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 il 1331 nella collina dove in origine sorse il tempio di Giove Capitolino e più tardi una moschea. Essa costituisce uno dei migliori esempi dell'arte ogivale; la sua robusta abside in stile romanico sembra una fortezza; poi, all'inizio del sec. xili, sotto la direzione di fratel Bernardo (m. nel 1256) venne continuata in stile ogivale, più tardi vi si inserirono il gotico fiammeggiante, poi gli stili plateresco e churrigueresco come nelle cappelle laterali, aggiunte tra i secc. xvi-xviII. Misura m. 104 di lunghezza; è larga nelle navate 30 m . con un transetto di m. $45 \times 15$, serv montato da una cupola ottagonale alta m. 28. Il campanile romanico alla base fu continuato nel sec. xiv e raggiunge, pur incompiuto, m. 65,40 di altezza. Alla facciata, in stile gotico, si perviene mediante un'ampia scalza. Il portale, iniziato nel 1278 da maestro Bartolomeo, detto il Normanno, presenta la Vergine tra gli Apostoli; più tardi vi furono aggiunte altre statue da Giacomo Castalis (1475); gli artistici sportelli sono del 1510. I due bracci del transetto sono illuminati da due rosoni con artistiche vetrate del 1574. molto restaurate.

Nel trascoro è il sepolcro di Giacomo I re di Aragona detto il Conquistatore (m. nel 1276). Gli stalli del coro sono in stile gotico fiorito del sec. xv; i due amboni appartengono al sec. xili. Sull'altare maggiore è: in grande retablo marmoreo scolpito da P. G. de Vallfogona e G. de La Mota nel 1426 con scene della vita di s. Tecla e statue della B. Vergine. Nel transetto a destra sono le artistiche cappelle di S. Tommaso d'Aquino, con l'immagine venerata del Cristo de la Salud (1508) e le statue policrome della Madonna e di S. Giovanni; la cappella di S. Luca e quella di S. Olagario in stile romanico; quella di S. Rocco e di S. Sebastiano in stile barocco. Nel transetto a sinistra la cappella de los Sastres e (dei tagliatori) eretta dall'arcivescovo Pedro de Clasquert (1358-80) che vi è sepolto; la cappella del S.mo Sacramento eretta da Pietro Blay nel 1586 con cupola; e le cappelle minori di S. Barbara e dei SS. Cosma e Damiano. Nella navata destra è il battistero nella cappella de las Virgines in stile ogivale (1341); la tomba del card. Cervantes de Gaeta (m. nel 1575); la cappella
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(1st. Mos)
TARRAGONA, ARCHIOCESI di - Il sacrificio di Isacco, Particolare del sarcofago di Eleuterio (sec. v), proveniente dalla necropoli paleocristiana di S. Fruttuoso - Tarragona, Museo paleocristiano.
gotica di S. Michele (1360), quelle di S. Tecla patrona di T. (1760-75), di S. Francesco della fine del sec. xvi, come l'altra della S. Famiglia.

Nella navata sinistra la cappella di S. Francesco contiene le tombe degli arcivescovi Teres (m. nel 1603) e Lopez Pelaez (m. nel 1918); la cappella di Monserrato in stile gotico fiorito, eretta dal card. Pedro De Cardona, che vi è sepolto (m. nel 1530); vi è pure la tomba del l'arci». Costa y Borras (m. nel 1864); nella cappella di S. Tommaso, pure nello stesso stile, è il sepolcro dell'arcivescovo Felix y Solans (m. nel 1870); l'artistico retablo all'altare è opera di M. Ortoneda e proviene da Solivella.

Al chiostro si accede mediante un portale romanico, come i deambulatori con leggere vòlte ad ogiva, capitelli decorati e scolpiti; alcuni rappresentano la "procesión de las ratas» (i topi che seppelliscono i gatti). Nel lato sud frammenti del tempio di Giove Capitolino e arco arabo con iscrizione dell'anno 349 dell'egira (cioè 960 d. C.) appartenenze alla porta del mihrab dell'antica moschea. Più oltre è la cappella detta del Corpus Christi, già del Capitolo, ora sezione del Museo diocesano contenente retabli dei secc. xiv-xv, pitture, oreficeria liturgica, ecc.; nel lato nord del chiostro è la cappella di S. Maria Maddalena; più oltre avanzi dell'ora romana, le cappelle di N. Señora del Claustro, con statua della S. Vergine del sec. xiv molto venerata, di S. Tecla (1535) e di N. Señora de las Nives.

L'antico convento di S. Francesco fu trasformato parte in ufficio governativo e parte in scuola; il Collegio dei Gesuiti fu adibito a caserma, come pure ad uso militare furono ridotti i conventi dei Mercedari e dei Carmelitani. Presso il Museo diocesano sono gli Archivi diocesani e la Sala capitolare con arazzo del sec. xv detto *de la Buena Vida s, retabli del Rinascimento, arredi sacri, messali e antifonari, 52 arazzi dei secc. xv-xvit. Sulle rovine

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(da Ars Hispanias, V, Madrid 1918, fig. 162)
Tarragona, arcintocazi di - Pianta della cattedrale di T., iniziata nel 1171, consacrata nel 1331 (disegno di Rogent e Font-Carreras).
del Campidoglio romano si erge il Palazzo arcivescovile, rifatto da Romualdo Mon y Valarde (1815-19). Il Seminario conciliare di S. Paolo e di S. Tecla venne fondato dal cardinale arcivescovo Gaspare de Cervantes nel 1568, quale università pontificia, subito dopo il Concilio di Trento. Il nuovo Seminario presso la Cattedrale venne edificato nel 1886 da Benito Villamitjana sul luogo dove fu l'antica cappella di S. Paolo. La "capilla di S. Pablo" fu eretta nel 1243 in stile romanico-ogivale; il suo ingresso è nel cortile del Seminario conciliare o a Universidad Pontificia», edificio eretto nel 1883 sull'antico convento di S. Pablo. La "capilla de S. Magin" è del 1776. La "capilla de S. Tecla de la Vella" del sec. xili fu eretta al di sopra di una chiesa romanica che servì per qualche tempo di cattedrale : vi è la tomba dell'arciv. Bernardo De Olivella (m. nel 1287). La chiesa dedicata alla S.ma Trinità è del 1814; quella delle Sangre o di Nazareth è invece della fine del sec. xvi.

In prossimità del mare nell'anfiteatro romano sorse * el Milagro * ad opera dei Cavalieri templari; poi passò ai Trinitari, quindi fu ridotto a penitenziario. Nel quartiere dei pescatori fu eretta nel 1878 la chiesa di S. Pietro. Presso T. è l' hospital de l'Infante" per i pellegrini, eretto in stile ogivale nel 1341.

Il Museo archeologico provinciale contiene la collezione di antichità romane e medievali più interessante della Spagna, dopo quella di Madrid, tra cui frammenti superstiti del monastero di Poblet e la Biblioteca provinciale in cui sono raccolti volumi, manoscritti e incunaboli provenienti dai Monasteri di Poblet, S. Creus, Scala Dei ed Escornabbòo. Vi ha sede la Real Societad Arqueológica Tarraconense, istituita nel 1845, che pubblica dal 1901 il suo Bollettino archeologico.

