ssume la questione del simbolismo sacramentale del Battesimo, in questi termini: «Dicendum quod in immersione expressius repraesentatur figura sepulturae Christi, et ideo hic modus baptizandi est omnium et laudabilior et communior. Sed et in aliis modis baptizandi repraesentatur aliquo modo, licet non ita expresse. Nam quocumque modo fiat ablutio, corpus hominis vel aliqua para eius aquae supponitur, sicut corpus Christi sub terra fuit positum».
Così pure la primitiva imposizione delle mani sul pendente, nel sacramento della penitenza, è stata ridotta ad un gesto appena percettibile prima dell'assoluzione; nella celebrazione della s. Messa il simbolismo originale della mensa, cui partecipano tutti i presenti, è oggi in confronto ai riti primitivi molto difficilmente riconoscibile.
La questione del simbolismo sacramentale acquista oggi, nel clima della restaurazione liturgica, sotto il particolare punto di vista pastorale, una nuova importanza, tanto più quanto meno la generazione presente in genere è capace e incline a simili simbolismi.
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(da E. de Lorre, Le Beviaire de l'Escurial, in Gazette des Beaux Arts, 863, p. 389.
Simbolo e Simbolismo - Elefante, simbolo della castità, secondo il Physiologet e i Bystiari. Miniatura del bestiario arabo alluminato da "Ali ibn. Mohammed (1334) - Madrid, Biblioteca del-
l'Escursale, cod. arabo 898, 1, 167.
Bibl.: W. Menzel, Christl. Symbolik, 2 voll., Ratishona 1854; A. Aubor, Hist. et théorie du symbolisme religieux, $2^{\mathrm{e}}$ ed., 4 voll., Parigi 1884; A. Goblet d'Alviclla, Croyances, rites, institutions, 3 voll., ivi 1911; I. Herwegen, German. Rechtssymbolik in der röm. Liturgie, Friburgo i, Br. 1913; J. Sauer, Symbolik des Kirchengebäudes, $2^{\mathrm{e}}$ ed., Friburgo 1924; E. Mále, L'art relig. en France, 4 voll., Parigi 1924-35 (copioso materiale intorno al simbolismo religioso, liturgico, follderistico); K. Künstle, Demographie der christl. Kunst, 2 voll., Friburgo 1926-28; R. Guardini, Von hl. Zeichen, $2^{\mathrm{e}}$ ed., Magonza 1920; G. Schreiber, Nationale u. internationale Volksbunde, 1930; L. Eisenhofer, Handbuch der hath. Liturgik, I, Friburgo 1932, pp. 149-31; J. Ruttenbauer, Symbol und Attrappe, in Hochland, 1938-39, I, pp. 113-20; J. A. Jungmann, Die liturg. Feier, Grundsälzl. u. Geschichtl. über Formgesetze der Liturgie, Ratishona 1939; O. Doering-M. Hartig, Christl. Symbole, $2^{\mathrm{e}}$ ed., Friburgo 1940 (bibl. recente pp. 173-83); Ph. Oppenheim, Institut. syst.-hist. in s. Liturgiam, VI, Torino 1941; VII, ivi 1947; Th. Olan, Die Gebetspübärden der Völker u. d. Christentum, Leida 1944; J. Pascher, Eucharistia, Gestalt und Vollzug, Münster 1947; id., Form u. Formenuandel subramentaler Feier, ivi 1949; id., Die Liturgie der Sahram., ivi 1951; M. Righetti, Man. di Stor. liturg., I, $2^{\mathrm{e}}$ ed. Milano 1950, pp. 45-57 e 296-341: cf. inoltre le voci relative al s. redetto da specialisti; H. Thurston, Symbolisme, in Cath. Eoc., XIV, 373-77; C. A. Bernoulli, Symbole, in Die Religion in Geschichte und Gegenwart, V, 935-39 (tratta la questione del punto di vista di storia delle religioni) e G. Stuhlfauth, ibid., 939-40 (tratta del s. ecclesiastico in particolare); questi due autori sono protestanti non per la loro competenza in materia; G. Schreiber, Symbol, in LT\&K, IX, 926-28; J. Sauer, Symbolik, ibid., 929-31; H. Leclercq, Symbolisme, in DACL. XV (1953), coll. 1778-1811; P. St. Beissel, Symbol, in Werzer u. Wehr's Kirchen-Lex., XI, 1043-46.
Giuseppe Löw
V. S. e "simbolismo" nella letteratura. - Designazione di un gruppo di poetiche affini apparse e formulate in Francia fra il 1870 e il 1890 , derivate da un progressivo allontanamento dal decadentismo. Nel 1885 J. Moréas, replicando a P. Boudier che aveva accusato di "decadentismo" Verlaine. Mallarmé e la loro cerchia, defini tali poeti symboliques. Da non trascurarsi è l'apporto di una prima, più diffusa conoscenza di letterature estremo-orientali.
Il s. enuclea dalla poesia, cui volge lo sguardo (quella di Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmé), un atteggiamento ed una categoria espressiva (la elaborazione del simbolo, la correspondence), del resto eterni, e li propone a nuove personalità poetiche (quelle di Verhacren, di Jammet, di Claudel, di Apollinaire, di George, Yeats, Hoffmannsthal) ognuna delle quali, in vario grado, per vie diverse, e con molteplici connessioni, darà espressione al tema. Influisce su altri poeti ancora, quali Gide, Proust, Ibsen, Block, Bal'mont, Valéry, Rilke, Wilde, Swinburne, il cui centro poetico è, più o meno, lontano, d'altra tradizione e di diverse colorito.
Schematicamente si potrebbe ravvisare il "sigillo" che il s. imprime su immagine, ritmo, suono, ecc. nello "scorporamento" di essi, ciò che lo riavvicina, in realtà, al parnassianismo cui intende reagire, e (ciò che è piut-
tosto suo proprio) nello scioglierne i rapporti tradizionali, proponendo, quindi, nuovi accostamenti. Nelle forme deteriori, dunque, il s. cade nella impoeticità prevalentemente per mancanza di ritmo, armonia e ordinamento, per magra astrattezza raziocinante e nebulosità. La poesia, invece, che si ispira ad esso, o lo ha come base storica, è contrassegnata da una nuova apertura di orizzonte e ha abituato l'uomo contemporaneo a ricercare (fra l'altro con il vigile sforzo di rinnovare nel solo tono poetico, e nella sola posizione, le parole ormai logore) nuovi modi di accostarsi ai rapporti fra soggetto e oggetto, fra contingente e assoluto. Quest'ultima istanza ha creato vive affinità fra il s. ed alcuni spiriti particolarmente sensibili al problema religioso. La poesia simbolista fa vibrare in spazi vasti e silenziosi ritmi semplici, melodie scarnite e poche immagini essenziali. Notevole è anche il nuovo significato che il s. dà al vuoto, e cioè (come ha notato il Rilke) alla descrizione, non dell'oggetto, fisico o spirituale, ma dei contorni che esso lascia segnati nello spazio fisico e spirituale, circumambiente e lontano (si ricordi, p. es., il Mallarmé di Igitur). Come non ultima conseguenza, ha resa necessaria una nuova riflessione sui limiti, o sulla difficoltà di stabilirli, fra poesia e quel quid che si potrebbe chiamare sub-poesia.
