., Roehampton 1910; L. Kilger, Die erste Mission unter den Bantustämmen Ostafrikas, Münster in V. 1917: Fr. Rodrigues, Hist. da Companhia de Trans na Assisticria de Portugal, 1, Porto 1931. pp. 312-19, 624-26 e passim: B. Leite, D. Gonfalo da S., Lisbona 1946.
Celestino Testore
SilVERIO, PAPA, santo. - Oriundo di Frosinone, figlio del papa Ormisda, fu eletto pontefice nel giugno 536, per l'intervento del re goto Teodato, nonostante fosse suddiacono e nonostante l'opposizione del clero.
Il suo breve pontificato fu coinvolto e travagliato dalle lotte politiche e religiose che in quegli anni turbavano l'Italia e delle quali S. cadde vittima. Poco dopo la sua elezione mori il suo protettore, Teodato, e Belisario occupava Roma (dic.) per conto dell'Imperatore bizantino cacciandone il re goto Vitige. Questi ritornò nel febbr. successivo cingendo Roma d'assedio per circa un anno, durante il quale devastò chiese e simiteri specialmente della regione Salaria, dove s'era accampato.
Durante l'assedio intanto giungeva a Roma da Costantinopoli, dove era apocrisiario, il diacono Vigilio con lettere dell'imperatrice Teodora con le quali raccomandava a Belisario di adoperarsi perché Vigilio fosse eletto alla cattedra pontificale. Pare che questi avesse promesso a Teodora di restituire alla Chiesa di Costantinopoli il patriarca Antimo, già deposto dal papa Agapito, e specialmente di annullare le decisioni del Concilio di Calcedonia. Belisario desideroso di ubbidire all'Imperatrice, ma insieme non potendo deporre il legittimo pontefice, dal quale del resto era stato bene accolto, chiamò nel suo palazzo S. cercando di persuaderlo ad accondiscendere alle richieste imperiali. Naturalmente il Papa si rifiutò; si ri-
corse allora alle calunnie e fu divulgata una presunta lettera di S. a Vitige con la quale gli prometteva di consegnargli Roma aprendogli la porta Asinaria presso il Laterano. Belisario richiamò S. al quale fu facile scolparsi della calunnia e per togliere ogni sospetto e pretesto ai suoi nemici si recò ad abitare presso la chiesa di S. Sabina. Le mene contro di lui però non cessarono; nel marzo 537 per la terza volta fu chiamato al palazzo di Belisario, e mentre i suoi chierici furono fermati in anticasnera, S. fu introdotto accompagnato dal solo Vigilio. Improvvisamente un diacono gli tolse di dosso il pallio mentre altri due lo rivestivano con un abito monacale. Ai chierici in attesa fu annunziato che S. non era più papa e che pensassero ad eleggere il successore : naturalmente l'eletto fu Vigilio! S. fu mandato in esilio a Pa tara in Licia; quivi poté far conoscere al vescovo del luogo il vero stato delle cose, e questi santamente ardito si recò da Giustiniano rimproverandogli l'atroce misfatto. L'Imperatore ordinò allora che S. fosse ricondotto a Roma e sottoposto ad un regolare giudizio, ma giunto in Italia fu consegnato a Vigilio che lo fece relegare nell'isola Palmeria dove mori di stenti e di fame. Il suo sepolcro divenne meta di pellegrinaggi ed il Signore vi operò anche miracoli. Nel Martrologio romano S. è commemorato il 20 giugno ma è una data stabilita arbitrariamente da Adone.
Bibl.: Lib. Pont., I, pp. xxxix sg., 290-93; Acta SS. 7unii, IV, Parigi 1885, pp. 13-18; L. Duchesne, L'Eglise au VIIe siècle, ivi 1925, pp. 151-54; H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico, ed. it., II, Roma 1930, pp. 64-68: Martyr. Romamum, p. 247; Fliche-Martin-Frutax, IV, 436 sg.; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisancio e ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 129 sg., 145-47. 153 sg.
Agostino Amore
SILVESTER, LebedinskiJ. - Teologo e scrittore ecclesiastico russo del sec. xvili. N. in data ignota nella Russia meridionale, m. ad Astrachan il 5 nov. 1808.
Studiò nell'Accademia ecclesiastica di Kiev. Nel 1791 fu eletto rettore del Seminario ad Astrachan, nel 1794 del Seminario di Kazan e il 25 luglio 1797 primo rettore dell'Accademia ecclesiastica di Kazan. Nel 1799 divenne vescovo di Poltava e Perejaslavl e nel 1807 accivescovo di Astrachan.
S. compose in latino un manuale di teologia per i seminari: Compendium theologiae dogmaticae ( $1^{\text {a }}$ ed. Pietroburgo 1799; $2^{\text {a }}$ ed., molto aumentata, Mosca 1805). S. segue in teologia l'indirizzo protestantizzante di Teofane Prokopovič; ammettendo per la fede la sola S. Scrittura mentre i concili non possono stabilire dogmi irreformabili e la tradizione orale non è necessaria; vengono esclusi dal canone i libri + deuterocanonici +, ecc. Altri scritti notevoli (in russo): Il cibo incorruttibile, $1^{\text {a }}$ ed. Mosca 1789, $3^{\text {a }}$ ed. 1843; Interprete evangelico dei Proverbi (è un'interpretazione dei Proverbi, con testi paralleli della S. Scrittura per ogni versetto), $1^{\text {a }}$ ed. Mosca 1796, $4^{\text {a }}$ ed. 1894.
Bibl.: M. Jugie, Theologia dogmatica christianorum orientalium ab Ecclesia catholica dividentiam. I, Parigi 1926, pp. 294295, 644-45; v. anche gli indizi dei voll. II-IV, a. v. Lebedinshii Sylvester.
Bernardo Schultze
SILVESTRI, Francesco, detto il Ferrarese (Ferrariensis). - Teologo e filosofo domenicano, n. a Ferrara nel 1474, m. a Rennes il 19 sett. 1528. A 14 anni si fece religioso nella sua città natale. Finiti gli studi insegnò a Mantova (dove diresse spiritualmente la b. Osanna Andreassi), a Milano e a Bologna. Nel 1516 era già maestro in teologia, nel 1518 vicario della congregazione lombarda.
Pochi anni più tardi, mentre a Bologna era priore, reggente degli studi e inquisitore, fu nominato da Clemente VII vicario generale del suo Ordine (1524) e l'anno seguente venne eletto all'unanimità maestro generale a Roma. Datosi subito con grande zelo al governo dell'Ordine e alla visita dei conventi, mori tre anni dopo di malattia contratta in un incidente fluviale.