Un grande cimitero cristiano situato a sud della città fu trovato nel 1923 ed era stato in parte frugato da ricercatori di marmi e sarcofagi tra i secc. xir-xiri. Dall'esplorazione metodica compiuta dal rev. J. Serra Vilaró dal 1926 in poi risulta che in detto cimitero vennero usate diciotto forme diverse di sepoltura; alcuni
defunti furono deposti in una fossa nel terreno dentro una cassa di legno, coperta poi con frammenti di anfora e terra. In altri casi la fossa nel terreno veniva rivestita in tegole o lastre, ovvero con pietre e fango, o pietre e calce; alcune volte la copertura era fatta con embrio disposti a due spioventi (a cappuccina); molto frequente era la tumulazione dentro anfore intere a cui si era toita la parte stretta terminale, o con pezzi di anfora congiunti mediante calce; alcune tombe a fossa furono rivestite nell'interno con intonaco bianco o rosso e coperte o con lastre o tegole disposte a doppio versante o da lastre in pietra o in marmo orizzontale. Molti sono i sarcofagi in pietra o in marmo; alcuni scolpiti con soggetti pagani, altri semplicemente con la fronte strigilata; alcuni sarcofagi vennero ottenuti scavando blocchi provenienti da edifici anteriori; si è rinvenuto anche qualche sarcofago in piombo. Tutti i sarcofagi erano sotterrati; alcuni sepolcri ebbero alla superficie del terreno un piccolo tumulo emergente costituito da una massicciata di m. $2 \times 1$ con pareti laterali inclinate per evitare le infiltrazioni d'acqua. Superficialmente tale strato era levigato e decorato in bianco o in rosso; in alcuni sepolcri il tumulo raggiunge le dimensioni di m. $3,50 \times 3$ con un alto gradino di m. o,35. Presso tali tumuli si raccolsero ossa di animali domestici, ostriche e avanzi di altri alimenti, e anche frammenti di vasi vitrei e fittili. Un sepolcro poi presenta la mensa a tipo di cline come in alcuni sepolcri a Roma e all'Isola Sacra. In alcune tombe era fissata nel tumulo l'iscrizione marmorea, nelle più ricche vi erano decorazioni ed epitafi a musaico; una presenta un personaggio togato, una il Buon Pastore, una un tema floreale e geometrico. Il cadavere era spesso sopra uno strato di calce viva; si sono trovate tracce di indumenti e di filamenti aurei, aghi, bottoni in osso e in metallo. Due celle più ampie furono costruite con grandi blocchi di pietra in forma quadrilatera, con volta a crocera e con tre arcosoli nell'interno. Molta è la suppellettile funebre rinvenuta, come vasi fittili, lampade e anche una bambola articolata in avorio.

La basilica rinvenuta in questo cimitero era a tre navi, con abside semicircolare; sotto il suo pavimento erano disposti sepolcri; nel materiale impiegato per la costruzione si identificarono frammenti di iscrizioni cristiane; una delle pareti laterali fu costruita sopra una fila di sarcofagi. Gli elementi forniti dall'esplorazione fanno riconoscere in detta costruzione la basilica eretta dopo la devastazione del 409 sui sepolcri dei martiri di T. del 259 , cioè il vescovo s. Fruttuoso (v.) e i suoi diaconi Augurio ed Eulogio. Intorno alle loro tombe si sviluppò in seguito l'area cimiteriale.

Le sillogi epigrafiche hanno tramandato i carmi sepolcrali dei vescovi Giovanni e Sergio del sec. vi (G. B. De Rossi, Inscriptiones Christianae, II, Roma 1888, p. 294). Si conosce inoltre l'epitafio di un Euticius presbitero della "civitas Albitana" presso T. L'iscrizione di una Marturia con $\frac{1}{5}$ e $\frac{1}{16}$ contiene la data dell'anno 393 e l'acclamazione "vives cum beatos"; quella di una Pientia con la data dell'anno 415 e la croce graffita; quella di un "vir honoratus Aventinus" presenta le date degli anni 421 e 461 , altre due offrono rispettivamente le date degli anni 471 e 503 . Tra le formole si ricordano quelle : * in sanctorum sede quiescis; sancta Christi in sede quiescis», e "sperana resurrectionem a Domino".

Tra gli antichi monasteri si ricordano quello di S. Creus, fondato da Ramon Berengario IV per i Cistercensi e abbandonato nel 1885; la porta monumentale di accesso immette ad un cortile con la fontana detta di S. Bernardo; a destra è il Palazzo abbaziale ed un piccolo chiostro del 1625. La chiesa, divisa da pilastri in tre navate, fu iniziata nel 1174 in stile romanico e finita in stile gotico nel 1211. Vi furono sepolti molti re della dinastia catalana, fra i quali Pietro II (1285), Giacomo II (1277) e sua moglie Bianca d'Anjou, l'ammiruglio italiano Ruggero di Lauria (1304), ecc. A sud della chiesa è il grande chiostro (1304-41) in stile ogivale dove furono sepolti molti nobili catalani; la sala capitolare è a tre navate e contiene tombe di abati; sopra è il dormitorio dei novizi; a lato i magazzini e il chiostro antico (1153)

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in stile romanico ogivale e altri edifici monastici. A S. Creus fu fondato l'Ordine cavalleresco di Montesa nel 1316.

Il monastero di S. Maria di Poblet fu istituito nel 1153 dal conte di Barcellona Ramon Berengario IV che lo donò ai Cistercensi; il suo nome però è dato da un eremita che visse nel luogo ca. il i120. Il monastero divenne uno dei più sontuosi e ricchi della Spagna per le dotazioni ricevute dai re di Aragona che vi eressero un loro palazzo e vi ebbero sepoltura. Nel 1835 il monastero venne depredato e incendiato, ma venne restaurato e restituito ai Cistercensi nel 1940. Essi occupano ora la parte detta de las Casas nuevas ". Oltrepassato il "Parco dei Monaci" si giunge ad un cortile dove a destra è la cappella gotica di S. Jorge ( 1442 ), poi, attraverso la porta reale, si penetra in un altro cortile con gli avanzi della foresteria, l'ospedale, il palazzo e la chiesa rovinata di S. Catalina. Si giunge poi alla "Puerta dorada "( 1480 99) : ivi frammenti di affreschi riferentesi alla storia dell'abbazia. La chiesa ha facciata barocca con statue della Vergine, s. Benedetto, s. Bernardo, tra colonne di diaspro e agli angoli torri esagonali. L'interno è a tre navate costruito da Alfonso II d'Aragona nel sec. xir; l'altar maggiore, donato da Carlo V, in alabastro è opera di Daminano Forment (1529). Vi sono mausolei dei re Alfonso II, Giovanni I e II, Giacomo I il Conquistatore, Pietro il Cerimonioso e Ferdinando d'Antequera. Dietro l'abside è il chiostro romanico; inoltre il chiostro di S. Esteban (sec. xiri) immette a una serie di aule a vòlta.

