ch'esse rivedute dopo l'ultima guerra. variano secondo la portata e gravità della causa. Sono rese note in una speciale tabella che riporta il minimo e il massimo dei diritti che possono essere richiesti dagli avvocati ai propri clienti. Non raramente viene concesso il gratuito patrocinio o almeno il beneficio della riduzione delle spese giudiziali (per la determinazione delle spese nella Sentenza v. areze).
Il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica esegue gratuitamente alcuni atti, come l'invio delle sentenze matrimoniali e dei rescritti di dispensa alle Corti d'Appello in Italia e negli altri paesi che riconoscono in base ai Concordati gli effetti civili alle sentenze ecclesiastiche. Per le altre questioni di sua competenza, in base al decreto del 6 ag. 1946, tuttora in vigore, si fa un deposito iniziale e quindi si paga poi una tassa, notevolmente modica, per la decisione, il rescritto, la commissione e, a volte, per l'estensione della decisione.
Più rilevanti in confronto di tutte le altre sono le tasse che si pagano per le bolle di nomina a benefici di riserva pontificia che, se minori, vanno alla Datoria, se maggiori o concistoriali alla S. Congregazione Concistoriale o alla S. Congregazione di Propaganda Fide o alla Congregazione per la Chiesa Orientale e all'Ufficio dei Brevi Apostolici, dipendente dalla Segreteria di Stato per i brevi di nomina alla prelatura e ad onorificenze pontificie. Le tasse per le cause dei Servi di Dio, discusse
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(1st. Alinarti
Tasso, Torquato - Ritratto, Dipinto di A. Allori (forse nel 1290). Firenze, Galleria degli Uffizi.
presso la S. Congregazione dei Riti, sono regolate da norme particolari. Le tasse in vigore presso il Vicariato di Roma sono della stessa natura delle tasse vigenti presso qualsiasi Curia diocesana.
BibL.: manca una vera bibl. sull'argomento. Come fonti attuali, oltre la Sapienti Consilio, cf. i Regolamenti interni dei singoli Dicasteri, ad es., S. Congr. dei Riti. Norme da seguirii nella compilaz. delle posiz... e Regolam. delle tasse per le cause dei Servi di Dio..., Città del Vaticano 1943; A. Van Hove, De rescriptis, Malines-Roma 1936, pp. 40-41, 222-60. Le collezioni e le opere più importanti sulle t. di curia e la finanza pontificia del basso medioevo sono segnalate da G. Mollat. Les Papes d'Avignon 1303-76, 9a ed., Parigi 1949, pp. 254-57. Giuseppe Palazzini
TASSE ECCLESIASTICHE. - Sono, accanto alle contribuzioni spontanee - donazioni, disposizioni di ultima volontà, oblazioni (v.) -, una delle fonti del reddito della Chiesa, la quale ha il diritto di esigere dai fedeli, indipendentemente dall'autorità civile, i mezzi necessari al culto divino e al sostentamento dei chierici (cf. can. 1496 CIC).
Anche nel sistema tributario della Chiesa esiste la distinzione tra imposte, prelievi coattivi di ricchezza effettuati per sopperire al soddisfacimento di bisogni collettivi, e t., dovute quale corrispettivo di servizi prestati da uffici ecclesiastici. Vanno annoverate tra le prime le decime (v.) e i tributi vescovili in genere: tra questi alcuni sono ordinari, quali il cattedratico (v.) e il seminaristico (v.); altri - straordinari - possono essere imposti, in misura moderata (can. 1505), su tutti i beneficiari secolari o religiosi per sopperire a qualche particolare necessità della diocesi.
I vescovi possono, inoltre, imporre un tributo sulle chiese, benefici ed istituti ecclesiastici all'atto della fondazione o della consacrazione (can. 1506), come anche pensioni temporanee gravanti sul titolare di un beneficio (can. 1429).
Tra le t. vanno ricordate quelle per il conferimento dei benefici, per la concessione del pallio e quelle di cancelleria e giudiziarie dovute alla S. Sede (v. TASSE DI curia); quelle di cancelleria, per dispense e giudiziarie
dovute ai vescovi (can. 1909); e le t. di stola (v. stola, diritti di) spettanti ai parroci.
Rodolfo Danieli
TASSILONE II, duca di Baviera. - Figlio di Chiltrude, sorella di Pipino il Breve, successe al padre Odilone, grazie all'intervento dello zio (748); m. ca. il 13 dic. 798.
Pur avendo giurata fedeltà a Compiègne (757) T., tuttavia, non abbandonò il pensiero di rendersi indipendente. Durante la campagna di Aquitania, lasciò improvvisamente l'armata dei Franchi (763) per tornare in Baviera. La sua conciliazione con Pipino avvenne nel 765 per mediazione del Papa; ma non fu sincera. Carlomagno, diffidando di questo suo vassallo, volle che gli prestasse giuramento a Worms (781) e gli conseguisse dodici ostaggi. T. si scoprì nel 786, quando sua moglie Liutberga, figlia di Desiderio, ultimo Re dei Longobardi, lo incitò a tradire l'Imperatore e a vendicare la sconfitta di Arechi, duca di Benevento, suo fratello. T. s'accordò con gli Avari e li spinse a combattere i Franchi; ma Carlomagno lo citò a comparire a Worms per rispondere del delitto di lesa maestà (787). Il Duca si rifiurò di obbedire, ma l'invasione dei suoi Stati da parte dell'armata franca lo costrinse alla sottomissione e ad Ingelhein (788) fu condannato a morte come traditore. La sentenza, tuttavia, fu commutata nella relegazione in un monastero, forse quello di S. Goar, presso Coblenza. Nel 794 rinunciò solennemente a tutti i suoi diritti sul Ducato di Baviera, sia in nome proprio, sia in nome dei suoi figli d'altronde già chiusi in un monastero (cf. Capitularia regum Francorum, in MGH. ed. A. Boretius-V. Krause, I. Hannover 1883, p. 74, n. 28, art. 3). E incerto se, dopo questo, T. si ritirò nell'abbazia di Jumièges, in Normandia. Il calice offerto da T. a Kremsmünster è riprodotto alla v. calice.