Bibl.: H. Bremond, La poésie pure, Parigi 1926; M. Raymond, De Baudelaire au sorcialisme, ivi 1933 ( $2^{\mathrm{e}}$ ed. ivi 1940); H. P. Thieme, Cinquantenaire du symbolisme, ivi 1936; E. Caillot, Symbol, et âmes primitives, ivi 1936; M. G. Rudler, Parnassiens, symbolistes et décadents, ivi 1938; P. Valéry, Existence du symbol., ivi 1939; H. Chouard, Ilist. de la litt. franç. du symbol; à nos jours, ivi 1947; C. M. Bowra, The heritage of symbol., Londra 1948.
Gustave Betsenai
SIMEONE (ebr. Šim'ôn, greco $\Sigma \eta \mu \chi \omega \nu$ ). Secondo figlio di Giacobbe (v.) e Lia (Gen. 29, 33; $35,22 ; 48,5$ ) da cui ebbe nome una delle tribù d'Israele. La madre ne collegò il nome, al momento della nascita, con l'esaudimento del Signore, "perché udi (Sâma") ch'io sono disamata e mi diede anche questo (figlio) ". Partecipò con Levi alla feroce e sleale repressione dei Sichemiti, che avevano disonorato la sorella Dina (ibid. 34, 1-31) : il fatto incorse nel blasimo di Giacobbe (ibid. 59,3 sgg.), ma per certo suo aspetto di eroismo e zelo religioso-patriottico fu anche celebrato (Iudt. 9, 2). Nel primo viaggio che fece in Egitto durante la carestia, S. fu tenuto da Giuseppe in ostaggio, non essendo il primogenito Ruben colpevole della vendita del fratello (Gen. 42, 25,36; 43, 23). In Egitto lo raggiunsero poi con Giacobbe i suoi sei figli (ibid. 46, 10; cf. I Par. 2,1; 4, 24 sgg.).
Le notizie principali sulla tribù di S. sono date in Jos. 19, 1-9. Il suo territorio era tra Bersabee e il Mar Morto, a sud di Giuda, con cui la tribù sembra annessa (ibid. 19, 1) e da cui effettivamente fu assorbita : è il Néghebh, vasta zona desertica, in cui la tribù più che stangiata appariva dispersa (I Par. 4, 39-43), idea riflettuta nel minaccioso vaticinio di Giacobbe (Gen. 49, 7) e nel fatto che nella benedizione di Mosè (Deut. 35) la tribù è omessa.
Il declino della tribù appare fin dall'epoca del deserto : i Simeoniti atti alle armi al Sinai erano 59.300 (Num. 1, 22), nelle steppe di Moab solo più 22.200 (ibid. 26, 12-14). L'occupazione del territorio affidato a S. avvenne con l'aiuto di Giuda (Iudc. 1, 3.17), che si tenne la parte migliore: quella toccata a S. non era che steppa o deserto. Ciò spiega anche perché in questa tribù vi era la sola città levitica di Asan (I Par. 6, 39.65 [ebr. 6, 44. 50]; Ain in Jos. 21, 4.9.16 è da correggere in Asan). I Simeoniti forniscono ancora 7100 guerrieri a David (I Par. 12, 25). Ma già in quest'epoca, e sempre più spesso in seguito, le città già di S. vengono censite come giudaiche: Bethel, Ramoth a sud, Arama, Asan (I Sam. 30, 27-30), Bersabee (II Sam. 24, 7; I Reg. 19, 3; II Reg. 23, 8), Siceleg (I Sam. 27, 6), ecc. (cf. I Par. 4, 28-31).
Le notizie successive lasciano intendere che la tribù dovette attraversare difficoltà particolari, contro cui cercò di reagire: in parte fu assorbita da Giuda, in parte forse
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(fet. Biblioteca Vaticana)
Simeone, vescovo di Gerusalemme, santo, maitire - Il martirio di s. S. Miniatura del Menologio di Basilio II (976-1025) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 1613, I, 46.
da tribù arabe e dai Filistei, che a tratti occuparono delle città. Alcuni saranno anche emigrati alle tribù del nord, con cui sembrerebbe che S. avesse avuto particolari rapporti, a giudicare dall'identità del culto del vitello a Bersabee e nei centri settentrionali di Bethel, Galgala e Dan (Am. 4, 4; 5, 5; ecc.). Contro i nomadi del deserto la tribù cercò di difendersi : e così pure di reagire contro i Ganani, come nel caso delle due spedizioni (1 Par. 4, 34-45) del tempo di Ezechia, in cui 13 capi simenniti occuparono una zona di pascoli presso Gerara, togliendoli ai + figli di Cam $x$.
Il nome di S. fu portato anche da un cittadino di Gerusalemme del tempo di Esdra (Esd. 10, 31) e da un sacerdote, antenato dei Maccabei (I Mach. 2, 1).
Giovanni Rinaldi
SIMEONE, santo. - * Uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era sopra di lui» (Lc. 2, 25). Aveva avuto la promessa di non morire prima d'aver visto * il Cristo del Signore ${ }^{2}$. Lo riconobbe nel bambino Gesù presentato al Tempio, pronunciò il Nunc dimittis (v.), e ne predisse le sorti (Lc. 2, 25-35).
Secondo l'apocrifo Protovangelo di Giacomo (cap. 24) sarebbe stato sacerdote, anzi, secondo il leggendario Vangelo di Nicodemo, sarebbe stato sacerdos magnus, padre di Carino e Leucio che sarebbero stati poi risuscitati da Gesù. Ma dal contesto di s. Luca non risulta che S. fosse sacerdote. Secondo lo Psendo Matteo (15, 2), S. avrebbe avuto 112 anni quando ricevette il bambino Gesù «sul suo pallio»; secondo il codice Laurenziano di questo apocrifo, il vecchio, che stentava a reggersi, appena ricevette il Bambino a corse fino all'altare del Tempio del Signore ", perché a senex puerum portabat, puer autem senem regebat s. Alcuni, con Wettstein, Zahn, Plummer, identificano S. nel rabbin S., figlio di Hillèl e padre di Gamaliele I (cf. Act. 5, 34). Siccome però questo rabbin era ancora vivo nel 13 d . C., mentre il S. di $L c$. 2 sembra sia morto poco dopo la presentazione di Gesù al Tempio, l'identificazione è assai discutibile. H. L. Strack e P. Billerbeck (Komm., II, Monaco 1924, p. 124) escludono questa ed altre identificazioni. Nel Martirologio romano s. S. è commemorato l'8 ott., nella liturgia bizantina il 13 febbr. Le sue reliquie sarebbero state trasportate nel sec. vi a Costantinopoli e nel 1243 a Zara, ove si venerano in un prezioso reliquario d'argento (cf. Illustrazione vatic., 1932, pp. 107-10).
BibL.: Acta SS. Octobris, IV, Bruxelles 1780, pp. 4-23; i commentari a Lc. 2, 25-35. Su pretesi influssi buddhisti sull'episodio di S. cf. L. de la Vallée-Poussin, Le buddhisme et les Evangiles canoniques, in Rev. bibl., 3 (1908), pp. 323-81; P. De Ambroggi, Il veechio S. e una curiosa formola liturgica, in Scuola catt., 67 (1939), pp. 109-15.
Pietro De Ambroggi
SIMEONE, Bar Saba, santo. - Arcivescovo di Selcucia-Ctesifonte (Persia), martire ucciso da Sàpore II a Karkha de Ledan il 17 apr. 344 (secondo Pecters, 341 ).
