volume-11

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rmazioni dei temi, l'intransitivo qatula si è fatto rarissimo : qatila
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(per cortesia del soc. F. Vattioni)

Siria - Porta di S. Paolo a Damasco.
spesso si confonde con qatala. Mancano affatto i passivi in $u$, i riflessivi in $n$, e il conativo; il causativo si forma con ', benché vi siano tracce anche del causativo in $s a$ e ha. Vi è pure un riflessivo proprio del tema fondamentale, del tema intensivo e del tema causativo. Si trova di tanto in tanto una formazione con dittongo ( $a x, a j$ ) nella prima sillaba: p. es., sajhar "nutrire», gascod "accendere». Raddoppiamento della $3^{a}$ radicale c'è, p. es., in 'abded "far servo", 'ajnen "guardare"; ripetizione della $2^{a}$ e $3^{a}$ radicale, p. es., in bēzaccēs «farsi vedere ripetutamente», cioè "andar tronfio», eltēragrag "fantasticare" da Sērāgā, "lampada». Spesso si incontra la ripetizione dell'intera radice biradicale, p. es., ramrem «elevare», gangen "cantare». Radici a 4 radicali non di rado nascono dalla dissimilazione della radicale raddoppiata di un qatula, p. es., 'argelda*'aggel "voltolare», pargl "rallegrare" dalla rad. pegjā "piacere». Quanto alla flessione si osserva che nell'imperfetto non c'è più né lo iussivo né l'energico. Certe modalità si esprimono però con forme del verbo "essere" (hēwā) composte con participi o forme finite. E rimasta invece qualche traccia del fatto che, come nell'arabo, anche in siriaco ad un perfetto qatula corrispondeva un imperfetto jaqtula, ciò che appare ancora in forme come neqrob "sarà vicino", pehbob "sarà magro". Come tempo addirittura nuovo appare in aramaico il part. att. nello stato assoluto con il valore di un presente, mentre il part. pass. assoluto con un dativo di autore equivale al passato, p. es., sēmi'li "ho udito". Il fatto che nella flessione dell'imperfetto colpisce di più è che, conformemente all'aramaico orientale, il prefermativo della $3^{a}$ sing. masc. e delle $3^{a}$ pl. masc. e fem. è $n$ invece di $j$. Residuo di una formazione triradicale antica nei verbi di media $j!m$ è il participio sir. e arabo $q \bar{a}^{\prime} i m$, la cui ' non può che ridursi ad una semivocale.

Nella morfologia del nome, una traccia dei casi antichi semitici forse è rimasta nell'antico locativo hadd $\bar{a}$ "a sufficienza». Forme come bēhate jōm « in quel giorno», bēhate dār « in quella generazione», sembrano testimoniare che di tanto in tanto il nome per se stesso è perfettamente determinato, come accade nell'arabo, ecc. L'articolo determinato ha perduto il valore determinante, ma può essere sostituito da un suffisso, p. es., latre'sar talmīdaw (Sin) тoús $\operatorname{Bō} \bar{a} \times \mathrm{ua} \vartheta \eta \tau \dot{\alpha} \varsigma$ (Mc. 6, 7); tale suffisso è usato normalmente dinanzi a un genitivo determinato (con $d \bar{c}$ ), un accusativo determinato, una preposizione, p. es., 'alēh 'al médittā, "contro la città". Un avanzo della mimazione, cioè dell'antico articolo indeterminato, si ha, p. es., in ōmām "di giorno". Lo stato costrutto con il suo nome retto esprime ormai un concetto unico e nuovo, p. es., huppäh mellé " risposta"; non di rado (principalmente se part. od aggettivo verbale) lo segue una preposizione, p. es., näsbaj bappé "ipocriti ", mēsām bērētā "castigo ". La desinenza femminile -at, antico segno per diverse classi di

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(per carte'ia del sec. F. Vattioni)
Siria - Le rovine della Cattedrale medievale di Tàrtus.
nomi (collettivi, deteriorativi, ecc.) si usava anche per la formazione dei cosiddetti nomi di unità. Di ciò rimane, p. es., zēbattā "una volta" da zabnā "tempo", nēfēštā "una respirazione" da nēfēsā "il respirare", bē'tā "uovo" ecc.. i cui plurali masc. sostituiscono adesso il collettivo di forma sing. Questa desinenza -at serve pure a formare degli astratti da aggettivi verbali, p. es., zēbintā "compra" da zēbīná "comprato", hēflhtá "rovina" da hēflhtá "distrutto", "guasto". Per la formazione di astratti si usa anche la desinenza femm. -aj. Cosi nascono dei nomi di verbo (maydar) come tu'jaj "errore", tulfaj, "nascondimento ". L'arabo ubraj "un'altra" equivale a ohré dell'antico aramaico, la cui $\bar{e}$ si conserva in sir. brétā.

Quanto ai numeri, del duale non sono rimaste se non certe forme numerali (due, venti, duecento). Come in questo caso, cosi anche nel plur. prevale senza restituione la formazione a desinenza ( $-a j,-i n,-\bar{e} ;-a ́ t,-a ̆ n$, -ātā). Ciò nonostante si hanno tracce del tipo dei plur. fratti, cosi frequenti nel sudsemitico, p. es., qurjā "paesi" (qutal), arabo quran (però dinanzi a suff. e nello st. costr. si trova già la desinenza -aj); bemrā "gregge di asini" è del tipo qital. Ai tipi fratti qutal, qital, qutal è anche aggiunta la desinenza del plur., p. es., bātēe case", 'ammē "popoli", gallē "onde". Le forme henhé "palati" e gunbē "ruberie", come appare dalla muta spirante, sono qital e qutal. Non sembra che siano rimaste vestigia dei plur. delle piccole quantità (pl. paucitatis), mentre si è voluto vedere in queste forme cosi difficili a spiegarsi, come $r \bar{a}$ 'anmcatā "pastori", pl. di $r \bar{a} j \bar{a}$ (qátil di $3^{a} j / w$ ) un antico plur. di plur., formato con -at il plur. della forma ru'át (tipo qutalat, plur. fratto arabo dei qátil di $3^{a} j / w$ ), cambiando però la prima vocale secondo il sing. E sicuro che in rasorēbin "grandi" la ripetizione della base, la quale per lo più esprime un distributivo, è adoperata per l'espressione del plur. La stretta connessione delle forme astratte con il plur. (come in ebr. zēqûnûn "vecchiaia *, bēhûrîm "giovinezza ") appare, p. es., in hērûrē "liberazione», mēhûrē "il maritare». Per il transito di un astratto (maydar, nomen verbi) al senso concreto, cosi diffuso in tutto il semitismo, basti l'esempio talmhāa "discepolo" (letteralmente "l'avvezzare", "l'abituare", da limūd "avvezzo"), cui corrisponde in ebr. limmûdh; ambedue tipi, cioè taqtlî e qūttūl rispettivamente in aram. e in ebr., per esprimere un nome verbale del tema intensivo.

