cristianità di Roma, la cui madre, cioè nell'ipotesi la moglie di S., è chiamata da s. Paolo "madre" propria (Rom. 16, 13).
Bibl.: L. Fonck, La patria del Cireneo, in Civ. Catt., 1912, 1, pp. 513-28, 641-50; L. C. Fillion, Vita di N. S. Gesù Cristo, trad.
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(fet. Alinari)
Simone il Cireneo - S. C. aiuta Gesù a portare la Croce. Dipinto di A. Allori (sec. xvI) - Roma, Galleria Doria.
it., III, Torino 1934, p. 442 seg.; G. Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, Milano 1940, pp. 139 seg., 734. Gaetano Stano
SIMONE di Cramaud. - Vescovo e cardinale, n. prima del 1360 in diocesi di Limoges, m. il 15 dic. 1422. Studiò diritto a Orléans; dottore in diritto a Parigi, ebbe uffici a corte.
Fino dal 1379 aderì a Clemente VII e al partito avignonese. Fu successivamente vescovo di Agen (1382), di Béziers (1383), di Poitiers (1383), arcivescovo di Sens (1390) ma senza poter tenere questa sede; Clemente VII il 13 marzo 1391 lo nominò patriarca di Alessandria e amministratore di Avignone e poi di Carcassona (1392). Fu invece risoluto avversario di Benedetto XIII, sostenendo sempre l'autorità dell'Università di Parigi; favorevole alla sottrazione di obbedienza per mettere fine allo sciama partecipò e presiedette talora i Concili nazionali di Parigi (1395-1406). Arcivescovo di Reims il 2 luglio 1409, aveva aderito e partecipato al Concilio di Pisa ed alla deposizione dei due Papi avversari. Stette con Giovanni XXIII da cui fu creato cardinale il 13 apr. 1413, partecipò al Concilio di Roma (1413) poi a quello di Costanza e fu tra gli elettori di Martino V. Dopo il 1413 fu amministratore di Poitiers, dove fu sepolto. Si hanno di lui opuscoli e discorsi negli atti conciliari. Più giurista che teologo, fu gallicano e regalista ad oltranza a danno dell'autorità papale.
BibL.: L. Selenchier, in DThC, III, 2022 seg.; HefeleLeclercq, VI, 1081 sgg., VIII, passim; Eubel, I, p. 33 e passim. Pio Paschini
sIMONE il Cuginio. - Cristiano che offrì per molti giorni ospitalità a s. Pietro nella propria casa di Ioppe o Giaffa (Act. 9, 43).
Ivi s. Pietro ebbe la visione simbolica del lenzuolo ripieno di ogni genere di animali e ricevette i messi del centurione Cornelio (ibid. 10, 1-23). Anche oggi si mostra ai pellegrini il luogo tradizionale della sua casa.
Gaetano Stano
SIMONE, fratsllo del Signore. - Uno dei quattro elencati dai Nazaretani (con Giacomo, Giuseppe [José] e Giuda) quali "fratelli di Gesù" (v.) in Mt. 13, 55 e Mc. 6, 3, nel senso semitico di "cugini".
Molti lo identificano con l'apostolo Simone (v.) Cananeo, detto anche Zelota, fratello di Giuda (v.) Taddeo; e, ulteriormente, anche con Simeone fratello e successore di Giacomo, vescovo di Gerusalemme, da identificarsi probabilmente nell'apostolo Giacomo il Minore (v.). Pietro De Ambroggi
SIMONE di Heintun. - Teologo domenicano inglese del sec. xim. Resse la cattedra di teologia a Oxford (1248-54) succedendo a R. Fishacre, di cui fu probabilmente discopolo.
Eletto provinciale d'Inghilterra, ne fu deposto per insubordinazione e inviato a Colonia come lettore (1261-62) in sostituzione di s. Alberto Magno eletto vescovo di Ratisbona; ma fu riabilitato ben presto (1262).
Le sue opere principali sono: Postilla rei Profeti minori (Oxford, New Coll. 45, pos. 211 sgg.) e Qunestiones disputatae (manoscritto nella Summa Abendonensis, British Museum); Ad instructionem inniorum, edito nel 1606 nelle Opern omnia di G. Gersonc. E un manuale di teologia pratica che ebbe enorme diffusione nei secc. $270-27$.
BibL.: Exceptiones a Summa p. Simonis de H., estratti a cura di A. Walz, in Angelicum, 13 (1936), pp. 283-368; A. Dondaine, La Summe de S. d. H., in Recherches de théol. ant. et méd., 9 (1937), pp. 5-22, 205-18; P. Glorieux, s. v. in DThC, XIV, coll. 2121-23. Antonino Silli
SIMONE da Lipnicza, beato. - Sacerdote francescano, discopolo di s. Giovanni da Capestrano, n. a Lipnicza (Cracovia), m. il 18 luglio 1482.
Studente a Cracovia, grazie alla predicazione di s. Giovanni da Capestrano ( 1453 ), come i condiscepoli bb. Giovanni da Dukla e Ladislao da Gielnow entrò nell'Ordine di S. Francesco, nel quale rifube per virtù e zelo. Fu maestro dei novizi, guardiano e provinciale. Propagò la devozione del S.mo Nome di Gesù e della B. V., che più volte gli apparve. Il suo motto preferito era: "Pregare, lavorare e sperare". Nel 1482, ritornato da un pellegrinaggio in Terra Santa, mori di peste esercitando la sua carità. Il suo culto fu approvato da Innocenzo XI il 24 febbr. 1682.
BibL.: L. Strohkovic, Acta SS. Iulii, IV. Venezia 1748, pp. 210-76; cf. Amal. Balland., 18 (189c), pp. 270-71; P. Leone [Patrem], L'aureola sevalica, III, Quarocchi 1899, pp. 90-92; Sharalea, III, p. 103. Felice da Maroto
## SIMONE Maccabeo: v. macCabel.
SIMONE Mago. - Samaritano, contemporaneo degli Apostoli (Act. 8, 9-24). S. Giustino (Apol., I : PG 6, 3-68) lo dice nativo di Gitton ( $\Gamma \varepsilon \tau \varepsilon \omega v$ ); il diacono Filippo nell'evangelizzare la Samaria vi trovò S., il quale si era acquistata straordinaria fama per le sue magie ( $\mu \alpha \gamma \varepsilon \dot{\omega} \omega \nu$ ), sì che le folle di Samaria lo acclamavano: "Costui è la Potenza di Dio, quella chiamata Grande" (Act. 8, 9-10).
Gli Atti degli Apostoli narrano del suo battesimo, del suo incontro con Pietro (v.) e della sua turpe offerta al medesimo (ibid. 8,9 sgg.). Di lui parlano anche Giustino, Ireneo, Clemente Alessandrino, Ippolito, Eusebio, le pseudo-Clementine e gli apocrifi Atti di Pietro (v.).
Giustino riferisce (Apol., I, 26; Dial. cum Tryh., 120) che S. nei suoi viaggi era accompagnato da certa Elena, già prostituta, la quale sarebbe "l'idea primordiale" (évvies) proveniente da lui "grande potenza di Dio" (nozioni di schietto sapore gnostico); inoltre che S. venne a Roma sotto l'imperatore Claudio e vi continuò le sue arti magiche ed ebbe onori divini con una statua nell'Isola Tiberina recante l'iscrizione "Simoni Deo Santo" (la iscrizione, sullo zoccolo della statua ivi ritrovata nel 1574, diceva: "Semoni Sanco Deo Fidio", e si riferiva alla divinità sabina Semo Sancus).
