dal serio al burlesco e al grottesco. Che i caratteri in generale siano poco rilevati, siano maschere e caricature piuttosto che caratteri, importa poco: ché bastano a colorire la parodia d'una moda poetica e la satira di un'età inetta e servile. Molto rilievo hanno, peraltro, il conte di Culagna, il nobile fanfarone e vile, che il T. presenta come nepote di $\cdot$ don Chisotto $\cdot$, e Titta di Cola, il popolano romanesco rifatto, gradasso e millantatore, una specie di Rugantino. E non meno felice è la rappresentazione realistica d'intere folle di contadini e di cittadini, armati nelle più strane guise e parlanti i più eterocliti linguaggi.
Biol.: edd.: La Secchia rapita a cura di G. Rossi, Bari 1930: Opere minori a cura di G. Nascimbeni e G. Rossi, Roma 1926; Prose politiche e morali a cura di G. Rossi, Bari 1930; Opere, a cura di L. Fossb, Milano 1942. Studi: V. Santi, La stor. nella - Secchia rapita e, in Mem. dell'Accad. di Modena, 6 (1906), pp. 87-467 e 9 (1907), pp. 3-447: autori vari, Misc. tasson. di studi stor. e letter., Modena 1908; G. Rua, Letteratura ital. civ. del Seicento, Milano 1910: L. Fossb, Introd. alla ediz. cit.; V. G. Rossi, T., Milano 1931; G. Natali, Il principe della poesia - eroisativicomica e, in Dal Guinizelli al D'Annunzio, Roma 1942, pp. 117-28.
Giulio Natali
## TATTI, JACOPO : v. SANSOVINO, JACOPO.
TATUAGGIO. - Dal vocabolo tatu dei polinesiani di Tahiti, il t. appartiene alla categoria delle deformazioni artificiali (del naso, orecchio, collo, ecc.) in uso presso i popoli primitivi.
In modo particolare il t. consiste nel disegnare in modo fisso sulla pelle del capo, tronco, arti, figure varie simboliche o ornamentali, sia incidendo la pelle e lasciando poi cicatrizzare il taglio (scarnificazione), sia provocando
rilievi della medesima (chelodi). Talora il disegno viene eseguito a mezzo di una stampiglia (pintadera).
Il t. è diffuso un po' dappertutto specialmente in Africa e in Oceania; si riscontra anche presso le popolazioni dell'Asia settentrionale e dell'India. Esso però può avere anche un carattere devozionale, come ricordo perenne della visita a un santuario famoso. Lo si trova praticato anche dai criminali ad esprimere le loro particolari passioni, aspirazioni, superstizioni.
L'uso del t. era noto anche nell'antichità. Erodoto (V, 6) lo documenta presso i Traci, Pomponio Mela (II, 1, 10) presso gli Agatirsi della Sarmazia europea, Plinio il Vecchio presso i Daci. L'origine del t. è religiosa; esso viene infatti praticato nelle cerimonie iniziatiche dei giovani come distintivo di aggregazione alla vita adulta, sia sociale, sia sessuale della tribù; è anche un distintivo tribale se riproduce l'emblema totemico dell'animale protettore del clan; può esprimere la condizione speciale in cui una persona si trova; p. es., presso gli Eschimesi una striscia dal labbro inferiore al mento significa che una ragazza è nubile; due o più che è maritata. Esso infine può essere usato come semplice ornamento. - Vedi tav. CXXIX.
Biol.: A. C. Fletcher, Tattmino, in Handbook of American Indians, Washington 1910, p. 699; C. Jenkinson, Tatwing, in Enc. of Rel. and Ethier, XII, Edimburgo 1921; P. Cattani, Das Tatuwiren, Basilea 1922.
Nicola Turchi
TATUNG, DIOCESI di. - Nella parte nord-orientale della provincia dello Shansi, nella Cina settentrionale.
Fu eretta in prefettura ap. il 14 marzo 1922 con 6 sottoprefetture civili del vicariato ap. dello Shansi settentrionale (v. TAYVÙAN) e fu affidata alla Congregazione del Cuore Immacolato di Maria (Scheut). Il 17 giugno 1932 venne elevata a vicariato ap. e l'11 apr. 1946, con l'istituzione della gerarchia episcopale in Cina, a diocesi suffraganea di Taiyüan.
Ha un'estensione di ca. 20.000 kmq . Al 30 giugno 1947, su una popolazione totale di ca. 1.000 .000 di ab. i cattolici erano 8000 ; i sacerdoti 32 , di cui 4 del clero secolare cinese; i seminaristi maggiori 2. Tra le opere figuravano 3 orfanotrofi, 5 dispensari di medicinali, i ospizio per vecchi; 4 scuole. A T. fu eretto il primo seminario regionale della Cina, nel 1921, per i seminaristi maggiori delle missioni affidate ai religiosi di Scheut, e appunto per facilitare la fondazione e la vita di questo pio istituto fu eretta la prefettura ap. di T. e affidato agli Scheutisti.

(fot. Dandea)
Tatuaggio - Il Capo Mangaya con t. a rilievo (chelodi) della tribù Budia, villaggio Yaundi nel territorio di Bumba (Congo Belga).
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Durante la persecuzione dei Boxers (1900) la città di T. ha avuto parecchi martiri, tra cui merita di essere ricordato il sac. cinese Yang; tuttavia l'evangelizzazione del territorio fu molto ridotta per mancanza di personale. Al momento della sua erezione la prefettura ap. aveva solo 3 residenze a T., Hunyuan e Kwangling: nei primi cinque anni di vita autonoma ne furono fondate altre 5 e cioè : Tienchen, Lingkiu, Yangkao, Yulin e Sitchaitien. Negli anni successivi l'attività missionaria fu ancora intensificata e raccolse copiosi frutti. - Vedi tav. CXXX.
Biol.: AAS, 14 (1922), p. 273; 24 (1932), p. 373; GM, p. 210; Arch. di Prop. Tide. Relazione quinquennale T. 1927; Relazione T. 1947; MC, 1930, p. 238. Adamo Puce1
TAUBATÉ, diOcesi di. - Città e diocesi nello Stato di Sào Paulo, nel Brasile.
Ha una superficie di 10.050 kmq ., con una popolazione di 397.954 ab. di cui 350.000 cattolici. Conta 32 parrocchie, con 65 sacerdoti diocesani e 50 regolari, i seminario, 11 comunità religiose maschili e 44 femminili. La diocesi fu eretta dal b. Pio X, con la bolla Diocesium nimiam amplitudinem, del 7 giugno 1908, e suo primo vescovo fu mons. Epaminonda Nunes de Avila e Silva, m. nel 1935. La diocesi è suffraganea di São Paulo. Titolare della cattedrale è S. Francesco das Chagas.
Biol.: Ann. Pont. 1933, p. 418; O Brasil Católico 1947, Juiz de Fora 1947, p. 430 sgg. Virgonio Battezzati
TAULERO (TAULER), JOHANNES. - Predicatore e mistico domenicano, n. a Strasburgo ca. l'anno 1300 (Auer) o 1304 (Théry), m. ivi il 16 giugno 136 r . La sua lastra tombale è nella Neuen Kirche. Entrò nei Domenicani, tra i 15 e i 18 anni, mentre la sorella si fece monaca domenicana a S. Nicola in Dudir.
