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rizioni monumentali dei secc. v-viI con aggiunte dei secc. Ix-x, tratte da s. di Costantinopoli e luoghi vicini, riunite in uno speciale capitolo dell'Antologia Palatina, e titoli sepolcrali di origine incerta mescolati nel capitolo rü̈x ènvoußluv a titoli pagani (G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, n. 29). Questa attività epigrafica, in cui Roma rimane sempre al centro, rallentò negli ultimi secoli del medioevo riprendendo con carattere differente ognor crescente vigore dal sec. xvi in poi.

1. S. cristione anteriori al sec. XV. - Occorre premettere alcune osservazioni riguardo a tale periodo. Varie s. si hanno in molte regioni ma di limitate proporzioni, rarissime sono le maggiori riservate alle più grandi città, e queste risultano fatte con lo scopo speciale di servire di illustrazione e di corredo a itinerari o descrizioni di sacri edifizi. La molteplicità delle s. nell'alto medioevo si spiega col gusto letterario del tempo, ragione esclusiva per le raccolte piccole e non secondaria per le maggiori. La poesia nell'epigrafia cristiana non rimase, come nella classica, limitata ai sepolcri, ma già nel sec. Iv con Damaso e più ancora con Ambrogio e Prudenzio si estese a decorazioni di chiese; dal sec. v carmi parenetici, esegetici e di contenuto dogmatico ornarono basiliche, battisteri ed anche monasteri ad opera specialimente di Paolino di Nola, di Paolino di Périgues, di Sidonio, di Ennodio con un fervore che continuò dietro l'esempio di Alcuino per tutta l'età carolina, in cui le s. s., fornendo materia di esercitazione alle scuole monastiche, furono il sottoposte a frazionamenti e manipolazioni molteplici, a parziali intrusioni in antologie poetiche e ridotte nello stato in cui sono giunte.

Ad una s. del sec. viI dell'Africa latina risalgono facilmente i versi che decorarono un battistero ed una basilica, riportati nell'Antologia Salmasiana del cod. Paris. 10318 (De Rossi, op. cit., n. 20); da un'antologia simile provengono (id., op. cit., p. 460) due carmi contenuti nel cod. Sessor. 55, uno dei quali composto da s. Agostino per la tomba di un diacono vittima dei Donatisti.

Per la Spagna notevole è la s. formata da due piccoli gruppi di epigrammi inseriti nell'antologia del sec. viI di poeti spagnoli del cod. Paris. 8093 (id. op. cit., n. 30), dei quali il primo riporta epitafi di vescovi ed abati di Valenza e Terragona, il secondo carmi basilicali di Siviglia; sono certo parziali apografi di una più ampia

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(lat. Enc. Catt.)
Sillogi epigrafiche: - Corpus Laurethanense: S. Laurethamense I. con iscrizioni di S. Lorenzo in Damaso, S. Cecilia, S. Crisogono e SS. Cosma e Damiano - Biblioteca Vaticana, cod. Pal. lat. 833, ff. $32^{\mathrm{v}}-33^{\mathrm{r}}$ (secc. IX-x).
s. spagnola o forse di due non posteriori al sec. VII e viII. Dall'antologia di poeti cristiani del sec. IX del cod. Paris. 2832 il De Rossi (op. cit., n. 25 app.) estrasse tre carmi incisi nella basilica e monastero di S. Martino nella Galizia, dettati dal fondatore Martino di Bracara, che provengono facilmente da una raccolta epigrafica della regione; in diversi codici delle Etymologiae di Isidoro di Siviglia (id., op. cit., n. 22) sono riportati i distici con cui aveva decorata la sua Biblioteca.

La Gallia presenta nella raccolta delle iscrizioni della basilica e monastero di S. Martino di Tours l'unica s. di questo tempo giunta nel suo stato originale insieme alla sua descriptio; contenuta in molti codici, dal Turon. dell'a. 820 a quello Veron. del sec. xv, è in diversi unita alla descrizione; non è sicuro, come sostenne il De Rossi (op. cit., n. 18), che risalga al sec. vi. Due epitafi del sec. viI, intrusi nella grande s. Turon. di Roma (id. op. cit., n. 6), possono far pensare ad una seconda s. locale. L'antologia citata del cod. Paris. 2832 contiene un buon gruppo di iscrizioni del sec. vi, che ad eccezione di alcune della Spagna appartengono a diverse città della Gallia, a Vienne, Lione, Oricans ed Arles; appaiono estratte da una o più s. originali. Infatti per Vienne si ha da altra fonte (id., op. cit., n. 25) sicuro indizio di una s. speciale in versi e in prosa; per Lione De Rossi (op. cit., n. 24) è indotto ad ammettere una s. abbastanza antica da quattro carmi del cod. Valent. 393; del resto la sua importanza epigrafica è confermata dagli otto epitafi di vescovi dei secc. v-vi ritrovati nella ricognizione del 1308 (id., op. cit., n. 33) nella chiesa di S. Niceto. Una s. del sec. viII in Aquitania lascia supporre i quattro carmi (id., op. cit., n. 260) inseriti nel cod. Paris. 4841. Vestigia di una raccolta per Treviri (id., op. cit., n. 1) rimangono nelle due epigrafi cristiane trascritte nella vetus membrana di Scaligero.

In Italia durante l'alto medioevo la composizione delle s. è da collegarsi al movimento dei pellegrinaggi, che diviene intenso nel sec. vir con gli Anglo-Sassoni spinti dall'ardore di neofiti a visitare la tomba di s. Pietro e di tanti altri martiri romani, e seguita ininterrotto nel sec. viI e seguenti con meno ardente spirito religioso ma con maggior fervore letterario; tale movimento dette occasione direttamente alle prime s. di Roma e indirettamente a quelle delle città italiane, che si trovavano vicino o lungo la via battuta dai nordici pellegrini.

In Roma la ricchezza di sacre memorie rese presto necessari itinerari che guidassero i devoti pellegrini per i numerosi cimiteri e le grandi basiliche; quattro completi se ne conservano, dal De Rossi (Roma satt., I, Roma 1864, p. 135 sg.) criticamente illustrati, il Salisburgense 140 compilato sotto il pontificato di Onorio I (625-38), il Salisburgense 209 uguale al Wircelurgense 49 contemporaneo o di poco posteriore ad Onorio, il Malmesburriense composto tra il 648 e il 682.

Per Roma rimangono numerose s. dei secc. IX e x con iscrizioni metriche di cimiteri e di basiliche, che De Rossi dottamente illustrò, e non meno numerosi gruppi di simili iscrizioni che estrasse da antologie poetiche degli stessi secoli; da questa massa di apografi della scuola carolina si può dimostrare che conviene risalire a due sole s. originali. Per l'ampia trattazione, che qui schematicamente si riassume, si rimanda ad A. Silvagni, Inscriptiones christianae Urbis Romae, nova series, I, Roma 1922, v. Conspectus auctorum; c. 2 con relativa tavola sinottica della s., e Dissert. della Pont. Accad. rom. di arch., 15 (1921), p. 181 sgg .