S. Girolamo attribuisce a S. queste parole: "ego sum Sermo Dei, ego sum Speclosus, ego Paraclitus, ego Omnipotens, ego Omnis Dei" (In Matth., XXIV, 5 : PL 26, 183), che pare un'amplificazione di Act. 8, 9-10. Ireneo presenta S. come la fonte di tutte le eresie ( $A d v$.
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hner., I, 23, 2; 27, 4), cioè delle cresie gnostiche che ha principalmente di mira. Nei brevi cenni di Giustino, che sono i più attendibili, si scorgono i germi dottrinali che sono alla base della gnosi. Peraltro è difficile, per la scarsezza di dati sicuri e precisi, ricostruire la gnosi simoniana. Secondo Ippolito (Philosoph., VI, 7, 20) S. avrebbe scritto un'opera intitolata "Antigono: pectosia, - Grande dichiarazione». Ma è probabile che questo scritto provenga dai seguaci di S., detti simoniani, setta gnostica che persisteva ancora nel sec. IV, come si apprende da Eusebio (Hist. eccl., II, 13). Leggendarie sono le notizie degli apocrifi Atti di Pietro e delle pseudo-Clementine (Homil., 2, 22 sgg.; 4, 4 sgg.; Recognit., 1, 72; 2, 7 sgg.; 3, 12 sgg.) sui pretesi incontri con l'apostolo Pietro (v.) a Roma o in Siria, e sulla sfida a volare, precipitando in seguito alle preghiere dello stesso Apostolo. L'opinione di Ch. Baur, che sul labile fondamento delle omelie ps.Clementine vedeva in S. il Mago l'esponente della lotta del paolinismo contro il petrinismo, è del tutto sorpassata.
Bibl.: L. Cerfaux, La gnose simonicune, in Rech. de sc. relig., 16 (1923), pp. 489-511; 17 (1928), pp. 5-20, 263-66, 481-503; H. Dannenbauer, Die röm. Petrologende, in Hist. Zeitschrifl, 146 (1932), pp. 239-62; G. Ricciotti, Gli Atti degli Apostoli tradotti e commentati, Roma 1951, pp. 150-57; E. Amann, Apocrighes du Niorc. Text., in DBs, I, coll. $496-98$ e 514 -18.
SIMONE IV da Montfort. - Capo della Crociata contro gli Albigesi. Di antichissima famiglia, figlio di Simone III, barone di Montfort, nacque nella seconda metà del sec. xir, m. presso Tolosa il 25 giugno 1218. Nel 1199, prese, per la Palestina, la croce con Thiebaut di Champagne. Di ritorno in Francia, gli fu assegnato il comando della spedizione contro gli Albigesi, che accettò con molta esitazione ( 1208 ).
Costituita, nel 1210, una forte armata, si getrò nella lotta. Nel 1212 prese Lavaur dopo un assedio che durò un anno, ed il 12 sett. 1213 riportò la nota vittoria di Moret, sul Tolosani e sui Catalani riuniti. Il Re d'Aragona fu ucciso e il conte Raimondo di Tolosa fuggì. Avvedendosi dell'ambizione del cavaliere, il Papa proclamò la fine della Crociata; però Simone la proseguì con più ardore che mai. Malgrado l'avviso di Innocenzo III, il Concilio Lateranense, che condannava nominatamente l'eresia albigese, confermò S. nel possesso del contado di Tolosa e del Ducato di Narbona (1215). Ma non era passato un anno, che egli era cacciato da Tolosa la quale si dichiarava in favore di Raimondo. S. si diede a proclamare la necessità di una nuova crociata ed intraprese l'assedio della città durante il quale morì.
BibL.: A. Molinier, Catalogue des actes de S. de M., in Biblioth. de l'Ecole des chartes, 34 (1873), pp. 153-203, 445-501; A. Luchaire, Innocent III, la Croisade des Albigeois, Parigi 1905; J. Guiraud, Albigeois (Croisade contre les), in DHG, I (1012), coll. 1665-94; V. Fliehe - A. Martin, Hist. de l'Eglise, X, Parigi 1950, p. 128 sgg.
SIMONE detto Nero (Niger). - Cristiano nominato tra i «profeti e dottori» della Chiesa di Antiochia, insieme a Barnaba e Saulo (Act. 13, 1). Il soprannome "Nero" gli dovette essere dato per il colore della pelle; il suo nome sembra indicarne l'origine giudaica.
Recentemente è stata avanzata l'ipotesi (S. Giet) che il Symonn che prese la parola al Concilio di Gerusalemme (Act. 15, 14) non sia Pietro (di cui al v. 7), ma questo S. il «Nero». L'ipotesi, che si appoggia ad una sporadica tradizione del sec. Iv in Antiochia (ricordata dal Crisostomo, che sembra accettarla: PG 60, 239), ha scarsa probabilità.

Simone Mago - S. Pietro che disputa con S. M. Dipinto di A. Tiarini (1577-1668), Roma, Galleria Doria.
Bibl.: S. Giet, L'assemblée apostolique et le décret de Jérusalem, in Rech. de science relig., 38 (1951), pp. 203-20 (cf. Verb. Dom., 30 [1952], p. 170 sgg.). Gaetano Stano
SIMONE di Saint-Quentin. - Scrittore domenicano, m. nel 1250 ca.
Gli si attribuisce l'Iter Persicum fratris Ascelini et sociorum suorum, conservato in Vincenzo di Beauvais. Speculum historiale (Norimberga 1471), 1. XXXIII, capp. 26-29, 32, 34, 40-52. In occasione del Concilio di Lione Innocenzo IV destinò quattro domenicani ai Tartari per esortarli a desistere dalle stragi e a ricevere la verità della fede: Ascelino, S., Alberico ed Alessandro. Seguendo la via meridionale per Acri, l'Armenia e la Georgia, dopo aver sostato nella primavera del 1247 nella casa domenicana di Tiflis, essi giunsero in luglio nella Persia ove s'incontrarono con il generale Batcho, ma senza ottenere alcun risultato positivo. Nel viaggio di ritorno i Domenicani furono accompagnati da Tatari che furono ricevuti dal Papa. Soranzo fa riserve sui racconti di S., accolti dall'Altaner secondo la tradizione domenicana.
Bibl.: Streit. Bibl., IV, pp. 0-10 (con bibl.), 117-18; B. Altaner, Die Dominikanischen, des 13. Jahrhunderts, Habelschwerdt 1924, p. 247 e passim; G. Soranzo, Il Papato, l'Europa e i Tartari, Milano 1930, pp. 114-20; Arch. Pratr. Procd., 21 (1951), pp. $379-80$
Angelo Walr
SIMONE di San Paolo. - Carmelitano scalzo, al secolo Paolo Franciosi, n. a Volterra il 5 sett. 1572, m. a Milano il 6 sett. 1622. Esplicò la sua attività a Roma e in Lombardia, ovunque venerato e ricercato per la sua santità e per le sue eminenti doti di direttore spirituale.