Pur essendo gracile, T. iniziò a Strasburgo con ardore vita religiosa e di studio che perfezionò a Colonia nello "Studium generale" sotto maestro Eccardo (v.) di cui T. fu uno dei discepoli più affezionati. Tornato a Strasburgo, si distinse come predicatore e nella cura d'anime. Per rispetto all'interdetto di Giovanni XXII T. con i suoi confratelli si trasferì a Basilea (1339-45), ove divenne figura centrale degli «Amici di Dio», mostrando molta carità verso Enrico di Noerdlingen, anch'egli colà rifugiato. Da Basilea passò a Colonia (giugnoautunno 1339), visitò Medingen (1346), per rientrare a Strasburgo nel 1346-47, ove diresse un gruppo di a Amici di Dio e fu confessore di Rulman Merswin. Tra il 1350 e 1360 andò un'ultima volta a Colonia e forse visitò Ruysbroek a Groenendal. La critica del sec. xix ha sfrondato le aggiunte apocrife alla memoria di T., specialmente nel racconto del Meisterbuchr. H. S. Denifle respinse pure come non corrispondente alla verità l'affermazione del cronista Daniele Specklin (m. nel 1589) di due scritti antipapali attribuiti a T.
Tenuto in alto concetto dai contemporanei e posteri, T. è per il cronista Giovanni Meyer (m. nel 1485) - homo Dei, predicator egregius, litterarum scientia clarus». Quando Lutero si fece forte di qualche concetto di T. (neppure ben inteso) sulla minore importanza delle opere esteriori, il polemista Giovanni Eck gettò troppo leggermente sul T. il sospetto d'eresia. Ma s. Pietro Canisio, L. Surio e L. Blasio ne rivendicarono la purezza dottrinale; seguiti in ciò da H. Spondano, da Sisto di Siena, s. Roberto Bellarmino e Bossuet, che lo definì uno dei mistici ortodossi più solidi. Nel 1550 le Institutiones, del resto falsamente attribuite a T., furono poste nell'Indice spagnolo; i Gesuiti (1578) e i Cappuccini (1597) si pronunziarono contro gli scritti tsuleriani sotto pretesto di quietismo; ma T. fu di fatto riabilitato nella dottrina di s. Giovanni della Croce, di Giovanni degli Angeli e di Michele de la Fuente. Anche S. Giovanni della Croce dipende in concetti sostanziali da T. Notevole poi fu l'influsso di T. sulla "scuola francese" del Seicento e poi su s. Paolo della Croce.
La dottrina di T., chiamato talvolta "doctor illuminatus", costruita sulla base del Vangelo, e controllata nell'esperienza pastorale, si compone di elementi neo-platonici-agostiniani, pseudodionisiani, tomisti ed eckar-

(Int. Archives de la V'ille de Strasbourg, Atelite photographique) Taulero, Johannes - Lastra tombale di J. T. conservata nella "Neuen Kirche" già dei Domenicani - Strasburgo.
tiani, amalgamati con grande coesione e originalità; essa è sommamente spirituale e preannunzia l'insegnamento di s. Giovanni della Croce, specialmente sulle purificazioni dei sensi e dello spirito. La predicazione di T. conduce le anime all'unione con Dio, da raggiungersi attraverso la rinuncia a tutto ciò che è sensibile e alla propria volontà mediante la mortificazione e lo spogliamento da tutti gli attaccamenti, immagini e idee create affinché Iddio possa riflettersi nella mente umana. L'uomo nella sua natura totale abbraccia tre strati, il sensibile animale, il ragionevole, lo spirituale che si manifesta in due funzioni; il fondo dell'anima è passività dischiusa all'azione di Dio, la mente (Gemüt) dà alle facoltà la loro potenza verso l'infinito. La via dell'ascensione è una, ma percorre le tre tappe: vita purgativa, illuminativa e unitiva, nelle quali le anime ricevono inviti generali e speciali. I mezzi per raggiungere l'unione sono il silenzio, la preghiera e orazione, l'imitazione di Cristo, patimenti, croci, esercizio della virtù, sottomissione e abbandono alla santa e sovrana volontà di Dio, uso dei Sacramenti, attenzione alle ispirazioni, corrispondenza ai doni mediante i quali la volontà sperimenta nel fondo la trasformazione; l'effetto deve essere di durata più lunga che questa fruizione stessa. T. mette le anime in guardia contro la malintesa vita contemplativa e domanda incessante applicazione alle opere buone.
T. non lasciò scritti propri; predicava e anche improvvisava. Predicatore integerrimo e zelante, ingegno originalissimo e potente, T. combatté i a fratelli del libero spirito " nelle loro arbitrarietà e prese pure più volte con dispiacere di qualche sfera gerarchica - la difesa di Eccardo. Pratico e etico, T. raccomanda la sincerità, la docilità, la misura; è intransigente contro ogni specie
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di fariseismo, contro qualsiasi forma di peccato, di seduzione e di fruizione delle creature.
Di T. si hanno i Sermoni (ca. 83), qualche lettera (almeno quella alle amiche di Dio, Elisabetta Scheppach priora e la monaca Margherita Ebner in Medingen, del 1346) e tre istruzioni (G. Hugueny, H. Théry, A.-L. Corin (v. bibl.), I, pp. 57-59; E. W. Wentzlirff-Eggebert (v. bibl.), pp. 307-308). La critica nega a T. Das Buch der geistlichen Armut, le Divinae institutiones e gli Exercitia super vitam et passionem Ieva Christi.
Bibl.: I'editio princeps redosca è di Lipsia 1498; le tradlat. sono di s. P. Canisio (1543) e di L. Surio (1548), ristampate a Venepis 1556 e a Macerata s. e. e poi 1607 . Ed. critica dei Sermoni di F. Vetter, Berlino 1910, ed. divulg. di W. Lehmann, Jena 1913, trad. franc. di G. Hugueny, H. Théry, A.-L. Corin, 3 voll., Parigi 1927-33, scelta ital., Milano 1942. Studi: Quétif-Echard, I. pp. 677-79; H. S. Denifle, Tantre Brhehrung untersurbi, Strasburgo 1899; W. Preger, Gesch. d. deutschen Mystik, III, Lipsia 1893, pp. 1-241; G. Clementi, D'A. Fenturino da Bergamo (15041346), Roma 1904, pp. 319-22; X. de Hornstein, Les grands mystiques allemands, du XIV e siècle: Echart, T., Suos, Lucerna 1922, pp. 138-220; A. Chicon, Histoire ou légende, T. et le Meisterbouch, Parigi 1922; D. Helarder, 7. T. als Prediger, Lund 1923; F. Uberweg-Geyer, Die spärist. u. schalast. Philosophen, II* ed., Berlino 1928, pp. 628-31, 789-91; G. Fischer, Die Entderbung d. deutschen Mystiker Echhart, T. u. Suos, im 19. Jahrh., Friburgo di Sviz. 1931; A. Auer, s. v. in LThK, IX, coll. 10221024; P. Pourrat, s. v. in DThC, XV, coll. 66-79; G. Faggin, M. Echart e la mistica ted. preprotostante, Milano 1948, pp. 293315, 384-86; J. Sanchis Alvenrosa, La escuela mistica alemana y sus relaciones con nuestros misticos del siglo d'oro, Madrid 1946, pp. 125 sgg., 161-63, 225-27; F. W. Wentzlirff-Eggebert, Deutsche Mystik zwirichen Mittelalter u. Neuzeit, $2^{2}$ ed. Tubinga 1947, pp. 102-18, 131-32, 311-13; J. M. Clark, The great german mystics, Echhart, T. and Suos, Oxford 1949, pp. 36-54, 114-18; G. Spiess-H. Denifle, Die deutschen Mystiker des 14. Jahrh. Beitrag zur Deutung ihrer Lehre, Friburgo in Sv. 1951, passim. Angela Stala
TAURIANO. - Antica sede vescovile della Calabria, aggregata a Mileto nel ro86.
