arte polacca di un'accresciuta influenza della nobiltà lituana sul governo. Con l'appoggio degli alti dignitari della Chiesa cattolica S. riuscì tuttavia a spezzare l'opposizione ed a far incoronare Barbara il 7 dic. 1550 nella cattedrale di Cracovia e promise di accordare particolare aiuto alla Chiesa cattolica, ma in realtà tollerò che predicatori protestanti, tra cui anche diversi italiani, propagassero le idee della riforma. In politica estera mantenne relazioni di buon vicinato con gli Asburgo e si oppose ai tentativi russi, danesi e svedesi di occupare la Livonia. Con il 'Trattato di Lublino del $1^{\circ}$ luglio 1569 all'unione personale tra Polonia e Lituania fece subentrare un'unione reale, fondata sul re e sul Seym (Dieta degli Stati). - Vedi tav. XXXVII.
Bibl. K. Völker, Kirchengesch. Polens, Berlino-Lipsia 1920, p. 149 sgg. con bibli.; D. Cantimori, Eretici ital. del Cinquecento, Firenze 1939, passim; J. Pajewski, Zygmunt August and the Union of Lublin 1346-72, in Cambridge History of Poland, I, Cambridge 1930, pp. 348-68. Silvio Furiani
SIGISMONDO III Vasa, re di Polonia e di Svezia. - Figlio di Giovanni III, re di Svezia, e di Caterina Jagellonica, n. il 20 giugno 1566 a Gripsholm (Svezia), m. il 30 apr. 1632 a Varsavia.
Fu eletto re di Polonia nell'ag. Alla morte del padre, nel 1592, riusci a farsi incoronare anche re di Svezia, dando garanzia di rispettare i deliberati del Sinodo di Uppsala del 1593, che introduceva in Svezia gli articoli della confessione augustana. S., che invece era fautore deciso e convinto della Riforma cattolica nei paesi nordici, si trovò ben presto in lotta con i suoi sudditi d'oltre Baltico. Dopo aver tentato invano di conquistare la Svezia nel 1598 con un esercito, fu dichiarato l'anno dopo decaduto dal trono. Tutta la successiva politica estera di S. fu tesa a recuperare la corona svedese, ma ogni suo sforzo fu vano. Soprattutto dopo l'avvento al trono di Gustavo Adolfo, S. non solo perse ogni speranza di ritornare sul trono del padre, ma la stessa Polonia, coinvolta in questa lotta dinastica, ne subì le conseguenze: la Pace di Altmark (1629) con l'acquisto della Livonia garantì infatti alla Svezia il predominio sui Baltico. S. durante tutto il suo regno fu un sincero, attivo e deciso sostenitore della fede cattolica. La perdita della corona svedese da una parte, e l'opposizione politica dei protestanti nella stessa Polonia dall'altra, o rafforzarono nella decisione di patrocinare in ogni modo la controriforma e di concedere ogni appoggio ai Gesuiti.
Bibl.: F. Nowak, Sigismund III, in Cambridge history of Poland, I, Cambridge 1930, pp. 431-74. Su S. re di Svezia cf. E. Hildebrand, Sveriges hist. till vdva dagar, V. Stoccolma 1923, pp. 207-307; H. Holmquist, Svenska byrkans hist., III, II, ivi 1933, pp. 146-242. Sull'elezione di S. in Polonia cf. H. Biaudet, Siate-Quint et la candidature de Sigismund de Suède an trône de Pologne en 1587, Helsinki 1910; id., Les origines de la candidature de Sigismund Vasa au trône de Suède en 1587, in Annales Acad. Scivut. Fennicae, serie B. 1611, II, n. 10; id., Le premier séjour de Sigismund Vasa en Suède 1593-94, ibid., 28 (1933), fasc. 2. Silvio Furiani
SIGLE : v. abbreviazioni.
SIGNORELLI, Luca. - Pittore, n. a Cortona ca. la metà del sec. xv, ivi m. il 16 ott. 1523. Ricordato fin dal 1470 , si forma presso Piero della Francesca, come dimostrano i resti di affresco della Torre detta del Vescovo a Città di Castello, ai quali sono stilisticamente affini alcune Madonne (tavola del Fine Arte Museum di Boston; della Christ Church Library di Oxford; della collezione Villamarina di Roma), già ascritte a Piero della Francesca.
Naturalmente incline verso forme di plasticismo dinamico, evidenti sin dalla giovanile Annunciazione, già in casa Da Monte a Gragnone, il S. non tarda ad abbandonare la solenne stasi pierfrancescana per una sintesi figurativa, che prelude a Michelangelo, nella quale la grandiosità formale e compositiva si avvalora di un modellato energico e scattante di ascendenza fiorentina e in particolare pollaiolesca, attinto durante un suo probabile soggiorno a Firenze ( 1470 cs .). Tali sono i caratteri della Madonna del latte e della Plageliazione (1470-73 ca.; Pinacoteca di Brera, Milano). Il repertorio delle suggestioni fiorentine del S. appare arricchito quando egli (1479-81), con la collaborazione del Perugino (che gli fu condizcepolo alla scuola di Piero della Francesca) e di Bartolomeo della Gatta, attende alla decorazione ad affresco della sagrestia della Cura della basilica di Loreto (Angeli nuclei, gli Evangelisti e i Dottori della Chiesa negli spicchi della vòlta; gli Apostoli, l'Incredulità di s. Tommaso e la Conversione di Paolo negli scomparti delle pareti) dove gli angeli alla tipologia verrocchiesca uniscono un fluire serpentino delle vesti desunto dal Botticelli. La personalità del S. si manifesta peraltro nella grandiosità plastica della costruzione formale e nel luminismo della Conversione di s. Paolo che, se non si può spiegare senza il precedente del Sogno di Costantino di Piero, se ne distacca per il suo valore di folgorante apparizione congeniale allo spirito del dinamismo signorelliano. Chiamato a Roma per la decorazione della Cappella Sistina (14801481), il S. vi eseguil l'affresco con il Testamento e la morte di Mosè, aiutato probabilmente ancora da Bartolomeo della Gatta e dal Perugino. Più significativi sono i dipinti di cavalletto eseguiti nel periodo immediatamente successivo, nei quali il S. appare intento alla creazione di un'umanità d'eccezione, fortemente definita attraverso contorni incisivi e luci dure e sbalzanti : la
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pala di Perugia ( 1484 , Museo dell'Opera del Duomo), monumentale architettura di corpi, quasi sbalzati nel bronzo, contro il fondo di dorata luminosità; l'Educazione di Pan (post 1488) del Museo di Berlino, dove l'esaltazione del nudo in corpi compatti, modellati dalla luce, non va disgiunta da una romantica interpretazione del mito classico; la monumentale Circoscrizione di Londra (National Gallery, 1492-94 ca.); lo Stendardo di Urbino (Pinacoteca, 1494); la Madonna con i due Profeti degli Uffizi, il cui fondo, con ignudi maschili in un paesaggio roccioso (che aspiro probabilmente quello della $S$. Famiglia di Michelangelo nel tondo Doni), ritorna nel vigoroso ed incisivo Ritratto di uomo del Museo di Berlino; la Madonna di Monaco (Alte Pinakothek); la S. Famiglia ( 1495 ca.) degli Uffizi e quella della Galleria Rospigliosi di Roma. Una più intensa drammaticità e un esasperato realismo nella definizione dei tipi caratterizza, anche attraverso gli squilibri dovuti all'intervento di collaboratori, gli affreschi con le Storie di s. Benedetto eseguiti dal S. nel 1497 nel convento di Monte Oliveto Maggiore presso Siena; drammaticità che, avvalorata dalla vibrazione della luce, anima anche le predelle con la Natività del Battista del Louvre e le Storie della Passione e di s. Caterina appartenenti allo smembrato polittico del 1498 già in S . Agostino di Siena (i cui laterali sono al Museo di Berlino) e congiunta al suo idealizzato compatto senso del nudo e ad accenti di spictato realismo, culmina nel grandioso ciclo a fresco della cappella di s. Brizio nel duomo di Orvieto, che offri spunti a Michelangelo per il Giudizio della Statina. Iniziata dal Beato Angelico nel 1447 in due vele del soffitto, la decorazione della cappella di S. Brizio fu completata dal S. tra il 1499 e il 1504 , non senza l'aiuto di collaboratori. Nelle rimanenti sei vele della vòlta il S. rappresentò le Falangi Angeliche, gli Apostoli, i Dattori della Chiesa, i Patriarchi, i Martiri e le Vergini, raggruppati in

(fei. Alinarit
Signorelli, luca - La Vergine con Figlio e Santi - Firenze, Uffizi.