Nella sintassi si noti il fatto che lo stato assoluto dei participi e aggettivi verbali esprime il predicato della frase. La sintassi del periodo si allontana molto dal tipo puramente semitico. La frase nominale è rara; non esistono le frasi apparentemente indipendenti e di fatto subordinate, come le frasi hāl, le condizioni senza congiunzione, ecc.; abbondano invece le congiunzioni subor-
dinanti. La posizione delle parole è molto libera, e nessun'altra lingua semitica quanto il siriaco ha assimilato tanta copia di parole straniere: accadiche (sumeriche), ebraiche, persiane, greche, perfino latine attraverso il greco. Le stesse particelle greche $\bar{\theta} \bar{\varepsilon} \varepsilon$ y'áz sono state imitate, usando però radici semitiche.

La lingua siriaca è la meno semitica di tutte le lingue semitiche e la più sottoposta all'influsso ellenistico. Raimondo Köbert
VI. Il RITO SIRIACO. - Denominato anche siro-antiocheno, siro-occidentale, siro-palestinese, questo rito è in uso oggi nei patriarcati siri (cattolico e dissidente) e, dopo il 1653 , nelle diocesi malankaresi (v.) dell'India; ad esso si riallaccia il rito maronita (v.). Fino alla formazione di una Chiesa separata dei monofisiti in Siria, nel sec. vi, il rito siriaco non si distingueva da quello antiocheno (v.) degli ortodossi.

Dopo la separazione esso ebbe il suo sviluppo proprio, determinato dall'eliminazione della lingua greca più che degli elementi greci. Di fatto, esso si presenta come una
felice combinazione di elementi siri e greci : accanto ad antiche anafore greche usa anafore redatte in siriano, insieme a lezioni bibliche prese dalla versione péšittá ne legge altre prese dalla versione eracleense; oltre gli inni siri usa quelli dell'octoechos di Severo di Antiochia, agli 'enjûnē siriaci mischia canoni greci tradotti; e insieme ai mêmré di autori siri fa leggere omelie di Padri greci. Lo sviluppo durò oltre il sec. IX e nuove anafore furono composte fino al sec. xv. La lingua araba, che fu adoperata poco prima del sec. x, prese poi un posto sempre più importante (cf. per i cattolici Synodus Sciarfensis... anni 1888, Roma 1896, p. 34 sg.); nel sec. xix fu ammessa in qualche regione anche la lingua turca; la scrittura rimase sempre quella siriaca. V. battesimo; inNOGRAFIA, MESSA; ORDINE E ORDINAZIONE; PENITENZA; UFFICIO DIVINO.

RisL. E. Renaudot, Liturajarum orientalium collectio, II, Parigi 1726; H. Denzinger, Ritus Orientalium in administrandis Sacramentis, Wurzburg 1863; A. Baumstark, Das syriach-antiochenische Feriabereior, in Der Katholik, 81 (1902), pp. 4014x7, 238-50; 82 (1903), pp. 43-54; id., Festbrevior und Kirchenjahr der syrischen Jakobiten, Paderborn 1910; P. Hindo, Textes concernant les Sacrements (Codif. Can. Or., Fontes, $2^{2}$ serie, fasc. 271, Roma 1941), id., Liens et lembs sortis, ivi, $2^{2}$ serie, fasc. 28, Roma 1943; A. Roes, L'étude de la liturgie syrienne: son état actuel, in Misc. liturg... L. C. Mohlberg. I, Roma 1948, pp. 215-46 (con ampia bibl.).

Allonso Raes
VII. Letteratura. - La lingua siriaca, già in uso presso i cristiani della S. antica, dell'Osroene e della Mesopotamia, costituisce, insieme alla lingua del Talmud babilonese, l'aramico orientale. La letteratura siriaca, i cui primi scritti cominciano con il sec. III, fiori soprattutto dal sec. IV al sec. VII, epoca in cui cominciò ad essere sostituita da quella araba. Tre sono i rami della letteratura siriaca : autori ortodossi, dagli inizi fino al sec. v; da allora fino al secondo millennio si hanno parallelamente autori giacobiti (v.) e nestoriani (v. nestorio e nestorianesimo). Nel primo periodo si adopera la scrittura estrangēlā, mentre i giacobiti aggiungono piccole vocali greche (scrittura sertā) e i nestoriani (scrittura "nestoriana") un sistema di vocalizzazione per mezzo di punti.

Ecco le principali caratteristiche della letteratura siriaca: 1) comprende quasi esclusivamente scritti ecclesiastici; 2) accettati i primi autori persiani, gli altri dipendono dai Greci come si vede dall'abbondanza delle versioni; 3) dimostra un profondo senso religioso e una predilezione per la poesia. Questa consiste in ciò che i versi hanno un certo numero di sillabe.

Sulle versioni siriache della S. Scrittura v. sotto. I Siri hanno conservato molti scritti greci il cui originale

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è andato perduto. Le versioni siriache di filosofi greci hanno poi servito di base per le corrispondenti versioni arabe di cui durante il medioevo sono state fatte traduzioni latine.

Gli autori più cospicui del periodo ortodosso sono Afraste, s. Efrem, il più celebre fra gli autori siriaci, Cirillona e Bâla, di cui v. le singole voci : v. anche atTi del martini.

I manoscritti siriaci, alcuni dei quali sono del sec. v, si conservano specialmente nel British Museum e nella Biblioteca Vaticana. Cf. W. Wright, Catalogue of the syrmes, in the Br. Mus. acquired since the year 1838, Londra 1870-72 (2 voll.); St. E. Assemani, Bibliothecae apostolicae vati. cadd. Mus. catalogus in tres partes distributus, Roma $1758-59$ ( 2 voll.).

Bibi.: le principali edizioni complessive di autori siriaci sono la Patrologia Syriaca, di cui sono apparsi 3 voll., edita da R. Graffin e Parigi; la Sevier syriaca del Corpus scriptorum christianorum orientalium e la PO. I migliori trattati sono R. Duval, La littérature syr., Parigi 1907; A. Baumstark, Geschichte der syr. Literatur, Bonn 1925; J.-B. Chabod, Litter-syringue, Parigj 1934. Per le iscrizioni v. il Corpus inscriptionum Semiticarum.