Era città marittima, tra Medma e Palmi, presso l'attuale Gioia Tauro. Con molta probabilità prese il nome dal vicino fiume Metauro, oggi Petrace. Non figura tra le colonie della Magna Grecia, ma compare nel periodo romano, ricordata da Plinio, dal Mela e da Stefano Bizantino. Tuttavia le iscrizioni, scoperte di recente, dimostrano che all'epoca imperiale a T. la popolazione era miata, greca e latina.
A T. la fede fu predicata presto; un'iscrizione dell'epoca costantiniana ricorda un vescovo Leucosio, che è nome greco latinizzato. Nel sec. v vi dimorò s. Fantino (v.), sulla cui tomba sorse un monastero basiliano, ricordato da Nilo Doxapatrio verso il 1140. La sua vita fu scritta dal vescovo Pietro nel sec. viII.
Nel Regesto di s. Gregorio Magno si fa menzione di T. Al suo vescovo Paolino il Papa nel 591 raccomanda di raccogliere a Messina i suoi monaci, dispersi da una incursione barbarica, forse longobarda. Non erano però monaci, come pensano alcuni; ma chierici di vita comune, sull'esempio di quelli che vivevano presso s. Eusebio, s. Martino, s. Agostino, ecc. Un vescovo di nome Lorenzo interviene al Sinodo di s. Martino nel 649. E l'ultimo nome latino che compare nel catalogo dei vescovi di T. Nel 680 il vescovo Giorgio firma in greco e così tutti i suoi successori. Durante la dominazione bizantina, T. divenne un notevole centro monastico : vi dimorarono i ss. Elia d'Enna, lo Speleota, e Filarete. L'ultimo vescovo, di cui ricorre autenticamente il nome, è Paolo, che fu al Concilio ecumenico dell'87o. Tuttavia dal Bios di s. Elia Speleota risulta che questi in punto di morte fu assistito ca. il 960 dal vescovo Vitale. In quel tempo dunque la sede vescovile esisteva ancora, forse trasferita a Seminara, dato che la città, a quanto pare, fu distrutta dalle scorrerie saracene di Hasan ebd All nel 950-51. Il conte Ruggero il Normanno, che nel 1073 aveva fondato il vescovato di Mileto con le spoglie di Vibona, nel ro86 vi aggregò anche il territorio di T., per il quale ottenne la sanzione canonica di Urbano II nel 1093.
Bibl.: Leone il Sapiente, Notitios Episcopatuum: PG 107, 342-43; G. Barrio, De antiquitate et sita Calabriae, ed. T. Aceti, Roma 1737, pp. 168-80; G. Fiore, Calabria ill., II, Napoli
1743, p. 281; A. De Salvo, Notizie stor. e topogr. intorno a Metauria e T., Napoli 1886; id., Seminara e Gioia Tauro, Palmi 1899; G. Minani, Le chiese di Calabria, Napoli 1896, pp. 198, 246-49; D. Taccone-Gallucci, Regesti dei rom. pont. alle chiese di Calabria, Roma 1902, p. 447; P. Orsi, Iscriz. trist. di T. nei Bruzzi, in Arch. st. colabrese, a (1904), pp. 225-36; Lanzoni, I, p. 213; A. Crispo, Iscriz. pre-bizantine, in Arch. st. Calabria e Lucania, 14 (1944), p. 119 sgg.
Francesco Russo
TAURINO, GIANA Paolo. - Gesuita intagliatore, n. a Milano il 31 maggio 1580 , m. ivi il $1^{\circ}$ maggio 1656.
Entrò nell'Ordine il 22 ott. 1597 con il fratello più anziano, Giacomo. Essendo ambedue già formati alla loro arte di intagliatori, furono inviati nel 1600 a Milano per i confessionali di S. Fedele (e di questi sono dell'altro loro fratello maggiore Giovanni, i rimanenti 7 o 8 di Giacomo e di Gian Paolo), ciascuno dei quali reca nei quattro quadri intagliati scene della Passione ed episodi del Vecchio Testamento allusivi alla Penitenza; formando tutti insieme un ciclo logico e intonato allo scopo, derivato dal Liber immaginum del p. G. Nadal. Nel 1605 i due fratelli lavorarono a Roma all'abbellimento della chiesa di S. Vitale, intagliandone le porte con episodi caratteristici della vita del Santo. Uscito dall'Ordine Giacomo (1606), Gian Paolo continuò l'opera sua assai richiesta e stimata nelle chiese dei Gesuiti a Tivoli, Genova, Torino, Palermo e a S. Ignazio, a Roma, sempre occupandosi di confessionali e armadi e scadidi delle sacerarie.
Bibl.: P. Pirri, Intagliatori gesuiti italiani dei secc. XVI e XVII, in Arch. hist. Soc. Iesu, 21 (1952), pp. 28-52, con bibl. cusegluto.
Colossino Teatore
TAUROBOLIO. - Cerimonia originaria dell'Asia Minore, dove era collegata al culto della grande divinità femminile, e che dalla Frigia (le cui testimonianze risalgono appena al II sec. d. C.), assieme al culto di Cibele, si diffuse a Roma e nell'Italia in generale, donde passò nella Gallia, Spagna e provincie romane dell'Africa del Nord.
Quasi nulla si sa dalle fonti orientali sullo svolgimento del rito; il termine greco dimostra che il toro da sacrificare doveva essere catturato nella caccia, mediante il lancio ( $\beta \delta \lambda \lambda \omega$ ) di un'arma da getto, secondo un costume arcaico ed assai diffuso in tutto l'Oriente. Tale caccia finì poi per diventare un gioco da circa, una corrida, eseguita indipendentemente dal sacrificio religioso, il quale sopravvisse solo, senza caccia né corsa : tale ci appare, infatti, il t. all'epoca degli Antonini.