La biblioteca di Pietro d'Aragona fu in parte trasferita a T. Nella sala capitolare sono le tombe degli abati. Il palazzo, iniziato nel 1397 da re Martino, è rimasto incompiuto.

Vilanova de Esconalbon è un antico monastero degli Agostiniani fondato nel 1162 e costruito sulle rovine di una fortezza romana sulla Mola, a 700 m . di altezza; rovinato nel 1835 fu riscattato nel 1911. Un portale romanico immette in una chiesa romanica ogivale ( $1165-1240$ ) con annesso chiostro romanico ed edifici monastici, che contengono anche una collezione artistica e una ricca biblioteca.

Le rovine della celebre certosa Scala Dei sorgono presso Villelas, sulle pendici della sierra de Nonstrant; Scala Dei fu la casa madre di quasi tutte le certose della Spagna e del Portogallo; fu fondata da Alfonso I nel 1163 e Pietro II vi istituì il priorato; vi si ammirano gli avanzi di due chiostri e di celle dei monaci; un triplice portale, l'eremitaggio detto di S. Antonio, la Correría, la Grange dei Bon Repos, la cappella de la Piedad. La Biblioteca superstite è nel Seminario di T. - Vedi tav. CXXVII.

Birl.: Eubel, I, pp. 478-79; II, p. 248; III, p. 308; IV, p. 339 ; V, p. 369 ; E. Morera, T. crist., 2 voll., Terragona 1898 1901: H. Finke, Acta Aragon., 3 voll., Berlino 1908-22: P. Planas, Importancia hist.-arqueol. de T. desde los tiempos probist. hasta el imperio de Cotor Augusto, Barcellona 1918; S. Capdevita, El templo de S. Maria del Miracle de T., Tarragona 1924; B. Bosch Gimpera, Problemes d'hist. antiga i d'arqueol. tarragonina, ivi 1922; J. Gudiel, Les primeres manifest. de l'art cristol en la prov. sccles. Tarrag., in Anal. Sacra Turrac., 1 (1925), pp. 309-13; A. Alegret, Taracowenes ilustres, Tarragona 1925; P. Fr. Kehr, Papstiorkunden in Spanien. I. Berlino 1926, p. 193 sgg.; R. J. Vives, Scoperta di una importantiss. necrop. crist. ant. presso T., in Riv. arch. crist., 4 (1927), pp. 165-67; Tulla, Beltran y Oliva, Excavac. en la Necróp. rom.-crist. de T., in Memor. de la Junta de Excavac. y Antigüed, n. 88, 1927; J. Serra Vilaró, Excavac. en la necróp. rom.-crist. de T., ibid., n. 93, 1928; n. 104, 1929; n. 111, 1930; id., Excavac. en T., Tarragona 1932; id., Las pinturas de la Seu primada de T., ivi 1934: Wilpert, Sarcofagi. tav. 7, 2, pp. 55 sg., 96; tav. 61, 1, p. 80; 36, 2, p. 41, 3 p. 58; J. Ruiz y Porta, T., ivi 1930; H. Lang, Die Coemeterialbasilika von T., in Festschrift von V. Schultze, Berlino 1931, pp. 123-66; E. Junyent, I monum. crist. di Spagna studiati in questi ultimi anni, in Atti del III Congr. inter. di Arch. crist., Roma 1934, pp. 262-83; J. Wincke, in Röm. Quart., 1 (1934), pp. 71-146; R. Sancho Capevila, La Seu de T. Notes historiques, in Bibl. hist. de la Bibl. Balmes, $2^{e}$ serie, 13 (1935) (opera postuma); R. Lantier, Les arts chrétiens de la Péninsule Ibérique et de l'Afrique du Nord, in Rivista des archivos, Bibl. y Museos, 10 (1935); J. Serra Vilaró, I sepoltri della necropoli di T., in Riv. di arch. crist., 14 (1937), pp. 243-80; P. Battle y Huguet, Fragmentos de sarrafagos paleocristianos ineditos in T., in Analecta Sacra Turracowensia, 13 (1937-40), pp. 61-64; F. Camprubi Alemani, I musaici della cupola di Centcelles nella Spagna, ibid., 19 (1942), pp. 87-110; J. Serra Vilaró, S. Prospero de
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(fot. Max)
TARRAGONA, ARCIDIOCESI di - Retablo di Maestro Áloy (1368) nella cappella di S. Maria detta dei Sastres (sec. xiv) - Tarragona, Cattedrale.
T. $y$ sus discípulos refugiados en Italia en el año 711 , in Bibl. hist. de la Bibl. Balmes, $2^{e}$ serie, 16 (1943); F. Camprubi Alemani, El monumento paleocristiano de Centcelles, Barcellona 1923.

Enrico Josi
TARSIA. - Pratica artigiana consistente nell'unire in superficie frammenti o lamine di legni diversamente colorati per ottenere, anche mediante l'uso di mastice nero nelle congiunture, effetti simili a quelli della xilografia o della pittura; singoli elementi sono messi in opera sulla scorta di un disegno a motivi ornamentali o con figure.

La t. o intarsio ligneo ebbe grande voga nel tardo medioevo, applicata alla decorazione di piccoli oggetti domestici e arredi sacri e durante il primo Quattrocento, a ornare mobili e soprattutto armadini a cassoni nuziali, particolarmente nella Lombardia e nel Veneto. Si distinguono, in quel periodo, due tipi entrambi derivanti, per lo stile, dai musaici orientali e cosmameschi : il tipo alla certosina con tessere poligonali, talvolta anche in osso, madreperla e metallo, a motivi di rombi, cerchietti e stellette, e il tipo geometrico, con prevalenza di riquadri e rosette, adottato anche negli stalli corali e nei banconi. Ma già agli inizi della Rinascita si affermava, in Italia, la t. pittorica, e uno dei primi e più notevoli esempi si ha a Siena con gli stalli del Palazzo Pubblico (1429) dovuti a Domenico del Coro, che vi effigiava nei riquadri scene come l'Annunciazione e l'Adorazione dei pastori. Agli effetti luministici di quella nuova maniera concorrevano l'uso di un legno chiarissimo, denominato silio, e l'applicazione di un ferro arroventato sul commesso ligneo onde ricavare per annerimento le ombre. Il massimo sviluppo quattrocentesco di quest'arte si verificò a Firenze anche mercé i disegni forniti da pittori e orafi come il Baldovinetti, Maso Finiguerra, Sandro Botticelli, Filippino Lippi. E non furono estranee e codesto sviluppo le tradizioni architettoniche locali, cioè i commessi marmorei sulle fronti di edifici romanici, gotici e di Leon Battista Alberti (S. Maria Novella e tempietto

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(per cortesia del dott. B. Depenhart)
Tarsia - Intarsiatorc. Autoritcato di Antonio Barile (1502). Vienna, Österreichischer Museum.
del S. Sepolcro). Fra i maestri più insigni si annoverano i fratelli Giuliano e Benedetto da Maiano. Il primo collaboro con Francesco di Giovanni, detto il Francione, nella sala dei Gigli a Palazzo Vecchio, effigiando fra l'altro le figure e le opere di Dante e del Petrarca; eseguil le vaghissime sedie corali nel duomo di Pisa e si unil a Domenico del Tasso per adornare squisitamente il coro del duomo di Perugia.