BibL.: Eginardo, Vie de Charlemagne, ed. L. Halphen, 2a ed., Parigi 1938; Flicho-Martin-Frutoz, VI, nn. 40, 57, 60 sg. Guglielmo Mollat
TASSO, Torquato. - N. da Bernardo e da Porzia de' Rossi a Sorrento l'11 marzo 1544, trascorse a Napoli la prima infanzia con la madre e la sorella, che lasciò (la prima per non più rivederla, e la seconda per rivedere solo nel 1577 in un incontro romanticamente avventuroso ed elegiaco) verso il 1554 per raggiungere a Roma il padre, esule dal 1552. Dopo un breve soggiorno a Bergamo presso la famiglia paterna, si ricongiunse con il padre a Pesaro e a Urbino, dove, nella raffinata Corte di Guidubaldo II della Rovere e nella consuetudine con il letteratissimo Bernardo, iniziava la sua esperienza delle corti e delle lettere. Nel 1559 si trovava a Venezia, con Bernardo (che vi si era trasferito per curare la stampa dell'Amadigi) : e li quasi certamente intraprendeva la composizione del Gierusalemme, il primo abbozzo di quello che doveva essere poi il suo maggiore poema. Passato nel 1560-61 a Padova per attendere allo studio del diritto, non abbandonava quella che ormai si rivelava come una irresistibile vocazione poetica; così, mentre scriveva i primi versi dettati dall'amore per Lucrezia Bendidio e per Laura Peperara, intraprendeva e portava a termine Il Rinaldo, poema in dodici canti in ottave, pubblicato a Venezia nel 1562 con il permesso del padre.
A Padova la sua formazione letteraria si giovava della conversazione e delle lezioni di Sperone Speroni, di Francesco Piccolomini, di Carlo Sigonio e dell'ambiente degli Eterei, l'Accademia fondata da Scipione Gonzaga, con il quale il poeta strinse affettuosa amicizia. E tra le Rime degli Accademici Eterei, nel 1567, il T. pubblicava il primo notevole gruppo di liriche. Sul finire del ' 65 , assunto al servizio del card. Luigi d'Este, si era intanto trasferito a Ferrara. Qui, presso la Corte estense, alla cui vita fastosa partecipava con brillante successo, e nell'Accademia ferrarese, nella quale doveva pronunziare un'ora-
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zione e leggere i Discorsi dell'arte poetica e presentare le cinquanta Conclusioni d'amore, sviluppava quei due fondamentali motivi della sua vita che si enucleano intorno alla Carte e all'Accademia, intese come complessi luoghi d'incontro di cultura e di civiltà. Al seguito del cardinale, nel 1570-71 si dirigeva alla volta di Parigi, di dove rivolgeva ad Ercole de' Contrari una lettera-trattato, tutta penetrata da un saporoso gusto geografico, sulle cose di Francia. Nel '72 era di nuovo a Ferrara, al servizio ormai del duca Alfonso II. E questa per il T. una felice stagione di poesia: continua la produzione lirica, di sonetti canzoni e madrigali, d'amore (per Laura Peperara e per Eleonora Sanvitalc) e d'encomio (per Lucrezia ed Eleonora, le sorelle del Duca); nella primavera del 1573 compone l'Aminta, favola pastorale in cinque atti; quindi dà inizio al Galealto re di Norvegia, primo tentativo di una tragedia che, col mutato titolo di Re Torrismondo, compira nel 1586-87; e finalmente nell'aprile del '75 "il pocma di Goffredo", cui si dedicava da alcuni anni con entusiasmo di fantasia e assiduità di lavoro, è compiuto. Ma già sul finire di quell'anno i primi sintomi di squilibrio vengono a turbare l'integrità del suo corpo logorato dalla fatica e della sua mente sottoposta ad una eccessiva tensione. Al lungo travaglio creativo seguiva l'estenuante lavoro di revisione del poema, un lavoro avvelenato sia dalla frenesia che investe il poeta ansioso del successo sia dalla delusione per le critiche al poema che gli giungono da ogni parte, da Scipione Gonzaga, da Sperone Speroni, da Silvio Antoniano, da Flaminio da' Nobili, da Pier Angelio Bargeo al giudizio dei quali egli stesso aveva affidato la sua opera. I dubbi artistici, complicati da scrupoli religiosi e da vaghi timori che vanno prendendo forma di mania di persecuzione, rendono via via più tormentoso il dialogo con questi revisori. Ne rimane la suggestiva e dolente testimonianza in un folto fascicolo di lettere e nella stessa Allegoria della Liberata (1576), nella quale il poeta si affanna a escogitare un riposto significato morale al poema. L'esame, a cui volontariamente si sottopone, dell'inquisitore (a Bologna nel 1575 e due anni dopo a Ferrara), con la relativa assoluzione, non vale a liberarlo dalla morbosa inquietudine. Ma la manifestazione più clamorosa del male si ebbe una sera del giugno 1577 , quando, credendosi spiato durante un colloquio con la principessa Lucrezia, scagliò un coltello contro un servo. Segregato per la sua frenesia pericolosa, evade in circostanze romanzesche, e inizia quel doloroso peregrinare che immette una nota cosi irrequieta e tormentosa e allucinata nella sua biografia: da Ferrara a Sorrento, a Roma, e di nuovo a Ferrara per qualche mese, con nuova partenza per Mantova, Padova, Venezia, Pesaro, Urbino; e poi ancora a Ferrara, Mantova, Vercelli, Torino. Nel febbr. 1579 è di ritorno a Ferrara, mentre a corte tutti sono occupati nei preparativi per le terze nozze del Duca con Margherita Gonzaga; steché trascurato e deluso, in un eccesso del suo male, la sera dell'1 marzo prorompe in violente invettive contro l'antico protettore. Rinchiuso e incatenato come frenetico nell'ospedale di S. Anna, vi trascorrerà ben sette anni, trattato, secondo dettavano le consuetudini mediche del tempo, come un prigioniero piuttosto che come un malato, sebbene in seguito molto si attenuasse il primitivo rigore. In S. Anna il poeta, nelle lunghe parentesi di lucidità, riprendeva le occupazioni letterarie e la conversazione con gli amici, e intanto cercava di difendersi dall'accusa di follia e di riacquistare la libertà : dell'esistenza dolente e ansiosa, fervorosa e febbrile, di questo periodo sono documento le lettere, di cui alcune umanissime, certo fra le più suggestive dell'epistolario. A questi anni risalgono, con molte lettere, un buon numero di liriche, i Dialoghi e l'Apologia della Liberata. Ed è di questi anni di prigionia l'inizio delle vicende editoriali del capolavoro tassiano. Pubblicato all'insaputa e a danno dell'autore da Celio Malespini nel 1580 a Venezia con il titolo di Goffredo in edizione scorrettissima e incompleta, ripubblicato completo, per riparare alla prima dissatrosa edizione, l'anno seguente da Angelo Ingegneri a Padova e a Casalmaggiore col titolo destinato a rimanere di Gerusalemme Liberata, apparve finalmente nello stesso

(Int. Scelemi)
Tasso, Torquato - Autografo delle stanze 67-69 del libro XVIII della Gerusalemme Conquistata (cf. ed. L. Bonfigli, II, Bari 1934, pp. 151-52). - Roma, convento di S. Onofrio, Museo tassiano.