Opera principale: In libros s. Thomae Aquinatis contra Gentes commentaria. Era già finito nel 1517, ma
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(fot. Mureo del Fara)
Silvestro I, papa, santo - Affresco nella chiesa di S. Maria Antiqua (sec. viII) - Roma.
non fu stampato subito. Nel 1518 il card. Gaetano, di passaggio a Bologna, vide il commento, ne fece le più ampie lodi ed esortò vivamente i confratelli a pubblicarle ( $1^{2}$ ed., Venezia 1524 [non Parigi 1552, come è detto in DThC, XIV, col. 2087]); tra le antiche edizioni, principale è la piena, fatta per ordine di s. Pio V (Opera omnia s. Thomae Aq., Roma 1570-71, I); tra le moderne quelle a cura di G. Sestili (4 voll., ivi 1897-1901; ma soprattutto quella detta leonina, fatta per ordine di Leone XIII (Opera omnia s. Thomae Aq., XIII-XV, ivi 1918-26-30]).
Scrisse altre opere prevalentemente filosofiche: Annotationes in libros Posteriorum Aristotelis et s. Thomae (Venezia 1535); Quaestionum libri de anima quam subtilissimae et praeclarissimae decisiones (Venezia 1535); Apologia de convenientia institutorum Romanae Ecclesiae cum evangelica libertate, tractatus adversus Lutherum (Roma 1525; $2^{2}$ ed. Roma 1900, a cura di G. Sestili).
Michele Pió riferisce che il S. aveva intrapreso il commento anche della Summa Theologica ma ne desistette quando venne a conoscenza di quello del Gaetano. E fu un danno, perché il Ferrarese, sebbene inferiore al Gaetano per potenza speculativa, rimane tuttavia un tomista acuto, intelligente, con ampie vedute, ma anche personale, tanto che dissente spesso apertamente dal suo illustre confratello (ad es., sulla natura dell'intelletto, dell'analogia, della signatia individuale, della possibilità di più angeli della stessa specie).
Il Ferrarese porta una nota di personalità anche su altre questioni meno importanti, come, ad es., sul desiderio naturale della beatitudine, sul come le relazioni in divinis si distinguano dall'essenza, e qual senso si debba dare al detto dell'Aquinate che Relatio (in divinis) non constituit personam in quantum est relatio.
Tutti questi particolari rivelano nel S. una squisita sensibilità scientifica e un grande amore della verità oggettiva. La posterità gli ha assegnato il secondo posto nella nobile schiera dei commentatori di s. Tommaso; posto che egli tiene con grande onore soprattutto per la fedeltà al maestro, la retta intelligenza delle dottrine, la perspicuità dell'esposizione e il giusto metodo storicocritico della ricerca.
Bial.: L. Alberti, De viris illustribus Ordinis Praedicatorum, Bologna 1517; M. Pió, Delle vite degli uomini illustri di s. Domenico, II, Pavia 1613; Quétif-Echard, II, pp. 59-60; G. Bago-
lini, La b. Osanna Andreassi da Mantova, Firenze 1905, passim; G. Sestili, in Gli scienziati italiani, I, Roma 1923, pp. 128-37; M. M. Gorce, s. v. in DThC, XIV, 2085-87; A. Gazzana, La materia signata di s. Tommaso secondo la diversa interpretazione del Gaetano e del Ferrarese, in Gregorianum, 23 (1943), pp. 78-85; C. Giacom, La seconda Bodactica, I Grandi Commentatori di s. Tommaso, Milano 1944, pp. 37-157. Umberto Deaf/Innocenti
SILVESTRO I, PAPA, santo. - Nonostante il suo lungo pontificato ( 31 genn. $314-31$ dic. 335) poche notizie si conoscono della sua vita e della sua attività, avendo coinciso con l'operosità di Costantino (v.), il primo imperatore cristiano, che dominò e riempì di sé la vita dell'Impero e della Chiesa nella prima metà del sec. Iv.
Lo stesso autore del Lib. Pont. si dilunga nell'enumerare le costruzioni di Costantino, mentre ha pochi accenni per l'attività del Papa. S. avrebbe promulgato decreti sulla consacrazione del crivma da parte del vescovo, sui processi e giudizi riguardanti i clicerici, sugli interstizi necessari per accedere agli Ordini sacri, sulle vesti liturgiche e sul modo di ricevere gli eretici nella Chiesa. A lui si attribuisce la fondazione del « titulus Equitii = sull'Esquilino (S. Martino ai Monti), ma pare che esso fosse più antico e che S. vi avrebbe soltanto esercitato il suo ministero prima di esser eletto papa. E certo però che alla fine del sec. Iv il nome ed il culto di S. era legato a quel titolo e che nel sec. vi era già chiamato "titulus s. S.".
Durante il suo pontificato la Chiesa fu travagliata dalle questioni donatista ed ariana, ma non sembra che S. abbia fatto molto per la condanna degli eretici sebbene fosse al corrente delle cose. La prima infatti fu decisa nel Concilio di Arles (314) convocato da Costantino, al quale il Papa non partecipò, ma fu informato delle decisioni con una lettera sinodale; la seconda invece fu decisa nel Concilio di Nicea (325), anche questo convocato, presieduto e diretto da Costantino ed al quale parteciparono come legati papali Osio vescovo di Cordova e due presbiteri romani. Anche nelle successive fasi della questione ariana S. ebbe parte di secondaria importanza.
Fu sepolto nel cimitero di Priscilla sulla Via Salaria nuova. Il suo nome si trova già nella Depositio Episcoporum ed è ricordato con la stessa data e luogo dai martirologi, dagli Itinerari del sec. viI e dai Sacramentari.
La persona di S. non sfuggì però alla leggenda che ne tramandò ai posteri una figura piuttosto eroica da contrapporre a quella di Costantino dal quale era stato sì meschinamente oscurato. Tra i cosiddetti «Apocrifi simmachiani» (v. SIMMACO), infatti, tre riguardano appunto S. : sono gli Actos beati S., il Constitutum ed il cosiddetto Sinodo dei 273. Nel primo, del quale esistono redazioni in latino, greco e siriaco e che fu attribuito falsamente ad Eusebio di Cesarea, si racconta una romanzata vita di S. Da giovane esercitava gli uffici di ospitalità verso i pellegrini ed iscrittosi tra il clero fu ordinato sacerdote da Milziade. Eletto pontefice, per sfuggire alla persecuzione di Costantino si ritirò sul monte Soratte donde ne discese per battezzare lo stesso Costantino convertito e liberarlo dalla lebbra. Il fervore costruttivo di Costantino però suscitò le ire della madre Elena che provocò una disputa tra S. ed alcuni giudei sulla vera religione; S. rimase vincitore ed Elena abbracciò il cristianesimo. Questa si recò quindi in Oriente dove trovò la Croce di Gesù, mentre Costantino fondava Costantinopoli.
Il «Constitutum» ed il «Sinodo» sono una raccolta di 20 decreti e delle decisioni di un presunto sinodo tenuto da S. nelle terme di Traiano dopo il Battesimo di Costantino ed alla sua presenza, per convalidare le decisioni del Concilio di Nicea, con il quale S. avrebbe scambiato delle lettere. A questi apocrifi nel sec. viII si aggiunse la famosa Donatio Constantini con la quale Costantino trasferendo la sua sede in Oriente lasciava a S. tutti i suoi diritti sovrani su Roma e conferiva molti privilegi a lui ed al suo clero.
