il pensiero cristiano, non sempre si rivela chiaramente in T. il rapporto con le idee più correnti dei suoi contemporanei. Anche se egli attacca lo stoicismo, sono indubbie le influenze stoiche, tanto più accentuate in quanto la presentazione razionale del dato di fede lo porta naturalmente ad esprimersi secondo le formule filosofiche correnti. In modo più accentuato degli altri apo-
logeti egli tende a presentare le credenze cristiane secondo le loro esigenze razionali e morali intime, ciò che porta un carattere come il suo ad assumere posizioni talora diverse da quelle dei contemporanei e della stessa Chiesa ufficiale. Dopo la morte di Giustino, a quanto testimonia Ireneo (Adv. haer., I, 28; Eusebio, Hist. eccl., IV, 29, 2) T. si sarebbe sempre più allontanato dall'insegnamento corrente. E ben possibile che egli si sia accostato agli gnostici, in particolare alla scuola di Valentino (Clemente Alessandrino, Strom., III, 13, 92, 1). Comunque l'eresia di cui venne riconosciuto colpevole (172 d. C.) è soprattutto un'eresia morale, l'encratismo, moralismo rigoroso che condannava il matrimonio, l'uso dei cibi carnei e, si dice, pure del vino. Gli eresiologi lo fanno fondatore di una vera setta di tal nome. E probabile comunque che l'atteggiamento moralistico rigoroso, di cui si possono rilevare nuove anche nel Discorso ai Greci (p. es., nel tono di ostilità che egli ha verso la materia), tradisse più particolari e precise ragioni dottrinali di colore gnostico. Ne potrebbe essere una prova la concezione che gli è propria della dannazione di Adams, in quanto capostipite della generazione, e, probabilmente, anche per la credenza, del resto non solo tazianea questa, della connessione della sua caduta con il peccato di sensualità. Dopo la rottura con la Chiesa, T. passò in Oriente dove lo si trova a capo di un Didashaleion. Si è anzi supposto che il Discorso fosse un'orazione inaugurale d'uno dei corsi in esso tenuti (Kukula). Se si deve prestar fede alle testimonianze piuttosto tardive di Epifanio (Panar., haer., 46), il Didashaleion si sarebbe trovato dapprima in Mesopotamia, mentre la ulteriore attività di T., ormai totalmente eretico, si sarebbe svolta ad Antiochia di Siria, in Cilicia, Pisidia, ecc. Si ignora la data della morte.
Prima del Discorso ai Greci T. aveva già scritto un'opera sugli animali, cui fa cenno egli stesso nel Discorso (cap. 15); egli accenna pure (cap. 16) ad un'altra opera sui demoni. Quando scrisse il Discorso aveva in mente un'altra opera contro quanti avevano scritto sulla Divinità (cap. 40) di cui non si sa se sia venuto a capo. Scrisse certamente un'altra opera, eretica questa, sulla perfezione secondo il Salvatore, cui Clemente Alessandrino, che la combatté, accenna e di cui ha conservato un passo che rappresenta un'esegesi rigorista ed encratitica di I Cor. 7,5 per dedurne l'origine diabolica delle nozze. Può darsi che le rettifiche ad espressioni paoline che secondo Eusebio (Hist. eccl., IV, 39, 6) gli venivano attribuite, riguardassero piuttosto certe sue esegesi un po' forzate e arbitrarie come la suddetta, o certe violenze fatte al testo per meglio sostenere le sue tesi. Eusebio (ibid., V, 13, 8) ricorda ancora un'opera di Questioni concernente i passi oscuri ed involuti dell'Antico Testamento, di cui un discepolo di T., Rodone, aveva affermato di volere dare la spiegazione.
Maggiori notizie si hanno invece di un'altra opera di T., il Diatessaron. Trattasi di una fusione dei quattro Vangeli in un solo concordato, tentativo questo che, per ragioni pratiche, incontrò molta fortuna. Il testo originale è andato perduto, non solo perché la Chiesa sostenne e difese i quattro Vangeli separati, ma anche perché, essendo stato composto quando l'autore era già eretico, recava nel testo elementi che tradivano l'eterodossia. Si sa infatti che in esso mancavano, p. es., le genealogie di Gesù (Mt. 1, 1-7; Lc. 3, 23-38) e ciò che poteva rivelare un'origine umana del Salvatore. E quanto ci fa sapere Teodoreto di Ciro (v.), che ne fece nella sua diocesi distruggere più di duecento esemplari che erano in mano a semplici fedeli, i quali se ne servivano come di un utile compendio evangelico (Haer. Job. comp., I, 20). Ma nonostante questa opposizione il Diatessaron fu diffusissimo: è questa pure una ragione dell'estrema complicazione che il problema della ricostruzione del Diatessaron presenta. Attualmente il materiale disponibile per uno studio della questione è rappresentato: a) da un Diatessaron persiano tradotto dal siriaco che sembra fino ad oggi essere il testo più vicino all'originale; b) da una traduzione araba pure dal siriaco che è nota in almeno tre esemplari affini; c) da un testo armonizzato dei Vangeli, in latino, in due redazioni di cui l'una, contenuta
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nel Codex Fuldensis, rappresenta il testo concordato che nel 546 Vittore di Capua (v.) accolse in luogo dei quattro Vangeli separati e che non intitolò più Diatessaron ma Diapente; d) da una armonia in vetero-olandese tradotta da un originale latino; e) da un gruppo di testi interi o frammentari di armonie evangeliche in antico tedesco del nord e del sud della Germania; $f$ ) da un testo armonizzato in antico inglese noto come la Pepysian Harmony; g) da un Diatessaron in volgare italiano in due redazioni, una toscana ed una veneta; $h$ ) da un frammento del Diatessaron greco scoperto nel 1933 a Doura-Europes, quindi anteriore al 256 (l'esistenza di un altro frammento greco è contestata). Questi testi sono di valore assai diverso: tutti però in modo più o meno diretto sembrano risalire ad un originale siriaco, compreso il frammento greco che non è più giudicato oggigiorno come l'originale di T., ma una traduzione esso stesso di un originale siriaco. Questa serie di Diatessaron presenta problemi di interferenze reciproche assai complicati : talora, com'è, p. es., nei Diatessaron arabi, il testo originario è stato rifuso in parte con il testo della Pēs̆ıṭe non al per altro che non riappaiano certe particolarità dell'originale. Per la ricostruzione del Diatessaron originario e per la storia della fortuna del Diatessaron vanno pure tenuti presenti i commenti ad esso fatti. Il più importante è quello in siriaco di s. Ephraem di cui non restano che frammenti dell'originale ed una traduzione armena; un altro commento molto più tardo (sec. xir) in latino devesi a Zac. caria Crisopolitano. A complemento di quanto sopra vanno aggiunte ancora le tracce di Diatessaron perduti e le influenze dirette ed indirette dagli uni e dagli altri esercitate.
