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ono da soli e che costituiscono la parte più bassa del clero taoista. Possono aver famiglia e praticano il mestiere di indovini, di incontatori, di esorcisti, di maestri dell'arte del Feng Shui (v.), di guaritori ecc. Essi soprattutto son dipesi, in maniera un po' vaga invero, dal T'ien-shih (Maestro del Cielo) da alcuni autori occidentali chiamato, assai impropriamente, "papa" o "pontefice supremo del t. n. Esso risiedeva sul monte Lung-hu nella provincia del Kiangsi, dedito a pratiche di bassa stregoneria; alla vendita di scuegiuri, di amuleti; alla concessione, dietro pagamento, di diplomi di iniziazione. La dignità di T'ien-shih venne conferita nel 424 d. C. ca. al taoista K'ou Ch'ien-chih. Successivamente, durante la dinastia T'ang, si ebbe nel 748 un riconoscimento ufficiale del titolo che venne attribuito ai discendenti di Chang Tao-ling. L'imperatore T'ai Tsu (1368-98) della dinastia Ming avrebbe abolito tale titolo considerandolo irrispettoso per il cielo e sostituendo ad esso quello di Chen-jen (vero uomo). Il titolo antico tuttavia rimase, se pur non ufficialmente riconosciuto. La posizione del T'ien-shih andò sempre più decadendo: nel sec. xix egli perse il diritto di esser chiamato ad udienza a Corte e questo fu uno dei più gravi colpi apportati al suo prestigio. Tutto il t. era però ormai in decadenza. La Repubblica non riconobbe nessun privilegio al T'ien-shih ed anzi confiscò i suoi beni espellendo nel 1927 dai suoi possessi nel Kiangsi colui che si considerava come il $63^{\circ}$ successore di Chang Tao-ling. Da allora questo poco degno personaggio visse in un modesto tempio taoista di Shanghai.

Nei confronti della religione taoista, considerata superstiziosa e corrotta, il governo repubblicano dal 191 in poi non ha avuto un atteggiamento ufficiale troppo favorevole. I templi taoisti soprattutto nelle città, seguendo in ciò la sorte di molti templi buddhisti, sono stati requisiti assai sovente per esser adibiti a scuole e a caserme. I grandi conventi sui monti "sacri", meta di pellegrinaggi, come il Mao Shan nella provincia del Kiangsu, il T'ai Shan nella provincia dello Shantung, il Hua Shan nella provincia dello Shensi, hanno potuto conservarsi sia perché lontani dai centri abitati, sia perché ricchi di vaste estensioni di terreni. In questi ultimi anni non si è verificato alcun serio tentativo di rinnovamento tra le varie, numerose sètte taoiste. Inferiore come numero di monaci al buddhismo, il t. è stato anche inferiore nei tentativi di riforma, nelle opere di propaganda e di proselitismo. Se i templi sulla cima dei monti han potuto costituire ancora

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un richiamo di fede per qualche spirito colto, il t. delle città si è ridotto a rappresentare la superstizione delle classi più basse e più ignoranti della popolazione. L'attuale governo comunista ha accelerato infine tale processo di decadenza confiscando le proprietà terriere ancora rimaste ai conventi nella Cina continentale.

BinL.: i testi taoisti sono stati raccolti nella collezione nota come il - Canone taoista - (Tao-tsang) pubblicata durante la dinastia Ming nel 1447 , più un supplemento pubblicato nel 1607, e della quale esistono ora due sole copie complete, una a Pechino ed una a Tokio. Negli anni 1924-26 tale collezione venne ristampata a Shanghai dalla Commercial Press in 1120 volumi contenenti 1476 opere. Una collezione più breve, nota come il Tao-tsang Tsi-yao, venne edita una prima volta sotto il regno di Chia Ching (1796-1820) della dinastia Ch'ing in 190 volumi e successivamente a Chengtu nello Szechwan nel 1906 in 244 volumi. Lao Tzu, Chuang Tzu e Lich Tzu sono stan tradotti in lingue occidentali. Fra le più recenti traduzioni di Lao Tzu son da ritare quella di A. Castellani, La regola celeste, Firenze 1927; di A. Walcz, The way and its power, Londra 1934; di E. Erkes, Ho-Shang-Kung's Commentary on Luo Tse, Ascona 1950. Chuang Tzu è visto tradotto da H. A. Giles, Chuang Tzu: Mystic, Merulist and Social Reformer, Shanghai 1889; da R. Wilhelm, Dschuang Dei: Das wahre Buch vom rüdlichen Blütenland, Jena 1923. Lich Tzu è stato tradotto da X. Wilhelm, Liè Dis: Das wahre Buch vom quellenden Urgrund, Jena 1921; da L. Giles, Taoist Teachings, Londra 1912. La religione taoista è stata soprattutto studiata da H. Maupero, in Journal asiatique, 229 (1937) e nell'opera postuma Le Taulisme, Parigi 1930. Per la filosofia taoista v. la parte ad essa dedicata da Fung Yu-lan, A history of clinese philosophy, Pechino 1937. Vasta raccolte di materiale sono quelle di J. J. M. de Groot, The Religious System of China, Leida 1907; di H. Doxé, Recherches sur les superstitions en Chine, 18 voll., Shanghai 1913-36.

Giuliano Bertuccioli
TAPARELLI D'AZEGLIO, Luigi. - Filosofo gesuita, n. a Torino il 24 nov. 1793, m. a Roma il 21 sett. 1862. Prospero (tale il nome di battesimo, mutato in Luigi entrando in noviziato), era figlio di Cesare conte di Lagnasco e marchese di Montanera, uomo d'antica fede, e di Cristina Morozzo di Bianzé; quarto di otto figli, fratello di Roberto e di Massimo (v.).

Compi i primi studi al Collegio Tolomei di Siena, li prosegui presso l'Ateneo torinese, conseguendo il 15 nov. 1809 il diploma in magistero. Nominato da Napoleone alunno prima della scuola militare di St-Cyr poi di StGermain, dopo sette mesi di soggiorno a Parigi ottenne il 22 ott. 1810 d'esserne dispensato, grazie all'intervento dell'arcivescovo di Torino, Giacinto Della Torre, e poté dedicarsi agli studi sacri nel Seminario, per divenire sacerdote. Caduto l'Impero e ricostituiti gli antichi sovrani, il march. Cesare veniva destinato, dal re Vittorio Emanuele I, ministro ad interim presso la corte di Pio VII, e recava con sé a Roma i due figli Prospero e Massimo. Avveniva notante il ristabilimento della Compagnia di Gesù con lettera apostolica Sollicitudo del 7 ag. 1814, e Prospero si offrì tra le prime reclute che inaugurarono il 12 nov. di detto anno il risorto noviziato di S. Andrea al Quirinale. Percorso l'ordinario tirocinio, fu fatto ministro del Collegio di Novara (1818-24), dove venne ordinato sacerdote dallo zio card. vescovo Morozzo il 25 marzo 1820; quindi primo rettore del collegio romano, allorquando con il breve Cum multa di Leone XII del 17 maggio 1824 venne restituito alla Compagnia; di poi preposito provinciale a Napoli (1829-33), e infine destinato al Collegio Massimo di Palermo.