In seguito, la Toscana vide fiorire le invenzioni di Giuliano da Sangallo, figlio del tarsiatore Francesco di Bartolo Giamberti, del pistoiese Ventura Vitoni e di Baccio d'Agnolo, con i figli Giuliano, Filippo e Domenico. Altro notevole maestro dell'Italia centrale fu Domenico d'Antonio Indivino da Sanseverino, che decorò gli stalli della basilica superiore di S. Francesco in Assisi. Nel Palazzo Ducale di Urbino verosimilmente il fiorentino Baccio Pontelli eseguil verso il 1480 , sotto la guida di Francesco di Giorgio Martini, lavori mirabili per le porte di parecchie sale e per il celebre studiolo del duca Federico da Montefeltro, dove rifulgono nature morte, motivi geometrici e vegetali, prospettive ingegnoissime e figure allegoriche fra cui le tre Virtù teologali, su disegno, sembra, di Sandro Botticelli. Nell'alta Italia eccelsero il modenese Bartolomeo dei Polli, operante nel coro della certosa di Pavia su disegni del pittore Ambrogio Borgognone, e soprattutto i fratelli Lorenzo e Cristoforo Canozi da Lendinara, che introdussero l'uso del legni colorati artificialmente, moltiplicando così gli effetti cromatici della $\cdot \mathrm{t}$., e lasciarono opere di solenne impronta pierfrancescana nel duomo di Modena (pannelli con le figure dei quattro Evangelisti) e nella Basilica del Santo a Padova (1462-69). La loro innovazione fu coltivata nel sec. xv con seducente fecondità ornamentale da fra' Giovanni da Verona e da fra' Damiano da Bergamo, entrambi
educati in Vencsia alla scuola di fra' Sebastiano da Rovigno. Al primo spettano le magnifiche t. nel coro del ccnobio di Monteoliveto (1505) e nella chiesa di S. Maria in Organo a Verona; al secondo, quelle delle porte di S. Pietro a Perugia (1535) e degli stalli di S. Domenico a Bologna (1541-49).

Da notare, fra le risorse decorative di questi maestri, che spinsero al più alto grado il virtuosismo pittoresco, le vedute di edifizi e di strade con intenti panoramici, dove si cerca di obbedire alle leggi della prospettiva aerea oltre che lineare. Singolari, inoltre, per la loro complessità figurativa, le t. eseguite nel coro di S. Maria Maggiore a Bergamo (ca. il 1530), su cartoni del pittore Lorenzo Lotto, da Gian Francesco Capodiferro di Levere, allievo di fra' Damiano da Bergamo. Con l'avvento del manierismo, alla t. lignea si sostituirono, nei mobili d'uso privato, le incrostazioni in pietre dure, mentre gli arredi sacri si appesantivano di aggetti massicci, non certo compatibili con le lineari policromie del Rinascimento.

Soltanto nel periodo rococò la t. tornò a fiorire, principalmente in Francia, per merito dei grandi mobilieri Andrea Carlo Boulle, Carlo Cressent, Riesener e altri, che seppero utilizzare i legni più preziosi, insieme con i metalli e le scaglie di tartaruga, per incrostazioni superficiali ricche di finezze cromatiche e di capricciosi arabeschi. Ne subirono l'influenza, in Italia, gli esperti mobilieri veneciani. Verso la fine di quel secolo e nei primi decenni dell'Ottocento, dopo le bravure minuzioso del piemontese Pietro Piffetti, impressero un'orma originale, con le loro castigate ornamentazioni per mobili a motivi di paesaggi e fiori, i lombardi Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini, di fama europea. Nel secolo scorso gli sporadici tarsiatori si limitarono a ricalcare il repertorio figurativo dei tempi passati e una certa ripresa del gusto si registrò negli ultimi decenni insieme con i progressi dell'arte xilografica, come attestano i pannelli a motivi neorinascimentali, approntati da Edoardo Del Neri per la Casa Madre dei Mutilati, a Roma. - Vedi tav. CXXVIII.

BibL.: G. Labarte, Hist. des arts industr. au moyen âge et d l'époque de la Renaissance, I e III, Parigi 1872-73; D. C. Finocchietti, Della scultura e t. in legno, Firenze 1873; A. Schiapparelli, La casa fiorent. e i suoi arredi, Firenze 1908; F. Schottmüller, I mobili e l'abitao. del Rinascim. in Ital., Torino 1921; A. Pedrini, L'ambiente, il mobilio e le decoraz. del Rinascim. in Ital., ivi 1925, $2^{\circ}$ ed., Firenze 1948; M. Tinti, Il mobilio fiorent., RomaMilano 1928; F. Arrangeli, T., Roma 1942; G. Ferrari, Il legno nell'arte ital., Milano s. a.; H. Havard, Dict. de l'ameublement de la décoration, III, Parigi s. a.; Seymour De Ricci, Le style Louis XVI. Mobilier et décoration, (vi s. a.; P. Tressa, La casa Bagatti-Valsechi in Milano, Milano s. a.; G. Morazzoni, Il mobile venez. del '700, Roma-Milano s. a. Alberto Neppi

TARSICIO, santo, martire. - Subi il martirio probabilmente nella seconda metà del sec. III o all'inizio del sec. IV.

Il più antico documento che ne parla è il carme che papa Damaso pose sul suo sepolcro e nel quale riferisce che T., sorpreso da un gruppo di pagani mentre portava l'Eucaristia, piuttosto che esporre alla profanazione le S. Specie, preferl farsi uccidere.

Il suo sepolcro era nel cimitero di Callisto sulla Via Appia; i pellegrini del sec. viI lo veneravano insieme con il papa Zefirino (De locis) che stava sopra terra (Notitia ecclesiarum), ma originariamente T. dovette essere seppellito in una galleria del cimitero, poiché il papa Damaso non accenna alla vicinanza dei due Santi. Brevi notizie del suo martirio si trovano in appendice alla Passio s. Stephani papae (BHL, 7845) del quale è detto accolito, ma essa dipende dal carme damasiano. Le inesattezze della Passio provengono dal fatto che l'autore, scrivendo nel sec. vi, quando vigeva a Roma l'uso di inviare ai presbiteri dei vari titoli il fermentum per mezzo degli accoliti (v. lettera di papa Innocenzo I a Decenzio di Gubbio : Jaffé-Wattenbach, 311), e leggendo nel carme damasiano il nome di Stefano, credette che questi fosse il vescovo di Roma e T. il suo accolito. Molto probabilmente invece T. era diacono: Damaso infatti lo pone in relazione con il protomartire diacono Stefano, e si sa che si diaconi durante le persecuzioni era riservato

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(1ot. Combler Imp. Mâcon)
In alto: ESTERNO DELLA CATTEDRALE (sec. xiri, con restauri successivi) - Tarbes. In basso: CHIOSTRO del sec. xiv, nei Giardini pubblici - Tarbes.