Lasciò manoscritti molti opuscoli ascetici, editi in parte con la sua grande opera Riforma dell'uomo, pubblicata postuma a Como in 2 voll. nel 1662 e subito tradotta in francese. Scrittore vigoroso, unì in sé profondità teologica e sano realismo pratico, e con la sua opera, edita in Italia una diecina di volte fino al primo Settecento, contribuì non poco al fiorire della vera pietà cristiana, in tempi tristi anche per la spiritualità.
Bibl.: Filippo della S.ma Trinità. Decor Carmeli, III. Lione 1665, pp. 47-49; Enrico del S.mo Sacranuuna, Collettio Script. O. C. D., II, Savona 1884, pp. 130-41, Valentino di Maria
SIMONE di Tournai. - Teologo, n. a Tournai ca. il 1130 , m. a Parigi ca. il 1201.
Probabilmente discepolo, a Parigi, di Eudes (Odon) di Soissons, quando questi si ritirò tra i Cistercensi di Ourscamp (1165) fu raccomandato a Maurizio di Sully quale «vir probatus scientia sed probatior vita» perché gli succedesse nella sua prebenda parigina. Il vescovo
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(fot. Alinari)
Simone Stock, santo - La Madonna porge al Santo lo scapolare del Carmine. Dipinto di G. B. Tiepolo, nel soffitto della sala superiore della Scuola dei Carmini (1739-44) - Venezia.
Maurizio conferì il beneficio ad altri, ed Eudes se ne lamentò presso Alessandro III (lettera in J. B. Pitra, Analecta novissima spicilegii Solesmensis, altera continuatio, II, Frascati 1888, p. xxix sgg.). Succeduto nell'insegnamento al maestro ( 1165 ), gli fu poco dopo conferito un beneficio a Tournai e sostenne varie controversie, per mancata residenza, fino al pieno riconoscimento da parte di Stefano vescovo di Tournai (1192-1203). La sua cattedra fu, per qualche tempo, la più brillante di Parigi, anche per il carattere aperto e l'arguzia del suo titolare, che pertanto si procurò diverse inimicizie.
Scrisse : Summa theologica, o Institutio in sacra pagina (inedita, in sei manoscritti; cf. Glorieux [art. cit. in bibl.], col. 2126) divisa in 8 parti, in cui è svolta tutta la teologia, con preferenza per il de sermone theologico, de Deo e de paenitentia; Expositio in symbolum Athanasii (ed. in Bibliotheca Casinensis: Florilegium, IV, Montecassino 1880, pp. 322-46); Abbreviatio in sententiis Petri Lombardi (ms. di Troyes 1371): semplice compendio del Lombardo; Disputationes (ed. J. Warichez, Les disputationes de Simon de Tournai, in Spicilegium sacrum Lovaniense, XII, Lovanio 1932): opera principale e più originale, ove in 102 discussioni (la disputatio raggiunse dignità scientifica con S. di T.) tocca quasi tutti gli argomenti di dogmatica e di morale, con abilità dialettica e con costante ricorso alle fonti, mostrandosi sinceramente tradizionalista e totalmente ortodosso (in contrasto con le dicerie messe in giro sul suo conto). Ammiratore di Aristotele, si rese più indipendente da s. Agostino nelle questioni controverse, ma riuscì a determinare in una felice formula i limiti e i rapporti della ragione con la fede: "Apud Aristotelem argumentum est ratio faciens fidem, sed apud Christum argumentum est fides faciens rationem. Unde Aristoteles : intellige ut credas, sed Christus: crede et intelliges" (esordio del commento al Quicumque). Il suo influsso fu notevole alla fine del sec. xir e all'inizio del sec. xiri : seguito da Alano di Lilla e da Martino de Fugenius, venne citato con onore da Guglielmo di Auxerre e da s. Alberto Magno.
BISL.: M. Schmaus, Die Texte der Trinitätlehre in den Sententiae des Simon von Tournai, in Rech. de théol. anc. et méd.,
4 (1932), pp. 59-72, 187-98, 294-307; H. Weisweiler, Die Buntlehre Simons von Tournai, in Zeitsch. für hath. Theol., 52 (1932), pp. 190-230; P. Glorieux, s. v. in DThC, XIV, coll. 2128-29 (con bibl.); E. De Clerb, Droits du démon et necessiti de la Redemption: les écoles de Abélard et de Pierre Lombard, in Rech. de théol. anc. et méd., 14 (1947), pp. 51-56; D. von den Eynde, Deux sources de la Somme théol. de Simon de Tournai, in Antenianum, 24 (1949), pp. 19-42; J. N. Garvin, Peter of Poitiers and Simon of Tournai on the Trinity, in Recherches de théol. anc. et méd., 16 (1940), pp. 314-16. Antonio Piolanti
SIMONE di Trento, santo, martire. - Bambino di 20 mesi (secondo altri di due anni e mezzo), figlio di un conciatore di Trento, scomparso la sera del Giovedi Santo ( 23 marzo) 1475, e ritrovato cadavere con orribili mutilazioni la domenica seguente in un canale che scorreva sotto la casa di uno dei maggiorenti ebrei della città.
L'opinione pubblica e il processo immediatamente aperto dal principe vescovo Giovanni Hinderbach attribuirono agli Ebrei la colpa dell'uccisione fatta a scopo rituale. Quattordici di essi in seguito al processo e alle deposizioni strappate con la tortura furono giustiziati, gli altri, con una legge che rimase in vigore fino alla secolarizzazione, furono messi al bando dal Principato. Al piccolo S., che i Trentini venerarono tosto come martire, la S. Sede concesse solo nel 1588 il culto liturgico e l'iscrizione nel Martirologio romano. Festa il 24 marzo.
BISL.: uno studio critico ancora manca. G. Divino, Stov. del b. S. da Trento, Trento 1902; G. Menestrina, Gli Ebrei a Trento, in Tridentum, 6 (1903), pp. 304-16, 348-74, 383-411. Martyr. Romanum, pp. 110-11. Iginio Ruggier
SIMONE di Trevini, santo. - Oriundo di Siracusa e, dopo varie peregrinazioni, monaco al Monte Sinai, si stabilì in Francia dopo essere sfuggito a molteplici pericoli.
Dapprima soggiornò nell'Aquitania, poi nella Normandia ove giunse l'anno seguente alla morte del suo protettore duca Riccardo (1027). Si recò perciò a Verdun per incontrarsi con l'abate Riccardo che aveva conosciuto a Gerusalemme; poi a Treviri dove visse da anacoreta. L'arcivescovo Poppone gli diede la benedizione di recluso e gli permise di ritirarsi in una torre vicina alla famosa "Porta Nigra"; ma preso per un mago, corse pericolo di venire lapidato dal popolo. Morì il $1^{\circ}$ giugno 1035. Fu canonizzato forse a Natale del 1035. Festa il $1^{\circ}$ giugno.