Si pensa cosi ad una traduzione armena del Diatessaron che avrebbe influito sulla successiva traduzione armena e quindi georgiana dei Vangeli. Influenze si rilevano sulle antiche versioni siriache dei Vangeli, su lezionari in uso nella Chiesa sira, su citazioni evangeliche nei Kephalaias monichei, su vari testi liturgici e spirituali orientali ed occidentali, che vanno da testi turchi alla vita di Cristo di Ludolfo di Sassonia e, infine e soprattutto, sul testo delle antiche traduzioni latine dei Vangeli e sul testo greco del Nuovo Testamento rappresentato dal famoso codice di Beza (D). A ragione si è detto che il problema del Diatessaron rappresenta uno dei problemi più difficili dell'antica letteratura cristiana. Due questioni fondamentali restano, fra le altre, ancora insolute. Innanzi tutto se veramente l'originale siriaco a cui sembra rimandare tutto questo complesso di testie di testimonianze debba autorizzare la conclusione che la lingua originale del Diatessaron fu il siriaco e non il greco, come sono portati a concludere gli orientalisti ma come molti non ritengono ancora sicuro. Secondariamente se la presenza di lezioni discordanti o che sembrano discendere da testi extra-canonici od eretici nel Diatessaron, possa autorizzare la conclusione che T. non si servì solo dei quattro Vangeli, introducendovi all'occorrenza alcune lezioni eretiche od extra-canoniche che ben quadravano con le sue idee, ma mettendo deliberatamente a base della sua armonia una quinta fonte che alcuni indicano senz'altro nel Vangelo secondo gli Ebrei, in base anche alla vaga testimonianza di Epifanio (Pan., 46 : ma Epifanio non conosceva direttamente il Diatessaron e quelli che, secondo la citazione di Epifanio, identificavano il Diatessaron col Vangelo secondo gli Ebrei lo facevano probabilmente perché sapevano che tale Vangelo era considerato encratitico, eresia della quale si riteneva fondatore T. stesso). Nel suo Diatessaron si sa che T. adattava il racconto dei sinottici al quadro storico del IV Vangelo. Si ignorano con esattezza la data ed il luogo della composizione.
BibL.: del testo del Discorso ai Greci (PG VI, 804-88 che riproduce l'ed. di dom Maran) edd. moderne consultabili sono quelle di I. C. T. Otto, in Corpus apologetarum christianorum saeculi saecundi, VI, Iena 1861, con utile commento; quella critica di E. Schwartz, T. Oratio ad Graecos (Texte und Untersuchungen, IV, 1), Lipsia 1888; quella di E. J. Goodspeed, Die ditesten Apologeten, Lipsia 1914. Fra le tradd. si ricordano quella ital. con buona introduz. ed utile commento di P. Ubaldi,
T. Disc. ai Greci, Torino 1921. Unica monografia d'insieme, per quanto in certe parti totalmente superata, quella di H. A. Daniel, T. der Apologet, Halle 1837. Fui Discorso ai Greci si veda: R. C. Kukula, T.'s sogeunante Apologie, Lipsia 1900; A. Pusch, Recherches sur le Discours aux Grecs de T., Parigi 1903 (dello stesso anche Les apologistes grecques du $I I r$ siècle de notre ère, ivi 1912, pp. 148-71); C. H. Heiler, De T apologetae dicendi genere (disc.), Marburgo 1909 (sullo stilo); A. Casamano, Gli apologisti greci, Roma 1943-44, pp. 133-62: M. Pellegrino, Gli apologeti greci del II sec., ivi 1947, pp. 09-143. Per l'eresia di T.: M. Zappelli, T. e lo guastirismo, in Ria. di studi fil. e religiosi, 3 (1922), pp. 307-38 (insufficiente e talora errato). Per il Diatessaron tutte le edd. dei testi e gli studi critici fino al 1939 sono citati ed esaminati in C. Peters, Das Diatessaron T's., Roma 1939. Dopo di esso basti citare: S. Lyonnet, Les origines de la cession arnénienne et le Diatessaron (Biblica et Orientalia, 13), Roma 1950; G. Messina, Diatessaron persiano (ibid., 14), ivi 1951. Franco Bolgiani
TAZZOLI, Enrico. - Sacerdote, n. a Canneto il 19 apr. 1812, m. a Belfiore il 7 dic. 1852 . Professore di filosofia nel Seminario mantovano e rinomato predicatore, aderì al Comitato mazziniano di Mantova, di cui divenne ben presto presidente.
Il Comitato aveva lo scopo di tener desta l'avversione contro l'Austria e di raccogliere armi e fondi per una possibile insurrezione, nonché di procurarsi dati sugli apprestamenti militari absburgici. Arrestato una prima volta nel 1848 per una predica che le autorità austriache ritennero rivoluzionaria, fu presto rilasciato dopo una severa ammonizione; esortato dai suoi stessi amici ad esulare, rifiutò, per dedicarsi con maggiore trasporto alla sua attività respiratrice, né rallentò l'opera anche quando cominciarono - sul finire del 1851 - gli arresti e le condanne capitali ordinate dal maresciallo Radekás per soffocare ogni conato insurrezionale. Il 13 dic. 1851 il T. presiedette una riunione, nella quale fu proposto di attentare alla vita dell'imperatore Francesco Giuseppe in occasione dell'annunziata sua visita nel Lombardo-Veneto, ma riusci a far disapprovare l'insano progetto. Pochi giorni più tardi ( $1^{\circ}$ genn. 1852) la polizia trasse in arresto tale Luigi Pesci, trovato in possesso di una cartella del prestito mazziniano : il Pesci confessò di averla avuta dal sac. Ferdinando Bosio, che a sua volta indicò nel T. il diffusore del pericoloso materiale. Per avvertito in tempo, il T. ricusò ancora una volta di porsi in salvo e venne arrestato il successivo 27 genn. Egli fu così coinvolto nel grande processo mantovano, istruito con dura energia dall'auditore capitano Kraus. Il silenzio dei numerosi imputati, la fuga di molti indiziati che provvidero a distruggere in gran parte le prove della cospirazione, il diffuso disagio dell'opinione pubblica e la preoccupazione del governo di Vienna di evitare eccessivi rigori stavano per rendere nulli gli sforzi del Kraus, quando, malauguratamente, si posero sulla via delle propalazioni il Bosio - poi fattosi spostata e passato al protestantesimo - e Luigi Castellazzo, che più tardi fu deputato al Parlamento e segretario generale della massoneria, nonostante le circostanziate accuse di uno dei superstiti del processo, Giuseppe Fiuzi, il quale preferì rassegnare il mandato parlamentare piuttosto che sedere alla Camera insieme con il traditore, spudoratamente difeso dalla setta. Per conseguire la promessagli impunità, il Castellazzo - che era stato segretario del Comitato mazziniano - rivelò ai giudici quanto era a sua conoscenza, tranne la chiave del cifrario usato dal T., che fu peraltro scoperta dalla polizia viennese. A questo punto il T., con eroico altruismo, si addossò tutta la responsabilità della congiura, nella speranza di salvare, a prezzo della propria vita, quella dei coinquisiti.