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(fol. Alinari)
In alto: SCENA DI CONVITO. Affresco del sec. v a. C. nella tomba dei Leopardi - Tarquinia, zona delle tombe etrusche. In basso: INTERNO DELLA CHIESA DI S. MARIA DI CASTELLO, iniziata nel riai Tarquinia.

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![img-27.jpeg](img-27.jpeg)

In alto: ESTERNO DELLA CATTEDRALE - Tarragona. In basso a sinistra: CAPPELLA DI S. PAOLO (sec. xili) - Tarragona, Seminario. In basso a destra: INTERNO DELLA CATTEDRALE (sec.xit-xili) Tarragona.

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![img-28.jpeg](img-28.jpeg)

STORIE DI DAVIDE, in primo piano l'uccisione del gigante Golia. Tarsia nel coro ( $1^{\circ}$ metà del sec. xvi) della chiesa di S. Maria Maggiore, opera dei Capodiferro su cartone di Lorenzo Lotto - Bergamo.

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l'ufficio di portare l'Eucaristia agli assenti dalle riunioni liturgiche ed ai confessori (s. Giustino, I Apol., 65; s. Cipriano, De lapsis, 13). Non è da escludere però che fosse anche un semplice fedele poiché nei primi secoli i cristiani solevano portare a casa l'Eucaristia per comunicarsi giornalmente (Tertulliano, Ad uxorem, 2); il raffronto damasiano sarebbe allora limitato al genere di morte subito e da Stefano e da T. mediante la lapidazione. Nel Martirologio romano è commemorato il 15 ag.

BibL.: G. B. De Rossi, La Roma sott. crist., II, Roma 1867. pp. 7-10; H. Quentin, Les martyrologes historiques du moyen âge, Parigi 1908. pp. 456, 460, 576; G. Wilpert, Die Papstgräber und die Cäzstiengrafi in der Katakombe des hl. Kallistos, Friburgo in Br. 1902. pp. 96-98; H. Delehaye, Étude sur le légendier romain, Bruxelles 1936, p. 25 sg.; Martyr. Romanum, p. 340; A. Ferrus, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942. pp. 117-19. Agostino Amore

TARSILLA, santa. - Zia di s. Gregorio Magno, al quale si debbono le poche notizie che si conoscono. E commemorata nel Martirologio romano il 24 dic.

Consacratasi a Dio insieme con le sorelle Emiliana (v.) e Gordiana, visse in continua penitenza ed orazione, tanto da riportarne i segni alle ginocchia ed ai gomiti. Prossima a morire le apparve il papa Felice III, suo parente, predoendole la fine imminente che avvenne poco prima di Natale, accompagnata da segni soprannaturali. Qualche giorno appresso T. apparve alla sorella Emiliana annunciandole che avrebbero celebrato insieme le festa dell'Epifania; poco dopo infatti anche Emiliana morì.

Bibl. : s. Gregorio Magno, Homiliae in Evang., II, 38 ; PL. 77, 348; id., Dialoghi, IV, 16; Martyr. Romanum, p. 502. Agostino Amore

TARSO (Taps6c). - Città della Cilicia (Act. 22, 3), in una pianura, un tempo fertile, irrigata dal Cidno, che attraversava anticamente l'abitato e vicino al quale era probabilmente la sinagoga (ibid. 16, 13). A T. nacque s. Paolo (ibid. 9, 11 ecc.), trascorse la gioventù e ritornò per qualche tempo dopo la conversione, finché cioè Barnaba non venne a cercarlo per condurlo ad Antiochia (ca. 43 d. C.), donde cominciarono i viaggi apostolici (ibid. 11, 25).
T. è una delle città più antiche dell'Asia anteriore, di cui si conosca la storia. Già menzionata (Taraï) nell'obelisco nero di Salmanasar III (metà sec. IX a. C.), patria di alcuni eroi omerici, segui le sorti della regione tra il succedersi delle egemonie e il confluire degli influssi di svariate civiltà orientali. E nominata in Judith (Volg. 2, 13; Tharsis; gr. 2, 23; 'Pâσσις) tra le città conquistate da Oloferne (età persiana); all'epoca della conquista di Alessandro vi risiedeva un satrapo; in seguito appartenne ai Seleucidi. A causa di alcuni provvedimenti di Antioco IV, che dovevano comportare aggravi fiscali o l'abolizione di certi privilegi, vi fu una rivolta: Antioco stesso andò a domarla (II Mach. 4, 30-31) e forse in quella occasione diede un riconoscimento a una colonia giudaica che già vi risiedeva. Nella nuova organizzazione data all'Asia minore e Siria da Pompeo dopo la conquista ( 64 a. C.), la Cilicia fu provincia a sé e T. sua capitale.

Comincia l'epoca del massimo splendore della città, durato oltre un secolo: il triumviro Marco Antonio, che nelle acque del Cidno aveva incontrato per la prima volta Cleopatra, la dichiarò "città libera" e concesse a particolari gruppi di cittadini dei privilegi, ancora riconosciuti e anche ampliati in seguito dagli imperatori. Se il diritto di cittadinanza romana di cui godeva s. Paolo era di famiglia, o "tribù", anziché personale, la sua origine sarà forse da collegare con qualcuna di queste concessioni.

Al tempo di s. Paolo la città nella sua configurazione più profonda conservava le forme di vita, i culti, i costumi di un centro orientale, come lasciano intendere cenni di Dione Crisostomo (Tarsica prior orat., 33, 47). Invece l'aspetto esterno e l'organizzazione culturale e civile erano quelli di una grande polis ellenistica. Vi fioriva una scuola, che secondo la testimonianza entusiastica di Strabone (XIV, 5, 13-14) non aveva nulla da invidiare a centri come Atene e Alessandria. Da quella scuola uscirono uomini celebri per cultura, come Atenodoro, uno dei
migliori rappresentanti dello stoicismo e amico di August ${ }^{9}$ (che lo mandò poi governatore a T. perché riparasse il malgoverno del predecessore Poeto "cattivo poeta e cattivo cittadino": Strabone, ibid.), e Nestore, anch'egli stoico, chiamato da Augusto a Roma come precettore di Marcello. Il carattere cosmopolitico di T. era specialmente alimentato dall'attivo concorso dei commercianti, che in un laghetto formato dal Cidno avevano fatto un porto, da cui si recavano ai mercati interni.

Oggi la città ( 22.000 ab.) giace priva d'importanza in una pianura in parte insabbiata e in parte cosparsa dagli acquitrini che lascia il Cidno limaccioso. Non vi restano particolari ricordi riferentisi all'Apostolo.