Bial., Lib. Pont., I, pp. cix-xx, cxxxix-xL. 170-201; W. Levison, Konstantinopche Schenkung und Silvester-Legende, in Misc. F. Ebite, II (Studi e testi, 58), Roma 1924, pp. 159-247; R. Violliard, Les origines du titre de Saint-Martin aux Monts d Rome, ivi 1931; Martyr. Romanum, p. 160; Fliche-Martin-Frutaz, III, pp. 38-40; R.
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Valentini-G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, ivi 1942, pp. 13, 192 sg. Agostino Amore
SILVESTRO II, PAPA. - Pontificò dal 2 apr. 999 al 12 maggio 1003. Probabilmente originario dell'Alvernia, Gerberto entrò come monaco nell'abbazia benedettina di St-Géraud d'Aurillac (Cantal). Borrel, conte di Barcellona, apprezzò la sua cultura e lo condusse con sé in Catalogna verso il 967 . Atton, vescovo di Vich, lo iniziò alle scienze matematiche. Il giovane monaco fece tali progressi che il suo protettore lo presentò come una celebrità alla corte di Ottone I, il quale si trovava allora a Roma (970). Egli non si stabili in questa città e si recò a Reims dove fioriva una scuola di dialettica (972).
Divenuto maestro in questa disciplina, insegnò acquistandosi grande rinomanza; ciò gli procurò il titolo di scolastico e il favore dell'arcivescovo Adalberone. Ottone II che fu presente a una discussione di filosofia con il tedesco Otric di Magdeburgo a Ravenna - riportata dal monaco Richero - lo ricompensò donandogli l'abbazia di Bobbio (980). Gli avvenimenti politici sopravvenuti in Italia l'obbligarono a riprendere l'insegnamento a Reims nel 983.
Sulle dottrine filosofiche di S. rimangono due opuscoli: De rationali et ratione; De Corpore et Sanguine Domini. Non è certo se egli abbia effettivamente aderito al realismo esagerato suggerito da alcuni testi (cf. De Corp. et Sang. Dom.: PL 139, 189 B.). Oltre che per il suo insegnamento della dialettica, Gerberto fu noto per la sua scienza della geometria e astronomia. La costruzione di un globo celeste gli permise di esporre ai suoi uditori il movimento degli astri e dei pianeti in modo nuovo. L'invenzione di un apparecchio che segnava l'ora durante la notte suscitò scalpore perché fino ad allora non si era usata che la meridiana. Gerberto semplificò l'arte del calcolo e redasse i primi tredici capitoli di un trattato De Geometria (PL 139, 95-152 e l'ed. di N. Bubnov, Gerberti opera mathematica, Berlino 1899).
Gerberto occupa un posto distinto anche nell'arte epistolare. Come segretario dell'arcivescovo Adalberone egli mantenne una intensa corrispondenza diplomatica con i contemporanei e lavorò efficacemente per l'avvento di Ugo Capeto. Julien Havet curò l'edizione critica della corrispondenza (Parigi 1889) e riusci a datarla e a decifrare

(da A. Silvagni, Monumenta optographica christ. A. Roma, Città del Vaticano (65), tasc. I, 5;
Silyestro II, papa - Epitaffio di S. II - Roma, basilica di S. Giovanni in Laterano.
le enigmatiche note tachigrafiche che vi abbondano; tuttavia, M. J. Lair (Etudes critiques sur quelques textes des $X^{e}$ et $X I^{e}$ siècles, 2 voll., Parigi 1899) ha proposto alcune rettifiche. Così, come scienziato e come letterato, Gerberto esercitò una influenza considerevole nel sec. x. La politica gli fu causa di tribolazioni. Dopo aver contribuito al successo di Ugo Capeto e all'eliminazione di Carlo di Lorena, egli avrebbe potuto aspirare alla sede di Reims, in seguito alla morte di Adalberone ( 23 genn. 989), ma il Capeto preferì Arnoul, che lo tradì e favorì l'entrata a Reims di Carlo di Lorena. Il Re volle punire il traditore e ottenere la sua deposizione. Non avendo ottenuto soddisfazione dal papa Giovanni XV, egli convocò un Concilio a Saint-Basle de Verzy (giugno 991) dove Arnoul, vescovo di Orléans, sulla base di argomenti fornitigli da Gerberto, sostenne una scabrosa resi secondo la quale l'episcopato gallicano possedeva le qualità necessarie per prendere una decisione (v. il processo verbale redatto nel 995 da Gerberto stesso: PL 139, 287-88 e in MGH, Script., III, pp. 658-86). Deposto e degradato Arnoul, Gerberto fu eletto arcivescovo di Reims. Giovanni XV non tollerò l'affronto recato alla sua autorità. Poiché due convocazioni del clero gallicano a un concilio che avrebbe dovuto tenersi a Aix-la-Chapelle o a Roma non ebbero effetto, egli annunciò rappresaglie. Una assemblea del clero gallicano tenutasi a Chelles osò confermare le sanzioni adottate contro Arnoul e l'elezione di Gerberto. Ciononostante questi comparve al Concilio di Mouzon-sur-Meuse convocato dal legato Léon e pronunciò una abile difesa (giugno 995). In seguito, dicianzi ad un altro Concilio egli pronunciò un discorso di cui si conserva ancora il testo: PL 139, 345-50. Non si giunse ad alcuna decisione ma Gerberto non poté più risiedere a Reims; egli si unì (996) al seguito di Ottone III che visitava l'Italia, poi si recò di nuovo in Francia dove assistette al Sinodo apertosi nel marzo del 997 a St-Denis. Ritornato alla corte dell'Imperatore, grazie a lui ottenne la sede di Ravenna. Un profondo rivolgimento si operò in lui: da sostenitore di teorie nettamente gallicane, quale era stato precedentemente, divenne un ardente difensore dell'onnipotenza della S. Sede. Il 2 apr. 979 l'Imperatore gli porse la tiara.
S. Il si annunciò come un difensore intrepido dell'autorità pontificia e come un riformatore dei costumi ecclesiastici. Dapprima permise ad Arnoul, il suo avversario di Reims, di espletare le funzioni episcopali, poi prese a combattere un male che disgraziatamente infieriva nella Chiesa: la siminia (PL 139, I, 169, in cui figura un Sermo de informatione episcoporum, sull'autenticità del quale permangono però dei dubbi). Il merito principale di S. II fu di aver saputo mantenere la sua libertà d'azione mentre a Roma il sognatore Ottone III mirava a esercitare le sue prerogative imperiali nel modo più rigoroso. Egli ebbe, in particolare, l'abilità di assicurare il riconoscimento dell'autorità pontificia in alcuni paesi evangelizzati da missionari di
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(Ra G. Ladner, I ritratis des popi, Vaticana 221, p. 191, fig. 102) Silvestro II, papa - S. II, seduto in trono. Particolare dell' acquasantiera eburnea offerta da Ottone III al duomo di Aquingrana (fine del sec. x).
origine esclusivamente tedesca. Fu lui che istituì due sedi metropolitane in Ungheria, a Esztergom e a Kolocza, e preparò l'istituzione in Polonia di una gerarchia ecclesiastica indipendente. Divenuto papa per volontà di Ottone III, S. Il non si sentiva affatto sicuro a Roma. Nel febbr. del 1001 dovette abbandonare la città sotto la protezione imperiale. In quell'anno egli figura quasi permanentemente nella corte del sovrano e il suo itinerario tende a confondersi con quello dell' Imperatore. La morte di Ottone III
(23 genn. 1002) avrebbe potuto essergli funesta. Rientrò a Roma e si adattò a un regime politico in cui il patrizio Giovanni Crescenzio gli lasciava scarsi poteri. Morì il 12 maggio 1003 .