Secondo gli atti, degni di fede, il Santo si sarebbe rifiutato di riscuotere doppi tributi dai cristiani per fare la guerra contro i Romani. S. fa capo a un centinaio di martiri persiani fra i quali primeggiano Guhištazàd, eunuco già precettore di Sàpore, Abedechala e Anania, sacerdoti, e Pusicio, prefetto degli artefici imperiali, l'esta il 21 apr.
BibL.: Gli Atti, con apposita introduzione di M. Kinosko, in Patrologia Syriaca, II, Parigi 1907, pp. 660-1022; P. Pecters, Le - Praisounaire d'Adinbène", in Anal. Bolland., 43 (1925), 266; Martyr. Romanum, p. 149; P. Pecters, La date du martyre de st S., in Anal. Bolland., 56 (1938), pp. 118-43. Ignazio Ortiz de Urbina
SIMEONE, vescovo di GerusalemME, santo, martire. - Secondo vescovo di detta città (Eusebio, Hist. eccl., III, 11 e 32). Molti lo identificano con l'apostolo Simone Cananeo mentre i Martirologi storici e il Romano ( 18 febbr.), i Sinassari e Menologi ( 27 apr., 18 sett.) distinguono l'uno dall'altro (v. SIMONE APOSTOLO, santo). Martiniano Roncaglo
SIMEONE Metafraste (Logotheta). - Agiografo del sec. x. E autore di una grande collezione di leggende agiografiche, redatta fra gli aa. $961-64$.
Nella composizione della sua opera S. ebbe scopi piuttosto morali che storici; ma l'accusa che egli abbia inventato martiri e leggende non è giustificata. Quest'opera ebbe un successo immenso ed è andata aumentando nei tempi susseguenti, cosicché non è facile stabilire il fondo metafrastiano. Soltanto la sagacia di A. Ehrhard, il raccoglitore dei codici agiografici, poté dimostrare che 149 vite di quest'opera sono redatte da S. M. stesso. Dall'encomio di S. fatto da Michele Psello si sa che gli atti dei martiri e le leggende dei santi antichi non erano del gusto dei letterati di Bisanzio e che perciò S. intraprese il lavoro di redigere per i suoi contemporanei le antiche biografie in un nuovo stile retorico.
Ehrarhd distingue tre categorie nelle trasformazioni fatte da S. M.: 1) vite incorporate quasi senza cambiamenti, numero minimo; 2) vite cambiate totalmente nello stile, e sono il numero maggiore; 3) vite redatte di nuovo. Però le questioni connesse con l'opera di S. potranno essere sciolte soltanto quando tutto il materiale raccolto dall'Ehrhard sarà finito di stampare.
Oltre la collezione agiografica S. compose anche collezioni di sentenze morali delle opere di s. Basilio il Grande, di Macario d'Egitto e di altri autori, due discorsi in onore della Madonna, nove lettere ad amici, preghiere e poesie, ed una cronaca, opere la cui autenticità richiede ancora ulteriori studi.
BibL.: Acta SS. Iunvarii, I, Anversa 1643, prefaz., cap. 1, \$ 3; H. Delehaye, Synopsis metaphoratica, in $2^{\circ}$ ed. BHG, pp. 267-92; PG 114-16; 32, 1116-1381; 34, 841-965; Krombacher, pp. 200 293; V. Laurent, S. M., in LThR, IX, 564-65; A. Ehrhard, Uberlieferung und Bestand der hagiographischen und homiletischen Literatur (Texte und Untersuchungen, 59), Lipsia 1937; id., ibid. (51), ivi 1940-43. Giorgio Hofmann
SIMEONE il Nuovo Teologo. - Noto autore mistico bizantino, n. ca. il 949 a Galatai nella PaPiagonia, m. il 12 marzo 1022; è venerato come santo dai dissidenti bizantini.
Secondo la biografia scritta da Niceta Stethatos (ed. I. Hausherr, Roma 1928), S. dopo i primi studi compiuti negli ambienti della corte si ritirò nel monastero Studion dove fu formato da Simeone Studita. Esputso per il suo spirito austero e mistico, passò nel convento di S. Mamas e nel 980 fu ordinato sacerdote. Ne fu fatto anche igumeno e durante i 25 anni di governo si distinse come promotore
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del culto, predicatore e scrittore. Stefano di Nicomedia scatenò contro S. una persecuzione prendendo come pretesto il culto da lui reso al suo antico padre spirituale e la sua scarsa scienza teologica. Esiliato nel ro09 e richiamato dopo un anno a Costantinopoli, S. preferì ritirarsi in Asia ed erigere un monastero dove mori.
S. ha scritto, fra l'altro, discorsi, inni, capitoli ascetici e lettere. Con uno stile di ispirato e teodidatta - S. consiglia le deificazione consapevole e la visione di Dio sotto la specie di una luce inneffabile.
Bibl.: opere : ed. D. Zegoraios, Venezia 1790; PG 120, coll. 321-710. Studi: I. Hausherr, in Or. Christ., Roma 1927, p. 173 sgg.; P. Mass, Aus d. Poesie des Myrtiheri S., in Festgabe für A. Elorhard, Bonn 1922, p. 328-41; G. Soyter, Byz. Dichtung, Heidelberg 1931, p. 25 sgg.; H. M. Biedermann, Das Menschenbild bei S. dem Jüngeren dem Theologen, Würzburg 1049; J. Gouillard, s. v. in DThC, XIV, 2941-50. Ienazio Ortiz de Urbina
SIMEONE di Polirone, santo. Eremita a S. Benedetto di Polirone (Mantova), n. nell'Armenia, m. a Polirone il 26 luglio 1216. Fu canonizzato da Benedetto VIII (v. canonizzazione, III, col. 577 ).
Contratto matrimonio solo per compiacere il padre, abbandonò la famiglia e la moglie ritirandosi in solitudine presso i monaci di S. Basilio. Indi iniziò una lunga serie di pellegrinaggi per visitare luoghi santi o sante reliquie. Fu cosi a Gerusalemme, a Roma (983), a Pisa, a Lucca, a Piacenza, a Vercelli, a Torino, in Inghilterra, in Francia e altrove. Durante le sue peregrinazioni, con gli esempi, le preghiere, i prodigi, converti molti peccatori. Non potendo più sostenere le fatiche di lunghi viaggi, ritornò finalmente in Italia riducendosi a vita eremitica presso i monaci di S. Benedetto di Polirone, ove santamente mori. Poco tempo prima di morire fu però a Parma ad assistere alla traslazione di s. Feliccia nella chiesa di S. Paolo. Cosi la Vita che non è sempre attendibile. Festa il 26 luglio. 31. Bibl.: Acta SS. Iulii, VI, Venezia 1749, pp. 319-37; J. Mabillon, Acta SS. Benedict., VI, Parigi 1701, pp. 149-50; Martyr. Romanum, p. 307.
SIMEONE, arcivescovo di Tessalonica. - Teologo, polemista e liturgista bizantino, m. a Tessalonica nel marzo 1429. Sulla sua vita si sa soltanto che dopo essere stato monaco succedette al metropolita Gabriele verso il 1418 e che mori sei mesi prima della caduta di Tessalonica in potere dei Turchi.