Nelle more del processo, essendosi il governatore di Mantova, gen. Culoz, rivolto a lui per chiedergli quali motivi inducessero gran parte del clero lombardo ad avversare la dominazione austriaca, egli rispose con due misurate Memorie (edite da A. Luzio, Mantova 1886), nelle quali tracciava un preciso quadro delle condizioni d'Italia sotto l'oppressivo governo ebsburgico : scritti di mirabile saggezza politica, che non si penserebbero composti nel carcere, senza sussidio alcuno di fonti. Il vescovo di Mantova, mons. Giovanni Corti - che aveva delegato
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il canonico Martini ad assistere spiritualmente i detenuti tentò ogni mezzo per salvarli dalla pena capitale, giun gendo sino a chiedere udienza all'Imperatore e ad invocare l'intervento pontificio: ma i generosi sforzi del presule riuscirono inutili ed egli ebbe altresi il doloroso compito di procedere alla dissacrazione del T. prima che il condannato dovesse salire il patibolo.
Le ultime ore del T., descritte con commossa parola da mons. Luigi Martini nel suo celebre Confortatorio, furono ammirevoli di cristiana fermezza : consolò e benedisse i compagni di supplizio e prima di abbandonarsi al carnefice disse al Martini : " Raccomandi a tutti i preti di non impacciarsi di politica e di essere fervorosi in chiesa n. Le sue spoglie, tumulate ai piedi della forca, ebbero onorata sepoltura in Mantova dopo la liberazione della città.
BibL.: C. Cantù, Del prete E. T., Milano 1868; L. Martini Il confortatorio di Mantova, Mantova 1870-71 (ristampato nel 1922 con ampio commento di A. Rezzaghi); T. Vedovi, Cenni biografici dei martiri di Belfiore, ivi 1872; L. Segala, Verona e Mantova nella cospirazione contro l' Austria e nei processi politici del 1830-33, Verona 1892; G. De Castro, I processi di Mantova, Milano 1893; L. Pietro, Ricordi di prasione, ivi 1907; E. Picco, Don E. T., Torino 1912; ma specialmente A. Luzio, I martiri di Belfiore e il loro processo, 30 ed., Milano 1916 (ristampato nel 1922 a cura di A. Monti); id., I processi politici di Milano e Mantova restituiti dall' Austria, ivi 1919 (rist., Mantova 1952). La nota del Castellezzo fu provata dallo stesso Luzio in un numero str. (4 dic. 1884) della Gazzetta di Mantova; T. Urangia Tacooli, Gion. Mazzoni e don E. T., in Rasc. stor. del Risorg., 37 (1930), pp. 488-99; id., E. T. e Cesare Cantù, in corso di stampa negli Atti del XXXI Congresso di st. del Risorg. (Mantova, sett. 1932), dove saranno comprese numerose altre comunicazioni relative ai processi mantovani del 1850-53, di C. Vidal, A. Rezzaghi, S. Markus, G. Gaeta, G. Pratico e altri.
Renso U. Montini
TÇUZZU, João Rodriguez. - Gesuita, missionario e storico, n. a Sernancelhe (diocesi di Lamego, Portogallo) ca. il 1561, m. a Macao (Cina) nel 1634.
Partito per il Giappone nel 1576, lo si trova nel 1578 al seguito di Yakata Yoshishige, convertitosi al cristianesimo con il nome di don Francisco di Bungo; nel 1580 entra nella Compagnia di Gesù, dove, ordinato sacerdote nel 1594, continua fino al 1626 l'ufficio di procuratore della missione, iniziato nel 1597. La nuova persecuzione del 1614 (o bandì dal Giappone e lo portò con 12 confratelli a Macao. La familiarità con la lingua e le svariate dottrine giapponesi lo rese molto abile nei ministeri e stimolissime dagli Shogun Hydeyoshi e Jeyasu, presso i quali poté rendere ottimi servigi all'Ordine e alla cristianità; nel 1590 accompagnò come interprete alla corte di Hydeyoshi i pellegrini tornati dall'Italia.
Le sue opere sono: Arte da lingua de Japon, Nagasaki 1590; Arte breve da lingua japoa (Macao 1620). Incompleta e inedita rimase l'opera sua principale: Historia da Igreja de Japam (in due manoscritti) l'uno alla Biblioteca dell'Accademia di storia a Madrid, l'altro nella Biblioteca Ajuda a Lisbona). Delle tre parti che doveva avere, secondo il disegno espresso dall'autore nella prefazione: Paese e popolazione Storia della Chiesa, Terre vicine (Cina, Annam, Cambogia, Corea), rimangono solo i ll. I e II della parte $1^{2}$ e il l. I della $2^{2}$. Opera eccellente quanto a valore storico e critico per le informazioni ricercate e gli avvenimenti di cui fu testimonio oculare.
BibL.: Sommervogel, VI, 1970 (ma ivi è confuso Rodriguez Teuzzu [ = interprete] con Rodriguez Giram); G. Schurhammer, P. T.R.T. als Geschichtsschreiber Japans, in Arch. hist. S. I., I (1932), pp. 23-40 (con ampia bibl.); C. R. Boxer, P. João Rodriguez Tzuzu, S. I., and his japanese Grammar of 1604 and 1620, in Misc. F. A. Coelho (1647-1919), II, Lisbona 1930, pp. $338-63$.
Celestino Testore
TEAGENE, santo, martire. - E commemorato nel Martirologio geronimiano il 3 genn. insieme con due compagni, Zirico e Primo, ma si tratta di una errata interpretazione delle indicazioni topografiche della Passio; nel Sinassario è detto, falsamente, vescovo.
La Passio, del sec. iv, riferisce che T. era figlio del vescovo di Pario nell'Ellesponto. Chiamato al servizio militare, al tempo dell'imperatore Licinio, non volle arruotarsi adducendo motivi religiosi. Fu perciò giudicato dal tribuno Zelic'inizio che dopo averlo fatto orribilmente flagellare lo rinchiuse in carcere tra i ceppi. Condannato a morte fu gettato in mare; alcuni fedeli ne raccolsero il cadavere e lo seppellirono nella villa di un certo Adamanzio.
BibL.: Acta SS. Ianuarii, I, Parigi 1863, pp. 131-33; P. Franchi de' Cavalieri, La Passio s. Thesacens, in Note agiografiche, IV (Studi e test., 24), Roma 1912, pp. 161-85; Synax. Con tantinap., col. 368, H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 147 sg.; Martyr. Aterosymianum, p. 24 sg.; Martyr. Romanum, p. 5.
