di s. Maria della Giustizia, ricordata in una bolla di Pasquale II del 1113. La chiesa Sancheggiata da una torre è ormai in rovina e dell'antico serba solo la facciata monocuspide e due portali duecenteschi lievemente ogivi, ma ornati con motivi orientali. Sempre nelle adiacenze della città, nel villaggio di Solito, resta una cripta basiliana detta di S. Maria di Muriveteve con affreschi superstiti, tra i quali spiccano il Salvatore e le figure della Vergine e del Battista; un altro santuario cenobitico è in località "Le Petrose" e una terza cripta, detta di S. Onofrio, con numerosi frammenti di affreschi presso la masseria Todisco. Altre numerose caverne eremitiche si trovano sparse in tutta la provincia. - Vedi tav. CXXIV.
Bisc.: Ughelli, IX, coll. 115-51; X, coll. 341-43; P. B. Gama, Serio episcop., Ratisbona 1872, pp. 929-30; Moroni, LXXII, pp. 251-62; R. Lorentz, De rebus sacris Tarentinorum, Elherfeld 1836; Lanzoni, I, pp. 312-17 e passim; D. L. De Vincentiis, Stor. di T., III (parte ecclesiastica), ivi 1878; A. Martini, Guida di T., ivi 1901; Cottineau, II, coll. 3119-20; E. Aar, Gli stuni stor. in Terra d'Otranto, Firenze 1888, pp. 94-97, 123-24 e passim; G. Gay, L'Italia merid. e l'Impero bizant., trad. it., ivi 1917, pp. 47-50, 104-106, 179-81, 193-95, 513-15, 339-42, 437-41 e passim; G. Blendamura, Il duomo di T. nella storia e nell'arte, ivi 1923; id., Un cimelio del sec. VII esistente nel duomo di T., in Anal. Boll., 29 (1921), p. 368; id., Bacio basiliano nel tarentino, Lecce 1919; F. Gregorovius, Nelle Puglie, Firenze 1882, pp. 399-451; Venturi, III, Milano 1904; p. 663; E. Bortaux, L'art dans l'Italie merid., Parigi 1904, p. 492 e passim; P. Toesca, Stor. dell'arte ital., I: Il Medioevo, Torino 1922; id., Architett. e scult. medioeo. nelle Puglie, ivi 1922; C. Valente, T., Bologna 1927; A. Martini, T. (Le 100 citta d'Italia illustrate, n. 147), Milano s. s.; A. Valente, S. Maria della Giustizia, Taranto 1897; A. Medex, Gli affreschi delle cripte eremitiche paglissi, Roma 1930, pp. 234-37 e 173 sgg. Pasquale Testini
TARASIO, patriarca di Costantinopoli, santo. - N. il 730 ca., m. nell'8o6. Figlio del prefetto civile di Costantinopoli, diventò presidente della Cancelleria imperiale (proto a secretis) sotto l'imperatrice
Irene, la quale influì sulla sua elezione alla dignità patriarcale del 784 .
Il papa Adriano I, al quale il neoeletto si rivolse con una lettera accompagnata dalla professione di fede, non annullò questa elezione benché ne rimproverasse il modo poco canonico. I tempi dell'iconoclastia consigliavano mitezza riguardo all'Imperatrice iconofila ed al suo protetto. Infatti il nuovo patriarca si acquistò meriti soprattutto nel II Concilio di Nicea (ecumenico VII) che definì ortodosso il culto delle sacre immagini. Anche i suoi decreti contro la simonia furono salutari. Soltanto nella questione del matrimonio dell'imperatore Costantino VI con Teodota, cugina di s. Teodoro di Studio, si mostrò all'inizio poco energico cosicché gli siuditi e gli altri salanti ne furono malcontenti. Ma dopo che il patriarca depose il sacerdote Giuseppe, che aveva benedetto le nozze sacrileghe dell'Imperatore, acquistò anche la lode dei suoi avversari.
T. diede un eccellente esempio di carità cristiana con la fondazione di un ospedale e di case per i poveri. La Chiesa bizantina e la Romana venerano T. come santo; festa il 18 febbr.
Bisc.: V. Grunell, Les regestes des actes du patriarcal de Constantinople, I, it, Costantinopoli 1926, pp. 12-22, nn. 350373; R. Janin, s. v. in DThC, XV, 1, pp. 54-57; Martyr. Romanum, p. 77. Giorgio Hofmann
TARAZONA, diocesi di. - Città e diocesi in provincia di Saragozza e Navarra nella Spagna.
Ha una superficie di 4713 kmq . con una popolazione di 158.967 ab., tutti cattolici, distribuiti in 140 parrocchie, servite da 263 sacerdoti diocesani e 62 regolari; ha due seminari, quello conciliare di S. Gaudioso e il minore; 9 comunità religiose maschili e 48 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 416). Dal 17 luglio 1889 l'Ordinario ha l'amministrazione perpetua di Tudela che dal 1851 era stata unita a Pamplona.
Turiaso è ricordata da Plinio come la principale città dei Celtiberi. Non si hanno notizie sicure sulle origini del cristianesimo in T. Idazio nella sua cronaca ricorda il vescovo Leo nel 449; nel 560 T. ebbe per vescovo Gaudioso del monastero Asanense, poi si ricordano Didimo, Stefano che fu al terzo Concilio di Toledo, Floridio che intervenne a quello di Gundemar nel 611, Elpisio che fu al quarto e al quinto Concilio di Toledo, poi Neposiano che fu l'ultimo vescovo del periodo visigoto. Quando Alfonso I "el Batallador" riconquistò T. nel 1119 Michele Cornel ricostitul la sede vescovile; a lui successero Juan Frontin, Garcia Frontin e Garcia II Frontin consigliere di Giacomo il Conquistatore; più tardi Miguel Jiménez de Urrea (1309-16); e in questo tempo T. e la sua Cattedrale soffrirono per la guerra tra Pedro IV il Cerimonioso e Pietro il Crudele di Castiglia. In epoca più recente mons. G. Castellon y Salas (1815-35) e mons. J. Goma y Tomas poi card. di Toledo (m. nel 1940). Fino al 1318 T. fu suffraganea di Tarragona; da detto anno passò sotto la metropolitana di Saragozza.
La Cattedrale fu iniziata nel sec. xili e ultimata nel sec. xvi e perciò offre diversi stili; il portale nord è del Rinascimento, l'interno è ispirato alla Sede di Saragozza; nel deambulatorio sono le tombe in alabastro del vescovo P. Calvillo e di suo fratello cardinale. La cappella in onore dei ss. Pietro e Paolo è a cupola ( 1532 ). Il chiostro annesso è del sec. xv, ma le sue forme gotiche furono deturpate nel sec. xviII. Presso la Cattedrale, nell'antico Palazzo dei re di Aragona è l'episcopio (secc. xiv-xv). L'antica Cattedrale fu nella chiesa della Maddalena. Patrono della diocesi è s. Prudenzio (2 apr.).