cori solenni; nella parte superiore delle pareti dipinse la Predica dell'Anticristo (i due personaggi a sinistra sono i ritratti del S. e del beato Angelico), il Finimondo, la Ritorrezione dei morti, la Pene dei dannati, il Paradiso e l'Inferno, l'Incoronazione degli Eletti; nello zoccolo, infine, la decorazione si completa con una fascia a grottesche adorna di Filosofi e Poeti dell'antichità e di tondi a monocromo illustranti episodi tolti dall'Averno classico e dai primi 11 canti del Purgatorio dantesco. Allo stesso momento stilistico e cronologico appartengono la Deposizione di Cortona ( 1502 , affine per la composizione a quelle della Collegiata di Castiglion Fiorentino e della stessa cappella di S. Brizio ad Orvieto), la Crocifissione con la Maddalena degli Uffizi, nonché gli affreschi di S. Crescentino a Morra (Storie della Passione), già ritenuti opera giovanile. Nelle ultime opere, per influsso del Perugino, di Raffaello e di Timoteo della Vite, il S. si volge verso colori più chiari e forme più aggraziate (Pala di Brera, 1508; Comunione degli Apostoli nel duomo di Cortona, 1512). La S. Famiglia degli Uffizi è riprodotta a colori alla v. sacra famiglia. - Vedi tav. XXXVIII.
Bibl.: L. Dussler, s. v. in Thieme-Becker, XXXI (1937), pp. 12-14 (con letter. prec.); B. Berenson, Drawings of florentine painters, I, Chicago 1938, p. 30 sgg.; II, p. 328 sgg.; III, fig. 93 sgg.; G. Fiocco, Pordenone und S., in Pantheon, 21 (1938), p. 114 sgg.; O. Marziani, Predelle del S., in L'Arte, 13 (1942), p. 25 sgg.; E. Carli, L. S. Gli affreschi nel duomo di Orvieto, Bergamo 1946; B. Berenson, Metodo e attribuz., Firenze 1947, p. 195 sgg.; R. Robert, L. S.'s - School of Pan-, in Gazette des Beaux Arts, 33 (1948), p. 77 sgg.; M. Salmi, L. S. a Morra, in Riv. d'arte, 26 (1950), p. 131 sgg.
Amalia Mezzetti
SIGNORIELLO, Nunzio. - Filosofo necessidastico, n. a Napoli nel 1831, m. ivi l'1 1 ott. 1889. Scolaro del Sanseverino (v.), e come lui professore nel Liceo arcivescovile di Napoli, ne seguì l'indirizzo, efficacemente cooperando al rinnovamento della filosofia scolastica.
Condusse a termine l'opera del Sanseverino Philosophia christiana cum antiqua et nova comparata, pubblicandone il III vol. e ne fece un compendio in due volumi pregevoli per la sicurezza della dottrina, la densità del contenuto e la chiarezza dell'esposizione. Ma il suo nome è soprattutto legato al Lexicon peripateticum philoso-phico-theologicum (Napoli 1854), composto con grande diligenza e sicura informazione, che ebbe numerose edizioni anche recenti (Roma 1931).
Bibl.: Hutter, V. II, col. 1427; P. Naddeo, Storia della filosofia, II, Salerno 1940, p. 363.
Paolo Dezza
SIGNORIE e PRINCIPATI. - Le due parole, e soprattutto la prima, indicano due cose fra di loro legate, ma in realtà ben diverse, cioè la nuova forma monarchica, che prese il governo comunale di molte città italiane a partire dalla metà del sec. xim e insieme il corrispondente periodo della storia d'Italia sino alla caduta dell'indipendenza. Per questa nuova forma monarchica la costituzione comunale viene svuotata di vera autorità ed il potere effettivo si raccoglie nelle mani di un uomo, prima in forma temporanea e straordinaria, poi vitalizia, infine ereditaria. Raggiunta quest'ultima fase, la s. cerca di legittimare la propria autorità, all'infuori dell'originale elezione popolare, ricorrendo alle concezioni imperiali che finiscono con il costituire un p. a tipo feudale. La s. è fatale evoluzione del comune, dovuta alla inaufficienza delle sue istituzioni a mantenere la pace interna e a frenare la violenza delle lotte tra famiglie, partiti, classi che tendono a dominare da sole la città a danno degli avversari spesso espulsi. Questa asprezza delle lotte interne si intensifica con l'allargamento della base politica del comune e la partecipazione di nuovi strati della popolazione al governo, e si aggrava per la minaccia esterna, quando la guerriglia dei fuorusciti si appoggia ai soccorsi delle città vicine e rivali. Allora la gravità del pericolo rende necessaria l'azione di un capo
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come in qualsiasi forma di guerra; ed il capo la esercita in difesa della parte da lui condotta alla vittoria. La pressione dei nemici esterni e le insidie di quelli interni, quando non riescono a rovesciare questa situazione, concorrono ad allargare i poteri del capo e infine a dar ad essi legalità con il conferimento di un titolo che ne qualifichi la funzione, e con decreti che ne fissino l'autorità, presto illimitata.
