i, La sympathie comme fonction de progrès et de connaissance, ivi 1951.
Tullio Pacentini
SIMPLICIANO, vescovo di Milano, santo. " Probabilmente di origine milanese, presbitero a Milano e dal 397 successore di s. Ambrogio nella sede vescovile, m. il 15 luglio 400 . Battezzò s. Ambrogio (Agostino, Conf., VIII, 2, 3) e l'assistette.
Si sono conservate epistole (Epp. 37, 38, 65, 67) di Ambrogio a S., mentre quelle di S. ad Ambrogio sono andate perdute, come quelle che scrisse a s. Agostino, ancora presbitero, nelle quali lo esortava: "agitare ingenium et expositioni scripturarum vacare" (Gennadius, De viris illustr., 36 [37]). Di Agostino si conservano una epistola a S. (Ep., 37); inoltre s. Agostino gli ha dedicato l'opera De diversis quaestionibus ad Simplicianum libri, che scrisse nel 396. S. era nel sec. iv una personalità di prim'ordine, non soltanto per i suoi rapporti con s. Agostino, ma perché aveva preso parte anche nella conversione di lui e di C. M. Vittorino ([v.] cf. Agostino, Conf., VIII, II, 3). S. che aveva molto viaggiato era un teologo colto, anche conoscitore della filosofia neoplatonica. Papa Anastasio I (Ep. ad Simplician.: PL 20, 74), voleva indurlo a prendere misure contro gli aderenti di Origene, ma S. morì prima di aver deciso (400 o 401). Probabilmente la sua decisione non sarebbe stata molto differente da quella del suo successore Venerio che, condannando gli errori di Origene, si rifiutò di condannare anche Rufino. Esistono una epistola di Vigilio di Trento (v.) In laudem martyrum, cioè dei martiri di Trento, Sisinnio e compagni (PL 20, 74), diretta a S., e scritti sinodali di Cartagine (a. 397 ; cf. Mansi, III, 891) e di Toledo (a. 400 ; ibid., 945, 1007). La tomba di S. si trova nella Basilica costruita da lui per le reliquie di s. Sisinnio e compagni. Festa il 16 ag.
BibL.: Acta SS. Augusti, III, Anversa 1737, p. 280 sE.; F. Savio, Gli antichi vesc. d'Italia. La Lombarda, I, MilanoFirenze 1913, pp. 149-50; Lanzoni, II, p. 1018. Sulle lettere di s. Ambrogio a S., v. P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident, Parigi 1943, p. 169; id., Rerh. sur les Confessions de et Augustin, ivi 1950, p. 168 sg., 253 sg. (sulla parte di S. nella conversione di s. Agostino).
Erik Peterson
SIMPLICIO. - Filosofo neoplatonico del sec. vi d. C. Scarse le notizie biografiche. Fu nativo della Cilicia, ebbe a maestro in Alessandria Ammonio Ermeiu, e in Atene Damascio.
Quando Giustiniano, con l'Editto del 529, vietò ai pagani di insegnar filosofia in Atene e chiuse la scuola platonica, confiscandone i beni, S., con Damascio e altri cinque colleghi, emigrò in Persia presso il re Cosroe; ritornò poi ad Atene nel 533 e continuò la sua attività come scrittore. Di lui rimangono commentari al De caelo, alla Physica, alle Categorie e al De anima di Aristotele, e al Manuale di Epitteto (v.). Sono lavori pregevoli, caratterizzati da una serietà e sobrietà di esegesi che non si riscontra in altri commentatori neoplatonici dei filosofi antichi. Alcuni scritti di S. sono andati perduti; qualche altro è ancora inedito.
BibL.: i commenti ad Aristotele sono editi nei Commentaria in Aristotelem graeca dell'Accad. di Berlino (VII, 1894; VIII, 1907; IX, 1882; X, 1895; XI, 1882). Del Commento a Epitteto v. l'ed. di J. Schweighäuser, Lipsia 1800 e quella di Fr. Dübner nel vol. contenente i Caratteri di Trofrasto, Parigi 1840. Su S., oltre a E. Zeller, Philos. d. Griechen, III, 2, 3* ed., Lipsia 1928, pp. 909-14; K. Praechter, Simplicius, in Pauly-Wissowa, III, A1, pp. 204-13. Indicazioni particolari in Uberwag, I, pp. 192-96; Ph. Merlan, Ein Simplihius-Zitat bei Pseudo-Alexandros u. cin Platicoiitat bei Simplihius, in Rheinisches Museum für Philal., 84 (1935), pp. 124-60.
Raffaello Del Re
SIMPLICIO, PAPA, santo. - Oriundo di Tivoli, figlio di Castino, successe ad Ilaro il 3 marzo 468. M. il 10 marzo 483. Nonostante il suo lungo pontificato, poche notizie sono giunte sulla sua attività.
Dedicò le chiese di S. Stefano al Celio, di S. Andrea in Catabarbara sull'Esquilino e di S. Bibiana. Nelle basiliche di S. Pietro, S. Paolo, S. Lorenzo fuori le mura stabili turni settimanali di presbiteri titolari per l'ammi-
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nistrazione dei Sacramenti. Poche lettere ed atti di S. sono conservati; tra essi hanno particolare importanza quella al vescovo Zenone di Siviglia per istituirlo suo vicario per la Spagna, con l'obbligo di vigilare sull'esecuzione dei decreti pontifici, ed altre due dirette rispettivamente al vescovo di Ravenna ed a quelli degli Abruzzi circa le nomine dei vescovi. Fu sepolto in S. Pietro. Adone per primo in inseri nel suo Martirolegio donde passo in quello Romano dov'è commemorato il 2 marzo.
Durante il suo pontificato avvenne il crollo dell'Impero romano d'Occidente per opera di Odoacre (476), avvenimento che lasciò tuttavia insensibili gli animi dei contemporanei già avvezzi alle invasioni barbariche. Più importanti furono le vicende della Chiesa di Alessandria travagliata dalle lotte monofisite e dall'ingerenza degli Imperatori bizantini. Deposto ed esiliato l'eretico 'Timoteo Eluro, fu sostituito con 'Timoteo Salofaciolo, uomo moderato e caritatevole che governò con perizia e bontà ridondando la pace a quella Chiesa. Le cose matarono nel 475 quando fu eletto imperatore d'Oriente Basilisco; questi pubblicò una enciclica con la quale condannava il Concilio di Calcedonia ed il Tono di papa Leone e richiamò l'Eluro ad Alessandria. Nel 476 Basilisco veniva cacciato e Zenone riprendeva le redini del governo: Salofaciolo ritornò ad Alessandria, ma la fede cattolica subì un duro colpo specie per opera di Acacio patriarca di Costantinopoli, che, bramoso di aumentare il suo prestigio, cercava a qualunque costo un compromesso con i monofisiti. Ciò fu preparato con l'elezione a vescovo di Alessandria di Pietro Mongo, nonostante che il Salofaciolo prima di morire avesse designato a succedergli il cattolico Giovanni Talcia (v.), e poco dopo con la pubblicazione dell'Enotica. Durante tutti questi cambiamenti fa fu male informato e talvolta non a tempo; tuttavia scrisse parecchie lettere a Zenone e ad Acacio chiedendo l'allontanamento di Pietro Mongo da Alessandria, senza tuttavia ottenere alcunché. Né più felici furono i suoi sforzi per far deporre Pietro Follone, altro eretico insediato nella Chiesa di Antiochia.