Tra le altre chiese si ricordano quelle di S. Francesco del sec. xili, di S. Michele del sec. xvi con avanzi romanici, della Mercede del sec. xviI. Notevole è la "romeria" di Moncsyo dove ogni anno il 2 luglio si svolge
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la tipica processione popolare. A 13 km . a sud di T. si trova il monastero di Veruela fondato da Pietro d'Arles nel 1146, con edifici dei secc. xil-xv per i Cistercensi; il chiostro incompiuto è del sec. xiv. Gli edifici appartengono ora alla provincia di Castiglia orientale della Compagnia di Gesù (V. Lamparca, El monastero de Veruela, in Bol. de la r. Acad. de la hist., 73 [1918], pp. 509-14 R. Del Arco, El Monasterio de S. Maria de Veruela [Saragozza 1923]; Cottineau, II, coll. 3349-50). A 40 km . da T. si trova Agreda con notevoli chiese. Quella di N. S. de la Peña è romanica, con due navate uguali; la chiesa di S. Michele è della fine del sec. xv con campanile romanico; quella di N. S. de las Milagros è del sec. xvi e contiene una statua policroma della b. Vergine del sec. xiv; la chiesa di S. Giovanni è del sec. xv; quella di N. S. de Magaña è a tre navate con vòlte a ogiva. Nel territorio della diocesi, e cioè a Cascante, nacque la b. Vincenza Maria Lopez y Vicuña (v.) fondatrice delle Figlie di Maria Immacolata, beatificata dal papa Pio XII il 13 febbr. 1930 (AAS, 42 [1950], pp. 207-208, 237-42, 264-66).
Bibl.: R. Ruis Amado, s. v. in Cath. Enc., XIV, pp. 452-53; P. Fr. Kehr, Papstsriunden in Spanien, II, Berlino 1928, p. 192 sgg.; Eubol. I, pp. 486-87; II, p. 251; III, p. 314; IV, p. 338; V. p. 381; J. M. Sanz Artibucilla, Hist. de la Fidelisima y Vencedora Ciudad de T., 2 voll., Madrid 1929-30. Enrico Josi
TARBES e LOURDES diocesi di. - Città e diocesi sede del dipartimento Hautes Pyrénées (Francia sud-occidentale), situata sulla riva sinistra dell'Adour. E unita con Lourdes dal 1912. Il vescovo risiede a T. da apr. a nov.
Ha una superficie di 4534 kmq . con una popolazione di 201.954 ab., dei quali 181.759 cattolici, distribuiti in 488 parrocchie, riunite sotto le tre arcipreture di T., L. e Lannemezan; conta 337 sacerdoti diocesani e 28 regolari; grande e piccolo seminario, 8 comunità religiose maschili e 92 femminili (Ann. Pont. 1933, p. 417).
Il nome attuale deriva dalla città romana Turna situata però a 17 km . di distanza. Fece parte della contea di Bigorre. Tarbe appartenne alla provincia ecclesiastica di Eause (Auch) corrispondente in origine alla provincia civile di Novempopulonia; anche oggi è suffraganea di Auch. Il cristianesimo nella diocesi è attestato dal suo vescovo Aper, il quale fu al Concilio di Agde nel 506 e si firmò "episcopus Bigorritanae civitatis", come Giuliano firmò al Concilio di Orléans del 541 e Amelio a quello di Mâcon nel 585 ; Garstonus è citato nella lettera di Giovanni VIII in data 13 giugno 879 sempre "episcopus Bigarrensis". Più tardi si ricordano i cardd. P. De Fois (1462-64), G. De Grammont (1524-34). La diocesi fu soppressa nel 1801 e unita a quella di Bayonne

TaraZona, diocesi di - Esterno della cattedrale di Tarazona (secc. xili-xvi).

Tarazona, diocesi di - La Discesa dello Spirito Santo. Particolare del Retablo della Vergine della Speranza (sec. xv) - Tudela, Cattedrale.
e d'Aire. Fu ricostituita dal papa Pio VII nel 1817 con il territorio attuale e quale suffraganea di Auch. Con decreto della S. Congr. Concistoriale del 20 apr. 1912 il b. Pio X stabilì che honoris causa il vescovo di T. assumesse anche il titolo di vescovo di L. (AAS, 4 [1912], p. 338); il papa Benedetto XV con bolla in data 8 dic. 1917 concesse il privilegio del sacro pallio al vescovo di T. e L. e ai suoi successori, soltanto nelle funzioni ecclesiastiche nella basilica di L. (AAS, 10 [1918], pp. 5354). Patrona della diocesi è Notre Dame sotto il titolo della Natività.
La Cattedrale, detta pure Sede, è un edificio in origine romanico che ha subito varie modificazioni; romanica è tuttora la nave centrale, con vòlte ogivali e ampio transetto; l'abside centrale è circondata da due absidi minori; l'altar maggiore con 6 colonne di rosso venato dei Pirenei è del sec. xviri, della stessa età sono gli stalli corali e le decorazioni lignee della navata. Il fonte battesimale è del sec. xili. Altre chiese sono quelle di S. Teresa o dei Carmelitani costruita nel 1282, con campanile gotico, riattata nel sec. xv, e di S. Giovanni del sec. xviri. Nel giardino Massey si trova il Museo di T., fondato nel 1853; contiene collezioni archeologiche, di storia naturale, sculture e pitture; inoltre vi ha sede l' Ecole des arts", fondata nel 1947, sede della Società "Les Amis des arts". Nello stesso giardino è stato trasferito il chiostro della fine del sec. xiv dell'antica abbazia cistercense St-Sever de Rustan (Cottineau, II, col. 2889).
Nel circondario di Argelès è l'antica abbazia di St- Savin de Bigorre o di Lave. dem, la cui fondazione si attribuisce a Carlomagno, demolita dai Saraceni, rifatta per i Benedettini da Luigi il Buono; devastata
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dai Normanni nel 945 , fu ripristinata da Raimondo conte di Bigorre; fu alle dipendenze di S. Vittore di Marsiglia nel ro8o; passò alla Congregazione Maurina nel 1625 ; la chiesa e l'abbazia sono state recentemente restaurate (Cottineau, II, coll. 2882-83). Inoltre nello stesso circondario l'antica abbazia pure benedettina di St-Pé-de-Génzrès del sec. XI; la sua chiesa dedicata ai ss. Pietro e Paolo fu consacrata nel ro96; l'abbazia passo alla Congregazione Maurina nel 1666 e fu soppressa dalla Rivoluzione (L. Ricaud, L'abbaye de St-Pé, Mort et Résurrection, Bagnères-de-Bigorre 1912; Cottineau, II, coll. 2841-42). - Vedi tav. CXXV.
BibL.: L. Duchesne, Fastes épisc. de l'ancien. Gaule, II, $2^{\text {a }}$ ed., Parigi 1910, p. 101; Eubel, I. p. 474 ; II, p. 246 ; III, p. 309 ; IV, p. 326 ; V, p. 368 ; Cottineau, II, col. 3121 ; Guide de la France chrét. et missionn., 1948-49, Parigi 1949, pp. 390, 765-68.
Enrico Iosi
TARDITI, Ildefonso. - Scolopio, n. a Mondovì il 14 dic. 1704, m. a Roma il 30 dic. 1790.
Dedito per molti anni all'insegnamento, ebbe illustri allievi, quali i cardd. Malvezzi, Livizzano e Antonelli. Papa Benedetto XIV, cui fu carissimo, lo prescelse tra tutti i letterati di Roma per la traduzione latina delle sue Istituzioni ecclesiastiche e volle che il nome di T. figurasse accanto al suo nel frontespizio. Lo stesso Papa nominò il T. rettore del Collegio de Propaganda Fide, carica da lui tenuta con generale plauso per ben 33 anni. La biografia che egli scrisse del concittadino card. Bona fu premessa al volume delle Epistolae selectae (Torino 1754).