anno 1581 a Ferrara per cura di Febo Bonnà con il consenso, poi rinnegato, del T. Intanto nel luglio 1586 il Duca concedeva a Vincenzo Gonzaga di condurre con sé il T. a Mantova, dove il poeta portava a termine il Torrismondo e pensava al rifacimento della Gerusalemme. Ma nell'ott. 1587 egli lasciava improvvisamente Mantova, spinto dalla smania di continui spostamenti : Bergamo, Genova, Loreto, Roma. Da Roma passava, con l'intento di ricuperare i beni materni, a Napoli, dove, per com-piocere ai suoi ospiti, i monaci olivetani, dava inizio al Monte Oliveto, poemetto rimasto interrotto all'ottava 102 del primo canto. Sul finire del 1588 era di nuovo a Roma, presso il card. Scipione Gonzaga; nel 1590 a Firenze; nel 1592 a Mantova, dove scriveva in onore del duca Vincenzo la Genealogia di casa Gonzaga (119 ottave); nel 1592 a Napoli presso il principe di Conca prima, e poi presso il marchese G. B. Manos, che sarà uno dei suoi primi biografi (e qui intraprendeva Le sette giornate del mondo creato, in endecasillabi sciolti, compiute a Roma nel 1594). Nel 1593 dava alle stampe il poema rifatto, la Gerusalemme Conquistata, con dedica al card. Cinzio Aldobrandini, nipote di papa Clemente VIII, che a Roma negli ultimi anni gli fu largo di ospitalità, e componeva Le lagrime di Maria Vergine e Le lagrime di Gesù Cristo (rispettivamente in 25 e 20 ottave). Nel 1594, per l'ultima volta a Napoli, intraprendeva La vita di s. Benedetto (un frammento di 8 stanze). Decretatagli dal Papa una pensione, mentre già si pensava di onorarlo della laurea di poeta in Campidoglio, ai primi di apr. 1593, lasciato il Vaticano, veniva accolto, in gravi condizioni di salute, nel monastero di S. Onofrio sul Gianicolo. Di qui, in un presentimento pacato della fine, scriveva ad Antonio Costantini la celebre lettera con cui si chiude l'epistolario: "Mi sono fatto condurre in questo munistero [....] quasi per cominciare da questo luogo eminente, e con la conversazione di questi divoti padri, la mia conversazione in cielo s. E qui moriva il 25 apr.
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1595. La corona poetica gli fu posta sulla bara. La tomba, una nuda pietra che solo nel 1857 fu sostituita da un modesto monumento, è in S. Onofrio.
Tracce abbastanza fitte dalle sue esteriori vicende e un'immagine viva della sua intimità ha lasciato il T. nelle Lettere (ca. millesettecento), che vanno tuttavia interpretate con molta discrezione, senza scambiare quella che è la loro verità ideale con quella che è la verità particolare in senso storico archivistico. In esse, sotto un dignitoso sigillo letterario sempre altamente contrallato e responsabile, il poeta ha consegnato, attraverso tutta una serie di dati psicologici diretti o indiretti, le voci suggestive della sua anima suscitate dagli interiori ed esterni avvenimenti. Ed è la voce che risuona e si plasma nella corte, in quella corte che è realtà fisica e morale, estetica e culturale, che regola ed orna la sua scrittura, e giustifica il suo concettismo, e sostiene e indirizza la sua supplica insistente e penosa. Ma proprio questa supplica, che allude alla condizione sofferta di perpetuo bisogno e di inquieta ricerca del poeta, è tra le note più frequenti e dolorose. Spesso i sentimenti del dolore, della malinconia e della morte sfiorano queste pagine, mentre sospiri e ventate ansiose di godimento e di benessere talora vi si mescolano e alternano. Sovente è la presenza della stessa persona fisica del poeta, che si presenta in qualche atteggiamento più spontaneo; ed è quella delle ore più singolari della sua giornata; o quella, ancora, tutta eccezionale di un'esperienza nuovissima, che lievita in zone di allucinazione e di mistero. Connesso con il motivo del dolore e della morte è il motivo della esperienza religiosa, che il T. confessa in termini di indubbia sincerità, ma, bisogna pur riconoscere, piuttosto poveri di genialità contemplativa e spogli di ansia ascetica. Più vivi e originali sono i temi che impegnano l'intelligenza delle cose profane, come avviene in alcune lettere che hanno un carattere di oggettiva dissertazione, in modo esemplare in quella sulle cose di Francia, e nell'altra a Ercole Tasso sul matrimonio. Ma soprattutto intense sono le note che toccano la coscienza critica del poeta e dello studioso, la quale si esercita vigile e cavillosa costringendo ad un lavorio di assiduo controllo sul poema, di cui appunto è rimasta la traccia nel folto gruppo di lettere che accompagna il vasto processo elaborativo del passaggio dalla Liberata alla Conquistata.
Sono espressione del largo affiatamento della mente tassiana con i problemi critici della poesia, in senso tecnico e retorico, i giovanili Discorsi dell'arte poetica in tre libri e i maturi Discorsi del poema eroico in sei libri, intorno ai quali si snoda tutta una serie di altre pagine (dall'Allegoria della Gerusalemme Liberata alla Apologia in difesa della Gerusalemme Liberata, al Giudizio sovra la sua Gerusalemme da lui medesimo riformata; dalle Considerazioni sopra tre canzoni di M. Giov. Battista Pigna intitolate le Tre Sorelle alla Lezione sopra un sonetto di Mons. Della Casa, ad altre cose minori). Entro gli schemi del contemporaneo aristotelismo letterario e sulla linea di sviluppo che muove da un'estetica di tipo edonistico ad un'estetica di intonazione etico-pedagogica, il T. esprime la sua aspirazione ad una letteratura d'eccezione, ad un gusto aulicamente ed accademicamente solenne, ad un "parlar grande e magnifico». Il vero interesse dei Discorsi è nel carattere programmatico e giustificativo di un gusto e di una poetica. E del resto, per chi sappia passare oltre il fastidio di quell'intelaiatura dottrinale e di quegli schemi astratti dell'aristotelismo e della retorica del tempo (che peraltro ebbero una loro insostituibile funzione didascalica), è pur concesso di cogliere fresche impressioni e di assistere alla celebrazione di una schietta sensibilità di letterato. Perciò i Discorsi, mentre documentano largamente la cultura poetica del T. e spesso suggeriscono la chiave per comprendere certe tonalità della sua stessa poesia, testimoniano della sua squisita capacità di intendere e ricordare la poesia dei grandi autori, da Virgilio a Dante, a Petrarca.
