initiva nel 1942. Contano 83 suore in 11 case (Arch. d. S. Congr. d. Relig., B, 45).
377. S. Passioniste di San Paolo della Croce (Firenze). - Fondate nel 1872 a Castel di Signa (dioc. di Firenze) da mons. Giuseppe Fiammetti. Scopo : rieducazione ed educazione della gioventù. Decreto di lode e approvazione temporanea delle Costituzioni nel 1931, definitiva nel 1939. Contano 425 suore in 46 case in Italia e Brasile. Casa generalizia a Castel di Signa (Arch. d. Casa gener.).
378. S. Povere Bonaprensi di San Giuseppe (Buenos Aires). - Fondate a Buenos Aires nel 1882 da alcune religiose del monastero di Le Puys, costituitesi in Congregazione autonoma. Scopo: cura dei malati e scuole per la gioventù. Decreto di lode nel 1903; approvazione dell'Istituto e delle Costituzioni nel 1913. Contano 321 suore
## Page 949

(fot. Pelrola)
In alto a sinistra: TRITTICO IN BAME OFFERTO DA BONIFACIO ROTARIO D'ASTI (1" settembre 1358) per l'ergendo santuario di Rocciameione. Al centro Madonna con Bambino; a sinistra a Giorgio, a destra a Giuseppe che presenta l'offerente - Susa, Cattedrale. In alto a destra: MARIA ANNUNZIATA, già ritenuta Adelaide, contessa di Torino, sposa di Oddone conte di Savoia. Stanza lignea del sec. xv. In basso PANORAMA PARZIALE con il campanile lombardo (sec. xI) della chiesa di S. Giusto, ora cattedrale; le cuspidi sono della fine del sec. xv. A destra il campanile della chiesa di S. Maria Maggiore (sec. xi), ora trasformata in abitazione (a destra).
## Page 950

STORIE DI SUSANNA. In alto: I vecchioni tentano di indurla al peccato (davanti all'edificio del bagno, Daniele, anticipazione dell'artista). La scena dell'accusa è stata riprodotta al vol. VI, tav. XVII. In basso: Susanna in atteggiamento di orante rende grazie per la liberazione. L'orante maschile è forse suo marito. Affresco della cosiddetta Cappella greca (sec. II) - Roma, cimitero di Priscilla.
## Page 951
con 25 case, tutte in Argentina (Arch. d. S. Congr. d. Relig., B, 61).
379. S. Povere Scolastiche del Terz'ordine di San Francesco (Lina). - Fondate a Voeklabruck (dioc. di Lina) nel 1842 dal sac. Sebastiano Schiwarz. Scopo : assistenza ai malati in cliniche e ospedali, istruzione della gioventù in scuole e collegi. Decreto di lode nel 1929; approvazione dell'Istituto e delle Costituzioni nel 1938. Contano 973 suore con 62 case (Arch. d. S. Congr. d. Relig., L, 77).
380. S. Riparatrici dei Sacri Cuori di Gesù e Maria (Milano) : v. riparatrici dei sacri cuori di Gesù e maria.
381. S. Riparatrici del Sacro Cuore (Napoli) : v. riparatrici del sacro cuore.
382. S. Sacramentine (Bergamo) : v. sacramentine.
383. S. Salesiane dei Sacri Cuori (Lecce) : v. salesiane dei sacri cuori.
384. S. Salesiane del S.mo Cuore di Gesù (Cartagena) : v. salesiane del s.mo cuore di Gesù.
385. S. Scolare del Terz'ordine di San Francesco (Hallein). - Fondate ad Hallein (dioc. di Salisburgo) nel 1723 da Maria Teresa Zechner, prima come pia associazione con vita comune, poi nel 1754 costituitesi in vera Congregazione religiosa con voti. Scopo : istruzione delle fanciulle in scuole inferiori, medie e superiori e in pensionati; opere di carità con orfanotrofi e istituti per i sordomuti. Approvazione pontificia nel 1819. Tra le varie filiali, alcune si eressero a Istituti indipendenti.
386. S. Scolare del Terz'ordine di San Francesco (Vienna). - Colonia di S. del Terz'ordine di S. Francesco, fondate nel 1723 da M. Teresa Zechner, chiamata da Hallein a Vienna nel 1845 dall'imperatrice Carolina Augusta. Le varie case fondatesi in seguito nell'arcidiocesi di Vienna si eressero a Congregazione indipendente nel 1833 , prendendo il nome attuale. L'Istituto fu aggregato all'Ordine dai Frati Minori nel 1904. Scopo : istruzione delle fanciulle. Decreto di lode e approvazione temporanea delle Costituzioni nel 1923, definitiva nel 1931. Contano 218 suore in 18 case (Arch. d. S. Congr. d. Relig., V, 79).
387. S. Scolare del Terz'ordine di San Francesco (Milwaukee). - Fondate a Milwaukee nel 1873 da madre Maria Alessia, proveniente dalla casa di Linz della stessa Congregazione, recatasi negli Stati Uniti su invito di mons. M. Henry, vescovo di Milwaukee. Scopo : scuole e ospedali. Approvazione della S. Congr. di Propaganda nel 1900, definitiva della S. Congr. dei Relig. nel 1908. Contano 2128 suore con 35 case (Arch. d. S. Congr. di Relig., M, 83).
388. S. Scolare di Graz per Terz'ordine di San Francesco (Eggenberg). - Fondate ad Eggenberg presso Graz (dioc. di Seckau) nel 1841 dal vescovo di Seckau, mons. Romano Sebastiano Zaengerle, e dalla signorina An tonia Lampl. Scopo : istruzione ed educazione della gioventù. Approvazione temporanea della Costituzioni nel 1929, definitiva nel 1937. Contano 494 suore in 46 case (Arch. d. Congr. d. Relig., S, 1).
389. S. Scolastiche del Terz'ordine di San Francesco (Roma). - Fondate nel 1888 a Siatihany, presso Chrudim (dioc. di Hradec Krǎhové, Cecoslovacchia) da suor M. M. Giacinta Zahalka, proveniente dalla omonima Congregazione di Graz. Scopo : istruzione della gioventù con ogni ordine di scuole, anche specializzate; istituti per cieche e deficienti, orfanotrofi, stazioni missionarie; ospedali e ricoveri per i vecchi. Decreto di lode e approvazione temporanea delle Costituzioni nel 1932, definitiva nel 1950. Contano 629 suore, 59 case, in Italia, Europa, America Nord e Sud (inoltre 27 case confiscate dal regime comunista). La Casa generalizia fu trasferita a Praga nel 1910, indi a Roma nel 1945 (Arch. d. Casa gener.).