BibL.: Lib. Pont., I, pp. Cclil, 249-51; CSEL, 35, pp. 124-55; Acta SS. Martii, I, Parigi 1865, pp. 133-38; H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico (ed. ital.), II, Roma 1930, pp. 77-80; Martyr. Rominum, p. 83; Flüche-Martin-Frutes, IV, pp. 291, 333 sge. Agostino Amore
SIMPLICIO, FAUSTINO e VIATRICE, santi, martiri. - Sono commemorati nei Martirologi il 29 luglio; sono ancora ricordati alla stessa data nei Sacramentari; gli Itinerari del sec. viI ricordano i loro sepolcri sulla Via Portuense "ad sextum Philippi" cioè nel cimitero di Generosa (v.).
Ivi furono scoperti nel secolo scorso i ruderi della basilica edificata in loro onore da papa Damaso nel 382 con un frammento dell'iscrizione dedicatoria, ed una pittura del sec. vi raffigurante i martiri (riprodotta alla v. GENEROSA). Nel 682-83 il papa Leone II trasportò i loro corpi in una cappella presso la chiesa di S. Bibiana. La loro Passio, molto favolosa, fu spesso unita a quella di Antimo (BHL, 561-65).
BibL.: Acta SS. Iulii, VII, Parigi 1868, pp. 45-48; G. B. De Rossi, Roma soter., III, Roma 1877, pp. 647-97; Martyr. Hieronym., p. 402 sg.; Martyr. Romanum. p. 312; O. Merucchi, Le catacombe romane, Roma 1933, pp. 87-93; A. Ferrus, Epigram. Damasiana, Città del Vaticano 1942, p. 97 sg.; R. Valentini-G. Zucchetti, Cod. topogr. della città di Roma, II, ivi 1942, p. 108; Wilpert, Pitture, pp. 221, 250, tav. 262. Agostino Amore
SIMULAZIONE. - In genere è ogni atteggiamento che ha per fine di creare presso altri un falso giudizio. In linguaggio giuridico la s. consiste nel porre un'azione, normalmente solenne, nell'adoperare una formola che ha nella comune accezione un significato ben determinato, mentre l'intenzione di chi opera è totalmente diversa. La s. è detta anche finzione (fictio) e va distinta dalla dissimulazione, che è il porre un'azione in circostanze tali che può indurre altri in errore, senza però che l'agente abbia
questa intenzione di indurre in inganno, pur permettendolo, e senza che l'azione adoperata abbia quelfunico specifico significato, che è a base dell'errore altrui. Va ancora distinta dallo scherzo o giuoco (iocus), in cui la finzione è resa palese prima e poi, in gente normale, dalle circostanze : ciò che non si ha nella s., dove l'intenzione contraria all'atto rimane segreta o comunicata a pochi.
Per s. Tommaso ogni s., come ogni menzogna, è sempre peccato (Sum. Theol., $2^{\mathrm{a}-2^{\mathrm{ac}}}$. q. 111, a. i c.); ma non ogni s. costituisce peccato grave; anzi, secondo un'opinione ben fondata, eccezionalmente, per gravi ragioni, si può ricorrere alla s., ad es., del matrimonio, senza commettere colpa. La s. è formale o materiale a seconda che positivamente si intenda o solo si permetta l'inganno. Anche la s. materiale si distingue dalla dissimulazione, perché l'azione o la formola adoperata ha sempre un unico significato e perciò l'errore altrui è inevitabile, sebbene solo permesso. La teoria della s. è stata soprattutto elaborata in materia di contratti, come vizio del consenso, ma ha trovato applicazione in vari campi della teologia, in materia di fede, in materia di Sacramenti, ecc.
1. La s. nei contratti e nel linguaggio civilistico. - Uno degli elementi costitutivi del contratto è il consenso o l'accordo fra le parti, che deve essere manifestato all'esterno con segno corrispondente. Le leggi civili, per evitare ogni possibilità di fiti, esigono spesso una forma determinata sotto pena di nullità o per atto pubblico o per scrittura privata (Cod. civ. it., artt. 1323, 1350). Se però intimamente uno dei contraenti non intende obbligarsi, pur pronunciando le parole richieste dalla legge, il contratto è di per sé, atteso solo il diritto di natura, invalido per s. di consenso. Se si ha invece solo la volontà di non adempiere il proprio obbligo, il contratto è valido. In caso di invalidità per s. si è tenuti alla riparazione dei danni. Il più delle volte si può riparare il danno, conseguente da tale frode, solo con l'adempimento del contratto (v.). Fare invece solo una promessa finta è un peccato contro la veridicità (bugia), ma non contro la giustizia.
La concezione di s., presso i civilisti, non coincide con quella dei teologi e dei canonisti. Per essi la s. è la dichiarazione di un contenuto di volontà non reale, emesso scientificmente e concordemente dalle parti, per produrre a scopo d'inganno l'apparenza di un negozio che non esiste e che è diverso da quello realmente compiuto (F. Ferrara, Della s. nei negozi giuridici, Roma 1922, p. 47); perciò per avere la s. occorre: 1) una voluta dichiarazione esterna, difforme dall'intenzione; 2) la coscienza di tale difformità da parte del simulante; 3) un accordo tra le parti su tale divergenza; 4) lo scopo d'inganno. Se manca il terzo di tali requisiti, non si ha s., ma riserva mentale, nella quale l'interno volere, coscientemente difforme dalla dichiarazione, non è contrattualmente manifestato. Qui la s. è presa nel senso teologico e canonistico.
II. S. della fede. - Simulare la fede, equivale a negarla : il che non è mai lecito (Mt. 10, 33; Lc. 9, 26; Rom. 10, 10). Non v'è però nessuna negazione di fede, quando la si dissimula (v. rebei).
III. La s. dei Sacramenti. - Può aver luogo o 1) usando materia e forma senza intenzione di effettuare il Sacramento o 2) proferendo una forma invalida, pur essendo valida la materia, oppure 3) usando una materia, la quale sia invalida per difetto occulto. La s. sacramentale è sempre un sacrilegio e non può in nessun caso diventare lecita, come appare dalla proposizione condannata il 2 marzo 1679 da Innocenzo XI (Donz-U, 1179). La dissimulazione dei Sacramenti può essere invece lecita per un motivo grave. Essa consiste nel porre una azione non sacramentale in circostanze tali da far credere che venga amministrato un Sacramento.