Le molteplici s. romane si possono raccogliere in due gruppi distinti. a) S. con iscrizioni di cimiteri e di basiliche cimiteriali unite a titoli di alcune basiliche urbane; Turonense (De Rossi, Inscr. chr., II, n. 6), Centulense (id., op. cit., n. 7), Einsiedlense II (id., op. cit., n. 2). Harleiana (id., op. cit., n. 9), Laurethanense IV (id., op. cit., nn. 3,8), Virdunense I (id., op. cit., n. 12). Caratteristiche
comuni delle s. del gruppo sono queste: nessuna iscrizione è posteriore al pontificato di Onorio I; il materiale epigrafico complessivo di un trecento iscrizioni si trova per quasi due terzi ripetuto nelle diverse s., ed appare piuttosto come una massa comune variamente rimaneggiata; in quasi tutte le s. le iscrizioni si presentano riunite in gruppi topografici frammentari più o meno estesi, la sola Turonense offre 37 iscrizioni cimiteriali in regolare ordine topografico dalla Via Salaria all' Ostiense in piena corrispondenza con l'itinerario Salisburgense 140, come De Rossi fece rilevare; nessuna s. contiene iscrizioni cimiteriali delle Vie Flaminia, Cornelia, Aurelia e Portuense. In conclusione, non potendosi criticamente sostenere che s. complete e parziali varie, come pare pensare il De Rossi, si facessero in un medesimo giro di tempo per i medesimi cimiteri, conviene ammettere la compilazione nel sec. vir di un'unica grande s. contemporanea agli antichi itinerari con l'ordine suburbano ed urbano di uno di essi, al quale venne unita come sua illustrazione per i pellegrini colti, da cui presto staccata finì col passare sotto i molteplici rimaneggiamenti degli amanuensi e delle scuole monastiche. b) S. con iscrizioni di sole basiliche: Vaticana (id., op. cit., n. 5), Laureth. I e *II (id., op. cit., n. 13,11), Cantabrigense (Silvagni, op. cit., n. 1); * Virdunense II (De Rossi, op. cit., n. 5); Wircelurgense (id., op., cit., n. 14) e s. in antologie *codd. Paris. 8041 e 2773.2832.4841.9347 (id., op. cit., nn. 21, 23, 25, 26), *cod. Bruxell. 10615 (id., op. cit., n. 27 F), Loydun. Q. 69 (id. op. cit., n. 26 B). Le s. con asterisco hanno esclusivamente iscrizioni della Basilica Vaticana, nelle rimanenti tali iscrizioni sono unite a poche altre di diverse basiliche. La s. vaticana priva di iscrizioni posteriori ad Onorio e fornita di una lemma, che la mostra legata ad altra raccolta, va riunita alla grande s. del sec. vir, di cui facilmente fece parte con speciale distinzione. Il quadro sinottico di tutte le altre s. mette in luce una raccolta di 124 iscrizioni della basilica di S . Pietro e di edifizi adiacenti, delle quali otto sono datate dal 707 al 795 ; essa costituisce quindi una seconda grande s. del sec. viII, sfuggita all'attenzione del De Rossi, la quale concorda con una descrizione della Basilica stessa del sec. viII (id., op. cit., p. 224), trascritta in appendice all'itinerario Salisburgense 140, e dovette facilmente in origine essere a questa allegata.

Un'altra s. ebbe la Basilica Vaticana nel sec. xir composta di epitafi di papi inseriti nella descrizione della Basilica del cod. Vat. 3627, che il sacerdote Petrus Mallii offrì ad Alessandro III (1159-81), fatta con scopo polemico (id., op. cit., n. 19) nella contesa del tempo per la prennienza tra la Basilica Vaticana e la Laterana.

La via percorsa dai pellegrini scendendo dal Gran S. Bernardo attraverso la val d'Aosta sboccava nella pianura padana; di alcune città vicine, cioè di Milano,

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Pavia, Vercelli, Piacenza e Ivrea, riporta iscrizioni la s. Lauresh. III, che De Rossi giudicò estratta nel sec. viII da una o più s. Milano (id., op. cit. n. 16) ebbe certo una s. distinta o ben più ampia dei dieci carmi del codice, come fa supposto il frammento di itinerario milanese trascritto di seguito a quello romano Salisburgerse 140. Una seconda raccolta di epitafi di vescovi milanesi dei secc. vi-viII (id., op. cit., n. 18) fu rinvenuta nel sec. xvi dall'Alciano e da lui non fedelmente trascritta nel cod. Dresd. F 82; il De Rossi nella sua trattazione sostenne che essa era stata formata nel sec. xi in collegamento con le Vitae pontificum Mediolon. Ma un più minuto esame con il sussidio di nuove notizie (A. Silvagni, Studio critico sopra le due s. medievali di iscrizioni cristiane milanesi, in Rio. di arch. crist., 15 (1938), pp. 107-22, 249-79) permette di risalire ad origine più antica, probabilmente al sec. viII, e ritenerla quindi come frammento della s. precedente. Pavia, quale capitale del Regno longobardo, dovette facilmente avere anch'essa una s. speciale, di cui l'attuale sarebbe un notevole frammento; va aggiunta l'iscrizione greca di S. Pietro in coelo aureo riportata nella s. Etnsiedlense. Sulla Via Flaminia a Spaleto furono nel sec. viI trascritti cinque carmi del vescovo Achille, che si trovano inseriti nella s. Lauresh. IV ed in altri codici della s. romana del sec. viI; a questi sono da aggiungere i titoli del vescovo Spes e di un defunto del 384 scritti nel sec. IX in un pittacio (De Rossi, op. cit., p. 45) ritrovato nel 1878 in Aquisgrana. Dal santuario di S. Felice a Nola, esaltato dal vescovo s. Paolino, provengono sette carmi, fra cui quello votivo di Damaso, inseriti nel cod. Paris. 1443 e parzialmente in altri codici. Ravenna, topograficamente lontana dal movimento dei pellegrini, non offrì una propria s. all'attività della scuola carolina; indizio di s. o trascrizioni isolate sono il carme di Droctulfo, inserito in tre codici della s. romana del sec. viI, e tre iscrizioni (id., op. cit., n. 1) della membrana Scaligeri.
2. S. del sec. XV e dei secoli posteriori. - Nell'età precedente Roma era al centro dell'attività epigrafica cristiana diffusa per quasi tutto l'Occidente, in questo periodo tale attività è quasi unicamente raccolta in Roma, dove solo è possibile seguirne lo sviluppo. E noto che i primi umanisti attesero alla ricerca di antichi codici letterari ed insieme alla trascrizione di epigrafi; da loro nacque quel disprezzo verso le rozze iscrizioni cristiane, che passò in tutti gli epigrafisti di quel secolo e del successivo nel nord, mentre in Roma nel Cinquecento molto si attenuò sino a sparire con il fiorire degli studi di archeologia cristiana.