Questa origine delle principali s., in funzione di difesa di una situazione interna, esclude la violenza e l'intrigo personale, in quanto l'opera, certo ambiziosa, del capo, si confonde con gli interessi del partito più forte. Il fenomeno si inizia verso la metà del sec. xiri per l'acuirsi delle lotte interne delle città durante e a causa del conflitto tra Federico II e i Comuni, e se ne vedono i primi segni nell'elemento popolare e guelfo, p. es., a Milano quando i della Torre divengono spesso anziani della Credenza di S. Ambrogio per essere rovesciati solo nel 1278 dai nobili e ghibellini che acclamano signore l'arcivescovo Ottone Visconti. Lo stesso elemento guelfo, cacciando Salinguerra, capo del partito avverso, riconduce, con l'aiuto veneto, a Ferrara nel 1240 Azzo VII d'Este, che fino alla morte avrà una forte preminenza, mentre il titolo di signore fu invece dato a suo nipote Obizzo (1264). Antecedente a questa vi sarebbe la s. di Ezzelino da Romano su Verona (1232) e poi Vicenza e Padova, ma essa, di fatto, si appoggia sulle forze dell'imperatore Federico II, che vuol cosi sicura la via verso la Germania. Solo dopo la sua morte si svolge libero il gioco delle forze interne, che presto si dànno un capo in Mastino della Scala a ucciso lui (1277), al fratello Alberto, eletto a succedergli, vien dato il titolo di capitano e rettore dei gastaldioni dei Mestieri e del popolo di Verona, che indicava che egli doveva difendere il predominio del popolo organizzato nelle Arti contro le antiche famiglie fuoruscite.
La s. in ogni città dove sorse ha origini varie, secondo le condizioni locali, ma dovunque comune il bisogno di pace sia pur con l'espulsione degli avversari e la tenace lotta per tenerli lontani: conseguenza di quello spirito di intolleranza e di monopolio della libertà politica per la propria parte, proprio del medioevo e dell'età comunale, nella quale spesso è affermata la identità della parte con il comune («quae pars est Comune»). Talora appunto l'ufficio di signore è mascherato con il titolo di "conservatore della pace» dato a Bologna a Taddeo Pepoli (1337). Nei rapporti con il comune è logico che la s. lasci sussistere Consigli, magistrature e persino la individualità patrimoniale; e la creazione e la successione di essa è legittimata da una elezione, anche se talora succede a una prima proclamazione cui han contribuito le armi. Fra le prime facoltà concesse al signore vi è l'arbitrio e la bailia, cioè un potere superiore alla costituzione, potere di cui solo lentamente il nuovo signore fa uso, servendosi piuttosto di forme abili e meno appariscenti. Il prolungarsi della s. si deve allo stringersi attorno al signore degli interessi di persone e famiglie timorose di avere, dal succedere di persone estranee o dal ritorno del regime comunale, grave danno nella posizione e negli interessi, sicché la elezione popolare, sempre di rito, è poco più che una formalità, a meno che non sia in atto una crisi della s. o che l'elezione possa dar adito al malcontento di manifestarsi; ma spesso il signore evitava questo pericolo associandosi da vivo il figlio erede, per mezzo di una elezione anticipata. L'inizio della s. però è esposto a un grave pericolo interno da parte dei compagni antichi del signore, i quali mal sopportano che la funzione, attribuita al loro capo solo per difendere la vittoria comune, si trasformi lentamente in un privilegio personale o familiare che lo innalza e distacca dagli antichi compagni. Ma contro la pericolosa origine popolare, il signore cerca garanzia con una legittimazione della sua autorità in un vicariato imperiale (papale nello Stato pontificio). L'ufficio' poi di vicario imperiale concedeva un potere superiore alle leggi locali e quindi il diritto di modificare gli statuti comunali, facoltà già concessa nell'arbitrium, ma usata sempre con molta prudenza. Il titolo di vicario, sorto già alla fine del sec. xiri, divenne con Enrico VII e i successori un com-
plemento necessario della s., e, per vari motivi, comune nel sec. xiv. Dal vicariato al p. non c'era che un passo, tanto più che in Piemonte duravano ancora s. di origine feudale (Savoia, Monferrato, Saluzzo) : già Lodovico il Bavaro avea creato Castruccio duca di Lucca, ma il fatto decisivo fu la trasformazione della s. viscontca nel 1395 in Ducato di Milano: cosi fortemente per ragioni di prestigio e vanità le varie s. del nord d'Italia ottennero titoli di duchi, marchesi e conti, pagandoli bene all'Imperatore, che già da tempo vendeva a borghesi titoli minori di nobiltà feudale. Così il vecchio signore, che già comanda per una sua autorità effettiva, ora legalmente governa nel ducato o manifestato per concessione imperiale. Quando l'Italia ha di fatto eliminato l'Impero dalla sua vita, vi è la finzione che i nuovi principi italiani del nord esercitino un'autorità legittima solo perché investiti dall'Imperatore: finzione che diventerà fatale quando Carlo V farà valere questi diritti imperiali, che parevano cruotati di valore.
Un processo alquanto diverso segue la formazione della s. in una città come Firenze, dove lo sviluppo più vasto e profondo del regime comunale e delle Arti, e la potente vita mercantile ritardarono di più di un secolo questa evoluzione, perché al bisogno di pace interna, di unità e continuità nella politica estera, nei momenti di crisi si provvedeva, nella prima metà del ' 300 , con i vicariati angioini, che lasciavano intattal'autonomia interna. Quando però il Duca d'Atene (già reggente angioino, eletto in un momento di grave crisi) esorbitò da questi limiti, fu cacciato da tutta la città insorta (1343). Decaduto il Regno angioino, Firenze supplì, dal 1382 , al bisogno di concentrazione dell'autorità e di continuità con una stretta oligarchia mercantile in cui il potere era in pochissime mani. Ma questa s. larvata dietro la finzione comunale, richiede uomini di qualità eccezionali; quando essi vengono a mancare, il regime si efascia e al loro posto sale Cosimo de' Medici, in nome dei popolari, senza le lotte e il sangue delle città settentrionali; ma egli pure deve mantenere la finzione repubblicana, la quale lentamente sarà soppressa, ma non senza possibilità di risveglio, dal nipote Lorenzo.