BISL.: E. Sackur, Richard, abt von S. Vannes, Parial 1886, pp. 93-98; H. Dauphin, Le bienheureux Richard, abbé de S. Vannes de Verdun, Parigi 1946 (v. indici): Martyr. Romanum, pp. 219-20; M. Coens, Un document inédit sur la culte de si Symcon. moine d'Orient et reclus à Trèves, in Anal. Boll., 68 (1950), pp. 181-06. Enrico Tribout de Morembert
SIMONE STOCK, santo. - Carmelitano, n. a Keanth (Inghilterra) nel 1165, m. a Bordeaux il 16 maggio 1265.
Entrato nell'Ordine nel 1212, vi fu elcto generale nel 1245. Nel 1251, mentre risiedeva a Cambridge, ebbe una visione nella quale la s. Vergine gli avrebbe promesso questo: "Ecco il privilegio che io dò a te e a tutti i figli del tuo Ordine. Chiunque morirà vestito dell'abito carmelitano sarà salvo" (B. Zimmermann, Monumenta historica carmelitana, Lérins 1907, p. 339). Il privilegio non tardò molto a estendersi a tutti coloro che portavano lo scapolare del Carmelo. La promessa non concordava molto con la dottrina cattolica, secondo la quale la salvezza eterna è legata alla pratica delle virtù cristiane e all'osservanza delle prescrizioni della Chiesa. Per questo il Launoi combatté nel 1642 l'autenticità di quella famosa visione (Opera, II, II, Lione 1731, pp. 379-403). Dopo il sec. xviI la questione rimase controversa. Fra gli avversari principali si annoverano A. Boudinhon (Revue du clergé frangais, 36 [1903], pp. 634-37), e L. Saltet (Le prétendu Pierre Swannington, in Bulletin de littér. ecclés. de Toulouse, 1911, pp. 24, 85, 120; Swannington, confessore(del Santo, avrebbe redatto sotto la sua dettatura una lettera dove è attestata la realtà della visione). Il p. X. Xiberta ha riunito numerosi documenti in favore dell'autenticità (De vizione Simonis S., Roma 1950). Tuttavia conviene notare che la S. Congregazione delle Indulgenze che confermò, il 4 giugno 1908, i favori accordati dalla S. Sede ai portatori
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dello scapolare carmelitano, tace completamente sulla questione della visione, di cui S. sarebbe stato favorito.
BibL.: Acta SS. Maii, III, Parigi 1866, pp. 620-21; A. Montbrun, Vita di 1. S. S., Siena 1883; B. Zimmermann, The origin of the Scapular, from oreginal sources, Dublino 1904; T. Beringer-Steinen, Les indulgences, I, Parigi 1925, pp. 187-94. 489-523; P. Eliass della Natività, in Le Conseil, luglio-ag. 1938; A. Michel, Scapulaire, in DThC, XIV (1939), coll. 1257-59. Guglielmo Molià
SIMONETTA, Giacomo. - Cardinale, n. a Milano nel 1475 , m. a Roma il $1^{\circ}$ nov. 1539.
Dal 1505 fu avvocato concistoriale e intervenne quale uditore di Rota al Concilio Lateranense V. Fu eletto vescovo di Pesaro nel 1529 da Clemente VII, che lo fece cardinale il 21 maggio 1535 e lo designò prefetto della Segnatura di grazia. Il 20 dic. 1535 era passato alla sede di Perugia ed ebbe poi l'amministrazione delle diocesi di Lodi nel 1536-37 e di Nepi nel 1538. Nel 1538 fu nominato, col Compegio e l'Aleandro, legato a lotere al Concilio che avrebbe dovuto tenersi a Vicenza. Nella causa del divorzio di Enrico VIII, si oppose alla tesi del Re. Compose il trattato De reservatione beneficiorum (Roma 1583).
BibL.: A. Ciscconius, Vitae..., III, Roma 1677, pp. 270371; F. Arpolati, Scriptores mediolanenses, II, Milano 1743. col. 1399; Pastor, V, pp. 73-75, e passim; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, I, Brescia 1949, passim. Antonio Cistellini
SIMONETTA, Giovanni. - Storico, n. a Caccuri (prov. di Catanzaro) fra il primo e il secondo decennio del sec. xv, m. probabilmente a Milano, non oltre il 1491.
Lo si trova nel 1444, con il fratello Cicco, al servizio del duca Francesco Sforza, in qualità di segretario, e dal 1453 come cancelliere. La caduta dello Sforza per opera di Ludovico il Moro nel 1480 , travolse anche i due S., che furono imprigionati; ma mentre Cicco pagò con la decapitazione (Pavia, 30 ott. 1580) i servizi resi al suo padrone, Giovanni venne soltanto bandito in esilio.
Compose in latino: Commentarii rerum gestarum Francisci Sfortiae Mediolanensium ducis, in 31 II. Singolare esempio di storiografia umanistica, abbraccia la storia di Milano dal 1421 al 1466; e vi narra non solo nella loro crudezza i fatti dello Sforza, ma anche il quadro generale degli avvenimenti, entro i quali si svolsero e ne furono cagione e conseguenza.
BibL.: l'opera in RIS. XXI, parte $2^{2}$, a cura di Giov. Soranzo (Bologna 1934) che vi fa precedere ampia prefazione sulla vita e l'opera.
Celestino Testore
SIMONETTA, Ludovico. - Cardinale, n. da nobile famiglia a Milano ca. il 1500 , m. a Roma il 30 apr. 1568. Si laureò in diritto. Nipote del card. Giacomo, ebbe per rinuncia di lui il vescovato di Pesaro il 19 dic. 1537 (sino al 9 maggio 1561) e partecipò come tale, fin dal 3 maggio 1545, al Concilio di Trento. Sospeso questo nel 1549 , ritornò a Roma, dove fu nominato referendario della Segnatura e datario di Pio IV. Il 26 febbr. 1561 fu creato cardinale e, il 10 marzo, legato al Tridentino.
Riperto il Concilio il 18 genn. 1562 , sorsero vivissime dispute se fosse quello un nuovo Concilio o una prosecuzione delle altre due fasi, se la materia da trattarsi dovesse essere presentata solo dai legati, sul salvacondotto da concedersi ai protestanti e sul diritto di precedenza. Solo l'abilità del S., il suo ascendente sui Padri e la sua intransigenza nell'attuare le disposizioni pontificie riuscirono a sormontare tali ostacoli. Quale legato canonista, dové presiedere alla formulazione degli articoli di riforma, correggendo gli schemi presentati dai legati imperiali spagnoli e da parte del legato card. Seripando. Ad arrestare i lavori risorse la questione sulla residenza prospettata sotto il duplice aspetto pratico e teorico. Risultata inutile la votazione, il S. chiese consiglio al Papa, il quale volle inviare due nuovi legati, sostituendo il presidente card. Gonzaga. Il Papa recedé però dalla proposta per l'intervento del Borromeo; e ordinò al S. di vigilare
e preparare i canoni di riforma, evitando la spinosa questione della residenza. Giunti a Trento gli ambasciatori spagnoli e francesi, il S. si dimostrò abilissimo diplomatico nel cattivarsi la loro benevolenza e nel convincerli a servire fattivamente la causa del Concilio. Ma l'intransigenza dei prelati franco-spagnoli e le nuove vivissime discussioni sulla residenza minacciarono il naufragio del Tridentino. La discordia dei legati aumentò la confusione, finché il S., pur tacciato di eccessivo curialismo, s'impose all'assemblea ecumenica e, forte dell'appoggio pontificio, contribuì a far proseguire il Concilio. Tornato a Roma dopo la fine del Concilio, venne creato prefetto del tribunale del S. Uffizio.
