso le pubblicazioni.

Pietro Siffrin

## RIVISTA STORICO - CRITICA DELLE

SCIENZE TEOLOGICHE. - Periodico mensile, fondato nel 1905 dal p. G. Bonaccorsi (v.) e poi diretto da E. Buonaiuti (v.).

Diviso in sei sezioni : teologia storica, storia e letteratura biblica, storia e letteratura cristiana, storia e letteratura orientale, agiografia e liturgia, archeologia e arte; munito di approvazione ecclesiastica, vi collaborarono U. Mannucci, U. Fracassini, F. Lanzoni, G. Zattoni, il p. P. de Meester, F. Mari, il p. S. Scaglia.

Uscita l'encicl. Pescendi (8 sett. 1907), la rivista vi fece una generica adesione (cf. la rivista stessa, 3 [1907], p. 719); ma nel vol. 6 (1910) E. Buonaiuti vi iniziò aperte schermaglie (pp. 171, 235). Il periodico, non conforme alle direttive della campagna antimodernista, fu condannato con decreto del S. Uffizio del ro sett. 1910 e cessò immediatamente le pubblicazioni.

Brbl.: A. Della Torre, Il cristianesimo in Italia : dai filosofisti al modernisti, Milano-Palermo 1913, pp. 377-78; anon., Dopo la condanna di E. Buonaiuti, in L'ostervatore romano, 23 apr. 1924. Piero Chimiselli - *

RIVOLUZIONE. - Grande incertezza regna tuttora sulla definizione esatta del termine. L'evento rivoluzionario è così complesso nelle cause e negli elementi che lo compongono, che torna assai arduo determinarne le costanti da includere in un concetto univoco. L'uso non sempre eguale della parola e la sua somiglianza con altri termini vicini complicano alquanto l'indagine scientifica. Nondimeno sembra che al presente esista una certa concordanza nell'intendere la r., non nel senso di un qualsiasi rivolgimento politico, ma in quello più specifico