Esaminato l'aspetto interno della s., rimane l'altro aspetto, quello dei rapporti esterni, che danno la fisionomia al periodo storico stesso, fondendosi con le tendenze generali della vita italiana quali : la decadenza delle due autorità universali, Impero e Papato, e la conseguente autonomia della politica italiana; la tendenza a una riorganizzazione dell'antico Regno feudale in Stati vasti a base regionale che condurranno a una specie di equilibrio politico fra gli Stati stessi. Ora, l'organizzazione delle s. ha una stretta connessione con questa tendenza, perché essa, costituendo un governo più forte, rafforzò quel bisogno di espansione già manifestatosi nel comune, vultosi presto a sottomettere il comitato, e, dopo questo, territori contigui, vie terrestri e fluviali che potevano avere importanza economica e militare, specie cercando di prevenire le città vicine, fatto che dà occasione alla maggior parte delle lotte fra le città stesse dovute non a ideologie, ma ad interessi concreti. D'altra parte anche nei rapporti con l'Impero e il Papato, è la saldezza del governo interno che fa sì che le s., anche ghibelline di nome, si mostrino cosi indipendenti contro Carlo IV, sì che a lui non rimarrà che sfruttare i comuni guelfi. Questa evoluzione della politica italiana verso una indipendenza reale è frutto in gran parte della potenza raggiunta dalle principali s. che, assorbendo le città minori, stanno riorganizzando l'antico Regno in vasti Stati, seguite in questo indirizzo dai comuni superstiti, che han finito con l'essere dominati da oligarchie le quali assicuravano continuità e fermezza di governo: Venezia in primo luogo e poi anche Firenze. Confrontando la geografia politica dell'Italia al principio del Trecento con quella della fine, appare quanto sia avanzata questa riorganizzazione territoriale e politica che troverà la sua definitiva forma nel Quattrocento : fra i due secoli però vi è questa differenza che nel primo vi è ancora la possibilità, o almeno l'illusione, della creazione di un grande Stato egemonico nel nord, ma dopo la crisi del Ducato di Milano alla morte di Gian Galeazzo Visconti, durante la quale si forma il dominio veneto di terraferma, e lo sviluppo degli Stati fiorentino e sabaudo, questo di-
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segno è impossibile, c, dopo mezzo secolo di lotte, nella Pace di Lodi (1454) si impone l'equilibrio politico creato delle circostanze. Durante questi due secoli, passa in seconda linea l'importanza del Regno meridionale, che con Carlo d'Angio pareva voler riprendere i disegni ambiziosi di Federico II; la ferita infertagli dal Vespro siciliano, lo stato di guerra quasi continuo fra i due Regni di Napoli e Sicilia, e le lotte dinastiche nel primo, paralizzano ogni ambizione dei suoi sovrani. Attraverso questi conflitti si insinua nel Mezzogiorno la dominazione straniera, prima in Sicilia e poi a Napoli, che per questa via risalirà la penisola sino a Milano. Solo i problemi interni che occupano la Francia e la Spagna ritardano sino alla fine del secolo quella invasione straniera che porrà fine all'indipendenza italiana. Di questo periodo solo gli uomini più acuti, Francesco Sforza soprattutto e Cosimo e Lorenzo de' Medici, hanno coscienza e cercano di salvare l'equilibrio malgrado la costante discordia degli Stati italiani. Quando l'accordo fra Milano, Firenze e Napoli fu rotto dalla presuntuosa e torbida politica di Lodovico il Moro e dalla leggerezza del figlio e successore di Lorenzo de' Medici, con Venezia malvista da tutti per il sospetto che aspirasse a nuove espansioni, non vi era in Italia nessuna forza politica e militare capace di arrestare quell'invasione che si era andata preparando oltre le Alpi.
Questi due secoli, politicamente poco felici, sono invece gloriosi per gli splendori del Rinascimento letterario ed artistico che trova lo maggior espressione nelle capitali dei nuovi Stati e presso i principi che ne sono generosi mecenati, specie a Firenze e a Roma, come pure a Milano, Mantova, Ferrara, Napoli. Malgrado questi splendori l'economia italiana dalla metà del Trecento tende ad arrestarsi e a ripiegare, specie nel campo bancario, per la concorrenza sorta all'estero e i danni dell'avanzata dei Turchi in Oriente.
Bibl. : sull'origine delle s. cf. E. Salzer, Uber die Anfänge der S. in Oberitalien, Berlino 1900: G. Musi, Verso gli albori del p., in Rio, di storia del diritto, 1276; e sul suo sviluppo: F. Ercole, Dal Comune al p., Firenze 1929; id., Da Bartola all' Altusio, ivi 1932, ove è largamente trattato l'aspetto giuridico del fenomeno. Vasta b.li. in C. Cipolla, Storia delle S. italiane, Milano 1881; P. Orsi, S. e P., ivi 1900: N. Valeri, L'Italia nell'età dei p., ivi 1946; L. Simconi, S., 2 voll., ivi 1950.
Luizi Simconi
SIGOLI, Simone. - N. a Firenze nei primi decenni del ' 300 .
Nel suo stemma figurano, in campo azzurro, tre "ségoii " con manubrio aureo. Nel 1384, insieme con alcuni compagni, compi un viaggio in Oriente durato ca. un anno, toccando Alessandria, il Cairo, il Sinai, Gaza, Ebron, Betlemme, Nazareth, Gerusalemme, il Giordano, Tiberiade, e infine Damasco. Il suo racconto intitolato Viaggio al Monte Sinai (occorre confrontarlo con il Viaggio in Terra Santa di N. Frescobaldi, suo compagno di pellegrinaggio, e col il Libro d'oltre mare di Niccolò da Poggibonsi, francescano, che compi il passaggio nel 1345 e dimorò in Palestina per quattro anni) è un documento importante per la conoscenza della storia dei luoghi Santi come apparivano ai pellegrini del Trecento, e un testo "del buon secolo " tra i più ammirati.
Bibl.: I viaggi in Terra Santa di L. Frescobaldi e d'altri del sec. XIV, a cura di C. Garciolii, Firenze 1862: L. Frescobaldi e S. Sigoli, Viaggi in Terra Santa, a cura di C. Angelini, Firenze 1944.
Giovanni Fallani
SIGONIO, Carlo. - Storico, n. a Modena nel 1523 (?), m. nella sua villa al Ponte Basso presso Modena il 28 ag. 1584.
Insegno a Modena (1546-52), Venezia (1552-60), a Padova (1560-63) e a Bologna (1563), dove rimase fino alla morte. Volgendo il suo studio al medioevo, scrisse in latino fluido ed elegante Historiarum de Regno Italiae ab anno 570 ad annum 1200 (1574); Historiae ecclesiasticae

(Ist. Godini, Barcellona)
SIGUENZA, DIOCESI di - Sepolcro di Martin Vazquez de Sosa, detto - El Doncel (1486), nella cappella di S. Catalina - Sigüenza, Cattedrale.
libri XIV (scritta per incarico di Gregorio XIII e rimasta incompiuta); Historiarum Bononiensium ab initio civitatis usque ad a. 1257 libri VI.
In S. sono degne di nota la passione per l'erudizione e la ricerca dei documenti, il personale criterio di storiografo "umanistico" e soprattutto il risalto dato alla forza del diritto nel vario evolversi della vita politica.
Bibl.: L. A. Muratori, Vita, in Opera omnia, I. Milano 1732: G. Tiraboschi, Bibl. modenese, V. Modena 1784, p. 76 sgg.: L. Simconi, Docum. sulla vita e la biblist. di C. S., in Studi e nomi, per la stor. della Univ. di Bologna, XI, Imola 1932: E. Fueter, Storia della storiografia moderna, vers. it., I, Napoli 1943, pp. 127-28 (con bibl.).