Tra i suoi scritti i principali sono un dialogo contro tutte le eresie ed un trattato dei SS. Riti ossia dei Sacramenti. A queste due opere sono da aggiungere gli opuscoli Del divino Tempio, Esposizione del Simbolo, Dichiarazione del Simbolo costantinopolitano, Trattato sul Sacerdocio, 83 risposte indirizzate a Gabriele metropolita della Pentapoli ed alcune poesie e preghiere. S. è da annoverare tra i grandi scrittori bizantini. Generalmente parlando la sua dottrina trinitaria, cristologica e sacramentaria è profonda e retta, salvo quei punti in cui il polemista ha sopraffatto il teologo. S. infatti è un ardente palamita, combatté contro i Latini ed insieme a Nicolao Cabasila è il più grande fautore della sentenza bizantina sull'epiclesi come forma della S.ma Eucaristia.
Bibl.: odd.: prescindendo dai brani tradotti ed inseriti da G. Morin nei suoi Libri sulla Penitenza, Parigi 1651 e sulle Ordinazioni, ivi 1655 , le opere di S. furono pubblicate in greco da Donteo, Jacor 1683, più tardi a Lipsia 1791. Si trovano anche in PG, 122. Da segnalare la traduzione in romeno, Bucarest 1872, ed in russo, Mosca 1916. L. Allacci, Distriha de Syosomibus: PG, 125; F. K. Lubman, Nicolai Kabasilos in Simeon Salunchi o epiclezi, Bog. Vestn., 7 (1927), pp. 1-14; M. Jugie, Simbios de Tessalonique, in DThC, XIV, coll. 9976-84; id., De forma Eucharistiae, De epiclesibus Eucharistiae, Roma 1943, pp. 61-64.
Maurizio Gordillo
SIMEONE NEMANJA. - N. ca. il 1114 a Ribnica (oggi Podgorica nel Montenegro), dove suo

(fot. Biblioteca Vaticana)
Simeone StiLta il Vecchio, santo - Il Santo in atto di preghiera; a destra, un monaco intento ad ascoltarlo. Ai piedi della colonna e a sinistra alcuni arabi. Miniatura del Monolagio di Basilio II (976-1925) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 1612, 1. 2.
Padre si era rifugiato dalla Rascia in seguito ad una sommossa, vi fu battezzato con il nome di Stefano Nemanja, secondo il rito latino, ma ritornato in Rascia fu ribattezzato secondo il rito greco dal vescovo del luogo.
Divenuto nel 1172 conte supremo (veliki župan) della Rascia, ne fece il nucleo del futuro Stato serbo, cominciando di li l'espansione territoriale, che fu continuata fino al 1371 dai suoi successori, tutti con il nome di Stefano. Ma sui Serbi l'influsso religioso dell' "ortodossia" bizantina era più forte di quello dell'Occidente latino; perciò la loro espansione verso l'Occidente fu costantemente accompagnata dalla diffusione dell' ortodossia". Però sotto la dinastia dei Nemanja le relazioni con Roma continuarono, particolarmente intense in Zeta, dove l'influsso cattolico era allora potente. Cosi papa Clemente III indirizzò ( 25 nov. 1189) una lettera - Dilecto filiis, nobilibus viris Megajupano, Strascimiro et Miroslava-, fratelli di Stefano, nella quale raccomandava l'arcivescovo di Ragusa Bernardo, che aveva giurisdizione sui territori di questi due principi e su quello della Rascia. Nemanja poi inviò doni alle basiliche dei SS. Pietro e Paolo a Roma e di S. Nicola a Bari, e fu sempre ostile alla setta dei Bogomili, facendo di tutto per estirparla dalla Serbia. Il 25 marzo 1195 Nemanja abdicò al trono, si fece monaco con il nome di S. e visse in vari monasteri della Serbia, alcuni dei quali fondati da lui e fra essi il celebre monastero di Studenica, tuttora esistente. Nel 1197 si recò sul Monte Athos dove già si trovava suo figlio Sabba, e fondò il monastero di Hilandar, divenuto in seguito centro della cultura religiosa serba, dove S. N. mori il 13 febbr. 1200.
La Chiesa serba lo celebra come santo al 13 febbr., mentre le sue reliquie dall'Hilandar furono più tardi trasportate a Studenica.
Bibl.: K. Jireček, Geschichte der Serben, I, Gotha 1911; V. Ćorović, Istoriju Jugoslaviie; id., Nemanja Stvean, in Narodna enciklopedija srpsko-leratsko-storenačka, III, Zagabria 1928, pp. 46-47, ed. Stanojevic; R. M. Grujic, Proroslazna srpska crhea, Belgrado 1920; A. Hudal, Die serbisch-orthodoxe Nationalkirche, Graz-Lipsia 1922.
Filippo Lukas
SIMEONE STILITA il Giovane, santo. - E ricordato il 24 maggio presso gli Orientali e il 3 sett. presso i Latini. Esiste una Vita molto prolissa di S. (BHG, 1689-91). La data del 3 sett. sembra sia dovuta a C. Baronio, e la cronologia che lo riguarda è molto incerta.
N. ad Antiochia da genitori edesseni, sino dall'età di sette anni si sarebbe fatto stilita. Cambiò, tuttavia, più
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Simeone Stilita il Vecchio, santo - Pianta del complesso edilizio di Kal 'as Sim'an disegnata da de Vogüé; A. abside; B. basilica meridionale; C. base della colonna di s. S.; D. portale settentrionale; E. basilica occidentale, totalmente distrutta; F. nartece della basilica meridionale; G. piccola chiesa, probabilmente del v sec.; H. M. abitazioni; L. passaggio scoperto; P. porta nel muro di cinta; S. disconicum; s. prothezia; T. cappella mortuaria.
volte la colonna o blocco sopraelevato di pietra. La collina su cui si trovava la colonna di S. venne chiamata "monte dei miracoli». Su di essa, all'età di 33 anni, ricevette l'ordinazione sacerdotale. M. all'età di 75 anni, il 26 maggio 592 (secondo H. Delehaye). Gli vengono attribuiti inni (che si cantano ancora il 26 ott. nella Chiesa bizantina), oltre che lettere e sermoni ascetic.
Bibl.: PG 86. II, 3216-20; H. Delehaye, Les saints stylites. Bruxelles-Parigi 1923, pp. LIX-LXVV, 237-71; P. Peeters, L'église géorgienne de Clibanion au Mont Admirable, in Anal. Boll., 46 (1928), pp. 241-86; E. Müller, Studien zu den Biographien des Simeon des Jüngeren, Aschaffenburg 1914; Synax. Conitantinop., pp. 703-705; Martyr. Romanum, p. 378. Martiniano Roncaglia
SIMEONE STILITA il Vecchio, santo. - E ricordato il 5 genn. nella Chiesa latina e il 2 sett. in quella orientale. Di lui si ha la testimonianza coeva di Teodoreto di Ciro, e altre poco posteriori (BHG, 1678-87). N. a Sis in Cilicia ca. il 390, m. il 24 luglio (secondo altri il 2 sett.) del 459.