Le notizie più ampie sul t. sono di tarda fonte romana: Prudenzio (Peristeph., X, 1011-71), dove è descritto con molti particolari il t. del sommo sacerdote di Cibele, il quale si calava in una buca, la cui apertura superiore era poi chiusa da un tavolato mal connesso e appositamente bucherellato. Sopra questo i sacerdoti conducevano in processione, con musica di timpani e cembali (come dimostra l'iconografia degli altari ex-voto), un toro incoronato di fiori e ghirlande il quale era sgozzato con un arpione ad unclno (senabulum, sopravvivenza dell'arcaino rito di caccia?) ed in modo che il sangue colasse, attraverso il tavolato, nella fossa e inondasse interamente il corpo e la veste del sommo sacerdote, il quale anzi «pur la bocca volge all'in sia e pone di sotto le orecchie e sporge le labbra e le nari e gli occhi stessi si lorda di quel colaticcio. E non risparmia il palato e s'intride la lingua finché non sia tutto imbevuto del nero sangue» (Prudenzio, loc. cit., trad. Marchesi). Dopo una tale ripugnante aspersione il celebrante uscito dalla fossa si offriva all'adorazione della folla degli iniziati. Anche i testicoli (oirei) dell'animale avevano importanza nel rito, in quanto erano raccolti nel saproc, cernus (cf. CIL, VI, 508 ; specie di piatto che aveva un'alta funzione anche nei misteri di Eleusi), consacrati a Demetra e quindi sepolti (oiree excepit, transtulit, condidit: CIL, XIII, 1751); cerimonia questa che, con ogni probabilità, intendeva sostituire quella (più antica e barbara) dell'autoevirazione dell'iniziato e dell'offerta alla dea dei propri genitali.
Da queste notizie si vede come il t. fosse essenzialmente una effusione e un lavacro di sangue, legato al concetto primitivo che bere e spandere su di sé il sangue della
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(da Esptrandica, Recuati gencrei des tisu-stitels de la Gexis romana, II, Parigi 1888, p. 286)
Tauropolo - Altare taurobolico di Périgueux.
fiera appena uccisa significa trasfondere nella propria persona il vigore di questa; mentre la discesa nella fossa è come l'accesso all'Ade dal quale l'iniziato è tratto, appunto per la revivificazione mediante il sangue, come nell'episodio omerico di Ulisse che evoca l'anima di Tiresia (Odissea, XI). Occorre, inoltre, non trascurare il fatto singolare che il tauroboliato, dovendo sottostare al toro per accoglierne il sangue, in certo modo veniva a costituire esso stesso l'altare del sacrificio.
Chiunque poteva essere iniziato al t. che, per conferire veramente la nuova vita (cf. s. Agostino, De civ. Dei, VII, 2426), doveva esser ripetuto, sembra, una seconda volta dopo 20 anni (CIL, 6, 502: Taurobolio criobolioque repetito [il criobolio era cerimonia analoga al t. eseguita, però, con un ariete]). Esso si celebrava in ogni epoca dell'anno (e durava alcuni giorni) a beneficio proprio o di altri (p. es. pro salute imperii, CIL, XIV, 40), ed a Roma (celebrato nel Phrygianum, sul colle Vaticano) ebbe, forse dall'epoca di Antonino, carattere ufficiale di Stato, talora sotto l'autorità dei $X V$ siri sacris faciundis.
L'imperatore Giuliano l'apostata attribuiva tanta efficacia al sanguinoso rito taurobolico, che volle sottoporsi ad esso nell'intento di cancellare il lavacro ricevuto un tempo nel battesimo cristiano (cf. Greg. Naz., Or., IV, 52 ; PG 35, 576 ).
Bibl.: H. Graillot, Le culte de Cybele, Parigi 1912, pp. 150-87; N. Turchi, Le relig. misteriosafiche del mondo antico, Roma 1923, pp. 147-52; F. Cumont, Les religions orient. dans le paganisme romain, $4^{\circ}$ ed., Parigi 1929, pp. 62-64. Cesare D'Onofrio
TAUROPOLIA. - Festa greca celebrata nel demo attico di Ale in onore di Artemio Tauropolos, l'antica dea del toro il cui culto proveniva dall'Asia minore.
Le uniche notizie intorno ad essa si hanno dagli Epitrepontes di Menandro, da una dubbia glossa di Esichio e da Euripide (Iphigen. taurica, v. 1449) che sembra acconnare ad una simiglianza, o relazione, tra tale festa e le Brauronie (v.); da questi scarsi elementi si può dire soltanto che con le T. era collegata una vigilia, cui partecipavano donne sposate e fanciulle, le quali ultime veneravano Artemide con musica e danze; e che, evidente simbolo di sacrificio umano, un uomo doveva essere scalfito al collo con una spada perché ne uscisse il sangue.
Bibl.: L. Deubner, Attische Feste, Berlino 1932, pp. 208-209. Cesare D'Onofrio
TAVELLA, Giovanni, detto da Tossignano, beato. - Vescovo di Ferrara, n. a Tossignano nel 1368, m. a Ferrara il 24 luglio 1446.
Di famiglia modesta, studiò legge a Bologna ( 28 luglio 1408), entrò nei Gesuati a S. Eustachio. Inviato a Venezia per sottrarsi alle pressioni dei genitori, ritornò poi a Bologna nel 1426 ed inviato come priore a Ferrara si adoprò per costruire la chiesa, annessa al monastero, dedicandola a s. Girolamo, patrono della sua Congregazione. Rimasta vacante la sede di Ferrara il T. fu pro-
posto ad Eugenio IV, quantunque fosse soltanto chierico. Il Papa accettò e T. fu eletto vescovo nel 1431. Visito la diocesi annualmente tenendovi sinodi, mostrandosi sempre premuroso verso i poveri ed i malati. In seguito alla peste nel 1440 iniziò l'ospedale di S. Anna, per provvedere all'incuria degli altri ospedali della città. Assistette al Concilio nel 1438 e poi a quello di Firenze, dopoché dovette lasciare Ferrara in seguito a calunnie di nemici. Scrisse in volgare per le monache dei SS. Abbondio ed Abondanzio di Siena un trattato Della perfezione della vita spirituale, pubblicato poi in latino con mutazioni a Venezia nel 1580 con il titolo: De perfectione religionis; le Regulae... pauperum fesuatorum insieme con la Vita del fondatore, il b. Giovanni Colombini (1504-67; St. Baluzio, Miscellanea, IV, Lucca 1764, pp. 366-82). Sono discusse le parti bibliche da lui tradotte e ricucite nella Bibbia del Malermi (1471), come pure quelle delle opere di s. Gregorio (Morali, lib. 19, capp. 18-35) e di s. Bernardo (Sermoni), tradotte forse per Polissena Condulmer, sorella di papa Eugenio IV.
In occasione di una piena del Po, avrebbe arrestato prodigiosamente l'inondazione. Per la fama dei miracoli da lui compiuti, Clemente VIII (Ferrara 1598), Benedetto XIV (decr. 20 luglio 1748), Gregorio XVI (decr. 27 genn. 1832), Pio IX ( 17 luglio 1846) ne riconobbero il culto per le diocesi di Ferrara ed Imola.