Gerberto ebbe nemici e fu vittima dei nazionalisti italiani che mal sopportavano l'impresa imperiale. Il Liber pont. (II, p. 263) contiene un racconto leggendario che rappresenta il Papa come un astrologo e un negromante e attribuisce la sua carriera onorifica a un patto concluso con il diavolo.
Le opere sono state stampate dal Migne (PL 139) e da A. Olleris (Oeuvres de Gerbert, Parigi 1867).
Bibl.: M. Buedinger, Uber Gerberts wissenschaftliche und politische Stellung, Kassel 1851; F. Lot, Les derniers Carolingiens, Parigi 1891; K. Werner, Gerbert von Aurillac, $2^{\circ}$ ed., Vienna 1891; K. Schultheis, Papst Silvester II (Gerbert) als Lehrer und Staatsmann, Amburgo 1891; F. Picavet, Gerbert, un pape philosophe, d'après l'histoire et d'après la légende, Parigi 1897; C. Lux, Papst Silvester II. Einfluss auf die Politik Kaiser Ottos III., Breslavia 1898; F. Lot, Etudes sur le règne de Hugues Capet, Parigi 1903; Fr. Eichengrun, Gerbert (Silvester II) als Persönlichkeit, Berlino 1928; ed. delle Historiae di Richerio monaco di St-Denis, pubbl. da R. Latouche, Parigi 1930 (preferibile a MGH, Scriptores, III, pp. 361-694 (Richerio fu allevato da Gerberto ed ebbe molte informazioni sugli avvenimenti direttamente dal suo maestro); Fliche-Martin-Frutaz, VII, nn. 71-79, 371.
Guglielmo Mollat
SILVESTRO III, ANTIPAPA. - Giovanni, vescovo di Sabina. Poco si sa intorno a lui, salvo che per porre termine al malcontento suscitato a Roma dall'autoritario Benedetto IX fu dai Romani eletto nel genn. 1045 come suo avversario; ma poco durò.
Nel marzo i fratelli di Benedetto IX l'obbligarono ad andarsene e a ristabilire nel Palazzo del Laterano il Pontefice fuggiasco. Nel dic. del 1046, dietro pressione di Enrico III, la situazione fu chiarita nel Concilio di Sutri, che depose S. III.
Bibl.: A. Fliche, La Réforme grégorienne, I, Lovanio-Parigi 1924, p. 108; J. Gay, Les papes du XIr siècle et la chrétienté, Parigi 1926; Fliche - Martin - Frutaz, VII, nn. 96-97, 100, Guglielmo Mollat
SILVESTRO IV, ANTIPAPA. - Maginulfo, arciprete romano. Durante il conflitto impegnato con Enrico IV per le investiture, Pasquale II aveva pronunciato contro di lui la scomunica.
I partigiani dell'Imperatore colsero l'occasione della assenza di Pasquale da Roma per metterlo sul trono, come papa ( 18 nov. 1105 ), con il nome di Silvestro IV. Il quale cadde nelle mani di Pasquale e abdicò dietro ordine di Enrico IV. Al tempo della firma del Concordato con Enrico V, l'antipapa dovette rinnovare la sua abdicazione e promise obbedienza a Pasquale II (spr. 1111).
Bibl.: J. M. Vatterich, Pontificum Romanorum qui fuerunt ince ab excunte saec. IX usque ad finem saec. XIII vitae, II, Lipsia 1862, pp. 4,68 e 90.
Guglielmo Mollat
SILVESTRO da Sulmona (dell'Aquila). - Scultore, figlio di Giacomo, detto anche S. dell'Aquila dal suo luogo di nascita, è stato assai spesso confuso con il pronipote, S. d'Arischia (ivi n. nel 1550).
È la maggiore personalità della scultura abruzzese degli ultimi decenni del 1400 : i documenti lo ricordano anche come pittore. Noto la prima volta nel 1471; nel 1476 -So scolpì il monumento al card. Agnifili in S. Massimo di Aquila, firmato - Opus Silvestri Aquilani 1; al monumento anche apparteneva la lunetta oggi murata nella porta laterale di S. Marciano e che richiama la scuola di Antonio Rossellino; la conoscenza dei modelli fiorentini è chiara anche nello schema della tomba. I caratteri della sua arte fanno pensare ad altri contatti con la cultura figurativa del suo tempo. Nel monumento a Maria Camponeschi in S. Bernardino (sui attendeva ancora nel 1496) lo schema toscano del monumento funebre si appesantisce di statue entro nicchie nei pilastri e di ricchi ornati secondo il gusto della scuola romana del tardo ' 400 ; nel S. Sebastiano (1478), ora nel Museo di Aquila, ai ricordi del Rossellino si uniscono motivi del Verrocchio. Nel 1500 S. lavorava al mausoleo di S. Bernardino, nella chiesa omonima, ricco di statue ed ornati, compiuto nel 1505 in prevalenza da aiuti.
Tipici sono alcuni gruppi in terracotta dipinta della Madonna con il Bambino (in S. Bernardino di Aquila, in S. Maria di Collemaggio) che rimasero di modello alla scultura abruzzese del ' 500 . - Vedi tav. XL.
Bibl.: U. Chierici, Saggio di bibl. per la storia delle arti figurat. on Abruzzo, Roma 1947, con bibl.; L. Mack Bongiorno, Notes on the art of S. dell'Aquila, in The art bulletin, 3 (1942), pp. 232-43.
Maria Vitoria Bruenoli
SILVESTRO GUZZOLINI, santo. - N. a Osimo verso il 1177 dai nobili Ghislero e Bianca dei Ghislieri, m. in una celletta sul Montefano il 26 nov. 1267.

(ver cortesia di mans. A. P. Frutaz)
Silvestro Guzzolini, santo - S. S. abate, scuola del Veronese. Fabriano, eremo di S. Silvestro.