390. S. Scolastiche del Terz'ordine di San Francesco di Maribor (di Cristo Re) (Roma). - Colonia di S. Scolare del Terz'ordine di S. Francesco di Heggenberg, chiamata nel 1864 a Maribor (dioc. di Lavant) dal vescovo Antonio Martino Slomšek, erette poi nel 1869 a Congregazione indipendente dal vescovo Giacomo Mas-
similiano Stepischnegg. Scopo : istruzione delle fanciulle in scuole di ogni grado; assistenza ai malati in ospedali a domicilio; servizi domestici in collegi e seminari. Decreto di lode e approvazione temporanea delle Costituzioni nel 1922, definitiva nel 1931. Contano 951 suore in 35 case (oltre le 65 in Jugoslavia) in Italia e all'estero (Arch. d. S. Congr. d. Relig., L, 78).
391. S. Serve dei Poveri del Boccon del Povero (Palermo) : v. boccone del povero, s. del.
392. S. Serve di Maria Riparatrice (Adria) : v. serve di maria riparatrice.
393. S. Serve di Maria Santissima Addolorata (Firenze) : v. serve di maria santissima addolorata.
394. S. Stabilite nella Carità di Gesù Buon Pastore (Firenze). - Fondate a Firenze nel 1589 dal sac. Vittorio dell'Ancisa e da Maria Triboli. Nel 1612 adottarono la stretta clausura; soppresse nel 1810 furono riunite nel 1816 dalla madre Sandrucci nel Conservatorio di Monticelli. Dal 1878 passarono alla vita attiva. Scopo : istruzione della gioventù in educandati, asili, scuole, laboratori. Approvazione definitiva nel 1951. Contano 70 suore in 10 case nella diocesi di Firenze e di Pisa. Casa generalizia a Monticelli (Arch. d. Casa General.).
395. S. Vincenzine di Maria Immacolata (Torino). - Fondate a Lanzo Torinese nel 1858 dal ven. Federico Albert. Scopo : educazione in asili, orfanotrofi, scuole; ospedali. Contano 200 suore in 15 case in Italia. Casa generalizia a Lanzo Torinese (Arch. d. Casa gener.).
Vincenzo Cusumano - Silverio Mattei -
SUOVETAURILIA: v. Roma, IV. Religione dei Romani (coll. 1125-33).
SUPERANTIUS (Suranzo), Nicolaus. - Giurista, n. a Venezia nel 1474, m. ivi il 20 nov. 1546.
Religioso agostiniano, fu priore del monastero di Venezia nel 1544. Insieme a Pier Aurelio Sanuto e Marco Padovano istigò il Consiglio dei Dieci ad emanare un decreto pregiudizievole all'autorità dei superiori regolari. L'intervento tempestivo del Seripando sventò le manovre fraudolente, delle quali i senatori non avevano tenuto conto e il decreto fu ritratto. Riconosciuto l'errore, S. si recò con Marco a Roma ove, con il perdono del Seripando, ottennero anche quello del Papa. Curò l'edizione del libro di Guglielmo Heytesbury De sensa composito et divisa (Venezia 1501). Le sue opere conosciute sono: De immortalitate animae contra Pomponatium (ivi 1501); Annotatione ad Francisci Accolti primam partem Codicis (Venezia 1589); In Guidonis Baysis Rosarium, seu Commentarium in Decretum Gratiani (ivi 1601); Annotationes ad Zabarellae volumen Clementinarum (ivi 1602).
Bibl.: A. Fontana, Amphitheatrum legale, II, Parma 1688. coll. 333-34; R. Maiocchi-PI. Casacca, Codex diplomaticus Ord. E. S. Augustini Papias, III, Pavia 1907, p. 90; D. A. Perin, Bibliogr. augustin., III, Firenze 1937, p. 206. Augusto Moresefaini
SUPERBIA. - È l'amore disordinato della propria eccellenza (Sum. theol., $2^{\mathrm{a}}-2^{\mathrm{ae}}$, q. 84, a. 2). Per eccellenza va inteso tutto ciò che innalza la propria persona e che viene ricercato appunto in vista di mettere in rilievo, innalzare la propria persona.
Mentre l'umiltà inclina a non voler attribuire a sé nessun bene, ma a Dio solo, la s. tende ad attribuire tutto a se stessa; ed è perciò una interna tumefazione della mente, i cui atti sono : a) considerare assai le proprie perfezioni reali e apparenti e dissimulare invece i difetti; e di conseguenza persuadersi di avere una perfezione superiore a quella che realmente si possiede; b) attribuire non a Dio, ma a se stesso i doni posseduti sia naturali che soprannaturali; c) grande stima della propria perfezione e compiacimento in essa; d) aspirazione a grandi cose, svincolo dalla soggezione di chiunque, stimandosi più perfetti di tutti; aspirazione alle dignità, agli onori come dovuti a sé, a preferenza di tutti gli altri; dolore, ira e lamenti quando non si riesce a conseguirli; e) rifiuto di soggezione agli stessi superiori, dei quali il superbo si stima più prudente e i cui ordini, almeno nel proprio interno, disprezza; $f$ ) finalmente talvolta
## Page 952

Superbia - La s., in alto, assieme all'avarizia e alla vanagloria quali cause principali del mal governo, rappresentato dalla traminia. Aflresco di A. Lorenzetti ( 1338 ) - Siena, Palazzo del Comune
ribellione a Dio stesso, quasi che di lui non si abbia bisogno. Quest'ultimo è il massimo atto di s. e perciò peccato mortale in genere suo (ibid., $2^{\mathrm{a}-2^{\mathrm{a} \mathrm{\sigma}}}$, q. 162, a. 5 ; cf. ancora s. Gregorio Magno, Moralia, XXIII, cap. 6: PL 76, 258-59). Tale fu il peccato di Lucifero, che osò mettersi in opposizione a Dio stesso con la blasfema sfida: Salivò al cielo, ... sormonterò l'altezza delle nubi, sanò simile all' Altissimo (Is. 14, 13-14); e ne fu tosto punito con l'inferno (cf. ibid., 14, 15 e Lc. 10, 18). Tale è anche il peccato di coloro che rifiutano di sottomettersi all'autorità della Chiesa, o di accettare il suo magistero.
Da quanto si è detto, la s. si distingue in perfetta e in imperfetta. a) Perfetta è di colui che talmente ama la propria eccellenza, da non voler assoggettarsi a Dio o a coloro che a nome di Dio ci governano; è peccato mortale; b) Imperfetta è di colui che non rifiuta obbedienza a Dio o a quelli cui deve essere soggetto, ma ama più del giusto la propria eccellenza. E peccato veniale quando non è congiunta a grave disprezzo degli altri.
S. Gregorio Magno (Moralia, XXXI, cap. 45 : PL 76, 620-21), cui aderisce s. Tommaso (Sum. theol., $2^{\mathrm{a}-2^{\mathrm{a} \mathrm{\sigma}}}$, q. 132, a. 4), pone ancora la s. non tra i vizi capitali, ma al di sopra di tutti essi, quasi madre e regina di tutti i vizi, perché, per quanto non tutti i peccati siano di s., tuttavia l'orgoglio può condurre a qualsiasi colpa. In particolare, dalla s. derivano quasi necessariamente la presunzione, l'ambizione, la vanagloria (v. alle singole voci). La s. conduce poi facilmente alla durezza ed alla intransigenza verso gli altri. E un vizio eminentemente antisociale e sta all'origine della più parte dei conflitti tra gli uomini, spingendoli ad usare una diversa misura per sé e per gli altri.