Pastore nella fanciullezza, entusiasmato dalla dottrina delle beatitudini evangeliche, vendette i suoi beni e si ritirò in monastero (410). Ma le strane penitenze cui attese, fecero sì che lo si ritenesse incapace di continuare la vita comune, per cui fu licenziato (412). Allora si recò a Tell Nešim, ove si costruì una casupola di sassi. Tre anni più tardi si sarebbe fatto incatenare a una roccia. Tali susterità gli acquistarono grande considerazione presso le popolazioni circostanti; per sottrarsi alla loro indiscrezione si ritirò su di una colonna. Egli viene considerato come il fondatore di questo nuovo genere d'ecceismo detto stilismo o meglio stilitismo. Di lui si narrano molte cose meravigliose, ma non si può rifiutare di credere che abbia esercitato un reale benefico influsso spirituale sia presso i cristiani che presso i pagani, i quali, attirati dalla fama, si accostavano alla sua colonna divenuta così una cattedra di dottrina ascetica: due volte al giorno predicava alle folle e con grande benignità si interessava, poi, alle necessità spirituali e materiali di ciascuno.
Alla sua morte, il corpo fu trasportato ad Antiochia. Verso la fine del sec. V attorno alla colonna di S . fu eretta una magnifica basilica i cui imponenti resti si ammirano ancora oggi, e portano il nome originale di Qal'at Sim'ân. Sotto il suo nome sono note lettere a Giovanni e a Basilio patriarchi di Antiochia e all'imperatore bizantino Leone I in favore del Concilio di Calcedonia. Altri scritti, prescrizioni, ammonizioni, ecc. sono di dubbia autenticità (v. stiliTt).
Bibl.: Acta SS. Iannami, I. Anversa 1643, pp. 261-86; St. Ev. Assemoni. Acta martyrum, II. Roma 1748, 268-394; H. Lietzmann-f1. Hilgenfeld. Das Leben des hl. Simeon (Texte und Untersuchungen, 32, 4), Lipsia 1908; H. Delehaye, Les saints stylites. Bruxelles 1923, pp. 1-2xxiv; Martyr. Hieronyminum, pp. 27, 398; Martyr. Romanum, p. 7; P. Peeters, Si Simeon stylite et ses premiers biographes, in Anal. Boll., 61 (1043), pp. 29-71.
Martiniano Roncaglia
SIMEONI, Giovanni. - Cardinale, n. a Paliano il 12 luglio 1816 , m. a Roma il 14 genn. 1892.
Figlio di un dipendente dei principi Colonna, compi gli studi a cura di quella famiglia e giovanissimo insegnò filosofia e teologia nel Collegio di Propaganda. Uditore di nunziatura a Madrid, prelato domestico nel 1857 e quindi arcivescovo titolare di Calcedonia e segretario della S. Congr. di Propaganda, nel 1858 fece parte della missione Panebianco in Transilvania per la questione dei matrimoni misti. Nel 1875 venne inviato nunzio in Spagna, a riannodarvi le relazioni diplomatiche interrotte dalla rivoluzione del 1868. Pio IX lo creò cardinale, riserbandolo in pectore il 15 marzo e lo pubblicò il 18 sett. 1875 .
Restò in Spagna quale pronunzio sino al nov. 1876 , allarché, morto l'Antonelli, fu chiamato a succedergli come segretario di Stato. Toccò pertanto al S. diromare alle potenze la protesta contro la successione di Umberto I a Vittorio Emanuele II in danno dei diritti temporali della S. Sede. Morto Pio IX, che lo volle suo esecutore testamentario, Leone XIII lo confermò nella prefettura dei Palazzi apostolic: e nell'amministrazione dei beni della S. Sede. Lasciata la segreteria di Stato, tenne la prefettura di Propaganda sino alla morte. Legò in morte al Sommo Pontefice la notevole collezione artistica da lui raccolta.
Bibl.: Moroni, XCVIII, p. 87 sge.; G. Stopiti, s. v. in Galleria biografica d'Italia, Roma 1884; Necrologio, in L'Osservatore Romano del 12 genn. 1892; commento nell'illustre Ital., Milano, $1^{\circ}$ sem. 1892, p. 50.
Renzo U. Montini
SIMLA, diOcesi di: v. Delhi e simla, diocesi di.
SIMLER, Josia. - Umanista svizzero, n. il 6 nov. 1530 a Cappel, m. il 2 luglio 1576 a Zurigo. Studio teologia protestante a Zurigo, Basilea e Strasburgo, fu collaboratore del Bullinger e fondò la chiesa riformata di Zurigo. Nel 1552 divenne professore di esegesi neotestamentaria all'Università zurighesc.
Oltre a due opere biografiche sui due riformatori Pietro Martire Vermigli e Bullinger, pubblicò De aeterno Dei filio et de Spiritu Sancto libri IV, contro gli antitrinitari. Tradusse in latino anche diverse opere di Bullinger. Particolare fama gli diede però soprattutto lo scritto De republica Helvetiorum, in a ll., pubblicato nell'anno della sua morte, il quale fu fino agli inizi dell'Ottocento il più noto manuale di diritto pubblico svizzero, apprezzato anche dagli stranieri, e l'Assertio orthodoxae doctrinae de duobus naturis Christi (1575), in cui combatté i più radicali eretici dei tempi suoi.
Bibl.: G. W. Meyer von Knonau, s. v. in Realenc. für protest. Theol. und Kirche, XVIII (1908), pp. 347-51. Silvio Fustani
SIMMAGO (Q. Aurelius Symmacus). - Retore e uomo politico, n. in Roma nel 345, m. nel 405, fu una delle figure più in vista del morente paganesimo romano. Prefetto di Roma nel 384, console nel 391, le cariche da lui tenute sono elencate nell'iscrizione del CIL, VI, 1699. Restano di lui i Panegirici indirizzati a Valentiniano I e a Graziano suo figlio, io libri di Lettere dettate con intento letterario ma vuote di contenuto e 49 Relationes dirette come praefectus urbi all'Imperatore durante gli aa. 384-85.
I due grandi avvenimenti del tempo suo : il cristianesimo trionfante e i barbari incombenti sull'Impero, sembra non lo interessino, a giudicare dai suoi scritti, tutto
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proteso come è verso le glorie e i ricordi della sua Roma pagana, cari a lui come alle vecchie famiglie aristocratiche il cui prestigio era legato a quei ricordi e a quelle glorie.
Delle sue Relazioni merite di esser messa in rilievo la terza che egli scrisse e recito a proposito dell'altare (non della statua) della Vittoria; questo era situato all'ingresso della curia, e ogni senatore entrando vi faceva atto di culto; la statua della Vittoria, preda di guerra tolta da Taranto, si ergeva invece nel fondo dell'aula su di uno zoccolo che gli scavi per la sistemazione della curia hanno rimesso in luce; Augusto stesso l'aveva collocata in quel luogo ( 29 a. C.). Graziano figlio del tollerante Valentiniano I tro le altre misure antipagane, aveva ordinato la rimozione dell'altare rinnovando la misura presa già da Costanzo e annullata da Giuliano, che aveva fatto ricollocar l'altare al suo posto.
Il Senato, composto in maggioranza di pagani, inviò S. nel 382 a Milano per ottenere la revoca dell'ordine, ma Graziano, prevenuto, attraverso s. Ambrogio, da papa Damaso, non ricevette l'oratore. Assassinato Graziano (383), S. rinnovò il tentativo con Valentiniano II succeduto al fratello; fu ricevuto, perorò con commossa efficacia la causa della vecchia Roma pagana facendo parlare la città stessa. Ma l'Imperatore, persuaso da s. Ambrogio suo consigliere, che frattanto aveva redatto una controt risposta, negó il permesso di ricostituzione dell'ara (384); la statua rimase sempre al suo posto e andò forse distrutta nell'incendio di Alarico (410).