A Palermo, dove visse per quindici anni consecutivi (1833-49), ebbe a disimpegnare i più svariati uffici, di operaio, di direttore spirituale, di direttore della cappella musicale, d'insegnante di francese, ed anche di professore di diritto naturale. Questa contedra rivelò gli straordinari talenti del T., e, con un successo non ordinario nel magistero, gli procurò la meritata celebrità di maestro e restauratore del diritto naturale. Si trovava a Palermo, quando con l'esaltazione al trono di Pio IX parvero per l'Italia spuntare nuovi destini; ed egli di buon grado stese la sua mano amica ai capi del movimento moderato fra i quali contava parecchie persone carissime, i fratelli Roberto e Massimo, il cugino Cesare Balbo, l'ab. Gio-
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(per cortesia di G. Bertuccioli)
Taoismo - La formazione dell'embrione immortale. Illustrazione del Hsing Ming Kuei Chih, opera popolare taoista del sec. xvili, ed. anastatica, Shanghai 1915.
berti, già suo compagno di studi, ecc. Ma fu un sogno di breve durata; T. si vide aggredito con stampe calunniose, immerso tra polemiche, e perfino sospettato e arrestato; per cui dovette emigrare in Francia, dove si trovava profugo il p. generale Roothaan con i suoi assistenti.

Mutato rapidamente il corso degli eventi, già nell'ag. 1849 il T. era di ritorno a Palermo, dove attese al riordinamento degli studi del Collegio Massimo, finché non fu chiamato a Napoli a far parte del primo gruppo redazionale della nuova rivista La Civiltà Cattolica (v.), creata dal p. C. Curci, che appunto in Napoli iniziò le pubblicazioni nel 1850, trasferita poi a Roma dopo che Pio IX, da Portici, vi fece ritorno. E alla Civiltà Cattolica egli dedicò, senza sosta, le inesauribili risorse della sua luminosa intelligenza, della sua vasta dottrina e delle sue non comuni doti di scrittore, negli ultimi dodici anni che gli rimasero di vita. Con l'autorità del suo nome e con la serie delle sue dotte e profonde trattazioni, il T. contribuì grandemente a creare alla battagliera rivista rinomanza e credito mondiale. La polemica politico-religiosa con i fratelli Roberto e Massimo, sempre cortese, ma senza reticenze, era caccia riservata del T. Del resto l'affettuosa unione tra loro non venne mai meno, come dimostrano le belle pagine che Massimo dedica al suo - gesuita e nei Miei ricordi e i loro carteggi.

Fin dai primi anni iniziò, insieme al p. Matteo Liberatore, una serrata campagna per la restaurazione della filosofia scolastica, la quale da ca. un secolo giaceva quasi universalmente negletta. La formazione filosofica del T. era avvenuta sotto l'influenza dell'eclettismo e del sensismo, sistemi allora in voga. I suoi primi contatti con la filosofia antica sarebbero avvenuti per mezzo del confratello Serafino Sordi, discepolo del can. Vincenzo Buzzetti, ferrarese, con il quale si trovò nel noviziato di Genova e a Novara. Ma il T. attribuisce la propria conversione al tomismo all'opportunità che gli fu offerta dalla carica di rettore del Collegio Romano di attuare la Ratio stu-

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(fot. Enc. Catt.)
Taparelli d'Azeglio, lungi - Ritoreto Roma, Collegio della Civiltà Cattolica.
diorum della Compagnia, la quale prescrive come testi fondamentali per i corsi di filosofia e di teologia Aristotele e s. Tommaso ; e al Collegio romano sostenne la prima campagna in favore della scolastica, che proseguì a Napoli come preposito di quella provincia. L'esito non fu molto incoraggiante, ma fin da allora raccolse intorno a sé un piccolo gruppo di giovani
taparelli d'Azeglio, lungi - Ritoreto Roma, Collegio della Civiltà Cattolica.
grandi di bella speranze, come il Curci, il Liberatore, allora studenti, e fra gli alunni esterni Gioacchino Pecci, il futuro Leone XIII, che lo compresero e gli rimasero fedeli. Ora, alla Civiltà Cattolica il campo fu diviso tra il Liberatore e il T., riservando al primo la filosofia speculativa, al secondo la filosofia morale, politica e sociale, con successo sempre crescente, coronato infine dalla memoranda encicl. Aeterni Patris di Leone XIII, che prescrive la filosofia dell'Angelico a tutte le scuole cattoliche.

Finché godé di buona vista, che si affievolì assai presto, coltivò anche la pittura e la musica. Per molti anni fu dietro all'invenzione di uno strumento musicale che, mediante un congegno meccanico, univa insieme le prerogative degli strumenti a tastiera e di quelli a corda; lavoro che fu brevettato nel 1854 con il titolo di «violincembalo» e riscosse le lodi di Franz Liszt, ch'ebbe occasione di sonarlo, ma, costruiti quattro o cinque esemplari, lo strumento cadde in disuso.

Il capolavoro del T., l'opera a cui principalmente è dovuta la sua celebrità, è il Saggio teoretico di diritto naturale appoggiato sul fatto. Fu concepito e compilato come testo scolastico, e l'autore stesso informa come ciò avvenne (Curteg., cit. in bibl., p. 738). Giunto ad età matura, mai pensando di divenire professore o scrittore, anche a causa della malferma salute, si vide all'improvviso da Napoli, dov'era provinciale, balzato a Palermo ad insegnare diritto naturale, materia di cui non aveva avuto fin allora occasione di occuparsi; e si trovò in mano come testo scolastico il cattivo Burlamachi, peggiorato con note da un arrabbiato regalista. Pertanto fu consigliato da amici di compilare lui un testo. Così fece. Pigliando a punto di partenza il Grozio, il Pufendorf e quegli autori che passavano allora "per soli maestri in questa scienza", si costruì un sistema ideale a modo suo, che man mano che andava formando misurava, come pietra di paragone, al senso ortodosso del magistero ecclesiastico, s. Tommaso e i buoni dimenticati scolastici. Né tardò ad accorgersi che "questa scienza si trova già bella e fatta negli scolastici, e particolarmente in s. Tommaso, Suárez, Bellarmino, de Vitoria ecc." (ibid., loc. cit.).

L'opera uscì in 5 voll. presso l'editore A. Muratori di Palermo dal 1840 al 1843 , ed anche "nella sua forma, - dice il T. - si mostra improvvisato, sembrando dapprima un solo volume, a cui per compimento si aggiunse il secondo più grosso, e questo ne partorì altri tre molto più grossi di lui, senza disegno premeditato, senza simmetria di partialoni, insomma come tutte le cose improvvisate». Comunque si presentasse questa $1^{\mathrm{a}}$ ed., in verità modestissima, pure il favore con cui fu accolta dai competenti fu tale, che essa fu in breve tempo esaurita, e le edizioni e versioni in varie lingue, vivente il T. e dopo la sua morte, si moltiplicarono. Con l'ed. romana più recente del 1949, si è all' $11^{\circ}$ ristampa, e alla $7^{\circ}$ dalla definitiva curata dall'autore nel 1855 ; fortuna non tanto frequente in opere del genere.