Il CIC punisce esplicitamente soltanto tre casi di s. : 1. La s. della celebrazione della S. Messa (v. MESSA, e can. 2322, n. 1). Eil delitto di chi, laico o chierico - pur non essendo stato ordinato sacerdote, oppure nonostante
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la Ordinazione invalidamente ricevuta - agisce in modo tale che si possa essere indotti a credere che si stia celebrando la S. Messa. Comunemente gli autori richiedono che vi sia di fatto l'inganno da parte di chi assiste a tale celebrazione; altri non richiedono l'inganno di fatto. Il delitto si reputa consumato (can. 2228) quando ha inizio la celebrazione finta della S. Messa, anche se essa non sia portata a termine. 2. La s. della confessione sacramentale. - Si ha quando il penitente vien tratto in inganno nel ritenere sacramentale la sua confessione perché 1) ha confessato anche un solo peccato vero o putativo per averne l'assoluzione; 2) perché ha creduto vero confessore colui che ha ricevuto la sua confessione. La Chiesa, fin dai primi tempi, ha punito l'esercizio dell'Ordine di fatto non ricevuto. Cosi, p. es., dal sec. iv e seguenti furono puniti, con la deposizione, i sacerdoti che arrivano usurpare l'esercizio del potere episcopale (Concilio di Sardica [343-44], cap. 19 : Hefele-Leclercq, I, pp. 800-802). Dal sec. viri si ebbero speciali sanzioni contro i simulatori della celebrazione della S. Messa e dell'assoluzione sacramentale (cf. F. X. Wernz, Ius decretalium, VI, Prato 1913, n. 459). Parecchie costituzioni pontificie sanciscono, per tale delitto, la pena della degradazione e la consegna al braccio secolare il quale puniva con la pena di morte i sacerdoti che se ne rendessero colpevoli (P. Gasparri, Fontes, I, Roma 1926, pp. 236, 357, 393, 813; ibid., II, ivi 1923, p. 555). Per i delitti, di cui sopra, il CIC (can. 2322) sancisce: 1) la scomunica speciali modo riservata alla S. Sede e 2) se laico, la privazione di pensione o incarichi con altre congrue pene; 3) se chierico, anche la deposizione. La scomunica latae sententiae è una pena che non si riscontra nel diritto antico. Le cause criminali riguardanti la s. della Messa e della Confessione sacramentale sono di competenza del S. Uffizio per il sospetto di eresia che suppongono (P. Gasparri, Fontes, cit., I, p. 235). - 3) L'assoluzione del complice in peccato turpe (v. COMPLICE IN PECG. TURPE). La s. del consenso (v. Matrimonio, IV, t, 5) nel matrimonio * si ha quando il contraente finge esternamente di voler contrarre, esprimendo con serietà ed in modo rituale un consenso che invece interiormente non c'é s. Sia che si tratti di s. bilaterale o unilaterale, quando se ne provi l'esistenza, il matrimonio è invalido. Si suole distinguere dalla giurisprudenza e dalla dottrina una s. totale, che si ha quando si esclude lo stesso contratto, ed una s. parziale, che si verifica quando le parti, pur avendo seria intenzione di contrarre matrimonio, non si vogliono obbligare, oppure escludono una delle qualità essenziali (can. 1013). In ogni caso, però, bisogna che si tratti di un vero atto positivo di volontà, non essendo sufficiente il semplice errore sull'unità ed indissolubilità o dignità sacramentale, anche se tale errore sia causa del contratto (can. 1084; S. R. Rotae decisiones.... decis. XIII, n. 32 : vol. XXXV, Città del Vaticano 1943, p. 114).
Per quanto riguarda la prova, le cause di s., soprattutto se questa sia totale, sono difficilissime, come ripete tante volte la giurisprudenza rotale; si tratta infatti di un atto interno, per la valutazione del quale bisogna tener presente un duplice principio che milita per la validità del matrimonio; 1) il matrimonio gode del favore del diritto (can. 1014) e 2) l'interno consenso dalla volontà si suppone sempre conforme alle parole ed ai segni usati nella celebrazione del matrimonio (can. 1086 § 2: S. R. Rotae decisiones.... decis. XXXVIII, n. 12 : vol. XXXV, p. 368 e passim). D'altra parte la confessione della parte simulante non costituisce un argomento di prova (loc. cit., decis. XXXIX, n. 3 : vol. XXXII, ivi 1941, p. 435), perché è sospetta la confessione in proprium commodum (Wernz-Vidal, VI, p. 309).
Per la retta valutazione della s. bisogna pure esaminare bene la causa di essa, che va distinta dai semplici motivi che possono aver indotto al matrimonio (loc. cit., decis. XCI, n. 16: vol. XXXV, p. 1007), tenute ben presenti le circostanze che hanno preceduto, accompagnato e seguito la celebrazione del matrimonio (loc. cit., decis. XXXIX, n. 3, vol. XXXII, p. 436). In campo morale, secondo la comune opinione, non peccano mortalmente né commettono sacrilegio coloro che fingessero
contrarre matrimonio sotto l'influsso di grave timore, mancando infatti il consenso volontario, manca la materia e forma; e pertanto non si avrebbe s. di Sacramento, ma soltanto di contratto (T. Jorio, Theologia moralis, III, Napoli 1947, p. 17).
La dissimulazione dei Sacramenti può essere lecita soltanto se vi sia urgente e grave causa, purché non vi sia disprezzo e scandalo da parte dei fedeli. Cosi, p. es., è lecito al sacerdote, in luogo della formula assolutoria, recitare soltanto una preghiera e dare la benedizione ad un penitente indisposto, perché gli astanti non si accorgano che costui viene rimandato senza assoluzione (v. sacramento). Oltre a quanto si è detto in tema di s., interessa il diritto penale italiano la s. di reato (Cod. pen. ital., art. 367); interessa insieme il diritto penale e la medicina legale lo s. di malattie, che ci trasporta nel campo delle malattie mentali.
Biel.: E. Glasson, Théorie de la simulation, Parigi 1897; M. Lemosse, Dales (évolution histor. de la théorie du), in DDC, IV, coll. 1357-62: F. M. Cappello, De censuria, $3^{\circ}$ ed., Torino 1933, p. 162 sgg.; P. Ciprotti, De consummatione delictorum attento eorum elemento obiectivo in vere canonica, Roma 1036, p. 35 sgg.; V. Scialoia, Negozio giuridico, in Nuovo, Dig. Ited., VIII, pp. 973-88; I. Romiti, De processu evolutivo doctrinue de actu humano completo in operibus s. Thomas de., Milano 1949: G. Del Vecchio, La verità nella morale e nel diritto, Roma 1951, p. 22 sgg. Innocenzo Parisella
SIN. - Nome di tre località bibliche.
1. Deserto (ebr. Sîn) attraversato dagli Israeliti nel loro itinerario da Elim e dal Mar Rosso a Raphidim (v.) e al Sinai (Ex. 16, 1; 17, 1; Num. 33, 11).
Probabilmente corrisponde alla piana sabbiosa di Debbet er-Ramleh, che si estende, nell'interno della penisola sinaitica, ai piedi del Gebel et-Tih. La identificazione con la piana di el-Markhah sulla costa occidentale o con il deserto di el-Qâ'ah lungo la costa meridionale della penisola sinaitica, suggerita da antichi e anche moderni pellegrini, non sembra soddisfare le esigenze topografiche del testo, che suppone S. fra El.m (= Wâdi Garandel) ed il Sinai.
2. Città, fortezza d'Egitto, ricordata soltanto da Ez. 30, 15-16; posta nel Delta, ma d'incerta identificazione. I Settanta trascrissero nel v. 15 Zäıs, città a nord-ovest di Bubaste, ma che non fu mai una importante piazzaforte. Nel v. 16 la identificarono con Z̈̈y̆y̆ avendo forse letto Sûn, abbreviazione di Sêwênêh, cioè Syene, ai confini dell'Etiopia, oggi Assuan sulla prima ostcratta, e che poteva dirsi perciò fortezza d'Egitto. La Volgata ha trascritto Pelusium, porto fortificato all'estremità orientale del Delta, la cui cattura era necessaria per gl'invasori provenienti dal deserto nord-orientale.