BibL.: T. Viñas, Index scriptorum Ordinis Scholarum Piarum, I, Roma 1909, p. 218.
Leodegario Picanyol
TARÉEV, Michail Michailoviċ. - Teologo e filosofo russo (1867-1934).
Dottore in teologia e professore di teologia morale nell'Accademia ecclesiastica di Mosca fu, secondo il Florovskij, il rappresentante estremista del moralismo nella teologia russa e, secondo il Glubokovskji, di mentalità soggettivistica, individualistica, anarchica. T. volle cambiare la teologia in "filosofia cristiana", in un "sistema di pensiero cristiano». Accanto alla dogmatica oggettiva, spogliata però dall'eredità scolastica, e cambiata in vera scienza, cioè in dottrina storica sui dogmi, egli riconosce come la più alta disciplina la dottrina morale sul cristianesimo, essa stessa soggettiva.
Già nel suo primo libro: Le tentazioni del Dio-uomo come unica attività redentiva di tutta la vita terrestre di Cristo, in connessione con la storia delle religioni precristiane e della Chiesa cristiana, Mosca 1892, egli delineò il suo sistema. Per l'idea maestra di questo libro si è ispirato a Dostoevskij (leggenda sul grande inquisitore). Opponendo decisamente la vita naturale e storica a quella spirituale, distingue fra tentazione morale (la forza della triplice concupiscenza) e religiosa (provocata dal contrasto per cui l'uomo, immagine di Dio, è sottoposto alle condizioni ristrette di questa vita). Cristo, per redimere l'uomo, ha racchiuso la sua vita divina nelle condizioni e leggi della vita umana, cioè si è umiliato (kenosis) e con questo ha vinto la tentazione religiosa. L'opera principale del T. sono i 4 voll. dei Fondamenti del cristianesimo (I, Cristo; II, Il Vangelo; III, Contemplazione cristiana del mondo; IV, La libertà cristiana, Serghiev Posad 1908). Segue un volume completivo con il titolo La vita religiosa, Serghiev Posad 1910-11. Il sistema del T. trovò da parte dei teologi aspre critiche; tra l'altro egli dovette difendersi contro l'accusa di insegnare, con troppa direndenza da Mere(kovskij e Bozanov, la "libertà della carne", false dottrine sul potere della Chiesa, ecc. La sua difesa contro queste accuse è raccolta nel libro La filosofia della vita, Serghiev Posad 1916, e in una serie di articoli sulla rivista Nunzio teologico (ivi, a [1917], pp. 108-16, 254-68, 385-410; cf. pure il ricorso del protopresbitero I. L. Janyḳev al S. Sinodo, ibid., pp. 410-17). T. nel suo ultimo libro La filosofia cristiana (1917) nega il principio della tradizione patristica, da lui chiamata "gnosticismo ed ascetismo, i maledetti nemici del genio russo", e riconosce, come unico principio in teologia, la parola di Dio.
T. ha cercato di dare un'organica, approfondita, originale vista d'insieme dell'opera di Cristo. Anche come scrittore egli appartiene ai teologi russi recenti più degni di nota.
BibL.: N. N. Glubokovskij, La scienza teologica russa nel suo sviluppo storico e stato più recente (in russo), Varsavia 1928, v. indice p. 112; G. Florovskij, Le vie della teologia russa (in russo), [Parigi 1937, pp. 439-44, 269-66; N. Gorodensky, The Humiliated Christ in Modern Russian Thought, Londra 1938, pp. 139-96; B. Schultze, La nuova soteriologia russa, II, in Orient. Christ. Periodica, 11 (1942), pp. 189-93, 203-204; V. V. Zenkovskii, Storia della filosofia russa (in russo), II, Parigi 1950, pp. 118-26.
Bernardo Schultze
TARGHELIE. - Festa celebrata ad Atene ed in alcune città ioniche in onore di Apollo il 6 e 7 del mese Thargelion ( $=$ maggio-giugno). Il 6 aveva luogo una purificazione ( $\kappa \alpha \theta \alpha \rho \mu \dot{\alpha} \varsigma$ ) ed un sacrificio a Demetra Chloe; mentre il 7 , giorno vero e proprio delle T., una processione ed una gara.
La cerimonia purificatoria consisteva, secondo un costume diffuso presso numerose popolazioni, nell'espulsione dalla città di due uomini ( 0 , secondo altri, un uomo e una donna), detti $\varphi \alpha \rho \mu \alpha \varkappa o i$, i quali avevano il compito di liberare il paese da ogni colpa ed impurità in qualità di emissari. I due portavano un collare di fichi, l'uno neri, rappresentante degli uomini, l'altro bianchi, simboleggiante le donne; essi, scelti tra la gente più misera (ma non tra i criminali), per alcuni accenni vaghi delle fonti (Helladios presso Fozio, Bibliotheca, 279; Istros presso Harpokration, s. v. $\varphi \alpha \rho \mu \alpha \varkappa \alpha$ ) e a simiglianza di altre città (come, ad es., nella ionica Abdera, dove un uomo veniva lapidato "pro peccatis civium" dopo essere stato tenuto in isolamento "ut sic omnium peccata solus haberet"), sembra che originariamente fossero non solo espulsi dalla città, ma anche messi a morte. Tuttavia per l'età classica è certo che il rito non era più cruento (cf. Lisia, In Andoc., 6, 53; Platone, Minos, 5, ecc.).
Secondo Ipponatte di Efeso (cf. 5,90, Bergk) i due $\varphi \alpha \rho \mu \alpha \varkappa o i$ erano colpiti, nel correre tra la folla, con rami di fico e di altri frutti, mentre si cantava un "canto del fico" (Esichio). Ad Efeso (Ipponatte, frg. 7 Bergk) ed a Marsiglia (Servio, Ad Aeneid., III, 57) i $\varphi \alpha \rho \mu \alpha \varkappa 0$ erano nutriti e trattati con munificenza a spese della città. Nella stessa giornata purificatoria del 6, nel santuario di Ge e di Demetra Chloe si sacrificava a quest'ultima dea un montone e forse anche una pecora, oltre ad un porco alle Moire. Nella processione del giorno seguente, attraverso la città erano condotte le primizie dei frutti della terra giunti a maturità, chiamate appunto $\theta \alpha \rho \gamma \varepsilon \lambda i a$ (cf. Etym. M. s. v.) e rinchiuse in un vaso anch'esso detto $\theta \dot{\alpha} \rho \gamma \eta \lambda 0 \varsigma$ (Esichio).
Il carattere agreste delle T. è inoltre assai bene chiarito da uno scolio di Aristofane (Cavallieri, 730) secondo cui anche in occasione delle T. (come già nelle Pianepsie, nelle Panatenee [v.], ecc.) si conduceva in processione l'elpestúvı, cioè un ramo di lauro (o d'olivo) ornato di bende di lana, al quale si appendevano le primizie dei frutti. Infine, presso il tempio di Apollo Pitio, sotto la direzione del primo arconte e con il concorso di grandi cori di uomini e fanciulli, si celebrava l'agone.