Ignazio Ortiz de Urbina
VIII. Version: siriache della Bibbia. - Sono importanti sotto diversi aspetti : rispecchiano la vita quotidiana di quei cristiani, le scosse politiche e religiose (eresic) di quelle regioni. Furono conservate e tramandate con tenace fedeltà. Riguardo al Nuovo Testamento la versione siriaca è la più antica di tutte, e fatta in un idioma vicino a quello usato da Gesù. La loro storia mostra l'ellenizzazione sempre maggiore di una cristianità originariamente semitica. Benché finora si siano fatte molte ricerche utili, non sono ancora stati creati gli strumenti di lavoro desiderabili, specialmente edizioni critiche che incorporino anche le citazioni bibliche, ben vagliate, di tutta la letteratura siriaca. Da ciò deriva il fatto che in molte questioni non si arriva ad altro che a probabilità o ipotesi. Perdura, inoltre, per mancanza di fonti storiche (v. abbela, cronaca di), l'oscurità sulle origini e vicende delle cristianità siriaca.

Viene preferita da molti l'origine giudaica anziché giudeocristiana delle parti più essenziali della Pcšıṭtâ del Vecchio Testamento, che segue il canone (v.) palestinese, ad eccezione di Par., Esd.-Neh., Esth., e in cui appare un largo influsso dei Targum (v.), specialmente quello di 'Onqêlôs.

Quanto ai Vangeli, potrebbe anche per il Nuovo Testamento supporsi qualche Vangelo aramaico (Matteo originale, o il Vangelo dei Nazareni o secondo gli Ebrei ?), il che spiegherebbe l'influsso di qualche Vangelo apocrifo aramaico sul Diatessaron (v.) di Taziano (v.), che in ogni caso fu il primo Nuovo Testamento della Chiesa siriaca, composto prima del 172, secondo autori recenti, in una lingua siriaca di grandi qualità espressive e stilistiche, e che ebbe tanto influsso nella storia delle versioni orientali e persino occidentali (C. Peters, S. Lyonnet, G. Messina, A. Vööbus). Però autori più antichi inclinano a ritenere che il testo originale fosse composto in greco. Perciò citano un frammento trovato a Dura Equopos. Ma quello ed inoltre il Papiro Berolin. 16388 (pubblicato da O. Stegmüller) furono analizzati da A. Baumstark, i cui risultati sono accettati da studiosi recenti competentissimi (C. Peters, A. Vööbus). Taziano, uomo di grandissime doti, probabilmente sapeva scrivere altrettanto bene in greco che nella sua lingua materna. In ogni caso il « diatesaron» divenne la Bibbia amatissima della Chiesa sira per alcuni secoli. Il nome siriaco del diatessaron è Evangeljôn damêhnûlēṭé a Vangelo dai (testi) mescolati».

Ma già ben presto, forse prima per studi teologici, a quello fu opposto un Evangeljôn damépharrēté, il \& Vangelo dai (testi) separati», cioè il nostro Mt., Mt., Le., Io. (eliminando l'apocrifo), e rifatto secondo lo stile, anche se vi sia rimasto un largo influsso del diatessaron siriaco. Esisteva, inoltre, una pluralità irriducibile di tali
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(da A. M. Ocriani, Trandatio Syra etc., Milano 1823, fol. 3885 Siria - Explicit di Ezechiele, incipit di Osex, Cod. del sec. viI della Biblioteca Ambrosiana - Milano.
versioni, fatte da varie persone in diversi tempi e luoghi. Ebbe parecchie forme opposte tra loro, dalle quali una è conservata nel palinsesto antichissimo, scoperto nel 1892 da Agnes Smith Lewis nel monastero di S. Caterina al Monte Sinai, e che per quel motivo viene chiamato il Silosinaltico; è un codice dei secc. iv o v. Già 30 anni prima H. Tattam aveva portato in Europa un altro prezioso codice proveniente dal monastero di S. Maria Madre di Dio nel Deserto nitriense d'Egitto, poi edito da W. Cureton (Londra 1858), e chiamato il Sirocuretoniano. Questi due codici dei Vangeli sono indipendenti tra loro; essi sono più o meno vicini al diatessaron; esistevano inoltre altre forme del testo siriaco dei Vangeli, p. es., di Tito di Bostra (v.).

La diversità di testi del Nuovo Testamento e le incompletezze ed inaccuratezze del Vecchio Testamento nei secc. iv e v esigevano una revisione; sulla quale ebbe grande influsso il testo volgare greco di Antiochia, dove studiarono molti sacerdoti e futuri vescovi della Chiesa siriaca. Furono eliminate le lezioni a armonistiche a causate da Taziano, furono tolte altre interpolazioni, furono reintegrate le omissioni ed il tutto stilisticamente fu conformato al testo greco di Antiochia. Si ignora però chi fossero i revisori, i quali, date le differenze fra i singoli libri, furono molti, forse non della stessa generazione o periodo.

Alla fine quella Bibbia fu introdotta anche per leggi ecclesiastiche; 'Teodoreto di Ciro (v.) e Rabbûlâ di Edessa sostennero una lotta accanita per sradicare dal loro gregge l'uso del diatessaron, già venerabile e più pratico, p. es., per monaci viaggianti. Così non senza lotte e ritardi quella revisione divenne la Bibbia della Chiesa sira, praticamente fino ad oggi. Il nome di essa, che ci tramanda per primo M888 ba Kèfâ (m. nel 913), è Pêlittâ, termine che significa, preso nel contesto, piuttosto la a semplice $»$ che non la "volgata», e si oppone alle versioni che più tardi venivano fatte in materia più scientifica secondo i testi greci, di cui l'influsso andava crescendo. Originariamente mancavano oltre i deuterocanonici del Vecchio Testamento, i libri II Pt., II-III Io., Iud.,

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(fei, Enc. Catt.)
Siria - Frontexpizio della Bibbia in lingua sirisca dell'edizione di Mossul, 1886 (cattolica). Exemplare dell'Istituto Biblico Roma.
inseriti però in manoscritti del sec. xi, e l'Apocalisse, inserita in manoscritti del sec. xirI.

Si hanno principalmente quattro recensioni della Pēlijtā: la nestoriana, la giacobita, la melchita e la maronita. La prima edizione di essa è quella di Gabriele Sionita (v.) nel 1645 nella Poliglotta di Parigi, riprodotta poi, da Brian Walton, in quella Londinese nel 1657, che è basata però su uno dei peggiori manoscritti e fu vocalizzata e trattata liberamente dagli editori e non senza abbagli tipografici. Walton però nel vol. VI dà i risultati di una collazione di manoscritti fatta da Herbert Thorndike, anch'essa con cose meno accurate, ma non ancora si può trascurarlo dato che non esiste altro apparato critico per la Pēlijtā intera. L'Ottocento ci diede tre edizioni, nessuna però di valore critico. Quella di Samuel Lee (1823) è sostanzialmente una ristampa della poliglotta. L'Urmiense, edita nel 1852 in Urmia (Irân) dalla American protestant missionary society, si basa su alcuni manoscritti nestoriani e dà la puntuazione per il testo completo, però dipende molto da S. Lee. Quella curata dai Padri domenicani di Mossul nel 1887-91, perciò detta Mossuliense, è la più completa, bella e comoda; sulla sua origine informa J. M. Vosté in Misc. card. Mercati, I (Città del Vaticano 1946), pp. 59-94, ma non dice da quali manoscritti fu preso il testo biblico. Con P. Bedjan e A. Vaccari la si può ritenere "la migliore di tutte" (rist., Beirut 1951; è l'unica in commercio). Rimane urgente il problema di una edizione critica dell'intera Pēlijtā, oltre le esistenti edizioni critiche parziali (Pentateuco, Salmi, Isaia, Paralipomeni ed altri).