Bibl.: Vita di un gesuisto anonimo coevo (1446) in Anal. Boll., 4 (1885), pp. 30-42; un'altra Vita più diffusa di un secondo anonimo gesuisto (1502) in Acta SS. Iulii, V, Anversa 1727, pp. 787-804; ed. Venezia 1748, pp. 783-842 col testamento; L. Albertazzi, Cenni biserufici sul b. G. T. da T., Imola 1886; D. Baldoni, Il b. G. T. da T., ecc., in Atti e mem. della De put. proc. ferrarese di st. patria, nuova secti, 4 (1945-49), pp. 3-23.
Dante Balboni
TAVERNA, Giuseppe. - Sacerdote, educatore, n. a Piacenza il 14 marzo 1764, m. a Parma il 20 apr. 1820 .
Ordinato sacerdote, fu maestro a Piacenza, nel collegio di S. Pietro, dove ebbe alunno il dodicenne Pietro Giordani; a Brescia (1812-22) nel collegio Peroni; nel 1825 ebbe affidato da Maria Luisa il collegio Lalatta a Brescia; chiuso questo nel 1831, condusse una vita di ristrettezze, alquanto alleviate nel 1848 , quando il governo rivoluzionario lo nominò professore onorario di filosofia.
Ebbe l'impulso a scrivere per i fanciulli e dal desiderio cocente di educarli sanamente e dalla conoscenza del giornalino L'ami des Enfants, pubblicato da A. Berquin. Delle sue opere le più notevoli e le più lette furono: Novelle morali ad istruzione dei fanciulli (Parma 1800); Racconti storici (ivi 1803); Le prime letture dei fanciulli (ivi 1808). Tutta questa narrativa è improntata alla vita dei fanciulli, ai essi più comuni della loro vita, all'àmbito della famiglia e svolta con freschezza di sentimento e gentilezza di espressione. Né oggi ancora ha perduto la sua b.nufica efficacia; se non fosse che lo stile agghindato, ricercato, e talora prolisso, allontana i giovani lettori.
Bibl.: A. Testa, La mente dell' abate G. T., Genova 1851; P. Dazzi, Cenni biogr. di G. T., premessi alla scelta: Novelle morali e racconti storici, Torino 1885; G. Chi. ria, G. T. pedagogista, letterato e filosofia piacentina del sec. XIX, Torino 1910; G. D. Gorini, Gli scrittori pedagogisti ital. del sec. XIX, Torino 1910, pp. 1031-48; V. anche G. Fanciulli, E. Monoci, La letter. per l'infanzia, Torino 1926, pp. 173-78; O. Giacobbe, Manuale di letter. infantile, $5^{2}$ ed., Roma 1947, pp. 54-55.
Celestino Testore

Ida G. T. Uspetrite diopres per l'am. masstramento dei fanciulli, Milano 1887; Taverna, Giusppe - Ritratto, Inci-
sione di L. Rados.
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TAVOLA ROTONDA. - Simbolo della perfetta eguaglianza di diritti e doveri dei cavalieri che si radunavano nella leggendaria corte bretone di re Artù e, per estensione, denominazione del ciclo di romanzi e poemi fioriti sulle loro avventure.
Non si trova alcun cenno della famosa t. r. nell'Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth (1135), ma solo nella traduzione che a pochi lustri di distanza ne fece, in ottonari francesi, il cronista anglo-normanno Robert Wace (Roman de Brut) : il cenno fu poi ampliato verso il 1200 dal traduttore inglese di Wace, Layamon, con un'immaginosa descrizione delle lotte per la precedenza alla mensa arturiana e dello scaltro espediente di un falegname di Cornovaglia, offertosi di costruire una t. capace di più di 1600 posti uguali in dignità.
La materia dei poemi cavallereschi bretoni, per quanto trovi il suo ambiente naturale nei paesi di cultura celtica, fu elaborata artisticamente nei centri della civiltà franconormanna e gradualmente collegata con la t. r. (anche se vi era originariamente affatto estranea, com'è il caso della leggenda di Tristano e Isotta), fino a costituire nell'opera di Chrétien de Troyes (v.) un organico svolgimento psicologico ed etico dell'ideale cortese e cavalleresco, sublimato infine con Perceval le Gallois on le Conte du Graal entro un fortunato simbolismo religioso. La materia di quest'ultimo incompiuto poema venne ripresa largamente dal tedesco Wolfram von Eschembach (1170-1225 ca.) e da altri francesi ignoti e noti: Vaucher de Denain, Manessier, Robert de Boron, Gerbert de Montreuil. Con la leggenda del S. Graal, contenente il sangue di Gesù raccolto da Giuseppe d'Arimatea, si prestò alla polemica ereticale contro l'autorità pontificia, sulla scorta di un materiale leggendario di origine assai composita.
Bibl.: J. D. Cruce, The evolution of the arthurian romance

(da A. Blum e P.S. Lauer, La Miniatura ironesias ex XVs et
XVII siècles, Parigi-Bravelles $t .58$, t. 80 , 99
Tavola Rotonda - Episodi del Romanzo di Tristano con la Corte di Re Artù e Lancillotto del Lago, e i cavalieri intorno alla t. r. Miniatura di Evrard d'Espinques (sec. xv) - Chantilly, cod. ms. 647, f. 17
from the beginning to the year 1300. Baltimora 1923: E. Faral, La légende arthurienne, Parigi 1929; P. Rajna, Per le origini e la storia primitiva del ciclo bretione, in Studi medievali, 3 (1930), pp. 201-65; G. Bertoni, Materiali per la leggenda del S. Gral in Francia, Roma 1930; E. G. Gardner, The Arthurian legend in Italian literature, Londra 1930; Ch. B. Levin, Classical mythology and Arthurian romances, Oxford 1932. Enzo Bottasso
TAVOLETTE CERATE. - Materia scrittoria di uno comune adottata largamente dagli antichi e sporadicamente fin quasi ai giorni nostri : servirono soprattutto per conti, lettere, appunti, esercizi scolastici, e anche per contratti e testamenti. Erano costituite da assicelle di legno o di avorio, a forma rettangolare, orlate ai margini, nel cui incavo si versava cera fusa mista a pece, su cui, una volta raffreddata, si scriveva incidendola con lo stilo. Incerate da una o da entrambe le parti, potevano essere semplici o riunite (mediante legatura o anelli metallici), a due, tre, quattro e più tavolette (diptycha, triptycha, polyptycha).
Fra le t. c. lignee conservateci dall'antichità i due nuclei più cospicui sono rappresentati dalle tavolette dastiche (trovate in Transilvania, nelle miniere di Verespatsk, tra il 1788 e il 1855) e da quelle pompeiane (scoperte nel 1875 nello scavo della casa del banchiere L. Cecilio Giocondo) : ma sono molto importanti, sia dal punto di vista paleografico che da quello giuridico, anche quelle di Ercolano, d'Egitto (fra queste una, ora a Ginevra, contenente il testo di Ps. 91 : cf. J. Nicole, Textes grecs inédits de la collection papyrologique de Gendre, Ginevra 1909, n. 6), di Tunisia. Fra le tavolette eburnee meritano particolare rilievo i dittici consolari, riccamente scolpiti sulle facce esterne, che i consoli e i magistrati donavano agli amici quando entravano in carica; sfruttati per usi liturgici, soprattutto quali copertine di libri sacri nel medioevo e al principio dell'epoca moderna, essi sono giunti fino a noi in numero cospicuo.