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Inviato all'Università di Bologna per apprendervi il diritto, seguendo l'interno impulso si diede allo studio della teologia, incorrendo perciò nell'indignazione del padre, da lui sopportata con eroica pazienza. Ordinato sacerdote, fu nominato canonico nella sua patria, finché spinto dall'orribile vista del cadavere di un suo illustre parente, a 50 anni lasciò Osimo e fisso la sua dimora prima a Grottafucile, nella montagna della Rossa (Appennino marchigiano) e quindi, nel 1230, sul Montefano, presso Fabriano dove fondò un monastero. Successivamente eresse altri 12 monasteri, nei quali erano distribuiti alla sua morte 400 monaci, formando la nuova Congregazione benedettina, che da lui venne detta silvestrina. Alcuni emuli, mossi da invidia, lo denunziarono alla Curia Romana; per difendersi dovette recarsi a Roma. Si presentò a coloro che tenevano le veci del papa Innocenzo IV, il quale era a Lione, nel 1246 o sul principio del 1247. Da Roma invece ottenne anche la conferma della Congregazione con bolla del 27 giugno 1247. La permanenza del Santo in Roma giovò a divulgarne la santità e arrecò anche grande vantaggio al suo Istituto. Mossi infatti dai suoi miracoli, i Canonici della basilica di S. Pietro gli cedettero la chiesa di S. Giacomo in Settimiano alla Lungara, presso la quale sorse poi un monastero. Fu appunto per rendersi conto dei lavori per la sua costruzione che il Santo rivide Roma tra il 1260 e il 1265 . Egli istituì anche un ramo femminile dell'Ordine, che, se non ebbe notevole sviluppo durò tuttavia sino al 1822 . Il Santo fino all'estremo di sua vita esercitò un mirabile apostolato, che lo rese celebre nelle Marche e fuori. Morì circondato dai suoi figli, a circa 90 anni, e fu tosto venerato come santo. Ebbe favori celesti e operò miracoli per cui, in occasione di un monastero aperto a Osimo, Paolo V gli rese un singolare tributo di lode nella bolla Sanctarum virorum del 23 sett. 1617. Clemente VIII ne inserì il nome nel Martirologio romano; Benedetto XIV, Clemente XIV, Pio VI ne allargarono il culto, che Leone XIII estese alla Chiesa universale ( 19 ag. 1890). Il Santo viene raffigurato generalmente in atto di ricevere la Comunione dalla S.ma Vergine; pregevole è la tela conservata sull'altare maggiore della chiesa a lui consacrata sul Montefano e attribuita a Claudio Ridolfi, detto "Veronese". Le sue ossa si conservano sopra l'altare maggiore di detta chiesa in una elegante arca marmorea.
Bibli: ne scrisse la vita Andrea di Giacomo da Fabriano verso il 1280 , sulle testimonianze dei coeri (pubbl. la prima volta a Jesi nel 1772), alla quale i posteri biografi ben poco poterono aggiungere; A. Bolzonetti, Il Monte Fano e un grande anacoreta, Roma 1906; U. Policari, S. S. G., in Riv. stor. bened., 2 (1907), pp. 221-29; P. Lugano, L'Italia benedettina, ivi 1929, pp. 443-52; D. A. M. Cancellieri, S. S. Abate e l'opera sua, Matolica 1942. Antonio Cancellieri
SILVIA, santa. - Madre di s. Gregorio Magno, è commemorata nel Martirologio romano il 3 nov. inscrittavi per ordine di Clemente VIII.
Di nobile stirpe, sposò Gordiano della famiglia degli Anicii dal quale ebbe due figli. Rimasta vedova diede molta parte dei suoi beni per fondare monasteri specialmente in Sicilia, donde è nata l'idea che S. fosse di origine siciliana. Si ritirò quindi a vivere in una piccola casa presso la chiesa di S. Saba, dove nel sec. Ix esisteva un oratorio a lei dedicato. Per interessamento del figlio la sua immagine fu dipinta, insieme con quella del marito, nel monastero di S. Andrea al Clious Scauri.
Bbic.: Acta SS. Nimembris, I, Bruxelles 1887, pp. 648-62; Martor. Romanum, p. 492.
SIMBIOSI. - Dal greco ov̀v (= insieme) e βíos (= vita). Questo termine, introdotto da A. de Bary nel 1879 , indica l'associazione intima e costante di due organismi animali o vegetali di specie differente, atta a creare fra di essi scambievoli rapporti, che permettono loro di raggiungere condizioni più favorevoli di vita.
Quando ambedue i componenti di una s. (simbionti) ritraggono uguale giovamento dalla propria associazione, si parla più precisamente di mutualismo o s. mutualistica. Da questa condizione si passa gradualmente ad altre,

SIMBIOSI - Sezione del tallo di un lichene, costituito dalla s. fra le cellule di un'alga (in nero) e i filamenti di un fungo.
nelle quali l'equilibrio della s. è meno perfetto, onde uno dei due simbionti ritrae dell'associazione un vantaggio più notevole che l'altro. Così si arriva ai casi di semplice inquilinismo, in cui una specie vive come inquilino su di un'altra, occupandone una parte del corpo senza recarle né danno né vantaggio; oppure a quelli di commensalismo, in cui una specie convive con un'altra al solo scopo di nutrirsi con i residui del suo pasto. Ben differenti sono le condizioni del parassitismo (v.), in cui una specie parassita danneggia o uccide lentamente l'ospite involontario che l'alberga, ritraendone il nutrimento e tutte le altre condizioni di esistenza. Taluni ammettono che alcune forme di s. o di inquilinismo rappresentino uno stadio preparatorio verso il parassitismo.
Fenomeni di vera s. si verificano fra vegetali e vegetali, fra animali ed animali, oppure fra vegetali ed animali. Da casi di ectosimbiosi, in cui le specie associate conservano una certa autonomia, si arriva a casi di endosimbiosi, caratterizzati da una notevole compenetrazione dei simbionti in un unico complesso (Caullery).
Una delle più interessanti s. fra vegetali è quella che si riscontra nei licheni, di cui ogni specie (come ha scoperto Schwendener nel 1867) risulta dall'intima associazione di un fungo con un'alga unicellulare. Il vantaggio di questa convivenza (consorzio lichenico) deriva dal fatto che l'alga, autotrofa, sintetizza gli idrati di carbonio, mentre il fungo, eterotrofo e capace di assorbire acqua e sostanze minerali dall'ambiente, li utilizza per fabbricare con essi sostanze quaterniarie (grassi, proteine). Altra importante s. vegetale è quella che si verifica fra le leguminose ed il Bacterium radicicola. Quest'ultimo, localizzato nelle radici della pianta ove genera caratteristici tubercoli, ha il potere di assimilare l'azoto di origine atmosferica, generandone composti azotati, che poi vengono utilizzati dalla leguminosa. Un terzo esempio, molto diffuso, è quello delle micorizze, o associazioni di funghi con piante erbacee od arboree (Kamienski, 1881; Frank, 1885). I miceli dei funghi, ravvolgendo o compenetrando le radici delle piante e fungendo quasi da peli radicali, traggono dal suolo e forniscono alla pianta acqua e sali minerali, mentre la pianta fornisce al fungo gli idrati di carbonio, sintetizzati per attività clorofiliana dagli apparati verdi subaerei. La parziale digestione di ife fungine da parte della pianta potrebbe pure fornire a questa un alimento ricco di azoto.