Le T., dunque, feste di notevole importanza nel calendario attico, nei due giorni di celebrazioni contenevano due concetti religiosi profondamente diversi : catartico, cioè purificatorio il primo (cacciata dei $\varphi \alpha \rho \mu \alpha \varkappa o i$ ); stimolazione delle forze benefiche della natura il secondo (sacrificio a Demetra Chloe, processione delle primizie, elpestúvı). Ma il concetto catartico ad un certo momento si dovette amalgamare con quello della fertilità, come dimostra il fatto che i $\varphi \alpha \rho \mu \alpha \varkappa o i$ all'atto della loro espulsione, come si è visto, erano battutti con rami di fico e d'altri frutti.
BibL.: E. Cahen, s. v. in Ch. Daremberg - E. Saglio, Dictionn. des antiques, V, p. 176 sgg.; U. Pestalozza, Le t. ateniesi, in Studi e materiali di stor. delle relig., 7 (1930), pp. 232-72 e 8 (1931), pp. 99-93; L. Deubner, Attische Feste, Berlino 1932, pp. 179-98.
Cesare D'Onofrio
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(da M. e V. Viale, Arazi e tappeti antichi, Torino 1952, tav. 120)

(fot. Alinari)

(da B. Neugebauer - Y. Grendi,
Handbuch der Orientalischen Teppichkunde, Lipsia 1922, tav. 2)

(fot. Alinari)
In alto a sinistra: TAPPETO a medaglione centrale con scene di caccia tra viluppi di steli con foglie e fiori proveniente dalla Persia nord-occidentale (1522) - Milano, Museo Poldi-Pezzoli. In alto a destra: TAPPETO DI PREGHIERA (sec. xvir) - Smirne. In basso a sinistra: TAPPETO in seta e argento, del tipo cosiddetto dello Scià Abbas I (fine del sec. xvi) - Venezia, basilica di S. Marco. In basso a destra: TAPPETO a decorazione vegetale, del tipo detto di Herat (sec. xvir). Particolare - Firenze, Museo civico.
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In alto a sinistra: CASTELLO ANGIOINO costruito da Ferdinando d'Aragona nel 1480 su precedenti fortificazioni. In alto a destra: FACCIATA DELLA CHIESA DI S. PIETRO IMPERIALI (o S. Domenico Maggiore) del sec. xiv, con rimaneggiamenti. In basso a sinistra: INTERNO DEL DUOMO (sec. xi con modificazioni dei secc. xVI-xVII). In basso a destra: BRACCIO TRAVERSO DELLA CRIPTA dopo il restauro (sec. viII) - Taranto, Cattedrale.
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TARGÜM. - Parafrasi aramaica del Vecchio Testamento. Il termine è un participio dalla radice aramaica tirghēm (o meglio rāgham) "interpretare, tradurre" (cf. Esd. 4, 7), da cui proviene l'italiano "dragomanno". Dopo l'esilio babilonese si perdette l'uso della lingua ebraica e nelle sinagoghe si sentii il bisogno di spiegare i testi delle letture bibliche al popolo, che intendeva ormai solo l'aramaico.
Secondo alcuni, il primo indizio di una tale consuetudine si troverebbe già al tempo di Esdra: méghōrāt (Neh. 8, 8) significherebbe "tradurre", mentre altri con maggior fondamento l'intendono nel senso di "distintamente, a brani o per sezioni». Da principio la traduzione era orale, e avveniva dopo uno o tre versetti. Dal Talmud palestinese (Mēghilläh, 4, 1; ed. M. Schwab, VI, p. 245) risulta che era proibito stendere in scritto una traduzione nella nuova lingua. La prima redazione, perciò, non sembra anteriore al sec. i d. C.
Secondo la divisione della Bibbia ebraica si parla di T. o, meglio, al plurale, di Targūmin del Pentateuco, dei Profeti e degli Agiografi. Si hanno ben quattro Targūmin per il Pentateuco. Uno, il più autorevole, è di origine babilonese, mentre gli altri provengono dalla Palestina, e perciò sono detti gerosolimitani o palestinesi.
Il primo è il celebre T. 'Onkēlōs, ascritto generalmente al sec. I od al principio del sec. in d. C. Esso si distingue per la fedeltà al testo ebraico, che è in sostanza il testo masoretico; ma non rifugge da parafrasi in brani più difficili o da interpretazioni che accentuano il carattere messianico di alcuni testi. Il nome 'Onkēlōs si identifica di solito con il greco 'Axiōsas e con il latino Aquila. E possibile, perciò, che esso si debba alla tradizione rabbinica, che amò attribuire l'opera al traduttore della Bibbia in greco (v. aquila). Ma tale opinione ha scarsa verosimiglianza. Afferma che 'Onkēlōs era contemporaneo di Rabbī Gamaliel il Vecchio e che avrebbe composto la sua opera seguendo gli insegnamenti di Rabbī 'Elī'ezer e di Rabbī Ciosuè (cf. Mēghilläh 32; ed. L. Goldschmidt, III, p. 536). Ma il primo menzionato visse nel sec. i d. C., mentre gli altri due sono del sec. II. Quindi l'attribuzione ha il solo valore di segnalare come caratteristica della versione una maggiore fedeltà, che contraddistingue anche l'opera di Aquila fra le varie traduzioni greche. Il T. 'Onkēlōs ebbe una grande diffusione; esso fu perfino arricchito di una masora (v.) propria, a somiglianza di quanto si era fatto per la Bibbia.
Il T. palestinese è rappresentato da un T. jēriùlaimi I, detto spesso falsamente T. Jónāthān, il quale nella forma attuale non sembra anteriore al sec. vir, da un T. jēriūlaimi II oppure «dei frammenti» (T. fragmentorum) e da un T. jēriūlaimi III. Pù́ che di opere diverse si tratta di varie recensioni di una medesima traduzione, caratterizzata dalla sua grande libertà e da non pochi elementi assurdi e superstiziosi. Per questo la sua autorità è molto inferiore a quella del T. 'Onkēlōs.
Per i Profeti, intesi secondo la divisione del canone ebraico, ossia per Giosuē, Giudici, Samuele e Re, oltre che per i libri strettamente profetici secondo i cristiani, si ha il T. Jónāthān. In esso si nota quasi la medesima fedeltà dell'opera di 'Onkēlōs, cui si avvicina molto per la lingua; ma nelle profezie messianiche è evidente la preoccupazione anticristiana. La traduzione risale al sec. i-II d. C.; ma subì vari ritocchi più tardi (nel sec. iv-v). Sull'autore, Jónāthān ben 'Uzzī'ēl, non si sa nulla. Secondo la tradizione rabbinica sarebbe stato dissepolo di Hillēl (v.).
La terza sezione della Bibbia, ossia gli Agiografi, ricevette solo più tardi (secc. vi-ix) una parafrasi aramaica, il cui valore varia nei diversi libri. Per la loro aderenza alla lettera si distinguono i Targūmin a Giobbe, Salmi e Proverbi. In quest'ultimo si nota anche la dipendenza dalla versione siriaca Pēēittā. Il T. ai cinque "volumi» o mēghillōth, ossia Ruth, Cantico dei cantici, Ecclesiaste, Lamentazioni, Esther, è quanto mai li-
bero, Esso è piuttosto un midhrāš (v.). I tre libri Daniele-Esdra-Neemia, che contengono parti in aramaico, non ebbero mai una parafrasi in detta lingua.