S'ingannerebbe chi, dando un senso unilaterale alle parole "appoggiato al fatto" aggiunte al titolo, e alle
altre "fatti ed illazioni", che pure frequentemente ricorrono, le pigliasse in senso puramente fisico e sperimentale. Ottimamente ciò chiarisce il Talamo: "Fatti ed illazioni, questo sovrano criterio metodico, egli dice, è la divisa costante del T., e vuol dire che, bandite le ipotesi del dominio della scienza, egli voleva far capo al fatto della coscienza e della natura umana ". Così, soggiunge, "ci lasciava splendido esempio dell'unica forma di sperimentalismo che possa essere proseguita con eccellenza di risultati nel dominio delle scienze morali, e che è pregio della filosofia cristiana aver costantemente rivendicata, e contro le creazioni soggettive e fittizie dell'idealismo, e contro le supine materialità dell'empirismo. Il T. ha fornito con l'opera sua una dottrina veramente comprensiva e dialettica, la quale concilia, contempera e quindi corregge gli eccessi contrari dell'idealismo e dell'empirismo ".

Il Saggio è diviso in sette dissertazioni, divise e suddivise in capitoli e paragrafi, e interpolate con numerose note, le quali sono talora veri trattatelli, come quella dell'influenza del clero sulla civiltà (xcviii), sulla società cristiana di Kant (cxx), sulla efficacia del latino per l'universalità della scienza e della civiltà (cxxvii), sulla nazionalità (cxc*). Quest'ultima può riguardarsi come la prima trattazione organica della materia, e diede luogo a discussioni e polemiche da parte di C. Balbo, V. Gioberti ed altri.

Partendo dall'esame del diritto e dell'operare individuale, il Saggio entra a trattare dell'essere sociale, dell'azione dell'individuo, sia nella formazione della società, sia nella società già formata, dei rapporti tra morale e politica, dei reciproci rapporti tra società e società.

Le ultime dissertazioni, specialmente, contengono la parte forse più personale e più originale dell'opera, "trattazione francamente letterdiluna ricca di spunti morali e sociali che potremmo dire moderni nel senso migliore della parola». (Foroni, op. cit. in bibl., p. 85). Si vuole accennare in particolare a quell'organismo internazionale, che egli denomina "etnarchia". Dai rapporti reciproci fra più società tendenti al medesimo fine, il T. vede scaturire, per una incoercibile forza insita alla natura stessa di esse, l'esigenza di un ordine e di un diritto superiore, che tende a stringerle in unità federativa. Altri ha veduto in questa concezione quasi un'anticipazione della defunta Società delle Nazioni e dell'odierna società delle Nazioni Unite (cf. A. Brucculer), Un precursore italiano della Società delle Nazioni, in Civ. Catt., 1926, 1-11).

L'idea non era nuova, come lo stesso T. riconosce; da s. Agostino agli ultimi scolastici e ai giusnaturalisti del xvir e xviri sec., questa naturale tendenza dei popoli civili e liberi verso una superiore unione nel comune vantaggio, era stata intraveduta. Merito del T. è di avere studiato, con la maggiore concretezza e larghezza di vedute, il problema, al quale ha dedicato tutta la V dissertazione; e di averne lumeggiato i vari aspetti, sia razionali sia pratici, eliminandone ciò che altri aveva potuto inserirvi di utopistico e di falso. A detta società etnarchica il T. attribuisce altissime finalità, in pro della giustizia e del progresso, della religione e della pace fra i popoli.

Al Saggio è aggiunto un Epilogo generale di tutta l'opera (stampato a parte da F. Pergolesi, Bologna 1940), che opportunamente rimaneggiato e ampliato diede origine ad un Corso elementare del natural diritto ad uso delle scuole, apparso dapprima in edizione litografica a Napoli nel 1843 , e poi a stampa nel 1850 . Come manuale scolastico ebbe grande voga e svariate edizioni, le più recenti delle quali sono quella in latino a cura di C. Pollando, apparsa a S. Francisco di California nel 1890 , e l'altra in portoghese a cura di N. P. Rossetti a S. Paolo in Brasile nel 1945 .

La seconda delle opere maggiori del T. è l'Esame critico degli ordini rappresentativi nella società moderna (a voll., Roma 1854), una critica a fondo del dottrinarismo liberale e del moderno parlamentarismo, secondo le non felici incarnazioni che se ne videro dopo il 1848 , specialmente in Piemonte. Il T. fu messo a questa trattazione nella Civiltà Cattolica da una lettera anonima inviata al periodico; e stante i vari aspetti e gli importanti oggetti che abbraccia, essa si andò allargando assai più

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che l'autore non pensasse, si da fornir materia a molti articoli apparsi dal 1852 al 1854 . Nel raccoglierli in due volumi, l'autore cercò di dare maggior coesione alla materia e di eliminare le parti occasionali e caduche; ma pur tuttavia serba ancora il colore del tempo e delle circostanze per cui fu scritto, specialmente nel tono vivace e talora aspro della sua polemica. E diviso in 2 voll. e in due parti : la prima è dedicata ai principi teoretici generali, la seconda alle attuazioni pratiche dei " governi amministrati ", specialinente in Piemonte, che l'autore non perde mai di vista. L'opera non ebbe che una sola edizione ed oggi è quasi dimenticata. In essa tuttavia si ha la critica più acuta e più calzante a cui i moderni metodi rappresentativi siano stati sottoposti.

La Civiltà Cattolica offriva largo campo al T. di espandere i tesori della sua inesauribile vena e della vastissima cultura: lungo sarebbe enumerare gli articoli o serie di articoli pubblicati in detta rivista sopra i più svariati argomenti. Si ricorderà solo l'ultima serie di articoli che egli incominciò a dar in luce nel 1856 in materia di economia politica, serie rimasta interrotta per la morte dell'autore, ma di tale interesse che il biografo del T. l'abbé Jacquin ha creduto utile raccoglierli in volume e pubblicarli in traduzione francese con il titolo : Essai sur les principes philosophiques de l'économie politique (Parigi 1943).