BibL.: A. Tanqueroy, Comp. di isol. ascet. e misi., $7^{\circ}$ ed., Roma 1928, nn. 820-43; St. Carron de Wiart, Tractatus de peccatis et vitiis, Malines 1932, pp. 127-60; A. Meynard, Tratt. della vita inter., I, Torino 1936, nn. 42-46; R. Garriano-Lagrange, Les trois dges de la vie intérieure, I, Parigi 1938, pp. 514-26; J. Leclercq, La vie en ordre, Bruxelles 1938, pp. 171-76; E. Janvier, Espasiz. della morale calt., vers. it., X, Torino 1938, pp. 177-203; XII, ivi 1939, pp. 189-205. Andrea Gennaro
SUPERIOR, diocesi di. - Città e diocesi nello Stato di Wisconsin (Stati Uniti).
La diocesi di S. fu eretta il 3 maggio 1905 per smembramento della parte nord di La Crosse e della parte nord-ovest di Green Bay. Mons. Agostino Francesco Schinner, primo vescovo, contava nella sua diocesi, nel 1905, 38.000 cattolici, 39 sacerdoti diocesani e 17 religiosi, 93 chiese e 33 stazioni. La popolazione è eterogenea, costituita di cattolici di lingue tedesca, polacca, francese, italiana, slava e boema. Oggi, suffraganca di Milwaukee, copre una superficie di 15.715 migliaq. con una popolazione totale di $259.428 \mathrm{ab}$. dei quali 68,671 sono cattolici. Vi sono inoltre 118 sacerdoti diocesani ( 40 religiosi : Preziosissimo Sangue, Francescani, Benedettini, Servi di Maria), 77 parrocchie, 31 cappelle, 71 missioni, 18 congregazioni femminili ( 540 suore), 55 seminaristi, l'orfanotrofio e 10 ospedali.
BibL.: The Official catholic directory 1930, Nuova York 1930, pp. 272-74; J. J. Driscoll, s. v. in Cath. Enc., XIV, p. 336; Th. Boemer, The Catholic Church in the United States, St-LouisLondra 1950, p. 326.
Gastone Carrière
SUPERIORE ECCLESIASTICO. - E il superiore delle missioni autonome o sui iuris, le quali rappresentano il primo stadio della organizzazione ecclesiastica nelle missioni.
Se ne ebbero esempi già verso la fine del secolo scorso, ma soltanto dopo il CIC si svolsero e si affermarono, specialmente per opera del card. Guglielmo van Rossum (v.), prefetto della S. Congr. de Propaganda Fide dal 1918 al 1932, allo scopo di permettere ai nuovi missionari di iniziare l'apostolato in un dato luogo. Oggi Propaganda preferisce che i nuovi missionari lavorino in una zona sotto la guida dell'Ordinario di luogo entro i limiti di una diocesi o quasi-diocesi ed il territorio a suo tempo potrà essere diviso ed eretto in diocesi o quasi-diocesi.
A capo delle missioni autonome vi è il s. c., che viene nominato direttamente con decreto da Propaganda, come i prefetti apostolici, ed alla pari di questi ha eguali diritti e facoltà e gode della stessa giurisdizione ordinaria e quindi è un vero Ordinario di luogo, sebbene non ne parli il can. 198, né il cap. VIII della parte 1a del 1. II del CIC. Detto capitolo, però, fino all'ultima redazione del 1916 parlava del s. e. Secondo l'istruzione di Propaganda in data 7 nov. 1929 (Sylloge P. F., n. 146, pp. 349350) alle missioni autonome ed ai loro s. e. si applicano, "scrvatis servandis" su linea generale, i canoni che si riferiscono alle prefetture apostoliche e ai prefetti apostolici. I s. e. possono quindi nominarsi il superiore delegato o meglio il vicario delegato, devono "ex iustitia" (cf. can. 306) applicare la Messa "pro populo" (Sylloge P. F., n. 187, pp. 463-64), ma non godono dei privilegi onorifici dei prefetti apostolici (cf. can. 308).
Il s. e. può inaccare anche l'Ordinario di luogo in rapporto al superiore religioso o regolare di un Ordine o Congregazione religiosa. Questi due termini, così contrapposti, sono particolarmente in uso nel diritto missionario per determinare i diritti ed i doveri dell'Ordinario di luogo nelle missioni e del superiore religioso dei missionari che vi lavorano (v. TERRITORI DI MISSIONE). Nella prassi delle società missionarie senza voti il superiore dei missionari è chiamato superiore regionale.
BibL.: S. Paventi, Breviarium inris missionalis, Roma 1952, pp. 71 se. e passim.
Saverio Paventi
SUPERIOREN-VEREINIGUNG. - Associazione dei Superiori maggiori (abati e provinciali) degli Ordini e delle Congregazioni clericali di Germania i cui membri lavoravano o nei territori di missione o in mezzo ai Tedeschi emigrati all'estero.
Fu fondata nel 1898 a Krefeld col nome di SuperiorenKonferenz (Conferenza dei Superiori). Fondatori ne furono le sette Congregazioni religiose che avevano missione nelle colonie tedesche. Più tardi fu ampliata con l'ammissione di tutti gli altri istituti missionari e cambiò il nome in quello di S.-V. (v Unione dei Superiori 1). Il segretario generale, incaricato di curare gli interessi degli istituti missionari dinanzi alle autorità ecclesiastiche e civili, si trova a Berlino dal 1923. Giovanni Rommerskirchen
## Page 953
SUPERIORE RELIGIOSO. - E colui che ha la potestà legittima di comandare i membri di una società religiosa o parte di essa.
1. In diritto canonico si hanno superiori maggiori e minori. Tra i primi sono da annoverarsi : tutti i superiori supremi di istituti religiosi centralizzati, l'abate primate delle congregazioni monastiche benedettine confederate, l'abate preside delle stesse singole congregazioni benedettine (v. RENEDETTINI), i superiori provinciali e gli altri che, pur non avendo lo stesso nome, hanno di fatto gli stessi poteri ordinari; inoltre tutti i vicari di costoro quando abbiano poteri ordinari (can. 488, n. 8). Da notare che nelle religioni monastiche, nei Canonici regolari e nelle case sui iuris, sia maschili che femminili, il superiore locale, si denomini abate o priore o con qualunque altro nome, è vero superiore maggiore. Superiori minori o locali sono tutti coloro che in una religione centralizzata (v. religione) hanno il comando di una casa. Altra distinzione canonica si deve fare tra superiori maggiori che hanno un ufficio permanente, continuativo, e quelli che solo in determinate circostanze hanno autorità. Tali sono i visitatori di molte religioni, specialmente monastiche; occorre però che abbiano poteri ordinari, non soltanto delegati, nel qual caso non vengono sotto il nome di s. r., come, p. es., non è superiore maggiore il delegato dal superiore maggiore a fare una visita canonica. Una terza distinzione va fatta tra s. r. collegiali e personali. Tra i primi sono il Capitolo generale, la Dieta ed altre assemblee che agiscano come un corpo unico con responsabilità collegiale. Tutti gli altri superiori sono personali, ossia responsabili individualmente anche se hanno un consiglio, del quale devono sentire il parere tranne che superiore e consiglio compiano atti come collegio, come avviene in alcuni casi, nei quali si ha un superiore collegiale.