Massimo Petrocchi
SIGUENZA, DIOCESI di. - Città e diocesi della Spagna, suffraganea di Toledo, situata nella provincia civile di Guadalajara e Soria e una piccola parte in quelle di Saragozza e Segovia. E la Segontia dei Celtiberi.
Patrona della diocesi è s. Librada. La diocesi ha una superficie di $9814 \mathrm{kmq} ., 175.000 \mathrm{ab}$. tutti cattolici, distribuiti in 476 parrocchie, 245 sacerdoti diocesani e 33 regolari, i seminario, 3 comunità religiose maschili e 22 femminili (Ann. Pont. 1933, p. 401).
Il primo vescovo conosciuto è Protogene, il quale intervenne nel famoso Concilio III di Toledo del 389 , in cui si compì la conversione totale della Spagna, presente il re Recaredo. Si sa il nome dei vescovi strani allora convertiti; sembra dunque che Protogene e gran parte della sua diocesi fossero cattolici molto prima del Concilio. Come accudde nella maggior parte delle diocesi spagnole durante la dominazione saracena, anche quella di S. fu allora molto provata, cosi che si conosce il nome di pochissimi vescovi dal sec. viII all'xi, ma conquistata la città nel 1124 dalle armi cattoliche, ebbe nuova vita, avendo il re Alfonso VIII concesso ai prelati seguntini il dominio della città.
La Cattedrale, dedicata all'Assunta, fu cominciata nel 1124, cioè nell'anno della cacciata dei maomettani, e precisamente nel luogo dove era esistita l'antica. L'abside e la crociera appartengono al sec. XII, le navate basse al sec. XIII, l'alta al sec. XV. In complesso è un bell'esemplare dell'epoca di transizione romanico-gotico. Contiene le tombe monumentali del card. Carrillo de Albornoz (m. nel 1434), di Martin Vazquez detto El Doncel (m. nel 1486) e di mons. Fernando de Arce vescovo delle Canarie (m. nel 1521). L'Archivio è molto ricco. Il Seminario venne eretto nel 1651. - Vedi tav. XXXIX.
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BibL.: D. Sanchez Portocarrero, Nucvo catalogo de los obispos de S., Modrid 1646; T. Minguella y Amedo, Historia de la diocesis de S. y de sus obispos, I-III, ivi 1910-13; E. Flores, España Sagrada, VIII, ivi 1860, pp. 118-33; Cottineau, II, col. 3034; Eubel, I, p. 444; II, p. 238; III, p. 315; IV, p. 311; V, p. 351 .
Giuseppe M. Pou y Marti
SIGWART, Christoph Wilhelm. - Filosofo, n. il 27 marzo 1830 a Tubinga, m. ivi il 4 ag. 1904. Studiò filosofia, matematica e teologia a Tubinga dove anche il padre aveva insegnato filosofia; insegnò nelle Università di Halle e Tubinga.
Il campo principale degli studi del S. furono la logica e l'etica ch'egli trattò in modo analitico dando larga parte alle descrizioni delle funzioni di pensiero (Denkfunktionen) e alla connessione e subordinazione dei fini. Opere principali : Logik (2 voll., Tubinga 1873-78; $5^{\text {a }}$ ed. a cura di H. Maier, ivi 1924); Vorfragen der Ethik (Friburgo 1886; $2^{\text {a }}$ ed. Tubinga 1907); Die Impersonalien (Friburgo 1888).
BibL.: J. Engel, S.t. Lehre v. Wesen d. Erhennens, diss., Erlangen 1908. Altre indicazioni in W. Ziegenfuss, PhilosophenLexikon, II, Berlino 1930, pp. 535-38. Cornelio Fabro
SIKASSO, PREFETTURA APOSTOLICA di. - E situata nell'Africa Occidentale Francese e precisamente nel Sudan. Fu eretta il 17 ott. 1947 con i due circoli amministrativi di S. e Koutiala, distaccati dal vicariato apost. di Bobo Dioulasso. E affidato ai Padri Bianchi.
Ha una superficie di ca. 41.140 kmq . con clima tropicale. Il suolo è poco fertile e difficili le vie di comunicazione. Gli abitanti sono ca. 380.000 . di cui ca. 60.000 musulmani, 249 protestanti, 127 cattolici, 322.035 animisti. Questi ultimi appartengono ai Senoufo, chiamati Minyanka nella regione di Koutiala, i quali parlano un dialetto alquanto diverso dai Senoufo di S. Di questi ultimi molti sono musulmani ma di un islam sociale piuttosto che religioso. In tutto sono ca. 260.000 . I Bambara, in maggioranza animisti, sono ca. 60.000 . I Samogho sono ca. 20.000 abitano intorno a S. e sono già intaccati dall'isläm. I Dioula si trovano un po' dovunque perché commercianti.
La prima stazione missionaria di Karangasso fu eretta nel 1936; ad essa si è aggiunta quella di S. I missionari sono 8 , catechisti 5 , scuole elementari 1 , normali 4 . I costumi matrimoniali e l'invadenza musulmana rendono assai difficile l'apostolato nella zona.
BibL.: MC. 1950, p. 111; Archivio della S. C. de Prop. Fide, pos. prot. nn. 1378/51, 3922/51; AAS, 39 (1947), pp. 435-36. Saverio Paventi
SIKH. - Comunità da principio religiosa e più tardi anche militare e politica dell'India settentrionale. Nānak ( $1469-1538$ ), il fondatore, nato presso Lahore, nel Panjab, si propose di unire in una sola, grande comunità, indiani e maomettani, abolendo le caste e divulgando una religione rigidamente monoteista, che ripudiava il politeismo vedico e le sacre scritture brahmaniche, i Veda, ai quali sostituiva il Granth, «il Libro», la Bibbia dei S.
Il Granth è scritto in antico dialetto hindi, misto di panjabi, e contiene preghiere e inni religiosi di vari autori, fra i quali Nānak stesso, primo guru o maestro spirituale, e Arjun Dev ( $158 \mathrm{I}-1606$ ), presunto raccoglitore degli scritti sacri in un volume che fu poi detto Adigranth, "Primo libro" per distinguerlo da un'altra silloge più tarda. Insieme con i privilegi sacerdotali, Nānak aveva abolito tutte le forme di culto brahmaniche e specialmente l'idolatria, in conformità dell'islamismo che vieta il culto delle immagini. Ma il popolo ha bisogno di amare qualche cosa di concreto e fece perciò oggetto della sua venerazione il libro sacro, specialmente dopo che Govind Singh (1675-1708), decimo e ultimo guru, proclamò l'Adigranth rappresentante di Dio sulla terra. I S. sono «i discepoli» (sancrito Fúyab) di Nānak, oggi privi di dominio politico, ma non di importanza religiosa e sociale. La loro dogmatica è piuttosto confusa. Il teismo di Nānak era misto di panteismo, non essendo stato possibile uni-
ficare concezioni religiose così diverse come l'idea di Dio maomettana e quella dell'induismo, Allah e Hari (Visnu). La fede nella migrazione delle anime (sangalra) è comune anche ai S.; Govind Singh affermava di essere la reincarnazione di Nānak. Il rispetto della vacca, caratteristico dell'induismo, continua ad essere osservato, ma è permesso mangiar carne di animali, anche domestici, purché uccisi senza farli soffrire, con un colpo alla nuca. Fra le più importanti norme disciplinari da ricordare la proibizione del tabacco. Certe riti essenziali, come la celebrazione del matrimonio e le onoranze funebri, sono conservati, ma senza l'assistenza dei brahmani. Il vincolo matrimoniale viene ora consacrato con la recitazione di passi dell'Adigranth e la circumanbulazione del Libro sacro, che ha sostituito quella del fuoco domestico.