I ventotto Dialoghi non sono un'opera di filosofia, come non sono un semplice esercizio di stile, e sono meno che mai quell'opera che, nel calcolo dell'autore, avrebbe dovuto costituire una specie di sintetica forma filosofico-
poetica. Essi sono piuttosto da considerarsi come un'opera di letteratura, il risultato di una sintesi che si opera non tra diverse forme e momenti spirituali diversi, ma tra contenuti (o forme abbassate a contenuti) e motivi e richiami diversi : e dove non si esclude nemmeno che si rimanga sovente ad una semplice coetura di frammenti, o alla condizione di sparsi frammenti isolati entro un'arbitraria cornice. Su questo terreno di varia letteratura fiorisce, insieme all'esigenza delle ordinate e cavillose dissertazioni, il piacere delle colorite sente descrittive; insieme all'amore per le congettose sentenze, la curiosità esplorativa su talune rare e preziose materie; e l'abbandono al ricordo autobiografico o all'affettuosa confidenza personale; e talora lo stesso vago sorriso della contemplazione poetica. Nella cornice e nella materia dei Dialoghi, nello svolgimento e nel ritmo tonale che li domina, si avverte vivissima l'eco esemplare delle conversazioni cortigiane. Ed in realtà essi perpetuamente oscillano fra il carattere moralistico e quello dilettantesco, fra l'accento letterario e quello mendano. Ne sono indizie gli argomenti stessi : il gioco, il piacere onesto, le maschere, la poesia toscana, la precedenza, la nobiltà, la corte, le imprese, le virtù, l'amore, la bellezza, ecc. Così il ragionamento, nella sua volontà più strettamente logica, si mantiene in una zona di aridità spoglia di letizia inventiva, mentre l'attenzione più animata si raccoglie sulla cornice del dialogo, sugli sfondi paesistici sereni e luminosi o notturni e tempestosi, su taluni interni raccolti e lussuosi, su qualche bel ritratto muliebre o, per contrasto, su qualche visione inquieta e stregonese. Ricchi di interesse sono i frequenti spunti che istituiscono un rapporto con gli eventi della vita del poeta e con i motivi culturali della controriforma e dell'imminente barocco. Tra i Dialoghi è possibile ritrovare gli esempi più compiuti e più alti della prosa del T., che sono appunto offerti dal Messaggiere e dal Padre di famiglia.
Il Rinaldo, che narra in dodici canti in ottave le imprese d'armi e d'amore del giovane paladino, segna l'inizio vero e proprio (raccolto intorno ad una prova vasta, compiuta ed impegnativa) della carriera poetica del T. Nel giovanile poema, composto con dichiarata intenzione "parte ad imitazione degli antichi e parte a quello de' moderni " non ancora il poeta veramente fa la sua apparizione, ma il letterato che tenta le sue prove di mestiere e di fantasia, e, con lui, l'adolescente che ama tradurre in immagini il suo gusto di azione, di gloria, e di amore. Il Rinaldo è l'espressione di un sogno autobiografico: esso equivale alla confessione di un sogno giovanile. Nell'eroe eponimo il T. si compiace di rispecchiare se stesso, godendo segretamente di immaginare valida per sé quella bella ettimistica favola; la parola non sa svilupparsi con scioltezza, essa rimane estranea ad un'autentica motivazione psicologica, ad un giustificato sviluppo tematico, ad un chiaro processo figurativo, ad un sentimento vivo del tempo e dello spazio. Tuttavia il Rinaldo nella storia dell'esperienza poetica tassiana mantiene un significato non trascurabile. In esso fanno la prima comparsa alcuni temi e toni fondamentali. Così il motivo guerriero : che dà luogo, nei momenti migliori, a un caratteristico gusto spettacolare, a cui si accompagna più di una volta una reazione affettiva che si pone come suggestivissima elegia della morte. Così, e sono le anticipazioni più intense della grande poesia del T., la rappresentazione inquieta e languida dell'amore, l'espressione dolente del dubbioso e irrequieto vagare della mente, il piacere contemplativo del rapido alternarsi di paesaggi idilliaci e luminosi e di sfondi di tenebra e di tempesta. Nel giovanile poema insomma il T. sta ancora cercando il suo stile, e manca ancora in esso un centro assoluto d'interesse; perciò il valore del Rinaldo sembra raccogliersi in alcune generiche situazioni, oppure in isolati motivi, in versi singoli, e in parole staccate, che sono come i simboli iniziali della futura poesia tassiana
Assai più vasto è il significato dell'Aminta, la favola pastorale che in cinque atti narra l'amore di Aminta per la sdegnosa Silvia. E questa un'opera di complessa letteratura, sospesa su un equilibrio raro di tecnica poetica e di gioco di società, di idillico sogno filtrato da tutta una tradi-
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(1st. Sestini)
Tasso, Torquato - Sepolcro crutto dal card. ferrarese Bonifacio Bevilacqua (m. il 7 apr. 1627) - Roma, chiesa di S. Onofrio.
zione e di sazio edonismo avido di esperienze nuove. Agisce sulla fantasia del T. la suggestione critica dei modelli recenti e antichi, di originale struttura e di squisita fattura, del genere "pastorale", e insieme il gusto della mascherata e della perpetua ammiccante allusione a personaggi e cose della corte, e ancora il desiderio dell'evasione dalla vita di corte e la curiosità per un mondo chimerico di semplice esistenza condotta vicino alla natura e in armonia con essa. Da codesto intricato tessuto di stimoli di cultura, di civiltà e di tecnica, e dall'equilibrio sapiente dei molteplici toni che ne scaturiscono, deriva all'Aminto il suo impianto squisitamente letterario e il suo carattere altamente decorativo. In questa composizione, in cui operano, armonizzati da una vigile coscienza letteraria, molteplici vettori espressivi, scorre una vena di poesia che può essere individuata nell'intuizione dell'amore colto nelle forme più germinali e ombrose, nel suo primo inconsapevole sbocciare, nel suo nascosto radicarsi e ingenuo svilupparsi, nel suo fare timido e schivo. Un nucleo fertile di questa poesia agisce nella figura di Aminta, su cui si raccoglie la suggestione che deriva dall'analisi lirica dei primi inconsci effetti d'amore. Ma più intensa questa poesia si esprime nella figura di Silvia nella quale sono indagate le ragioni e i progressi che segretamente e lentamente portano alla esplosione dell'amore in un'anima ad esso ritrosa. Questa figura si può dire che non obbedisca ad altri richiami se non a quelli della scoperta, liricamente felice, di una nascente sensibilità, fissata nel suo lento processo di formazione. Per questo Silvia è anche il solo vero personaggio che abbia una storia ed uno sviluppo. Su questo sviluppo, anzi, unicamente si sostiene e si giustifica quel movimento drammatico che dalla critica è stato talora negato all'Aminto.