BibL.: E. Sol. Il card. L. S. datario di Pio IV e legato al Concilio di Trento, in Archivio della Società romana di storia patria, 26 (1903), pp. 185-247; J. Susta, Die römische Kurie und das Konzil von Trient, I, Vienna 1904, pp. Lxvii sgg.; Pastor, VII, passim.
Benedetto Lega
SIMONI, Giovanni Battista. - Scrittore ascetico certosino, n. a Rovigo l'8 dic. 1887, m. a Firenze il 14 nov. 1942. Ordinato sacerdote a Padova il 27 luglio 1911, poco dopo entrò fra i Certosini.
Fu coadiutore nella certosa di Vedana e priore (1933-38) di quella di Calci presso Pisa. Visse per la santificazione del clero, specialmente mediante la devozione al S. Cuore di Gesù, di cui fu forse il più grande ed il più convinto apostolo nella prima metà del sec. xx.
Occupandosi di questa devozione, trattò talora con troppa severità i presunti oppositori, bollandoli tutti di giansenismo e ne esagerò il numero in un'opera intitolata Non proevalebunt (Padova 1932), forse la meno felice delle sue pubblicazioni. Hanno invece avuto gran successo le altre sue opere: Adveniat regnum tuum (Torino 1924); Si scires donum Dei! (2^ ed., Padova 1928); Oportet illum regnare (Monza 1928); Resurget frater tuus (ivi 1929); Manete in dilectione mea ( $8^{\circ}$ ed., Padova 1944), tradotta in molte lingue e ristampata ca. 40 volte; Monita solutis (Trento 1943). Scrisse inoltre vari altri opuscoli e molti articoli su riviste, specialmente in Vita cristiana, sotto lo pseudonimo di Giovanni Senzaterra.
BibL.: Placido da Pavullo, Adoodato Turchi fu giansenista?, Reggio Emilia 1933; I. Musi, Un servo inutile del S. Cuore, Acquapendente 1934.
Felice da Mareto
SIMONI, Simone. - Teologo e medico protestante, n. forse a Lucca nel 1532, m. a Cracovia ca. il 1602 .
Partecipe di tutte le irrequietudini teologiche, le propensioni radicali, i vagabondaggi in terre straniere che contraddistinguono i più autorevoli «riformatori» italiani del ' 500 , e con una particolare inclinazione al panteismo, derivata dalla formazione nell'aristotelismo alessandrino. Studiò a Lucca, poi medicina e filosofia a Bologna, Pavia, Padova, dove per qualche tempo tenne cattedra. A Ginevra nel 1565, aderì apertamente al calvinismo, ottenendovi la cittadinanza e una cattedra di filosofia, e, poco dopo, pure di medicina. Per le sue dottrine entrò in conflitto con Beza e con la comunità italiana riformata. Esiliato, si rifugiò in Francia, dove, come medico, ebbe l'incarico dell'insegnamento al Collegio reale di Parigi; espulso anche di li perché protestante, fu ad Heidelberg (Palatinato) dove si urtò con l'ortodossia luterana a causa della sua interpretazione simbolica dell'Eucaristia. Nel 1579 lo si trova a Lipsia medico dell'Elettore e professore di filosofia; quindi dal 1581 a Praga, Breslavia, Cracovia, medico di corte di Rodolfo II di Ungheria e Boemia e di Stefano Bathori.
BibL.: S. Cienopi, Notizie mali italiani in Polonia e sui Polacchi in Italia, Lucca 1830; D. Cantimori, Eretici italiani nel '500, Roma 1940, pp. 268 sge., 341 sge. Mario Bandiavoli
SIMONIA. - Il termine e il concetto di s. derivano la loro origine dal sacrilego mercato proposto agli Apostoli da Simone Mago, allo scopo di avere da essi il potere di imporre le mani ai cristiani e comunicare loro i doni dello Spirito Santo (Act. 8, 12-24).
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In teologia morale e in diritto canonico, per s. si intende la volontà decisa di comprare o vendere per un prezzo temporale una cosa intrinsecamente spirituale o una cosa temporale necessariamente connessa con la spirituale o che forma l'oggetto del contratto (s. di diritto divino); oppure è ogni scambio di cose omogenee (scambio vicendevole o di cose temporali connesse con le spirituali, p. es., benefici; o di cose temporali), questo proibito dalla Chiesa (s. di diritto ecclesiastico) per pericolo d'irrierenza (can. 727). In fatto di s., per contratto s'intende qualunque convenzione anche non eseguita o tacita, nella quale l'animo simoniaco si desume dalle circostanze (can. 728). Il Leinz dimostrò non richiedersi, per l'essenza della s., il contratto, ma essere sufficiente l'intenzione simoniaca chiaramente manifestata (Zur Begriffsbestimmung der Simonie, in Arch. f. hath. Kirchenrecht, 77 [1897], pp. 26-55).
La s. può essere : a) mentale, quando esiste solo nel pensiero; b) convenzionale, quando c'è un patto reciproco espresso o tacito, senza esecuzione da una delle parti (convenzionale mista) o senza esecuzione da entrambe le parti (convenzionale pura); c) reale, quando vi è l'adempimento del patto, anche appena iniziato; d) confidenziale, quando si ha la cessione temporanea ad una terza persona di un beneficio ecclesiastico, a patto però o sotto condizione che esso, in un secondo momento, sia restituito a colui che glielo ha fatto ottenere o ad un familiare.
1. Storia. - 1. Dalle origini al Concilio di Trento. I Concili di Orléans nel 533 e 549 e di Clermont nel 535 infliggono la pena della deposizione ai candidati colpevoli di aver raccolto i suffragi degli elettori a prezzo di denaro. La stessa pena s. Gregorio Magno commina a coloro che si prodigano in obblighi, in promesse, in servizi o si servono di intermediari (mediator). Il male peggiorò quando i re merovingi s'immischiarono nell'elezione dei vescovi. Gregorio di Tours riferisce che la famiglia di Apollinare persuase Quinziano, eletto vescovo di Clermont, a rinunciare alla sede : poi colmò di donà la corte di Teodorico I e cosi ottenne la promozione del suo parente. Egli assicura inoltre che * i re vendevano il sacerdozio e i chierici lo compravano a peso d'oro *. Secondo lo stesso Gregorio, un Siro, nel 552, comprò la sede di Parigi e ricolmò di benefici i suoi compatrioti. S. Gregorio Magno testimonia nella sua corrispondenza epistolare la presenza di abusi stridenti, che neppure la minaccia di deposizione riusciva a sradicare; e giunge a scrivere «che in Gallia e in Germania nessuno arriva agli Ordini sacri senza il dono di qualche vantaggio " (Jaffé-Wattenbach, n. 1374; cf. E. Vacandard, Etudes de critique et d'histoire religieuse, Parigi 1909, pp. 132, 144-45, 159-84).