Versioni più scientifiche si fecero sempre secondo il testo greco, nel secc. vi e vir. La prima fu fatta dal corepsicopo Policarpo per mandato del suo vescovo Filosseno di Mabbūg (v.) nel 508 ; comprendeva tutta quanta la Bibbia, anche le epistole deuterocanoniche e l'Apocalisse; per sfortuna sono rimasti solo frammenti del Nuovo Testamento e dei Salmi, cosi che affiorano attorno ad essa
molte discussioni, come quella recente se abbia per base un codice lucianeo di Antiochia (J. Schildenberger) o uno euthaliano, da Cesarea in Palestina, con un certo apparato critico (G. Zuntz); lo Zuntz potrebbe avere ragione in quanto sta in mezzo fra la libertà della Pēlijtā e la schiavitù alla lettera greca, della versione Harclense. Questa comprende soltanto il Nuovo Testamento e comporta oltre il testo un apparato critico; si disputa però se il testo di base sia il Riossoniano, al quale Tommaso vescovo di Mabbūg (Harqel) negli aa. 615-16, collazionando codici nel chio. stro Ennatum presso Alessandria in Egitto, abbia aggiunto l'apparato che incorpora il risultato delle sue collazioni secondo la tecnica alessandrina, o se abbia piuttosto recensito e modificato il testo; di tale testo sono rimasti parecchi manoscritti. Per il Vecchio Testamento nel 617-18 Paolo, vescovo di Tella (presso Edessa, sotto il mandato di Atanasio, patriarca scismatico di Antiochia), fece cosa simile. Prese la quinta colonna nelle Esaple (v.) di Origene e la tralusse fedelmente in siriaco ritenendo i segni di critica testuale, come gli asterischi, gli obeli ecc. e le note marginali; il più celebre manoscritto dell'Ambrosiana di Milano fu pubblicato da A. M. Ceriani (Menamenta sacra et profana, Milano 1874) in una bella edizione litografica; quel manoscritto non comprende tutto il Vecchio Testamento; però, dando i segni di critica testuale di Origene, ci è di massimo aiuto per ricostruire l'Esapla e dà Daniele nella versione dei Scttanta, sostituita nelle Bibbie greche da quella di Teodosione. Ma già nel 704-705 Giacomo di Edessa fece un'altra recensione del Vecchio Testamento secondo i Scttanta; divise anche il testo dando brevi sommar ai singoli capitoli, aggiungendo note marginali ecc., e la "mosera siriaca", che prende nome dal chiosiro di Karkaftā, sul fiume Hābūr (ma non esiste una "versione karkafana ").

Non è strettamente siriaca la versione siropalestinese della Bibbia greca completa nel dialetto galileo-aramaico più recente, scritta in carattere siriaco; è in uso nella liturgia dei melchiti; non devono essere sottovalutate relazioni dirette con le versioni sirische, né l'influsso dei Targum sulle due versioni; risalirebbe ai secc. iv-vi.

Bib.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, passim; C. Peters, Das Diatessaron Tattans (Orïnt. christ. analecta, 123), Roma 1939, pp. 218-30; H. Hajafi-B. Gut, Introd. gener. in Sacram Scripturam, $3^{2}$ ed., Napoli-Roma 1930, pp. 32233; A. Vööbus, Studies in the history of the Gospel text in Syriac (Corpus script. Crist. Or., 128, Subsidia, 3), Lovanio 1951, pp. 1-2xV. Testo originale del Diatessaron: A. Baumstark, Arabische Ubersetzung eines altsyrischen Evangelientextes, in Orientalia Christiana, 29 (1932), pp. 165-88; id., Neue orientalistische Probleme biblischer Textgeschichte, in Zeitschrift, d. Deutschen Morgenländ. Gesellschaft, 89 (1933), pp. 89-118; id., Das griechische Diatessaron-Fragment von Dura Etnodos, in Oriens Christianus, 32 (1935), pp. 244-52; id., Die syrische Übersetzung des Titus von Rostra und das Diatessaron, in Biblica, 16 (1935), pp. 237-99; id., Eta weiteres Bruchstück griechischer Diatessarontexte (P. Berolin. 16366), ibid., 36 (1939), pp. 111-15; C. Peters, op. cit., pp. 195-213; A. Vööbus, op. cit., p. 22. Quanto alla Vetus syra: F. C. Boehler, Evangelien - du-Mepharveche, 2 voll., Cambridge 1904; A. Smith Lewis, The Old Syrian Gospels...,ivi 1910; H. J. Vogels, Die altsyrischen Evangelien in ihrem Verhältnis zu Tattans Diatessaron (Bibl. Studien, 16, v), Friburgo 1911; id., Methodisches zur Textkritik, in Bibl. Zeitschr., 11 (1911), pp. 367-96. Inoltre: C. Peters, op. cit.; A. Vööbus, op. cit.; M. Black, The Gospel Text of Jacob of Sarug, in Journ. of theol. stud., 2 (1951), pp. 57-63; id., Zur Geschichte des syrischen Evangelientextes, in Theol. Literaturzeitung, 77 (1952), pp. 709-10. Sulla Pēlijtā: J. Schönfelder, Onkelas und Peschittba, Monaco 1869; G. H. Gwilliam, The materials for the criticism of the Peshitta of the New Test., Oxford 1891; J. F. Berger, The influence of the LXX on the Peshitta Psalter, Nuova York 1895; W. E. Barnes, On the influence of the LXX upon the Peshitta, in Journal of theol. stud., 2 (1900 ag.), pp. 186-97; J. Pinkerton, The origin and early history of the Syriac Pentateuch, ibid., 15 (1913 ag.), pp. 14-41; J. Bloch, The influence of the Greek Bible on the Peshitta, in Amer. Journ. of Sem. Lang., 36 (1919 ag.), pp. 161-66; id., The Pentateuch Text of the Peshitta, ibid., 37 (1920 agg.), pp. 136-44; L. Heeddi, Die Peschitta des Alten Testaments... (Alttest. Abh., 11, 1), Münster 1927; A. Allgeier, Codex Philipps 1388 in Berlin und seine Bedeutung für die Geschichte der Peschitta, in Oriens Christianus, 29 (1932), pp. 1-15; F. Rosenthal, Die aramaistische Forschung..., Leida 1939; C. Peters, op. cit.; A. Vööbus, op. cit.; M. Black, Rabbala of Edessa and the Peschitta, in Bull. of the Yohn Rylands Libr., 33 (1951),