3. Deserto (ebr. Sîn) che segnava la frontiera meridionale di Canaan, attraversato dagli esploratori nella Terra Promessa (Num. 13,21). Cades-Barne era compreso dentro i confini al margine sud-ovest del deserto (ibid. 20,1; 27,14; 33,36; Deut. 32,51), delimitava ad ovest Edom e a sud-est la tribù di Giuda (Ios. 15, 1-3). Il nome sembra essersi conservato nella regione meridionale della Palestina, nel Wâdî es-Sînî e nell' Ard es-Sînî.
Biel.: F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, 7, Parigi 1933, p. 434; II, ivi 1938, pp. 46, 212.
Donato Baldi
SINAGOGA. - Luogo di adunanza " per la preghiera e la lettura sacra, nel giudaismo postesifico. Il termine greco monyorri (adunanza ") traduce nei Settanta per lo più i vocaboli ebraici 'êdhâh e qâhâl, i quali non hanno relazione con un luogo di preghiera, che solo in epoca tardiva usò chiamarsi s.
Al tempo del Nuovo Testamento in questo senso si adoperava il termine greco $\pi \rho \iota \sigma \varepsilon \iota \rho \xi=+$ oratorio $*$ (cf. Act. 16, 13; Filone, Legatio ad Caium, 165; Giovenale, Sat. III, 269; Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XIV, 258); mentre si usava quello di s. per significare un gruppo di ebrei organizzatosi per motivi particolari a somiglianza di un collegium. In una medesima città vi potevano essere diverse s. (cf. Act. 6, 9); nella comunità ebraica di Roma al principio dell'èra volgare se ne contano almeno 13, ognuna
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contrassegnata da un nome speciale con riferimento a benefattori, al quartiere, a caratteristiche etniche, ecc. Ciascuna di queste s. aveva il suo luogo di preghiera ( $\pi \rho 002 \nu \chi \zeta$ ), cui fu riservato in seguito il termine dapprima generico di s. (ebr. bèth hènéseth; aramaico bèth hènistá" o semplicemente hènistáa).
Il sorgere delle s. segnó una rivoluzione notevole nel giudaismo. Al Tempio unico di Gerusalemme si uniscono questi centri di pietà più individuale e più interiore. Essendo impossibile offrire sacrifici fuori del Tempio, ivi si prega, si studia la Legge e si fomenta l'amore per una vita sempre più perfetta. Non si conosce l'origine delle s.; ma esse dovettero già funzionare durante l'esilio di Babilonia ( $587-538$ a. C.). A Schedia presso Alessandria è attestata la presenza di un tale edificio già al tempo di Tolomeo II Evergete ( 264 -22I a. C.); e senza dubbio in Egitto ne sorgevano diversi (cf. Enoch 46, 8; 53, 6). Ma i più antichi resti archeologici noti sinora non risalgono oltre il sec. it. Fra i più antichi ed i più rappresentativi vanno considerati quelli delle s. di Sejìy Abrēq, di Cafarnao, di Dura Eúropos, di Bejt Alfah, di Bethsan, di Gerico, di 'Ajn Dûq, di Gerasa, di Corozain, di Emath, di Kefr Bir'im, di Aleppo.
Non si può parlare dal lato architettonico di un tipo uniforme né di uno stile sinagogale. In origine la s. non si distingueva da una camera a sala ordinaria; unico particolare era un'arca (ebr. 'árán haq-qâdhel) per la custodia dei rotoli della Scrittura. Nel sec. iti all'arca si sostituisce uno serigno od armadio (ebr. tébhâh), fissato in una parete o nell'abside. Sotto l'influsso dell'architettura cristiana, la s. prende spesso la forma basilicale, nella quale in luogo dell'altare si trova l'armadio per i recoli sacri. Tutta l'abside spesso era separati dal resto con una cortina. A scopo ornamentale vicino all'armadio si notano di solito due candelabri a sette bracci e, talvolta, decorazioni di animali o di piante. Il rimanente generalmente era molto semplice; ma sono stati trovati esempi di pitture e di musaici non solo con motivi desunti dalla natura (animali, piante, segni dello zodiaco, ecc.), ma anche con rappresentazioni di personaggi celebri nel giudaismo, come è avvenuto nella s. di Dura Eúropos (v.). In seguito, però, si evitò ogni figura. L'orientazione dell'edificio verso Gerusalemme, anche se appare molto frequente, non si può considerare una regola assoluta. Il podio o pulpito per la lettura della Bibbia, i sedili di pietra o scanni per il coro e per le persone di riguardo, sono comuni alle chiese cristiane ed alle s. Il primo, detto bémah con termine greco, sembra fosse la "cattedra di Mosè" ai tempi del Nuovo Testamento (cf. Mt. 23, 2); i secondi costituivano i posti di onore (greco $\pi \rho \omega \tau \pi \alpha \alpha \theta \varepsilon \delta \rho i \alpha i ;$ Mt. 23, 6), mentre quelli lungo le pareti erano per tutti. Il matroneo, riservato alle donne, è abbastanza comune; mentre molto più rara è la presenza del nartece.

(da Du Monnil du Batean. Les orimures de la synagogue des Doura Eúropos, Roma 160, tar. 26)
SINAGOGA - Decorazione pittorica della s. di Dura Eúropos (245-56 d. C.).

(da J. B. Frag. Une ancienne synagogue de Galilée récemment décevantée, in Bie, de arch. etut., 16 (1616), p. 261, sq. 7) SINAGOGA - Pianta della s. di Beit Alfah (ca. 318-27).
La comunità era responsabile del culto e della preghiera sinagogale. Mancando un corpo sacerdotale con funzione ufficiale, quali dirigenti del culto funzionavano individui preparati appositamente, detti fin dal medioevo rabbini (v.), non essendo facile trovare fra i comuni fedeli persone qualificate per la lettura o per il canto di testi ebraici. Nell' antichità si parla solo di un arcisinagogo (Mc. 5, 22; Lc. 13, 14; Act. 13, 15; 18, 8), detto in ebraico râs bèt hak-hènéseth, cui spettava di dirigere le riunioni, e di un ministro od inserviente ( $L c .4,20$ ), chiamato in ebr. bazzah ed in greco ǖ $\pi \rho \dot{\varepsilon} \tau \varepsilon \zeta$, che non raramente si occupava anche della scuola dei bambini, quasi sempre annessa all'edificio sacro. La s. era un luogo di preghiera e di insegnamento. Il primo scopo si raggiungeva con la recita di formole, che furono presto fissate con precisione, come lo Sèmo e lo Sèmèneh 'eirēh, e con il canto dei Salmi. La lettura di brani biblici, che nel periodo più antico sembrano lasciati alla scelta dell'arcisinagogo o del lettore ( $L c .4,16$ ), ma che in seguito furono determinati in una pericope del Pentateuco (pârdâdh) ed in una dei «Profeti» (haphpârah), offriva spunti per una pia elevazione della mente a Dio oppure istruiva circa la condotta morale da seguire. Quest'ultima caratteristica spesso era accentuata da qualche dottore della Legge o da un semplice ascoltatore, che commentava il testo letto o esortava in genere i propri correligionari. Sia Gesù (cf. Mt. 4, 23; Lc. 4, 16 sgg.; 13, 10) sia i suoi discepoli (Act. 9, 20; 13, 5.14; 14, 1; 17, 1.17; 18, 4.19.26; 19, 8) approfittarono di tale usanza per diffondere la nuova dottrina. Le riunioni avvenivano il sabato (Lc. 13, 10; Act. 18, 4) e nelle feste; ma in seguito vi furono adunanze
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(da J. B. Frey, Une ancienne synagogue de Gaislis récemment découverte, in Bie. di arch. crist., 10 [1918], p. 884. 89. 8) Sinaagoga - I segni dello zodiaco e il carro del sole. Musaco della s. di Bejt-Alfah (ca. 518-27).