2. Nelle comunità religiose si è legittimamente costituiti superiori o mediante una libera elezione, o mediante una nomina. Questo avviene soprattutto nelle religioni centralizzate - dove solo le cariche maggiori, di superiore supremo, consigliere, procuratore, e, generalmente, economo e segretario generale sono fatte per elezione, nei Capitoli generali (v. capitolo) - mentre per tutte le altre cariche si ha assai frequentemente la nomina da parte dei superiori maggiori. Talvolta i Capitoli provinciali, pur essendo competenti ad eleggere il proprio superiore provinciale, devono ricevere una conferma della propria deliberazione dal governo supremo. L'elezione o la nomina dei superiori rappresenta uno dei diritti tipici delle religioni (can. 501 § 1) fin dal loro inizio; tuttavia, essendo il Romano Pontefice anche superiore supremo di tutte le religioni, egli ha il potere, per sé o per mezzo delle Congregazioni romane competenti, di imporre s. r. che, naturalmente, hanno gli stessi diritti e doveri di quelli eletti o nominati dalla religione (can. 499). Il modo, le condizioni giuridiche e le qualità richieste per essere eletti o nominati dipendono dal CIC e dalle costituzioni. Le condizioni comuni per essere superiori supremi sono esposte dal can. 504: è necessario essere figli legittimi, avere dieci anni di professione, 40 anni di età per esser superiori supremi o 30 per esser superiore maggiore; e, in generale, possedere tutte le qualità morali di prudenza e di governo necessarie per tali offici. La durata in carica di tutti is. r. è limitata nel tempo, salvo espresso disporre contrario delle costituzioni della religione (can. 505). I superiori locali minori, poi, non possono rimanere in carica oltre un sessennio nella stessa casa, senza una previa dispensa della S. Sede (can. 505). Per le superiore di religioni femminili d'Italia (sia religioni centralizzate, sia monasteri) deve essere tenuta presente anche la istruzione della S. Congr. dei Religiosi del 9 marzo 1920 (AAS, 12 [1920], p. 365), per la quale una superiore generale obadessa locale non può essere rieletta per il terzo sessennio consecutivo, senza postulazione e conferma della S. Sede.
III. I diritti e i doveri dei s. r. sono in proporzione diretta sia dell'àmbito territoriale sia delle limitazioni che il diritto canonico e le costituzioni stabiliscono, soprattutto nelle religioni centralizzate, dove la distinzione
tra superiore supremo e superiore provinciale e locale è della massima importanza. Diritto e dovere fondamentale di ogni s. r. è quello di adoperarsi con tutti i mezzi di autorità, prudenza e carità perché i sudditi raggiungano la santità religiosa alla quale si sono votati, e perché la religione o provincia o casa alla quale sono preposti raggiunga i fini speciali propri dell'istituto, approvati dalla S. Sede. La potestà, anche se dominativa, per la quale is. r. comandano è senza dubbio di natura pubblica, sia perché governano organismi di natura universale, per molti aspetti simili alle diocesi, sia perché tale potestà trae origine dalla stessa fonte pubblica suprema di ogni autorità, cioè il Romano Pontefice, che dà la giuridicità alle religioni. Nelle religioni esenti è anche un potere di giurisdizione che conferisce ai superiori maggiori delle stesse il grado di prelati e di Ordinari a norma del diritto canonico (cann. 110, 198, 501 § 1); ai superiori supremi compete, quale diritto proprio generale, quello di comandare su tutte le province, regioni, case della religione e su tutti e singoli i membri della religione stessa (can. 502). Il s. r. supremo diventa pure, dal momento della sua elezione, esclusivo rappresentante della religione come tale, con potere di obbligare, agire e rispondere sia in diritto canonico che civile. Tra i principali diritti e doveri vanno ricordati : quello di ammissione e regolamentazione delle professioni (can. 572); delle destinazioni dei membri ai diversi offici, della convocazione dei Capitoli generali, della visita canonica (v.), delle dispense temporanee dall'osservanza delle costituzioni meramente disciplinari, della redazione delle relazioni quinquennali e annuali (can. 510), della cura per la formazione dei novizi, ecc. Nelle religioni divise in province sono di competenza dei superiori provinciali quegli atti per i quali il diritto canonico parli di superiori maggiori, ed espressamente di superiori supremi, tranne che le costituzioni singole specifichino diversamente. La potestà dei superiori locali nelle religioni centralizzate è subordinata alle costituzioni di ogni istituto, con esclusione, in generale, di autorità nelle questioni più importanti sia di governo sia amministrativo. I superiori di monasteri o case sui iuris invece sono veri Ordinari e ad essi compete quindi tutta l'autorità che il CIC attribuisce agli Ordinari (can. 198 § 1).
Bibl.: A. Larraona, in Comm. pro relig., 2 (1923), p. 132; 4 (1924), p. 39; T. Schaefer, De religionis, Roma 1947, p. 265; autori vari, Direct. des supérieurs, Parigi 1948, passim; F. S. Ronsin, Super. sec. il Cuore di Dio, Roma 1931, passim.
Giulio Mandelli
SUPERREALISMO : v. orestano, francesco.
SUPERSTIZIONE. - Dal lat. superstitio (cf. il gr. $\varepsilon_{\text {kst }}$ (aric) "star fuori o al di sopra" designa nell'etnologia religiosa lo stato di isolamento dal mondo circostante, in grazia di una emozione o stimolo speciale; presso i Romani ha il significato di eccesso, esagerazione, osservanza superflua (cf. Lucrezio, V, 56-59; Isidoro, Etym., VIII, 3; Nonio Marcello, De comp. doctrina, V, 36; da escludere l'etimologia popolare di Cicerone, De nat. deorum, II, 28).