Bibl.: CIL. III, II. pp. 921-60; IV, Supplementa; A. Angelucci, Del materiale e degli strumenti per scrivere usati dagli antichi, Milano 1882, pp. 20-33; W. Wattenbach, Das Schriftwesen im Mittelalter, 3a ed., Lipsia 1896, pp. 51-89; C. Paoli, Programma scolastico di paleografia latina e di diplomatica: II, Materie scrittorie e librerie, Firenze 1913, pp. 16-29; V. Federici, Etengi di corsiva antica dal sec. I dell'ira moderna al IV, Roma s. a.; W. Schubart, Das Buch bei den Griechen und Römern, Berlino-Lipsia 1921, v. indice; A. Maiuri, Tabulae ceratas Herculonenses, in La parola del passato, 1 (1946), pp. 373-79; G. Pugliese Carizelli, Tabulae Herculon., ibid., pp. 370-83 e 3 (1948), pp. 165-84; H. A. Sander e J. E. Dunlap, Latin papyri in the Univer. of Michigan collect., Ann Arbor 1947; Ch. Courtois, L. Leschi, Ch. Perrat, Ch. Saumagne, Tablettes Alberlini. Actes privés de l'époque vandale, Parigi [1952]. Renzo Frattroilo
TAXIL, Léo. - Scrittore e mistificatore, di nome Gabriel Antoine Jogand-Pagès, n. a Marsiglia il 20 marzo 1854, m. a Sceaux il 30 marzo 1907.
Si diede da prima ad una sfrenata propaganda anticlericale, lanciando libri offensivi, fin dallo stesso titolo, contro il Papa, il clero e i migliori pensatori cattolici (La soutane grotesque [Parigi 1879], La chasse aux corbeaux [ivi 1897], Les bêtises sacrées [ivi 1881], L'empoisonneur Léon XIII [ivi 1883], Vie de Jésus [ivi 1884], ecc.) nonostante i parecchi processi e condanne. Nel 1881 s'iscriase alla Massoneria, ma non vi durò molto. D'un tratto nel 1885 si professa convertito, ripudia il passato e inizia una campagna antimassonica sotto lo pseudonimo di L. T. e altri, che mira a rivelare il satanismo della setta e l'adorazione da essa professata al demonio (Révélations complètes sur la francmagonnerie [3 voll., Parigi 1885], Confessions d'un ex-libre penseur [ivi 1887], La France maçonnique [ivi 1888], La corruption fun-desiecle [ivi 1891], ecc.). Inventò l'esistenza di Diana Vaughan, sacerdotessa della setta, sposa al demonio Aamodeo e figlia del demonio Bitru e di Sofia Walter, antenata dell'Anticristo. L'esagerazione, esasperata da immoralità, di tutte queste rivelazioni mise in guardia alcuni cattolici; il Congresso antimassonico di Trento (1896), a cui partecipò L. T., non concluse per l'evi-
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(da CIL, IV, Suppl., p. 207)
Tavolette cerate - Quinta facciata di un trittico cerato pompoiano, scritto il 24 giugno del 66 d . C., ritrovato negli scavi del 1872 nella casa del banchiere L. Cecilio Giocondo - Napoli, Museo nazionale.
denza della mistificazione; a questa invece si arrivò l'anno seguente a Parigi in una pubblica adunanza, in cui L. T. stesso svelò cinicamente la sua impostura e la favola di Diana Vaughan. Molti, sorpresi, non ci credettero, ma il tempo provd a poco a poco come le pretese rivelazioni antimassoniche di L. T. non erano che mistificazioni. Del resto l'autore stesso tornò senz'altro clamorosamente all'anticlericalismo e al libellismo di prima.
Bibl.: E. de Portalis, La fin d'une mystification, Parisi 1897; H. Gerber (H. Grüber), L. Taxil's Palladismus-Roman, oder Die - Enthüllungen - Dr. Bataille's, Margiotta's und Miss Vaughan's über Freimaurerei und Satanismus, 3 voll., Berlino 1937-38. Celestino Testore
TAYLOR, Frances Margaret. - In religione madre Maria Maddalena, fondatrice delle Povere Ancelle della Madre di Dio, n. a Stoke-Rochford (Lincoleshire) il 20 genn. 1832, m. a Londra il 9 giugno 1900.
Di famiglia protestante, passò la fanciullezza in opere di carità verso i poveri della parrocchia, di cui suo padre era vicario; nel 1834 partì per la guerra di Crimea, come infermiera e aiutante delle truppe; là il contatto con sacerdoti, suore e soldati cattolici le aprì gli occhi alla verità e fu ricevuta nella Chiesa cattolica dal p. Sidney Woollatt. Tornato a Londra, incoraggiata dal card. Manning, si occupò dei poveri, privi di ogni soccorso; indi, per poter meglio curare ed educare i suoi protetti, visitò in Irlanda, Belgio, Francia, Germania e Polonia le opere dei vari istituti religiosi e finalmente, nel 1869, con la cooperazione di Lady Georgiana Fullerton, fondò la Congregazione delle Povere Ancelle, della quale il card. Manning volle affidare la formazione spirituale ai Gesuiti, presso la cui casa sorgeva il nuovo Istituto. Per avere i mezzi di moltiplicare le sue case: rifugi, ritiri, scuole, orfanotrofi, ospedali, ecc., si diede a scrivere libri: racconti, biografie, brevi trattati ascetici, con cui soprattutto cercava di diffondere la devozione al S. Cuore e la pratica dell' apostolato della preghiera. Nel 1864 aveva iniziato The Month, il primo periodico illustrato, con largo spazio concesso alla narrativa; ma, fondata la Congregazione, di cui fu superiora generale fino alla morte, lo passò senz'altro ai Gesuiti, che diedero ad esso un tono più alto di cultura (v. MONTH, THE).
Bibl.: F. C. Devas, Life of Mother Magdalen (F. M. T.) founders of the Poor Servants of the Mother of God, Londra 1920: M. A. Dickens, Mother M. T., ivi 1925.
Celestino Testore
TAYLORISMO. - Organizzazione scientifica del lavoro, nata in America alla fine del sec. xix per opera di F. W. Taylor.