anche quotidiane. La s. era il centro delle varie comunità ebraiche, specialmente nella diaspora. I suoi costruttori erano considerati benefattori di tutto il gruppo (cf. Le. 7, 4), mentre l'allontanamento di un ebreo da questo luogo di preghiera comune era ritenuto un grave castigo (cf. Jo. 9, 22; 12, 42; 16, 2).
Bibl.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter Jesu Christi, 11, $4^{\circ}$ ed., Lipsia 1907, pp. 497-544; W. Bacher, Synagogue, in Jew. Enc., XI, pp. 619-28; S. Krauss, Synagogaie Altertümer, Berlino 1922; H.-L. Strack - P. Billerbeck, Kommentar zum N. Test. aus Talmud und Midrasch. IV, Monaco 1928, pp. 113-88; I. Elbinger, Der jüdische Gottesdienst in seiner geschichtlichen Eutwichtung, 3* ed., Berlino 1931; E. L. Sukonik, Ancient synagogues in Palestine and in Greece, Oxford 1934; K. Gelling, Biblisches Reallexikon, II, coll. 305-10; Ed. Kolt, Biblisches Reallexikon, ibid., coll. 806-808; F. Nötscher, Biblische Altertumskunde, Bonn 1940, pp. 300-303; U. Holzmeister, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, trad. it., Torino 1950, pp. 204-15.
Angelo Penna
Archeologia. - Oltre le numerose menzioni epigrafiche di s., le esplorazioni archeologiche hanno messo in luce anche gli antichi edifici adibiti a s.
Ad Hamman-Lif (Tunisia) si trovò tra il 1883-84 una s. formata da una sala di m. $9 \times 5,25$, con un pavimento a musaico con decorazioni in parte di animali in mezzo a tralci di piante, in parte di pesci e anatre, in parte ancora di un cantaro ansato a cui si appressano due pavoni; il campo è limitato da due palme dattilifere. Nel mezzo è posta l'iscrizione: "Sancta Sinagoga Naron[itana) pro salutem suam ancilla tua Iulia Nap. de suo proprium teselavit n. L'epigrafe è racchiusa tra due medaglioni con il candeliere eptalieno (a sette braccia) a sinistra sono anche l'etrog e il lulab. In una seconda sala, nel pavimento pure a musaico, è l'iscrizione aAsterius filius Rustici arcosinagogi Margaritari d[omus) D(e)i paterni portici tesselavit n. In un terzo ambiente pure nel pavimento a musaico si legge: "Istrumenta servi tui Naritanus; Istrumenta servi tui Amaroni n. Si ritenne dall'epigrafe che in questo ambiente fossero conservati i rotoli della Thorak. Explorazioni compiute nel 1908-1909 misero in luce parecchie lampade in terracotta con il candelabro a sette braccia. Nel 1916 H. Kohl e C. Watzinger pubblicarono le esplorazioni di sedici s. del II o III sec. d. C., cioè di Tadj Hüm (Cafarnao), Keräzeh (Corozain), Irbid (Arbela), Umm-el 'Amad, Meron, Kefr Bir'im, enNebratajn, el-Giš (Giscala) in Galilea; di ed-Dikkeh et Umm el-Kanâtir in Transgiordania, di Hirbet Sem-
makah, al Monte Carmelo. Nella s. di Noarah alcune iscrizioni in ebraico-aramaico ricordano i collaboratori come, p. es. : "alla buona memoria di Beniamin Phinecs figlio di Giuseppe. Che siano anche in felice memoria coloro che si sono associati, hanno collaborato con doni o hanno preso parte al lavoro per questo luogo santo; gente fortunata, gente di buona volontà, gente di ogni condizione; che sia loro concesso, se a Dio piace, la loro parte in questo luogo santo. Amen"; ancora: "alla buona memoria del presbitero Pinchas, figlio di Josbah il quale ha dato con i suoi denari il prezzo del musaico e il tetto" (Revue biblique, 30 [1921], p. 581); "alla buona memoria di Khalifon figlia del rabbi Safrah che ha collaborato a questo luogo santo. Amen" (loc. cit.). "Che siano in felice memoria tutti coloro che si sono associati ed hanno dato o daranno per questo luogo santo sia oro, sia argento, sia non importa quale valore. Che essi non perdano il loro contributo in questo luogo santo. Amen" (ibid., 28 [1919], p. 540).
La s. di Bejt-Alfah, nella Valle ad occidente del Giordano e al sud del Monte Thabor, fu scoperta nel 1929; l'edificio, nel suo complesso, misura m. $27.70 \times 14.20$; la sala delle adunanze di m. $10.75 \times 12.40$ è divisa in tre navate da due file di pilastri quadrilateri. L'arca contenente il rotolo della legge e il candelabro a sette braccia stavano nell'abside. Alla seconda colonna ad oriente era il bemo, sopraelevato, dove il rabbino dava lettura della legge. Tutto il pavimento della nave centrale era decorato di musaico. Nella parte prossima all'abside era rappresentato il santo armadio ('drdu luay-gödhel) tra due candelabri a sette braccia e i simboli del culto giudaico, cioè il lulab, l'etrog, il corno sacro, l'astuccio contenente il rotolo della legge. L' 'drdu è sormontato da un timpano triangolare e in due angoli sono posati due uccelli; a guardia dell'arca sono rappresentati due leoni a fauci spalancate. Nel centro del musaico sono rappresentati i dodici segni dello zodiaco, con i loro nomi in ebraico, intorno al carro solare; agli angoli sono i simboli delle quattro stagioni. Al disotto è rappresentato il sacrificio di Abramo, secondo il testo biblico con i due servi (Gen. 22, 3), l'asino, un ariete attaccato all'albero e le parole in ebraico "ed ecco un ariete" (ibid. 22, 12); al disopra di Abramo, distinto con il nome in greco, è la mano divina che lo ferma e le parole pure in ebraico "non portare la tua mano"; (ibid. 22, 13); vicino sono Isacco con il nome in ebraico e l'ara accesa per il sacrificio. Il bordo in musaico che circonda le rappresentazioni citate contiene uccelli ed animali; un paniere di frutta, grappoli d'uva, decorazioni geometriche e due iscrizioni, una in greco l'altra in aramaico.