Bibl.: una bibliografia generale sulla vita, sugli scritti editi ed inediti, e degli articoli apparsi in Civ. Catt. e in altri periodici, in P. Pirri, Carteggi del P. T. d'A. (Bibliot. di Storia it. contempor. per cura della Deputaz. di eccr. patria), Torino 1932, pp. 31-48; e in R. Jacquin, P. T. d'A., sa vie, von action, son oeuvre, Parigi 1943, pp. 374-87. Tuttavia utili a consultare i due artic. di C. Curci, Sopra gli studi e gli scritti del P. T. d'A., in Civ. Catt., $5^{\circ}$ serie, 1852 , iv, pp. $385-404$ e $545-64$ e la mirabile sintesi di S. T[alamo], Per il contenario della nascita del P. T. d'A., in Riv. intern. di sc. sociali, 1893, III, pp. 302-24. La biografia più completa è la citata del Jacquin, a cui è dovuta anche la voce in DThC, XV, coll. 48-51. Saggi notevoli, ricordati nella bibl. generale, sono dovuti a E. Di Carlo. Una chiara e sintetica monografia è quella di L. Foroni, La figura e il pensiero del P. T. d'A., Reggio Emilia 1850. Fra i saggi più recenti si ricordano: B. De Sologes, La genèse et l'orientation de la théologie de la guerre, IV, T. et la théologie contemporaine, in Bull. de littér. ecclés., Tolosa, 41 (1940), 153-75; A. Perego, L'imposte progressiva nel pensiero del P. T. d'A., in Civ. Catt., 1947, iv, 136-44; id., Autocritica taparelliana nella quest. dell'origine dell'autorità, in Gregorianum, Roma 1950, 127-37; M. Connoly, $A$ pionere cath. sociologist: L. T. d'A., in Irish Jesuit Direct. and Year Book, Dublino 1947, 167-76; A. Messinon, Il P. T. d'A. e il Risorgimento, in Civ. Catt., 1948, III, 373-86, 492-502. Pietro Pirri

TAPHNE (ebr. Tahpanhēs; in Ez. 30, 18 Téhaphnéhēs). - Città egiziana (Ez. 30, 18) dove, dopo l'assassinio di Godolia, cercarono asilo molti giudei, per sfuggire alle rappresaglie dei Babilonesi (Jer. 43, 7-9). Probabilmente vi era già una colonia giudaica (ibid. 44, 1; 46, 14). Il profeta Geremia che, insieme al suo segretario Baruch, era stato costretto ad emigrarvi, vi continuò la sua missione (ibid. 43, 8) e, secondo una tarda tradizione, vi fu ucciso dagli stessi Giudei.

La città, che i Settanta rendono con il nome di Tazwal o Tazwás (Volgata T., Taphnis), corrisponde probabilmente a Dázvaz, fortezza egiziana sul canale pelusiaco del Pillo (Erodoto, II, 30, 107), identificata con Tell ed-Delenneh, a nord-est del Delta.

Bibl.: F. Vigouroux, Taphnès, Taphnis, in DB, V (1912), coll. 1991-94; A. Alt, Taphanonin und Taphnas, in Zeitschr. des Deutsch. Palästino-Fraeins, 66 (1943), pp. 64-68. Donato Baldi

TAPPER, RuARD. - Teologo, n. a Encusa (Belgio) il 14 febbr. 1487, m. a Bruxelles il 2 marzo 1559.

Discepolo di Adriano Florensz (il futuro Adriano VI) all'Università di Lovanio, divenne sacerdote, decano della Facoltà artium (1517), dottore in teologia (1519), decano della Facoltà teologica lovaniense (1530), inquisitore generale dei Paesi Bassi (1537). Le non comuni doti intellettuali e soprattutto l'equilibrio e la fermezza dimostrata nell'ufficio d'inquisitore, lo resero persona largamente stimata
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(1st. Enc. Catt.)
TAPARELLI D'AZEGLIO, LUIGI - Inizio della lettera autografa del p. T. al cav. Prospero Balbo (4 genn. 1859) - Roma, Archivio del Collegio della Civiltà Cattolica.
e influente. Volendo offrire, in formole chiare, la dottrina cattolica da predicare al popolo e da opporre all'eresia protestante, redasse una serie di 59 proposizioni dogmatiche, che poi ridusse a 32. L'opera, edita a Lovanio (1545), ebbe largo successo e merito l'approvazione di Pio IV (1561). Di queste proposizioni il T. compose due commenti, sintesi del suo insegnamento universitario: Declaratio articulorum... adversus nostri temporis haereses (Lione 1554); Explicationes articulorum... circum dogmata ecclesiastica (Lovanio 1555). Mandato a Trento da Carlo V (sett. 1551), il T. s'impose all'ammirazione del Concilio e lavorò attivamente alla redazione della sess. XIV (Sacramento della Penitenza). Ritornato a Lovanio (apr. 1552), ingaggiò una decisa lotta contro il suo antico discepolo Michele Baius (v.) e si occupò della costituzione di nuovi vescovati nella sua patria.

Oltre le opere ricordate, scrisse : Quaestio quodlibetica de effectibus, quos consuetudo operatur in foro conscientiae (Lovanio 1520); Orationes theologicae (Colonia 1577). Quasi tutte furono adunate in : R. Tapperi omnia, quae haberi potuerunt, opera (ivi 1582).

Bibl.: Hurter, IV, coll. 1234-35; L. Capèran, Le problème du salut des infidèles, I, Parigi 1934, pp. 175-76; E. Marsch, Le Corps mystique, II, $2^{\circ}$ ed., ivI 1936, pp. 172,208, 282, 284; J. Mercier, s. v. in DThC, XV, coll. 52-54. Antonio Piolanti

TAPPETO. - I frammenti rinvenuti nel Turkestàn (secc. v-vi) e a sò-Fustàt presso il Cairo (secc. viII-IX) ad annodatura e a decorazione geometrica, oppure ad animali affrontati - anche se di tecnica già perfetta da far presumere una lunga tradizione anteriore - hanno portato qualche luce sulla storia del t., scarsa di fonti e di esemplari antichi.

Secondo l'opinione corrente l'origine del t. è orientale; dall'Asia centrale nel sec. XI popolazioni nomadi ne diffusero l'uso e la lavorazione in Asia minore, Persia, ecc. Il centro più antico di cui si sia conservata la produzione è quello turco: sviluppatosi dopo che la dinastia selğ́̄-

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(da M. e V. Viale, Arazi e t. antichi, Torino 1857, tav. 127) Tappeto - Frammento di t. Ušak a doppio medaglione, proveniente dall'Asia minore (fine sec. xv1, inizi sec. xv11) - Milano, coll. dort. S. Lutomirski.
qide dall'Asia centrale si era trasferita nel vicino Oriente (esempio magnifico il t. del Turk ve Islam Ederlei Müzesi di Costantinopoli, tessuto nel sec. xili per la moschea di Conia). Altro centro considerevole fin da epoca antica deve essere stato l'Egitto, di cui tuttavia si hanno documentazioni tarde a partire dalla seconda metà del sec. xv; vi era diffuso un raffinato tipo di t. detto "mamelucco", chiamato anche impropriamente di Damasco, con decorazione a disposizione caleidoscopica (v. in Italia: Firenze, Museo Bardini; Milano, coll. Campana) e in seguito un tipo a decorazione naturalistica, detta di "corte turca" e un altro, a quadrettature, detto "siriaco".