Agostino Amore
TEAGOGIA ( $\theta \varepsilon \alpha \gamma \omega \gamma i a$, da $\theta \varepsilon \dot{\varepsilon} \varsigma=$ dio e $\dot{\alpha} \gamma \omega \gamma \dot{\varsigma}$ $=$ che attrae, che evoca). - E un termine tecnico della liturgia teurgica, con il quale si denotava l'evocazione di una divinità, operata coercitivamente da un sacerdote (Giamblico, De myst., 2, 10; 6, 1; Porfirio, Ad Aneb., 29).
La t. occupava un posto centrale in quella filosofia neoplatonica che assume dopo Plotino, specialmente nelle scuole di Siria e di Pergamo (Giamblico, Edesio, Prisco, Massimo), un carattere magico. L'arte, che insegnava il modo di far apparire gli dèi per mezzo di formule rituali ( $\dot{\alpha} \alpha \gamma \nu \alpha$ ), era detta $\dot{\alpha} \alpha \gamma \omega \gamma \dot{\eta}$ l $\alpha \rho \alpha \tau \iota \eta \eta$ o $\operatorname{lzp} \alpha \tau \iota \eta \eta$ (un'opera di Proclo, parzialmente tradotta in latino da Marsilio Ficino col titolo De sacrificio et magia, e il $\Pi \varepsilon \rho \dot{\alpha}$ $\tau \tilde{\eta} \varsigma$ l $\alpha \rho \alpha \tau \iota \eta \eta \varsigma \tau \dot{\varepsilon} \gamma \nu \eta \varsigma$; cf. J. Bidez-F. Cumont, Catal. des manuscrit. alch. grecs, VI), Il sacerdote, per suo mezzo, diventava $\pi \lambda \dot{\eta} \tau \omega \rho$ (evocatore) ed $\dot{\varepsilon} \pi \alpha \alpha \gamma \alpha \dot{\varsigma}$ della divinità (cf. Porfirio, De philos. ex orac. haur., p. 158 W.) e compiva il miracolo dell'evocazione ( $\dot{\varepsilon} \pi \alpha \gamma \omega \gamma \dot{\eta}$ : cf. Platone, Resp., 364 c; Leg., 933 d). La divinità era costretta dall'operazione rituale-teurgica ad entrare in una statua o nel corpo dell'evocatore, che diventava così il $\delta v \rho \dot{\alpha} \varsigma$ del nume, e a rispondere alle domande che venivano rivolte (cf. Firmico Materno, De err. prof. relig., 13). Un'evidente opposizione alla t. si rivela nel neoplatonismo cristiano dello Ps. Dionigi l'Areopagita, De div. nom., 3, 1.
BibL.: Th. Hopfner, s. v. Theurgie, in Pauly Wissova, VI, A 1, coll. 236-70; E. R. Dodds, Theurgy and its relationship to neoplatonism, in Journ. of Rom. stud., 1947, pp. 55-69.
Giuseppe Faggio
TEATINI. - Prima, cronologicamente, delle Congregazioni di Chierici Regolari sorte nel sec. xv1, fu fondata in Roma il 14 sett. 1524 da s. Gaetano Thiene (v.), il quale ebbe come primi compagni : Gian Pietro Carafa, poi papa Paolo IV (v.) e già vescovo di Chieti (Teate donde il nome di T.), Bonifacio De' Colli e Paolo Consiglieri o Ghisleri (v.). Membri tutti e quattro dell'Oratorio romano del Divino Amore, miravano alla riforma del clero e del popolo cristiano mediante una vita sacerdotale esemplare e l'esercizio di un austero apostolato.
La fondazione, previamente approvata da Clemente VII con breve del 24 giugno 1524, non solo autorizzava i fondatori all'emissione dei voti, ma poneva l'Ordine nascente " sotto l'immediata giurisdizione e speciale protezione della S. Sede "; dava loro facoltà di ricevere, dopo un anno di prova, altri soggetti, di stabilire proprie costituzioni e conferiva loro i privilegi dei Canonici Regolari Lateranensi. Il 14 sett. successivo, tutti e quattro emisero la professione solemne nella Basilica Vaticana, e preposito fu eletto il Carafa. Dimorarono prima in Via Leonina presso S. Nicola ai Prefetti; quindi si trasferirono sul monte Pincio. Ospiti dei Chierici Regolari furono, tra altri, Lodovico da Fossombrone, seguace di Matteo da Biscio, e Paolo Giustiniani con Pietro Gabrielli da Fano ai quali il Carafa appianò presso la Corte le difficoltà per le riforme dei loro rispettivi Ordini da essi allora propugnate. Malmenati dalla soldataglia durante il sacco di Roma nel 1527, ripararono a Venezia, dove ebbero stabile sede in S. Nicola da Tolentino. Nel sett.
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(per cartello di p. F. Averro)
Tzattici - S. Gaetano con i suoi compagni fonda nella basilica di S. Pietro in Vaticano, i Chierici Regolari T. Tempera di C. Maiola (1623-64?) - Ferrara, chiesa di S. Maria della Pietà.
dello stesso anno Gaetano Thiene succedeva al Carafa quale preposito della Congregazione.
Ciò che contraddistinse sino dall'inizio la vita teatina fu di non aspirare a benefici ecclesiastici e di vivere in perfetta povertà senza possedere rendite nemmeno in comune, fidando nella Provvidenza per il sostentamento. Attesero i T. a promuovere nel clero e nel laicato la vita ascetica con la frequenza alla Comunione, allora assai poco praticata, e l'esercizio della carità verso i poveri ed ammalati, com'era anche nel programma delle Compagnie del Divino Amore (v.) da loro promosse ed assistite. Si preoccuparono pure della purezza della dottrina cattolica e del decoro del culto, dedicandosi anche alla revisione dei libri della liturgia romana giusta l'autorizzazione avutane da Clemente VII (brevi del 24 giugno 1524 e 21 genn. 1529 ).