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pp. 203-10; id., The New Test. Peshitta and its predecessors. The Stud. New Test. Societas Bulletin, 1 (1920), pp. 51-62; B. J. Roberts, The Old Test. text and versions, Cardiff 1951, pp. 214-28. Filossemiana e Herclense : oltre H. Hüpfl-B. Gut, op. cit., cf. G. Zuntz, The ancestry of the Harblean New Test. (The British Academy Papers, 7), Oxford 1945; cf. Rev. bibl., 54 (1947), pp. 127-31; P. E. Kahle, The Chester Beatty Ms of the Harblean Gospel, in Misc. G. Mercati, VI, Città del Vaticano 1948, pp. 208-33; G. Zuntz, Etudes barbléennes, in Rev. bibl., 27 (1950), pp. 520582. Siro-esaplare: H. Hüpfl-B. Gut, op. cit., p. 322 sgg. Siropalestinese: ibid., p. 331 sgg.; A. Baumstark, Das Problem des christlich-palästinensischen Evangelium-Textes, in Oriens Christianus, 32 (1935), pp. 201-24; C. Peters, op. cit., pp. 121-25. Pietro Nober
IX. Arte cristiana. - Dal punto di vista della storia dell'arte la S. durante l'epoca cristiana può essere considerata distinta in tre grandi parti a caratteristiche proprie. La prima è la vasta zona costiera lungo il Mediterraneo da Gaza sino ad Antiochia, di maggiore o minor profondità secondo i punti, occupante nella sua parte settentrionale tutta la valle dell'Oronte con le città di Apamea, Epiphania ed Emesa, sino ad Heliopolis; poi l'oasi di Damasco e all'estremità meridionale l'intera Palestina e la parte della provincia d'Arabia a sud di Gerasa. E nel suo assieme una terra profondamente ellenizzata, comprendente le più grandi città sedi di antica e sviluppatissima cultura, ricchissime per industrie e per traffici, aperte sul mare verso tutto il mondo mediterraneo e specialmente verso la sede imperiale, Bisanzio. La seconda parte a caratteristiche sue proprie è costituita dalla regione del Haurān, grande altipiano vulcanico ricco di rocce basaltiche, abitato sino dall'epoca ellenistica da una popolazione a carattere arabo, contenente molti centri antichi ma forse solo una grande città culturalmente importante, Bostra (Bosrā). La terza parte è quella delle colline calcaree della Siria interna ad oriente della valle dell'Oronte, partente dal Gebel al-'Alā all'altezza di Hamā a sud per giungere a nord sino a comprendere tutto il Gebel Sim'ān, ed arrivando, ad oriente, sino al Gebel al-Hass: è un territorio più nettamente aramaico. E nella prima parte che si è svolta la maggiore produzione artistica e dove non solo sono state create le più grandi opere dell'arte cristiana siriaca, ma dove ha avuto luogo la produzione di tutte le forme della decorazione e del lusso, pitture e musaici parietali, ricchi musaici pavimentali, codici miniati, oggetti di oreficeria, avori intagliati e così via. Ma disgraziatamente le sue grandi costruzioni architettoniche sono quasi totalmente scomparse e non si conoscono se non attraverso antiche descrizioni. Le due altre parti hanno invece conservato una quantità, quasi una esuberanza di monumenti architettonici, in grande numero abbastanza bene conservati nelle parti ancor oggi fuori terra, in modo che si possono giudicare pienamente dal punto di vista artistico, mentre gli scavi potranno solo precisarne i dettagli liturgici o quelli interessanti la storia civile. Per di più la massima parte di questi monumenti è stata pubblicata in comodi repertori (M. de Vogüé, H. C. Butler) sì che il loro studio ne è facile : e ancora maggior ricchezza di dati si avrà quando saranno stampate le accurate e minuziose ricerche dell'architetto russo Čalenko. Questa facilità di studi dei monumenti della Siria interna ha fatto sì che nei libri sull'arte cristiana siriana, e specialmente sull'architettura, solo quasi di questi si parla : mentre essi non sono se non la produzione della parte di minor cultura e meno creatrice del paese. Il che ha generato un non piccolo squi-
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Siria - Pianta del santuario dei SS. Sergio, Bacco e Leonzio a Bostra (512), disegnata da J. Crowfoot.
librio nel giudizio artistico, che, qui, per mancanza di spazio, non si può se non correggere in modo necessariamente sommario.

La prima parte del territorio siriano sopra delimitata è zona eminentemente ellenistica, greca di cultura e di lingua e che non solo ha ereditato tutta la tradizione antecedente, ma che ha continui contatti con i grandi centri del Mediterraneo orientale, Alessandria, Efeso, Bisanzio; e che nello stesso tempo attira, per ragioni commerciali, quegli elementi orientali e specialmente iranici che apportano modelli o idee orientali. Non per nulla, già nel sec. III, musaici pavimentali di Antiochia mostrano motivi decorativi iranici. Per di più è regione estremamente ricca e la potenza finanziaria della clientela genera sempre più grandi ordinazioni e la possibilità negli artisti delle più vaste ed ambiziose concezioni e realizzazioni. Infine è quella che ha visto sorgere entro i suoi confini le grandi fondazioni imperiali e non solo sui Luoghi Santi. Tutto ciò importa scambio di idee, possibilità di ottenere qualsiasi materiale, dovizia di mezzi che attira i migliori elementi anche da lontani paesi. Quindi l'architettura, che è l'arte fondamentale intorno alla quale le altre si organizzano, vi ha realizzato i più diversi programmi. Questo già si verifica fino dalle costruzioni costantiniane che introducono in S. la basilica ellenistica a colonne provvista di atrio adattata alla liturgia cristiana e la sua differenziazione dall'edificio a planimetria centrale, usata come martyrion o per altri usi distinti. Al S. Sepolcro di Gerusalemme i due tipi appaiono uniti in un solo complesso architettonico per mezzo di un atrio: ivi l'Anastasia è una rotonda a deambulatorio. Alla basilica della Natività di Betlemme la struttura basilicale è invece direttamente saldata all'edificio a piano centrale che in questo caso è un ottagono. L'ottagono a deambulatorio appare, sempre a Gerusalemme, nella chiesa dell'Ascensione e nella tomba della Vergine, per riprodursi più tardi, con maggiore complessità di locali periferici, nel Santuario del Monte Garizim : la rotonda ritorna anch'essa in seguito a Beisān (Scythopolis). Un tipo più complesso è quello dell'otta-