La Persia è indubbiamente il centro più notevole; straordinaria la fioritura del sec. xv e la squisita perfezione, che fa del t. una vera creazione d'arte, strettamente legata alla miniatura; essa assume un carattere aulico con lo šăh 'Abbās I il Grande (1587-1628), con un tipo di t. in seta e argento, detto "polacco" (Venezia, basilica di S. Marco e Museo Correr; Firenze, Museo degli Argenti). Magnifico esemplare di t. persiano, forse il più antico, del tipo classico a medaglione centrale con scene di caccia tra viluppi di steli, foglie e fiori, è a Milano al Poldi Pezzoli, datato 1522.

I maggiori centri persiani sono: Tabriz nella Persia settentrionale (che offre un tipo di t. di una raffinatezza e fantasia eccezionali: v. Metropolitan Museum, Nuova York; Hatvany, Budapest; Milano, Poldi Pezzoli; Firenze, Museo del Bargello), Käßān nella Persia centrale (v. Museo di Vienna; coll. Rotschild di Parigi; Pal. Reale di Stoccolma), Kismann nella regione meridionale e Heršt nella Persia orientale. I t. di Heršt, una volta erroneamente detti di Ispahān, sono a fondo rosso con decorazione a grandi palmette e fiori di loto e talvolta con figure di animali, di una particolare ricchezza e fantasia (Museo di Vienna; Museo civico di Torino; Victoria and Albert Museum di Londra). Forti influssi esercitò il t. persiano su quelli dell'Anatolia, dell'India e del Caucaso. In Asia Minore fiorisce prima la produzione selǵōqide (secc. xII-xIV) a decorazione geometrica (fra cui i t. cosiddetti di Holbein), poi quella a figure di animali stilizzati, che si esaurisce nel sec. xv; ma il t. anatolico più diffuso, quello geometrico, detto di Ušak, con-
tinua per tutto il sec. xvir ad assumere elementi persian che rielabora con freschezza di vena e spirito di inventiva Diffusissimo il tipo a preghiera, prodotto anche a Ghiondes e a Ladik; sempre in Anatolia nel sec. xviri fioriscono i t. di Bergama e fino alla metà del sec. xix quelli detti di Smirne. I modelli indiani si ispirano direttamente ai t. persiani. Da quasi tutti gli studiosi è ritenuto del Caucaso il tipo comunemente chiamato armeno, detto a draghi (Musco di Berlino), di forma lunga e stretta, stilizzato e arcaico.

Piuttosto recente è l'origine del t. cinese (sec. xvili) che ha influssi sul t. Kašgar del Turkestan orientale degli inizi del sec. xix, mentre in Spagna si ritiene che la produzione risalga al sec. xili-xiv, epoca alla quale viene riferito il t. detto di sinagoga, decorato del simbolico candelabro, al Museo di Berlino. I più antichi tipi di t. spagnoli (Aizaraz e Cuenca) si riattaccano a quelli anatolici, specie ai cosiddetti di Holbein (Viale). Imitazioni dei t. turchi e persiani fioriscono a Parigi a partire dal sec. xvir nelle fabbriche del Louvre e della "Savonnerie" tuttavia con motivi ornamentali tratti dall'Occidente; fra i più famosi il t. con l'allegoria della morte di Luigi XIII al Musée des Gobelins, la mirabile serie del Louvre e il t. per la cappella di Versailles, ora nella chiesa di S. Eustachio a Parigi. - Vedi tav. CXXIII.

BibL.: F. R. Martin, A hist. of orient. carpets, Vienna 1908; A. N. Pope, Oriental rugos on fine arts, in Internat. Studia, nov. 1922 e maggio 1923; id., A survey of persian art, Oxford 1938; K. Erdmann, Oriental. Tiertoppiche auf Bildern des XIV-XV. Jahr., in Jahrb. der prenss. Kunstsamml., 30 (1929), fasc. iv, p. 262 sgg.; id., Art of carpet making, in Art Islamica, 6 (1941), pp. 121-90; id., Orientteppiche Ausstellung, Amburgo 1950; P. M. Campana, Il t. orient., Milano 1945; M. e V. Viale, Arazi e t. antichi, Torino 1952. Luisa Mortari

TARAHUMARA, PREFETTURA APOSTOLICA di. - E situata nel Messico settentrionale ed è una vasta regione chiusa fra le alte montagne della Sierra Madre occidentale.

È abitata da una tribù il cui nome deriva dalla voce raramuri ("dal pie' veloce") per l'uso giocoso, ancora vigente, di correre cacciandosi innanzi col piede una palla di legno di quercia. Il gesuita p. Juan de la Fuente nel 1614 esplorò la regione dei T. ed altri confratelli cercarono di convertirli alla fede. Con la cacciata dei Gesuiti dal Messico nel 1767 la zona rimase abbandonata. Ripresero l'apostolato nel 1900. Durante la prima guerra mondiale i missionari furono espulsi e poterono ritornarvi solo nel 1921, iniziando l'educazione della gioventù. Durante la persecuzione il lavoro subì una nuova interruzione. Oggi la missione è in pieno sviluppo. Il 6 maggio 1950 il territorio, distaccato dalla diocesi di Chihuahua, fu eretto in prefettura apost. ed affidata ai Gesuiti.

Ha una superficie di ca. 36.200 kmq . con ca. 86.919 ab., di cui solo 4000 pagani. Missionari 15 , fratelli 17 , suore 69, catechisti 68. Stazioni primarie 7, secondarie 64, chiese 7, cappelle 64. Scuole elementari 13.

BibL.: C. B., T. Missione disperata, in Le Missioni della Compagnia di Gesù, 36 (1950), pp. 135-37. Saverio Paventi

TARAMELLI, Torquato. - Geologo, n. a Bergamo il 15 ott. 1845, m. a Pavia il 31 marzo 1922.

Fu avviato agli studi di geologia dallo Stoppani suo maestro. A 21 anni iniziava la carriera di insegnante nell'Istituto tecnico di Udine, dove ha lasciato una ricca collezione mineralogica e paleontologica; nel 1875 otteneva la cattedra di geologia dell'Università di Pavia dove insegnò per 44 anni. I suoi studi riguardano soprattutto i terreni del Veneto, della Lombardia, dell'Appennino emiliano e della Val Padana. Fu precursore delle moderne vedute nel campo della geomorfologia e del glacialismo quaternario. Fervente patriota e garibaldino (combatté nel '66 con il $1^{\circ}$ reggimento volontari nel Trentino), fu vero maestro per vasta ed appassionata attività scientifica e didattica e per l'esempio di rettitudine e di pietà che diede quale cattolico convinto e praticante.

BibL.: G. F. Parona, T. T. (con elenco bibliografico), in Bell. R. Comit. geol. d'Italia, 48 (1920-21), n. 8, p. 137; A. Mariani,

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T. T., Una bella figura di scienziato e di credente, Pavia 1922; M. Gortani, T. T., in Boll. Soc. geol. ital., 43 (1923), pp. XLIII-LXIV; M. Piazza, s. v. in Enc. Ital., XXXIII, p. 255. Carmelo Masia
TARANCON, Emanuele Gioacchino. - Cardinale, n. a Covarrubias, diocesi di Sigüenza, il 20 marzo 1782, m. a Siviglia il 25 ag. 1862.