Proprio all'inizio del secolo si presenta nel cod. Vat. Barb. 1952 una famosa s. di iscrizioni classiche, con solo dodici cristiane, la quale porta la data del 1409; una seconda recensione inquadrata in una Descriptio urbis Romae eiusque excellentiae contengono i codd. Vat. 10687 e Chis. I. VI. 204, ambedue miscellanei; una terza recensione si trova nel cod. Vat. 3851 attribuita a Nicola Signorili. De Rossi (op. cit., n. 37, p. 316 sgg.) non tenendo giusto conto della data del cod. Barb. attribuil la seconda recensione all'a. 1347 e ne assicurò l'autore nella persona di Cola di Rienzo; tale conclusione fu da tutti i dotti accettata. Un esame critico del procedimento tenuto (Silvagni, op. cit., n. 8; Archivum latinitatis medii aevi, Parigi 1924), infirmando la datazione di tale recensione, viene a rimettere nel suo pieno valore la data 1409 della prima recensione. Rimane però incerto l'autore, che dové certo essere un umanista e facilmente Poggio Bracciolini, che dal 1402 andava trascrivendo iscrizioni in Roma. Poggio Bracciolini è qui da ricordarsi unicamente per un parvus quaternio della s. romana di Einsiedl. da lui rinvenuto in Svizzera verso il 1417 , il quale insieme alla s. precedente fornì le uniche iscrizioni cristiane a tutte le grandi raccolte per più di un secolo (De Rossi, op. cit., n. 42). Una piccola raccolta di epigrafi di S. Pietro si ricava dai 4 ll. De Basilica Vaticana contenuti nel cod. Vat. 3750 ed in altri codici (id., op. cit., n. 44), che intorno al 1450 compose Maffeo Vegio, da buon umanista tutt'altro che ammiratore delle iscrizioni cristiane. Pietro Sabino fu il primo umanista che protesto espressamente per sif-
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(da A. Silvagni, Bio. arch. crist., 58 [1861], p. 83) Sillogi epigrafiche - S. e. di Cambridge: iscrizioni della basilica dei SS. Proto e Giacinto, dell'oratorio di S. Croce e della basilica dei SS. Giovanni e Paolo, intercalate nel testo di una copia del Liber Pontificalis - Cambridge, Biblioteca Universitaria, Kh. IV, 6 (alias 2021), f. $238^{\circ}$ (sec. xir).
fatto disprezzo, e separando dalle classiche le iscrizioni cristiane, antiche medievali e recenti, da lui raccolte nelle chiese ed in altre parti di Roma, ne formò una ricca s. che nel 1494 offrì al re Carlo VIII (una copia ne fu riconosciuta dal De Rossi, op. cit., n. 66, nel cod. Marc. lat. X. 195). Di una simile s. di sole iscrizioni in prevalenza medievali di chiese romane dànno notizia il Cancellieri ed altri, che formata nel 1498 da Giovanni Capocci andò poi perduta (Silvagni, op. cit., n. 27); bisogna scendere ai primi del sec. xvir per trovarne un altro esempio nella raccolta di Carlo de Serva del cod. Vall. G. 28 (id., op. cit., n. 62) e per ultimo al 1703 con quella di Epifanio Davanzati del cod. Vat. 10164 (id., op. cit., n. 95).

Con l'inoltrarsi del sec. xvi cadono in Roma le prevenzioni umanistiche e numerose iscrizioni classiche si trovano in certe s. mescolate ad iscrizioni cristiane antiche medievali e recenti, che esclusivamente appartenevano alle rispettive chiese; tale si presenta la s. dell'anonimo Spagnolo (id., op. cit., n. 57), raccolta, sotto il pontificato di Pio V, nel cod. Chis. I. V. 167. Questo ed i precedenti autori trascrivendo nelle chiese romane le iscrizioni cristiane avevano trascurato del tutto quelle numerose che nell'età medievale vi erano state trasportate dalle gallerie cimiteriali per lastricarne i pavimenti; a queste, non escludendo le altre delle chiese e le classiche, si rivolse l'attenzione di alcuni contemporanei epigrafisti. Aldo Manuzio (id., op. cit., n. 59), ne riportò un gran numero nel suo apparato epigrafico, specialmente nel cod. Vat. 5241 non posteriore al 1588 ; Filippo de Winghe (id., op. cit., n. 60) nella sua s. anteriore al 1492 contenuta nei codd. Bruxell. 7872-73 ne segul l'esempio, cosi pure Giacomo Sirmond (id., op. cit., n. 62) alla fine del secolo nei suoi collectanea conservati nel cod. Paris. 9695. Il medesimo sistema tennero durante il sec. xvir Francesco

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Suárez (id., op. cit., n. 84) la cui ricca collezione anteriore al 1667 è riunita nei codd. Vatt. 9140 e Barb. 3084, Francesco Tolomei (id., op. cit., n. 88) che lasciò 2 voll. di Iscrizioni copiate dalli suoi originali in vari luoghi di Roma l'au. 1666, conservati nei codd. K. VIII. 1-2 della Biblioteca di Siena, come prima aveva tenuto G. B. Doni (id., op. cit., n. 74) che con la sua raccolta di iscrizioni cristiane e classiche, da cui fu estratta la s. del cod. Maruc. A. 293, si proponeva nel 1632 di formare un Corpus, disegno che neanche il mecenatismo del card. Barberini riuscì poi ad attuare.

Nessuno degli autori citati riportò iscrizioni degli antichi cimiteri, da molti anni riscoperti; A. Bosio le fece per prima conoscere con la Roma sotterranea, uscita postuma nel 1632 , e cui seguirono molto più tardi il Fabretti, il Boldetti e il Marangoni. I custodi antecedenti e successivi preposti dalla Chiesa agli scavi delle catacombe si preoccuparono solo di ricercare reliquie di martiri, mentre d'ordinario spogliavano le gallerie di tutte le lapidi che in gran numero venivano alla luce. Quelle dei cosiddetti "corpi santi" passavano alla Lipsanoteca del Sacrista pontificia o a quella del cardinal vicario, quelle dei comuni fedeli venivano disperse in Roma per lastricar chiese, per arricchire i musei esistenti, più spesso collezioni presso privati e case cardinalizie (riunite queste dal Marini nella Galleria Vaticana) e fuori di Roma per formare importanti collezioni lapidarie. Dalle due lipsanoteche, i cui manoscritti (Regesta Sacrarii pontiff. e Acta custodiae card. Vicarii) forniscono due ampie raccolte di iscrizioni cimiteriali, e dalle varie collezioni lapidarie attinsero per le loro s. Venuti (id., op. cit., n. 102), Lupi (id., op. cit., n. 103), Seguier (id., op. cit., n. 118), Oderici (id., op. cit., n. 124) e Reggio (id., op. cit., n. 133) nel sec. xviri, Amati (id., op. cit., n. 141), Sarti (id., op. cit., n. 144) e Settele (id., op. cit., n. 145) nel sec. xix.

A metà del Settecento A. F. Gori (id., op. cit., n. 106) preparò solo un piano per la pubblicazione di un Corpus di iscrizioni cristiane; ma pochi anni più tardi Gaetano Marini con ben altra preparazione attese a raccogliere da ogni parte del mondo romano iscrizioni cristiane anteriori al sec. xir, che trascrisse, divise in vari capitoli, in quattro grandi volumi conservati nei codd. Vatt. 9071-74. Tutto il suo apparato epigrafico riordinò G. B. De Rossi mentre pubblicava il $1^{\circ}$ vol. delle Inscriptiones per la continuazione delle quali lasciava una grandiosa raccolta di 19.000 schede manoscritte.