Dopo quasi un decennio di vita, i T., con breve del 7 marzo 1533, ricevettero da Clemente VII pieno stabilimento e approvazione. Nello stesso anno s. Gaetano, il b. Giovanni Marinoni (v.) e altri soci fondavano la prima casa in Napoli dove nel 1538 ebbero dal viceré Pedro de Toledo la chiesa di S. Paolo Maggiore e vi realizzarono un vasto programma di riforme. I novatori Ochino, Valdés, Vermigli trovarono in essi i più risoluti avversari. Si prodigavano nell'ospedale degli Incurabili, nella riforma dei monasteri femminili (Domenicane della Sapienza, Francescane di S. Maria in Gerusalemme, Convertite agli Incurabili) e nell'assistenza sociale: il Monte di Pietà, da cui è derivato il Banco di Napoli, ritiene quali suoi ispiratori il Thiene e il Marinoni. Cresciuti di numero i T. stettero sempre a fianco della Sede Apostolica per la riforma della Chiesa. Nel Concilio di Trento ebbe parte attiva il teatino inglese Tommaso Goldwel ( 1500 -85), vescovo di S. Asaph, a cui furono affidate le scabrose questioni riguardanti l'Inghilterra; mentre in Roma i pp. Geremia Isachino e Bernardino Scotti, poi cardinale, attendevano con il Sirlato (v.) a importanti affari conciliari. Documentata è la parte primaria avuta dai T. nella riforma del Breviario sancita poi da Pio V (1568), come pure quella dei pp. Antonio Agelli (v.) e Vincenzo Massa nell'edizione greca
dei Settanta e nella revisione della Volgata e del Martirologio romano. Nel 1588 i T., che fino allora avevano avuto quale supremo organo direttivo l'annuo capitolo generali, eleggevano primo preposito generale il p. Giambattista Milani. Nel 1604 le Costituzioni elaborate nei Capitoli generali venivano approvate da Clemente VIII (28 luglio). Egregiamente commentate da A. Caracciolo, il card. De Bérulle le fece ristampare a Parigi per giovarsene nella riforma ecclesiastica da lui promossa. Aggiornate e rivedute secondo il nuovo Codice, sono state approvate di nuovo da Pio XII il 12 luglio 1948.
L'Ordine è diviso in province, case e residenze. Il preposito generale è eletto per sei anni, per tre i prepositi provinciali e locali. Caratteristico è il " vocalato", integrato dai padri eletti dal Capitolo generale in merito alle loro doti personali; essi formano il Capitolo provinciale a cui spetta, fra altri compiti, l'elezione dei delegati per il Capitolo generale.
Dopo la morte del fondatore l'Ordine, che aveva solo le case di Venezia, Napoli e Verona, ebbe da Paolo IV la casa di S. Silvestre al Quirinale (1555) e si diffuse poi rapidamente in Italia dove alla fine del sec. xvir contava oltre cinquanta case. Meno rapida fu la diffusione all'estero. Nella Spagna, che accoise i T. nel 1622, si stabilì in Madrid, Saragossa, Barcellona, Salamanca, Alcalá, Palma di Maiorca. Seguirono le fondazioni di Parigi (1647), Lisbona (1648), Monaco di Baviera (1662), Praga (1663), Leopoli (Collegio Armeno, 1663), Varsavia, Salisburgo (1693). Nel medesimo tempo i T. iniziarono la loro attività missionaria. Parte importante nell'erezione del Collegio di Propaganda Fide ebbe il p. Michele Ghaleri, di cui era figlio spirituale il fondatore mons. Giambattista Cives; ai T. furono affidati da Urbano VIII la direzione e l'insegnamento degli alunni (1641). Nel 1626, guidati dai ven. Pietro Avitabile, fondavano le missioni della Georgia orientale e successivamente quella della Mingrelia, Guria e Imeretia, dove per oltre 70 anni si prodigarono 41 religiosi. Celebre fra questi è il p. Clemente Galano (v.) a cui si deve la fondazione dei Collegi armeni di Costantinopoli e di Leopoli, centro il secondo dell'unione degli armeni alla Chiesa Romana. Altri missionari, condotti dallo stesso p. Avitabile, nel 1646 si stabilivano a Goa (Indie portoghesi) e di là nelle regioni di Golconda, Idalcan, Gerlim, Coromandel. Il ven. Antonio Ventimiglia evangelizzò il Borneo, mentre altri suoi confratelli si spingevano in Sumatra (1702) e fino a Meliapur e Manila. Nelle condizioni politiche dell'Europa dell'800, l'Ordine subì la sorte che fu comune alle altre famiglie religiose. Alcune case d'Italia resistettero alle soppressioni finché, per la protezione del b. Pio X, l'Ordine si riprendeva, ed oggi, con le case d'Italia, Spagna, Stati Uniti, Argentina, Messico, Brasile, è in fiduciosa rinascita.
Nella nuova corrente della spiritualità cristiana i T. vi sono rappresentati con il Combattimento spirituale del p. Lorenzo Scupoli (v.), uno dei trattati fondamentali della spiritualità moderna. Particolarmente venerata dai T. è la Madonna della Purità, patrona dell'Ordine, mentre le devozioni praticate sono quelle dell' abitino ceruleo dell'Immacolata e del voto in favore delle anime del Purgatorio illustrato e propagato dal p. Gaspare de Oliden (v.). L'Ordine continuò sempre nella originaria sua cura dello splendore del culto divino e della vita liturgica, come si rivela nei trattatisti, quali il Tomasi e il Merati e nelle magnifiche chiese costruite la più parte da architetti teatini (Grimaldi e Guarini [v.]).
L'Ordine conta due santi: Gaetano Thiene e Andrea Avellino (v.); tre beati: Giovanni Marinoni (v.), Paolo card. Burali d'Arezzo (v.) e Giuseppe card. Tomasi e un numero coepicuo di venerabili. Ha avuto un papa: Paolo IV (Carafa), 8 cardinali e oltre 250 vescovi per cui meritò nei primi tempi l'appellativo di «Seminario di vescovi». Altri poi in buon numero hanno illustrato la scienza sacra e profana e le arti: teologi (Diana, Pasqualigo, Verani), biblisti (Agelli [v.]), liturgisti, orientalisti (Galano [v.], Lamberti), filosofi (Ventura [v.]) storici (A. Caracciolo [v.], Silos, Paciaudi), matematici, astronomi (Piazzi [v.], Cossali), architetti, pittori (Zoccolini, Galletti).
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L'abito dei T. è quello degli ecclesiastici con fascia pendente dal fianco destro; lo stemma: la Croce sul trimonte; il motto: Quaecite primum Regnum Dei.
Teatine. - S. Gaetano non istituil, sotto la propria Regola, alcuna congregazione femminile. Sono paró teatine le religione della Congregazione dell'Immacolata fondata dalla ven. Orsola Benincasa (1547-1618), le quali, fin dal loro inizi, sono affidate alla cura e direzione dei T. e ne hanno le Costituzioni. Si dedicano all'educazione della gioventù e alle opere missionarie. - Vedi tav. CXXXI.