Al teatro restava ancora fedele il T. nell'intraprendere il Galealto re di Norvegia, subito interrotto e ripreso più tardi con il Re Torrismondo. Previedeva alla composizione di questa tragedia un duplice impulso: uno, ben
cosciente, di ordine tecnico critico, rivolto all'applicacazione dei principi di Aristotele e alla imitazione dell'Edipo re di Sofocle; e un altro più oscuro, di ordine psicologico e fantastico, intento a suscitare una materia patetica torbida e sconvolta, che, mentre raccoglieva le suggestioni del teatro di Seneca, rispondeva alla segreta inclinazione della sensibilità tassiana. In questi cinque atti è svolto il tema dell'incesto: un incesto, nel proposito, di tipo edipeo (inteso cioè come sciagura fatale che giunge non voluta e impreveduta e irreparabile) ma svolto in effetti, per inconsapevole suggestione, secondo il tipo dell'incesto di Fedra, quell'incesto che è tentazione e realtà peccaminosa, consapevolmente presente nell'anima che non sa e non vuole respingerlo. In questo lavoro, più che i personaggi, fra i quali tuttavia è particolarmente felice Alvida, si direbbero sentiti i rapporti fra di essi, che sono rapporti intricati di istintive attrazioni e di fatali divisioni. Tra i personaggi che passano smarriti sulla scena è un aprirsi continuo di abissi. La tragedia sembra riepilogarsi in un crollare rovinoso di dolci speranze e di riposate illusioni, che si proietta e rifrange in un cielo oscuro e procelloso, presente in pressoché tutte le immagini e parole di questi cinque atti. Se l'Aminta rappresentava il fiorire della dolce illusione d'amore, custodito in una cornice di primaverile natura, il Torrismondo rappresenta il crollare di questa illusione, riflesso su uno sfondo notturno tra nuvole e lampi, sicché tra le due opere l'ispirazione sembra unificarsi e comporsi nel ritmo fondamentale del nascere dell'illusione e del suo fatale svanire. E se nella ridente favola pastorale il linguaggio fluiva armoniosamente in un raro equilibrio di recitativo sfumato in canto, qui prevale una lingua sincopata, tutta interiezioni e interrogazioni, che ha la sua documentazione più significativa e più ricca di responsabilità poetica nello stupendo coro finale.
La preoccupazione di una puntuale revisione formale, che si rende assai evidente e indicativa nel passaggio dalla prima stesura della tragedia (il Galealto) alla stesura definitiva (il Torrismondo), assume un carattere di vastità e di intensità tutto particolare nell'interno delle Rime, che presentano un sistema di varianti straordinariamente intricato. La cura del T. per le Rime (la cui cronologia rimanda inizialmente ad un periodo antecedente al Giersuslemme e al Rinaldo) va dal giovanile episodio della raccolta comparsa fra le Rime degli Eterei (1567) alle edizioni della Prima parte mantovana (1591) e della Seconda parte bresciana (1593) contenenti rispettivamente gli «Amori» e le «Laudi» ed "Encomi», cui avrebbe dovuto seguire una Terza parte di a Cose sacre e probabilmente una Quarta di a Rime irregolari». Le Rime, che istituiscono un perpetuo richiamo, dichiarato o implicito, con la tradizione che muove dal Petrarca, rappresentano la più vasta e autorevole ricapitolazione della lirica precedente, e insieme, per la larga imitazione che ne faranno il Marino e i poeti del Seicento, il punto di partenza della lirica successiva. Quel che il Petrarca aveva rappresentato per il T., e per gli altri poeti fino a lui, il T. rappresenterà per i poeti dell'età barocca e dell'Arcadia. L'interesse che scaturisce dalle Rime si alimenta in modo particolare nella valutazione della squisita letteratura che le informa e le sostiene. Le poesia, in realtà, si sviluppa in esse solo in forma episodica e frammentaria. Le varianti delle successive redazioni stanno ad indicare nel loro complesso movimento e nel loro folto ramificarsi, l'assiduo ed irrequieto tentare la poesia, attraverso tutta una laboriosa e tormentosa macerazione di letteratura, da parte dell'autore. Esse rendono altresì testimonianza del modificarsi di un gusto stilistico ed etico, dell'azione che si è esercitata sulle Rime di un duplice stimolo moralistico e letterario, di una duplice ricerca, di spiritualizzazione connonutistica e di affissamento formale. Il T. tenta, sul fondo lessicale di origine petrarchesca, distillato e scelto, un linguaggio che, con la melodiosa musicalità e il ricco senso metaforico, con le lambiscate ingegnosità e la raffinato retorica, traduca il suo mondo di indefinita perplessità emotiva, di sospirose e inconsistenti esperienze che sfiorano fuggevoli la superficie dell'anima e toccano la punta dei sensi e li fanno.rabbri-
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vidire. I momenti lirici in cui si opera una più persuasiva sintesi di umanità e di stile sono quelli in cui, mediante un linguaggio librato fra la pittura e la musica, sono evocate opalescenze di notti lunari e trepidi incanti d'albe, inquietanti tenebre e luminosità colme, e le sfumature più carezzevoli del paesaggio e gli aspetti della natura più variati di forme e di colori, ma soprattutto quelle immagini muliebri che tendono a risolversi in profili di fresca natura (mentre la natura a sua volta sembra assumere caratteri e movenze femminili). Questa delicatezza di tono viene meno, in genere, nel passaggio dalla lirica d'amore a quella encomiastica. Mutano, con il mutare delle intenzioni e dei modelli letterari, i toni espressivi. Tuttavia, come non è sempre possibile, su una linea di sviluppo, diciamo, verticale, distinguere con rigidità il variare nel tempo, dalla giovinezza agli ultimi anni, degli interventi nuovi di sentimento e di gusto, così non è possibile, su di un piano orizzontale, fissare fra le varie parti, dalla lirica amorosa alla encomiastica alla religiosa, distinzioni assolute. Tanto più se si pensa che l'encomio, per il T., è qualcosa più che una moda imposta dalla società contemporanea o da una suggestione letteraria. L'encomio è una categoria del suo spirito, una forma essenziale della sua sensibilità. Così all'encomio tende si può dire la stessa lirica d'amore, come ad esso tende la lirica religiosa. La poesia degli «Encomi» si compone in quadri solenni, decorati di nomi illustri, adorni di una suppellettile regale di scettri e corone, fregiati di motivi di una pomposa mitologia, armonizzati in un linguaggio maestoso, in coerenza alla visione della vita del T. (il poeta meno democratico della nostra storia letteraria) aperta su prospettive sfarzose di ambienti di corte, affollati di principi e di gentiluomini, ed ignara delle classi più modeste, e degli ambienti più dimessi. Del resto alla struttura della poesia encomiastica il T. affida gli accenti più profondi della sua anima: il sentimento della morte, della fugacità del tempo, della nullità dello spazio in cui operano gli uomini con le loro passioni, del dolore (avvertito, questo, non tanto come un fatto dell'anima, risolto in una vicenda tutta interiore, quanto piuttosto come un rimpianto proiettato su determinate realtà esterne, fortemente rilevate e grondanti di lacrime). Al contrario la lirica sacra non sembra impegnare profondamente l'anima del T. La sua emotività religiosa, documentata dalle liriche, oscilla fra una ornamentazione lussuosa, che risente dei modi e degli schemi della iconografia e della liturgia contemporanee, e una consapevolezza dolente, di natura etica più che propriamente mistica e ascetica, ripiegata sulle stanche inquietudini del suo spirito, sui suoi timori di peccato e di morte, sulla coscienza delle forme vane che passano e dileguano.