Bias.: G. B. De Rossi, Inscriptiones christianae urbis Romae. II, Roma 1888; A. Silvagni, Inscript. christ. urbis Romae, nova series, I, ivi 1922.

Angelo Silvagni
SILLOGISMO. - Dal greco $\sigma \dot{u} v-\lambda \delta \gamma o s$, $\lambda \alpha \gamma \iota \alpha \mu \delta \varsigma$, indica connessione di idee, discorso. Il termine, già da Platone (Theaet., 189 d ; Phil., 41 c ) è usato, in senso generico, per indicare ragionamento (v.), illazione, inferenza (significato, questo, anche sog. gerito, figuratamente, da $\sigma u \lambda \lambda \varepsilon \gamma \varepsilon \iota v$, raccogliere; cf. il lat. colligere, inferire).

Con Aristotele, cui si deve la teoria sistematica del s., il termine assume significato tecnico: "è s. un discorso in cui, poste alcune cose, ne segue di necessità un'altra diversa, per il fatto che quelle son poste" (Anal. pr., I, 1, 24 b 19; cf. Top., I, 1, 100 a 25). Tale definizione rivela il concetto essenziale del s. aristotelico come strumento della dimostrazione o apodissi. Mentre la $\delta$ uelpestc o divisione platonica (Soph., 253 d), in quanto metodo dialettico non presenta necessità formale, e pertanto è solo un "s. impotente" ( $\dot{\alpha} \sigma \vartheta \varepsilon v \eta \varsigma \sigma \cup \lambda \lambda \alpha \gamma \iota \sigma \mu \delta \varsigma$; Anal. pr., I, 31, 46 a 33), il s. invece, nella sua forma perfetta "non ha bisogno di altro che delle premesse per mostrarsi la conseguenza necessaria" (ibid., 1, 24 b 22). La definizione aristotelica si estende a ogni forma di ragionamento formale; non quindi, propriamente, all'induzione (v.): pur usando, talora, l'espressione "syllogismus ex induz. tione" (Anal. pr., II, 23, 68 b 15). Aristotele contrappone infatti in senso tecnico, s. e induzione (Anal. pr., loc. cit.; Top., I, 72, 104 a 13).

La struttura logica del s. come forma tipica del ragionamento deduttivo consiste nel confronto di due termini (concetti, noemi) con un terzo in cui si mostra la loro mutua appartenenza o esclusione: il s. si risolve pertanto in un giudizio mediato (e quindi in una sintesi di giudizi) dove la convenienza o non convenienza fra soggetto e predicato è derivata da un rapporto prestabilito di entrambi a un altro termine comune. Il s. comprende quindi tre termini: soggetto e predicato, o "estremi" ( $\delta \alpha \rho \alpha$ : il predicato, estremo maggiore: $\delta \xi \circ \varsigma \pi \xi \alpha \lambda \alpha \varsigma$, $\tau \dot{\alpha} \mu \varepsilon i \zeta \lambda \alpha v$; il soggetto, estremo minore: $\delta \xi \varepsilon \varepsilon \varsigma \delta \pi \chi \alpha \tau \alpha \varsigma$, $\tau \dot{\alpha} \delta \lambda \alpha \tau \tau o v$ ) e il termine medio ( $\delta \xi \circ \varsigma \mu \varepsilon \sigma \circ \varsigma, \tau \dot{\alpha} \mu \varepsilon \sigma \circ v$; cf. Anal. pr., I, 4). I termini sono distribuiti in tre proposizioni: due premesse ( $\pi \rho \circ \tau \alpha \dot{\alpha} \alpha \iota \varsigma, \tau \dot{\alpha} \alpha \varepsilon i \mu \alpha v \alpha$, $\tau \dot{\alpha}$ $\pi \rho \circ \tau \alpha \tau v \alpha \mu \alpha v \alpha$ ), la maggiore ( $\lambda \lambda \mu \mu \alpha$ ) in cui il predicato è riferito al medio, la minore ( $\pi \rho \dot{\alpha} \lambda \eta \psi \iota \varsigma$ ) in cui il medio è riferito al soggetto; e la conclusione ( $\varepsilon \tau \sigma \rho \circ \rho \dot{\alpha}, \tau \dot{\alpha} \sigma \eta \mu \alpha$ ) che esprime il rapporto di convenienza o esclusione del predicato con il soggetto: "Quando tre termini stanno fra di loro in modo tale che l'ultimo è contenuto in tutto il medio e il medio è contenuto o non contenuto in tutto il primo, c'è necessariamente un s. perfetto che connette gli estremi" (Anal. pr., I, 4, 25 b 32 sgg.), p. es., i mammiferi hanno respirazione polmonare, l'uomo è un mammifero, dunque l'uomo ha respirazione polmonare. Il fondamento della forza logica del s. consiste quindi nel particolare rapporto di predicazione o subordinazione ch'esso istituisce fra i termini e ch'è espresso nella legge: se a un soggetto appartiene un predicato, gli appartiene anche il predicato del predicato, oppure "tutto quello che si dice del predicato deve anche dirsi del soggetto" (Cat., 3, 3 b 4-5). Tale formola non è che un'applicazione del principio di identità e noncontraddizione e chiarisce pertanto la universale necessità formale del s. Kant la espresse in termini analoghi : "La prima e universale legge di ogni ragionamento affermativo è... nota notae est nota rei ipsius; di ogni ragionamento negativo: ... repugnans notae repugnat rei ipsi" (Die falsche Spitzfindigkeit d. vier syllogistischen Figuren, § 2). Il principio era anche altrimenti indicato da Aristotele in termini di estensione: "ciò che si dice universalmente ( $\pi \alpha \vartheta \delta \lambda \sigma \alpha, \pi \alpha \tau \dot{\alpha} \pi \alpha \nu \tau \dot{\varsigma}$ ) di una classe, deve dirsi anche singolarmente dei singoli soggetti contenuti nella classe: se ogni uomo è mortale, e Socrate è uomo, Socrate è anche mortale (il principio "dictum de omni": cf. Anal. post., I, 4, 72 a 28, e Anal. pr., I, 1, 24 b 27). La formula invece dell's identità" ("due cose uguali a una terza sono eguali fra di loro"), pur non assente in Aristotele (Top., VII, 1, 152 a 31 ; cf. Sum. Theol., 10, q. 28, a. 3 ad 1), non esprime tuttavia il suo più preciso modo di intendere la relazione fra i termini del s.; né è forse in sé la migliore, in quanto il rapporto fra i termini, nelle proposizioni del s., non è necessariamente di identità. Dalla natura del s. già Aristotele deduceva la sua legge fondamentale: "è manifesto che ogni dimostrazione deve essere per tre termini e non di più" (Anal. pr., I, 25, 41 b 35); tale norma, insieme con l'altra, che vuole l'accezione generale del termine medio in almeno una delle premesse (il medio due volte particolare può risolversi in due termini: cf. ibid., cap. 24, 41 b 7; e Anal. post., I, 11, 77 a 8-9: "se non c'è termine universale non si avrà il medio") fu in seguito particolareggiata nelle note otto regole tradizionali.