Bibs.: le fonti monoscritte per la storia dell'Ordine si hanno negli arch. principali: Arch. Gen. in Roma e Arch. dei T. di Napoli (Bibl. naz., fonda T. e Arch. di Stato, monasteri soppressi, S. Paolo Maggiore), Opere fondamentali: G. B. Del 'Tufa, Ist. della religione dei Padri Chier. Regol., Roma 1609; id., Supplemento all'Istoria..., ivi 1614: A. Caracciolo, De Vita Pauli IV, Pont. Max., Colonia 1612; G. Silva, Historiarum Cleric. Regul..., 3 voll., Roma-Palermo 1650-1666; B. Ferro, Ist. delle missioni dei Chier. Regal. T., 2 voll., Roma 1704-1705; A. F. Vezzosi, Scritt. de' Chier. Regal., 2 voll., Roma 1780; De MauldeSalvadori, S. Gaetano da Thiene e la Riforma cati. ital. (1460-1517), Roma 1911; P. Paschini, S. Gaetano Thiene, Gian Pietro Carafa e le origini dei Chier. Regal. T., Roma 1946; C. Wessels, De Theatijnen op Borneo en Sumatra (1688-1764), in Histos. Tijschrift, 9 (1936), pp. 205-43; le Vite di s. Gaetano di P. Chiminelli (Vicenza 1948), di A. Veny-Ballester (Barcellona 1950) e gli studi periodici in Regnum Dei - Collectanea Theatina, riv. trim., Roma (dal 1943); F. Andreu, $I$ T., in Ordini e congregaz. relig. a cura di M. Escobar, I. Torino 1952, pp. 363-607. Francesco Andreu
TEATRO. - I. Definizioni : elementi di teatrica. Le componenti dello spettacolo. Il rito. Il mimo. Il. Dhamma. - T. significa spettacolo: cosa vista, e cosa ordinata all'altrui vedere; e significa luogo dove lo spettacolo è disposto, perché la gente vi si raccolga. Nella memoria connessa alla voce ognuno dei fatti che vi convengono ora sormonta ora declina; né storia del t. sarebbe possibile senza tener conto di tale assiduo mutare di proporzioni e di cose: talvolta rammentandosi dell'apparato solo l'azione, talvolta solo la parola. T. è, nella metafora corrente, uno spettacoloso giuoco: t. fu la poesia drammatica, prevalendo la drammaturgia letteraria, e il linguaggio musicale dell'opera, e l'arte coreutica; fin la prospettiva d'alberi e fronde, nei giardini all'italiana, si disse t., anche vuota, anche non destinata a scena, come facesse parte dei piaceri della memoria l'immaginar puro, senza soccorso di parole, ma sollecitato dal quadro. Ed ebbe tale efficacia il fatto teatrale nell'immaginazione e nel costume, che in certe epoche tutto diventa spettacolo, tutto si dispone e si ricorda secondo i moduli di quell'arte composita : se "libro" era stata la più illustre e frequentata metafora della cultura medievale, l'età barocca usa ed abusa della metafora "t.": nel Gran teatro del mundo di Pedro Calderón de la Barca il Mondo stesso è chiamato dall'autore ad allestire lo spettacolo. La parola non è senza sospetto, fra i moderni, zelatori che siano dell'immagine pura della poesia o soltanto eredi del rigorismo di certi strati della borghesia dell'Europa ottocentesca (o della condanna puritana, fra i vittoriani d'Inghilterra); ma, contaminando arte e scienza, "t. anatomico" si disse d'aule universitarie disposte per la dissezione che fosse da ogni punto ben visibile.

(per cortesia di p. F. Andreu)
Teatini - Albero degli uomini illustri dell'Ordine. Ai piedi di esso: s. Gaetano Thiene con Gian P. Carafa (Paolo IV) e Bonifacio De' Colli con Paolo Consiglieri, confondatori. Incisione della seconda metà del '600 conservata nel l'Archivio di S. Andrea della Valle - Roma.
Intanto, queste pur sommarie indicazioni consentono di fissare gli elementi di quella che, con termine scolastico, si potrebbe chiamare "teatrica»; tecnica dello spettacolo teatrale. E come ad ogni arte conseguono una giustificazione riflessiva e una norma, compete alla teatrica una teoria e una storia. Della teoria si discorre in breve (come di tutto ciò che si tiene sott'occhio : teoria e t. sono parole che discendono dallo stesso ètimo); ma ci soccorrerà una storia tanto più distesa.
Si chiama spettacolo un giuoco di fuochi d'artificio e spettacolo un bel paesaggio, specie se colto in una certa ora del tempo; amplificazioni estranee alla nostra notizia : né tutto ciò cui si assiste è t., benché questo non sia mai del tutto estraneo a tali metafore : si delinea infatti attraverso il t. un abito della riflessione; ed una attitudine emotiva vi diventò abitudine. E se si chiama t. questo o quell'edificio adibito a spettacolo, il t. di Dioniso ad Atene o il t. alla Scala di Milano, troppe volte la consuetudine moderna del t. all'aperto ha chiesto una collaborazione attiva alla suggestione che esercitano luoghi e monumenti, l'intercolunnio del Partenone o il cortile d'Ansperto : troppe volte simbolismo e intimismo si sono raddoppiati e conversi per suggerire di ridurre all'estremo, o anche abolire, le scenografie più vistose : o altro boccascena che non sia quello ideale di un popolo concorde in ascolto. E nelle epoche di cultura più inventive e più ardita, quando la letteratura cercò il modo di diventare più prontamente attiva fra la gente, si chiamò t. un genere letterario: il t. inglese elisabettiano o il t. tedesco romantico; dove la parola creativa dei poeti passò sulla
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scena e plasmò, deboli o robuste, sempre periture forme di tradizione scenica: ma risuonò ben oltre, e ben più vasta vicenda d'uomini nella storia aperse. Essenziale al t. non è dunque il luogo, anche se di un luogo ove raccogliersi ha bisogno; e non è nemmeno la parola, intesa nella sua più consueta semantica, quale si cristallizza e si apprende nelle codificazioni formali e storiche della letteratura, benché qualcosa sempre vi si dica, persino tacendo, e la parola resti la più densa e feconda delle forme espressive e comunicative: essenziale è il trasmettersi della proposta che un invisibile autore, di un'immagine teatrica, mito o mimo che sia, fa ad un pubblico concretamente raccolto a riceverla, per mezzo di artisti che l'impersonano nell'atto.