Allo stesso modo il Monte Oliveto (cui si potrebbero aggiungere le sette ottave Della vita di s. Benedetto) svolge un tema ascetico, quello della fuga del mondo e della solitudine claustrale, ma codesta solitudine ha di ascetico solo il nome, l'illusoria risonanza, e non l'effettiva realtà, poiché essa non solo sembra trasformarsi, come avveniva per il Petrarca nel De vita solitaria e nel De ocio religiosorum, in un umanistico "otium ", ma porsi addirittura come il rifugio propizio, edonisticamente accarezzato, di un assoluto riposo, come il porto sospirato di una lunga stanchezza, in cui anche i libri non parlano più al cuore e in cui rimane viva la sola dolcezza della bella natura, a cui si abbandonano i sensi in un'ultima avidità di gioia. Così i due poemetti sulle Lagrime di Maria Vergine e sulle Lagrime di Gesù Cristo toccano senza intima partecipazione e senza poesia il motivo del "pianto ", suggerito da un lato dalla tradizione letteraria, che va da Petrarca a Tansillo, e dall'altro da quella religiosa, che muovendo dai Salmi giunge a s. Agostino e giù giù fino al Bellarenino (il quale ultimo ancora richiamerà nel De gemitu columbae alla necessità tecnico-ascetica delle lacrime).
Opera invece assai più complessa, rispondente a esigenze di una cultura letteraria e teologica di più vasto impegno, riesce il Mondo creato, edito postumo nel 1607. Gli Esameroni di s. Basilio, di s. Gregorio Nisseno e di s. Ambrogio ne costituiscono le "fonti " più importanti,
ma moltissime sono le risonanze e le suggestioni accolte dalla Bibbia e dai classici, direttamente, oppure da opere più recenti e contemporance. Alla base del poema c'è un'esplicita intenzione religiosa, la celebrazione epica della creazione. Non è però Dio creatore il protagonista che commuove la fantasia del poeta, ma piuttosto il mondo creato, come suggerisce simbolicamente il titolo. In effetti in questo libro il più aperto fascino poetico deriva dallo spettacolo fisico delle "cose create", contemplate nella loro gamma infinita di colori e di forme, nella loro vita mobile e fluente. La natura presente in queste pagine è estranea ad un'idillica immobilità : essa è colta invece nel suo divenire e nei suoi aspetti più instabili, e la parola stessa che la ritrae acquista un valore dinamico. Unica suggestione religiosa, è, nella memoria che ricompone le note del poema. l'eco della malinconia e della morte che avvolge le brevi illusioni della vita : il tema che è al centro di tutta la meditazione poetica tassiana.
La Gerusalemme Liberata rappresenta il punto di convergenza di tutta la vasta attività del poeta, il culmine felice di una assidua elaborazione, la massima realizzazione di uno sforzo teso alla creazione di un capolavoro, uno sforzo che impegna ed occupa l'intera vita del poeta, dai primi tentativi dell'adolescenza con il Gerusalemme fino alla vigilia della morte preoccupata dagli ultimi sforzi intorno alla Conquistata. La materia del primo alibozzo è quella strettamente epico-religiosa che si raggruppa intorno alla prima crociata (un tema che era nell'aria : si pensi, sul piano della storia della cultura, alle cronache e alle storie delle crociate di Guglielmo di Tiro, di Roberto Monaco, di Benedetto Accolti, stampato, ristampate e volgarizzate proprio in quei decenni intorno alla metà del secolo; e sul piano della storia della civiltà alle lotte combattute dal mondo cattolico contro i Turchi; ed è in questa concretezza storica, in questo affiatamento con la sensibilità contemporanea, la ragione più vera del pregio che il Foscolo riconosceva al tema epico della Gerusalemme quando scriveva che "la scelta del soggetto è uno dei principali meriti del poema "). Nella Liberata questa materia epico-religiosa del Gerusalemme si estende, per spontanea amplificazione strutturale e per irresistibile impulso lirico, su un più vasto e complesso orizzonte umano, il cui contenuto tuttavia si viene organizzando sotto lo stimolo esercitato dalla suggestione di una determinata civiltà e di una precisa cultura, quelle della corte e dell'accademia. La Liberata è in effetti, prima che una testimonianza di autentica poesia, l'eloquente documento di una diffusa affabilità di corrigiano e di accademico. Dalla volontà di celebrazione del mondo della corte e dell'accademia nasce l'intera struttura su cui poggia il poema. Questa vasta zona strutturale si stabilisce inizialmente nella semplice azione di scelta di precisi contenuti figurativi, che rimangono talora ad uno stato incondito di superficiale versificazione; mentre si determinano altre volte (ed è un secondo ideale momento espressivo) in base a quel gusto della regola e della tecnica che è tra le caratteristiche maggiori di questa civiltà, e che conferisce al linguaggio tassiano un ritmo ordinato di chiarificatrice intelligenza. Ma la struttura raggiunge il suo massimo grado di elaborazione là dove la corte e l'accademia agiscono sviluppando uno spiccato senso coreografico dello spettacolo e del decoro. Ora la struttura del poema si salda con la lirica proprio su questa linea di emozioni estetiche, di celebrazioni di belle parvenze e di spettacolari realtà, di eleganti profili e di prospettive suntuose, dove da un lato si riassume il senso di una civiltà e dove dall'altro pallidamente affiora un'illusione di vita e un'aspirazione umana, quella intimissima sognatrice ed evasive del T. Ed è l'intervento di una nota flebile e dolente, che, improvvisa e inattesa, si diffonde su queste immagini di vita, quel che concede la possibilità di un approdo poetico all'espressione del T. Nella sbiglaca musica che commenta un fuggevole sogno di vita sul punto che dilegua si realizza la poesia tassiana. La poesia del T., in realtà, non deve essere cercata in un determinato sentimento dominante, o in un elenco di sentimenti fondamentali, ma piuttosto in un ritmo sentimentale e in un'atmosfera interiore: il ritmo della perenne illusione e delusione
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A sinistra: 'TATUAGGIO INDIANO: un capo indiano "chunchon e la moglie visitano la casa dei Salesiani in una missione del vicariato apostolico d'Ucayali - Perù. A destra: 'TATUAGGIO A RILIEVO. Negro di Bobo Dioulasso (Africa).