Nei secc. x e xi la s. prese più ampia estensione in seguito al fiorire del regime feudale e alla scomparsa dell'elezione. I signori, conti, duchi e re, si consideravano i proprietari di tutto quanto costituiva un vescovato, e ne concedevano il godimento a un vescovo mediante l'investitura, che consisteva nella consegna dell'anello (segno del matrimonio mistico del prelato con la sua Chiesa) e del pastorale (simbolo della giurisdizione). E come i vassalli laici offrivano ai signori o ai re denaro o regali, cosi anche i prelati ottenevano le loro cariche per mezzo di regali di varia natura. Ne consegui che per ripagarsi delle spese incontrate i vescovi spremevano il loro gregge ed esigevano retribuzioni onerose da parte dei preti, che ordinavano, e degli abati, ai quali accordavano la benedizione : e i metropolitani ricevevano denaro dai vescovi, che consacravano. I laici non s'impadronirono soltanto dei vescovati, ma stessero le mani sulle stesse chiese parrocchiali e le conferirono simoniacamente ai parroci. Ne segui che questi obbligarono i fedeli a offrire altri regali, oltre alle offerte volontarie, in occasione dei battesimi, dei matrimoni e delle sepolture.
La S. Sede ingaggiò una lotta meritoria, segnata anche da incidenti gravi, contro coloro che detenevano
le investiture, causa di s., soprattutto dal tempo di Leone IX e Gregorio VII. Dietro suo impulso i concili precisarono il senso del termine s. e decretarono sanzioni simoniche. Dapprima furono tenuti quali simoniaci il consacratore e il consacrato, che incorrevano perciò nella deposizione (Concilio di Reims, 1049); poi tutti quelli che si servivano di un intermediario (i simoniaci ordinati da altri simoniaci; Concilio di Roma, 1070); ma non i chierici in buona fede (Concilio di Roma, ro6o). Restava da specificare la natura dei regali proibiti, diversi dal denaro; e vennero considerati come tali «tutti i regali accordati o promessi, i servizi, le preghiere, gli intrighi e anche le parole elogiative, o lusinghicre (Concilio di Amalfi [ro89] e di Piacenza). I Concili di Roma (ro99) e di Poitiers ( 1 ioo) proibirono persino i regali di tappeti, di manutergi, di cappe, fatti ai prelati consacratori (P. Imbart de la Tour. Les élections épiscopales dans les Eglises de France du IXe au XIIe siècle; étude sur la décedence du principe électif, 814-1150, Parigi 1891, pp. 378-85).
La S. Sede applicò rigorosamente ai simoniaci la pena della deposizione o della sospensione; non permise di assistere alla loro Messa; tollerò i rifiuti di obbedienza ai loro Ordini; ammise le denunce provenienti da qualsiasi persona, riserbandosi l'incombenza di controllare e salvaguardare l'innocenza dei prelati falsamente accusati mediante il sistema dei contesti.
Anche l'opinione pubblica le fu di aiuto nell'estirpare il male con fermezza; tanto nella Gallia che nella Germania il popolo detestava i vescovi macchiati di s. (P. Imbart de la Tour, op. cit., pp. 387-91). Alla investitura data dai laici i papi sostituirono l'elezione dei vescovi fatta dai Capitoli della Cattedrale e al regime della chiesa privata il regime del patronato. L'avocazione a sé del diritto di colazione dei benefici permise loro di portare alla s. un colpo più sensibile ancora. Tuttavia a partire dalla fine del sec. xir le persone ostili alle riforme introdotte dai papi rimproverarono loro di praticare la s. riguardo ai servizi comuni e minuti pagati dai vescovi e dagli abati alla loro nomina e alla conferma della loro elezione; cosi pure riguardo alle annate richieste ai piccoli beneficiati (A. Gottlob, Die Serviziontaves im XIII. Jahrhunderl. Eine Studie zur Geschichte der päpstlichen Gebührwesen, Stoccarda 1903, p. 147). Le accuse di s. si aggravarono all'epoca del grande scisma d' Occidente (v. il trattato di Niccolò da Clamanges, De corrupto Ecclesiae statu, ed. A. Coville, Parigi 1936, pp. 148 e 190). L'Università di Parigi segnalò al Concilio di Costanza che Giovanni XXIII vendeva prelature, dignità ecclesiastiche e benefici ai migliori offerenti (v. H. Finke, Acta eoualii Constanciensis, I, Münster 1896, p. 146). C'era in tutto questo un pieno equivoco: i servizi e le annate erano soltanto tasse riscosse dal clero da parte del pontefice romano, che possedeva la piena ed intera disposizione dei beni della Chiesa e se ne serviva per provvedere al mantenimento proprio e della sua corte. Se quella riscossione fosse stata macchiata di s., il Concilio di Trento l'avrebbe certamente abolita (v. A. Clergeac, op. cit. in bibl., pp. 253-40). All'epoca del Rinascimento alcuni papi incorsero nel rimprovero di avere acquistata la tiara con mezzi illeciti; ma Alessandro VI, che ne è il più incriminato, seppe imporsi per le sue eminenti capacità (cf. Pastor. III, p. 329 sgg.).
Biel. : v. sotto.
Guglielmo Mollat
2. Dal Concilio di Trento al CIC. - Nuovi decreti contro la s. furono fatti nel Concilio di Trento (sess. XXIV, capp. 14, 18, de ref.; sess. XXV, cap. 9 de ref.) riguardanti il conferimento di qualsiasi ordine, non eccettuata la prima tonsura, le lettere dimissorie e testimoniali, il conferimento dei benefici ecc. per i quali negosi non è lecito al vescovo accettare donativi di sorta, se non vogliono gli ordinanti incorrere ipso facto ultra divina ultionem anche nelle pene stabilite per diritto (sess. XXI, can. I de ref.; sess. XXIV, cap. 14 de ref.), mentre vien proibito di accettare donativi in occasione di esami di concorsi, pena l'inabilità a conseguire, per l'avvenire, be befici di sorta (sess. XXIV, cap. 18 de ref.) e vien sancita la nullità della vendita simoniaca del diritto di patronato (sess. XXV, c. 9 de ref.). Soprattutto nel sec. xvi fu col-
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pita la s. confidenziale, che prima di tutti Pio IV, con la cost. Romanum Pontificem del 17 ott. 1564 (Fontes, CIC, I, Roma 1945, p. 188), colpi con scomunica maggiore latae sententiae, dalla quale, eccetto in pericolo di morte, non si poteva essere assolti se non dal Romano Pontefice, mentre si dichiaravano irrite le provviste effettuate mediante la suddetta s., restando cosi riservate alla S. Sede, e s'ingiungeva l'obbligo di restituire i frutti alla Camera Apostolica. Tali sanzioni non risparmiavano nemmeno i cardinali (loc. cit.).