Nella s. di Noarah si è trovato un musaico con Daniele nella fossa dei leoni; in quella di Geraë in Transgiordania l'uscita degli animali dall'arca; ivi erano rappresentati Sem e Japheth con i loro nomi in greco e certo gli altri membri della famiglia di Noè.
Quanto alla s. di Dura: v. DURA Eúropos.
Bibl.: E. Renon, Les mosaïques de Hamman-Lif, in Rev. archéol., $3^{2}$ serin. 1-2 (1883), pp. 157-63; 3-4 (1884), pp. 273-76 e

(da J. B. Frey, Une ancienne synagogue de Gaislis récemment découverte, in Bie. di arch. crist., 10 [1932], p. 200. 89. 21 Sinaagoga - Sacrificio di Abramo. Musaico della s. di Bejt-Alfah (ca. $518-27$ ).
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tavv. VII-X: J. Icard, Fouilles dans l'antique synag. juive d'Hamman Lif, in Bull. arch. du comité, 1908. pp. 210-21, 288-89; 1910, pp. 170-72; H. KohlC. Watzinger, Antike Synagogen in Galilea, Lipsia 1916; L.-H. Vincent, La synagogue de Noarah, in Revue biblique, 28 (1919), pp. 579-601; id., Le sanctuaire juif d'Ain Doug, ibid., pp. 232-63; 30 (1921), pp. 442-43; id., Vestiges d'une synagogue antique à Yafa de Galilée, ibid., 30 (1921), pp. 434-38; id., Les fouilles juives d'el-Hamman à Ti bériade, ibid., 30 (1921), pp. 438-42; 31 (1922), p. 121 sgg.; S. Krauss, Synagogule Altertümer, Berlino-Vienna 1922; G. Ortali, Capharnaum et ses ruines d'après les fouilles accomplies à Tell-Houm par la custodie Franciscaine de Terre Sainte (15051511). Parigi 1922; E. Cohn Wiener, Die jüdische Kunst. Ihre Geschichte von den Anfängen bis zur Gegenwart, Berlino 1929; C. Watzinger, Die antiken Synagogen Galiläas Neue Ausgrabungen und Forschungen, in Der Morgen, 6 (1930), pp. 356367; A. Barron, La découverte d'une synagogue à Déraah, in Revue biblique, 39 (1939), pp. 257-65; E. I. Sukenik, The ancient synagogue of Beth Alpha. An account of the excavations conducted on behalf of the Hebrew University, Gerusalemme-Londra 1932; J. B. Frey, Une ancienne synagogue de Galilée récemment découverte, in Riv. arch. crist., 10 (1933), pp. 287-305; E. L. Sukenik, The ancient Synagogue of el-Hammel, in Journal of the Palestine Oriental Society, 13 (1935), pp. 101-80. Per Dura v. anche: I. Sonne, The paintings of the Dura Synagogue, in Hebrew Union College Annual, 20 (1947), pp. 233-362; R. Wischnitzer, The messianic theme in the Dura Sinagogue, Chicago 1948; H. Kiesenthal, The resurrection in Ezechiel XXXVII and in the Dura-Europos paintings, in Uppsala Universitets Archiv(1), 11 (1948); A. Grabar, Images bibliques d'Apanée et livrques de la Zemag. de Doura, in Cahiers archéol., 5 (1951). Per quanto riguarda l'organizzazione delle s. in Roma, v. J. B. Frey, L' organisation de la juiverie de Rome, in Corpus Inscriptionum Indaicarum, I, Città del Vaticano 1936. pp. LXIX-LXXXI ; ici lo stesso autore illustra L'administration des communautés juives, pp. LXXXII-XCVI e Les services religieux dans les communautés, pp. XCVI-CI.
SINAGOGA, GRANDE. - Nella Mišnā' ('Abhōth, I, I) si afferma che rappresentanti della genuina tradizione ebraica furono Mosè, gli anziani da lui scelti, i profeti, gli «uomini della g. s. " l'anšē kénēseth hag-gēdhōlāh), quindi Simone il Giusto ed i suoi successori. Dal testo risulterebbe che la g. s. fu l'anello di congiunzione fra l'antico profetismo e le prime coppie dei famosi sapienti (Giosuè ben Jó'ezer, Giosuè ben Jôhānān, ecc.).
Nel medesimo testo si riportano tre massime degli uomini della g. s. : 1) siate cauti nel giudicare; 2) procuratevi molti discepoli; 3) ponete una siepe intorno alla Legge. E il programma del fariseismo più genuino. Più tardi si attribui loro anche un'attività legislativa, finché in Bābha' Bāthra' 15 a si additarono come autori dei seguenti libri: Ezechiele, 12 profeti minori, Daniele, Ester. Perché il legame apparisse più evidente anche i profeti Aggeo, Zaccaria e Malachia vennero considerati membri della g. s.
Sebbene anche in epoca piuttosto recente (S. Krauss, H. Englander) si sia presentata ancora la g. s. come il supremo organismo nazionale-religioso al tempo della dominazione persiana, ora si ritiene comunemente che si tratti di una pura leggenda, sorta forse sotto l'influsso di Neh. 8-10. Secondo il Bickerman l'espressione 'anšē kénēseth hag-gēdhōlāh sarebbe equivalente a bénē hag-gōlāh ( $=$ figli della deportazione $s$. $=$ esiliati $n$ ). Quanti tornarono dalla Mesopotamia realizzarono "il grande raduno». Questa generazione costituì l'anello di congiunzione fra gli ultimi profeti e Simone il Giusto ed Antigono di Socho, giacché secondo una cronologia rabbinica fra Ciro ed Alessandro Magno sarebbero trascorsi solo 52 anni.
Biss.: W. Bacher, Synagogue the great, in Tev. Enc., XI, pp. 640-43; E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter Jesu Christi, II, $4^{2}$ ed., Lipsia 1907, pp. 416-418; H. Englander, The men of the great synagogue, Cincinnati 1925; E. Bickerman, "Viri magnae congregationis", in Revue biblique, 55 (1948), pp. 397-402.

(fel. Alinari)
SinaI - Mosè riceve le Tavole della Legge sul monte S. Particolare della "Porta del Paradiso di L. Ghiberti (1423-52)" Firenze, Battistero.
SINAI (ebr. Sīnaf, gr. $\Sigma \mathrm{ov} \bar{a}$, arabo Ṭūr Ṣinā). Regione montuosa, detta anche Horeb (v.), dove gli Israeliti, tre mesi dopo la loro uscita dall'Egitto (Ex. 19,1), si accamparono per ca. un anno (Num. 1,10), ricevendovi da Mosè, loro condottiero, l'organizzazione religiosa e civile.
Oscura rimane l'etimologia del nome; è poco probabile che l'appellativo sia sorto dalla venerazione sulla montagna del babilonese dio lunare Sin, giacché per i Cananei e Semiti occidentali il dio Luna era Jerah; non è però da escludersi che derivi dal nome dell'attigua steppa chiamata Sin (Ex. 16,1; Num. 33,1) per l'abbondanza di cespugli spinosi (ebr. sēneh).