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(da DACE, XI, coll. 1228-30)
Siria - Pienta della basilica di S. Sergio a Rusâfah-Sergiopolis (sec. vi), disegnata da Spanner e Guyer.
gono con ogni lato aperto da nicchie, alternativamente semicircolari e rettangolari, che si delineano anche allo esterno : esso è certamente ellenistico, vista la sua riproduzione nella Piazza d'Oro della villa di Adriano a Tivoli, ove l'Imperatore fece copiare gli edifici che più lo avevano colpito in Oriente. La sua adozione da parte del cristianesimo è provata dalle lettere di Gregorio da Nyssa ad Amphilochios di Iconio, dove è descritto un martyrion fatto costruire in tale forma: il tipo deve esser stato assai diffuso, data la sua importazione nella valle del Po, ove è adottato in parecchi battisteri. Deve esser stato conosciuto anche in S., dove però non ci è documentata la sua forma semplice, ove, come a Nyssa, le nicchie rettangolari sono tanto allungate da rappresentare una croce: ma si conosce una sua estensione monumentale e veramente grandiosa nel santuario sorto intorno alla colonna dello stilita Simeone a Qal'at Sim'ân, ove i quattro bracci della croce si ingigantiscono in strutture basilicali a tre navate. Questa derivazione, fino ad ora non osservata, è la sola che spieghi la genesi di quel magnifico santuario. Una forma più semplice fu realizzata in seguito al santuario di un altro s. Simeone sul Monte Ammirabile non lungi da Antiochia. L'idea di collegare i quattro bracci della croce ad un martyrion centrale, dando ad ognuno una struttura basilicale, può derivare dal santuario pre-giustinianeo di S. Giovanni ad Efeso: ma qui l'edificio centrale è quadrato. Nel martyrion di S. Babila, elevato presso Antiochia fra il 381 ed il 387 , si ha una semplice forma a croce con i bracci partenti da un quadrato centrale a mura più spesse, forse perché sopraelevato a forma di torre: analogo è il santuario al pozzo di Giacobbe a Sichem (Naplusa) descritto e disegnato dal pellegrino Arculfo. Anche il tipo di santuario a croce iscritta, cioè tracciata nell'interno di un quadrato, è di origine ellenistica, dovendosi risalire come fonte prima a quei tipi di edifici di cui un esempio ci è conservato nel Tychaion di al-Mismiyah (Phaenea) sul bordo settentrionale del Leğah (Tracho-
nite) : una sua realizzazione incompleta si vede al martyrion di S. Elia ad Ezra' (Zoroa) al margine occidentale del Haurân e nella S. media ad al-Anderîn, ma il suo più monumentale sviluppo fu realizzato alla chiesa dei Profeti, Apostoli e Martiri di Gerasa sorta nel $4^{6} 4-65$. Sembra che sia stata in forma di croce, ma non si sa di che tipo, più che non una basilica a transetto, la chiesa elevata a Gaza del vescovo Porfirio sulle rovine del distrutto Marneion, costruita da un architetto di Antiochia su un piano inviato da Bisanzio dall'Imperatrice : il fatto che questa mandò anche molte colonne di marmo del Caryatos potrebbe far pensare a qualcosa di simile alla chiesa di Gerasa. Un tipo di edificio ellenistico, assai largamente usato dai Romani nell'architettura termale, è quello di un ottagono con quattro nicchie semicircolari su quattro lati opposti due a due, il tutto iscritto in un quadrato esterno: lo si trova adottato dai cristiani al battistero di Qal'at Sim'ân e, con un deambulatorio interno formato da un ottagono di otto colonne, al S. Giorgio di Ezra' elevato nel 515 su "un soggiorno dei demoni... ove si sacrificava agli idoli", come dice l'iscrizione di fondazione. Probabilmente è sorto sulle sottostrutture del distrutto tempio pagano. Ma è ad Antiochia che è sorto l'edificio più celebre a planimetria centrale della S. cristiana, la "Chiesa d'Oro" costruita da Costantino: fu iniziata nel 327 , ma terminata e consacrata solo nel 341 . Per quanto edificio tanto rinomato il poco che ci è noto sulla sua struttura (contenuto in due passi di Eusebio) non permette una ricostruzione nemmeno approssimativa: si sa che era di forma ottagonale, provvisto di una cupola e di esedre. Questo ultimo accenno fa dubitare che la sua planimetria avesse qualche rapporto con quella di un edificio da non molto scoperto al porto di Antiochia: Seleucia di Pieria. Nel mezzo di questa costruzione sta un quadrato formato da quattro pilastri ad $L$ angolari, collegati per mezzo di quattro esedre a colonne; il tutto è circondato da un deambulatorio di cui il perimetro esterno segue parallelamente quello interno del quadrato ad esedre. Ad oriente si apre un'abside preceduta da una travata rettangolare. Un secondo edificio quasi identico fu scoperto ad Apamea, ma è ancora inedito. Il tipo ha avuta una grandissima diffusione. A Boşrâ il quadrato ad esedre sorge nel centro di un edificio circolare inscritto in un quadrato, con quattro grandi nicchie che occupano gli angoli del quadrato, di un tipo ben noto nell'architettura ellenistica di epoca romana e che si vede anche nella chiesa di S. Giovanni Battista a Gerasa: passa poi in Mesopotamia al santuario della Vergine di Amida ed al martyrion di Ruşâfah-Sergiopolis (dove in luogo del quadrato centrale c'è un rettangolo), e di li in Armenia, a Zwarthnora (s. 641-61) e a S. Gregorio di Ani (s. 1001). Verso Occidente si trova nell'edificio al centro della stoa di Adriano ad Atene, nei Balcani nella Chiesa Rossa di Peruática, per arrivare sino nell'Italia settentrionale ove a Milano si ripete nella chiesa di S. Lorenzo. Questa grandissima distribuzione delle derivazioni presuppone come modello di partenza un edificio celebre: il che potrebbe suffragare l'ipotesi accennata sulla struttura della chiesa costantiniana di Antiochia che Eusebio dice "unica nel suo genere", $\mu о v o \gamma \varepsilon v \varepsilon \varepsilon$ vı $\chi \rho \tilde{\eta} \mu \alpha \varepsilon \dot{\varepsilon} \alpha \dot{\alpha} \lambda \eta \dot{\alpha} \alpha \varsigma$. Un ultimo tipo di edificio religioso a piano centrale, realizzato in questa parte della S., è quello a cella trichora del martyrion di S. Giovanni Battista a Gerusalemme, della chiesa sul Monte Nebo e del convento di S. Teodoro presso Gerusalemme.