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(fot. Fules)
In alto: CARATTERISTICO PORTALE OTTAGONALE DI UNA PAGODA - Tatung. In basso: SALA DI FISICA E CHIMICA del Seminario centrale - Tatung.
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della vita, l'atmosfera della inquieta solitudine dell'anima assorta in un sogno e subito delusa dal suo svanire. Tutti i personaggi e paesi e situazioni del poema trovano, nella condizione sentimentale suggerita da questa proposta critica, l'unitutto e propizio singolo visuale per l'intelligenza della poesia che li tocca e li esalta. La validità di questa interpretazione appare facilmente per le grandi storie d'amore, che rappresentano i più notevoli nuclei poetici della Liberata, quella di Tancredi e Clorinda, di Erminia e Tancredi, di Armida e Rinaldo, di Olindo e Sofronia : tutte impostate su di un senso di fatali incomunicabilità, di dolorose separazioni, di nostalgiche lontananze, e tutte risolte in un patetico chiaroscuro di luminosi desideri e di mesti disinganni. In codesto clima spirituale si sostiene anche la figura di Goffredo, la poesia della sua assorta solitudine mistica e del suo solingo destino di condottiero. E anche l'epos di Argante e di Solimano non è quello della guerra, ma quello più intimo e tragico della loro solitudine : una solitudine, si badi bene, non generica, che non può essere confusa con una vaga e romantica molinconia (secondo ha inteso qualche interprete), ma che riceve il suo pieno significato, la sua cosmica risonanza, da quel ritmo essenziale di immagini di vita che perennemente nascono e muoiono che costituisce il centro dinamico della intuizione umana e stilistica tassiana. E, come le creature della Gerusalemme e le sue situazioni, così anche i suoi sfondi e i suoi cieli poetici si riportano sempre a quel motivo fondamentale, a quell'eterno fluire di illusioni e delusioni, a quell'incessante fluttuare di belle forme che albeggiano e subito tramontano in cui consiste il nucleo autentico della gnoseologia lirica di T.T. Sono passaggi solinghi, di ombre notturne, di deserte rovine, di sabbie sconfinate, di ignote immensità oceaniche, di desolata e stagnante siccità, di tempestosa pioggia : aspetti sempre inquietanti del passaggio, che immergono l'uomo in una muta angoscia, lo lasciano solo, senza possibilità di rifugio nella natura, e lo richiamano a pensieri di tristezza e a simboli di caducità. Un'atmosfera, questa, suscitata talora per tratti impercettibili, disseminata in cenni e spunti appena sensibili, in singole parole ed isolate cadenze, in quantita minime, in risonanze ed echi lontani e pur capaci, così sperduti, di dar vita alla poesia della Gerusalemme; una poesia che alla fine sembra lasciare nella memoria come un vago suggerimento religioso : illusioni e delusioni sempre perché la verità di questa vita è l'altra vita.
Molto complesso si presenta il passaggio dalla Liberata alla Conquistata per la vastità e la varietà delle risultanze. I venti canti della Liberata diventano intanto ventiquattro; alcuni tratti della "favola" sono modificati, ampliati o soppressi sotto l'urgenza di preoccupazioni di natura erica o poetica; ma questi citocchi anziché scaturire da un nuovo vasto nucleo lirico, tale da impegnare profondamente l'anima del poeta, rimangono su di un piano estremamente episodico e frammentario (le variazioni negative più gravi consistono nella soppressione della pastorale di Erminia al c. VII e nell'eliminazione dell'episodio di Olindo e Sofronia al c. 11). I contenuti fantastici, i toni espressivi e il linguaggio subiscono una revisione orientata fondamentalmente verso forme di maggiore solennità, secondo imponeva quella poetica della "magnificenza" teorizzata nei Discorsi del poema eroico. In generale appaiono rialzati i modi troppo dimessi e narrativi; e i versi vengono meglio martellati. Al poeta tuttavia viene meno il senso dei toni smorzati, delle più delicate sfumature, delle ineffabilità sentimentali. Alla poetica della magnificenza si accorda talora un'inclinazione stilistica rivolta a certe forme monumentali e tenebrose oppure erudali e funeree. In particolare le voci della notte, della solitudine, della vanità delle illusioni terrene trovano modulazioni più persuasive e trasparenti. Ma si tratta di risultati frammentari. La Conquistata è un alto esercizio di stile, il documento indicativo del modificarsi di un gusto, ormai avviato decisamente, più di quanto non lasciassero supporre le Rime e la Liberata (e a parte il Mondo creato che sotto questo aspetto è forse anche più significativo) verso gli schemi formali e le preferenze di contenuto del barocco. Ma la realtà poetica che è
nella memoria di tutti è pur sempre destinata a restare, nonostante le intenzioni del T., quella della Liberata.