La teoria aristotelica si svolge ulteriormente (Anal. pr., I, 4 sgg.) nella determinazione delle figure ( $\pi \chi \varepsilon \mu \alpha \tau \alpha$ ) e dei modi ( $\tau \dot{\sigma} \sigma \mathrm{\sigma}$ ) del s. La "figura" dipende dalla diversa collocazione del medio nelle premesse; il "modo" e dalla disposizione delle premesse secondo la loro quantità e qualità (universalità e particolarità, affermazione e negazione). Aristotele distingue tre figure: nella prima il medio è soggetto nella maggiore e predicato nella minore, nella seconda in entrambe predicato, nella terza in entrambe soggetto. Delle singole figure sono determinate le leggi d'inferenza ed è poi esposto il metodo di riduzione dei s. della seconda e terza figura al tipo delle prima, ritenuta da Aristotele (a torto come sembra: cf. W. D. Ross, op. cit., in bibl., pp. 49-50) la sola forma perfetta e indipendente di s. Alle tre figure aristoteliche

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ne fu in seguito aggiunta una quarta (riferita a Galeno [v.]), in cui il medio è predicato nella maggiore e soggetto nella minore, ch'è quindi piuttosto una trasposizione della prima. Tenuto conto delle leggi delle singole figure, la disposizione del medio e delle premesse secondo la quantità e la qualità consente 19 modi diversi di corretto s., espressi, nella scolastica medievale (per la prima volta, sembra, nella Summulae logicales di P. Ispano) con i versi mnemonici, Barbara Celareut Darii Ferio ecc.; dove le vocali dei singoli termini indicano le proposizioni del s. in una delle quattro figure (ad es., Barbara un s. con tre proposizioni universali affermative, nella prima figura). Nella trattazione aristotelica segue una diffusa esposizione dei s. modali, nei quali cioè è anche espressa la modalità (necessità o contingenza) del rapporto soggetto-predicato (cf. Anal. pr., I, capp. 9-22). Dal punto di vista della materia o contenuto Aristotele distingue il s. dimostrativo ( $\sigma$. $\dot{\alpha} \pi \circ \delta \varepsilon \iota \alpha \tau \iota \alpha \dot{\varsigma}$, $\varphi \cup \lambda \sigma \sigma \sigma \rho \eta \mu \alpha$ ) che procede da premesse universali e necessarie (Anal. post., I, 4, 72 a 7, e 6, 75 b s) e pertanto è fondato sull'« essenza» (Met., VII, 9; XII, 4, 1078 b 24) e di cui è dato ampio svolgimento nei Secondi analitici; il s. dialettico o inquisitorio ( $\sigma$. $\delta \iota \alpha \lambda \varepsilon \iota \tau \iota \alpha \dot{\varsigma}$, $\dot{\varepsilon} \pi \iota \chi \varepsilon \iota \rho \eta \mu \alpha$ ) che da premesse probabili «tenta» la ricerca della verità; il s. contenzioso o sofistico ( $\sigma$. $\xi \rho \iota \sigma \tau \iota \alpha \dot{\varsigma}$, $\sigma \dot{\alpha} \varphi \iota \eta \mu \alpha$ ) che «sembra dimostrare» ma in realtà non dimostra (v. SOFISMA) e il s. retorico ( $\sigma$. $\dot{\rho} \eta \tau o \mu \alpha \dot{\varsigma}$, $\dot{\varepsilon} v \vartheta \iota \mu \varepsilon \hat{\jmath} \mu \alpha$; termine, quest'ultimo, usato poi, fin da Boesio, con altro significato) che muove da analogie ed esempi (cf. Top., VIII, 11, 162 a 15 e I, 1, 100 a 27 sgg.; Anal. pr. II, 27,70 a 10; e Rhet., I, 1, 1333 a 6 sgg.). La forme derivate del s. che ne rappresentano una semplice variazione (polis. e sorite) non sono esplicitamente considerate da Aristotele (il sorite - non però il termine - è accennato in Anal. pr., I, 23, 41 a 18, e svolto già in Alessandro d'Afrodisia [v. I]; né sono trattate le forme analoghe del ragionamento deduttivo (s. cosiddetto "disgiuntivo", s. condizionale e dilemma).

Tale, per indicazioni generali, la teoria aristotelica del s., rimasta poi sostanzialmente immutata attraverso gli innumerevoli commenti e svolgimenti posteriori. Aristotele vi dispiegh una particolare sagacità d'ingegno e sottolinea egli stesso con compiacenza la sua scoperta : "sul modo di sillogizzare non avevamo nulla prima di noi da esporre e dovemmo personalmente fare lunghe e laboriose ricerche" (De soph. elench., 34, 184 b 1 sgg.). Hegel, pur rilevando che la sollogistica aristotelica si riferisce unicamente alle forme del pensiero finito e astratto, non esita a qualificare Aristotele come, in certo modo "il naturalista delle forme spirituali del pensiero ", e la sua logica " un'opera che onora sommamente la profondità e la vigoria d'astrazione del suo scopritore" (Lezioni sulla storia della filosofia, trad. it. di G. Codignola e G. Sanna, II, Firenze 1932, p. 374). L'aver fissato le forme del pensiero "che si diramano come una rete d'infinita mobilità " nel pensiero concreto "è stato un capolavoro d'empiria: e questa consapevolezza ha valore assoluto" (ibid., p. 383). Analoga la valutazione del Leibniz: "je tiens que l'invention de la forme des syllogismes est une des plus belles de l'esprit humain et même des plus considérables" (Nouv. ess., IV, cap. 17, §4).

Contro il s. è stata mossa nondimeno, fin dall'antichità (Sesto Empirico, Pyrrh. Hypot., II, 14, 1996) un'accusa fondamentale : la maggiore universale presuppone la conclusione particolare e quindi come processo dimostrativo il s. involge un circolo vizioso: per poter dire che "ogni uomo è mortale" occorre già sapere che anche "Socrate è mortale». L'inutilità del s. per la scienza è poi ripetuta da Bacone (Nov. org., I, 13-14) e da Cartesio il quale afferma che per costruire un s. è necessario averne in antecedenza la materia: quindi con il s. non si apprende nulla di nuovo e la dialettica "volgare" è del tutto inutile "rerum veritatem investigare cupientibus" (Reg. ad direct. ingenii, 10, ca. finem). La critica è svolta ampiamente dal Locke per cui il s., "se serve a dimostrare la connessione fra le prove ", "non dà tuttavia alcun aiuto alla nostra ragione... nel trovar delle prove e fare nuove scoperte": il s. fa vedere la connessione fra due estremi, posto un medio, "ma quella connessione che il
medio ha con l'uno o l'altro degli estremi nessun s. la mostra né la può mostrare" (Ess., IV, cap. 17 § 4,6; v. la risposta di Leibniz in Nouv. Ess., IV, cap. 17). L'obiezione è stata ripresa a fondo da J. Stuart Mill (v.): "un ragionamento dal generale al particolare non può come tale provare nulla; poiché da un principio generale non possiamo inferire altri particolari se non quelli che il principio stesso assume come noti" (Elystem of logii, II, cap. 3). Nel s. non c'è quindi, secondo il Mill, inferenza. Quando il s. si costruisce, l'inferenza è già compiuta; e pertanto il s. serve solo come saggio della correttezza dei nostri processi induttivi : non è metodo di ricerca, bensì di interpretazione e di prova; e in ciò è la sua insostituibile utilità.