Il termine superstitio, nella Volgata traduce due differenti espressioni greche; negli Atti (17, 22; 25, 19) risponde alla voce $\delta \varepsilon \iota \sigma \iota \delta \alpha \iota \mu o v i \alpha$, che vuol dire credenza religiosa verso divinità malamente conosciute; nella letteraai Colosseo ( 2,23 ), traduce l'espressione $\varepsilon \theta \varepsilon \lambda \circ \theta \rho \rho \varepsilon \alpha i \alpha$, che designa pratiche speciali più che un puro sentimento religioso. Questi due termini scritturali continuano ad avere significati diversi presso i Padri greci (cf. Clemente d'Alessandria, Protrept.: PG 8, 224; Strom., L VII, 1 e 4: PG 9, 408, 428; Origene, Contra Cels., 1, II, 2: PG 11, 800; Eusebio, Hist. recl., VI, 12; Basilio, Const. monost., 25 : PG 31, 1412; Epifanio, Adv. haer.: PG 41, 172, 1040; Teodoreto, Epist., 161: PG 83, 1460). Per i Padri latini la s. è una contraffazione della vera religione, una religione simulata, che è quella dei culti pagani (cf. Lattanzio, Div. instit., IV, 28 : PL 536; in particolare s. Agostino, Enarrat. in Ps. XCV, n. 5: PL 38, 377-78; De Civ. Dei, IV, 30: PL 41,
## Page 954

(do H. Bipoult, Le precis de Quichard frégus de Troyes [1868-13], Parigi 1888, tra pp. 18-13)
Superstitizione - Lettera autografa di Giovanni di Calais, principale teste d'accusa al processo per stregoneria e beneficio intentato contro il vescovo di Troyes Guicardo, indirizzata al Re di Francia, poco prima di morire, in cui ritratta le sue accuse (17 apr. 1304) - Parigi, Archives Nat., I, 438, n. I.
136-38). Il medioevo si limita a coordinare, sotto l'aspetto teologico, tutte le nozioni precedenti, che, cioè, la s. è un vizio, una deformazione eccessiva, capricciosa, vana e pagana della virtù della religione (Sum. Theol.. $2^{2}-4^{20}$, q. 92, a. 1). Della s., infine, il Suárez (De relig., t. III, I, II, cap. 1; ed. Vives, t. X, III, Parigi 1861, p. 469 agg.), fornisce una minuta e sottile analisi psicologica.
Sotto il nome di s., che gli scolastici chiamano cultus vitiosus veri vel falsi numinis, va compreso il culto al vero Dio, ma in maniera errata (culto indebito), e il culto prestato ad una creatura (culto di un Dio falso; v. idolatria).
Nel culto falso del vero Dio - vero nelle sue aspirazioni e falso nelle sue applicazioni - si distinguono due elementi: la stima, che si ha della persona che si vuole onorare, e il segno, usato per prestarvi il culto. Non manca un elemento di verità e di bontà: la stima del vero Dio. L'errore sta nella parte materiale del culto, nell'utilizzare, cioè, procedimenti o mezzi punto idonei ad onorare Dio (Sum. Theol., $2^{2}-2^{20}$, q. 93, a. 1). Perciò la s. si basa o sul significato falso di un segno o sulla falsa intenzione di chi compie l'atto di religione, p. es.: onorare Dio con le cerimonie del Vecchio Testamento, ecc.
Anche il culto superfluo del vero Dio è retto nel suo orientamento, ma eccessivo, superfluo e inutile, nella parte oggettiva. Superfluo qui non significa un eccesso quantitativo, perché nulla può essere eccessivo nel culto divino, in quanto tutto ciò che l'uomo fa o possa fare è sempre al di sotto di quello che a Dio si deve. La generosità interiore dev'essere somma, e l'unico limite è dato dalle forze umane. L'eccesso o il superfluo consiste nelle circostanze delle pratiche del culto, che, al pari di ogni virtù morale, devono avere il giusto mezzo. E quindi superfluo ciò che non risponde ai fini del culto, invertendo l'ordine dei fattori, quia in exterioribus solum consistens, ad interiorem Dei cultum non pertinet, ovvero non seguendo le prescrizioni o le consuetudini riconosciute dalla Chiesa (ibid., q. 93, a. 2; q. 81, a. 5 ad 3; q. 92, a. 1). Così, p. es., aggiungere, contro le rubriche, alle funzioni sacre particolari cerimonie, preghiere, ecc.
Il culto falso del vero Dio, il cui disordine è grave ex genere suo (cf. s. Agostino, Contra mendacium, cap. 3), è ingiurioso a Dio, che non si può adorare con la falsità e la menzogna, ed è di danno alla religione, perché la si rende sospetta di errore. Nel culto superfluo del vero Dio, i moralisti trovano generalmente materia di peccato veniale, in quanto non vi si scorge grave irriverenza o cattiva volontà, ma piuttosto leggerezza, superficialità. Si aggiunge, però, che propter contemptum vel praeceptum si può ravvisare il peccato grave. Non bisogna, pertanto, considerare questi eccessi come cose insignificanti, col pre-
testo che non sono di ostacolo, ma di aiuto al vero culto di Dio, perché ogni disordine nelle cose religiose è importante e. Del resto, la colpevolezza di queste s. cultuali varia, a seconda dell'attaccamento che vi si ha, l'origine che vi si attribuisce, l'efficacia che vi si ascrive e la diffusione che vi si vuol dare.
Il CXC (con. 1251) riconosce agli Ordinari locali il dovere di vigilare, affinché il culto divino, in tutte le sue varie manifestazioni, si conservi puro da qualsiasi s.
Bibl.: oltre s. Tommaso (Sum. Theol., $2^{2}-2^{20}$, q. 92) e Suárez, loc. cit. sopra, e i trattati di teologia morale, cf. J.-B. Thiers, Traité des superstitions selon l'Écriture, les décrets des conciles, les sentiments des Saints Pères et des tithologies, Parigi 1670; P. Scipuetti, Superstition, in DThC. XIV, coll. 2763-2824, con abbondante bibl. Angelo Criccio
La s. nel medioevo. - Già i Padri della Chiesa, specialmente s. Agostino, avevano condannato severamente le s.; ma non erano riusciti a farle scomparire. Quando i barbari si convertirono al cristianesimo, fornirono un apporto nuovo alle credenze popolari, tanto che nel medioevo le s. presero uno slancio singolare. L'espansione della dottrina dei catari pare abbia rincarato la dose nei secc. xili e xiv. La bolla Summis desiderantes affectibus (3 dic. 1484) testifica che la stregoneria aveva preso un'estensione considerevole, la quale rese necessarie le sanzioni emanate da Innocenzo VIII (cf. Magnum Bullarium Romanum, ed. C. Cocquelines, III, parte $3^{a}$, p. 191). Delle s. che fiorirono nell'alto medioevo in Germania si trova l'enumerazione nell'Indeulus superstitionum et paganiarum (PL 89, 810-18) c in P. Lacroix, Superstitions, croyances populaires, moyen age et Renaissance (I, parte $2^{\mathrm{a}}$, Parigi 1848, cap. 24). Qui verranno indicate solo le principali.
Nel medioevo alcune persone passavano come fornite del potere di ritenere a loro servizio un demonio privato, che le aiutava efficacemente nelle loro imprese buone o cattive. In questo modo, i giuristi al soldo di Filippo il Bello, sfruttando la credulità dei loro contemporanei, accusarono falsamente Bonifacio VIII di tenerne uno al suo fianco. Si diceva anche che si facevano patti con il demonio, nei quali si specificava in maniera particolare il rinnegamento di Gesù Cristo e della Vergine e si imponeva un giuramento di fedeltà, che molto spesso poi veniva cotto da quelli che l'avevano prestato, quando avevano raggiunto il loro fine. Peggio ancora si credeva che i demoni potessero avere commercio carnale con gli uomini e procreare anche mostri. Satana contava tra i suoi più fedeli servitori gli stregoni e le streghe. Queste ultime venivano reclutate specialmente tra le vecchie, le quali, il giorno di sabato, inforcavano un manico di scopa o s'arrampicavano sul dorso di un demonio trasformato in animale e attraversavano invisibilmente il cielo fino a portarsi in un luogo di raduno sacrilego, dove si rendeva culto a Satana, il quale spesso rivestiva le forme di un gatto o di un caprone. Durante l'assemblea avevano luogo scene licenzioss.