La montagna, distante da Qades Barne ( $=$ 'Ajn Qudejs) 11 giornate di cammino per la via del Monte Seir (Deut. 2,9), aveva ai suoi piedi una piana capace di contenere l'adunata israelita (Ex. 19, 16.18), donde si poteva scorgere la cima del monte. Con impressionante teofania (ibid. 19, 16-25) fu sul monte promulgato il Decalogo (ibid. 20, 1-18) seguito dal Codice d'Albranza (ibid, 21-23) e da altre comunicazioni divine concernenti la costruzione e l'arredamento del tabernacolo (v.) destinato alla dimora e al culto di Dio (ibid. 24-30). Ivi fu suggellato il patto d'alleanza con Dio, per cui il popolo s'impegnava ad osservarne la Legge (ibid. 23, 25-31). Vari secoli dopo, il profeta Elia, per sfuggire alle minacce della regina Iezabel, si recò in 40 giorni «a Horeb, monte di Dio" (I Reg. 19, 8).
La tradizione sia giudaica sia cristiana ha costantemente indicato il sito del S. biblico nella penisola che da esso è detta sinsitica. Di forma triangolare, delimitata a N. del Mediterraneo, a sud-ovest dal golfo di Suez, a sud-est da quello di el-'Aqabah, ambedue dipendenti dal Mar Rosso, è lunga dal Rās Mohammed, punta meridionale, sino al Mediterraneo ca. 400 km . e larga ca. 250; politicamente dipende dall'Egitto. Precisamente nella parte centro-meridionale si eleva una catena di montagne granitiche che culmina nel Ġebel Kuṭerin ( 2602 m .) e nel Ġebel Umm Sōmer ( 2575 m .), che sono a sud e sud-ovest del Ġebel Mūsā ( 2244 m .), il quale ha a nord-ovest il Ġebel Serbāl (2050 m.).
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(da W. F. Albright. The rarly alphabetic inseruptions from Sinai and their dechipherment, in Bulletin of the An. Schools of Or. Research, 16 (1938), p. 50)
SINAITICHE, ISCRIZIONI - I. 2, nn. 349 e 357 nel disegno di W. F. Albright.
Il Ġebel Mūsā, chiamato dagli Arabi Ġebel et-Tūr "la montagna per eccellenza" rappresenta il tradizionale S. Horeb. Di forma quasi rettangolare, orientato da nordovest a sud-est, lungo ca. 3200 m . e largo 1600 m ., con alle estremità i due picchi più elevati del Rās es-Safşāf ( 1194 m .) a nord e, con il nome stesso della montagna, del Ġebel Mūsā ( 2244 m .) a sud, è separato dai circostanti monti dai profondi Wādi ed-Dejr a nord-est, esSabā̄ijjeh a sud, el-Leğ̄̄ a sud-ovest, e dalla pianura di er-Rāhāh a nord. Questa pianura, su cui il Ġebel Mūsā sovrasta di soli 644 m ., percorsa da wädi e irrigata da sorgenti, lunga ca. 1200 m . e larga ca. 900 m ., con grandi possibilità di pascoli, viene identificata con il midhbar Sinaj (Ex. 19, 2; Num. 1, 1; 35, 15), da dove il popolo assisté alla divina proclamazione della Legge. Scoscesi dirupi impediscono l'ascesa al monte (Ex. 19, 72.93); a due terzi dell'altezza di esso è un pianoro, dove poté fermarsi Aronne con i 70 anziani (ibid. 24,9); sulla parete della vetta, una grotta offri dimora a Mosè (ibid. 24,18) e più tardi ad Elia (I Reg. 19,8).
L'identificazione, oltre che soddisfare alle esigenze topografiche della narrazione biblica, è sostenuta da una ininterrotta tradizione cristiana. La pellegrina Egeria (v.), che nel 395 visitò la santa montagna e ne raccolse tutte le indicazioni a lei date dai monaci, dice che il nome di S. designa non solo tutto il sistema montuoso, ma in specie un monte con due picchi, contrassegnati entrambi da oratóri, a ricordo dell'apparizione divina il primo, della roccia di Horeb di secondo. Dice che questo monte è a 35 miglia da Pharan; la distanza che esattamente corre da Pharan al Ġebel Mūsā.
Si scostò dalla tradizione comune nel sec. vi il monaco nestoriano Cosma (v.) Indicopleuste, sostenendo l'identificazione del S.-Horeb con il Ġebel Serbāl nella regione di Pharan, perché, appoggiandosi all'opinione allora comune che l'oasi di Fejrān rappresentasse il Raphidim (v.), ne deduceva che il Horeb-S. fosse nelle vicinanze. Ma questa identificazione, preferita ancora da
scrittori recenti, male si adatta alla topografia della narrazione biblica: il monte è quasi inaccessibile e non ha sotto di sé una pianura vasta da contenere una massa di popolo. La maggior parte degli esegeti pongono Raphidim a Erfājid, sull'itinerario del Ġebel Mūsā. Non sono riuscite ad affermarsi contro l'identificazione tradizionale le ipotesi recenti che pongono il sacro monte a nord della penisola sinaitica o nelle vicinanze, sia nell'oasi di Cades, sia nella regione di Petru, sia in quelle vulcaniche ad est del golfo di el-'Aqabah nell'Arabia settentrionale.
BibL.: M.-J. Lagrange, Le S. bibl., in Rev. bibl., 8 (1899), pp. 369-92; A. Legendre, S., in DB. V, coll. 1751-83; L. Ubach, El S., Barcellona 1913; id., La Biblia. Illustracio pels monies de Montserrat, XXIV, II, Montserrat 1934, p. 132 sgg.; L.-H. Vincent, Un vancous S. bibl., in Rev. bibl., 39 (1930), pp. 73-83; L. Prevost - L. Dennefeld - D. Gorce, Le S. hier... aujourd'lui. Etude topograp. bibl. hist. arch., Parigi 1937. Denaro Bibbi
Monastero e vescovato del S. - Il grande monastero di S. Caterina situato a pie' del Monte S. fu fondato dall'imperatore Giustiniano I; esso fu dedicato alla Madre di Dio, ma fin dal sec. xiv prese il nome dis. Caterina (v.) di cui vi si venerano le reliquie.
Fu ed è retto da un igumeno (abate) che fin dal sec. ix fu anche vescovo e che più tardi venne onorato con il titolo di arcivescovo. Un gruppo di stabilimenti monastici è sottomesso a questo grande monastero, cui si può attribuire un carattere internazionale, come dimostrano i pellegrinaggi dell'età patr.atica, del medioevo e dei secoli recenti, promossi dai ricordi biblici e dal culto di s. Caterina, le molte lettere dei papi, i dom dei principi, le oblazioni dei fedeli, l'estensione dei possessi monastici e finalmente i tesori culturali di codici, carte e immagini. I papi accordarono ai monaci sinaitici molti favori già dai tempi di Gregorio Magno. Onorio III, Gregorio X, Giovanni XXII, Innocenzo VIII, Giulio II, Leone X, Paolo III, Pio IV, Gregorio XIII, Paolo V, Urbano VIII, Innocenzo XII, Clemente XI scrissero in favore del monastero del S. lettere, ancora conservate, di protezione, di indulgenze, o di beneficenza caritativa; due riguardano la concessione di cardinali protettori da parte di Innocenzo XII e Clemente XI.