Dopo aver ricoperto gli uffici di professore di diritto e di rettore dell'Università di Valladolid e di consigliere della Reale Accademia di matematica e nobili arti, fu nominato (1822) vicario capitolare e più tardi (1824) vicario generale nella stessa diocesi. Fu successivamente deputato alle Cortes per la provincia di Soria (1835), senatore e vice presidente del Senato (1836), membro e poi presidente ( 1839 ) della Commissione che doveva esaminare gli affari di Cuba. Nel 1841 ebbe la nomina a presidente del Monte di Pietà di Madrid e tre anni più tardi fu chiamato alla direzione degli studi della futura regina Isabella II e di sua sorella l'infanta Luisa Fernanda e per la loro istruzione scrisse un interessante trattato di storia antica e moderna. Eletto nel 1847 vescovo di Zamora, fu trasferito nello stesso anno alla sede di Cordova ed in questo periodo prese molta parte alle trattative per la stipulazione del Concordato tra la
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(da M. e V. Viale, Arazzi e t. antichi, Torino 1926, tav. 118) TAPPETO - T. cosiddetto ormeno a draghi stilizzati, proveniente dal Caucaso (inc. XVIII - Genova, coll. Pietro Barbieri.
S. Sede e la Spagna, che fu opera principale del nunzio Brunelli, poi cardinale, e che fu promulgato nel 1851. Promosso nel 1850 arcivescovo di Siviglia, fu creato cardinale da Pio IX nel Concistoro del 15 marzo 1858, ma non poté recarsi a Roma per ricevere il galero.

Alla sua morte la ricchissima Biblioteca, di particolare interesse per le scienze sacre e per la storia della penisola iberica, fu divisa tra l'Università di Valladolid e i Seminari di Cordova, Siviglia e Valladolid.

Bibl.: anon., s. v. in Enc. Eur. Am., LIX, p. 577.
Mario de Camillis
TARANTASIA, diOcesi di. - Nel dipartimento della Savoia (Francia) con residenza vescovile a Moutiers.

La diocesi si estende per oltre 2447 kmq, nel circondario di Moutiers e in parte in quello di Albertville del dipartimento della Savoia. Ha una popolazione di 52.340 sb . dei quali 50.000 cattolici, distribuiti in 87 parrocchie formanti 10 arcipreture. Conta 112 sacerdoti diocesani e 13 regolari (Assunzionisti); ha grande e piccolo seminario; 3 comunità religiose maschili e 27 femminili (Ann. Font. 1933, p. 416). La diocesi ha per patroni i santi apostoli Pietro e Paolo.

Il nome della diocesi deriva da Darantasia, città principale della regione omonima dell'alta valle dell'Isère; essa è segnalata da Strabone, da Tolomeo nell'Itinerario di Antonino e nella Tavola Peutingeriana perché sulla strada romana che collega le Valli del Rodano con la Val d'Aosta. Tale regione venne distinta in alta, media e bassa T. Moutiers deve il suo nome a un monasterium fondato nel sec. v; elevato a diocesi fu prima sotto la sede metropolitana di Arles, poi di Vienne; nel sec. viII fu elevata a metropolitana. Nella lotta contro i signori di Briançon intervenne nel 1097 Umberto II conte di Savoia che si impossessò di tutta la regione. L'arcidiocesi divenne metropolitana della Savoia, con suffraganee Sion, Aosta e Moriana; fu soppressa dalla Rivoluzione Francese e annessa a Chambéry; fu ricostituita quale semplice diocesi da Leone XII il 5 ag. 1825 quale suffraganea di Chambéry. La prima menzione della diocesi è in una lettera di papa Leone I del 450 in cui questa sede viene posta sotto l'arcidiocesi di Vienne (Jaffé-Wattenbach, n. 450). Primo vescovo fu s. Giacomo (427-28) che a Lérins era stato discepolo di s. Onorato; Sanctus fu al Concilio di Epaona del 517: Avito nella sua seconda omelia gli attribuisce la fondazione a T. di una basilica di S. Pietro; Marciano fu ai Concili di Mâcon (581) e di Valence (583); Baudomero fu al Concilio di Chalon-sur-Saône nel 650; Andrea a quello di Liome dell' 828; Teutramno fu al Concilio di Thuzey dell'860: Gio-

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(fot. De Vincentis)
Taranto, arcidiocesi di - Sarcofago medievale - Taranto.
vanni VIII gli scrisse nell'878 (Jaffé-Wattenbach, n. 3150). Fra i presuli di T. si ricordano poi s. Pietro I ca. il 1130 , già abate cistercense, come Pietro II (1141-47) che istituì l'opera caritatevole del Pain de mai; Rodolfo (1248-71) e Pietro III (1272-83), zio e nipote della famiglia valdotana Grossi; quindi i cardd. A. de Challant (1402-18; v. challant); J. D'Arces (1438-54); i due Della Revere, Cristoforo (1472-78) e Domenico (1478-83), sepolti in Roma in S. Maria del Popolo; Germonio (1607-27), autore dei Commentaria e degli Acta Ecclesiae Tarentanimnis.

La cattedrale, S. Pietro, più volte restaurata, conserva di antico la cripta e il coro, ma la navata principale è del sec. xv; vi sono notevoli il gruppo della Pietà scolpito in legno policromo; la cattedra episcopale è pure scolpita in legno (sec. xv); i monumenti sepolcrali dei vescovi mons. Rochaix (1836) e mons. Turinaz (1869); il portico è del 1461. Ricco è il Tesoro con preziose cassette reliquiari in smalti, in cristalli di rocca, in legno scolpito, statuette in avorio, stoffe, ecc. Annessa alla Cattedrale è l'antica residenza arcivescovile con torri del sec. xiv. Gli arcivescovi possedevano inoltre presso Tours-enSavoie il castello di Chautemerle (sec. xili).

Santuario venerato e mèta di antichi pellegrinaggi è la chiesa di Notre Dame de Briançon, restaurata nel sec. xvir. A T. appartiene il b. Innocenzo V (v.). Di T. è anche Pietro d'Algueblanche promosso nel 1240 all'arcidiocesi di Hereford in Inghilterra. La T. venne annessa alla Francia nel 1860.