Bibl.: W. M. Ramsay, The cities of st. Paul, Londra 1907, pp. 85-244; H. Böling, Die Geistsebultur von Tarsos im augusteischen Zeitalter, Gottinga 1913. Giovanni Rinaldi

TARTARET (Tataret), Pierre. - Celebre scotista e teologo secolare (forse terziario francescano), all'Università di Parigi, della quale fu rettore nel 1490.

Interprete del pensiero di Duns Scoto, combatté il nominalismo occamistico ed esercitò larga influenza sugli scotisti posteriori. Fu sostenitore della nuova teoria meccanica degli impetus nella dibattuta questione del moto dei proiettili. Restano di lui i seguenti scritti : Commentationes in libros totius Logicae Aristotelis (ove si trovava per la prima volta la figura del "pono asinumum", [Friburgo 1494, Parigi 1491 e più volte in seguito]); Expositio in Summulas Petri Hispani (Friburgo 1494, Parigi 1501, accresciuta del 1503 in poi; ristampata a Basilea 1514); Expos. in libros Logicae Porphyrii et Aristotelis... nec non in totam philosophiam naturalem et Metaphys. Arist. (Venezia 1503); la stessa insieme all'Expos. in sex priores Arist. Il. Moralium ( 1520 e più volte dipoi); Comment. in Quodlibeta Scoti (Parigi 1519); Comm. in omnes 4 II. Sentent. (Venezia 1583, Napoli 1607). Le opere fillosofiche furono raccolte a Venezia nel 1623.

Bibl.: L. Thassne, R. Guagnini epist., II, p. 17, nota; Hurter, II, col. 995 sgg.; A. Clerval, Reg. des procès-verbaux de la faculté de théol. de Paris, I, Parigi 1917, passim; Sbazales, II, n. 3264, p. 367; C. Samaran - E. A. Van Moé, Attoior. chartul. Univ. Paris., III, Parigi 1932, Index person., alla v. Petrus Tartarett; A. Meier, Zassi Grandprobl. der scholast. Naturphilos., Roma 1951, p. 292, nota 2. Bruno Nardi

TARTAROTTI, Girolamo. - Erudito, n. a Rovereto il 2 genn. 1706, m. ivi il 16 maggio 1761. Fu amico di Scipione Maffei, di Apostolo Zeno e del Muratore. A Rovereto fondò, nel 1730, l'Accademia dei Dodonni.

Fu segretario a Roma, presso il card. Passionei, indi segretario di Marco Foscarini (il futuro doge) a Venezia, dove rimase dal 1741 al 1743, quando ritornò alla sua Rovereto, dove attese ad illustrare la storia patria. Le sue opere De origine Ecclesiae Tridentinae (1743); Memorie storiche intorno alla vita e alla morte dei ss. Simizia, Martirio e Alessandro (1745) e De episcopatu Sabionerul s. Classiani mart. deque Ingenuini eiusdem urbis episcopi actis accesero nuove polemiche che divennero violente con le Memorie antiche di Rovereto (Venezia 1754), dove negó la santità e il martirio del b. Adelpreto, vescovo di Trento. Ebbe fiero avversario p. Benedetto Bonelli che coi suoi scritti non gli diede mai tregua. T. nel 1749 pubblicò a Rovereto Del Congresso notturno delle Cammie: entrando in polemica con Gianrinaldo Carli, il celebre criminalista Melchiori, Scipione Maffei e il p. Bonelli. Il T. si occupò anche di letteratura. Mentre il 16 maggio 1761, sulla Piazza del Duomo di Trento, il carnefice gettava al rogo, foglio per foglio, il suo libro Lettera seconda d'un giornalista d'Italia, egli moriva. La sua morte fu seguita dall'interdetto lanciate sulla Chiesa arcipretale di Rovereto, per un busto che la città voleva erigere al suo insigne cittadino.

Bibl.: C. Vannetti, Vita di G. T., Napoli 1889; D. Provenzal, Una polemica diabolica nel sec. XVIII, Rocca S. Casciaro 1901; E. Broll, Studi 99 G. T., Rovereto 1901; E. Frecassi, G. T., Vita e opere, Feltre 1906; G. B. Bonet, Lettere autografe di illustri italiani..., in Atti Accad. roveretana, $4^{a}$ serie, 15 (1942), pp. 33-62. Antonio Rossero

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TARUGI, Francesco Mabia. - Cardinale, n. a Montepulciano il 27 ag. 1525 , m. a Roma l'i i giugno 1608.

Nipote di Giulio III e consanguineo di Marcello II, brillante, colto, piacevole, fu avviato giovane alla carriera curiale. Nel 1565 , conquistato dal fascino di s. Filippo Neri, entrò nella Congregazione dell'Oratorio. Nel 1571 accompagnò il card. Bonelli nel suo viaggio presso i sovrani d'Europa per la lega contro i Turchi. Fondò nel 1586 l'Oratorio di Napoli, dove rimase fino al 1592, quando Clemente VIII lo nominò arcivescovo di Avignone.

Illustrò quella cattedra delle sue virtù e zelo nell'applicazione della riforma tridentina e nella conversione degli eretici; introdusse in Francia l'Oratorio filippino, donde originò poi la Congregazione del Bérulle. Nel giugno 1596 fu insignito della porpora e nel 1597 fu trasferito alla sede di Siena. In quell'anno stabili la pace tra i duchi di Parma e di Mantova. Il T. fu, col Baronio, una delle glorie più insigni dell'Oratorio e tra i figli prediletti di s. Filippo. Nel 1606 rinunciò alla cattedra di Siena e volle ritirarsi fra i suoi confratelli alla Vallicella.

BibL. A. Ciaconico, Vitae..., IV, Roma 1601, pp. 288-89; Pastor IX, pp. 125-26 e passim; XI, p. 262 e passim; L. Ponnello e L. Bordet, S. Filippn Neri, trad. it., Firenze 1931, pp. 145-47, 160-61, 208 sgg., 363-64, 384-88. Antonio Cistellini

TASCHEREAU, Elzzar-Alexandre. - Cardinale, n. a Ste-Marie de la Beauce (provincia di Québec) il 17 febbr. 1820, m. a Québec il 12 apr. 1898.

Discendente da una antica famiglia della Turenna immigrata in Canadà al secondo decennio del sec. xviII, iniziò gli studi nel Seminario di Québec nel 1828. Preseit nel 1847 la sua opera a favore degli emigranti irlandesi colpiti dal tifo a Grosse Island; sfuggito alla morte, venne a Roma, dove nel 1856 si laureò in diritto canonico. Nominato nel 1860 superiore del Seminario di Québec e rettore dell'Università Laval, partecipò quindi al Concilio ecumenico del 1870. Consacrato l'anno successivo arcivescovo di Québec, venne creato nel 1886 cardinale da Leone XIII e fu il primo canadese ad essere insignito della porpora, ciò che diede luogo a grandi dimostrazioni di gioia e ad attestati di deferenza profonda. Nel 1882 aveva pubblicato le Remarques sur le Mémoire de l'ecèque de Trois Rivières sur les difficultés religieuses en Canada.