Nelle s. tra animali, i vantaggi ricavati dai simbionti in generale constano nella difesa contro gli organismi predatori, o nella maggiore facilità di procacciarsi l'alimento. Un esempio ben noto è quello di un gruppo di crostacei ad addome molle (paguri), che trovano protezione vivendo nell'interno di conchiglie vuote di molluschi garteropodi e che spesso si associano in s. con celenterati (attinie) ben provvisti di cellule urticanti, fossiti sulla conchiglia del mollusco. Le batterie urticanti delle attinie costituiscono un'arma di difesa per il paguro; d'altra parte le attinie traggono vantaggio dai residui alimentari del paguro e, soprattutto, dalla possibilità di essere trasportate passivamente durante le peregrinazioni di que-
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st'ultimo, divenendo cosi vaganti, da sedentarie che sarebbero state normalmente. Analoghe s., con simili vantaggi reciproci, si stabiliscono nelle spugne Suberites, che si impiantano sull'esoscheletro di granchi del genere Dromia; oppure anche in taluni pesciolini, che usano vivere fra i tentacoli di attinie o di meduse, difendendosi cosi dall'assalto dei propri predatori, e favorendo al tempo stesso, mediante i loro movimenti, l'arrivo delle particelle alimentari sospese nell'acqua all'apertura boccale del celenterato.
Un omino a parte deve essere dedicato alle s. fra protozoi e metazoi. Si cita il caso delle termiti, il cui intestino ospita un numero considerevole di flagellati, indispensabili per la digestione del legno di cui si nutrono tali insetti; e quello dei ruminanti, il cui stomaco alberga alcune specie di ciliati, necessari alla digestione della cellulosa della membrana delle cellule vegetali.
Numerosi e importanti sono, infine, le s. tra organismi animali e vegetali (Buchner). Il vegetale simbionte, in questi casi, generalmente è una forma microscopica appartenente ai gruppi dei funghi, delle alghe o dei batteri. Fra gli esempi più diffusi, si può ricordare quello di vari protozoi o metazoi (spugne, celenterati, anellidi, molluschi, ecc.), le cui cellule presentano una colorazione gialla o verde per la presenza, nel citoplasma, di alghe unicellulari (zooxantelle, zooclorelle), che si avvantaggiano della protezione offerta dall'animale ed utilizzano, per la funzione clorofiliana, l'anidride carbonica da questo eliminata, mentre a sua volta l'animale, per lo meno fino a un certo punto, può sfruttare sia l'ossigeno che l'amido prodotti dall'alga.
Piú complessi sono i casi indicati dal Pierantoni con il nome di s. fisiologica ereditaria. Si tratta di associazioni mutualistiche, costanti e indispensabili, nelle quali un vegetale inferiore (blastomicete o batterio) vive associato con un animale che, con vario meccanismo, usa trasmettere il simbionte ai propri discendenti. In molti insetti una tale s. ha funzioni nutritive. Cosi la femmina del l'Iceryx purchasi presenta ai lati dell'intestino uno speciale tessuto (miceiona) infarcito di blastomiceti, i quali trovano nelle cellule animali il proprio nutrimento e digeriscono a vantaggio dell'insetto gli idrati di carbonio, di cui questo si nutre. La trasmissione dei blastomiceti alle generazioni successive è assicurata dal passaggio di essi dal micetoma agli ovociti contenuti nelle ovaie. Fatti analoghi sono stati riscontrati negli afidi. In certi casi, pare dimostrata la produzione di vitamine indispensabili all'ospite, da parte del vegetale simbiotico.
Altri casi di s. fisiologica, fra animali e batteri, appaiono collegati con fenomeni di bioluminescenza (Pierantoni, Buchner). Cosi negli organi luminosi di vari insetti è stata notata la presenza di batteri, che partecipano più o meno direttamente ai processi biochimici di produzione della luce. Numerosissimi batteri fotogeni sono stati pure riscontrati entro gli organi luminosi di animali marini (cefalopodi, tunicati, pesci). Non tutti i casi di bioluminescenza, soprattutto frequenti nelle faune abissali, sembrano però attribuibili a fenomeni di s. con batteri.
Boll.: P. Buchner, Tier und Pflanze in Symbiose, $2^{2}$ ed., Berlino 1930; id. Symbiose der Tiere mit pflanzlichen Organismen, ivi 1939: U. Pierantoni, Nozioni di biologia, $2^{2}$ ed., Torino 1940; M. Coullevy, Le parasitisme et la symbiose, $2^{2}$ ed., Parigi 1950. Enrico Vannini
SIMBOLI DELLA FEDE. - Formole che esprimono in maniera sommaria le verità della fede.
I. Nozione. - La parola "s.", se derivata dal greco $\sigma \dot{u} \mu \beta \omega \lambda \circ v$, significa tessera, segno di riconoscimento; derivata invece da $\sigma u \mu \beta \circ \lambda \dot{\varepsilon}$ significa contributo. I Padri ricorsero di preferenza però alla prima derivazione, specialmente dopo Rufino es. Agostino, nello spiegare perché con tale termine si designi la regola o professione di fede richiesta per l'ammissione al Battesimo.
Il nome di s. è già applicato correntemente a detta professione da s. Cipriano (Ep., 69, 7), mentre i Padri più antichi usavano le espressioni regula veritatis

(da N. Besson, S. Pierre et les origines de la pricnoste romaine. 1927, 69, 72; Simboli della fede - Il S. degli Apostol. Testo di origina romana, conservato in un manoscritto del sec. vivit - Oxford, Biblioteca Bodleiana, cod. Laudianus 35, f. $226^{\circ}$.
( $\kappa \alpha \nu \omega ̀ \nu \tau \hat{\varepsilon} \varsigma \alpha \lambda \lambda \eta \theta \dot{\varepsilon} \iota \alpha \varsigma$ ), regula o doctrina fidei, tessera, sacramentum (cf. s. Ireneo, Adv. haeres, III, cap. 9, n. 4; Tertulliano, De praescript., cap. 6). Alcuni autori recenti (G. C. Van Noort, Tractatus de fontibus revelationis, $3^{2}$ ed., Amsterdam 1920, p. 113) distinguono i s. dalle professioni di fede, considerando i primi come formole di fede abbreviate, le professioni di fede invece come formole più sviluppate, ma per lo più le due denominazioni vengono usate indifferentemente (Denz-U, 26 e lo Hahn, Bibliothek der Symbole und Glaubestegeln der alten Kirche, $3^{2}$ ed., Breslavia 1897).