La fallita missione di S. offri al poeta Prudenzio l'occasione di comporre contro di lui due carmi (Contra Symmachum, I-II) nei quali, descritta l'indale delle divinità e del culto pagano (I), fa deplorare da Roma la inopportuna richiesta del senatore inviato per consiglio degli araapici e non dalla patria, mentre la città chiede "ne quis Romuleas daemon iam noverit arces, sed soli paci Domino mea serviat aula" (II, 767-68).
Bibl.: l'orazione di S. è conservata nel I. X delle Epistole (ed. in MGH, duct. /int., VI); le repliche di s. Ambrogio in Epistolae, 17. 18. 57: I. Witzes, Der Streit um den Altar der Vistoria, Amsterdam 1936; L. Malunovic, De ara Victoriae in curia

(let. Gab. fot. naz.)
Simmaco (O. Aurelius Symmacus) Stanus (fine sec. iv - inizio sec. v), scoperta negli scavi d'Ostia e identificata da G. Calza - Ostia, Museo.
Maria Maggiore. Scoppiarono allora disordini e tumulti fomentati dai senatori Festo e Probino, tanto che Teodorico decise di far venire a Ravenna i due competitori. S. fu facilmente riconosciuto e tornò a Roma, dove nel marzo 499 tenne un Sinodo in cui fu stabilito che nessuno poteva legittimamente occuparsi dell'elezione del pontefice mentre questi era ancor vivo né poteva formare un partito. Al Sinodo partecipò anche Lorenzo che si sottoscrisse come arciprete di S. Prassede, e, poco dopo, fu nominato vescovo di Nocera. Intanto i nemici di S. non disarmavano, e non potendo contestare più la sua elezione ricorsero alle accuse ed alle calunnie; fu mandato a Teodorico un libello con il quale si accusava il Papa di aver dilapidato i beni ecclesiastici, di vivere disordinatamente e di aver violato il canone di Nicea per la celebrazione della Pasqua. S. fu chiamato a Ravenna, ma mentre si trovava a Rimini conobbe le vere mire dei suoi accusatori. Ritornò quindi di nascosto a Roma e si rinchiuse in S. Pietro. Teodorico ne fu male impressionato ed inviò a Roma un visitatore apostolico, che celebrò nuovamente la festa di Pasqua ed occupò tutte le chiese ed i beni ecclesiastici. La situazione diveniva sempre più tragica; per ridonare la tranquillità fu convocato un sinodo perché giudicasse l'operato del Papa. Esso si aprì nel maggio 501 e S. acconsentì a sottomettersi al suo giudizio ma richiese che fosse intanto allontanato da Roma il visitatore apostolico. La seconda sessione doveva tenersi in S. Croce, ma mentre il Papa vi si recava da S. Pietro, fu assalito da un gruppo di facciorrosi ed alcuni chierici del suo seguito furono uccisi e feriti. Si ritirò allora di nuovo a S. Pietro e non ne volle più uscire nonostante le pressioni fattegli. Il Sinodo intanto tenne altre riunioni e nell'ultima (ott. 501) decretò che il Papa non poteva esser giudicato da un tribunale terreno e che quindi doveva considerarsi come legittimo pastore al quale tutti dovevano obbedire. Le decisioni sinodali non piacquero a Teodorico né al partito laurenziano, ed i due senatori caporioni. Festo e Probino, tanto brigarono che ottennero il ritorno a Roma di Lorenzo. Per quattro anni la città fu teatro di sommosse, di etragi, di massacri. I due partiti intanto non stavano inoperosi e mentre dalla parte scismatica si pubblicava un libello contro le decisioni del Sinodo del 501, da parte simmachiana si confezionava una serie di scritti conosciuti con il nome di Apocrifi simmachiani per giustificare con precedenti storici, inventati però, l'opera del Pontefice.
Egli stesso poi nel nov. 302 teneva un Sinodo in S. Pietro al quale, insieme con i preti romani, parteciparono molti vescovi d'Italia. In esso fu annullato il decreto del 483 riguardante l'alienazione dei beni ecclesiastici, che era stato il mezzo di lotta dei suoi nemici, e furono condannati Lorenzo ed il visitatore apostolico Pietro d'Altino.
Finalmente nel 507 il diacono alessandrino Dioscor (v.) riuscì a persuadere Teodorico perché facesse cessare lo scisma; al senatore Festo fu ordinato di cessare dall'opposizione contro S.; Lorenzo fu costretto a cedere tutte le chiese ed i beni occupati e si ritirò in una villa privata, e S. fu universalmente riconosciuto come solo e legittimo pastore.
Gli ultimi anni del suo pontificato trascorsero nella tranquillità e poté dedicarsi ad opere di pietà e di restaurazione morale e materiale. Costruì parecchie chiese in Roma e ne abbellì altre : l'oratorio dei SS. Cosma e Damiano presso S. Maria Maggiore, l'oratorio di S. Andrea presso S. Pietro, SS. Silvestro e Martino, S. Agata e S. Pancrazio sull'Aurelia; rinnovò S. Agnese; specialmente S. Pietro; cacciò i manichei dei quali fece bruciare in pubblica piazza gli scritti; aiutò i vescovi esiliati o fatti prigionieri dai Vandali in Africa ed in Sardegna; riscattò molti prigionieri in Liguria ed in Lombardia; stabilì che si cantasse il Gloria nelle Messe delle domeniche e nelle feste dei martiri. M. il 19 luglio 514 e fu sepolto in S. Pietro.
Bibl.: Lib. Pont., I, pp. 260-68; Th. Mommsen, Acta Synhodorum subitarum Romae, in MGH. Auct. ant., XII, pp. 394-455; CSEL. 35, pp. 478-93; Acta SS. Yunii, IV, Parigi 1868, pp. 634-43; L. Duchesne, L'Eglise au VIe siècle, Ivi 1925, pp. 113-28; H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico, II,
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Roma 1930, pp. 7-9, 29-37; Martyr. Romanum, p. 296; Fliche-Martin-Frutaz, IV, pp. 336-47; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio ed ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 48 cg. 69-76, 208 sg.; A. Alessandrini, Teodorico e papa S. durante lo scismo laurenziano, in Arch. Deput. rom. di stor. putrio, 67 (1944), pp. 132-207.
Agostino Amore
SIMMEL, Georg. - Filosofo, n. il $1^{\circ}$ marzo 1858 a Berlino, m. il 26 sett. 1918 a Strasburgo. Fu professore nelle Università di queste due città.
Nei suoi scritti più significativi (Die Probleme der Geschichtsphllos., Lipsia 1802 ; $5^{\circ}$ ed. 1923 ; Einleitung in die Moralwissenschaft, 2 voll., Berlino 1892-93; $3^{\circ}$ ed., Stoccarda 1911; Hauptprobleme der Philos., Lipsia 1910; $7^{\circ}$ ed., 1949, trad. it., Firenze 1922; Der Krieg und die geistigen Entscheidungen, Monaco 1917; Der Konflikt der modernen Kultur, ivi 1918, $2^{\circ}$ ed. 1921), attraverso un costante richiamo a Kant (v.), il S. espone la sua filosofia, che si svolge su due piani paralleli e quasi opposti; quello dei "valori" (nel senso della "filosofia dei valori" del Windelband [v.] e del Rickert [v.]), eterni e indipendenti dal loro empirico manifestarsi e l'altro della "vita" e della storia, dove tutto è relativo. I due piani non s'incontrano e restano giustapposti; manca la sintesi di "valore" e di "vita", di "assoluto" e di "storico". E, in fondo, il problema o l'antinomia, che caratterizza quasi tutto lo storicismo tedesco e che il Dilthey (v.) credette risolvere con la teoria delle Grundformen. Il S., da parte sua, propende decisamente verso una forma di relativismo (v.) con la dottrina dei "tipi", che vorrebbe conciliare oggettività e soggettività: il "tipo" è universale e personale insieme. La filosofia riflette i "tipi" dello spirito umano in determinate circostanze; ogni sistema filosofico è "un punto di vista "parziale, che esprime la personalità del filosofo, è una "reazione individuale" di fronte alla totalità dell'essere.