La difficoltà milliana muoveva, in parte, dall'erroneo presupposto empiristico della riduzione dell'universale (v. UNIVERSALI) a pura collezione o somma di individui. Non sembra tuttavia doversi negare ogni fondamento alle istanze contro il s. Particolarmente il s. in puri termini di estensione (ogni uomo mortale - Socrate uomo - Socrate mortale) equivale sostanzialmente a un semplice rapporto di subalternazione fra proposizione generale e proposizione particolare. Ne, generalmente, la forma sillogistica costituisce il modo naturale dell'inferenza del pensiero. Il moto del pensiero si attua per la connessione ch'esso discopre fra un fatto e un valore, fra il particolare e l'universale o fra l'universale e il particolare. E, nel momento della ricerca, tale discoperta si compie per il potere percettivo della mente che non si dispiega in un esplicito s., ma piuttosto lo involge nella sostanza del suo atto intuitivo-discorsivo. Lo stesso Aristotele notava che per l'invenzione del medio - in cui unicamente consiste il vero momento progressivo della conoscenza, e ch'è anteriore alla formulazione del s. né si compie per esso - ci vuole "sagacia" ( $\dot{\alpha} \gamma \dot{\varepsilon} v o \alpha$ : Anal. post., I, 34, 89 b 10). Per questo lo schema sillogistico non è di alcun valido aiuto, né di fatto interviene nello sforzo vivo e creativo del pensiero che procede per analisi, raffronti, comparazioni dirette di concetti e di cose, discoprendo così le indefinite relazioni del reale (la xovsovia $\tau \tilde{\omega} v \lambda \hat{\sigma} \gamma \omega v$ di Platone: Soph., 253 d, 257 a). E tuttavia la struttura essenziale del s. sottende il processo deduttivo del pensiero, che ne s. e nei suoi schemi ritrova la sua chiarificazione e necessità logica e pertanto, come giustamente riteneva Aristotele, lo strumento della scienza come dimostrazione (v.).

Nell'idealismo hegeliano, poiché il reale è razionalità, il s. come unica possibile forma del contenuto razionale, assume una valutazione assoluta : "il s. è la ragion d'essere essenziale di ogni verità ", e "ogni cosa è un s." (Enc., § 181). In G. Gentile il s. come espressione del pensiero oggettivato e astratto è determinato dalla legge dell'identità : è quindi inevitabile la circolarità nel processo dimostrativo. Se pertanto "la natura del pensiero pensato, governato dal principio di identità, è espressa pienamente nel s.", esso tuttavia ha valore solamente come "momento della dialettica dell'arte del pensare" (Sistema di logica, I, Firenze 1940, p. 258).

BIBL.: oltre il commento di s. Tommaso agli Anal. post., v. S. Boesio, De s. categorica libri duo: PL 64, 793-831; id., De s. hypofotico, ibid., 831-76 (a Boesio risale l'introduz. nel latino di tutta la terminologia aristotelica concernente il s.); F. A. Trendelenburg, Elementa logicae aristotelicae, §§ 20-55, $9^{\circ}$ ed., Berlino 1892, pp. 88-111; H. Maier, Die Syllogistik des Aristoteles, 2 voll., Tubinga 1896-1900: fondamentale, specialm. II, parte $1^{\text {a }}$ e $2^{\text {a }}$; id., Zur Syll. d. Arist., in Arch. f. Gesch. d. Philos., 20 (1907), pp. 46-55; E. Thouverez, La IVe figure du s., ibid., 15 (1902), pp. 49-110; J. Lachelier, Etudes sur le s., Parigi 1907; A. Pastore, S. e proporzione, Torino 1910; U. Della Seta, La dottrina del s. in Aristotele e le obbiezioni cui fu fatto segno, ecc., Roma 1911; T. Pesch, Institutiones logicae et antol., parte $1^{\text {a }}$, $2^{\text {a }}$ ed., Friburgo in Br. 1914, pp. 140-94; G. F. Hegel, Scienza della logica, III, sez. 1*, cap. 3, trad. it. Bari

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Iftot. Laboratoria Etnengrafica Terra Santus
Silo - Panorama.
1925, pp. 127-78 (cf. Enc.. §§ 181-70); W. Leibniz, Nouv. est., IV, cap. 17; trad. it.. II, Baci 1926, pp. 244-69; G. Calogero, I fondamenti della logica aristotelica, Firenze 1927, pp. 209-47; J. De Tonquédec, La critique de la connaissance, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Parigi 1929, pp. 372-432; J. M. Le Blond, Logique et méthode chez Aristote, ivi 1930, pp. 57-106; J. Fröbes, Logica, Roma 1940, pp. 187-265; W. D. Ross, Aristotele, trad. it. di A. Spinelli, Bari 1946, pp. 45-72; F. H. Bradley, The principles of logic, I, $2^{2}$ ed., rist.. Oxford 1930, p. 243 sgg., e II; J. Locke, Essay on human knowledge, IV, cap. 17; trad. it., II, Bari 1931, pp. 374-401, v. anche logica; fragmento.

Ugo Viglino
SIIO (ebr. S̆llō o S̆llōh, gr. $\Sigma \eta \lambda \hat{\omega}, \Sigma \eta \lambda \hat{\omega} \epsilon$ ). - Località antica della Palestina nella tribù di Ephraim, corrispondente, secondo le indicazioni bibliche (Iudc. 21, 19), all'odierno Hirbet Sejlūn, 5 km . a sud di Lubbān, 40 km . a nord di Gerusalemme, sulla via di Nābulus.

Conquistata dagli Ebrei, divenne centro dell'attività di Giosuè e delle assemblee d'Israele (Ios. 18, 8-10; 19,51; 21,2; 22,9-12). La presenza dell'Arcs e del Tabernacolo fece di S. una meta di pellegrinaggi (I Sam. 1,4); in occasione di una festa annuale i Beniaminiti rapirono le ragazze danzanti (Iudc. 21, 13-25). Caduta l'Arca in potere dei Filistei e distrutto il Santuario dove dal sacerdote Eli era stato accolto Samuele fanciullo (I Sam. 4; Ier. 7, 12; 26, 16; Ps. 38,60), la città andò perdendo la sua primitiva importanza, quantunque fosse ancora popolata (I Reg. 11,29). Riacquistò splendore nel tempo dei Seleucidi fino all'epoca bizantina; cristiani, giudei e musulmani sino al sec. xiv ne venerarono i sacri ricordi.