Lo studio del T. permette di conoscere la lingua aramaica del tempo, simile a quella parlata da Gesù. Il suo contributo alla critica testuale è piuttosto modesto, trattandosi per lo più di parafrasi. Dal lato esegetico la sua importanza riguarda la storia dell'esegesi, in quanto manifesta talvolta il pensiero dei rabbini di allora.
Bibl.: edizioni: il T. 'Onkēlōs fu stampato la prima volta in Bologna nel 1482; si ha anche nella Bibbia di Romberg (15161517), di Vienna (1704) e nelle poliglotte; cf. A. Berliner, T. Onkelos, 2 voll., Berlino 1884. T. Jónāthān : si trova nella Bibbia di Romberg e nella poliglotta di Londra; cf. P. De Lagarde, Prophetae chaldaice, Lipsia 1872; I. Bassfreund, Das Fragmententargum zum Pentateuch, Breslavia 1896; M. Ginsburger, Das Fragmententargum, Berlino 1899; P. Kahle, Das palästinische Pentatauch-T., in Masoreten des Westen, II, Stoccarda 1930, pp. 1-62. Per i Targūmin sugli Agiografi: P. De Lagarde, Hagiographa chaldaice, Lipsia 1873; A. Levy, Das T. zu Koheleth, Breslavia 1905; R. H. Melamed, The T. to Canticles according to six Yemen MSS compared with the "textus receptus", Filadelfia 1921. Studi: E. Mangenot, Targums, in DB. V. coll. 1595-2008; E. Schurer, Gesch. des jüd. Volkes im Zeitalter 7. C., I, 4* ed., Lipsia 1901, pp. 147-56; S. Biahdóocki, Bibel (aramäische Targumin), in Enc. Jud., IV, coll. 570-81; P. Churgin, T. Ionatham, Nuova York 1927; A. E. Silverstone, Aquila and Onkelos, Manchester 1931.
TARIJA, diOcesi di. - Città e diocesi della Bolivia (America meridionale).
Ha una superficie di $24.786 \mathrm{kmq}$. e una popolazione di 96.000 ab., dei quali 95.000 cattolici; conta 10 parrocchie servite da 6 sacerdoti diocesani e 12 regolari; ha 5 comunità religiose maschili e 2 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 417). Con la cost. apost. Praedecessoribus Nostris dell'11 nov. 1924 il papa Pio XI la eresse in diocesi quale suffraganea dell'arcidiocesi di Sucre.
Bibl.: AAS, 17 (1925), pp. 501-503. Enrico Josi
TARIN, Francisco de Paula. - Missionario gesuita, n. il 12 ott. 1849 a Godelletta (Valencia), m. a Siviglia il 12 dic. 1910.
Entrato nella Compagnia di Gesù (1873) e destinato ai ministeri apostolici a Porto, quindi a Murcia, nel 1888 si diede alle missioni popolari specialmente nell'Andalusia, consumandosi a pro delle anime, con una intensa vita di lavoro, come confessore e predicatore ed organizzando congregazioni mariane ed altre pie opere. Sempre ebbe una cura particolare dei poveri e dei fanciulli, per i quali eresse l'associazione di S. Cassiano.
Povero tra i poveri, mite, umile, pieno di carità, si prodigò fino all'inverosimile, visitando carceri ed ospedali, entrando nelle case e nelle fabbriche, in cerca delle anime, dappertutto spandendo l'insegnamento evangelico. Gracile di salute e dolorante per una piaga alla gamba, vivere austeramente, sottraendo le ore al sonno, che prendeva vestito e seduto scomodamente sopra una sedia, dandosi invece ad un'intensa vita d'orazione e di carità. La sua fama di santità fu confermata con molti prodigi e la sua causa di beatificazione fu introdotta nel 1928.
Biel.: I. Sebastian, Ultimas dias de un Apostol, Siviglia 1911; A. Risco, El padre F. d. P. T., Madrid 1921; 2* ed. Siviglia 1923; A. De Nardi, Un missionario della Spagna, Brescia 1937.
Arnaldo M. Lanz
TARLATI DI PIETRAMALA, Galeotto. Cardinale, figlio di Magio, n. ad Arezzo, m. a Vienne nel Delfinato nel 1396.
Appartenne a famiglia ghibellina che signoreggiò in Arezzo nei secc. xI-xv, ed egli stesso partecipò attivamente alla tumultuosa vita della sua città. Entrato giovane nella carriera ecclesiastica, Urbano VI il 18 sett. 1378 lo fece cardinale Giacomo del titolo di S. Agata. Nel 1386 il T. e il card. Pileo di Prata si ribellarono al Papa, che aveva mandato a morte a Genova cinque cardinali, e si rifugiarono prima a Pavia, da dove scrissero ai Bolognesi una violenza lettera contro Urbano (8 ag. 1386; pubblicata in Historisches Jahrbuch, 16 [1893], pp. 827-31), poi ad Avignone presso l'antipapa Clemente VII, che li rico-
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nobbe nella loro dignità cardinalizia. Il T. ebbe il titolo di S. Giorgio al Velabro e molti benefici. In Avignone partecipò all'elezione dell'antipapa Benedetto XIII in favore del quale inviò una lettera ai Romani (1394; in E. Martène - U. Durand, op. cit. in bibl., I, coll. 1343-45), e partecipò ad una commissione per por fine allo scisma. Fu uomo di virtù e di lettere e molto considerato ai suoi tempi.
BibL.: L. Cardella, Mem. stor. de' cardinali, II, Roma 1793, pp. 282-86; N. Valois, La France et le grand schisme, II, Parigi 1896 e III, ivi 1901, v. indice; St. Baluze, Vitae paparum Aze. nionemium, ed. G. Mollat, I, ivi 1916, v. indice, e II, ivi 1928, pp. 876-78; U. Pasqui, Docum. per la st. d. città di Arezzo nel mediovio, III, Firenze 1937, v. indice e appendice. Per le lettere v. E. Martène - U. Durand, Veterum script. amplissima collectio, I, Parigi 1724, coll. 1343-46 e VII, ivi 1733, col. 343; F. Novati, Due lettere del card. di Pietramala a Gian Galeazzo Visconti (1390-91), in Arch. st. lombardo, $5^{\circ}$ serie, 43 (1916), pp. 182-91. Renata Orazi Ausenda
TARNOVIA, diocesi di. - Città e diocesi nella Polonia. Ha una superficie di 9025 kmq . con una popolazione di 982.000 ab , dei quali 979.800 cattolici, distribuiti in 342 parrocchie, servite da 621 sacerdoti diocesani e 70 regolari; ha 15 comunità religiose maschili e 142 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 417).
La diocesi fu creata dal papa Pio VI il 28 nov. 1785 per smembramento di Cracovia e primo vescovo fu mons. F. A. Janowski abate benedettino, m. nel 1801; per la spartizione della Polonia la diocesi venne poi soppressa da Pio VII con bolla del 13 giugno 1805 , ma ripristinata dallo stesso Pontefice con la bolla De salute animarum del 29 sett. 1821 e ne fu detto vescovo mons. T. G. Ziegler, monaco benedettino a Wiblingen. Fu confermata dal papa Pio XI con la cost. apost. Vixdum Poloniae unitas, del 28 ott. 1925 (AAS, 17 (1926), pp. 521-22). La diocesi è suffraganea di Cracovia. La Cattedrale, dedicata alla Natività della b. Vergine, risale al sec. xiv e fu collegiata dal 1400 al 1785 ; venne rinnovata tra il 1889 1900 e contiene preziose opere d'arte. Notevoli sono pure le chiese di S. Martino e quella della S.ma Trinità.