Autore, attori, pubblico. Questi gli elementi essenziali; e dal loro vario incontro, ora prevalendo l'uno, ora gli altri, onnipresente e nella sua reazione corposa decisivo il terzo, si hanno le innumerevoli possibilità del t., e la gamma delle diverse esperienze. Ancora questo si osservi : l'autor drammaturgo, fatta la sua proposta, scompare; e se la critica, risalendo a ritroso di una tradizione, o più prontamente ricorrendo al testo, che nella sostanza segnata della parola disvela il più e il meglio della sua anima, può identificarlo, se può ripercorrere la vicenda di una favola, la sua, che subito uscitagli di mente subisce così diversa ventura, resta vero che la favola non appartiene più all'autore. Via via discendendo al pubblico le presenze acquistan peso: è il pubblico che decide quanto della ideal verità di un messaggio poetico lanciato da un autore, con o senza l'intenzione di accompagnarlo lungo la parabola del dramma, diventa trita certezza. L'autore scompare dietro il velo della sua immagine e il pubblico direi che prende vita: si riconosce, almeno, impara a discerner quali zone della sua memoria più s'aprono, quali corde della sua sensibilità più vibrano. Decide; e si chiama soddisfatto, insoddisfatto, sazio; ma sempre crede di ricevere conferma di sé, di sentenziare quanto gli basta; la mulierum capitum belua, come fu chiamato da chi non avvertiva la profonda vita morale del concorrer di molti al messaggio della parola (anzi, della parabola: ché la favola è metafora di un essere nuovo, verità che diviene), può ignorare quel che a t. in realtà si decide: se restar nel torpore di una soddisfatta inerzia sensuosa, o viver davvero: che significa trasfigurarsi alla parola. Operosamente nascosto, dunque, l'autore; e corposamente presente il pubblico, che fa da coro alla favola; ma gl'interpreti, gl'intermediari, sono gli attori. Centro e pernio della vita teatrale è la persona dell'attore; ché la suggestione mimica s'esercita prima in lui; e perché sia operosa nei molti, tocca a lui sperimentarla in sé, soffrirla (e se ne è capace redimerla). Ed ecco l'importanza del t. non pure in una poetica, ma in una dottrina morale della persona: perché, data questa condizione mimica dell'arte teatrica, per cui materia dell'arte è una creatura umana, l'attore può fingersi diverso da sé, ma in realtà, come sempre accade della poesia, ritrova l'autentico se stesso nel velo della finzione e cosi invera la favola, oppure vi si rinnega e vi s'imprigiona, oscenamente prestandosi ai sensi e alla bugia. Ritrovamento della persona: tale la giusticazione dell'arte e la pietra di paragone della validità estetica, e quindi morale, di un'opera di t., per questa presenza autentica dell'uomo che ascolta, e comunica con tutto se stesso, piegando all'espressione tutto il suo corpo, nella istantaneità dell'azione scenica e dell'attenzione concentrica dei molti, nella commozione e nella trasvalutazione del coro intento e consapevole e responsabile anche se taciturno. E i Latini chiamavan persona la maschera teatrale, il volto finto sul volto vero: tale la fortuna di una parola.
Arte mimica, dunque. Se lo spettacolo diventa fine a se stesso, anzi che complemento necessario e insufficiente del ritrovamento della persona e della trasvalutazione corale, il t. sarà nient'altro che esibizione e dissipazione: vizi che lo snaturano, su cui da sempre s'appuntano le preoccupazioni dei moralisti. Eppure la parola «mimo» dice un capitolo solo, benché assai vasto, della teatrica: quando, e proprio a contraddire quel ritrovamento e quella trasvalutazione, la favola si irrigidisce e si atteggia

(1st. dinari)
Teatro - Dioniso. Scultura arczica - Atene, Museo nazionale.
comicamente, quando il personaggio si isola e si chiude e si fissa, quando la persona ridiventa maschera e la finzione si incrosta sulla viva sostanza dell'uomo. Al capo opposto del mimo sta il rito; per cui la favola si svolge lungo una direttiva di trasfigurazione e di trasvalutazione non pur morale, ma religiosa, e dichiaratamente tale, anzi così predisposta da diventare prestazione di un tributo, officiatura alla Divinità, liturgia. Fra il mimo e il rito si dispone il dramma: questo nome, che significa "opera", assume l'azione scenica quando è osservata non già nel cinetismo di una gesticolazione, ma nella dinamica di una forza in moto; e il dramma traccia la sua parabola dalla schiavitù del rapporto pratico alla libertà della vita morale.
II. Forme parateatriche: Riti e mimi dei primitivi. Spettacoli popolari. La dasea. Il corten. Le marionette. - Così osservato nei suoi elementi il t. presuppone tali dignità e consapevolezza da giustificar la sua ambizione, cosi frequentemente ripetuta nei secoli, d'esser l'opera artistica per eccellenza, l'animata sintesi poetica che riflette tutta la storia dell'uomo e predispone il suo agire; ma dove l'uno degli elementi costituitivi prevale sugli altri, la stessa invadenza riflette uno scadere e fossilizzarsi del costume. In questo paragrafo si indicheranno alcune forme appunto dove l'equilibrio è turbato, e soprattutto quelle dove il coro, respinto l'intervento del poeta, o quello stesso dei liturgisti intesi a far rito dello spettacolo, trabocca a diventare lui stesso, orgiasticamente, attore e introducendo parafrasi o variazioni estemporanee del tema predisposto si sostituisce all'autore : i tre elementi della sintesi in uno. Tali forme furono dovunque osservate con estremo interesse; e spesso considerate come l'origine delle opere più complesse e più individuate: sia perché ogni intelligenza storica ed enciclopedica della realtà umana tende a disporsi nella prospettiva della recezione anziché della suggestione, della risposta anziché della proposta, e in una parola del coro anziché dell'autore, e tale fu il metodo con cui Aristotele, il primo e più profondo storico e teoreta della drammaturgia, guardò al t. greco; sia perché queste ricerche ebbero modernamente incremento a cominciar dalla cultura romantica, e questa moveva volentieri dal presupposto della custodia non solo ma della esclusiva genesi popolare di tutte le forme
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poetiche. In realtà, tradizione vale custodia e trasmissione; e un testo, un "libretto", una indicazione originaria, anche non fissata nel documento scritto, deve esser sempre postulata alle origini di una forma che, ripetuta nei secoli e nei millenni, e via via perdendo il suo significato primordiale, si è ormai tanto cristallizzata nell'abitudine da risultar connaturata.