BinL.: L. Duchesne, Fastes épisc. de l'ancien. Gaulo, I, $2^{4}$ ed., Parigi 1907, pp. 212 sgg., 243-45, 391, 769-71; H. Leclercq, Monctiers de Tarantann, in DACL, XII, coll. 372-77; G. Férouse, La Savoie d'autrefois, Chambéry 1933; Eubel, I, p. 474; II, p. 245; III, p. 308; IV, pp. 236-27; V, p. 368. Enrico Josi

TARANTO, ARCIDIOCESI di. - Sede metropolitana e città capoluogo della provincia omonima nell'Italia meridionale (Puglie). Ha una superficie di i 100 kmq . con una popolazione di 338.000 ab. dei quali 337.000 cattolici, distribuiti in 44 parrocchie, servite da 153 sacerdoti diocesani e 57 regolari; ha un seminario, 12 comunità religiose maschili e 33 femminili (Ann. Pont. 1933, p. 416). Ha per suffraganee le diocesi di Castellaneta e di Oria.

Molte sono le leggende fiorite sullo sbarco dell'apostolo Pietro in questo luogo, ma non si hanno documenti antichi in proposito.

Un documento dell'xi o xir sec. (BHL, 1652-53), come per altre città quali Gallipoli, Pisa, Pozzuoli, ecc., racconta che Pietro sarebbe qui giunto nell'a. 45 da Antiochia e che, appena sbarcato, avrebbe guarito un ortolano infermo di nome Amasius, poi primo vescovo di T., mentre l'evangelista Marco, suo compagno di viaggio, avrebbe evangelizzato un primo nucleo della
popolazione. Ora, a parte il dubbio che quell'Amasius sia veramente esistito, non solo manca ogni notizia per crederlo vescovo, ma ogni elemento di credito della leggenda stessa, che sembra certo molto posteriore ai fatti narrati. Una seconda e più tarda leggenda (l'Iter Tarentinomus sancto. rum Petri et Marci : BHL, 6679) varia il nome del primo vescovo e al posto dell'Amasius mette un Cataldo, senz'altro ritenuto dubbio dagli storici moderni. In verità, quest'ultimo sarebbe un vescovo irlandese di Rachau, venuto a T. nel sec. vir (secondo altri nel v o addirittura nell'viri, ma nessun'epoca ha dati sicuri) o di ritorno dalla Terra Santa o in procinto di imbarcarsi a quella volta e invece morto imprevisamente e sepolto nella Cattedrale.

Le drammatiche vicende della lotta contro i Saraceni, culminate nel saccheggio sanguinoso del 927, e la faticosa ricostruzione della città favorirono il crearsi della leggenda. Nel 1094, tra le rovine dell'antica Cattedrale, si rinvenne il corpo del Santo insieme a una crocetta d'oro col suo nome inciso. La fama del Santo assunse proporzioni inconcepibili. Nacquero allora miracoli e leggende che, rapidamente diffusi, portarono il suo culto fin nelle più lontane localita dell'Italia meridionale. Cosi s. Cataldo assurse a patrono della città e ne divenne il primo vescovo.

Tralasciando altri racconti minori e l'arduo problema delle origini, si deve constatare che anche per i primi successori che sedettero sulla cattedra tarentina, il Masona e il Renovatus citati nel catalogo, nessun documento autorizza a ritenerli esistiti. Si deve dunque giungere alla fine del sec. v per trovare finalmente un anonimo, documentato in un'epistola di Gelasio I (Jaffé-Wattenbach, 647), in cui il Papa annunzia al clero e al popolo la prossima consacrazione del nuovo presule Pietro (493), da altri invece erroneamente citato sotto il nome di Innocentius. Poi per un altro secolo non si conosce alcun nome. Si ha, è vero, la menzione di un Cataldo II - che sarebbe sempre il noto santo - ma anche su di lui, in mancanza di fonti, si disputa se assegnarlo al sec. vi o più tardi, mentre resta ancora da accertare che sia stato veramente un vescovo di T. Si giunge così al 593, anno in cui compare un Andrea (ibid., 1249-50) accusato da Gregorio Magno di vita illecita; seguono: Onorio (603; ibid., 1889) - e non il Giovanni citato in un falso diploma (ibid., 1366) che ottiene dallo stesso Papa il permesso di servirsi del battistero da lui costruito nella chiesa di S. Maria; Giovanni, presente al Concilio Lateranense del 649 tenuto da Martino I; Gervasio (659); Germano, nel 680 intervenuto al Concilio di Costantinopoli, e Cesareo che figura al Concilio Romano di s. Zaccaria (743). Dall'viii al x sec. non si hanno notizie. La città, in preda al terrore dei Saraceni, nonostante i soccorsi di Venezia e dell'Imperatore d'Oriente, segue la stessa sorte della vicina Oria ed è completamente devastata. Vent'anni dopo gli Ungari non oseranno toccare quel cumulo di rovine. Con l'ascesa al trono di Niceforo Foca s'inizia la ricostruzione della città in luogo più sicuro. E la sua rinascita dovette essere cosi rapida che, appena dopo tre lustri, non solo appare ripristinata l'autorità episcopale, ma addirittura elevata a dignità arcivescovile. Nel 987 si ha già notizia del primo arcivescovo, Giovanni, che riesce a far concedere da Pandolfo I e Landolfo III, principi di Benevento, al presule di quella città la chiesa di S. Michele Arcangelo sul Monte Gargano con l'annesso castello. La grande autorità di cui appare investito l'arcivescovo tarentino, certamente favorito dal monarca bizantino, ha fatto pensare a taluno che per un certo periodo sia prevalso a T. il cito bizantino. Ma nessuna fonte, che si sappia, offre elementi al riguardo; tutto anzi sembra confermare che il rito prevalente, nonostante la situazione politica, fu sempre quello latino.

Dopo Giovanni, il catalogo della Chiesa è pressoché completo; basta quindi un breve cenno sui personaggi e

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sugli avvenimenti più notevoli. Nel ro4o l'arciv. Alessandro Faccipecora dovette intervenire a sedare il tumulto di Mortola, suscitato dall'elezione dell'arcidiacono; Drogone nel roso riedificò il Duomo e nel 1071 fu presente alla consacrazione della chiesa di Montecassino fatta da Alessandro II. Gualtiero (1120-25), napoletano, non solo ebbe concessioni da Costanza e Boemondo II, ma da Ruggiero, conte di Sicilia e per investitura di papa Onorio duca di Puglia, fu nominato governatore politico e militare di Benevento dove costrui la basilica di S. Gennaro. Filippo (1138), eletto dall'antipapa Anacleto II, fu deposto l'anno dopo dal Concilio Romano; ritiratosi come cistercense a Chiaravalle in Francia e consacrato da s. Bernardo, fu da questi molto aiutato presso il papa Eugenio per ottenere il perdono, ma, pur vivendo santamente, ebbe solo il disconato. Il sostituto Giraldo raccolse le reliquie di s. Cataldo in un cofano d'argento e compose la vertenza tra l'arcivescovo di Brindisi e le Benedettine di quella citta.

Nel 1217, alla morte di Gualtiero II eletto l'anno prima, il Capitolo eludendo le norme pontificie nominò il successore, ma intervenne Onorio III ed elesse Nicola (1219), che quattro anni dopo intervenne alla consacrazione della chiesa di Cosenza e nel 1225 concesse ai Cistercensi di S. Maria de Ferraria di Teano di fondare due monasteri nella diocesi. Fr. Giorgio da Capua nel 1301 fu il prescelto di Bonifacio VIII che, deposte le due nomine del Capitolo, venne a sanare una pericolosa scissione; fu uomo saggio e consigliere prima di Carlo II, poi di Roberto e di Filippo principe di T.