BibL.: A. Theiner, Vetera monumenta Poloniae et Lithuaniae, I, Roma 1860, pp. 244-45, 290; J. Dugosz, Opera monia, II, Cracovia 1867, p. 44; IV, pp. 309-102. Adam Macielitski
TAROLLI, Domenico. - Missionario in Birmania, n. a Castello di Condino (Trento) il 18 ott. 1797, m. il 15 dic. nel 1882 in Birmania.
Sacerdote nel 1822, parroco al suo paese fino al 1830, partì quell'anno per Roma e poi per la Birmania pro. digandosi in un apostolato universalmente ammirato. Bene accetto all'Imperatore e poi alle autorità coloniali inglesi per il suo disinteresse, il suo spirito di sacrificio e la sua abilità, fu il primo e il principale apostolo delle diverse tribù cariane della Birmania meridionale fino al Tenasserrim. Ancor vivente ebbe fama di santità e di taumaturgo. Lasciò scritto, in birmano, un Dialogo sulla vera religione, che è un rifacimento di un lavoro di mons. Percoto, barnabita; un Breve esercizio della Via Crucis, ancora in birmano, e alcuni lavori sulle lingue cariane.
BibL.: [Don. Pozzi], Mem. di S. D. T., Rovereto 1884; Missionari trentini, Trento 1948, p. 34; Streit, VIII (1934), pp. 62, 270, 401. Giovanni Battista Tragella
TAROZZI, Vincenzo. - Umanista e scrittore ascetico, n. a Castelfranco Bolognese l'11 giugno 1849, m. in Roma il 17 dic. 1918.
Entrato il 17 ott. 1861 nel Seminario di Bologna, vi conseguì la laurea in teologia e vi fu ordinato sacerdote nel 1871; abilitato a Padova (1876) all'insegnamento letterario, fu professore di varie discipline e vicerettore nel Seminario di Bologna; nel 1882 rettore del Seminario minore dei SS. Apostoli; nel 1885 professore a Roma nell'Istituto di Letteratura superiore all'Apollinare e per tre anni anche direttore spirituale nel Pont. Seminario Pio; nel 1892 segretario di Leone XIII per le Lettere latine. Ebbe cosi parte nella redazione delle encicll. Providentissimus Deus (v.), Christi Domini per la restaurazione della gerarchia copta, Amantissimae voluntatis sul ritorno degli Inglesi alla Chiesa cattolica, Apostolicae curae sulle Ordi-
nazioni anglicane, Divinum illud (v.), di quelle sul Rosario mariano e quella sull'Eucaristia, Mirae caritatis. Dal 1903 attese alla formazione spirituale del giovane clero nel Collegio Apostolico Leoniano e, chiuso questo (1913), nel Seminario minore vaticano.
Fu uno dei maggiori latinisti della seconda metà dell'Ottocento; anche in italiano è scrittore purissimo. Scrisse: De Archiepiscopis Ecclesiae Bumniensis Commentarii, dal 1582 al 1877, in continuazione dell'opera di Carlo Sigonio (Bologna 1885); e molti opuscoli ascetici (ripubblicati dal card. E. Ruffini, 1939) tra cui : Inducivio per la pace interiore, "Psullite sapienter", sul dovere dell'Ufficio divino; Avvisi pratici per la fruttuosa predicazione; Documenta vitae spiritualis, per i chierici, soprattutto secondo gli esempi di s. Giov. Berchmans (vers. it. Modena 1911; $2^{\circ}$ ed. Torino 1930).
Nel campo della poesia compose una raccolta in onore di Leone XIII (con vers. di L. Carloni) offerta dal clero forlivese al Pontefice nel suo giubileo episcopale (Forlì 1893). La sua ampia corrispondenza non è stata ancora riunita. Tutto il suo insegnamento ascetico è delicato e semplice, chiaro e persuasivo, frutto di esperienza personale e ispirato alla dottrina della Chiesa.
BibL.: G. Belvederi, Un segretario di papa Leone XIII: mons. V. T., Bologna 1919; E. Ruffini, Scritti ascetici di mons. V. T., Roma 1939; G. De Luca, Mons. V. T., in Nuovi. Autol., 74 (1939, vi, pp. 323-34; G. Casamichela, V. T. a secr. litt. lat. Leonis XIII commentariolum, Città del Vaticano 1940. Igino Caschetti
TARPHÓN, habbî. - Tannaita della terza generazione, ricordato anche da s. Girolamo (In Is., 8, 11 sgg. : PL 24, 122), che lo chiama Telphon (ed. Vallarsi). Era di stirpe sacerdotale e, secondo la tradizione rabbinica, avrebbe visto anche il Tempio distrutto nel 70 d. C. L'identificazione con Trifone, contro cui s. Giustino scrisse il suo Dialogo, è problematica.
T. apparteneva alla scuola di Sammaj, ma con tendenza accentuata per un'interpretazione benigna dei testi legislativi. E molto lodato per il suo affetto verso i genitori. T. è citato 49 volte nella Miṡnāh e spesso anche in altri scritti. In Pirqê 'Abhāth (II, 20 sgg.; ed. Goldschmidt, VII, p. 1157) si riportano belle sue massime sulla necessità dello studio della Legge. Nella discussione fra la pratica e la teoria, T. si espresse per la prima.

(fti. EviS)
Targuinia e Civitavecchia, diocesi di - Veduta aerea della necropoli etrusca - Tarquinia.
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Bibl.: S. Ochsot, Tarfon, in 3 roo. Enc., XII, pp. 56-57: H. Strack, Einleitung in Talmud und Midrasch, s* ed., Monaco 1921, pp. 122-26. Angelo Penna
TARQUINI, CAMILlo. - Gesuita, cardinale, canonista e archeologo, n. a Marta (diocesi di Montefiascone) il 27 sett. 18 ro, m. a Roma il 15 febbr. 1874.
Fu professore per ca. 20 anni di diritto canonico al Collegio romano; consultore del S. Uffizio, di Propaganda, degli Affari ecclesiastici straordinari, dei Vescovi e Regolari, teologo della S. Penitenzieria. Il 22 dic. 1873 Pio IX lo creò cardinale. Si fece notare fin dal principio con una dissertazione: Del regio placet (Roma 1853); ma il suo merito principale sta nelle Ioris publici ecclesiastici institutiones (Roma 1862; $14^{2}$ ed., ivi 1892 ), celebrato per la chiarezza, l'ordine e la solidità della dottrina. Anche i suoi * voti * preparati per le congregazioni, di cui faceva parte, costituiscono compiuti trattati di diritto pubblico ecclesiastico, pieni di utili risoluzioni in materie legali morali e disciplinari. Si occupò anche dell'etrusco, di cui compose una grammatica e un dizionario ritratti dal testo di più di 200 iscrizioni da lui tradotte e commentate con : Breve commento di antiche iscrizioni appartenenti alla città di Fermo (Roma 1847); Dichiarazione dell'epigrafe del lampadario di Cortona (Roma 1862) e molti articoli sulla Civiltà Cattolica, in difesa della sua teoria della derivazione dell'etrusco dall'ebraico.