BibL.: H. Tetu, Notice biograph. S. E. le card. T., Québec 1991; T. Seecombe, T., in Dict. of Nat. Biogr., XIX (1931), pp. 372-373; W. Stewart Wallace, s. v. in The Dict. of Canadian Biogr., 1926. Silvio Furlani

TASMANIA: v. australia.
TASSA INNOCENZIANA. - Sotto questo nome viene indicato il complesso di norme precettive e direttive, emanate sotto Innocenzo XI per uniformare le tasse ecclesiastiche. Furono dovute alla richiesta che molti vescovi presentarono ad Innocenzo XI affinché, per sicurezza delle loro coscienze, per togliere ogni occasione di dubbio, che potesse nascere dalle diverse consuetudini delle diocesi, e per impedire inganni, venisse stabilita una tassa generale ed uniforme per il fòro episcopale od ecclesiastico.

A tale scopo il Pontefice deputò una congregazione particolare, composta dei cardinali prefetti delle SS. Congregazioni del Concilio e dei Vescovi, di altri quattro cardinali e dei segretari appartenenti ad esse del monsignore datario e dell'uditore di S. Santità.

Tale Congregazione decise che nelle cause contenzizose, civili, criminali e miste non si poteva fissare una tassa generale senza aver precedente notizia delle tasse particolari di ciascuna diocesi o provincia, potendo giuridicamente questa tassa essere varia secondo la diversa consuetudine, regolata dalla diversità dei paesi e dei luoghi. Però furono pubblicate le dichiarazioni, che in più tempi e diverse occasioni si erano fatte dalle SS. Congregazioni del Concilio e dei Vescovi nelle materie ecclesiastiche o meramente spirituali, affinché si sapesse quel che era illecito e si togliesse ogni scusa o protesta di ignoranza
o di contraria consuetudine. In siffatte materie l'osservanza doveva essere dappertutto uniforme per la generalità dei canoni e concili, particolarmente del Tridentino, in modo che doveva dirsi reproba es illecito ogni contraria consuetudine o tassa diversa, in qualunque modo per l'addietro fatta. Si dichiarò così, con l'approvazione pontificia, il $1^{\circ}$ ott. 1678 (Bull. Rom., XIX, Torino 1870, p. 103 sgg.), l'emolumento che era lecito percepire, p. es., per i benefici che si conferiscono dai vescovi, per l'esecuzione delle lettere apostoliche, per le cappellanie manuali, nelle nuove fondazioni ed erezione di benefici, cappellanie, confraternite, congregazioni, ecc., nelle cause che riguardano il matrimonio e gli sponsali (esecuzione delle dispense apostoliche matrimoniali, giustificazione dello stato libero, dispensa dalle pubblicazioni, licenza di poter contrarre matrimonio in casa o fuori o in tempo insolito o proibito, ecc.), per le varie licenze (di predicare, di lavorare nei giorni festivi, ecc.).

Benedetto XIII, nel Concilio provinciale romano ( 15 apr. - 29 maggio 1725: Bull. Rom., XXII, Torino 1871, p. 284) di nuovo comandò l'osservanza della t. i. Nel 1896 Leone XIII, per rendere la legge innocenziana più adatta ai tempi, alle nuove e diverse condizioni degli uomini ed al mutato valore del denaro, nominò presso la S. Congreg. del Concilio una commissione, la quale, sotto forma di risposte a dubbi postisi, dichiarò che nella materia sacramentale e specialmente nella matrimoniale e nella materia beneficiale, si potesse, secondo le regole della giustizia e della prudenza, imporre una tassa (i veramente poveri ne dovevano essere esenti). Questa si poteva determinare sia dai singoli Ordinari, sia dai Sinodi provinciali o, per l'Italia, regionali, ed una volta determinata essa doveva essere comunicata per l'approvazione alla S. Congregazione del Concilio, che l'arrebbe concessa ad instar experimenti per un quinquennio per le diocesi d'Italia e per un decennio per le altre. Il 10 giugno 1896 Leone XIII approvò e confermo le risposte della commissione (Acta Sanctae Sedis, 29 [1937], pp. 433-35). La materia formante oggetto della t. i. fu nuovamente regolata, adattandola ai tempi, dalle disposizioni contenute nel cap. IX e nelle disposizioni transitorie dell'Ordo servandus annesso alla cost. Sapienti consilio di Pio X del 29 giugno 1908. Attualmente, in considerazione delle mutate condizioni finanziarie di vari paesi, tale materia è regolata da norme emanate da ciascuna Congregazione, Tribunale ed Ufficio della Curia Romana.

BibL.: A. van Hove, De legibus, Malines-Roma 1930, passim. Guglielmo Felici

TASSE DI CURIA. - Sono quei contributi che i Dicasteri della S. Sede esigono dagli oratori od attori, allo scopo di sopperire, con essi, almeno in parte, alle spese occorrenti per i singoli atti amministrativi, giudiziali o semplicemente esecutoriali. Appartengono alla categoria delle Tasse ecclesiastiche (v.) ed hanno una rispondenza nelle tasse prescritte dalla curia diocesana.

Si possono dividere in t. amministrative, comprendendovi anche le tasse beneficiarie e tasse giudiziarie. Le prime consistono in diritti di cancelleria o di sigillo, che, secondo leggi o regolamenti interni, oppure secondo consuetudine, si possono percepire per i vari atti di giurisdizione volontaria, massime per la concessione dei rescritti pontifici, di lettere, e di boite di nomina. Le t. giudiziarie sono invece percepite per le spese processuali su coloro che procedono in via contenziosa presso i Tribunali della S. Sede o presso la S. Congregazione dei Riti nelle cause di beatificazione e canonizzazione.
I. Cenni storici. - Le t. vennero introdotte man mano causa l'assottigliarsi dei redditi del patrimonio della Chiesa Romana dovuto alle turbinose vicende storiche ed al moltiplicarsi dei negozi che confluivano sempre più largamente ai dicasteri della S. Sede. Era uso antichissimo che i Vescovi eletti offrissero un dono al loro consacratore e a coloro che avevano parte attiva nella consacrazione. E il papa consacrava tutti i vescovi dell'Italia centrale e meridionale e quelli di altri luoghi a lui immediatamente soggetti. Analoghi doni si facevano

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ai Papa dai metropoliti in occasione della concessione dei pallii. Tali doni, che furono volontari in origine, si trasformarono, per consuetudine, in veri profitti a vantaggio della Curia, e alla fine in vere e proprie tasse, nel sec. xili. Era venuto pure gradualmente in uso il cosiddetto denaro di S. Pietro, un contributo fisso che si pagava dagli abitanti in Inghilterra, Danimarca, Svezia, Norvegia, Polonia, Boemia, Croazia, Dalmazia, Aragona, Portogallo e nei territori conquistati dai cavalieri teutonici fra il mar Baltico ed il regno di Polonia. A queste entrate si aggiunsero poi i censi che si pagavano dai regni vassalli della Sede Apostolica: Napoli, Sicilia, Aragona, Inghilterra. Oltre a ciò monasteri, istituti diversi, castelli pagavano annui censi alla Camera in quanto si ritenevano compresi in tre et proprietatem S. Petri, od in forza di particolari condizioni. (Si veda al riguapdo il Liber Cen. cimun Ecclesiae Romanae di Cencio Camerario: ed. P. Fabre-L. Duchesne, con indici di G. Mollat, 3 voll., Parigi 1889 -1952).