Gli scavi archeologici intrapresi da una società danese in diverse campagne, dal 1922 al 1932, hanno posto in luce le diverse fasi storiche della città. Occupata già nel periodo del medio bronzo, godé grande prosperità sino all'epoca del ferro (secc. xili-x a. C.). Dopo questo periodo il materiale archeologico diviene scarso, in corrispondenza allo stato di semiabbandono in cui fu lasciata la città dopo la vittoria dei Filistei. La rinascita ellenistica è attestata da numerosa ceramica, da una villa con bagno, dalla cinta delle mura e della necropoli tagliata nella roccia sul cammino ad 'Ajn Sejlūn. Il florido periodo cristiano è rappresentato da una basilica a tre navate del sec. v e da altra piccola chiesa con musaici istoriati e iscrizioni. Nella cadente moschea di el-'Arba'in, vi è un lintello scolpito con fregi ebraici, che indica pure la presenza di una antica sinagoga.

Bibl.: H. Kjaer, The excavation of Shiloh 1929, a preliminary report, in Journal of Pol, orient. society, 10 (1930), pp. 87-174. F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, pp. 462-63.

Donato Baldi
SIIOE. - Nome che designa una sorgente, oggi 'Ajn Sittī Marjam, ad oriente di Gerusalemme, come
pure il canale sotto il colle Ophel attraverso cui passa il suo corso e la piscina che esso forma all'uscita. Delle acque di S. (mē haš-Šllōah) parla Is. 8, 6 e della piscina di S. (bērébhath haš-Šelah) Neh. 3, 15. Attraverso il greco $\Sigma$ úarès il nome di S. si conserva nel moderno villaggio arabo di Silwān, a sud-est di Gerusalemme.

Particolare è l'importanza del canale per il fatto che in esso, nell'a. 1880 , fu scoperta per caso, da un ragazzo che faceva il bagno nell'attigua piscina, una iscrizione ebraica antica, la più lunga che si conservi. Tale iscrizione commemora l'escavazione del canale e può essere attribuita all'epoca del re Ezechia (ca. 700 a. C.), in base alle notizie bibliche sulla costruzione da parte sua di un acquedotto per portare l'acqua a Gerusalemme (II Reg. 20, 20; II Par. 32, 30).

Secondo gli studi piü recenti la traduzione più probabile dell'iscrizione, è la seguente: - ... la perforazione. E questa è la storia della perforazione: mentre... il pic-
cone l'uno verso l'altro e mentre v'erano ancora tre cubiti da scavare, si udì una voce di un uomo che chiamava l'altro, poiché vi era una fessura [?] nella roccia da destra e da... E nel giorno della perforazione batterono gli scavatori l'uno contro l'altro, piccone contro piccone, e sgorgò l'acqua dalla sorgente alla piscina per 1200 cubiti. E 100 cubiti era l'altezza della roccia sulla testa degli scavatori s.

Bibl.: D. Diringer, Le iscriz. antico-ebraiche palestinesi, Firenze 1934, pp. 81-102; S. Moscati, L'epigrafia ebraica antica 1933-38, Roma 1951, pp. 40-43. Sabatino Moscati
SILOS. - Monastero benedettino spagnolo nella diocesi e provincia di Burgos, dedicato dapprima a s. Sebastiano poi all'abate s. Domenico, fondato probabilmente nel periodo visigotico e dotato dal conte Fernán González nel 919.

Sua gloria nel medioevo fu l'abate s. Domenico (1041-
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(ser curticia di mens. A. P. Frates)
Silos - Cortile romanico (secc. XI-XII) - Silos.

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1073), il quale iniziò la costruzione dell'antica chiesa e del bellissimo chiostro romanico, tuttora esistente, ricco di caratteristiche sculture dei secc. xI-xit. S. fu nel medioevo importante centro culturale. Basti ricordare il suo Cltranicon dovuto a Grimaldo, l'attività dei suoi copisti che lasciarono agli inizi del sec. xill un tesoro di ca. 200 manoscritti, molti dei quali tuttora conservati. Notevoli anche la raccolta di oggetti artistici, l'archivio e la biblioteca. Il monastero di S. aderi nel 1512 alla Congregazione benedettina di Valladolid e fu soppresso dal governo liberale nel 1835 ; nel 1880 fu ripristinato dai Benedettini di Ligugé. Attualmente S. è noto come focolare di studi liturgici e storici; vi si pubblica tra l'altro la rivista Liturgia.

Bial.: M. Férotin, Recueil des chartes de l'abbaye de S., Parigi 1897; id., Hist. de l'abbaye de S., ivi 1897; L. Serrano, El real monast. de S. Domingo de S. (Burgos), su hist. y tesoro arrist., Burgos 1926; W. Wischill - J. Pérez de Urbel, Los manuscritos del real monast. de S. Domingo de S., in Bol. de la Acad. de la Hist., 95 (1929), pp. 521-601; Cottineau, II, coll. 3036-37. Anscario Mundò

SILVACANE (Salvicanne). - Antica abbazia cistercense nell'arcidiocesi di Aix in Provenza.

Fu fondata da Raimondo de Baux nel 1132-57; venne soppressa dal papa Eugenio IV nel 1443 e i suoi beni furono trasferiti al Capitolo metropolitano di Aix. La chiesa abbaziale è stata di recente restaurata all'esterno; era a tre navate, rinforzate all'esterno da numerosi contrafforti; sul transetto si eleva una torre quadrata; l'abside principale è decorata con una nicchia ogivale del sec. xv. Oggi però è ridotta a fattoria, come anche il chiostro annesso e la sala capitolare è trasformata in scuderia.

Bial.: Bernard D'Hyères, Hist. de l'abbaye cisterc. de Silvacane en Provence d'après les documents, Aix 1891; Cottineau, I, coll. 2027-38. Enrico Ioni

SILVANO. - Dio della religione romana. Il suo nome, benché si sia tentato di spiegarlo anche diversamente (etr. selvans), sembra essere un aggettivo tratto dalla parola silva, e, infatti, S. resta per tutta la romanità un dio dei boschi : tutt'al più si distinguono un $S$. silvester e un $S$. domesticos, secondo le funzioni del dio nei boschi e, rispettivamente, nelle case e nei poderi.

E importantissimo che S. a Roma non ha alcuna festa pubblica né un tempio, mentre la sua venerazione privata è abbondantemente documentata, soprattutto dalle iscrizioni. Nella letteratura gli si attribuiscono gli stessi tratti del dio Fauno che, viceversa, ha un culto pubblico, ma quasi nessuna iscrizione: sembra chiaro che si tratti della stessa divinità che appare sotto un nome (più antico?) nel culto pubblico e sotto un altro nel culto privato. S., concepito non diversamente da Fauno come "incubo", era considerato pericoloso per le donne: per difendere da lui le puerpere, si invocavano le divinità Intercidona, Pilumnus e Deverra, corrispondenti a tre strumenti di una magia apotropaica domestica. S. domina nei bagni riservati agli uomini. Le donne sono escluse dal suo culto. Come Fauno, S. viene identificato con il greco Fati. La sua sfera è quella della natura selvaggia. Nelle province illiriche dell'Impero la sua venerazione, collegata con quella di Diana, risulta particolarmente intensa e fa pensare a un'interpretatio Romana di una divinità indigena affine. Nelle raffigurazioni S. ha l'aspetto di un boscaiolo, con una falce, un ramo d'albero nelle mani e un cane ai piedi.