Bibl.: Sommervogel, VII, 1878-81: [G. Fantoni], Necrologio, in Cio. Catt., $9^{2}$ serie, I (1874, I), pp. 720-34; A. Angelini, C. T. e Societate Jesu elogium, S. Severino Marche 1890.
Celestino Testore
TARQUINIA (già Corneto Tarquinia) e GIVITAVECCHIA, diOcesi di - Diocesi e cittadine, la prima in provincia di Viterbo, la seconda in provincia di Roma. La diocesi ha una superficie di oltre 595 kmq . con una popolazione di 67.649 ab. dei quali 66.949 cattolici, distribuiti in 14 parrocchie, servite da 23 sacerdoti diocesani e 29 regolari, un seminario, 8 comunità religiose maschili e 16 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 395).
I. Tarquinia. - Antica città etrusca in provincia di Viterbo, sopra un colle situato sulla sinistra del fiume Marta. Lottò contro Roma tra il 358-351 a. C. ma inutilmente. Divenne municipio e fu fiorente nel periodo degli Antonini. Lasciò l'antica sede sul colle piano, per trasferirsi, perduto l'antico splendore, su un altro pianoro, assumendo la denominazione di Corneto; divenne poi Comune ed estese il suo territorio verso il Tirreno. Fu invano assediata da Federico II e si difese dietro le sue mura e le sue 25 torri; nel sec. xv passò in signoria ai Vitelleschi, specie sotto il card. Giovanni. Lo splendore di questa famiglia è attestato dal sontuoso Palazzo eretto nel 1436, oggi sede del Museo. I vescovi di T. sono ricordati nei Sinodi romani degli anni 465 , 487, 499; mentre nel Sinodo del 504 appare il vescovo di Gravisca. Nell'anno 852 T. era ridotta a pieve e incorporata nella diocesi di Tuscania. Eugenio IV il 5 dic. 1435 smembrò dalla diocesi di Viterbo e Tuscania il territorio di Corneto, erigendo a cattedrale la chiesa di S. Maria e Margherita, e lo unì a quella di Monte Fiascone. Il papa Pio IX unì Civitavecchia a T. il 23 luglio 1854; è immediatamente soggetta alla S. Sede. Nelle terme romane furono scoperte nel 1829 iscrizioni attestanti che esse furono erette dai Dasumiî Tullii nel sec. II d. C. In Roma nel cimitero di Callisto fu sepolta nel sec. III una Dasumia Quiriace (G. B. De Rossi, Roma sotterranea, II, Roma 1870, p. 185 sgg.); un Dasumio Tullio ebbe il suo monumento sulla Via Appia * ad mil(iarium) prim(um) $\%$. Tra le iscrizioni cristiane rinvenute in T. si ricorda un defunto nell'anno 419. Tra

(fol. Fotosciere - Terina)
Tarquinia e Civitavecchia, diocesi di - Veduta della chiesa di S. Maria in Castello, iniziata nel 1121 - Tarquinia.
le tombe di T. si rinvennero lampade fittili cristiane; nella facciata della chiesa di S. Giovanni è murato un frammento di sarcofago cristiano con orante e scene pastorali.
Della chiesa di S. Maria in Castello fu posta la prima pietra nel 1121; nel 1143 furono adornate le porte e compiuti i lavori, come viene documentato dalla iscrizione musiva dell'architrave della porta; preposti ai lavori a nome del popolo di T. furono il priore Panvinio e il presbitero Giorgio; la città allora si chiamava Corneto. Sulla porta è pure ricordato il marmorario Pietro figlio di Ranucio. Nel 1168, al tempo del priore Orso, sopra l'altare venne eretto il ciborio opera dei due fratelli Ottone e Guittone. La chiesa fu consacrata solennemente nel 1208. Giovanni di Guittone è l'autore dell'ambone del Vangelo (1209). L'interno, che rivela influssi lombardi, è a tre navi sorrette da pilastri e archi con cupola ellittica rovinata dal terremoto del 1819. La chiesa ebbe anche un fonte battesimale, mediante atto di Onorio III del 13 apr. 1221. Nel pavimento furono poste molte epigrafi, una appartenne ad una bambina di nome Cleopatra, un'altra fu posta da un Fl. Maximianus ad una Adia Silvina, ma esse furono portate insieme con molte altre dai marmorari romani dei secc. xit-xiti, mentre G. B. De Rossi ritiene appartenga a T. l'epigrafe di un *Euticius confessor depositus II Kal. septembris in pace $\mathfrak{K}^{*}$ (Bull. arch. crist., $2^{2}$ serie, 3 [1874], tzr. 6).
All'epoca di Albino e di Cencio Camerario fu soggetta al vescovo di Tuscania (Liber cenuum, ed. P. FabreL. Duchesne, I. Parigi 1889, p. 58 ; II, ivi 1905, p. 110) e sono indicate le chiese di S. Nicola in Corneto, di S. Giovanni de Insula presso Corneto; in un rescritto di Celestino III del 23 maggio 1196 è ricordata la chiesa di S. Fortunata alle dipendenze dell'abbazia di S. Salvatore sul Monte Amiata (Jaffé-Wattenbach, n. 17389). Rivela pure influssi lombardi la chiesa di S. Giacomo Apostolo, a navata unica; quella di S. Pancrazio è del sec. xili; la S.ma Annunziata, oggi orfanotrofio, è di tipo cluniscense; del sec. xili sono pure S. Martino, S. Giovanni Gerosolimitano e S. Salvatore; S. Francesco fu rifatta dopo l'incendio del 1642. Notevole fu nel territorio l'abbazia di S. Maria de Minione (del Mignone) di cui si ha notizia per la prima volta in un privilegio dell'imperatore Ludovico II che nell'857 la concesse al monastero di Farfa, al quale però fu contesa nel sec. x dai monaci dei SS. Cosma e Damiano in mica Aurea in Roma (P. Fedele, Carte del monastero dei SS. Cosma e Damiano in Mica Aurea, in Arch. della Soc. rom. st. patria, 21 [1898], p. 476 sgg.). Restano poi i ruderi del castello della contessa Matilde di Canossa. Di recente la cittadina ha riassunto la denominazione di T. Di grande importanza è la necropoli etrusca con tombe a tumulo, e le più antiche (secc. viI-vi a. C.) a camera
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(1st. Mase)
TARragona, ARCidiOCESI di - Mausoleo di Centcelles (fine sec. iv).
sotterranea con ricchissima serie di affreschi che vanno dal sec. vi al in a. C. - Vedi tav. CXXVI.
## II. Civitavecchia: v. civitavecchia.
BILL: G. B. De Rossi, I primitivi monumenti crisi. di Corneto T., in Boll. arch. crist., $2^{\circ}$ serie, 5 (1874), pp. 81-118; id., Il pavimento di S. Maria in Castello di Corneto T., ibid., $2^{\circ}$ serie, 6 (1875), pp. 86-124; L. Duchesne, Le sedi episcop. nell' antico Ducato di Roma, in Arch. Soc. rom. di st. patria, 15 (1892), p. 48. Per T. etrusca v. M. Pallottino, T. (Monum. antichi dei Lincei, 36) Roma, 1936. Per la sua storia: L. Dosti, Notiz. stor. archrol. di T. e Corneto, Roma 1878; P. Fr. Kehr, Italia Pontif., II, Berlino 1907, pp. 203-204. Per il Palazzo Vitelleschi: P. Toosca, Il medesimo, Torino 1907, p. 381 sgg . V. anche: F. Guerri, Registrum cleri Cornetani, Corneto Tarquinia 1906. Enrico Josi
TARRA, Giulio. - Sacerdote, educatore e scrittore, n. a Milano il 25 apr. 1832, m. ivi il 10 giugno 1889 .