Pio V, con la cost. Intollerabilis del $1^{\circ}$ giugno 1569 (ibid., p. 231), non solo confermò quanto era stato deciso dai suo predecessore, ma ingiunse anche agli Ordinari che, qualora si verificassero casi del genere, si chiedesse contro i ribelli l'intervento del braccio secolare (loc. cit.). Sisto V, con la cost. Sanctorum et salutare del $1^{\circ}$ genn. 1589 (ibid., p. 314), colpi, con molta severità, gli ordinanti e gli ordinati (non eccettuata la prima tonsura) mediante s., ancorché si trattasse di persone abili e idonee. Degna di menzione, dal sec. xvir, la cosiddetta "Tassa Innocenziana " (Innocenzo X1, 1676-89) contro le subdole ed osiose esazioni e la cost. di Benedetto XIV In sublimi del 29 ag. 1741 (ibid., 693), contro il conferimento simoniaco dei benefici; la quale, sia pure, con alcuni emendamenti, fu conservata nella cost. di Pio IX. Apostolicae Sedis del 12 ott. 1869 (ibid., III, ivi 1938, p. 27), che pur avendo abrogato alcune pene latae sententiae, ad es., contro le ordinazioni simoniache, colpisce di scomunica latae sententiae riservata al Papa: a) quanti si rendono colpevoli di s. reale unitamente ai complici, per il conferimento di qualsiasi beneficio (n. 8); b) quanti cuiuscumque sint dignitatis si rendono colpevoli di s. confidenziale per un beneficio qualsiasi (n. 9); c) quanti si rendono colpevoli di s. reale ab ingressum in religionem (n. 10). In fatto di commercio di Messe molto importante il decreto della S. Congr. del Concilio del 25 maggio 1893 Vigilanti, rinnovato con censure più severe negli altri decreti della medesima S. Congr., rispettivamente dell' 11 maggio 1904: Ut debita e del 22 maggio 1907: Recenti.
II. Dinctto vigente. - Il CIC sancisce la nullità di ogni contratto simoniaco dichiarando nulle le conseguenti provviste di uffici, benefici o dignità, anche se la s. provenga da una terza persona, ad insaputa del provvisto, a meno che non avvenga a di lui frode o lui contraddicente, stabilendo altresi l'obbligatorietà di restituire anzitutto, se è possibile, l'oggetto della s. e di dimettere il beneficio, l'ufficio o dignità. Chi è stato provvisto con s. non fa suoi i frutti; però quelli percepiti in buona fede possono condonarsi dal giudice o dall'Ordinario (can. 729). La s., pertanto, impedisce l'acquisto, ammesso ad enta del titolo invalido, stante la buona fede, di un beneficio posseduto per pacifico possesso triennale (can. 1446); rende nulla la presentazione da parte del patrono (can. 1465 § 2) e nulla la rinuncia all'ufficio, da parte dell'investito (can. 185).
In sede penale vien colpita la s. nell'amministrazione o nella recezione degli Ordini o degli altri Sacramenti e la s. in fatto di benefici, uffici e dignità. Per la s. in fatto di Ordini e Sacramenti tutti, anche i vescovi, restano sospetti di eresia; i chierici inoltre incorrono nella sospensione riservata alla S. Sede (can. 2371). Dal sospetto di eresia sono esclusi solo i cardinali (2227 § 2); dalla sospensione invece sono esclusi anche i vescovi (can. 2227 § 2), trattandosi di sospensione per chierici che vanno intesi nel senso più largo, comprendendo perché anche i tonsurati (can. 950). Per la s., in fatto di uffici, benefici o dignità, i simoniaci incorrono la scomunica riservata alla Sede Apostolica; sono privati in perpetuo del diritto di elezione, presentazione o nomina, e, se chierici, saranno inoltre sospesi. Prima del Codice, la cost. Apostolicae Sedis colpisva il reato di s. soltanto nei benefici; ora l'oggetto si estende esplicitamente anche agli uffici (can. 145) e dignità (can. 393), tra le quali devono annoverarsi anche le abbazie nullus ecc., se si tratta di dignità maggiori; gli arcidiaconati, le prepositure ecc., a seconda degli statuti particolari e consuetudini, se si tratta di dignità inferiori. Non sono però comprese le dignità e gli uffici degli Ordini religiosi, eccetto quelle dignità ed uffici che presentino
gli estremi di cui al can. 145 (F. M. Cappello, De censuris, Roma 1925, p. 313).
Per incorrere nelle pene, di cui al canone citato, il delitto dev'essere consumato, a norma del can. 2228. Inoltre si ritengono simoniache le deduzioni, i compensi o rilasci fatti dall'investito nella provvista al collatore patrono o altri (can. 1441). Si disputa se le sanzioni stabilite dai cann. 729 e 2392 riguardino anche la s. di diritto ecclesiastico. Rispondono affermativamente, tra gli altri, il Creusen, il Cappello, per il fatto che il legislatore non distingue tra l'una e l'altra specie di s. Se la s., di cui ai cann. 2371 e 2392, è di diritto divino, la cosa è di competenza del S. Uffizio. Sono anche puniti dal codice, perché sanno di s., due altri reati: il commercio di SS. Messe (v. messa) e quello delle indulgenze. Per queste, chi fa commercio di indulgenze è scomunicato e la scomunica è simpliciter riservata alla S. Sede (can. 2327). Il reato consiste nel guadagno che si percepisce o concedendo le indulgenze o pubblicandole e facendole pubblicare, o applicandole con facoltà delegata o infine vendendo ad un prezzo maggiore gli oggetti di pietà, appunto perché arricchiti d'indulgenze. Dalla pena suddetta non scusa la povertà o il pretesto di sovvenzionare un'opera pia : né qualsiasi altro motivo. Dalla scomunica sono esclusi soltanto i cardinali (2227 § 2).
BibL.: fonti : oltre la colles. dei Concili e i Regesta dei vari papi. v.: s. Bruno di Segni, Libellus de simoniacis, ed. E. Sackur, in MGH, Libelli de lite, II, pp. 540-62: Deudorhi, Colectio canonum, ed. Victor Wolf Glasvel, Die Kanonensammlung des. Karl. Deudedit, Paderborn 1903: id., Libellus contra incassores et simoniacos, ed. E. Sackur, in MGH, Libelli de lite, II, pp. 292-365: s. Pier Damiani, Liber qui dicitur gratissimus, opusc. 6: ed. L. v. Heinemann, ibid., I, pp. 15-73: PL 145, 100-99: id., Discopiatio conudalis, opusc. 4, ed. L. v. Heinemann, in MGH, Libelli de lite, I, pp. 288-95 e in PL 145, 67-87: id., Contra clericus aulicus, opusc. 22 : PL 145, 223-30: id., Epistulae: PL 144, 205 sgg.; CIC, Fontes, I, Roma 1926. Letteratura: E. Amann, Léon IX, in DThC, IX, p. 1: id., Nicolas II, ibid., XI, 1: A. Hauck, Die Bischofswahlen unter der Merovingern, Ertacaym 1883; id., Kirchengesch. Deutschlands, III, $3^{2}$ ed., Lipsia 1935: O. Delarc, St Grégoire VII et la réforme au XIv siècle, 3 voll., Parigi 1889-90: E. Hirsch, Der Simoniebegriff und eine angebliche Ersouterung derselben in elften Jahrhundert, in Archiv für kathol. Kirchenrecht, 86 (1908): I. Drehmann, Papst Leo und die Simonie, Lipsia 1908: N. A. Weber, History of Simony in the Christian Church, Biblioteca 1909: A. Scharnagl, Der Begriff der Investitur in den Quellen und Literatur des Investiturstreites, Stoccarda 1908: A. Chcgeac, La Curie et ses bénéfices concistoriaux, Parigi 1911, pp. 223-43: C. Miami, Ricerche sopra le elezioni episcopali in Italia duranita l'alto medievo, Roma 1928: A. Fliche, La réforme grégorienne, 3 voll., Parigi 1924-37: I. Parisella, Erelestiae Romanae dimoratio contra simonium a Leonc IX uugue ad Conc. Later. I (a. 1049-1123), Roma 1942: G. Damizia, Lineamenti di dir. can. nel Registrum epistularum di s. Gregorio Magno, ivi 1949, pp. 121-53: Fliche-Martin-Frutoz, VII, Torino 1953, nn. 480-72. Interessano ancora tutto il problema della s. e delle investiture alcuni saggi della collesione di Studi gregoriani, raccolti da G. B. Borino, 4 voll., Roma 1947-51.