La realizzazione in alzato di tutti questi programmi planimetrici presuppone come condizione fondamentale la soluzione del problema della cupola. Sotto questo aspetto ci si trova davanti ad un fenomeno caratteristico: in tutta la S., come nella copertura delle navate i costruttori sono rimasti fedeli all'uso dei tetti in legname (e nel Haurân a lastre di basalto) e non hanno mai affrontato il problema delle vòlte, così per gli edifici che richicdevano una cupola o in mattoni od in pietra non hanno mai tentato di realizzarla. Non hanno nemmeno affrontato quindi il problema dei raccordi fra una cupola ed una planimetria d'impostazione quadrata, per quanto

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dovessero conoscerne la soluzione perfetta realizzata dagli architetti ellenistici (terme di epoca romana a Gerasa, tomba di Samaria ecc.) del raccordo a pennacchio e malgrado che il loro paese sia stato attraversato da quelle correnti che portarono in Occidente la soluzione iranica delle cupole su trombe. I costruttori siriaci durante l'epoca cristiana per quanto abbiano costruito piccole cupole negli edifici sepolcrali e negli edifici termali (ma quasi sempre con infantili soluzioni di raccordi), appena si sono trovati davanti a più ampie dimensioni non hanno eseguito mai se non tetti piramidali o cupole in legname. Il procedimento era tanto insito nel loro pensamento costruttivo che ancora dopo la conquista musulmana quei costruttori siriaci che furono impiegati a costruire la Cupola della Roccia (falsamente detta Moschea di Omar) a Gerusalemme, ne coprirono la retonda centrale con una cupola in legname. Quando, durante l'epoca cristiana, si trova nella S. qualche resa cupola reale, questa fu costruita dagli occupanti bizantini, con procedimenti costruttivi bizantini : così a Qaşr ibn Wardān. Se la S. porta preziosi contributi alla soluzione del problema di creare una chiesa di cui l'elemento fondamentale intorno al quale tutto si armonizza è la cupola, la sua realizzazione costruttiva non fu data se non da Bisanzio.

Anche nel problema di tutte le possibili forme che assume la chiesa a planimetria basilicale, la prima zona della S. ha conservato tracce di aver tentato varie soluzioni. A Rubaibah nel Nēgeb e nella già citata chiesa del Monte Nebo si trova la basilica a tre navate unita con un santuario a cella trichora: povere derivazioni provinciali di qualche grande edificio di cui è perduta ogni traccia. In modo analogo si deve considerare il Santuario della moltiplicazione dei pani ad at-Tabğa che presenta il tipo della basilica a transetto, che alcuni ritengono fosse anche realizzata nella chiesa elevata dal vescovo Porfirio a Gaza, su un piano inviatogli da Bisanzio, e costruita da un architetto di Antiochia. E pure di tipo nettamente bizantino la chiesa di S. Sergio a Gaza nota attraverso la dettagliata descrizione fattane da Chorikius: se si guarda l'accurata ricostruzione dello Hamilton si vede che essa era assolutamente identica alla chiesa di Qaşr ibn Wardān, monumento elevato da bizantini, con procedimenti costruttivi assolutamente bizantini ed impiegando esclusivamente mattoni, cosa che è contraria alla tradizione siriaca, ma propria della capitale. Ora S. Sergio di Gaza e Qaşr ibn Wardān nella S. settentrionale, sono state costruite quasi nel medesimo tempo. La sola differenza è che la cupola di Qaşr ibn Wardān è su raccordi a pennacchi, mentre quella di Gaza è su trombe a nicchie portate da colonne del tipo che si trova a Koğa Kalessi ed a Russ̃fahSergiopolis. Essa era preceduta da un atrio al quale si accedeva attraverso propilei, struttura di tradizione nettamente ellenistica. Una seconda chiesa di Gaza, quella di S. Stefano, anch'essa del principio del sec. vi, è invece una basilica a tre navate, divise da due file di colonne reggenti architravi, provvista di matronai e con un soffitto a cassettoni decorati ( $\kappa \varepsilon \lambda \alpha \delta \dot{\alpha} \alpha \kappa \omega \varsigma$ ) che nascondono il tetto: era anch'essa preceduta da un atrio dove l'ingresso era fiancheggiato da due torri e vi si arrivava per una grande scalinata. Complesso invero monumentale.

I citati testi di Chorikius offrono anche molti dettagli sulla decorazione delle due chiese di Gaza, che completano felicemente le indicazioni ben più sommarie che altri scrittori: dànno su diversi monumenti di questa parte della S. Si sa così del largo uso dei rivestimenti delle pareti con marmi colorati, delle pitture e dei musaici figurati che decoravano la parte principale dell'edificio. A S. Sergio erano rappresentati interi cieli evangelici, principalmente la Natività e la Fanciullezza, molti miracoli, scene della Passione sino all'Ascensione. Nella cupola stavano i profeti. Ma non mancavano anche figurazioni puramente decorative, giardini con alberi carichi di frutta e pieni di uccelli. A S. Stefano erano rappresentate scene egizianeggianti cosi diffuse nel basso periodo ellenistico, con la riproduzione del Nilo e delle sue rive e degli animali che vi si bagnano.

All'esterno della basilica della Natività era un musaico con la nascita del Redentore e l'adorazione dei Magi. Tutti questi musaici parietali sono completamente scomparsi : ma dell'abilità dei musaicisti siriani rimane una ampisoima documentazione nei numerosi musaici pavimentali giunti sino a noi. Che abilissime maestranze si fossero formate sino dall'epoca romana lo provano i molti musaici di Antiochia recentemente scoperti : con l'epoca cristiana si hanno moltissimi musaici datati da iscrizioni che si susseguono con intervalli non troppo grandi, sì che il loro studio storico ne è molto facilitato. E questi arrivano sin quasi al periodo della conquista musulmana. Ora è evidente che queste maestranze non sono scomparse completamente di colpo, e devonoi quindi a loro attribuire alcune opere eseguite per i nuovi dominatori arabi. L'identità stilistica dei musaici del palazzo di Hirbet al-Mefger e di molta parte di quelli della Cupola della Roccia, con altri di non molto anteriori specialmente eseguiti nella parte meridionale della provincia d'Arabia, dimostra che anche per l'arte musiva il periodo arabo degli Omayyadi non è se non l'ultima fase conclusiva dell'arte della S. ellenistica. Il motivo iranico della palmetta, più volte riprodotto nei musaici della Cupola della Roccia, era già stato assimilato dagli artefici cristiani, come mostrano le parti più antiche dei musaici di Betlemme con le rappresentazioni dei Concili. I musaici della moschea di Damasco (che conservano figurazioni risalenti alla pittura di Ercolano e di Pompei) provengono invece da modelli conservati a Bisanzio o sono opere di quelle maestranze bizantine che, secondo alcuni testi arabi, sarebbero state mandate dall'Imperatore.