La storia politica dei S. può esser così brevemente riassunta. I S. divennero guerrieri nel sec. xvir per necessità di difesa contro i Mongoli, invasori del Panjab dove i S. erano insediati ed avevano la loro città santa, Amritsar. Il primo a prendere le armi contro i Mogol fu il guru Hargobind, ma la potenza militare dei S. ebbe principio con Govind Singh, il fondatore del sodalizio chiamato Khālsā, "proprietà (di Dio)". Nel seno della comunità i privilegi castali erano aboliti. Tutti gli appartenenti alla Khālsā venivano considerati figli di Govind Singh e ricevevano il titolo di singh, "leoni" cioè veri guerrieri. Nel sec. xvir i possedimenti della Khālsā erano diventati principati creditari; Ranjit Singh, l'eroe nazionale dei S., li riunì sotto la sua sovranità, conquistò il Kasmir, e regnò col titolo di mahdráj sopra un territorio che giungeva a nord-ovest fino alla frontiera afgana, oltre Peshawar, e a sud-est fino alla Sutlej. Per prudenza egli non aveva oltrepassato il fiume, ma suo figlio, Dhulip Singh, cedendo all'avidità di conquista del'esercito, invase il protettorato inglese al di là della Sutlej, l'ir dic. del 1845. I S. furono in due riprese duramente battuti e il loro stato fu annesso all'Impero inglese nel 1849 . Sono ora un'associazione religiosa con una sede centrale a Amritsar e filiali in tutto il Panjab. Hanno seminari, scuole, orfanotrofi e perfino una banca e un giornale. Sono 4.300 .000 secondo il censimento del 1931.
Bibl.: H. A. Rose, s. v. in Enc. of Rel. and Eth., XI (1920), pp. 507-11 con bibl.: G. Dunbar, Gesch. Indiens, MonacoBerlino 1937, pp. 218-19, 318-20.
Ferdinando Belloni Filippi
SIKKIM, preffettura apostolicA di. - E situata nell'India nord-orientale. Il 3 luglio 1883 e il 20 marzo 1912 vennero rispettivamente annessi al vicariato apost. del Tibet (poi vicariato apost. di Tatsienlu, ora diocesi di Kangting in Cina) il Bhutan britannico, costituente il distretto civile di Kalimpong, e una parte del S. indipendente, regione ancora chiusa ad ogni penetrazione missionaria.
Questi territori, aggiuntavi l'altra parte del S., appartenente all'arcidiocesi di Calcutta, in data 15 febbr. 1929 furono eretti in missione sui iuris, affidata alla Società delle Missioni Estere di Parigi e dichiarata suffraganea di Calcutta, poi elevata a prefettura apost. il 16 giugno 1931. La prima stazione missionaria fu fondata nel 1872 a Pedong dal p. Cesgotin. Il suo compagno di apostolato, P. Moussot, fu ucciso nel Tibet il 2 luglio 1901. Nel 1934 giunsero a Pedong i missionari inviati dall'abbazia di S. Maurizio di Agauno e nel 1937, con la nomina dell'attuale prefetto apost., la prefettura apost. passò di fatto ai Canonici Regolari della medesima abbazia, che, per far conoscere la missione, pubblica dal 1936 L'Echo du S.
Ha una superficie di kmq. 8400 e confina con le diocesi di Shillong, Jalpaiguri, Patna, con l'arcidiocesi di Calcutta e il Tibet. La popolazione raggiunge i 200.000 ab., di cui appena 1700 cattolici. Il resto è costituito da buddhisti provenienti dal Tibet, hindu emigrati dal Nepal e aborigeni animisti. Difficilissima è la penetrazione cristiana. La prefettura apost. divisa in 6 stazioni primarie ed alcune stazioni secondarie; le cappelle sono 6. L'istruzione viene impartita in 13 scuole elementari con ca. 350 alunni e in 3 scuole medie con 120 studenti. Vi la-
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(fot. Venturini)

(fot. Venturini)
In alto: VEDUTA AEREA CON LA PIAZZA DEL CAMPO. In basso: VEDUTA AEREA CON IL DUOMO.
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(fat. Alinari)
In alto: SPOSALIZIO DELLA VERGINE. Affresco di D. Beccafumi (1518-32) - Siena, cappella superiore dell'oratorio di S. Bernardino. In basso: CONCERTO DOPO CENA. Dipinto di R. Manetti (1570-1639) - Siena, Palazzo Chigi Saracini.
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A sinistra: S. SIGISMONDO. Particolare del dossale d'altare in marmo di Jacopo della Quercia (1422) - Louco, chiesa di S. Frediano, cappella Trenta. Al centro: L'IMPERATORE SIGISMONDO IN TRONO FRA DIGNITARI. Tarsio mizmorro di Domenico di Bartolo (sec. xv) - Siena, pavimento della Cattedrale. A destra: RITRATTO DI SIGISMONDO JAGELLONE, di ignoto (sec. xvi) - Firenze, Uffizi.
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A sinistra: LA FLAGELLAZIONE - Milano, Pinacoteca di tierra. A destra: EPISODIO DELLA VITA DI S. BENEDETTO: Come Benedetto dice alli monaci dove e quando avevano mangiato fuori del monastero. Affresco nel Chiostro Grande - Monte Oliveto Maggiore.
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(per cortesia dei Canonici di St Maurizi)
SikKIM - Chiesa di S. Teresa a Kalimpong, nella prefettura apostolica di S.
vorano una ventina di sacerdoti dei quali a secolari mentre gli altri appartengono ai Canonici Regolari dell'abbazia di S. Maurizio d'Agaune (Svizzera); 2 seminaristi indigeni studiano ai Seminario pontificio di Kandy. Coadiuvano i missionari ca. 20 suore di S. Giuseppe di Cluny, 3 estere e il resto indigene. L'opera caritativa viene svolta in 5 dispensari, 1 ospedale, 2 orfanotrofi, e 1 ricovero di vecchi.
Bibl.: Archivio della S. C. de Prop. Fide, Relazione quinquennale 1945-50, pos. prot. n. 3687/50; MC, 1950, pp. 246247; AAS, 21 (1929), pp. 584-85; 23 (1931), p. 400 sgg.