Innocenzo Parisella
SIMOR, Johann. - Cardinale, n. il 23 ag. 1813 a Székesfehérvar (Stuhlweissenburg), m. il 24 genn. 1891 a Strigonia.
Sacerdote nel 1836, nel 1839 professore di teologia all'Università di Budapest, nel 1841 prefetto degli studi nel Seminario Pazmaneum di Vienna, nel 1850 cappellano di corte, nel 1851 consigliere di sezione per gli affari ungheresi presso il Ministero dei culti di Vienna, fu nominato nel 1857 vescovo di Györ (Raab) e nel 1867 arcivescovo di Strigonia e primate d'Ungheria. In tale qualità incoronò l'imperatore Francesco Giuseppe, dopo l'Ausgleich magiaro-austriaco, re d'Ungheria. Al Concilio Vaticano fu tra gli antinfallibilisti, giustificandosi con la situazione particolare dell'Ungheria. Secondo lui la definizione dell'infallibilità avrebbe grandemente ostacolato il ritorno alla Chiesa cattolica degli scismatici, assai numerosi nel regno ungarico. Inoltre ne sarebbero potute sorgere grandi difficoltà anche per l'attaccamento degli Orientali già uniti alla Chiesa. Dopo l'approvazione dei decreti conciliari, S. si affrettò ad indirizzare al suo clero ed ai suoi fedeli tre lettere pastorali sul relativo contenuto
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e sul dogma e protestò vibratamente presso il Re-imperatore contro il tentativo governativo di voler sottoporre la pubblicazione dei decreti al placito regio. Il 22 dic. 1873 fu creato cardinale. Di ricca famiglia, impiegò il suo patrimonio in opere ecclesiastiche e culturali. Terminò la costruzione della basilica di Strigonia, dove fabbricò anche un nuovo palazzo arcivescovile.
BibL.: noceologico in Civ. Catt., 14 e serie, 9 (1891, 1), pp. 490491; T. Granderath, Hist. du Conctle du Vatican, II-III, Bruxelles 1908-13, passim. Silvio Furlani
SIMPIATIA. - Indica, in senso generale, quel fenomeno, per cui una determinata modificazione in qualsiasi essere viene a riprodursi in un altro essere, per una legge fisica di induzione o psicofisiologica di imitazione. Più propriamente in psicologia è la tendenza spontanea a rivivere in se stesso gli stati affettivi di un'altra persona, e a stabilire con essa varie forme di comunicazione.
Nella filosofia greca già Empedocle riferiva l'attrazione fra cose simili e la repulsione fra cose dissimili, e quindi il mutamento cosmico, a sentimenti di amore e di odio immanenti nelle singole cose. Aristotele riprese la teoria naturalistica di Empedocle riferendola all'amicizia (Eth. ad Nic., VIII, 1, 1153 b). Ma il termine ha in Aristotele il particolare significato di stato affettivo cosciente, cioè il sentire e amare se stessi e insieme sentire e amare gli altri, secondo il grado di somiglianza con se stessi (ibid., IX, 4, 1166 a). Con gli stoici (Marco Aurelio, Ad se ips., IX, 9) e soprattutto con i neoplatonici (Plotino, Enn., IV, 3, 8) s. venne a significare l'intima ragione dell'unità armonica di tutte le cose materiali : "odia amicitiaegue rerum surdarum se sensu carentiurn... quod Graeci sympathiam appellavere" (Plinio, Nat. hist., XX, 1). In senso analogo la riassunse più tardi, nel rinnovamento rinascimentale del neoplatonismo e del naturalismo, Pico della Mirandola: "Universi consensum, quem significantius Graeci $\sigma \iota \mu \pi \alpha \dot{\alpha} \varepsilon \alpha \alpha$ " dicunt " (De hominis dignitate, 137 , Firenze 1942, p. 152). Hume (v.) e A. Smith (v.) riprendono il termine nel senso psicologico di Aristotele e tendono a fare della s. il fondamento stesso della morale. Per Hume la s. è la capacità naturale di sentire il bene e il male altrui come proprio (Treatise, II, 1, 11). Da essa derivano direttamente le virtù naturali della carità e della beneficenza. La giustizia invece è una virtù artificiale, sorta per un calcolo razionale di utilità e determinante il vivere sociale in vista di un benessere collettivo; essa produce una spersonalizzazione del soggetto per un fenomeno insorgente di s. riflessa, per cui la singola persona viene a vivere in sé il bene o il male di tutta la collettivita, e a prenderlo come motivo valutativo delle sue operazioni al di sopra di ogni suo interesse particolare (ibid., III, 3, 1). A. Smith supera la posizione di Hume, in quanto considera l'essenza della s. non solo nel consentire con lo stato affettivo altrui, ma anche nel far propri gli stessi motivi che determinano gli altri all'azione. Il giudizio individuale dell'azione diventa con la s. un riflesso del giudizio stesso che l'individuo sente negli altri e trasmette agli altri; da qui il principio morale: "agisci sempre in modo che un osservatore imparziale possa simpatizzare con te" (Theory of moral sentiment, III, 1-3).
La morale della s., negando l'esistenza di un ordine morale oggettivo, resta su un piano soggettivistico e relativistico, e non riesce a sfuggire alla fondamentale valutazione egoistica e utilitaristica. Alcune contemporanee correnti sociologiche (v. sociologia) prendono la s. in un senso vitalistico e psicologico per spiegare la radice delle forme spontanee e affettive delle associazioni: la più importante è quella che fa capo a Max Scheler (v.).
BibL.: Th. Ribot, Psychol. des sentiments, Parigi 1896; A. Sutherland, Origin and growth of the moral instinct, Londra 1898; L. Limentani, La morale della s. di A. Smith nella stor. del pensiero inglese, Genova 1914; E. Kramer, Das Phänomen des Mitgefühls in der modernen Philos., Colonia 1922; M. Scheler, Wesen und Formen der Sympathie, 2* ed., Bonn. 1923; E. Gerin, L'illuminismo inglese: I moralisti, Milano 1941, p. 211 sgg.; E. De Greef, Les instincts de défense et de sympathie, Parigi 1947; C.
Konczewski, La sympathie comme fonction de progrès et de connaissance, ivi 1951.
Tullio Pacentini
SIMPLICIANO, vescovo di Milano, santo. " Probabilmente di origine milanese, presbitero a Milano e dal 397 successore di s. Ambrogio nella sede vescovile, m. il 15 luglio 400 . Battezzò s. Ambrogio (