Una confusa situazione si creò nella diocesi alla morte di Giacomo d'Adria (1378) assassinato da un tal Biagio Torto a seguito - pare - dell'acuirsi del dissidio col Capitolo. Urbano VI vi trasferì Marino del Giudice, il quale però, accusato di cospirazione contro il Pontefice a favore dell'antipapa, fu deposto, imprigionato e gettato in mare presso Genova chiuso in un sacco. Il successore è dubbio; qualche nome è preso addirittura da altra sede. Nel 1391 viene finalmente eletto da Bonifacio IX Belisario, abate benedettino di S. Maria de Gualdo di Benevento. Qualche anno dopo, T. si trovò governata da tre presuli di opposte fazioni: Matteo o, secondo altri, il card. Francesco De Caris ( 1408 ) da parte di Benedetto XIII; Rinaldo Brancacci, pure cardinale, da Giovanni XXIII, e il legittimo Ludovico Bonito, girgentino, eletto da Innocenzo VII (1406). Del primo, che pare abbia spogliato la Chiesa tarentina di vari feudi, non si sa bene la fine; il secondo invece, tornata la pace nella Chiesa, rassegnò la sua dignità al pontefice Martino V e mori a Napoli, dove è sepolto nella chiesa di S. Angelo a Nido.

Molti furono i cardinali che ressero la cattedra tarentina. Basterà citare i cardd. Latino Orsini romano (1472) e il successore Giovanni d'Aragona (1478), figlio di Ferdinando re di Napoli; un altro Orsini nel 1491 e Raffaele Riario (1504?) nipote di Siato IV; Antonio Sanseverino (1528), Marco Antonio Colonna (1560), e, non ultimo pur non essendo cardinale, il teatino Tommaso Caracciolo (1637) morto in odore di santita. Dal 1703, anno in cui fu traslato a Napoli il card. Francesco Pignatelli, la sede restò vacante per ben dieci anni a causa d'ingerenze dell'Imperatore d'Austria e solo nel 1713, traslato da Potenza, T. riebbe il suo presule nella persona di Giambattista Stella di Modugno. Numerosi furono nella diocesi gli Ordini religiosi, i cui conventi e monasteri risalgono in gran parte ai secc. xili e xiv; ma non mancarono pure comunità più antiche, come quelle dei Basiliani e dei Benedettini che occupavano le due isole del golfo dette rispettivamente di S. Pietro e di S. Paolo.

Monumenti. - Sulla città passarono Goti, Bizantini e Saraceni e più volte l'occupatore e il predone si accanirono sui suoi monumenti; non si può parlare perciò che di vestigia. Tale è il Duomo che si eleva nel cuore della città vecchia. Le sue origini sono avvolte nella leggenda e le date, che di volta in volta si è creduto di determinare, sono pure congetture. Si sa che la chiesa primitiva era dedicata a s. Maria del Popolo e che il saccheggio saraceno ne determinò la quasi totale rovina.
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(fol. De Vincentis)
Taranto, arcipiocta! di - Particolare dell'acquasantiera della cripta della Cattedrale - Taranto.

Risorta la città, l'arciv. Drogone, il normanno parente del Guiscardo, iniziò la ricostruzione del tempio e, in seguito al rinvenimento delle reliquie di s. Cataldo (1071), dedicò al Santo la nuova chiesa. Oggi la linea primitiva è alterata dai vari restauri subiti nel 1569, 1657, 1713 e 1871-73. Romanica è la struttura ionografica di tutta la costruzione: tre navi con alto transetto e cupola; lom-bardo-indigena la cupola sorretta dal grande tamburo ornato di esili colonnine e archetti pensili (modi e forme fioriti altrove: Bari, Trani, Bitonto, Ravo, ecc.); originali, oltre all'abside, il portale già sul fianco nord, ora in fondo alla scala che scende alla cripta; le sedici colonne marmoree dell'interno, avanzi di monumenti pagani; due leoni di classico modello, scarsi frammenti ora interrati di un musaico pavimentale in vermiculatum * e le quattordici colonne della cripta, rinvenute nel 1901, che sorreggono archi ogivi interessanti per l'epoca cui appartengono. Il duomo di T. si ricollega, senza dubbio, alle belle chiese che in Terra di Bari e nel Salento ci ha lasciato l'arte pugliese, sensibile alle forme lombarde, ma in possesso ancora di taluni elementi bizantini visibili nell'arco della crociera distrutto durante i recenti restauri e soprattutto nei capitelli, diversi per forma e dimensioni, in cui si avverte quella particolare maniera che contraddistingue alcuni esemplari di altre basiliche a nord e sud del litorale adriatico. Le altre parti della Basilica, ad eccezione del campanile tronco, del 1413, recano l'impronta moderna. Opere barocche sono: la facciata, il soffitto e il baldacchino dell'altare maggiore, quest'ultimo rifatto nel 1652 al posto del precedente (1571), ora sul fonte battesimale. Una gemma della chiesa è la cappella di S. Cataldo a destra dell'abide : iniziata nel 1657, fu compiuta solo ai primi del sec. xix. Ha ricchi ornati e affreschi celebranti la vita del Santo (opere di P. De Matteis e G. Pagano, 1713-1804); l'altare, con il busto argenteo del Patrono effigiato da V. Catello nel 1892, conserva le reliquie entro le stupende tarsie marmoree. Nel Tesoro del Duomo sono custoditi due crocifissi ebur-

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(fot. EviI)
Taranto, arcidocesi di - Palazzo del governo e Rotonda dal lungomare. Taranto.
nei, un evangeliario in pergamena, diversi reliquiari e la croce pettorale del Santo, forse del sec. viI-viII. Una lapide, ora murata vicino alla porta del campanile, ricorda che una volta nel Duomo esistevano le tombe con le spoglie di personaggi illustri, quali Filippo II d'Angiò ed Elisabetta d'Ungheria sua moglie, Raimondello Orsini, ecc., prima che andassero distrutte durante i vari lavori di restaure.

Delle altre chiese di T. merita di essere ricordata quella di S. Domenico, fondata da Federico II e donata ai Benedettini, intitolata a s. Pietro Imperiale prima di passare ai Domenicani. Conserva integra solo la facciata col rosone e il bel portale, mentre l'interno venne trasformato durante i secc. xvI-xviI.

Sotto lo stesso Imperatore svevo sorse pure nei dintorni di T. la badia di s. Maria della Giustizia, ricordata in una bolla di Pasquale II del 1113. La chiesa Sancheggiata da una torre è ormai in rovina e dell'antico serba solo la facciata monocuspide e due portali duecenteschi lievemente ogivi, ma ornati con motivi orientali. Sempre nelle adiacenze della città, nel villaggi