Nella concezione originale dell'autore, scopo principale del nuovo sistema dovrebbe essere quello di assicu-

(da CIL, IV, Suppl., p. 207)
Tavolette cerate - Disegno della facciata riprodotta nella figura accanto. Il trittico in parola contiene una ricevuta di prestito per rauctio, rilasciata da M. Alleius Carpus al banchiere L. Cecilio Giocondo.
rare, mediante la trasformazione dei metodi di lavoro e direttivi dell'azienda, il massimo di prosperità agli imprenditori e ai prestatori d'opera; in tal modo cesserebbe automaticamente l'antagonismo tra i primi e i secondi, perché gli uni e gli altri troverebbero il soddisfacimento dei loro interessi fondamentali, costituiti per i datori di lavoro dal basso costo di produzione, per gli operai da un salario elevato. Il Taylor parte dal principio che il massimo di prosperità possa essere raggiunto solo portando al massimo la produzione. Infatti chi riesce a produrre quattro in confronto di un altro, che nelle stesse condizioni riesce a produrre due, può pagare meglio i propri dipendenti, vendere la merce a più basso prezzo e disporre di un margine di guadagno complessivamente più elevato. Da ciò deriva la necessità di combattere ogni sorta di sottolavoro, che può essere dovuto a cause di indole tecnica, e a fattori psicofisici o psichici (mezzi di lavoro male scelti, mancanza o deficienza delle dovute attitudini lavorative, naturale pigrizia, mosse inadeguate o superflue, ecc.).
Gli accorgimenti da attuare sono: razionale scelta dei mezzi di lavoro, selezione ed istruzione del personale con sistemi nuovi, assistenza dell'operaio durante l'esecuzione del proprio lavoro, sorveglianza del lavoratore col cronometro, aumento del salario in ragione del lavoro compiuto.
Ciò suppone tra l'altro un radicale mutamento dei concetti ispiratori della funzione direttiva di una azienda. Occorrono due tipi di dirigenti : quelli che studiano come migliorare quantitativamente e qualitativamente la produzione e quelli che vigilano sulla esecuzione del lavoro nel tempo stabilito.
Con la nuova scienza, destinata a sostituire il vecchio empirismo nel lavoro umano, nuovi rapporti verrebbero a stabilirsi tra direzione dell'azienda e prestatori d'opera; l'operaio, istruito secondo scienza nel suo compito, si sentirebbe legato a quelli che hanno elaborato il piano di lavoro e agli altri che lo hanno istruito; la direzione si troverebbe a cooperare attivamente con i dipendenti e a dividere con essi lavoro e responsabilità. Per quel che riguarda il salario il Taylor stabilisce che, quando il lavoratore espleta il proprio lavoro nel tempo stabilito, ha diritto a un supplemento che può variare, secondo i casi, dal trenta al cento per cento del salario base; un premio spetta anche ai capi squadra, in ragione del numero degli operai da essi controllati che conducano a termine il proprio compito entro il tempo assegnato; ciò servirebbe di sprone ad istruire gli operai meno abili che potrebbero essere portati, a poco a poco, al livello di quelli più abili.
Molte critiche sono state mosse al t. E stato anzitutto osservato che il nuovo sistema conferisce al lavoro una estenuante impronta di aridità; abolendo ogni sorta di iniziativa privata e prescrivendo gesti per tutti eguali
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rende gli operai simili a macchine. Al che i sostenitori del sistema hanno contrapposto che l'organizzazione scientifica del lavoro favorisce più del vecchio sistema le iniziative, che anzi vengono incoraggiate ed accolte, se riconosciute utili al miglioramento dell'azienda. Inoltre un operaio istruito con una razionale formazione tecnica a fare l'uso migliore delle proprie attitudini e che lavora con macchine bene studiate, in officine razionalmente organizzate, può perfezionare le proprie capacità al punto di arrivare ai posti direttivi. Infine l'efficienza di un operaio non è determinata unicamente dalla ripetizione di movimenti immutabilmente uguali, ma anche dalla prontezza e dal sapersi mantenere sempre presenti a se stessi. E stato lamentato inoltre che, per effetto della selezione che favorisce gli elementi migliori, troppi elementi medi, eppure idonei al lavoro redditizio, verrebbero a torto scartati dalla nuova organizzazione del lavoro. Ma, si risponde, ciò non dovrebbe accadere, perché l'aumento della produzione comporta l'incremento degli affari e la richiesta di più numerosa mano d'opera: allora le assunzioni dovrebbero necessariamente cadere anche su elementi di valore medio. Altra obiezione è che l'aumento della produzione, più facilmente che con i vecchi sistemi, apre la via alla disoccupazione. Ma anche se si rendesse necessario contenere la produzione, resterebbe il vantaggio per l'operaio di guadagnare di più o di percepire lo stesso salario, lavorando per un tempo più breve. E stato anche rimproverato al t. la tortura del cronometraggio, strumento di sfruttamento dell'operaio. Ma esso, pur rappresentando un mezzo di cui si serve l'organizzazione scientifica del lavoro, non caratterizzerebbe il sistema. D'altra parte la scienza si basa sullo studio della natura dei fenomeni e quando si intende studiare il lavoro umano non si può fare a meno di registrare il tempo che si impiega per eseguirlo. E stato inoltre obiettato che ad un lavoro doppio dovrebbe corrispondere un salario doppio, il che non si verifica col t. Senonché è stata messa in evidenza la necessità di tener conto anche della massa dei consumatori, che in ultima analisi paga tanto il salario dell'operaio quanto i profitti dell'imprenditore.
Altre obiezioni ancora vengono mosse al t., ma il Taylor ha insistito sul fatto che non è questo o quell'aspetto, né il complesso del sistema che caratterizza l'organizzazione scientifica del lavoro, ma la rivoluzione spirituale del personale operaio che acquista nuovi diritti e assume nuovi obblighi e il cambiamento di mentalità degli organi direttivi.
Il t., già subito dopo la immediata elaborazione compiuta, da Gilbreth, Barth, Thompson, cominciò ad essere avversato dalle stesse organizzazioni operaie che vi riscontravano la minaccia, invece della tutela, dei propri interessi. Soltanto dopo la guerra, che ebbe termine nel 1918, il movimento ha potuto diffondersi in Europa, specialmente nelle nazioni più avanzate nella organizzazione industriale, subendovi modificazioni in rapporto alle necessità e alla psicologia dei singoli paesi.
Bim.: F. W. Taylor, L'organix. scient. del lavoro, vers. it., Roma 1915; F. Bottazzi-A. Gemelli, Il fattore umano del lavoro, Milano 1940; A. Gemelli, L'operaio nell'industr. moder., ivi 1945; G. Pieraccini, Anzi, e fietil. dell'uomo che lavora, Firenze 1946; A. Chapanis-R. Gerner-T. Morgan, Applied experiment, psychol., Nuove Torà 1949; G. Laoché, Gli aspetti dell'organix. scient. del lavoro nell'ambito dell'amministrao. publ., in La tecnica profest. amm., 1952, nn. 9-10. - Eleuterio Boganelli
"t TAZIANO. - Apologeta cristiano" del 'II sec. Ben poco si sa della sua vita. Egli stesso ci fa sapere di essere nato e nella terra degli Assiri $x$, di esser stato pagano e di esser stato educato alla greca (Or., cap. 42). Viaggiò molto, probabilmente in qualità di filosofo vagante, sul tipo dei rètori e cinici del tempo; cercò nei misteri un appagamento ai bisogni spirituali che lo assillavano (Or., cap. 29), conobbe infine le Scritture che, a quanto egli afferma, lo convinsero

(da Novus biblique, i. 10, p. 161, t. 4. 11)
Taziano - Frammento pergamenacco del Distensioso greco di T. (prima metà del sec. III), ritrovato a Dura Europos.
pienamente per la loro umiltà, semplicità e purezza e lo resero credente.