Altri introiti provenivano dalle decime (v.) che dalla S. Sede si imponevano sui benefici in occasione di Crociate o di altri avvenimenti straordinari. Venivano accolte in ciascun territorio dai collettori, aiutati alla loro volta dai subcollettori, i quali raccoglievano e spedivano a Roma, dove si compiva la relazione generale, ogni anno od ogni semestre (cf. per l'Italia i voll. delle Rationes decimarum Italiae nei secc. xili e xiv, edite nella collezione Studi e testi della Bibl. Vaticana, n. 60, 69, 84, 96, 97, 98, 112, 113, 128, 148, Città del Vaticano 1933 sgg.). Redditi della curia erano ancora le annate (v.), in forza del ius spulti che consisteva nel diritto di entrare in possesso di tutto quello che lasciava un ecclesiastico al momento della sua morte. Anche questo veniva raccolto dai collettori ed inviato in Curia. Cestoro avevano pure il compito dal tempo di Avignone, quando presero regolare andamento le riserve pontificie, di riscuotere i frutti del beneficio, maturati durante il periodo della vacanza (fructus medii temporis) e quelli che il beneficiato non faceva suoi, perché la sua nomina non era stata regolare (fructus male percepti).

Una specie di tassa di successione, sotto il nome di servitium, per i benefici concistoriali fu il servitium commune, che (dopo il 23 dic. 1334) veniva diviso tra il papa ed i cardinali presenti in Curia, e consisteva nel pagamento di un terzo del reddito annuo del vescovato o dell'abbazia quale era computato una volta per sempre. I servitio minuto erano le gratificazioni per i familiari del papa e dei cardinali ed erano in proporzione del servitium commune; da tre che erano prima, al tempo di Benedetto XI furono portate a cinque e tante rimasero in seguito. Durante il sec. xv si allargò sempre più l'uso di imporre, oltre il servitium solito, un supplemento quando veniva conferito ad un investito un nuovo beneficio incompatibile con il primo. Questo supplemento si chiamava compositio e veniva concordato volta per volta col datario ed andava a diretto profitto del pontefice. Contro questo sistema non mancarono le più aspre recriminazioni, per gli abusi cui diede origine. Quanto agli Ufficiali della Curia, essi non percepivano uno stipendio fisso, ma partecipavano agli emolumenti provenienti al loro dicastero. Anche le tasse che si pagavano nell'ufficio delle bolle per la spedizione delle bolle stesse andavano alla Camera Apostolica (v.) non agli officiali di Curia. Inoltre alle volte le lettere stesse erano spedite gratis pro Deo, specie se si trattava dei familiari o impiegati stessi. Gli officiali di Curia però potevano ricevere dagli oratori minuscola munera per la sollecita evasione o spedizione della pratica. E qui non mancarono anche degli abusi. Il Concilio Tridentino, oltre le altre riforme nel campo beneficiario, tra cui l'insistenza sul dovere della residenza, insistette sulla gratuità delle dispense (sess. XXV, c. 18 de reform.). La gratuità non escludeva un compenso per le cosiddette spese di Cancelleria ma intendeva escludere il corrispettivo di prezzo per la dispensa ed anche il corrispettivo che fosse dato a modo di onesto sostentamento. Così pure non intendeva negare il concetto che la t. avesse anche funzione di pena per il vulnus legis, inferto con la dispensa. Quando furono creati i nuovi Dicasteri ecclesiastici, come il S. Uffizio, la Congrega-
zione dell'Indice, del Concilio, dei Vescovi e dei Regolari, anche queste si dovevano mantenere da sé, per le spese e per gli impiegati. Cominciano allora le t. di C. più propriamente dette, sui rescritti, le grazie, le lettere, i decreti. Queste t. venivano poi distribuite tra gli impiegati addetti al Dicastero, non essendovi ancora stipendio. La Camera Apostolica concedeva infatti al massimo un assegno al Prelato superiore di ogni dicastero.
II. Stato odierno. - Così si continuò fino alla riforma della Curia Romana fatta da Pio X, che si assunse l'obbligo del mantenimento degli Officiali maggiori, minori ed inservienti, e nello stesso tempo riservò le tasse alla S. Sede. In base a questa riforma, che è rimasta quasi immutata a tutto oggi, in ogni richiesta di grazia, dispensa, inizio di causa presso i Tribunali Apostolici, gli Ordinari, assunte informazioni dai rispettivi parroci, debbono indicare spontaneamente o dietro invito del competente Dicastero lo stato economico dell'oratore o dell'attore (cf. Sapienti consilio, cap. 11, 3: AAS, I [1909], p. 55). Per i poveri, in sede amministrativa, se la grazia e moralmente necessaria e non lucrativa, la tassa deve essere ridotta a metà od anche del tutto condonata, secondo i casi, salvo le spese postali e le altre spese vive (ibid., art. 2: loc. cit.); in sede giudiziale, si concede il patrocinio gratuito (v.) o la riduzione delle spese.

Per la computazione delle tasse, che debbono venir registrate nel rescritto, in ogni Congregazione vi deve essere un addetto o più. Oggi normalmente nei Dicasteri la parte amministrativa (che si riduce alla esazione delle tasse) è svolta da un Cassiere, che riscuote le tasse, e alle volte da un computista, che le registra, dietro segnalazione del Minutante. La sorveglianza appartiene al Prelato superiore del Dicastero, che con il suo visto trasmette periodicamente l'incasso all'amministrazione dei beni della S. Sede. La t. ecclesiastica è poi risultato della tassa propriamente detta, fissa per ogni rescritto ed uguale per tutti; della componenda, che era in uso presso la Datoria Apostolica, proporzionata nelle dispense matrimoniali, ad es., alla natura dell'impedimento ed alla gravità della causa e alle ricchezze degli oratori richiedenti; dell'agenzia, che consiste nella retribuzione per colui che fa da spedizioniere e delle spese vive, come la posta, la carta ecc. In genere a tutti si richiedono le spese vive e l'agenzia; ai ceti medi si richiede anche la tassa; ai ricchi si impone anche la componenda.

Il 10 febbr. 1920 Benedetto XV approvò la revisione delle tasse da applicarsi ai rescritti in seguito alla svalutazione provocata dalla guerra: revisione fatta da una Commissione cardinalizia con a capo il card. G. De Lai.

Un'altra revisione, non però conforme in tutti i Dicasteri, fu fatta dopo la seconda guerra mondiale nel 1946. Le tariffe rotali, anch'esse rivedute dopo l'ultima guerra. variano secondo la portata e gravità della causa. Sono rese note in una speciale tabella che riporta il minimo e il massimo dei diritti che possono essere richiesti dagli avvocati ai propri clienti.