Sacerdote nel 1855 , fu lo stesso anno nominato direttore dell's Istituto pei sordomuti poveri della provincia di Milano $x$, ai quali dedicò tutta la sua operosità e il suo selo, cercando di migliorarne la sorte e facilitarne l'istruzione. Per questo, al metodo mimico dell'abate De L'Epée sostituil, e fu il primo in Italia, il metodo orale puro, che consiste nel far apprendere il linguaggio dalla parola e dalle labbra dell'insegnante. Dedicò inoltre il suo gusto e la sua arte popolare e linda di scrittore alla educazione dei fanciulli normali con una serie di opere, degne ancora, in gran parte, di essere lette e gustate per l'aperto intento educativo, anche se talora riveste una eccessiva importanza: Buoni esempi narrati ai fanciulli (Milano 1871); Dialoghi famigliari e scenici ad uso dei fanciulli italiani (ivi 1876); Novelle e canti in famiglia (ivi 1877); Serate liete, novelle e poesie dilettevoli, educative (ivi 1885); Cento e una storiella al focolare di casa (ivi 1896); ma soprattutto: Letture graduate al fanciullo italiano ( 3 voll., ivi 1862) e Racconti di una madre ai suoi figli (ivi 1862), dove gli spunti derivati dai fatti del Risorgimento italiano hanno pagine efficaci, che prefudono al Cuore del De Amicis. Questo libro fu premiato al V Congresso pedagogico italiano del 1861. Per l'educazione dei sordomuti, pregevoli sono : Lettere ad un maestro dei sordomuti, in Dell'educazione dei sordomuti in Italia (Siena 1872), e Cenni storici e compendiosa esposizione del metodo seguito per l'educazione dei sordomuti (Milano 1880).
BILL.: opere scelte: G. Fanciulli, Scritti pedagogici scelti del T., 2 voll., Brescia 1934, con ampie introd.; id., Le più belle pagine per l'infanzia e la gioventù, ivi 1936. Studi: C. Perini, L'abate G. T. e i suoi aniversari, Milano 1894; id., G. T. nella sua vita di studente, di sacerdote, di educatore, ivi 1914; G. Soldatini, A ricordo e osservanza di G. T., ivi 1914; O. Giacobbe, Manuale di letterat. infantile, $3^{\circ}$ ed., Roma 1947, pp. 66-67. Celestino Testore
TARRAGONA, ARCIDIOCESI di Metropolitana e città capoluogo della provincia omonima nella Spagna. Ha una superficie di 2394 kmq . con una popolazione di 215.000 ab. tutti cattolici, distribuiti in 151 parrocchie, servite da 220 sacerdoti diocesani e 44 regolari; ha 2 seminari, 12 comunità religiose maschili e 65 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 418).
Ha per suffragance le diocesi di Barcellona, Gerona, Lérida, Solsona, Tortosa, Urgel e Vich. Protettrice della arcidiocesi e la b. Vergine sotto l'invocazione della sua Natività. Festa 18 sett. Centro iberico col nome di Callipolis, era nel sec. vi a. C. popolato dagli Ilergeti. Nella battaglia di Cissa, Scipione sconfisse il cartaginese Annone; da allora la città fu detta dai romani Tarraco ed elevata nel 16 a. C da Augusto a colonia (Iulia Victris Triumphalis) e a capitale della Hispanis Tarraconensis. Da allora sede del legato imperiale, la città fiorì sempre più, quale centro agricolo e commerciale. Rinomato era il suo vino (Marziale, 13, 118). Imponenti sono le sue rovine romane, l'arrib teatro in parte scavato nella roccia, il Palazzo di Augusto o pretorio romano, il teatro romano, l'acquedotto romano, ecc. Subi devastazioni dai Franchi nel 464, poi dai Goti fu distrutta nel 460 , occupata dai Mori nel 714 , conquistata poi da Luigi d'Aquitania e da Ramon Berengario, fu ripresa ancora dai Mori e saccheggiata; fu definitivamente occupata da Alfonso il Battagliero nel 1220 . Si sollevò nel

TARRAGONA, ARCIDIOCESI di - Mussico tombale di Optimus (sec. iv), proveniente dalla necropoli paleocristiana di S. Fruttuoso - Terragona, Museo paleocristiano.
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1620; passo all'arciduca d'Austria alla morte di Carlo II e tornò sotto Filippo V per il Trattato del 14 marzo 1714. Sostenne un duro assedio dai Francesi nel 1813. Il primo vescovo noto di T. è s. Fruttuoso (v.), martirizzato nel 259 insieme con i suoi diaconi Augurio ed Eulogio (P. Franchi de' Cavalieri, Gli Atti di I. Fruttuoso di T., in Note ogiografiche, 8 [Studi e testi, 65], Città del Vaticano 1935, pp. 129-99). Le reliquie di s. Fruttuoso furono poi portate in Italia da s. Prospero di T. nel 711.
La sede di T. fu rappresentata nel 314 al Concilio di Arles dal presbitero Probazio e dal diacono Castorio; poi Imerio al tempo di Damaso e di Siricio; Ascanio nel 465 ; Giovanni che riunì il primo Sinodo provinciale a T. il 6 nov. 516 e nel 517 a Gerona; Sergio nel 535 fu presente al Concilio di Barcellona e nel 546 a Lérida; poi Tranquillino ca. il 560 ; Artemio il quale inviò Stefano al III Concilio di Toledo e fu ai Sinodi provinciali di Saragozza nel 599 e di Barcellona; Eusebio ( 810 -32) che fu al Concilio di Egara; Audace (633-38) fu al IV Concilio di Toledo, mentre al sesto e al settimo fu Prosasio ( $637-46$ ) che inviò anche suoi delegati a Toledo ai Concili XIII, XIV e XV; Vero assiste al XVI e al XVII. Si ebbe poi l'invasione musulmana sotto il suo successore Giorgio. Ludovico il Pio riuscì a occupare per poco la città; una parte del territorio passò sotto la diocesi di Barcellona, mentre il rango di metropolitana passò a Narbona, fino al 759. Berengario di Rosanes, vescovo di Vich, ottenne la riconquista di T. nel 1116 per opera di Ramon Berengario III il Grande e il papa Urbano II gli conferì il pallio e la nomina ad arcivescovo di T.; lo stesso onore fu conferito al suo successore s. Oldegario, vescovo di Barcellona; egli intervenne ai Concili del Laterano (1123) e di Clermont (1130) e morì il 6 marzo 1137. Gli successe Gregorio già abate di Cuscane; più tardi si ebbero gli arcivescovi Aspargo Barca, Pedro Zagarriga, Augustin (1576-86), A. Perez (1634-37), F. de Armanyá y Font (1785-1803).
La Cattedrale fu costruita tra il 1171 e il 1331 nella collina dove in origine sorse il tempio di Giove Capitolino e più tardi una moschea. Essa costituisce uno dei migliori esempi dell'arte ogivale; la sua robusta abside in stile romanico sembra una fortezza; poi, all'inizio del sec. xili, sotto la direzione di fratel Bernardo (m. nel 1256) venne continuata in stile ogivale,