Il disgusto crescente per l'immoralità del paganesimo, un soggiorno a Roma dove conobbe e fu discepolo di s. Giustino martire, le accuse e le persecuzioni di un filosofo cinico Crescente, che Giustino aveva vittoriosamente confutato e dimostrato ignorante (Giustino, Apol., II, 3) e che ricambiò maestro e discepolo di odio mortale, lo spiasero ad odiare violentemente tutto il mondo e le idee in cui era cresciuto. Il termine di barbaro che aveva tutta una sua storia non solo nell'apologetica precedente, ma già nel paganesimo e nel giudaismo, venne allora assunto da lui come un'insegna di rivolta e di violenta opposizione. Il martirio di Giustino dovette confermarlo ancor di più in questo atteggiamento. Di tale stato d'animo, nonché della personalità violenta ed aggressiva dell'autore, è testimonianza il suo Discorso ai Greci, unico scritto di lui conservatoci. E una diatriba che nella violenza del linguaggio e nella radicalità sconcertante delle negazioni non ha nulla da invidiare agli scritti di certi cinici. Indubbiamente proprio il genere letterario scelto deve aver influito anche sul tono della polemica: ciononostante T. resta il primo apologeta virulento e talora truculento del cristianesimo. E però un uomo che sa scrivere: duro, beffardo, sovente volgare, ma sempre appassionato.
Ha uno stile suo, anche se è sovente, per eccesso di sottigliezze, contorto ed oscuro. Convinto di esser stato un uomo famoso quand'era pagano, non si rassegna a non dimostrarlo diventato cristiano: ciò spiega insieme certi suoi procedimenti stilistici e la tendenza a far giustizia sommaria di ciò che non gli aggrada o non comprende : e di ciò sentì quasi il bisogno di scolparsi anticipatamente prevedendo la reazione avversaria (Or., cap. 35). Dottrina cristiana, polemica antipagana, apologia del cristianesimo si mescolano violentemente e tumultuosamente nel suo Discorso che non è certo un modello di ordine e di chiarezza. T. esordisce tacciando i Greci di aver tutto rubato ai barbari : nessun'arte, nessuna disciplina sarebbe stata da loro inventata. La sola filosofia è loro vento, ma è una ben misera cosa come dimostrano le assurdità dei
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filosofi (capp. 1-3). Ben diverso è l'atteggiamento pratico e teoretico dei cristiani; essi credono in un solo Dio e non ammettono quindi l'idolatria (cap. 4). Unità e solitudine di Dio non contrastano con l'esistenza di un altro principio, il Logos, che era ab aeterno presso il Padre, in quanto Dio era solo nel principio rispetto alla creazione non ancora avvenuta, ma tutto esistendo in lui per la potenza razionale, esistevano Dio ed il Logos in lui. Il Logos procedette quindi dal Padre e diede inizio alla creazione (cap. 5 : uno dei più difficili e controversi del Discorso). Viene quindi, seguendo un concatenamento logico in parte personale, l'esposizione degli altri capisaldi della dottrina cristiana. Resurrezione dei corpi (cap. 6), angelologia e demonologia (cap. 7), caduta dell'uomo ed azione dei demoni (capp. 8-11), psicologia e pneumatologia (capp. 12-13), rigenerazione dell'uomo, non alludevole concretamente al fatto dell'Incarnazione, ma seguendo le linee speculative e morali del problema e come lotta contro l'azione dei demoni, la cui attività ha un raggio estesissimo e si spinge fino ai mali fisici che affliggono l'uomo (capp. 13-19). Tutta questa parte dottrinale è però continuamente ed ampiamente frammista a una polemica minuta contro gli aspetti volta a volta contrastanti del paganesimo, soprattutto contro la mitologia, con divagazioni, sviluppi, ritorni e ripetizioni. In seguito, dopo un cenno (cap. 21) alla credenza in * un Dio appasso in forma di uomo *, in cui i cristiani (il cui nome peraltro non è mai pronunciato) credono, inizia la polemica contro gli aspetti morali e pratici del paganesimo : le assemblee, le feste, gli spettacoli (cap. 22); i ludi gladiatori (cap. 23), le rappresentazioni tragiche (cap. 24), la vita dei filosofi (cap. 25), le varietà dei linguaggi e le preziosità dei grammatici (capp. 26-27), le diverse legislazioni (cap. 28). La completa mancanza di unità notata in seno al paganesimo, le esperienze personali, l'insofferenza per il malcostume, ecco ciò che a questo punto (cap. 29) T. richiama spiegando la sua conversione ed avanzando (cap. 30) la dimostrazione ch'egli ritiene decisiva per provare la validità della dottrina che egli ha ora abbracciato. E l'argomento cronologico che abbraccia tutta l'ultima parte del Discorso (capp. 31-41), la più citata e sfruttata dagli scrittori posteriori (Clemente Alessandrino, Eusebio, ecc.). In essa s'inserisce, oltre le solite digressioni personali e polemiche, anche il cosiddetto "catálogo delle statue" (capp. 33-34), elencazione di opere statuarie più o meno famose e di nomi di scultori più o meno noti, che T. dà per dimostrare insieme l'immoralità e la veeuità degli ideali pagani e la conoscenza personale ch'egli possiede di ciò che condanna. Base dell's argomento cronologico s è il rapporto fra le due cronologie, greca e "barbarica", partendo quella da Omero questa da Mosé. T., attingendo a testimonianze caldee, fenicie, egizie e greche, intende dimostrare la priorità di Mosé e della sua legislazione rispetto alla legislazione, alla storia, alla letteratura, alla sapienza greca. Conclude quindi (cap. 42) con un'affermazione di certezza nella bontà della causa che ora sostiene e si dice pronto, con l'aiuto di Dio, a sostenere l'esame degli avversari.
La data di composizione del Discorso è incerta e discussa. Esso fu scritto certo fuori Roma. Secondo lo Harnack, la cui cronologia è fondata a vero dire su basi debolissime (un passo controverso del cap. 35), esso sarebbe di poco posteriore alla conversione, ciò che spiegherebbe anche in parte il suo tono, e comunque anteriore alla morte di Giustino (163-67). Per altri (Kukula, Puech, Geffcken) esso risentirebbe già dell'evoluzione successiva di T. e viene posto verso il 170 o dopo il 172 (data del ritorno di T. in Oriente). Ma anche questa cronologia è lungi dall'essere sicura. Dal punto di vista della dottrina va notato che spesso, per la tendenza a presentare in modo personale il pensiero cristiano, non sempre si rivela chiaramente in T. il rapporto con le idee più correnti dei suoi contemporanei. Anche se egli attacca lo stoicismo, sono indubbie le influenze stoiche, tanto più accentuate in quanto la presentazione razionale del dato di fede lo po