BibL.: edd. moderne delle opere : La Gerusalemme Liberata a cura di L. Bonfigli, Bari 1930; La Gerusalemme Conquistata, a cura dello stesso, 2 voll., ivi 1934; Opere minori in versi, a cura di A. Solerti, 3 voll., Bologna 1891-95; Rinaldo, a cura di L. Bonfigli, Bari 1936; La Rime, a cura di A. Solerti, 4 voll., Bologna 1898-1902; Il Mondo creato, a cura di G. Petrocchi, Firenze 1951; Lettere, a cura di C. Guasti, 3 voll., ivi 1853-55; Dialoghi, a cura dello stesso, 3 voll., ivi 1838-39; Prose diverse, a cura dello stesso, 2 voll., ivi 1875 ; Appendice alle opere in prosa, a cura di A. Solerti, ivi 1892 (per l'epistolario cf., oltre questa appendice, le aggiunte dello stesso nel vol. II della Vita di T. T., Torino 1895); Poesie, a cura di F. Flora, Milano 1934; Prose, a cura dello stesso, ivi 1935. Repertori bibliografici: A. Solerti, Bibl. tassiana sino al r894, nella Vita di T. T., III, Torino 1895, pp. 149-81; A. Tortoreto-J. G. Fucilla, Bibl. analitica tassiana (1898-1930), Milano 1935; A. Tortoreto, Nuovi studi su T. T. (Bibl. analitica tassiana: 1931-43), in Aexum, 20 (1946), pp. 14-72; L. Caretti, Studi critici e bibliografici sul T., in La vita del libro, I, 1, 1947, pp. 13-21; per gli studi più recenti cf. le rassegne tassiane di C. Cordia, in Giorn. stor. d. lett. ital., 127 (1950), pp. 441-51 e di E. Bonora, in Bellugar, 7 (1952), pp. 79-90; dal 1951 si pubblica a Bergamo a cura del Centro di studi tassiani le rassegna Studi tassiani. Degli studi più recenti si segnalano: G. Toffanin, T. e l'età che fu sua (L'età classicistica), Napoli 1945; A. Momigliano, I motivi del poema del T., vol. vol. Introduzione al poeta, Roma 1946, pp. 79-100; M. Fubini, Studi sulla letteratura del Rinascimento, Firenze 1947, pp. 208-320; L. Caretti, Studi sulle Rime del T., Roma 1930; A. Di Pietro, Il *Gierusalemme* nella storia della poesia tassiana, Milano 1951. In particolare sul linguaggio del T. e sui presentimenti del barocco nella sua opera: T. Spoerri, Renaissance und Barock bei Ariost und Tasso, Berna 1922; G. Toffanin, Il Cinquecento, Milano 1935, $2^{\circ}$ ed, ivi 1941; e dello stesso Il T. e l'età che fu sua (L'età classicistica), cit.; R. Battaglia, Dalla lingua dell' "Analigi a quella della Gerusalemme», in Cultura neolatina, 1 (1941), pp. 94-113; R. M. Ruggieri, Aspetti linguistici della polemica tassaca, in Lingua nostra, 6 (1944-45), pp. 44-51; id., Latimismi, forme etimologiche e forme sivoriforanti nella Ger. Lib., ibid., 7 (1946), pp. 78-84; F. Chioppelli, Note sul linguaggio del T. epico, in Lingua nostra, 10 (1949), pp. 1-10; id., T. e Stil im Uebergang von Renaissance zu Baroh, in Trinitum, 7 (1949), pp. 286-309; M. Vitalc, Latiniomi e lombardismi nella polemica cinquecent. intorno alla * Ger. Lib. di T. T., in Convivium, nuova serie, 3 (1950), pp. 218-30; U. Leo, T. T. Studien zur Vorgesch. des Secantismo, Berna 1951. Sulla "fortuna" del T.; A. Castelli, La Gerusalemme Liberata nell'Inghilterra di Sprauer, Milano 1936; U. Bosco, L'osmocitata dei romantici, nel vol. Aspetti del romanticismo italiano, Roma 1942, pp. 5-132; G. De Robertis, La fortuna dell' "Aminta", nel vol. Studi, Firenze 1944, pp. 83-87; Chandler B. Beall, La fortune du Tasse en France, Oregon 1942; J. Corza, Le Tasse et la conception épique, Parigi 1942; id., L'influence des théories du Tasse sur l'époque en France, ivi 1942. Ampie monografie sul T. sono: E. Donadoni, T. T., 2 voll., Firenze 1921 ( $2^{\circ}$ ed. in un solo vol., Firenze 1936; $3^{\circ}$ ed. ivi 1946); L. Torelli, T., Torino 1935; C. Trevierss, La poesia e l'arte di T. T., Messina e Milano 1936; G. Natali, T. T., Roma 1943; G. Getto, Interpretazione del T., Napoli 1951. Giovanni Getto
TASSONI, Alessandro. - Poeta, n. a Modena il 28 sett. 1565 , m. ivi il 25 apr. 1635.
Dopo gli studi a Bologna e a Ferrara, passo nel 1597 a Roma e vi resto parecchio, tutto intento ai suoi lavori letterari. Sono di questi anni le Considerazioni sopra le Rime del Petrarca, scritte non per "mal talento contro il Petrarca re dei melici", ma contro gli "stitici * adoratori di quello. Nel 1606 lo "principe» degli «Umoristi»: era anche de' Lincei e della Crusca. Quando Carlo Emanuele I di Savoia ruppe guerra alla Spagna, il T. secondo l'impresa con due Filippiche contro gli Spagnoli (1615), che sono la più nobile e vigorosa prosa oratoria del Seicento. Il Duca nel 1618 lo nominò segretario dell'ambasciata piemontese a Roma e gentiluomo di suo figlio Maurizio cardinale; nel 1619 lo chiamò a Torino suo primo segretario; nel 1621 lo dette compagno a Maurizio, che si trovava a Roma per il conclave. Intanto aveva composto la Secchia rapita (1615), in 10 canti, che poté stampare soltanto nel 1624, in 12 canti. Nel 1620 stampò i Pensieri diversi, in 10 libri. Nei 1626 accettò di servire il card. Ludovisi, morto il quale (1632) si recò, invitato dal duca Francesco I, alla corte di Modena, ove finì i suoi giorni.
Nei Pensieri diversi (naturali, morali, civili, storici, letterari) vive uno spirito battagliero e bizzarro, acuto e
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(fot. Orlandini)
TASSONI, ALESSANDRO - La - Secchia rapita e. Cimelio storico secchia tolta dai Modenesi ai Bolognesi nel 1325 in battaglia, rimasta custodita nella Torre del Duomo quale trofeo di vittoria, e resa famosa dal poema eroicomico del modenese A. T.
paradossale, opponente la ragione alla tradizione, nemico delle idee accolte senza esame e dell'autorità degli $\cdot$ antichi $\cdot$, rivelatore di nuovi veri, quantunque non immune da curiosi pregiudizi. La Secchia rapita è il capolavoro della poesia eroicomica italiana. Il T. volle parodiare l'epopea eroica, di cui abusavano gli epigoni del Tasso, e che era in contrasto con la misera realtà sociale e politica del suo tempo: e gli venne fatto un felice poema, un racconto filato e spedito, dove, con vivace mutevolezza di tono, con $\cdot$ risi che cadono impensati tra le cose serie $\cdot$ passa agilmente dal serio al burlesco e al grottesco. Che i caratteri in generale siano poco rilevati, siano maschere e caricature piuttosto che caratteri, importa poco: ché bastano a colorire la parodia d'una moda poetica e la satira di un'età inetta e servile. Molto rilievo hanno,