La vita sociale dei primitivi è molto più circospetta, più attenta e più ligia alle forme tradizionali che la vita sociale dei gruppi organizzati con maggior complessità di rapporti (fra "primitivi" ed "evoluti" non si vede, per quel che compete al nostro assunto, altra proporzione che questa: escludendo ogni idea di progresso, e rinunziando anche, perché troppe volte contraddetta, all'ipotesi che assegna un tempo fisso e una necessità storica al processo dell'organizzazione). Il gruppo sociale primitivo opera volentieri disponendo sullo stesso piano della partecipazione collettiva la necessità pratica, la sua riflessione emotiva, la sua propiziazione religiosa; ecco perché la tribù, prima di muovere alla battuta di una belva pericolosa, assiste e partecipa al rito della caccia; dove uomini mascherati gli uni da cacciatori, gli altri da selvaggia, anticipano la realta, la rendono vera, nell'attualità della finzione mimica, prima che sia; ed ecco perché, anche in società tanto più complesse, la parata militare prelude, come rito guerriero, alla battaglia. Venga prima o venga dopo, sia "libretto" di quel che s'ha da fare, o "documento "di quello che s'è fatto, il testo naturalmente si sdoppia in poesia e in didascalia (è evidente che non tutte le parole mosse in bocca ai personaggi sono poesia: il testo " insegna " anche le parole; e non tutte le indicazioni scenografiche e mimiche sono didascalia: anche un gesto può essere altamente significativo: purché, appunto, riveli la autentica verità della persona umana che provvisoriamente vi si consegna). Un "libro di cerimonie " della corte di Bisanzio, dove il ritualismo si sovrapponeva sempre, con il suo linguaggio cristallizzato, alle esigenze immediate della società cortigiana e politica, è appunto tutto didascalico; ma le pitture paleolitiche delle caverne dell'Europa sud-occidentale, che probabilmente riflettono soggetti già filtrati attraverso una interpretazione coreutica (non la caccia come si svolge in effetto, negli imprevedibili accidenti della realtà, ma la caccia mimicamente configurata e disposta e riassunta) sono capolavori di tal potenza che la didascalia scompare di fronte alla poesia. Non ci diffonderemo su questi riti e su questi mimi dei primitivi, che possono essere adeguatamente studiati (e lo sono) nell'ambito della scienza etnologica: vogliamo solo richiamar l'attenzione sulle loro connessioni con la teatrica, e sottolineare, fra le occasioni più frequenti, quelle che si riconnettono al mutamento della stagioni e quelle che hanno per soggetto la morte. La vicenda dell'anno, allegorizzata (è evidente che lo spettacolo è sempre una forma di allegoria; come del resto l'arte è sempre una forma di metafora), si compone in un succedersi di morti e di resurrezioni; diciamo meglio: nell'istituire il rapporto integrale, cioè non soltanto pratico, ma integralmente umano, fra l'uomo e l'anno, i poeti delle liturgie primitive umanizzano l'anno nelle sue stagioni, e naturalizzano l'uomo: l'anno, la vita arborea, la luce del sole, declina, scompare e risorge; e così la vita dell'uomo. Le feste che si riconnettono al ciclo delle stagioni mantengono sempre questo rapporto allusivo; ed evocano la vita infera, quando riatteggiano il declino del sole verso il solstizio d'inverno, e i dèmoni di sotterra; ed inneggiano alla vita superna, quando il sole sormonta al culmine del suo arco. Di tali feste delle stagioni la sopravvivenza più duratura e frequente è, fra noi, quella del Carnevale: che può dare una idea, con le sue mascherate, di quel ch'era la celebrazione popolaresca del rito dell'anno, con la scongiura e l'inno alterni. Anche più impegnati i riti dei morti: perché, restituito il corpo alla terra, magari componendolo nell'atteggiamento che ebbe il feto nel grembo materno, entro l'urna funeraria, o disperse le ceneri dopo il rito di purificazione del rogo, le maschere funebri serbavano indicazione sensibile della sopravvivenza dell'anima: sia incantandola, errabonda, nella fissità del tratto ch'ebbe
in vita, sia richiamando alla pietà dei sopravvissuti il suo tesoro umano e le sue colpe, le sue pene e le sue speranze.
La poesia soccorre e distrugge continuamente, alla ricerca di una partecipazione più commossa ed alata di tutto l'essere, quello che ella stessa propone; ma il linguaggio custodisce le parole d'un tempo. Così le rappresentazioni popolari si rammentano dei vecchi temi e dei miti antichi e certo non fanno questo per dilettantismo arcaicizzante; le maschere dell'Arte, la forma più osservata, più disciplinata e meglio cristallizzata del mito popolare, seebano memoria dei travestimenti bestiari frequenti ovunque e documentabili in tutto il territorio indoeuropeo durante le festività carnevalesche; ma non diversamente li ricordavano le processioni burlesche dell'Attica antica, specie nelle feste vendemmiali. I canti della notte di Natale si collocano nei riti tradizionali del solstizio d'inverno; e i fuochi della notte di S. Giovanni nei riti del solstizio d'estate: giuochi e processioni li presuppongono, anche quando non se ne rammentano. Ma pure, in questo cenno sommario, accanto alle sopravvivenze ritualistiche dobbiamo collocare le sopravvivenze propriamente drammaturgiche: drammi sacri che dovunque si ripetono, a scadenza annuale o pluriennale (da Sardevolo ad Oberammergau), con un libretto scrupolosamente custodito o con alterazioni continue; e processioni figurate, dalla Sicilia alle Fiandre, che rammentano, nel riassunto del quadro vivente, portato attorno pel borgo, spesso su un carro, le rappresentazione più articolata dei vecchi tempi. L'arte figurativa non è mai del tutto estranea a questa più vasta integrazione teatrica. che la considera cristallizzazione di una storia che più naturalmente dovrebbe svolgersi in dramma rendendo esplicito l'intervento del poeta e del coro.
E sempre cercando le relazioni delle varie forme espressive con quella fondamentale, esplicita o sottintesa, del t., si veda come la danza costituisca una proiezione e un isolamento di un momento e di una figura essenziale alla sintesi drammaturgica, l'attore. Una danza è sempre "danza figurata", stabilisce cioè un rapporto fra la persona del ballerino e un soggetto; e in quanto è osservata, è pubblica: ecco il coro degli spettatori, restino immobili, o ripetano, come spesso accade nelle festività popolari, il motivo mimico del ballerino, ristabilire il ternario drammaturgico. La danza sacra mima il rapporto tra il fedele e la divinità, o, per meglio dire, e per tralasciare forme patologiche o profane che qui non ci interessano, esprime i preliminari sensibili dell'incontro; ed è, sia pure ridotta alla sua forma più schiva e più sobria, come nel rito cristiano, intrinseca alla liturgia. La danza profana può estendersi a tutti i soggetti: come dimostra la danza in quanto arte teatrale, sia riassunta nel ritmo chiuso di una indicazione coreutica e musicale, quale il balletto classico, col suo repertorio rigoroso di figure talvolta acrobatiche e ginnastiche, più che coreutiche, sia distesa prosasticamente a modulare mimicamente una "parte" di commedia o di dramma; ma i temi più diffusi e celebrati, e più prontamente intesi e ripetuti dal coro, sono il tema dell'amore d'invito, la repulsa, l'offerta : figure frequenti nelle cosiddette danze popolari, e più o meno implicite anche nella danza mondana) e il tema della guerra.
La proiezione collettiva più frequente e più elementare della danza è il corteo: si chiamerà processione quando la sua intenzione sia più dichiaratamente liturgica. Il coro, in tal caso, cessa di assistere alle modulazioni mimiche degli attori, e diventa attore lui stesso : oppure, se si dispone processionalmente dietro una azione