Pompeo Borgna
SILA. - Compagno di s. Paolo e suo amato collaboratore. Mentre negli Atti degli Apostoli è chiamato sempre con tale nome, nelle lettere paoline e nella $I$ Pt. è detto Silvano, che sembra un secondo nome, non un semplice adattamento greco-latino del primo.
S. era gerosolimitano o almeno rivestiva una certa autorità nella Chiesa madre (Act. 15, 22), donde si allontana per accompagnare s. Paolo in Anjiochia dopo il Concilio degli Apostoli, e quindi per tutto il secondo viaggio missionario (ibid. 15, 40). A Filippi viene imprigionato con Paolo e poi liberato con segni di deferenza, perché anch'egli godeva del diritto di cittadisanza romana (ibid. 16, 19-40). A Berea si separa momentaneamente dall'Apostolo costretto a fuggire, il quale da Atene gli fa sapere di raggiungerlo quanto prima; ciò avvenne a Corinto (ibid. 17, 14; 18, 5). S. non compare più nella vita successiva di Paolo, che se lo associa nello scrivere le due lettere ai Tessalonicesi (I Thess. 1, 1; II Thess. 1, 1), composte precisamente a Corinto. Ai fedeli Corinti Paolo ricorderà l'operosità missionaria di S. (II Cor. 1, 19), ponendola allo stesso livello di quella di Timoteo e della sua propria.
Molto probabile, ma tuttora discussa, appare l'identificazione di S. con il Silvano redattore della prima lettera di s. Pietro ( 5,12 ). Ciò fa supporre che S., al pari di Giovanni Marco, passò nell'orbita del principe degli Apostoli e che fu missionario almeno in alcune delle regioni dell'Asia, alle quali è diretta la lettera. E problematica invece l'attribuzione del decreto apostolico e dell'epistola agli Ebrei a S., sostenuta da alcuni. Nel Martirologio romano se ne commemora la morte, supposta in Macedonia, il 13 luglio.
Bibl.: A. Stegmann, Silvanus als Missionar und - Hagiograph, Rottenburg 1917; L. Radermacher, Der erste Petrusbrief und Silvanus, in Zeitschr. für die neutest. Wissenschaft, 25 (1926), pp. 287-99.
Angolo Penna
SILLABO. - Elenco di 80 proposizioni riguardanti gli errori del tempo pubblicato da Pio IX l'8 dic. 1864.
1. Storia. - La prima idea del S. risale al card. Gioacchino Pecci (il futuro Leone XIII), che nel nov. 1849, come arcivescovo di Perugia, durante il Concilio provinciale di Spoleto, propose di chiedere al Papa la condanna in globo degli errori moderni concernenti la Chiesa, l'autorità, la proprietà. Nel 1852 la Civiltà Cattolica ventilò l'idea di una condanna del razionalismo e del semirazionalismo da inserire nella stessa bolla della futura definizione del dogma dell'Immacolata. L'idea piacque a Pio IX, che incaricò il card. Fornari (20 maggio 1852) di sondare l'opinione di cospicui membri dell'episcopato (per es., mons. Pio), di teologi (Guéranger) e di alcuni distinti laici cattolici. Il Veuillot e il conte Avogadro della Motta rilevarono l'opportunità di separare i due atti, poiché gli errori moderni meritavano una condanna a parte, che emanata da sola maggiormente avrebbe impressionato il pubblico. Pio IX accettò la proposta e alla commissione pontificia, che proprio allora aveva terminato i lavori preparatori della definizione del dogma dell'Immacolata, diede ordine di iniziare speciali indagini sui principali errori del tempo. Dopo otto anni, l'Instruction pastorale di mons. Gerbet, vescovo di Perpignano (23 luglio 1860), in cui si elencavano 45 proposizioni da condannare, venne a dare un ritmo più celere ai lavori. Una nuova commissione, presieduta dal card. Caterini e composta dal segretario mons. Iacobini e dai teologi mons. Pio Delicati, p. Giacinto Ferrari, p. Giovanni Perrone, giunse a catalogare 70 errori (Syllabus propositionum), per i quali si chiese ( 20 giugno 1861) a diversi teologi la determinazione precisa della censura teologica. Il Papa per facilitare questo compito, portò a 12 il numero dei consultori, presi dai principali Ordini religiosi. Il 15 febbr. 1862 la commissione aveva pronto l'elenco di 61 errori con le rispettive note teologiche: Theses ad Apostolicam Sedem delatae et censurae a nonnullis theologis propositae. Sotto questo titolo il futuro S. fu consegnato, nello stesso 1862, ai trecento vescovi accorsi a Roma per la canonizzazione dei martiri giapponesi. Quasi tutti risposero dalle loro sedi e dopo maturo esame, giudicando opportuna e necessaria la condanna e proponendo qualche modifica quanto alle censure teologiche. Un'indiscrezione, che portò a conoscenza del pubblico le 61 proposizioni (furono pubblicate dal Mediatore di Torino [ott. 1862], diretto dal Passaglia), decise Pio IX a sospendere la promulgazione della progettata bolla di condanna, nell'attesa di un momento di minore tensione. Inzanto maturò l'idea di giungere allo scopo usando un'altra forma di condanna : estrarre dai precedenti atti (encicliche, lettere apostoliche, allocuzioni concistoriali) del suo pontificato le proposizioni opposte agli errori del tempo. Istitul pertanto una nuova commissione, che dopo un anno di lavoro (tenendo presenti gli atti pontifici e i rapporti fatti alla Sede Apostolica dai vescovi e dai fedeli sugli errori dell'epoca) giunse alla formulazione di 80 proposizioni. Il barnabita p. Bilio rilevò che era opportuno aggiungere alle singole proposizioni l'indicazione esatta dei documenti papali, da cui erano estratte, onde meglio ne fosse circoscritto il significato e il valore dottrinale. La proposta piacque e lo stesso Bilio fu incaricato della cosa.
Dopo 12 anni di laboriosa preparazione, Pio IX promulgò l'8 dic. 1864, insieme con l'encicl. Quanta cura (Denz-U, coll. 1688-99), il Syllabus complectens praecipuos nostrae aetatis errores (ibid., coll. 1700-80).
II. Contemuto. - L'ampio documento raggruppa in 10 paragrafi gli errori condannati : 1. panteismo, naturalismo e razionalismo assoluto (propp. 1-7); 2) razionalismo moderato (propp. 8-14); 3) indifferentismo e latitudinarismo (propp. 15-18); 4) socialismo, comunismo, società segrete, società bibliche, società clerico-liberali (si rimanda a precedenti atti pontifici, soprattutto alle
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encicll. Qui pluribus [9 nov. 1846], Noscitis et nobiscum [8 dic. 1849], Quanto conficiamur moerore [10 ag. 1863]); 5) errori sulla Chiesa e i suoi diritti (propp. 19-38); 6) errori sulla società civile considerata in se stessa e nei suoi rapporti con la Chiesa (propp. 38-55); 7) errori sulla morale naturale e cristiana (propp. 56-74); 8) errori sul matrimonio cristiano; 9) errori sul potere temporale (cissitis principatus) del Romano Pontefice (propp. 75-76); 10) errori che si riferiscono al liberalismo (propp. 77-80).