II. Origine. - I s. d. f. ripetono la loro origine dalle esigenze interne delle comunità cristiane primitive. Già nella missione affidata da Gesù agli Apostoli (Mt. 23, 19-20) era implicito che gli insegnamenti da impartire dovevano avere una formola ben definita. Del resto, la formola battesimale prescritta da Cristo stesso è una professione di fede nella S.ma Trinità. A parte, allora, la questione circa le origini del s. apostolico (v. sottel non fa meraviglia come fin dai primi tempi sorgessero nella Chiesa formole dottrinali brevi, facili, precise, chiamate poi s., che dovevano servire, sia per mantenere l'uniformità della fede, e sia ancora per assicurarsi della fede di coloro che dovevano essere ammessi nella Chiesa.
Mano a mano che queste formole si andarono svolgendo, diventarono, consciamente o no, anche la base delle polemiche o delle apologie (cf. il Dialogo con Trifone di s. Giustino e l'Adversus haereses di s. Ireneo), mentre la necessità di combattere le eresie suggerì volta per volta l'aggiunta o l'accentuazione di uno o di un altro pensiero. Queste precisazioni si moltiplicarono nel corso dei secoli, e alle negazioni degli eretici la Chiesa oppose sempre le professioni di fede dei suoi s.
I s. d. f., perciò, lungi dal costituire un insieme di formole vuote, aride e senza vita, sono piuttosto da considerare come una manifestazione tangibile della vitalità stessa della Chiesa. Il fatto che la Chiesa ne prescrive un uso cosi frequente nella sua liturgia, dice già per sé quanto essi servano per rafforzare i legami che uniscono i seguaci di Cristo nell'unus Dominus, una fides, unum baptizma (Eph. 4, 5). Qui se ne riferiscono i principali.
III. Il S. apostolico. - Antica professione di fede della Chiesa romana. Si presenta in due forme sensibilmente differenti : il testo in uso nella liturgia e un testo più breve, ma più antico (cf. Denz-U, 226).
1. Origine. - Il S. apostolico è il risultato di una evoluzione, determinata dalle esigenze interne delle comunità cristiane, e particolarmente dall'impulso creatore
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della liturgia. Fin dai tempi apostolici, infatti, per l'ammissione al Battesimo si richiedeva una esplicita professione di fede; di qui la necessità di riassumere per i fedeli le principali verità cristiane in una formola breve e precisa e di facile comprensione, che servisse anche per discernere, di fronte alla tenace propaganda ereticale, la vera dalla falsa dottrina. La più antica formola conosciuta è quella usata dall'eunuco della Regina di Etiopia: "Io crede che Gesù Cristo è il Figlio di Dio". (Adv. 8, 37). Fin dal tempo apostolico però si conobbero altre formole più diffuse che contenevano le verità più importanti della Redenzione, come quella in I Cor. 13, 3-4: "Vi trasmisi fra le cose primarie, ciò che io pure ricevetti, che Cristo mori per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto, e che è stato resuscitato al terzo giorno, secondo le Scritture ". Confessioni simili di carattere cristologico si incontrano più tardi verso la fine del sec. 1, in s. Ignazio di Antiochia (Eph., 18, 2; Smirn., 1, 1). Accanto alle formole cristologiche si trovano anche formole di carattere trinitario, il cui sorgere fu determinato dal comando di Gesù: "Ammaestrate tutte le genti, battesimolele in nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" ( $M t .18,19$ ). Un saggio caratteristico di professione di fede di tipo trinitario, alquanto ampliato, si trova nella apocrifa Epistola Apostolorum scoperta e pubblicata recentemente, la cui origine si fa risalire al 180 ca.: "(Credo) in Patrem omnipotentem; et in Jesum Christum, Salvatorem nostrum, in Spiritum Sanctum Paraclitum; in Sanctum Ecclesiam, et in remissionem peccatorum" (Denz-U, 1). Analoghe formole in s. Ireneo (Adv. Haer., I, 10, n. 48) e nella liturgia del papiro Der Holzzech. Forse fin dalla metà del sec. II si sentì il bisogno di aggiungere nuovi elementi di carattere cristologico. A questo riguardo ebbe importanza il fatto che l'azione di grazie (Prefazio) della liturgia eucaristica comprendeva fin dalle origini una diffusa confessione di Cristo (cf. Giustino, I Apol., 61, 3, 10, 13; Ireneo, Adv. Haer., I, 10).
Si giunse così in Roma alla redazione di un tipo di s. che conteneva il comma ampliato nei riguardi di Cristo, e quindi in certo modo alterava l'equilibrio simmetrico del s. primitivo di carattere trinitario. Questa formola, che poi si cristallizzò nella forma che comprendeva ca. 12 articoli, è conosciuta verso la fine del sec. IV sotto la denominazione precisa di S. degli Apostoli o apostolico. Tale qualifica, attribuita alla professione di fede battesimale della Chiesa romana, si incontra per la prima volta nella lettera, certamente redatta da s. Ambrogio, inviata dal Sinodo milanese (393) a papa Siricio (PL 16, 1126).
2. Il S. apostolico primitivo. - Il S. apostolico nel suo testo integra primitivo è stato tramandato per la prima volta in greco da Marcello d'Ancico, in una lettera a papa Giulio (ca. il 340), e in latino da s. Niceta di Remesiana e da Rufino di Aquileia (entrambi ca. il 400); a quest'ultimo risale la prima affermazione di un'origine strettamente apostolica del S. romano con tutti i suoi articoli. Gli Apostoli, narra Rufino, prima di separarsi per predicare il Vangelo, avrebbero d'accordo compilato questo riassunto della loro futura predicazione, che chiamarono S. e che stabilirono quale regola di verità da conseguere ai nuovi credenti (Comm. in Symbolum apostol., 2: PL 21, 337). Rufino dice di aver appresi questi particolari dai maggiori (tradunt maiores nostri), ed il suo racconto ebbe fortuna in Occidente, durante tutto il medioevo; e poiché gli articoli erano 12, nel sec. vi si pretesse che ciascuno di questi fosse da attribuire ad uno degli Apostoli (PL 39, 2189-90). Fu grande perciò la sorpresa dei Padri latini nel Concilio di Ferrara del 1438, quando, avendo essi invocato contro i Greci l'autorità del S. apostolico, si sentirono rispondere da Marco Eugenio, arcivescovo di Efeso, che la Chiesa greca non aveva mai conosciuto un S. degli Apostoli. E inutile insistere sul carattere leggendario della tradizione rufiniana.
Però se il S. apostolico non è opera strettamente apostolica, rimonta tuttavia ad un'epoca molto antica. Infatti si trova quasi per intero in Tertulliano (De virgin. velandir. 1; Adversus Praxeam, 2; De praescript. haeret., 13 e 36);
e se ne hanno sicuri elementi in s. Ippolito (cf. B. Capelle, Le Symbole romain au second siècle, in Revue bénéd., 39 [1927], p. 33 sg.), in s. Ireneo (Adv. haer., I, 10), in s. Giustino (Dial. cum Tryph., 76, 85, 116; I Apol., 61), e forse anche s. Ignazio (Ad Trall., 9). Per cui è sommamente probabile la sentenza del Batiffoi (Littérature grecque, Parigi 1898, p. 70) e del Burn (The Apostles Creed, Londra 1906, p. 30) che ne fissano la data intorno al 100-20. Il Vacant (DThC, I, coll. 1673-76) fa risalire agli Apostoli, e precisamente ai fondatori della Chiesa romana, come istituzione battesimale, almeno la parte essenziale del nostro S., e cioè la professione di fede esplicita nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Gli altri elementi secondari proverrebbero da posteriori aggiunte che ne hanno completato i diversi articoli.