Stregoni e streghe avevano il potere di gettare il malocchio, di provocare malattie o di guarirle con incantesimi, di far scoppiare epidemie, di far morire animali domestici, di distruggere le messi, di provocare tempeste di grandine, di combinare filtri amorosi ad uso del pubblico, di tirare la buona sorte. Le streghe si dimostravano più crudeli che non gli stregoni; si diceva che erano ghiotte della carne dei bambini; si credeva che portassero via i neonati non ancora battezzati per consacrarli al demonio.
La credenza alla stregoneria era cosi sparsa fra il popolo medievale, che gli inquisitori, al cominciare,
## Page 955
sembra, dal sec. xiv, l'assimilarono al crimine di cresia e abbandonarono al braccio secolare quelli che si davano a quest'arte nefasta. Fondato sulle confessioni strappate agli stregoni e alle streghe, il domenicano Giacomo Sprenger compose il suo Malleus maleficarum, maleficia et eorum haeresim ut framea potentissima conferens (Colonia 1487), diretto a facilitare il compito degli inquisitori, ed offrendo nello stesso tempo un quadro d'insieme delle s. imperversanti nelle terre dell'Impero.
Ma a praticare l'arte della magia nera non erano solo gli stregoni e le streghe; contro qualche nemico si preparavano bambole di cera, che si facevano battezzare da un sacerdote o da un diacono, poi si appiccavano ad esse striscioline con scritto il nome di questa o quella persona, indi con uno spillo si trafiggeva il punto corrispondente al cuore, pronunciando le formola: «Pietro... Giovanni, muori!». Altre volte si esponeva il ventre della figurina a suffumigi allo scopo di provocare nell'avversario una malattia viscerale che lo portasse al sepolcro. I processi più celebri, che procurarono agli accusati la condanna al rogo, ebbero luogo sugli inizi del sec. xiv : quelli di un gruppo di guasconi che avevano gettato l'incantesimo sul papa Giovanni XXII (cf. E. Albe, Hugues Géraud et l'affaire des poisons, Parigi 1903) e di Guichard de Troyes, accusato falsamente di aver praticato l'arte magica per cattivarsi il favore della regina Giovanna, moglie di Filippo il Bello (A. Rigault, Le procès de Guichard, évêque de Troyes, Parigi 1896).
La morte dell'avversario era anche cercata per mezzo di polveri nocive, composte con le più bizzarre sostanze: crini d'animali, resti di rospi, carne di persona impiccata, mescolate con un'ostia consacrata. Gli uomini del medioevo sembrano assillati dal terrore delle droghe preparate dai maghi. I grandi personaggi avevano al loro servizio assaggiatori del vino e dei cibi che si preparavano per la loro mensa; ci si serviva anche di pietre a forma di lingua di serpente che si appendevano nelle sale dei conviti, le quali avevano la virtù di svelare il veleno. Il timore del malocchio spingeva le popolazioni ad usare amuleti, avvolti in formole cabalistiche. I chiodi, il ferro di cavallo, l'ambra, il corallo, portavano fortuna. Bende di stoffa o di erbe intrecciate, avvolte sulle braccia e sulle gambe, proteggevano dalla cattiva sorte. S. Tommaso (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}}-\mathrm{a}^{\mathrm{ge}}$, q. 96, a. 4) accenna a frammenti di Vangeli impressi su piumbo o stagno o scritti su pergamena, che si portavano sospesi al collo con funicelle e che avevano il medesimo scopo. Si praticava pure la necromanzia. Alcuni medium pretendevano di essere in assidua comunicazione con i morti; parlavano con essi e s'incaricavano di comunicare ai loro amici particolari commissioni, consistenti, il più delle volte, nel riparare a torti da loro commessi durante la vita terrena o nel domandare Messe per il riposo delle loro anime. I neeromanti s'incaricavano anche di dare ai parenti notizie dei loro morti e di informarli sulla loro sorte (cf. J. M. Vidal, Une secte de spirites d Pamiers en 1320, in Annales de St-Louis des Français, 3 [1898], pp. 285-345).
Bib1.: fonti : i penitenziali e i decreti conciliari, il Decreto di Graziano (causa XXVI, q. $3^{a}$ e q. 7a, cap. 15), le Decretali di Gregorio IX (I, V, tit. 21, de sortilogis), Studi: M. del Rio, Disquisitionum magicarumlibri VI, Lovanio 1399: F. von Spee, Cautio criminalis seu de processibus contra sagus liber, Rinteln 1631; J. S. Thiers, Traité des superstit. selon l'Ecrit. Sainte, les décrets des Cauc..., Parigi 1679; P. Migno, Dict. des sc. occultes, 2 voll., ivi 1846; H. C. Lea, Hist. de l'Inquis. au moyen dge (vers. franc.), III, ivi 1902, pp. 438-660; L. Gougsud, Les chrétientés celtiques, ivi 1911; id., Les dénotions au moyen dge, ivi 1930: J. M. Vidal, Balloire de l'Inquis. franc. au XIV e siècle, ivi 1913; B. Gui, Manuel de l'inquisiteur, ed. G. Mollat, 2 voll., ivi 19261927; M. Kieno, Paganism and pagan servituals in Spain, Washington 1938; J. Huisinga, Antunno del medio evo, vers. ital., Firenze 1942.
Guglielmo Mollat
SUPERUOMO (ted. Übermensch). - Vocabolo foggiato per indicare una concezione dell'umanità superiore alla sua forma normale o tipica, ma libera da ciò che vi appare debole e difettoso.