Il Papa vi tenne presenti soprattutto gli errori filosofici e teologici della Germania, penetrati nella Chiesa per opera di Hermes (v.), Günther e Frohachammer (v.), gli atteggiamenti laicistici formulati dal prete peruviano Francesco Gonzales Vigil, e dal boemo Giovanni Nepumoceno Nuyta (professore di diritto ecclesiastico nell'Università di Torino), tutte le sfumature delle opinioni, amiche dell'incerto, ma che sfociavano in conclusioni in qualche modo opposte alla Rivelazione.
III. Valore dottrinale. - L'eccezionale documento, che profondamente incise in tutto il pensiero e la vita del mondo moderno, non solo provocò violente reazioni da parte degli avversari dichiarati, ma determinò anche preoccupazioni e disappunti in alcuni settori del liberalismo cattolico (Montalambert [v.], Dupanloup [v.]) e lasciò divisa l'opinione dei teologi sul suo preciso valore dottrinale. E incontestabile che il S. appartiene alla serie di quegli atti che emanano direttamente dal Sommo Pontefice, anche se il Papa non lo firmò personalmente. E noto come fu promulgato : una lettera del card. Antonelli, segretario di Stato di S. Santità, fece nota a tutto l'episcopato cattolico la decisione sovrana del Papa con le parole: "mihi in mandatis dedit... eiusdem Pontificis iussa». In altra occasione lo stesso Pio IX usò le frasi : "Syllabus noster... nostro iussu editus». Inoltre è da rilevare che il S. è un documento dottrinale, riguardante la fede e la morale in se stesse e nei loro rapporti con le opinioni e le deviazioni del sec. xix, diretto a tutta la Chiesa, formulato in modo negativo, con l'intenzione espressa di respingere quanto vi è di opposto alla Rivelazione negli atteggiamenti di un'età che si avviava all'apostasia. E da ritenere pertanto un atto autentico del magistero della Chiesa, con valore giuridico, che non solo obbliga esternamente ma che richiede un pieno assenso interno, tanto più che fu imposto da tutti i vescovi ai rispettivi fedeli come norma da seguire, come dottrina derivante dalla Sede Apostolica. Lo stesso Leone XIII citò nell'encicl. Immortale Dei opus il S. come documento autorevole del suo predecessore.
Quando tuttavia si tentò di determinare maggiormente il suo valore dogmatico furono emessi i pareri più disparati. Il Dupanloup, il Fessler, lo Schanz, lo Heiner ritennero che il S., pur autorevole, fosse assolutamente privo del carisma dell'infallibilità, mentre teologi di particolare autorità come il Franzelin, il Mazzella, lo Scheeben, il Pesch, lo considerarono un atto emanante dall'infallibilità personale del Romano Pontefice. Tra queste due posizioni di punta se ne delinearono altre più moderate: il p. Rinaldi, tra i migliori studiosi dell'origine storica del S., lo ritenne un atto non infallibile, ma una " notificazione autentica "di precedenti atti infallibili del Magistero, pronunziati dal Papa nella promulgazione dei documenti, da cui il S. fu compilato. I noti giuristi B. Wernze F. X. Ojetti asserirono (e la loro opinione oggi sembra singolare) che il S., pur non essendo in origine infallibile, lo è divenuto per l'assenso universale dell'episcopato: l'infallibilità della Chiesa avrebbe conferito un valore nuovo a un atto solamente autentico del Romano Pontefice.
Qualunque sia il giudizio che si voglia riservare a opinioni teologiche formatesi in un clima arroventato, è oggi indiscutibile che le singoli proposizioni del S., essendo prive di particolare censura teologica, hanno un diverso valore, da determinare, volta per volta, ex sobiecta materia. Pertanto esso costituisce una norma inderogabile, per quanto concerne quelle verità, che poco dopo il Concilio Vaticano riconfermò; per il resto è da tenere e da intendere nel senso preciso, che il Papa e la Chiesa, nell'alteriore esercizio del Magistero, hanno determinato.
Bibl.: S. Sordi, Il S. di Pio IX, Verona 1865; C. G. Rinaldi, Il valore del S. Studio teolog. c stor., Roma 1888; P. Hourat, La S., 3 voll., Parigi 1904; F. Heiner, Der S., Magonza 1905; A. Bernaroggi, Il S. di Pio IX a 30 anni dopo la sua pubblicac., Monza 1905; M. Petroncelli, Pio IX : il S., encicl. e altri docum. del suo pontificato, Firenze 1927; L. Choupin, S., in DFC, IV, coll. 1569-82; id., Valour des décisions doctrine. et disciple. du St-Siège, 3* ed., Parigi 1929, pp. 109-57; 182-415; L. Brigue, S., in D'TbC, XIV, coll. 2877-2925; A. Quacquarelli, La crisi della religiosita contemporanea: dal S. al Conc. Vatic., Bari 1946, pp. 1-41; G. Spadolini, Cattolicesimo e Ricorgimento, in Questioni di stor. del Rione e dell'unità d'Itolia, Milano 1951, pp. 866-906 (di tendenza laicista); R. Aubert, Le pontificat de Pie IX, in A. Fliche-V. Martin-E. Jarry, Hist. de l'Eglise, XXI, Parigi 1951, pp. 245-61; E. Hocedez, Hist. de la théol. au XIXc siècle, II, Bruxelles-Parigi 1952, pp. 375-77. Antonio Piolanti
SILLOGI EPIGRAFICHE. - Nel mondo romano l'Oriente precedette l'Occidente nella raccolta di iscrizioni; in Grecia infatti si formarono s. fin dal sec. III a. C., da cui risultano avere attinto l'Antologia Palatina ad opera di Cephalas nel sec. x e la Planudea nel sec. xiv. In Occidente il primo esempio è dato da un frammento di un'antica s. romana, che un monaco di Einsiedeln nel sec. IX trascriste insieme ad altre iscrizioni cristiane; solo con il sec. xv si iniziano le numerose s. con cui si andò preparando il grande Corpus inscriptionum latinarum.
L'epigrafia cristiana dopo la Pace di Costantino prese un cosi largo sviluppo che nell'alto medioevo dette origine in varie regioni dell'Occidente a numerose s., a cui l'Oriente può contrapporre soltanto iscrizioni monumentali dei secc. v-viI con aggiunte dei secc. Ix-x, tratte da s. di Costantinopoli e luoghi vicini, riunite in uno speciale capitolo dell'Antologia Palatina, e titoli sepolcrali di origine incerta mescolati nel capitolo rü̈x ènvoußluv a titoli pagani (G. B. De Rossi, Inscr.