L'igumeno del monastero centrale godette e gode di una certa autocelalia. Oggi, dall'abate-vescovo dipendono ca. 50 monaci, dispersi nei vari stabilimenti sinaitici: S. Caterina, Faran, Tor, Suez, Cairo, Asmara, Tripoli in Siria, Kirinia, Papho, Rizo Karpasso nell'isola di Cipro, Candia (Herakleion), La Canea, Messara, Spileotissa nell'isola di Creta, Zante, Chios, Iatina, Costantinopoli, Atene. Ancor oggi, nel S. si trovano molti manoscritti : 2289 greci, 580 arabici, 276 siriani (dei quali però 15 dispersi), 5 palestinesi, 98 georgiani (dei quali 8 dispersi), 41 slavi (dei quali i latino), 6 etiopici; ed inoltre più di 2000 diplomi, rotoli, firmani in lingua araba e turca; dei documenti latini si deve fare ancora ricerca. Oltre i codici sono conservate ancora iconi; e nella chiesa un celebre musaico. - Vedi tav. XLI.
Greg. Papanichael, 'H $\mu \varepsilon v \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon}$ "Uppuç Livā̄. Atene 1932; G. Hofmann, S. und Rom. in Orientalia christ., 9 (1927), 213-30; K. Amantos, Livą̄tukā $\mu v \varepsilon \mu \alpha \dot{\varepsilon} \alpha \dot{\alpha} v \varepsilon \varepsilon \varepsilon \dot{\varepsilon} \alpha \dot{\varepsilon} \alpha \dot{\varepsilon} \alpha$ Atene 1928; M. H. L. Rabino, Le monastère de la Ste Catherine du Mont S., Le Caire 1938; G. A. Soteria, Lomas byzantines du monastere du S., in Byzantion, 14 (1939), pp. 325-27; G. Garitte, Expédition paléograph. au S., in Le Muséon, 63 (1950), pp. 119-21; G. Hofmann, Lettere pont. edite ed inedite intorno ai monast. del Monte S., in Orient. christ. period., 17 (1951) 283-303. Giorgio Hofmann
SINAITICHE, ISCRIZIONI. - Iscrizioni rinvenute nel 1905 da Flinders Petrie a Serābit al-Hādim (Sinai), nelle miniere di turchese presso il tempio di Hathór. Scoperte ulteriori, fatte dalle spedizioni della Harvard University (1927, 1930, 1935) e da una missione finlandese (1929), fanno assommare a ca. 25 le iscrizioni usabili per il deciframento, a cui se ne aggiungono alcune peggio conservate.
L'interpretazione delle i. s. è particolarmente difficile. Si è pressoché certi che la scrittura usatavi sia alfabetica e che in essa si esprima una lingua semitica
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nord-occidentale. Su questa via, un passo decisivo nel deciframento è stato compiuto nel 1915 da A. Gardiner, che individuò l'espressione spesso ricorrente $l b^{\prime} l t$ e la interpretio a la alat s. nome semitico della dea Hathor. Ulteriori studi sono stati fatti (K. Sethe, R. Butin, H. Grimme) ed ulteriori progressi sono stati compiuti (A. E. Cowley, M. Sprengling) successivamente, finché nel 1948 W. F. Albright ha pubblicato larghi saggi di traduzione.
Quanto alla data delle i. s., essa è da porsi secondo alcuni (Gardiner, Butin) ca. il 1880 a. C., secondo altri (Flinders Petrie, Albright) ca. il 1500 . Autori delle i. s. furono probabilmente semiti prigionieri o schiavi che lavoravano nelle miniere.
BibL.: W. F. Albright. The early alphabetic inscriptions from Sinai and their deebipherment, in Bulletin of the Am. schools of oriental research, 110 (1948), pp. 6-22 (con bibl. precedanse). Sabatino Moscati
SINALOA, diocesi di. - Città e diocesi dello Stato omonimo nel Messico (America settentrionale).
Su una superficie di $58.488 \mathrm{~kmq}$, comprende una popolazione di 550.000 ab . dei quali 495.000 cattolici distribuiti in 25 parrocchie servite da 48 sacerdoti diocesani e 3 regolari; ha un seminario; 2 comunità religiose maschili e 21 femminili (Ann. Pont. 1932, p. 380). La diocesi fu creata dal papa Leone XIII il 27 genn. 1884 quale suffraganea di Durango.
BibL.: C. Crivelli, s. v. in Cath. Enc., XIV, pp. 12-13; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., 26 (1927), pp. 475-78. Enrico Josi
SINASSARIO. - Dal greco ouva $\xi \alpha \dot{\alpha} \rho \omega$, da ou$\alpha \dot{\alpha} \gamma \omega=$ radunare, e $\sigma \dot{\alpha} \nu \alpha \xi \iota \varsigma=$ adunanza. Questo termine designava un "libro liturgico che si leggeva nelle adunanze religiose ". Tale accczione è puramente cristiana, quindi anche il significato varió seguendo gli sviluppi liturgici delle adunanze cristiane. Però, il significato fondamentale di « libro liturgico " gli rimase sempre.
Anticamente il s. costituiva una specie di lezionario che racchiudeva specialmente pericopi bibliche senza escludere altri scritti di natura edificante. Tali pericope intercalavano la sesta e la settima $\dot{\omega} \delta \dot{\eta}$ (inno) dell'ó $\rho \theta \rho \circ \varsigma$ (ufficio divino dell'alba, landes del rito latino).
A poco a poco dalla prevalenza biblica si passo a quella agiografica. Quindi il s. divenne un libro liturgico che in Occidente potrebbe essere paragonato al martirologio, in cui la memoria del santo era accompagnata da una breve notizia biografica edificante, come nel II Notturno dell'Ufficio del rito latino. In questo caso si chiama "grande s. ". Qualora, invece, i santi del giorno siano semplicemente ricordati, si ha il "piccolo s. ". Il s. è la parte storica dell'Ufficio divino.
BibL.: H. Delehaye, Symposium Ecclesiae Constantinopolitanae, in Prokylasum ad Acta SS. Novembris, Bruxelles 1902, ed. critica fondamentale; A. Couturier, Cours de liturgie grecque. melhite, II. Office divin, Gerusalemme-Parigi 1914, pp. 27.
Martiniano Roncaglia
SINCERO, LUIGI. - Cardinale, n. a Trino Vercellese il 26 marzo 1870 , m. a Roma il 7 febbr. 1936.
Studiò a Vercelli e a Roma, laureandosi in filosofia, teologia e diritto canonico. Fu ordinato sacerdote nel 1892. Dopo essere stato Vice-Rettore del Collegio Lombardo in Roma, fu canonico teologo di Vercelli e professore in quel Seminario. Si laureò in giurisprudenza all'Università di Torino con pieni voti e lode. Tornò a Roma nel 1908 come uditore della S. R. Rota e fu consultore apprezzato in molte congregazioni. Nel 1912 ottenne l'ascrizione all'Albo degli avvocati di Roma, con facoltà di patrocinare le cause presso la Cassazione. Nel 1917 fu nominato segretario della Pont. Commissione per l'interpretazione del CIC e nel 1920 assessore della S. C. Concistoriale, per cui nel 1922 fu segretario del Co