Si presenta la prima volta nella letteratura tedesca del '600, ma ha riscontro nel titanismo del Rinascir
mento, nella concezione vichiana delle età dei giganti e degli eroi, nelle categorie del sovrumano universale formulate dal Romanticismo (v.). Il Nietzsche (v.) ne svolse la teoria nel suo Zarathustra e nell'Al di là del bene e del male (1883-83, 1885-86), contrapponendosi vigorosamente allo spirito di decadenza e di melanconia proprio della fine del secolo, ma con tono paganeggiante e reminiscenze della sofistica teoria del «trionfo del più forte». Egli non considera però il suo s. tanto come uomo eroico, quanto come profeta e conscio di una "filosofia dell'avvenire", che domina le mediocrità e le debolezze umane con la rivelazione e la pratica del divenire della vita secondo la legge dell'amore sensibile nel quale tutto è transeunte e tutto ritorna. Il s. niteiano dispone della "percezione immacolata", o immediata comunione con il puro fluire dell'esistenza; ma, per lui, Dio è morto, non chiede più il sacrificio dell'umanità e l'ha lasciata libera di esaltarsi. Il sentimento panico della natura sostituirebbe così la religione: la volontà di potere oltrepasserebbe le limitazioni della morale abituale. Queste idee vennero svolte nella tendenza dell'immanentismo sensuale dal D'Annunzio (v.), il quale considerò come compito dell'arte stessa la preparazione dell'avvento del s., ma ritornò a conferirgli una valutazione eroica. Sono tipi di s. alcuni protagonisti dei suoi romanzi (Il trionfo della morte). Forse che si, forse che noi e dei suoi drammi (La gloria). Ma egli cercò di riconciliare Nietzsche con Wagner, sostenendo (nel Fuoco) che gli eroi mitici e cavaliereschi della leggenda poetico-musicale erano pure s.; mentre nel filosofo tedesco l'Uebermensch, come l'Überhaupt della logica ("in generale"), conteneva non solo il superamento ma anche il disprezzo della umanità tradizionale. Infine il surhomme venne assai discusso prima della guerra 1915-18 dai socialisti francesi, per stabilire se esso corrispondeva alla dottrina marxistica del plusvalore, o alla figura del dictatore del proletariato; ma i pangermanisti, attribuendo nella stessa occasione la qualità di s. all'intera nazione germanica, tolsero sapore filosofico alla questione e ripristinarono in proposito la fama del Nietzsche.
Bib1.: G. Vidari, L'individualismo nelle dottrine morali del sec. XIX, Milano 1908; S. Corassoli, La visione della vita e dell'arte nella filosofia di F. Nietzsche, Sassari 1913; E. Seillière, Du quiétisme au socialisme romantique, Parigi 1925; id., Morales et religieux nouvelles en Allemagne, ivi 1927, Bastina Carassella
## SUPPELLETTILE SACRA: v. ARREDI SACRI.
SUPPLICA. - Come termine diplomatico è la petizione indirizzata al sovrano per ottenere una concessione graziosa. Anche le concessioni di vario genere fatte dal papa e le nomine dei benefici minori riservati alla S. Sede erano precedute da una s.
In un primo tempo le s. pontificie erano redatte direttamente dalle persone interessate, ma già nel sec. xir si ha notizia di scrittori che tenevano il loro banco presso il Palazzo Lateranense per preparare le s., e nel sec. xim si hanno le prime raccolte di formulari : cominciano ordinariamente con a Supplicat Sanctitati Vestrae devotus orator vester $s$, che ne diventa formola caratteristica. Nel sec. xiv le s. assumono carattere ufficiale, il loro testo è redatto secundum stilum Curiae e lo stesso vicecancelliere o un referendario le presenta al papa, che le approva con la formola autografa a fiat ut petitur s, seguito dall'incisale del suo nome di Battesimo; è aggiunta la data, che segna la decorrenza della concessione. Questi particolari sono interessanti per la storia della Curia, perché seguano l'origine di cariche che ebbero poi sviluppo autonomo : i referendari della Segnatura e il datario. Con il sec. xv la procedura si fissò, conservandosi fino al sec. xix; il testo preparato secondo lo stile a cura del procuratore, che rappresentava in Curia l'interessato, era esaminato e firmato da un referendario, e poi da lui presentato per l'approvazione, che poteva essere fatta o dal papa con la formula ormai tradizionale, o, per certe materie, dal vicecancelliere, che usava la formula " concessum ut petitur s seguita dalla firma, o da un referendario autorizzato, il quale però firmava alla presenza del papa se-
## Page 956

(da A. Battelli, Acta Pontificam, Cittá del Vaticano 1531, tav. 38)
SupplicA - S. originale di Lelio di Leone e de Villa Megiane e Lorenzo di Giovanni Battista e de Villa Aque Castanes e del comitato Spoltrino, con cui chiedono a Paolo III di confermare loro immunità e privilegi conseguiti per aver combattuto contro i Turchi ( 19 dic. 1239). E visibile la doppia segnatura autografa del Pontefice, una sotto la petizione, l'altra a fianco delle ciuuscle: la sigla con cui il Papa si firma è l'iniziale del suo nome di Battesimo (Alexander) - Archivio Segreto Vaticano, Paolo III supplic. orig.
gnando "concessum in praesentia domini nostri Papae»; il datarius aggiungeva la data.
La s. dunque costituisce, dopo l'approvazione, l'originale della concessione, destinato però ad uso d'ufficio, perché era necessaria la spedizione dell'atto solenne definitivo, cioè una bolla o un breve. In certi casi il papa concedeva che la sola signatura, cioè la s. da lui firmata, valesse come documento definitivo, senza che fosse necessaria la spedizione del documento solenne: queste s. si distinguono per le forme esterne accurate, spesso sono decorate con miniature e portano una speciale formola che esprime la loro natura. Altro tipo di s. comincia con le parole motu proprio: con essa si ricorre ad una fictio iuris per concedere facilitazioni procedurali al beneficiario, quasi che la concessione fosse per iniziativa del papa e non a sua richiesta. Le s. vennero copiate fin dal sec. xiv in registri di carattere ufficiale, che formano oggi nell'Archivio Va-
ticano una serie di 7363 voll., dall'a. 1342 al 1899. Anche i nunzi apostolici, per le facoltà che ricevevano, approvavano s. seguendo l'uso dei papi ed ebbero loro registri.
BibL.: B. Katterbach, Specimina supplicationum ex registris Vatic., Roma 1922; id., Inventario dei registri delle s., Città del Vaticano 1932; H. Brezelau, Handbuch der Urkundenlehre, II, 2* ed., Berlino-Lipsia 1931, pp. 104-15, dove è pure l'elenco più aggiornato delle iniziali con le quali i papi hanno firmato le s.
Giulio Battelli
## SUPREMO ORDINE DEL CRISTO: v. ORDINI EQUESTRI PONTIFICI.
SUR (ebr. S̆är = muraglia -). - Deserto attraversato dagli Israeliti con tre giorni di marcia dopo il passaggio del Mar Rosso (Ex. 15, 22), detto in Nam. 33, 8 deserto di Etham. E probabilmente da localizzarsi ad ovest di el-'AriS.
Sembra che derivi il nome dalla frontiera fortificata dell'istmo di Suez (la muraglia per eccellenza: egiz. $h t m$ ), o più specificamente da una località $h t m n T^{\prime} r w$ (fortezza di Taru o di Zulu) situata a Tell Abū Sejleh, a qualche km. ad est del canale di Suez e del villaggio di el-Qantarah. S. sarebbe la trascrizione ebraica dell'egiz. htm. Forse però il nome del deserto proveniva dalla forma di muraglia che presenta la catena di er-Rūḥah ad oriente della pianura.
Sulla via di S. l'angelo del Signore trovò Agar fuggitiva (Gen. 16, 7); vi passò Abramo nel discendere in Egitto (ibid. 20, 1). Il nome ritorna nell'espressione "da Hevila sino a S. di fronte all'Egitto o "sulla frontiera d'Egitto" (I Sam. 15, 7; 27, 8) ad indicare la residenza dei discendenti di Ismaele e di Amalec.