Nei suoi lavori storici (su Schopenhauer, Nietzsche, ecc.) il S. mira a caratterizzare i tipi della filosofia o le reazioni personali, che traducono la insopprimibile esigenza umana di "raggiungere l'unità ". Non esistono, dunque, verità assolute: la vita crea la verità in cui si esprime e la vita stessa la distrugge. Non vi sono categorie immutabili, ma sempre nuove categorie possono essere create attraverso il divenire storico.
Biol.: M. Adler, G. S. z. Bedeutung für Geistesgesch., Vienna 1919; W. Ziegenfuss, Philosophenlexikon, II, Berlino 1950, pp. 539546 (con bibl.); M. F. Sciacca. La filosofia, oggi, I, $2^{\circ}$ ed., Milano 1952, pp. $46-48$.
Michele Federico Sciacca
SIMON, Richard. - Biblista francese, n. a Dieppe il 13 maggio 1638, m. ivi l'1 1 apr. 1712. Nell'ott. 1659 entrò nell'Oratorio, uscendone ca. un anno dopo per ritornarvi nel 1662. Per qualche tempo insegnò a Juilly; si occupò di manoscritti orientali a Parigi (1665). Nel 1670 fu ordinato sacerdote; ma il 21 maggio fu espulso dall'Oratorio a causa della forte opposizione suscitatasi contro di lui per alcuni suoi libri. S. si ritirò prima a Bolleville in Normandia, quindi, eccettuato un breve periodo trascorso a Parigi, nella sua nativa Dieppe.
Fra le varie sue opere, alcune delle quali pubblicate sotto pseudomini, le più importanti sono: Fides Ecclesiae orientalis seu Gabriello Philadelphiensis opuscula (Parigi 1671); Histoire critique du Vieux Testament (ivi 1678), in cui limita alla parte legislativa l'autenticità mosaica del Pentateuco, che nella forma attuale sarebbe dovuto ad Esdra - opera messa all'Indice il $1^{\circ}$ dic. 1682 ; Histoire critique du texte du Nouveau Testament (Amsterdam 1689); Histoire critique des versions du Nouveau Testament (Rotterdam 1690 : all'Indice insieme alla precedente il 22 sett. 1693); Histoire critique des principaux commentateurs du Nouveau Testament (ivi 1693); Nouvelles observations sur le texte et les versions du Nouveau Testament (Parigi 1695).
Molto più filologo che teologo, S. è considerato fra i pionieri della critica biblica. Molte sue osservazioni ora sono guardate con ammirazione; ma al suo tempo l'audacia di talune affermazioni non poté non essere ritenuta per rivoluzionaria. Per questo fu oggetto di aspre polemiche,
anche a causa del suo carattere violento, da parte dei cattolici e dei protestanti. Fra i razionalisti alcuni (p. es., J. S. Semler) lo esaltarono con entusiasmo, mentre altri non gli risparmiarono critiche. Fra i cattolici si mostrò molto duro Bossuct, che compose fra l'altro contro il S. la Défense de la tradition et des saints Pères (edita solo nel 1763): ma se il grande oratore appare buon teologo, non è sempre altrettanto felice nell'esome dei testi scritturistici e patristici.
Biol.: A. Inevld, s. v. in DB. V, coll. 1743-46; Hurter, V, coll. 779-91; F. Stummer, Die Bedeutung R. Simant für die Pentateuchkritik, Münster 1912; id., s. v. in LThK, IX, coll. 579580; P. Auvrai, Autour de R.S., in Oratorium, 4 (1934), pp. 198 205; P. Hazard, R. S. et l'exigéie biblique, in La crise de la conscience européenne (1680-1713), I, Parici 1935, pp. 240-62; R. Deville, R. S., critique catholicqc du Pentateuque, in Noutelle revue théologique, 83 (1951), pp. 723-39; A. Moluén, s. v. in DThC, XIV, coll. 2094-2118.
Angelo Penna
SIMONE. - Due personaggi evangelici, che invitarono Gesù a mensa, da alcuni a torto identificati.
1. S. "il fariseo" invitò Gesù a mensa (Lc. 7, 36-50) quando l'anonima "peccatrice", da molti identificata con Maria Maddalena (v.), entrò nella sala del convito e sparse un vaso di profumi sui piedi del Signore. L'accoglienza che aveva fatta a Gesù non era stata molto cortese (vv. 4446). Allo scandalo che S. provò per il gesto della donna, Gesù rispose con la parabola del creditore e dei due debitori e ne fece trarre la conclusione allo stesso S. (vv. 39-43). Per l'analogia con l'episodio di Bethania (Mt. 26, 6 sgg.; $M t .14,3$ sgg.; cf. Io. 12, 2 sgg.), S. fariseo è stato confuso qualche volta (anche nell'antifona dei I Vespri di s. Maria Maddalena, Brev. Rom. 22 luglio) con S. il lebbroso.
2. S. "il lebbroso" accolse Gesù nella sua casa e gli offrì un convito il giorno prima del solenne ingresso a Gerusalemme (Mt. 26, 6 sgg.; Mc. 14, 3 sgg.) : in quella occasione Maria sorella di Lazzaro (cf. Io. 12, 2 sgg.) sparse sui piedi di Gesù una libbra di nardo purissimo,

SIMONE, APOSTOLO, santo - Mosaico del sec. XII - Palermo, chiesa della Martorana.
provocando il risentimento di Giuda Iscariota. Come si deduce dal soprannome, S. era stato affetto da lebbra e poi guarito (probabilmente da Gesù)
Gastano Stano
## SIMONE II. -
Sommo sacerdote contemporaneo di Gesù il Siracide, che lo descrive nel suo libro (Eccli. 50, $1-24$ ). E detto figlio di Onia (Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XII, 225), ma il nome Onia forse è solo una forma abbreviata o vezzeggiativa di Jôhânân, come ha il testo ebraico.
A S. vengono attribuiti il restauro e la fortificazione del Tempio, lo scavo di una capace cisterna, la ricostruzione e il riattamento delle mura di Gerusalemme. Il Siracide descrive con colori vivaci e con entusiasmo il suo comportamento durante le solenni funzioni li-
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(da V. Leroguaia. Les pauntiers mes latins des bibl. pub. de France, Mâcon 1918-11, taw, 1931
Simone, apostolo, santo - S. S. con l'intrumento del martirio. Miniatura di Andre Bosuneveu. Saliveio del Duca di Berry (fine sec. xiv) - Parigi, Bibl. naz. ms. franc. 13091, f. 26.
turgiche. Con una certa elasticita si assegnano per il sommo sacerdorio di S. gli aa. 219-199 a. C. Egli partecipò per i Tobiadi (v.) rifugiatisi in Gerusalemme dopo la rottura con il proprio fratellastro Ircano (Flavio Giuseppe, loc. cit., 229). A S. successe il figlio Onia III (II Mach. 3, I sgg.).