Secondo i critici cattolici più recenti si potrebbe considerare il S. romano come la risultante della fusione di due formole, apostoliche ambedue, l'una trinitaria, l'altra cristologica, e si potrebbe dire che detto S. è il riassunto dei tratti essenziali della catechesi primitiva sui due grandi misteri del cristianesimo. Tali formole, utilizzate dapprima separatamente, sarebbero state riunite, nel quadro della formula trinitaria, agli inizi del sec. III allo scopo di più efficacemente combattere il monarchianismo nascente (cf. P. Lebreton, La formation du Symbole des Apôtres, in Rech. de sc. rel., 13 [1923]. pp. 349-53). E certo che l'antica formola del S. apostolico fu la base di tutti gli altri s. battesimali dell'Occidente; non si può viceversa dimostrare che lo sia stato anche per i s. orientali.
3. Testo attuale. - Il textus receptus attuale differisce sensibilmente da quello di Rufino d'Aquileia. A questo, infatti, composto di 12 articoli (mentre il textus receptus consta di 14), mancano i seguenti incisi : "Creatore del cielo e della terra ", " fu concepito ", " pati ", "mori ", "diseese agli inferi ", " onnipotente ", " cattolica ", " la comunione dei santi ", "la vita eterna ". Della formola attuale trovasi la più antica attestazione nella Expositio vel tra-

(do M. Besson, St Pierre et les origines de la grimaoté romaine, Ginevra 1866. 89. 13: Simboli della fede - Commentario di s. Massimo di Torino sul S. degli Apostoli - S. Gallo, Biblioteca abbaziale, cod. 188, f. 343 (sec. viI).
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ditio Symboli, contenuta nel Missale gallicanum vetus: poiché in tale Expositio si manifesta in modo evidente la mano di s. Cesareo (m. nel 543), il textus receptus era già in uso nella Gallia meridionale a tale data.
Non si sa bene per opera di chi e in quali circostanze siano confluite in esso le varianti sopra riferite, le quali prima dei sec. vi si trovano già sparse or in uno, or in un altro dei s. in uso presso alcune grandi Chiese. Oscuro è pure il luogo dove questa elaborazione sia stata compiuta. Il Vacandard pensa nella Gallia, l'Hahn in una Chiesa dell'alta Italia, il Burn nella Chiesa di Roma o forse in un monastero influente come quello di Bobbio; tutti però sono d'accordo nell'affermare che la diffusione del testo attuale nell'Occidente, qualunque ne sia la provenienza, poté avvenire solo per il prestigio della Chiesa romana.
4. Autorità del S. apostolico. - Il S. apostolico ritenne sempre nella liturgia battesimale quel posto d'onore che vi ebbe fin dai primi secoli. Inoltre, la conoscenza del medesimo si ritenne sempre come un elemento fondamentale della vita cristiana. Per questo i sinodi medievali raccomandano ai sacerdoti di insegnarlo e commentarlo ai fedeli e di farlo loro recitare ad alta voce nelle chiese parrocchiali (cf. M. Righetti, Manuale di storia liturgica, I, Milano 1945, pp. 173-74). Esso fu considerato di particolare efficacia contro le tentazioni diaboliche (s. Ambrogio, De virg., 3, 5; s. Atanasio, Vita s. Antonii, 25); il Rituale ne prescrive tuttora la recita durante gli esccezioni. Ben presto fu introdotto nell'Ufficio divino; lo si trova in tutti i salteri dei secc. viII e ix (S. Bäumer, Hist. du Bréviaire, I, Parigi 1905, p. 377).
Bibl.: I testi del S. apostolico riuniti in A. Hahn, Bibliothek der Symbole, 2 e ed., Breslavia 1897, e in Denz-U, 1-14. Lo studio più particolareggiato intorno alla storia del S. apostolico rimane quello di F. Kattenbusch, Das Apostolische Symbol, Lipsia 18941900. In questi ultimi decenni le ricerche e le ipotesi si sono notevolmente moltiplicate. Fra i lavori più significativi sono da segnalare: P. Batiffol, Apôtres (Symbole des), in DThC, I, coll. 1660-73; A. Vacant, ibid., coll.1673-80; E. Vacandard, Apôtres (Symbole des), in DFC, I, coll. 272-83; G. Voisin, L'origine du Symbole des Apôtres, in Rev. d'hist. ovelde., 3 (1902), pp. 297-323; A. E. Burn, The Apostles Creed, Londra 1906; J. Lebreton, Histoire du dogme de la Trinité, II, Parigi 1910, pp. 141-73; id., La formation du Symbole des Apôtres, in Rech. de sc. rel., 13 (1923), pp. 349-53; id., Les origines du symbole baptismal, in Rech. de sc. rel., 20 (1930), pp. 97-124; J. Heussleiter, Trinitarischer Glaube und Christusbehenntnis, Gütersloh 1920; A. Nussbaumer, Das Ursymbolum nach der Epideixis des hl. Jrenaens, und dem Dialog festins, Paderborn 1921; H. Lietzmann, Symbolstudien, in Zeitschr. f. N. T. Wissenschaft, 21-26 (1922-27); B. Capelle, Le Symbole rom. au IV siècle, in Rech. de théol. anc. et méd., 2 (1930), pp. 5-20; J. De Ghellinck, Les rech. sur l'hist. du Symbole des Apôtres depuis cinq siècles, Bruxelles 1946; P. R. Camelot, Les recherches récentes sur le Symbole des Apôtres et leur portée théologique, in Rech. de sc. rel., 39 (1991), pp. 323-37. Guglielmo Zannoni
IV. Il S. niceno-costantinopolitano: v. nicen, I. Primo Concilio di.
V. Il S. calcedonese: v. calcedonia.
VI. Il S. atanasiano: v. quicumque vult.
VII. Altri s. - Ai quattro più importanti sopra citati, seguono: 1) il S. toletano (Denz-U, 26, 275), professione di fede del Sinodo di Toledo (v.) del 675; 2) il S. di Leone XI (Denz-U, nn. 343-49). Si trova nella lettera Congratulamur vehementer, del 13 apr. 1053, indirizzata a Pietro, patriarca di Antiochia. Queste professione di fede è presso a poco quella che viene emessa, sotto forma di domanda e risposta, nella consacrazione dei vescovi; 3) la Professio fidei Waldensibus prosscripta (Denz-U, 26, 420, 7) del papa Innocenzo III (1198-1216) che espone, tra l'altro, la fede nella dottrina sacramentaria della Chiesa e nei singoli Sacramenti; 4) il S. di Leone IX è ampliato n