BibL.: F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I. Parigi 1923, D. 434; B. Ubach, La Biblia. Illustracid pels soncios de Montserrat. XXIV. II, Montserrat 1924, p. 70. Donato Baldi
SURA. - Città mesopotamica, sulla sinistra dell'Eufrate, di fronte a Callinico nell' Osroene, all'inizio della strata diacletiana che da S. conduceva a Palmira, Damasco, Bostra. Le truppe imperiali di Belisario vi furono sgominate dai Persiani (531). Vi era una fiorente comunità giudaica, in cui ebbe sede la principale accademia babilonese.
L'Accademia rabbinica di S. fu fondata nel 219 ca. dall'amoreo Abbā Arekā (v.) o Rab, che la diresse fino alla morte (247), e cui successe il suo amico Mar Sèmū'èl Jarhlnā'āh (165-257), poi Hīnnā' (m. nel 297); alla morte di

(Int. Enc. Catt.)
Supplica - Registrazione 'ufficiale della medesima s. - Archivio Segreto Vaticano, Reg. Suppl. 2358, f. 79 *.
## Page 957
R. Hisdā' (309) i'Accademia di S. si chiuse; fu riaperta in Mātā Mēhasjā' (località identificata con S. o posta nelle vicinanze di S.) dal grande Rab Ašī (352-427), che la resse per 52 anni ( $375-427$ ). Ašī, il più celebre degli amorei (v.), è l'autore sostanziale del Talmud babilonese, poi completato o redatto dai suoi continuatori, sotto la direzione di Rābīnā' II ben Hūnā' (m. nel 500); sono noti i nomi di 60 dotti colleghi o alunni di Ašī. I capi dell'Accademia di S. furono i primi ad assumere il titolo di gá' $\delta n$, dignità che probabilmente fu istituita dopo la conquista araba ( $636-642$ ); nel 658 ca. il capo dell'Accademia di S. Mār ben Mār Hūnā' fu riconosciuto dal califfato come capo spirituale di tutti i giudei; tali furono i suoi successori. Ebbero la dignità di gá' $\delta n$ anche i capi dell'Accademia analoga di Pumbēditā (fondata da Jēhūdhāh ben Jēhezqē̄l ca. il 265). Per opera dei gé' $\delta n i ̂ m$, maestri e giudici, di S. e di Pumbēditā il Talmud divenne il codice ufficiale dell'intero giudaismo.
Sotto la dominazione araba, le comunità giudaiche in Mesopotamia godettero di quattro secoli di prosperità. Il massimo dei gé' $\delta n i ̂ m$, lustro di S. ove morì ( 942 ), fu Sa'adhjāh. Altro celebre gá' $\delta n$ di S. (probab. dal1'855 all'874) fu 'Amrām ben Sæbnā', che, oltre molte Tē̄̄̄̄h $\bar{\alpha} \bar{\alpha} \bar{\alpha}$ ( $v$ responsi $v$ ), compilò il più antico formulario conservato di preghiere per tutto l'anno, il Sēdher Rab 'Amrām, fondamentale per il successivo sviluppo della liturgia giudaica. L'ultimo gá' $\delta n$ di S. fu Sémū'ēi ben Hophnī, morto il quale (1034) l'Accademia di S. si trasferì a Bagdad (quella di Pumbēditā si estinse con il gá' $\delta n$ Haj ben Sē̄̄rā', m. nel ro38) e perdette la sua importanza per la generalità del giudaismo. Nel 1040 scompare l'ultimo esilarca (r $\bar{\alpha} \bar{\varepsilon} g \bar{\alpha} \bar{u} \bar{t} h \bar{d}$ ) delle comunità giudaiche babilonesi.
Birl.: I. Goldberger, Aichi, in Enc. Jud., III (1929), coll-436-29; A. Vincent, Le Judaïsme, Parigi 1932, pp. 33-36; D. Hedegärd, Seder R. Amram Gaon, I: Hebrew text with critical apparatus, translation with notes and introduction (preghiere per i giorni della settimana, con spiegazioni balachiche), Lund 1951.
Antonino Romeo
SURABAIA, vicariato apostolico di. - Situato nella parte orientale dell'isola di Giava, Indonesia, comprende i distretti civili di S., Kendiri, Rembang e Madiu, la cui superficie complessiva è di $26.269 \mathrm{kmq}$., poco più della Sicilia, con una popolazione di 9.000 .000 di ab.
Questo territorio fu eretto in prefettura apost. il 15 febbr. 1928, per distacco dall'odierno vicariato di Djakarta. Il 16 ott. 1941 tale prefettura fu elevata in vicariato apost.
Fino all'arrivo dei Lazzaristi olandesi si era potuto fare ben poco per l'evangelizzazione degli indigeni. Il piccolo numero di Gesuiti era assorbito quasi interamente dalla cura degli europei, anche perché l'opera missionaria era condotta finora con mentalità prevalentemente colonialista. Vanno pure tenuti presenti gli ostacoli ad un'azione metodica alla conversione degli indigeni, derivanti dalla religione musulmana. I Lazzaristi giunsero nell'isola di Giava nel luglio 1923 e dopo alcuni anni sostituirono in pieno i Gesuiti. Nel 1925 i Fratelli di S. Luigi d'Oudenbosch, coadiuvati dalle Orsoline dell'Unione Romana, fondarono la prima scuola primaria per i ragazzi giavanesi. Nel luglio 1926 i Lazzaristi, con l'appoggio del governo, aprirono un'identica scuola a Blitar, piccola città nell'interno della regione.
Lo stato spirituale della missione è il seguente: 20.722 cattolici con 753 catecumeni; 8.500 .000 maomet tani; 400.000 pagani (animisti); 48 sacerdoti, di cui 5 giavonesi; 35 fratelli; 136 suore tra nazionali ed estere; i seminarista maggiore e 33 minori, con 17 alunni di preparatoria; 33 catechisti; 161 maestri; 23 edifici sacri; 3 ospedali; 2 dispensari; 4 orfanotrofi; 30 scuole elementari; 15 scuole medie; 3 scuole professionali; 2 scuole magistrali; 2 scuole per catechisti. Vi si pubblicano vari giornali.

Surabala, vicariato apostolic o di - Panorama di Surabaia.
Birl.: AAS, 34 (1942), pp. 187-88; Arch. della S. Congr. di Prop. Fide, Relaz. con sommario, pos. prot. nn. 93/28, 1515/41; ibid., Prospectus States Missionis, 1950-51, pos. prot. n. 4348/51: SIC. 1990, pp. 436-37.
Eduardo Peronzio
- SURGE! IAM TERRIS FERA BRUMA CESSIT $\%$. - Inno del Mattutino nella festa dell'Assunta, composto in metro saffico da Vittorio Genovesi, S. J., nel 1950 per il nuovo Ufficio dopo la proclamazione del dogma dell'Assunzione di Maria.
E un'esaltazione della Vergine la