S., confuso con il nonno omonimo denominato "il Giusto" (Flavio Giuseppe, loc. cit., 43), rimase celebre nella tradizione rabbinica, che lo fece protagonista di non pochi racconti leggendari e talvolta fantastici. Nel trattato 'Abhêtb (I, 2) a lui vienc attribuita fra l'altro la bella frase: "Il mondo è basato su tre cose: la legge, il servizio divino e la pratica della giustizia ", che compendia l'ideale più sublime del giudaismo nell'ultimo periodo del Vecchio Testamento.
Bibl.: A. Ingold, Simon, in DB. V. coll. 1737-38; S. Ochsot, Simon the Just, in Jete. Enc., XI, pp. 352-54. Angelo Penna
SIMONE, APOSTOLO, santo. - Chiamato * il cananeo" (6 Kavavaĩos, oppure o ó Kavavíros nei codd. SAW@ 13 ecc.) in Mt. 10, 4 e Mc. 3, 18; "lo zelota" (ó Zpíovís) in Lc. 6, 15 e Act. 1, 13. Il titolo "cananeo" non significa "oriundo da Cana" come pensavano s. Girolamo ed alcuni autori greci, copti, etiopi, che, talora, l'hanno identificato con Nathanael (v.) di Cana, o con lo sposo delle nozze ivi celebrate (Io. 2, I sgg.), ma deriva dall'aramaico gan'ând', che significa "zelota" o "zelante". Forse aveva fatto parte del partito degli zeloti (v.), oppure aveva avuto zelo per la legge e le tradizioni giudaiche. Nel Nuovo Testamento altro non si ha di lui che il nome.
Parecchi antichi lo identificano con S. fratello (cugino) di Gesù ([v.] cf. Chronicon Pasch.: PG 92, 591. 607.610; Ps. Ippolito, De XII Apostolis: PG 10, 953;
Beda, Super Acta Ap., 1: PL 92, 943). Questa identificazione, sostenuta pure da diversi moderni con J. Freundorfer, può essere confermata dal fatto che in Mt. 10, 3, invece di Thaddaeus, hanno Iudas zelotes diversi codici dell'antica latina (abghq), e dalla vicinanza di questo Giuda (Taddeo) con Simone in Mt. 13, 55 e Mc. 6, 3 nell'elenco dei "fratelli di Gesù" (v.). Accettando questa ipotesi, si potrebbe applicare all'apostolo S. cananeo o zelota quanto Egesippo ed altri antichi applicano a Simeone, fratello di Gesù, successore di Giacomo, pure fratello di Gesù (e probabilmente apostolo, v. GIADOMO il sIINORE) nella direzione della Chiesa di Gerusalemme. Il nome Simeone è la forma semitica di S. Questi avrebbe governato la comunità dal 62 al 107, a Gerusalemme e poi a Pella, dove, a motivo della guerra giudaica, si erano trasferiti i cristiani. S. avrebbe subito il martirio all'età di 120 anni, sotto l'imperatore Traiano e il governatore Attico (cf. s. Girolamo, Chronicon, ed. R. Helm, Berlino 1913, pp. 192-94). Secondo una tradizione abissina S. lo zelota, dopo aver esercitato l'apostolato in Samaria e l'episcopato a Gerusalemme, sarebbe stato crocifisso. Diverse raffigurazioni antiche lo presentano in croce. Secondo altre tradizioni, più o meno leggendarie, avrebbe evangelizzato anche altre regioni ed avrebbe subito il martirio della sega. Nella liturgia latina si festeggia l'apostolo S. assieme a Giuda il 28 ott.; in qualche martirologio occidentale il $1^{\circ}$ luglio, presso i Greci e i copti il ro maggio. S. vescovo di Gerusalemme è invece festeggiato dai Latini il 18 febbr., dai Greci e dai Siri il 27 apr. o il 18 sett.
Bibl.: Acta SS. Octobris, XII, Parigi 1867, pp. 421-27; BHL. 1150. 1122 (281); Suppl., p. 284 sgg.; BHG, 231; BHO, 234 sg.; M.-J. Lagrange, Ev. selon II Marc. 4* ed., Parigi 1929. p. 67; J. Freundorfer, Simon Zelotes, in LThK, IX, col. 370 sg.; Martyr. Romanum, pp. 481-82. Pietro De Andoraggi
SIMONE di Bisignano. - Giurista, oriundo di Bisignano (Cosenza), vissuto nel sec. XII.
Fu seguace di Graziano; terminò di comporre tra il 5 marzo 1177 e il marzo 1179 la sua Summa, che può considerarsi una glossa e una prosecuzione del Decretum Gratiani, in quanto utilizza la legislazione pontificia successiva. Tutta la sua opera (Summa e Glossi) è inedita e sparsa in codici di Bamberga, Augusta, Londra, Parigi, Roma, Rouen; è importante per l'indipendenza di criterio, la razionalità e sistematicità della critica e per l'influsso sui sommisti e glossatori posteriori.
Bibl.: J. F. Schulto, Gesch. der Quellen und Literat. des can. Rechts, I. Stoccarda 1875, pp. 140-42, 225; Hurter, II, col. 209; J. Junker, Die Summa des S. von B. und seine Glossen, in Zeitsch. der Savigny-Stift. für Reschfsbesch., Kan. Abt., 12 (1926), pp. 326-500; S. Kuttner, Komponist, Schullehre von Gratian bis auf die Dehretalen Gregors IX., Città del Vaticano 1935, passim; id., Repertorium der Kanonistik (1040-1234), ivi 1937, passim; A. van Hove, Prolegomena, Malines-Roma 1945, pp. 428-32. Augusto Moreschini
SIMONE il Cireneo. - Giudeo oriundo di Cirene (v.), città della Pentapoli di Libia, ove una fiorente colonia giudaica era in continue relazioni con Gerusalemme (Flavio Giuseppe, Antiq. Ind., XIV, 7, 2; XVI, 6, 1).
Allevio Gesù dal peso della Croce sulla via del Calvario: tornava dalla sua campagna, quando venne fermato dal centurione ( $x$ requisizione $x$ personale) e costretto a portare la Croce in luogo di Gesù stremato di forze (Mc. 15, 21; Mt. 27, 32; Lc. 23, 26).
L'episodio è consacrato dalla pietà dei fedeli nella V stazione della Via Crucis, assegnandosene il luogo, fin dal sec. xiri, all'incrocio della via di losaphat con quella della valle del Tyropeon, più tardi all'uscita della Porta giudiziaria. Si sa da Mc. 13, 21 che S. era "padre di Alessandro e di Rufo": il primo è probabilmente quello menzionato in Act. 19, 33, e Rufo (v.) era forse quella persona insigne della cristianità di Roma, la cui madre, cioè nell'ipotesi la moglie di S., è chiamata da s. Paolo "madre" propria (Rom. 16, 13).
Bibl.: L. Fonck, La patria del Cireneo, in Civ. Catt., 1912, 1, pp. 513-28, 641-50; L. C. Fillion, Vita di N. S. Gesù Cristo, trad.
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(fet. Alinari)
Simone il Cir