Per una precisa conoscenza delle caratteristiche di stile della pittura figurata siriaca non è possibile disgraziatamente avvalersi del sussidio delle miniature in rotoli o codici, perché nessun manoscritto miniato anteriore al sec. viII può dirsi di provenienza siriana. Come tali generalmente se ne considerano parecchi, quali il celebre miniato dal monaco Rabūla nel 586 conservato alla Laurenziana di Firenze o i due della Bibl. nazionale di Parigi sir. 33 e 341; ma solo per l'assurda ragione che contengono testi in lingua siriaca. Ma il Laurenziano fu eseguito al monastero di Zagba in Mesopotamia e la provenienza dei due parigini è certamente da cercarsi nella stessa regione. La Mesopotamia e l'Oeroeoe, dove si parlava siriaco, hanno uno sviluppo artistico ben distinto da quello della S. Doveva esistere invero una miniatura assai importante, specialmente per l'illustrazione dei Vangeli, minuziosamente analizzata dal Millet e che egli chiamò appunto la «redazione di Antiochia», ma oggi non è nota se non attraverso copie abbastanza recenti (Bibl. naz. di Parigi, greci 74 e 923), il che, se è di grande importanza per lo studio iconografico, non rende alcun servizio per la conoscenza stilistica. Doveva pur provenire dalla S. (ma ad ogni modo non dalla S. ellenizzata) il prototipo del Pentateuco Ashburnham, da studiarsi in rapporto con le pitture di Dura, specialmente quelle della sinagoga: ma bisogna anche tener presente un'ipotesi dalla bassa Mesopotamia. Tale studio non è stato finora nemmeno tentato.

Un sussidio assai forte per lo studio dello stile nelle rappresentazioni figurate siriache dànno invece i piatti d'argento lavorati a sbalzo, specialmente quelli trovati a Kerynia nell'isola di Cipro, probabilmente trasportativi da qualche abitante di Antiochia fuggente davanti l'invasione musulmana. Essi rappresentano scene della vita di Davide. I più piccoli sono più nella direzione dello stile pittoresco ellenistico, con qualche richiamo alle miniature del rotolo di Giosuè della Vaticana e nello stesso tempo con procedimenti di stilizzazione che sembrano provenire dalle analoghe argenterie sāsānidi : i più grandi hanno invece rapporti con lo stile monumentale ed una composizione architettonica della scena, più caratteristicamente orientale. Pochi i monumenti della scultura decorativa che siano sopravvissuti: i più notevoli sono le colonne che oggi reggono il ciborio di S. Marco a Venezia ed alcuni bassorilievi utilizzati nel portale settentrionale della stessa Basilica, opere importantissime

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iconograficamente ma non eccellenti nello stile. Il capolavoro della scultura siriaca che si sia conservato è in avorio, cioè la parte frontale della cattedra cosi detta di Massimiano che si trova a Ravenna. Le figure di s. Giovanni Battista e dei quattro Evangelisti rappresentate entro nicchie, di uno stile severo, sono veramente di primissimo ordine : le due fasce decorative con animali entro volute di vigna rappresentano con ricchezza e gusto l'arte decorativa siriaca del sec. vi. Le altre sculture della stessa cattedra, di diverso stile, sono d'altra mano, quasi certamente egiziana. Più ampiamente è documentata la scultura decorativa, tanto nella S. ellenistica quanto nella S. interna settentrionale dove si svolge con la medesima evoluzione. Già in epoca pagana i monumenti da Ba'albek a Palmyra offrono esempi della tendenza di aumentare l'importanza dell'elemento decorativo su quello semplicemente formale dell'architettura: questa tendenza si esagera nell'epoca cristiana a tutto detrimento di una sua distribuzione logica. E sotto l'influsso dello spirito orientale che aumenta questo orrore del vuoto e la decorazione tende ad essere un rivestimento di tutte le pareti, quasi un tappeto teso su di esse. La tecnica stessa si trasforma: l'elemento decorativo, non più armonizzato con la struttura, perde ogni carattere plastico, si appiattisce in un semplice gioco di piani ove quello che rappresenta il motivo ornamentale campeggia sul fondo oscuro (tiefendunkel). Nuovi motivi venuti dall'Oriente si infiltrano su quanto ancora rimaneva di tradizioni ellenistiche, e poco a poco prendono il sopravvento. I due pilastri di S. Giovanni d'Acri, trasportati sulla piazzetta di S. Marco a Venezia, mostrano come il procedimento abbia ben presto conquistato la stessa Antiochia. La stessa esecuzione mostra l'intervento sicuro di maestranze orientali, mesopotamiche ed irániche. Si arriva cosi, in epoca araba, al trionfo completo di questa evoluzione, con la facciata del palazzo di Mâattâ. Una evoluzione parallela nella penetrazione di elementi e motivi iranici si osserva nell'arte della tessitura, industria fiorentissima della S. Già in alcuni peszi (oggi al tesoro del Sancta Sanctorum in Vaticano) con le scene della Annunciazione e della Natività, ove la parte figurativa é ancora nella tradizione antica, la decorazione riproduce la palmetta persiana, per arrivare infine a tutta una serie di magnifici tessuti ove anche i soggetti sono tolti dalla saga iránica, lotte di animali, arcieri galoppanti che szettano, disposti simmetricamente ai due fianchi di un albero centrale, l'hom sacro, quali quelli celebri del Museo diocesano di Colonia. Orientali tanto che molti il classificano come sâsânidi. E dunque la decorazione più che non la struttura degli edifici che documenta la continua e sicura penetrazione dello spirito orientale in S., sino al suo completo trionfo nel sec. viII.

I monumenti della seconda delle tre zone della S., l'Haurân, si contraddistinguono per un loro particolarissimo procedimento costruttivo. E questa una regione di rocce eruttive, specialmente basalti, che si possono tagliare in lastre fino a m. 3,50 di larghezza. Nello stesso tempo manca completamente di legname. Sino da tempi antichissimi era invalso l'uso di coprire gli edifici con tali lastre: ciò aveva la conseguenza che i locali, di qualsiasi lunghezza, non potevano avere una larghezza superiore alla misura indicata, sufficente nelle abitazioni, ma insufficiente per le grandi sale di riunione. Si escogitò quindi il procedimento di gettare fra due muri paralleli arcate funzionanti da elementi portanti e su due arcate successive si poggiarono le lastre: la larghezza dell'edificio era allora in funzione dell'ampiezza dell'arcata che si poteva costruire. Per raggiungere poi larghezze ancora più grandi invece di una sola arcata fra muro e muro se ne costruirono tre sulla stessa linea: si arrivò cosi a sale a tre navate, come nella basilica pagana di Saqqâ e poi nella chiesa di Tafbâ e in quella di Nimreh. Gli archi poterono raggiungere persino una ampiezza di 10 metri. Con tale procedimento si costruirono le chiese più antiche del Ḥaurân: le arcate laterali più strette della centrale e quindi più basse, permisero la posa di una serie di lastre e la costruzione di un'altra arcata superiore sino a raggiungere l'al-
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(bl. Alinari)
Siria - Base di candelier siriaco del sec. xiv cesellat