Bial.: A. von Domaszewski, Abhandlungen zur römischen Religion, Lipsia-Berlino 1909, p. 58 sgg.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, $2^{2}$ ed., Monaco 1912, p. 213; J. Bayer, Les origines de l'Hercule romain, Parigi 1926, p. 372 sg.; Klotz, Silvanus, in Pauly-Wissowa, III A, I (1927), coll. 117-25. Angelo Brelich

SILVANO. - Vescovo omeusiano di Tarso, di cui si conosce relativamente poco. Partecipò al Concilio di Sirmio del 351, e nel 357 ospitò s. Cirillo di Gerusalemme, allorché questi venne deposto da Acacio di Cesarea (Teodoreto, Hist. eccl., II, 26).

I contemporanei non gli risparmiarono lodi, e la sua ortodossia fu esaltata anche da s. Ilario di Poitiers. Nel

Concilio di Seleucia (359) sostenne che si approvasse e si accettasse la formola del cosiddetto Sinodo in encaeniis (Antiochia 341) e fece parte della commissione di vescovi orientali che doveva disputare contro Eudossio d'Antiochia e Acacio di Cesarea alla presenza dell'imperatore Costanzo. In tale occasione si distinse particolarmente nella difesa della dottrina della "consustanzialità " del Verbo con il Padre, sottoscrivendo anche la lettera diretta ai delegati di Rimini per metterli in guardia contro le mene degli acaciani. La legazione non ottenne però quanto desiderava, anzi nel Concilio di Costantinopoli (360) parecchi vescovi furono deposti tra i quali anche S. (Teodoreto, Hist. eccl., II, 23).
S. era uno di quei numerosi semi-ariani del sec. Iv che sostenevano la fede di Nicea, ma si scandalizzavano del termine 600060105 perché convinti che con esso si offriva ai sabelliani il mezzo per mascherarsi, e perciò sosteneva che il termine più appropriato fosse quello di 6400660105 .

Ritornò alla sua sede sotto Giuliano e fece parte della legazione diretta a papa Liberio e all'imperatore Valentiniano nel 366. Questi non poté essere raggiunto, poiché si trovava nelle Gallie; i legati si rivolsero allora al Papa davanti al quale professavano la fede nicena e ricevettero lettere di comunione per gli Orientali. Nell'inverno del 367 era stato convocato un altro sinodo a Tiana, in cui si indisse, a breve scadenza, un sinodo da convocarsi a Tarso, nella sede di S. Scopo del Sinodo di Tarso avrebbe dovuto essere il ristabilimento della pace e della concordia ecclesiastica. Ma l'intervento dei macedoniani e degli acaciani, presso l'imperatore Valente, impedì che tale Sinodo potesse radunarsi. S. mori verso il 373.

Bial.: Tillemont, VI, pp. 351, 466-93, 540; Hefele-Leclereq I, pp. 946-55, 979; Fliche-Martin-Frutax, III, pp. 169-74, 237-59. Martiniano Roncaglia

SILVA PORTO, Diocesi di. - Città e diocesi in Angola, possedimento portoghese dell'Africa occidentale.

Ha una superficie di $625-440 \mathrm{kmq}$, con una popolazione di $943-529 \mathrm{ab}$. dei quali 63.536 cattolici; conta 2 parrocchie servite da 48 sacerdoti diocesani (Ann. Pont., 1952, p. 380). La diocesi fu creata dal papa Pio XII con la cost. apost. Solemnibus Conventionibus del 4 sett. 1940, quale suffraganea di Loanda, ed elevando a dignità di cattedrale la chiesa parrocchiale di S. P., dedicata al martire s. Lorenzo.

Bial.: AAS, 23 (1941), pp. 14-18. Enrico Josi
SILVEIRA, Gonçales da, venerabile. - Gesuita, missionario e martire, n. di nobile famiglia ad Almeirim (diocesi di Liabona) il 23 febbr. 1526, m. a Monomotapa (Zambesi) il 15 marzo 1561.

Entrato nell'Ordine nel 1543, fu inviato a Goa, come provinciale della missione dell'India nel 1556, e diede tale impulso alla attività missionaria che nei tre anni che vi rimase furono battezzati nella sola città 7000 pagani. La buona riuscita lo fece eleggere per un campo ancora inesplorato nell'Africa sud-orientale, la regione di Mozambico, nell'edicena Rhodesia, dove i missionari erano stati richiesti dal figlio di un re cafro, battezzato a Mozambico. Il S., sbarcato l'i i marzo 1560 a Sofala, si spinse nell'interno della terra fino a Otongwe, dove risiedeva Gamba, re dei Maharanga. Nello spazio di 7 settimane, riusci a battezzare il Re, tutta la sua corte e molti altri pagani, fino a 400. Lasciò allora Otongwe alle cure del suo compagno, il p. Fernandez, e mosse verso il Regno del "re dell'oro", Monomotapa, sulle rive dello Zambesi, per guadagnarlo alla fede. Vi riusci, infatti, anche con la cooperazione dei Portoghesi, e alla fine del 1561 battezzò il Re e la sua corte; al marzo seguente i cristiani erano saliti a 300 . Ciò suscitò l'invidia dei musulmani, che temevano di vedersi sottratto il loro commercio dai Portoghesi; ad essi riusci facile circuire il Re ancor debole nella fede e fargli credere le più stolide calunnie contro il S., dipingendolo come stregone che avrebbe soppresso tutti e come spia avanzata dell'esercito portoghese. Il Re, spaventato, fece senz'altro strangolare il missionario. La spedizione, inviata per vendicarne la morte,

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(foi. Enc. Catt.)
Silvestri, Francesco, detto il Ferrarese (Ferrariensis) - Inizio delle Quaestiones in libros physicorsm. Roma, per i tipi di A. Biado, 1576. Esemplare della Biblioteca nazionale - Roma.
non arrivò mai a destinazione, e la missione dovette interrompersi per mancanza di missionari che per quel momento continuassero l'opera iniziata dal S.

Bibl.: Sommervond, VII, coll. 1731-33: N. Godigno, Vita Patris Gonzali Sylveriae, Lione 1612; A. P. de Paiva e Pons, Dos primeiros trabalhos dos Portugueses na Menomatape, $O$ padre d. G. da S., Lisbona 1802; G. Theal Mc Call, Records of S. E. Africa, VII, Città del Capo roo1: H. Chadwick, Life of the sun. G. da S., Roehampton 1910; L. Kilger, Die erste Mission unter den Bantustämmen Ostafrikas, Münster in V. 1917: Fr. Rodrigues, Hist. da Companhia de Trans na Assisticria de Portugal, 1, Porto 1931. pp. 312-19, 624-26 e passim: B. Leite, D. Gonfalo da S., Lisbona 1946.

Celestino Testore
SilVERIO, PA